sabato 13 dicembre 2014

Bingo, kebab e lavanderie. Il paese dove tutto è vietato

La Stampa
alberto mattioli

Il sindaco di Covo, nella Bergamasca: “Salvini troppo moderato”

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In centro, vietati friggitorie, kebabberie, pita gyros, sex shop, centri di telefonia internazionale e di trasferimento di denaro, negozi di «compro-oro», sale bingo, agenzie di scommesse, distributori automatici, lavanderie self service ed «esercizi commerciali con vendita prevalente di prodotti di origine extra Ue». E, anche fuori dal centro, sex shop, bingo e «compro-oro» devono essere ad almeno 700 metri da chiese, scuole, edifici pubblici e cimiteri. Dracone, al confronto, era un lassista.

Solo botteghe
La delibera è stata adottata a Covo, paesino di 4.100 abitanti nella Bassa bergamasca, segni particolari nessuno, principale attrazione la testa di San Lazzaro regalata da Bartolomeo Colleoni e conservata nella chiesa locale, ma purtroppo raramente ostensa. Il legislatore si chiama Andrea Capelletti, agronomo, 27 anni, da maggio sindaco leghista dopo aver stravinto le elezioni (63 e rotti per cento) alla testa di una lista civica. Il bello di tutta la storia è che gli esercizi commerciali che non piacciono al sindaco, in realtà, non ci sono. Già adesso chi vuole sbafarsi un kebab deve spostarsi verso le mille luci di Romano di Lombardia, la metropoli più vicina. «Ma io non voglio nemmeno che ci siano - spiega lui -. Diciamo che la mia è una misura preventiva. Io a Covo voglio le botteghe tradizionali». D’accordo, sindaco, ma le lavanderie a gettone che male fanno?

«Nessuno. Però funzionano senza gestore, quindi non c’è il presidio sociale». Questo sindaco «no kebab» è un personaggio. Cattolicissimo, simpaticissimo, critica «da destra» Matteo Salvini («E’ bravissimo, va come un treno, ma non vorrei che la Lega dimenticasse le battaglie originarie», insomma la Padania libera) e s’immagina Covo come uno di quei cantoni svizzeri che sembrano sempre appena usciti dalla candeggina: «Vorrei che chi arriva dicesse: ma che bel paesino ordinato!». Però a Zurigo i kebab ci sono: «Lì magari sì. Qui certamente no». E cerca di rivitalizzare il centro storico assegnando aiuti alle «attività tradizionali» e organizzando con una notte bianca che ha avuto un gran successo. Peraltro, visto che fra Covo e Manhattan c’è qualche percepibile differenza, il centro sono, in sostanza, quattro strade.

L’opposizione
In questo quadretto svizzero, gli extracomunitari stonano. Sono circa il 20% della popolazione, soprattutto indiani, romeni e magrebini, molti disoccupati causa crisi. La macelleria islamica ha già chiuso di suo, senza interventi del sindaco. E qualche recente fatto di sangue nei dintorni ha fatto crescere la paura. Il giro di vite di Capelletti, comunque, dà un’idea di déjà vu. L’impressione è che questi sindaci leghisti si ispirino uno all’altro: «Verissimo. Del resto, esiste un coordinamento provinciale». 

Nonostante questo, o forse proprio per questo, Capelletti piace a quasi tutti. Basta fare quattro passi (e quindi uscire dal centro) per rendersene conto. Approva perfino Abdelaaziz Chahboun, che proprio bergamasco doc non sembra: «Ma io sono italiano, ho la cittadinanza - dice con orgoglio -. E posso tranquillamente fare a meno del kebab». All’opposizione non resta che protestare. Però Andrea Brambilla, 30 anni, leader della lista civica di centro-sinistra, sulla decisione si è astenuto «perché su alcuni aspetti sono d’accordo. Resta il fatto che in tutta Italia si liberalizza il commercio e qui lo si restringe». Ma intanto la delibera è passata e il kebab non passa. A Covo, solo polenta.

L'amicizia tra Veltroni e Buzzi scompare dal sito della Coop

Angelo Scarano - Sab, 13/12/2014 - 09:39

Cancellate foto e frasi relative all'operato dell'ex sindaco di Roma

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La giunta del Comune di Roma guidata da Walter Veltroni "ha proseguito e rilanciato l'azione delle precedenti giunte comunali riguardo i diritti di cittadinanza e di integrazione dei soggetti svantaggiati e inoltre noi abbiamo il privilegio di conoscere personalmente il Sindaco, che svoente ci incoraggia in questo nostro diffiicile percorso di imprenditoria sociale".

Parola di Salvatore Buzzi, presidente della Cooperativa 29 giugno e finito nell'inchiesta Mafia Capitale. Una frase che campeggiava sul sito internet della  stessa Coop a firma proprio di Buzzi.
Peccato però che parte di quella frase, come segnalato da Libero, sia stata rimossa. Quale? Proprio la parte in cui veniva rivendicata "l'amicizia" con Veltroni. E non c'è più traccia alcuna nemmeno delle foto dell'ex sindaco di Roma in compagnia di Buzzi. Tutto insabbiato e rimosso. Per volere di chi? Resta un mistero.

Nuove etichette: ecco cosa cambia sul tuo scaffale

La Stampa
giorgio calabrese

Da oggi in vigore il regolamento Ue per i cibi

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Da oggi possiamo «vedere meglio» cosa c’è dentro al cibo prima di comprarlo. È finalmente arrivato il momento: cambiano le etichette per alimenti e bevande. La salute dei consumatori dovrebbe essere più tutelata, anche se ciò comporta un aumento di incombenze per il produttore. Entra infatti in vigore il Regolamento Comunitario 1169/2011 che uniforma l’etichettatura degli alimenti nei Paesi Ue «affinché il consumatore riceva informazioni essenziali, leggibili e comprensibili per effettuare acquisti consapevoli».

Cosa cambia
Tutti gli alimenti confezionati dovranno avere etichette più trasparenti nel contenuto, con caratteri grandi e stampati in modo chiaro e leggibile. I produttori alimentari, dunque, da oggi ed entro la fine del 2014, dovranno ristampare tutte le etichette, che dovranno essere apposte in posizione ben visibile. Responsabile delle informazioni sull’etichetta sarà l’operatore col cui nome o ragione sociale vende il prodotto o, se questo vive fuori dall’Ue, l’importatore. Naturalmente si dà tempo di smaltire le scorte, per non provocare danno economico.

Prodotti confezionati
Cosa cambia quindi per i prodotti confezionati venduti al supermercato? Poco, dal momento che l’obbligo di indicare, per esempio, sostanze allergeniche c’è da anni, introdotto da una legge del 2006 (il dl 114), che recepì una direttiva Ue. Quello che cambia è il modo in cui la presenza degli allergeni dovrà essere segnalata (vale anche per i prodotti sfusi), che dovrà essere molto più evidente usando un tipo di carattere chiaramente distinto dagli altri ingredienti elencati, per esempio per dimensioni, stile o colore di fondo. Stesso discorso anche per i valori nutrizionali, già presenti sul packaging di quasi tutti i prodotti.

Allergeni e menù
Cosa cambia nel menù dei ristoranti? Le disposizioni sugli allergeni riguardano sia gli alimenti già imballati sia quelli sfusi, l’indicazione della loro presenza dovrà essere segnalata anche per i piatti del menu di ristoranti, bar, gelaterie, pasticcerie, mense, ospedali, bancarelle di fiere, persino compagnie aeree e ferroviarie se la tratta inizia in un Paese Ue. Il discorso si complica, invece, per la ristorazione commerciale (come le catene autostradali o di aeroporti) che si trova a gestire in contemporanea oltre trenta piatti diversi a pasto, che cambiano ogni giorno e ruotano su cinque settimane.

Le aziende si adegueranno alla nuova normativa segnalando, attraverso pannelli, gli allergeni presenti nei prodotti. Operazione complessa, ma fattibile. Il vero problema, che però al momento non è stato considerato dal regolamento europeo, è quello della contaminazione crociata. In cucina può succedere che ci siano allergeni in vari alimenti, che seppur non presenti in un singolo piatto, essendo cucinati in contemporanea, potrebbero entrare in contatto. Come si fa, infatti ad evitare la contaminazione di un piatto come la buona pizza, la cui lavorazione tradizionale presuppone una possibile commistione tra gli alimenti sul bancone del pizzaiolo? I regolamenti attuativi possono variare da Paese a Paese. L’Olanda, per esempio, non applicherà questo regolamento alla ristorazione 

Olio anti rabbocco
Altra legge, altro problema. Addio anche all’oliera in ristoranti, pizzerie, mense e bar: entra in vigore l’obbligo del tappo anti-rabbocco per i contenitori di olio extra vergine di oliva. Ci sarà coincidenza tra il contenuto e l’etichetta della bottiglia. In tavola dovranno esserci solo bottiglie dotate di tappo speciale capace di evitare «allungamenti» o rabbocchi. Salate le multe, che andranno fino a 8 mila euro. È prevista anche una più accentuata rilevanza cromatica sull’etichetta per gli olii prodotti con miscele di più Stati.

Ma l’Italia potrebbe fare qualche passo in più. Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina ha ricordato ieri che dal 7 novembre scorso è aperta sul sito del ministero una consultazione pubblica per sapere cosa i cittadini vogliono leggere sull’etichetta. Il sondaggio sarà aperto fino a fine gennaio e sono già 15mila le persone che hanno dato le loro risposte.

Il postino suonerà sempre meno

La Stampa
paolo baroni

Rivoluzione per evitare il buco: consegne ridotte e prezzi più alti. Dal governo 535 milioni

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la posta ordinaria, ma il portalettere suonerà sempre di meno alla porta di casa. E soprattutto aumenteranno i prezzi delle affrancature. Per le Poste si annuncia una nuova rivoluzione, figlia del nuovo contratto di programma e del nuovo piano industriale che il nuovo ad Francesco Caio presenterà ufficialmente martedì, primo passo in vista della privatizzazione prevista nel 2015-2016.

Lettere, pessimo affare
Le Poste, nei piani di Caio, devono ritrovare il senso della loro missione, ma soprattutto devono rimettere in ordine i conti. E se non si intervenisse ristrutturando tutto il servizio di recapito nel 2019 il gruppo arriverebbe a perdere per questo tipo di servizi addirittura 2,7 miliardi di euro. Già nel 2013 il recapito ha comportato costi per un miliardo a fronte di un contributo dello Stato che si ferma a 262 milioni contro i 5-600 del 2010. Un’emorragia continua figlia del crollo verticale dei volumi di consegna, scesi del 36% dal 2004 al 2013 con una accelerazione che si è fatta sempre più forte negli ultimi due anni.

Nessuno, o quasi, usa più le lettere, soppiantate da mail e ogni altro tipo di comunicazione elettronica. Tanto che dal 1998 al 2013 mentre le spese delle famiglie per servizi di telecomunicazione sono passate da 27,9 a 57,4 euro al mese quelle per i servizi postali sono letteralmente crollate da 6 ad appena 2,3 euro mensili. Di contro le Poste devono mantenere in piena efficienza una struttura monstre fatta di 19 centri di smistamento e 36 mila postini in turno giorno e notte. Avanti di questo passo le Poste sono insomma destinate a diventare di qui a tre anni una «nuova Alitalia» con perdite colossali a carico dello Stato.

Meglio dunque intervenire per tempo. Il governo con gli emendamenti presentati ieri alla legge di Stabilità ha deciso di assecondare i piani di Caio in vista della privatizzazione del 40% del capitale del gruppo da cui si pensa di ricavare 4-6 miliardi. Come prima cosa si è deciso di restituire alle Poste 535 milioni in esecuzione di una sentenza della Corte europea, ma soprattutto sono stati fissati alcuni paletti in vista della definizione del nuovo contratto di programma che sarà siglato entro marzo. Quanto al punto dolente del servizio universale, ovvero gli obblighi di servizio pubblico che ricadono sulle Poste, messo di fronte al bivio se aumentare i contributi o accettare di introdurre una certa flessibilità della consegna il governo, dopo il vertice di giovedì a palazzo Chigi con Renzi, Padoan e Caio, ha dato semaforo verde alla seconda soluzione.

Rischio stangata
Il nuovo piano recapito prevede essenzialmente tre mosse: la reintroduzione della posta ordinaria, cancellata nel 2006 per far posto alla posta prioritaria che prevedeva la consegna urbana in giornata a fronte di un aumento delle affrancature da 45 a 60 centesimi; e dall’altro la differenziazione dei prezzi su cui però si dovrà pronunciare il Garante delle comunicazione. Per la posta ordinaria, che verrebbe consegnata in 4 giorni, si pensa ad un costo di 1 euro per ogni lettera. Per la «nuova prioritaria», attività che verrebbe completamente ristrutturata per realizzare un servizio di eccellenza, con consegna in giornata «stile Dhl», il costo potrebbe invece salire sino a 3 euro. Non è un caso che ieri le associazioni di consumatori Adusbef e Consumatori, di fronte al «pacchetto Poste» presentato in Senato dal governo, abbiamo fiutato l’aria parlando di «stangata».

Postini a giorni alterni
L’altro novità riguarda le modalità di recapito. Che verrà alleggerito e diventerà più flessibile. In pratica la consegna della posta, che oggi (teoricamente avviene dal lunedì al venerdì) avverrà a giorni alterni sino ad un massimo di quarto del territorio nazionale. E tra le ipotesi si parla anche di graduare la frequenza in base al numero degli abitanti: nei grandi centri verrebbe confermata la possibilità di consegna quotidiana e poi a scalare verrebbe via via diradata man mano che si riduce il bacino di utenza.

Mossa non indolore anche dal punto di vista occupazionale, ma le Poste hanno già smentito le stime della Cisl che nelle scorse settimane parlava di 17-20 mila esuberi. I numeri però sono lì a dire che la ristrutturazione è di fatto «inevitabile». In generale l’idea di Caio è quella di riposizionare il gruppo, la più grande impresa pubblica italiana con ben 143 mila dipendenti, per rimetterlo realmente al servizio del Paese, trasformando questo gigante che oggi si regge soprattutto sulla raccolta del risparmio e le polizze vita in quella che viene definita una «piattaforma per la modernizzazione del paese», «azienda sociale» e al tempo stesso anche «di mercato». 

Sconfitti i taglialingue Magdi Allam è prosciolto: "Non è islamofobo"

Magdi Cristiano Allam - Sab, 13/12/2014 - 08:20

Il Consiglio di Disciplina smentisce il presidente dell'Ordine dei giornalisti

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«Prosciolto». Vittoria! Per il Consiglio di disciplina dell'Ordine nazionale dei giornalisti non sono colpevole di «islamofobia». È una vittoria della libertà d'espressione promossa coraggiosamente dal Giornale . È una vittoria di tutti gli italiani a cui i taglialingue nostrani ed islamici avrebbero voluto vietare la critica all'islam come religione. Per ora ho ricevuto ieri, per il tramite del mio avvocato Gabriele Gatti, solo due righe in stile telegramma: «Comunicasi che il Consiglio disciplina nazionale nella seduta del 10 dicembre 2014 lo ha prosciolto.

Segue notifica del provvedimento». È innanzitutto una cocente sconfitta dell'Ordine dei giornalisti e del suo presidente Enzo Iacopino che sono stati costretti ad auto-sconfessarsi, dopo aver fatto propria l'accusa di «islamofobia», aggiungendoci altre accuse ridicole come l'aver «violato l'obbligo di esercitare la professione con dignità e decoro», «non aver rispettato la propria reputazione», «aver compromesso la dignità dell'Ordine professionale», «non aver rafforzato il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori».

In questa vicenda, che rappresenta un gravissimo attentato alla libertà d'espressione, Iacopino farebbe bene a dimettersi. E la smetta di pararsi dietro ai formalismi cercando di far apparire il «Consiglio di disciplina» come un organo autonomo rispetto all'Ordine dei giornalisti. Com'è possibile che sul profilo Facebook dell'avvocato che ha presentato l'esposto e poi il ricorso all'Ordine nazionale presieduto da Iacopino, tra gli ultimi 16 post ben 5 sono di Iacopino evidenziati da commenti elogiativi:

«Il bellissimo post del presidente dell'Ordine dei giornalisti», «Ancora una lezione dal presidente dell'Ordine dei giornalisti», «Leggete questo bello e coraggioso post del presidente dell'Ordine dei giornalisti»? È solo una coincidenza che nel 2010 Iacopino scrisse la prefazione al libro di Angela Lano, «Verso Gaza, in diretta dalla Flottilla», e sempre lo stesso avvocato dei militanti islamici difese l'autrice in tribunale da chi l'aveva duramente criticata?

Il mio proscioglimento è ovviamente una sconfitta per la strategia dei militanti che vorrebbero imporci il divieto assoluto di criticare l'islam, Allah, il Corano, Maometto, la sharia, il jihad, la poligamia, le bambine ridotte a schiave sessuali, la lapidazione degli adulteri, l'impiccagione degli omosessuali, la decapitazione degli infedeli e l'uccisione degli apostati, così come vorrebbero che accettassimo acriticamente le moschee, le scuole coraniche, i tribunali sharaitici, le banche e gli enti assistenziali islamici.

Lo straordinario risultato dell'Ordine dei giornalisti che si auto-sconfessa si è avuto innanzitutto grazie alla condivisione e solidarietà del direttore Alessandro Sallusti e delle prestigiose firme del Giornale che hanno anche concorso alla scrittura del libro Non perdiamo la testa. Il dovere di difenderci dalla violenza dell'islam . Importante è stata la solidarietà espressa da giornalisti di diverse testate tra cui Libero , Corriere della Sera e Repubblica . Fondamentale è stata la disapprovazione nei confronti di Iacopino espressa da Bruno Tucci, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti del Lazio, da Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, e dal magistrato Guido Salvini.

Determinante è stata la memoria difensiva stesa magistralmente dall'avvocato Gabriele Gatti che ha confutato il fondamento legale del reato di islamofobia, ha sostenuto la legittimità della critica alla religione sottolineando che il vilipendio non è assoluto ma in riferimento alle persone, che l'articolo 19 della Costituzione non tutela la religione ma la libertà dei singoli di professarla, infine ha sottolineato il fatto che l'Ordine dei giornalisti confonde tra il diritto di critica, che è assolutamente lecito, e il diritto di cronaca che io non ho mai violato.

In parallelo Gatti, facendo riferimento ai comportamenti dell'avvocato degli islamici che mi ha denunciato, ha evidenziato che «sorge il dubbio che la sua battaglia non sia per la legalità ma per eliminare - in senso figurativo - Magdi Cristiano Allam considerato non un avversario bensì un nemico, un nemico che non deve parlare».

Dal canto mio, che si dimetta o meno Iacopino, proseguirò la mia battaglia di civiltà per l'abolizione dell'Ordine dei giornalisti, un residuato del fascismo. Così come proseguirò, costi quel che costi, la mia missione contro i nostri aspiranti carnefici, i taglialingua islamici che vorrebbero ridurre a schiavi di Allah l'intera umanità. Almeno per ora possiamo gridarlo forte: l'islamofobia non passerà!
www.magdicristianoallam.it

La sinistra degli scafisti agevola gli sbarchi per lucrare sui migranti

Francesco Cramer - Sab, 13/12/2014 - 08:03

In un messaggio il boss delle Coop rosse Buzzi augurava "un 2013 pieno di clandestini". La sinistra predicava accoglienza e la cupola incassava

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Uno esulta per il terremoto, l'altro si augura un'invasione di profughi. Il primo, Francesco Maria De Vito Piscicelli, fece inorridire il Paese perché, intercettato, esultava per il sisma che colpì l'Abruzzo nel 2009; l'imprenditore edile si leccava i baffi sulla pelle dei terremotati: «Io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto», rispose al cognato che diceva «non è che c'è un terremoto al giorno...».

Il secondo, Salvatore Buzzi, fondatore della cooperativa 29 giugno e presunto ras dell'inchiesta «Mafia Capitale», fa più o meno lo stesso: via sms sogna una valanga di immigrati. «Speriamo che il 2013 sia un anno pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso così cresce l'erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve: evviva la cooperazione sociale». Entrambi campano sulle disgrazie altrui; entrambi lucrano sui drammi della gente; entrambi pensano al loro conto in banca; entrambi si attaccano alla mammella del denaro pubblico.

Appalti milionari, secondo l'accusa opportunamente oliati dall'uomo forte della coop, che non ha mai fatto mistero di diventar ricco sulle tragedie umane: «Tu c'hai idea de quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico de droga rende meno...», diceva a una sua collaboratrice. E lui, Buzzi, che macinava business con la raccolta dei rifiuti, coi campi nomadi e la manutenzione delle aiuole, esultava se c'erano più rifiuti, più nomadi, più sporcizia. L'emergenza che ti fa ricco, insomma; il dramma che diventa macchina da soldi (pubblici). Come Piscicelli. Nel caso di Buzzi, però, c'è un'aggravante.

L'imprenditore edile che si sbellicava durante il sisma pensando ai suoi affari nulla poteva fare per provocare il terremoto; il presunto boss della coop, invece, avrebbe potuto agire sull'emergenza: prima e non dopo. Tutto sulla pelle dei profughi, cavalcando il buonismo del partito, il Pd, a cui Buzzi era iscritto e alle cui cene partecipava per fare affari. Sempre via sms confidava: «Noi quest'anno abbiamo chiuso... Con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi... Gli utili li abbiamo fatti sugli zingari, sull'emergenza alloggiativa e sugli immigrati.

Tutti gli altri settori finiscono a zero». Buzzi, alla testa del consorzio Eriches di cui fa parte la Cooperativa sociale 29 giugno , entra nel progetto Emergenza Nord Africa. Che vuol dire un fiume di denaro pubblico messo a disposizione per accogliere persone in fuga dalla guerra in Libia e dalle rivolte della Primavera Araba. Più profughi, uguale più soldi nelle tasche di Buzzi. Nel 2013 la Eriches ha chiuso il proprio bilancio con attivo di 3 milioni netti. Buzzi esultava: «Abbiamo vinto il bando promosso da Roma Capitale per 491 immigrati facenti parte dello Sprar, una commessa significativa che ci consentirà di stabilizzarci nel settore».

E lo stesso Buzzi influiva sulla scala Mercalli della tragedia-immigrazione per lucrare di più e meglio. In fondo è la politica che decide quando ma soprattutto quanti profughi possono essere accolti in ogni città. E Roma, guarda caso, era in testa alla classifica dell'accoglienza. Federico Rocca, romano e responsabile enti locali di Fratelli d'Italia, ha dichiarato al Giornale : «Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha moltissime responsabilità: il Viminale voleva assegnare 250 rifugiati ai Comuni con più di 2 milioni di abitanti. Roma ha invece dato la disponibilità per 2581 posti, più altri 516».

Intercettato, Luca Odevaine, uomo della cricca, ammetteva: «I posti Sprar che si destinano ai Comuni in giro per l'Italia fanno riferimento a una tabella: tanti abitanti tanti posti Sprar... Per quella norma a Roma toccherebbero 250 posti... Che è un assurdo... Pochissimo per Roma, no?... Allora un mio intervento al ministero, all'immigrazione ha fatto in modo che lo Sprar a Roma fosse portato a 2.500. Per cui si sono presentati posti per 2.500 posti». Le fredde cifre: dal 2014 al 2016 lo Stato spenderà 35.732.207 euro l'anno; Roma 7.234.694, gli altri li metterà il Viminale. Comunque sempre soldi pubblici. Nelle tasche di Buzzi & C.