domenica 14 dicembre 2014

Arturo, rimasto senza scuola per aver occupato il suo liceo

Corriere della sera
di Claudia Voltattorni

Quattro denunce e un trasferimento al Plinio. La polemica con il preside

Arturo e i suoi amici avevano provato ad occupare la loro scuola almeno due volte. Invano. Preside e docenti erano riusciti a bloccare sul nascere entrambi i tentativi. Allora la mattina del 26 novembre, Arturo e i suoi compagni si sono dati appuntamento a scuola molto presto. Prima delle cinque sono già lì fuori, sul marciapiede di via Montebello, davanti all’ingresso del loro storico liceo scientifico, il Plinio. “L’occupazione della nostra scuola è un modo per fare sentire anche la nostra voce, per protestare, certo non volevamo distruggerla”. Arturo e i suoi quattro compagni forzano la finestra della sala professori ed entrano. Si sistemano lì in attesa degli altri studenti che hanno promesso di raggiungerli. Invece un po’ più tardi si presentano i carabinieri. Li chiama il vicepreside. L’occupazione del liceo Plinio di via Montebello è già finita. Ma per Arturo e i suoi compagni è solo l’inizio.
I danni e la denuncia
A scuola arriva anche il preside, Carlo Palmiero, uno che da anni al posto dell’occupazione organizza la “Settimana dello studente”, con corsi alternativi (ma obbligo di appello e presenza a tutte le ore). “Era fuori di sé”, raccontano i ragazzi. I carabinieri portano i cinque in caserma, li identificano e chiamano i genitori. Tutti rischiano una denuncia. “Alle occupazioni carabinieri o polizia arrivano quasi sempre - dice uno dei ragazzi -, ma poi finisce al massimo con una ramanzina, non abbiamo fatto niente alla nostra scuola”.

Arturo Catalano Gonzaga è l’unico maggiorenne. Per i suoi quattro amici minorenni la denuncia arriva: effrazione e danneggiamento aggravato. Dovranno risponderne al Tribunale dei minori. “Hanno solo forzato un lucchetto - dice la mamma di uno dei quattro -: è assurdo che il preside li abbia denunciati, è un atto di forza senza senso, il pm li ha già convocati”. Il preside Palmiero parla di “un atto dovuto: ho denunciato che c’è stata un’effrazione nella mia scuola, così come fanno tutti e i danni, seppur minimi, ci sono stati”.
La rabbia e il nulla osta
Ma per Arturo, maggiorenne, la denuncia non c’è: lui deve lasciare la scuola. Racconta suo padre, Vittorio Catalano Gonzaga: “Ho incontrato il preside nel corridoio del liceo, mi ha quasi preso sottobraccio e mi ha detto: “Se non vuole che denunci penalmente suo figlio, lo tolga da questa scuola”. Pensavo di aver capito male, gli ho anche chiesto di ripetere, poi ho pensato a mio figlio, un ragazzo per bene, non una testa calda, gli ho consigliato io di occupare perché credo che nella vita di uno studente sia un’esperienza da fare, ora me ne pento, ma con 4 figli sa quante occupazioni ho visto?”.

Il papà di Arturo non se la sente di mettere sulle spalle del figlio così giovane una denuncia penale, “e ho firmato il nulla osta per il trasferimento”. Da quel momento, Arturo Catalano Gonzaga è scomparso dal liceo Plinio, “non posso accedere ai miei voti online, non mi fanno neanche entrare e non mi danno le pagelle”. Ma soprattutto, dal 26 novembre non ha una scuola dove andare per continuare il suo quarto anno di liceo scientifico. Le altre cui ha chiesto il trasferimento sono in chiusura di trimestre e lo hanno rimandato a gennaio, dopo le vacanze di Natale, “per me significa perdere quasi due mesi di lezione”.
L’incomunicabilità tra i genitori e il preside
Con i suoi genitori, ha provato a ricontattare il suo preside: “Volevo chiedergli scusa, io voglio rimanere al Plinio, anche accettando una sanzione disciplinare”. Ma il preside Palmerio non li ha mai ricevuti: “Ci ha rimandato gli appuntamenti - racconta il padre di Arturo -, ci ha fatto tornare quando la scuola era chiusa per disinfestazione, e due giorni fa ha maltrattato mia moglie dicendole che non aveva tempo da perdere. A questo punto dovrà rispondere di questo suo atteggiamento”. Il preside replica tranquillo: “Non ne so nulla, il padre ha voluto togliere il figlio dalla scuola, forse non era molto bravo”.

Lo scorso anno, Arturo ha avuto la media del 7,6. Oggi, dal 26 novembre, non può frequentare da nessuna parte. I suoi ex professori lo aiutano come possono e gli mandano i compiti perché non perda troppe lezioni, ma lui è disperato tanto da aver scritto al sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone chiedendogli un aiuto: “Si è detto favorevole alle occupazioni, gli ho chiesto di aiutarmi a trovare una soluzione, ecco: io vorrei solo tornare a scuola”.

13 dicembre 2014 | 23:09

Mafia capitale, Marino sapeva: ecco la prova che ha taciuto

Andrea Cuomo - Dom, 14/12/2014 - 15:15

Un dossier del ministero dell'Economia smaschera l'inquilino del Campidoglio: "Quei 6,3 milioni affidati in barna a ogni legge". Anche lui conosceva tutte le irregolarità dei finanziamenti del Comune alle coop

Marino sapeva. Da mesi. E non ha fatto nulla. Forse non era al corrente di tutti i link tra criminalità organizzata, traffichini vari, coop e amministratori capitolini, ma di certo non poteva non conoscere le irregolarità e le anomalie degli affidamenti da parte del Campidoglio alle cooperative sociali.
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È tutto nero su bianco in una relazione sulla verifica amministrativo-contabile effettuata a fine 2013 dagli ispettori del ministero dell'Economia e Finanze Vito Tatò ed Enrico Lamanna a Roma Capitale e disposta dalla ragioneria Generale dello Stato. La relazione, datata 16 gennaio 2014, è stata inviata al Campidoglio e protocollata con il numero 24031 il 4 aprile 2014.

A essa si è largamente ispirato l'organo di revisione economico finanziaria di Roma Capitale nella successiva relazione protocollata il 29 aprile nel quale si approva con riserva, eccezioni e rilievi il bilancio consuntivo 2013. Insomma, un documento spietato e largamente a conoscenza di Marino e della sua giunta. Che però non hanno preso alcun provvedimento. Per ignavia, per incuria, per incoscienza.

Nella relazione degli ispettori del Mef si esaminano vari affidamenti irregolari. Il più clamoroso è quello alla Roma Multiservizi del global servi ce nelle scuole, prorogato illegittimamente il 5 agosto 2013 dalla giunta Marino, per un danno erariale quantificabile tra i 2,6 e i 5,2 milioni. Ma il caso più interessante chiama in ballo la Eriches 29, il consorzio di cooperative sociali espressione diretta della cooperativa 29 Giugno.

Sì, proprio la holding dell'intimidazione e della mazzetta presieduta dal rosso Salvatore Buzzi. «Nel solo anno 2012 gli impegni aventi quale beneficiario il Consorzio Eriches 29 (...) ammontano a 6.382.180,69 euro», si legge nella relazione. Gli ispettori si concentrano in particolare sull'affidamento alla coop del servizio di assistenza temporanea alloggiativa emergenziale, affidato e più volte prorogato in barba a ogni legge.

È interessante leggere l' escalation di irregolarità e abusi che ha inizio con la giunta Alemanno e prosegue con quella Marino. Tutto ha inizio con la determina del 25 marzo 2011, che affida alla Eriches 29 il servizio per il periodo 1° aprile-31 dicembre 2011 per 414.405,00 euro (18,92 euro di costo unitario giornaliero per persona). L'affidamento avviene in via diretta «in assenza - notano gli ispettori del Mef - di qualsivoglia procedura concorrenziale, sebbene l'importo del servizio sia largamente superiore al limite previsto dall'art. 28 del D.Lgs. n. 163/2006, il quale prevede che il fornitore debba essere individuato mediante procedura di gara europea».

La giunta Alemanno proroga più volte l'affidamento: lo fa violando l'articolo 23 delle legge 62/2005, che vieta espressamente questa pratica. Non solo: tra una proroga e l'altra cresce anche il costo unitario per persona, che passa da 18,92 a 24,30 euro. L'affare si ingrossa. Buzzi sorride.

A primavera 2013 cambiano giunta e colore ma non i favori indebiti alla coop Eriches 29. «Il servizio di assistenza temporanea alloggiativa emergenziale - scrivono gli ispettori del Mef - ha continuato a essere fornito dal medesimo soggetto, in virtù di ripetute proroghe che si sono protratte sino al 15 settembre 2013». Finita la proroga si va avanti a vista, ma al timone resta sempre Buzzi.

«Attualmente (31 ottobre 2013) sebbene non sia stato formalmente prorogato l'affidamento, il Consorzio Eriches 29 sta continuando a fornire il servizio senza che sia stato adottato alcun impegno contabile». Cosa che va avanti fino a oggi. E che fa particolarmente arrabbiare la Ragioneria di Stato, secondo cui «un simile comportamento scorretto, oltre a porre i presupposti per la generazione di un debito fuori bilancio, (...) espone i soggetti che hanno ordinato o consentito la prestazione a dirette responsabilità economiche». Una vera chiamata di correità per il finto tonto Marino.

Processo telematico, la carta restaLe notifiche via email vanno stampate

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella

Debutto rompicapo per il processo penale telematico Il ministero In diverse riunioni è stato esplicitato che il fax è «lo strumento più affidabile»

Milano «La formula legislativa induce a ritenere che il legislatore abbia ricompreso nella portata applicativa anche...». C’è scritto proprio così: è una circolare ministeriale, questa trasmessa in extremis a tutti gli uffici giudiziari italiani, ma le tocca fare l’oracolo. Perché è da due anni che si sapeva che il 15 dicembre 2014, cioè domani, la giustizia penale sarebbe dovuta obbligatoriamente passare alla notifica telematica dei propri atti alle persone diverse dall’imputato, cioè prevalentemente agli avvocati, in forza del decreto legge 193 del 2009, del decreto legge 179 del 2012, e della legge di stabilità per il 2013.

Ed è da due anni che si sapeva che entro il 15 dicembre 2014, cioè entro domani, sarebbero dovuti essere emanati dal Ministero della Giustizia i decreti sulla funzionalità del servizio contemplati dall’articolo 16 della legge 179 del 2012. Eppure, dopo due anni e quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), questi decreti ancora non ci sono. E così, all’ultimo momento a 48 ore lavorative dalla scadenza di domani, per scongiurare l’impasse il Ministero ha diramato almeno una circolare-bussola interpretativa dell’ambiguità del comma 9 e del comma 10 della legge.

Il risultato è che domani si partirà a macchia di leopardo istituzionalizzata. In base alla circolare, infatti, l’obbligo di notificazioni telematiche nel penale varrà, nei casi in cui il presupposto dell’«urgenza» sia ravvisato dal giudice, per Procure della Repubblica e Generali, Tribunali e Corti d’Appello; e invece non varrà ancora per Cassazione, Procure dei minorenni, Tribunale dei minorenni, Tribunali di Sorveglianza, e Uffici dei Giudici di pace.

Non solo: in più riunioni sono stati gli stessi dirigenti del ministero ad ammettere che il Sistema Notificazioni Telematiche (Snt) di atti tramite posta elettronica certificata all’indirizzo Pec degli avvocati - sicuramente utile a ridurre i costi, abbreviare i tempi e ottimizzare le risorse come verificato nell’esperimento torinese - «ha però lo svantaggio di non essere alimentato dai registri informatizzati» delle notizie di reato e dei fascicoli, «quindi non è possibile pensarlo come un primo tassello del processo penale telematico perché manca completamente una integrazione con i registri». È una parziale dematerializzazione: si scriverà l’atto, lo si stamperà comunque, lo si scannerizzerà, e a quel punto lo si invierà tramite Pec all’avvocato invece di usare il fax o di spedirlo con raccomandata postale o tramite ufficiale giudiziario.

Nelle riunioni è stato anche esplicitato che «il fax è sicuramente più affidabile perché Snt dipende da diversi fattori esterni» come «la rete geografica del circondario e il sistema di forma digitale da remoto», sicché «diversi componenti possono incidere e pertanto non si può dare per certa l’assoluta affidabilità del sistema». L’elenco dei falliti invii telematici a fine giornata verrà allora trasmesso all’Ordine degli Avvocati e l’atto verrà depositato nella cancelleria per la notifica con mezzi tradizionali.

Annunciato a voce è infine il superamento del problema rilevato nella sperimentazione sino a pochi giorni fa, quando gli allegati alla Pec non potevano superare i 20 MB di limite che cumulava i messaggi con più destinatari, sicché, se si dovevano mandare 2 MB a 12 destinatari, si rischiava che il messaggio non partisse perché pesava 24 MB invece di 20.

14 dicembre 2014 | 09:19

Manuale Isis: "La donna è schiava"

Gian Micalessin - Dom, 14/12/2014 - 09:29

Il manuale su come trattare le donne infedeli contiene indicazioni raccapriccianti sul modo di trattare le prigioniere trasformate in schiave

«È permesso avere un rapporto con una schiava anche se non ha raggiunto la pubertà a patto che sia adatta al rapporto. Se non è adatta si potrà trarne piacere, ma senza penetrazione».
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Se pensate di non aver capito rileggete pure. É proprio così. L'aberrante prescrizione è uno dei tanti «consigli per l'uso» contenuti in «Domande e risposte sulla presa di prigioniere e schiave» (« Su'al wa-Jawab fi al-Sabi wa-Riqab »), un raccapricciante manualetto prodotto dal «Dipartimento Ricerca e Fatwa dello Stato Islamico (Isis)». Realizzato per rispondere alle perplessità di molti musulmani dopo la riduzione in schiavitù di migliaia di donne yazidi il manualetto sgombra il terreno da ogni dubbio spiegando che si tratta di un atto perfettamente in linea con i dettami del Profeta. «Le donne infedeli catturare e trasformate in beni dell'Islam - spiega il testo - ci sono concesse dopo che l'imam le ha distribuite tra di noi».

Detto questo il manualetto diventa una sorta di «tutto quel che avreste voluto sapere, ma non avete mai osato chiedere sul sesso con le schiave». Anche perché la sola autentica maniacale fissazione degli epigoni del Califfato sembra la legittimazione delle proprie perversioni. Perversioni scrupolosamente certificate grazie alle citazione di versetti del Profeta che le trasformano in perversioni doc, in linea con le raccomandazioni del Corano. Il dubbio principale, ovvero se sia lecito o meno far sesso con una schiava, viene spazzato via grazie al versetto 23:5-6 del Corano.
Un versetto che definisce assolutamente lecito e onorevole far sesso non solo con le mogli, ma anche con le donne catturate.

Da lì in poi il manualetto diventa un autentico viaggio nelle «Mille e una notte» dell'orrore. Un orrore tanto meticolosamente codificato quanto disgustosamente ripugnante perché rivolto a giustificare le aberrazioni dei musulmani del Califfato. Chi ad esempio si domanda se sia possibile far sesso con una schiava immediatamente dopo averla catturata o comprata può metter da parte dubbi e incertezze. «Se è una vergine il padrone può avere un rapporto con lei subito dopo averne preso possesso. Se non lo è il suo utero dovrà prima venir purificato».

Chi invece pensa di risparmiare comprandosi una schiava in comproprietà rischia di restare deluso perché «non potrà avere rapporti sessuali con lei fino a quando l'altro o gli altri gli venderanno la loro parte». Anche l'acquisto di due schiave sorelle rischia di generare qualche scontento visto che «non potranno essere assieme durante il rapporto e chiunque abbia rapporti con una non potrà avere rapporti con l'altra».

Le punizioni anche violente non rappresentano invece un problema. «Picchiare una schiava per ragioni disciplinari è assolutamente permesso» recita il manualetto citando come uniche eccezioni la frattura delle ossa, i colpi al viso o le bastonate inflitte dal padrone come forma di gratificazione personale o di tortura. Insomma la donna schiava è una sorta di animale a cui può venir fatto quasi tutto se si comporta bene, e a cui può esser inflitta una punizione durissima ed esemplare, morte e torture comprese, nel caso tenti di tentata fuga.

«La fuga di una schiava o di uno schiavo è tra il più grave dei peccati... e deve venir represso in modo tale da fungere da deterrente per gli altri». Al pari di un animale o di una proprietà materiale una donna schiava è anche scambiabile, vendibile o trasferibile. Dal punto di vista dei servizi sessuali, evidentemente i più ricercati, una schiava ereditata comporta però qualche spiacevole limitazione. «Le donne schiave - spiegano gli imperturbabili esperti dell'Isis - vanno distribuite alla stregua di una proprietà personale. Ma possono fornire solo servizi, e non rapporti sessuali, se il padre o uno dei figli ha già usufruito di loro. O se vengono ereditate in comproprietà».

Roma, Marino ci ricasca: Panda di nuovo in divieto di sosta

Il Mattino

La Panda di Marino di nuovo in divieto di sosta. A denunciarlo è "Romafaschifo", con tanto di foto. L'auto rosso fiammante del sindaco è stata immortalata in via Santa Chiara, appena qualche metro prima di dove fu già pizzicata circa un mese fa, in pieno scandalo multe e ben prima che la Capitale venisse squassata dal terremoto giudiziario di Carminati & co.

«Errare è umano, ma perseverare... Oggi pomeriggio (sabato 13 dicembre, ndr) dopo pranzo la vettura del sindaco in pieno divieto di sosta a Via Santa Chiara. Mah», è il commento a corredo della foto pubblicata dal noto portale capitolino su Facebook e Twitter. Oltre duecento le condivisioni e i commenti totalizzati in poche ore dal post.







sabato 13 dicembre 2014 - 21:53   Ultimo agg.: 22:03

Vivere nel 2014 senza wi-fi: ecco il paese libero dai cellulari

La Stampa

di Anna Guaita

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A quattro ore di automobile a ovest di Washington, mentre la strada si snoda fra dolci colline coperte di abeti, la radio dell'auto di colpo tace, il cellulare perde fino all'ultima tacca, e l'iPad dice laconico "nessun servizio". Inutile armeggiare con i bottoni della radio, alzare il cellulare fuori dall'auto, guidare ancora un po', alla ricerca di qualche ripetitore.

Siete entrati nell'ultimo lembo di terra nel mondo occidentale in cui non esistono segnali radio, di nessun genere. Si tratta della "Radio Quiet Zone" stabilita nel 1958 dalla Commissione Federale per le Comunicazioni, allo scopo di costruire e fare operare un potentissimo radiotelescopio, la cui antenna ora domina il panorama.

Alto quasi 160 metri, con una parabolica di 100 metri di diametro, Green Bank, nella Virginia dell'Ovest è il più grande radiotelescopio del mondo completamente orientabile. Lo scorso settembre, grazie alle rilevazioni rese possibili da questo gigantesco orecchio puntato sull'universo, un gruppo di astronomi ha disegnato la mappa di un "superammasso" di galassie, di cui fa parte anche la nostra, la Via Lattea.

LA PREISTORIA
Eppure intorno a questa incredibile meraviglia della scienza, tutti debbono vivere come se si trovassero ancora nell'epoca precedente alla scoperta della radio. Ogni minima interferenza infatti può mandare in tilt il lavoro della parabola. I 150 abitanti fissi del paesino di Green Bank possono avere un telefono vecchio stile, ma non un cellulare. Tutto ciò che sia connesso tramite wi-fi è vietato, anche il telecomando, quello della tv o quello delle porte del garage. Quindi niente cellulari o i-pad o laptop collegati via wi-fi. Niente che trasmetta via onde radio. Niente antenne tv. Niente forni a microonde, e neanche radiosveglie a batterie.

Michael Holstine, lo scienziato addetto al controllo delle interferenze spiega: «Un quasar emette un segnale che è un miliardesimo di un miliardesimo di un watt, quello di un cellulare è di due watt, annegherebbe completamente quel che gli astronomi stanno cercando di ascoltare».

La zona di quiete rigidissima si estende per un raggio di sedici chilometri intorno al telescopio, ma molte restrizioni permangono in un territorio pari a circa 33 mila chilometri quadrati a cavallo fra lo Stato della Virginia dell'Ovest, della Virginia e del Maryland. Nell'arco più vasto sono permesse stazioni radio a frequenza bassa, e anche antenne, ma solo se posizionate secondo le direttive impartite dagli scienziati dell'osservatorio.

Come spiega il capo astronomo Felix James Lockman «sarebbe impossibile oggi trovare una zona della terra dove si possa ottenere il silenzio radio. Bisognerebbe togliere alla gente i suoi diritti, i suoi cellulari, le radio, e non sarebbe fattibile». A Green Bank, la gente ci è abituata perché è cresciuta così, e ne è contenta.

I SINTOMI
Proprio il fatto che Green Bank si trovi al centro di un cono di silenzio radio l'ha resa popolare presso una popolazione che nel mondo va crescendo, a dispetto della medicina ufficiale, cioé tutti coloro che sostengono di soffrire di "Electromagnetic Hypersensitivity", o EHS. Dagli anni Novanta, da quando sono comparsi i ripetitori dei cellulari, un certo numero di persone ha cominciato a denunciare sintomi quali capogiro, nausea, sfoghi della pelle, emicranie, palpitazioni cardiache, debolezza, dolori al petto.

E' nato anche un movimento, con numerosi gruppi di sostegno che si ispirano al libro di Arthur Firstenberg, "Microwaving our Planet", che già nel 1996 spiegava come molti di quei disturbi possano essere causati dall'esposizione alle radiazioni elettromagnetiche. La scienza ufficiale ritiene che non ci sia un rapporto di causa-effetto, e anche se vari esperti pensano che si tratti di un vero problema, credono tuttavia che sia solo psicologico. Il che non significa che queste persone non soffrano di reali disturbi, e che non si trovino meglio quando vanno a stare a Green Bank.

GLI ABITANTI Il 53enne muratore Charles Meckna, che viveva nel Nebraska, si è trasferito qui con moglie e due figli, si è costruito un cottage e dice di non soffrire più delle estenuanti emicranie che lo perseguitavano. Bert e Diane Schou hanno venduto metà della loro fattoria nell'Iowa per ritirarsi a vivere in una casetta di Green Bank. Hanno accesso a internet, ma solo via dial-up: «E' lento e possiamo fare poco, ma siamo in contatto con il mondo» dice Diane, che soffriva di malesseri così debilitanti da essere diventata l'ombra di se stessa. Gli Schou hanno affittato una piccola dependance a una insegnante di canto originaria di San Diego, in California, Deborah Cooney, che solo periodicamente si allontana per andare a tenere concerti e guadagnare abbastanza per mantenersi. Ma anche lei vorrebbe rimanere a Green Bank per sempre: «Quando esco da questa zona, rischio dolori fortissimi e debolezza - si sfoga - Ho paura, solo qui non soffro».

Sabato 13 Dicembre 2014, 00:43 - Ultimo aggiornamento: 00:44

Il caso della bara dell'assassino di Jfk: in vendita la cassa che accolse le spoglie di Oswald

La Stampa

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A poco più di un anno dalle celebrazioni per il 50° anniversario dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, torna a far parlare di sé l’autore dell’omicidio, Lee Harvey Oswald. L’uomo che sparò sull’auto di JFK al passaggio del corteo presidenziale dalla finestra al sesto piano di una scuola di Dallas ha alimentato - tra commentatori e fan del complottismo - le più ingegnose fantasie: su di lui è stato detto letteralmente di tutto. Neanche dopo la sua morte, avvenuta due giorni dopo l’attentato del 22 novembre 1963, ha potuto prendere pace, e non solo metaforicamente: la bara che ha raccolto i suoi resti si trova al centro di una disputa giudiziaria, che vede coinvolto, tra gli altri, il fratello Robert, oggi 80enne.

Tutto comincia a poche ore dall’omicidio di Lee Harvey, ucciso nei sotterranei della stazione di polizia di Dallas dal proprietario di un nightclub. Il fratello Robert stacca un assegno da 710 dollari ad un’agenzia di pompe funebri per il disbrigo delle varie incombenze: l’abito scuro, la cerimonia, i fiori e la tumulazione. E una bara in legno di pino che oggi, a cinquant’anni da quei fatti, torna a far parlare di sé. La cerimonia nel cimitero di Fort Worth fu così scarna che ai giornalisti accorsi per documentarla fu chiesto di portare a spalla la bara con la salma dell’omicida di JFK.

Nel 1981 fu disposta la riesumazione del cadavere per sfatare le tante teorie su cospirazioni e complotti che si andavano alimentando, compresa quella secondo cui Lee Harvey Oswald fosse una spia al servizio dell’Unione sovietica. Confermata l’identità dell’uomo attraverso un test del DNA, i resti furono deposti in un’altra bara e seppelliti di nuovo, mentre l’originale, quella in legno di pino, venne lasciata in deposito nell’agenzia di pompe funebri Baumgardner di Fort Worth.

Oggi, un nuovo capitolo di questa storia che sembra non avere fine: la Baumgardner, dopo aver custodito per anni la bara, riesce a venderla nel corso di un’asta a Los Angeles per oltre 87mila dollari; il fratello di Lee Harvey, lo stesso che aveva staccato l’assegno per il suo funerale, venuto a sapere della transazione, si è attivato per bloccare tutto, definendo l’affare «macabro» in quanto quelle assi di legno deteriorato «non hanno valore storico».

Ma l’agenzia di pompe funebri è passata al contrattacco, difendendo il suo diritto a disporre della bara e contestando al signor Oswald la scelta fatta a suo tempo, di lasciarla cioè in deposito alla Baumgardner, rinunciando quindi ad ogni pretesa futura. Ne è nato, insomma, un vero processo, con tanto di audizioni e testimonianze, conclusosi martedì scorso. Il tribunale di Fort Worth non si pronuncerà prima di Natale.

Robert Oswald non ha partecipato alle udienze per motivi di salute ma ha comunque spiegato le ragioni della sua contrarietà alla vendita in un video mostrato in aula. Si è definito “legittimo proprietario” della bara, giudicando la vendita «di cattivo gusto» ed essendo convinto, tra l’altro, che la cassa fosse stata distrutta dopo l’esumazione. Non la pensa così il signor Baumgardner, titolare dell’agenzia di pompe funebri che ha custodito la cassa per 30 anni, da quando cioè fu riesumato il corpo di Lee Harvey Oswald. Siccome era in pessime condizioni e non avrebbe potuto essere riusata, il signor Baumgardner l’ha sistemata in un magazzino. Al processo ha difeso le sue legittime pretese sulla bara, in quanto nessuno si è mai rivolto a lui per reclamarla, e ha aggiunto che non può essere smontata perché è un “pezzo di storia”.

«Non vuole soldi e non vuole che finisca in un museo» ha dichiarato Gant Grimes, avvocato di Robert Oswald, «vuole solo che venga distrutta». Nel video proiettato in tribunale, tra le altre cose, il fratello dell’omicida del presidente Kennedy ha provato a convincere la corte con una tesi cristallina e lineare: «Non ho mai sentito di qualcuno che compra una bara usata».

Sabato 13 Dicembre 2014, 17:06

In Germania finisce l’era dei treni notturni. Addio allo storico Berlino-Parigi

La Stampa

Le ferrovie tedesche bloccano i collegamenti con la capitale francese che esiste dalla seconda guerra mondiale. Battuto dai voli low cost

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Per alcuni è la fine di un’epoca fatta di lentezza, riflessione, intensità, di una forma di viaggio che ha ispirato tanti artisti nel mondo della letteratura e del cinema. Per altri è solo una questione di ottimizzazione di costi all’epoca dei voli low-cost. Domenica le ferrovie tedesche, Deutsche Bahn (DB), metteranno fine ai collegamenti notturni, storici, con Parigi in partenza dalle città di Berlino, Amburgo e Monaco.

Deutsche Bahn non è più in grado di sostenere economicamente un servizio ai passeggeri che ogni anno produce perdite milionarie a due cifre, ha spiegato l’azienda statale. Il parco vetture sarebbe inoltre vecchio e inadeguato, e necessiterebbe di investimenti che oggi non sono più possibili. Per questo è arrivata la sospensione del servizio. Già a novembre i treni notturni da Copenhagen verso Amsterdam, Basilea e Praga erano stati cancellati. Anche i collegamenti notturni da Varsavia e Praga in futuro non raggiungeranno più Amsterdam, ma si fermeranno ad Oberhausen, trenta chilometri a nord di Duesseldorf, in Nordreno-Vestfalia.

Eppure la rappresentanza dei lavoratori di DB European Rail Service aveva spiegato che il numero dei viaggiatori sui treni notturni era cresciuto negli ultimi dieci anni di 60mila persone, arrivando a 1,5 milioni di passeggeri. Le prenotazioni si esauriscono in genere per tempo e anche con largo anticipo, sostengono ancora. Tutto questo, evidentemente, non basta. 

In Germania non tutti hanno preso bene la scelta, che negli anni ha permesso a milioni di persone di spostarsi fra le capitali d’Europa: ci si addormentava a Berlino e la mattina dopo si era pronti per gustare la colazione in un bistrot parigino. Magari anche contenendo i costi, risparmiando una notte in albergo. O avvantaggiandosi delle tariffe speciali per famiglie, che invece le compagnie aeree non hanno ancora fatto decollare.

Per mantenere attivi i collegamenti notturni di Deutsche Bahn ci sono state petizioni online, manifestazioni dei dipendenti delle ferrovie davanti alla centrale aziendale, nella Potsdamer Platz di Berlino. Persino il Bundestag, il parlamento federale, si è occupato della questione. Ma nemmeno le opposizioni al governo sono riuscite a frenare i piani dei manager dell’azienda di Stato.