venerdì 19 dicembre 2014

Bergamo, bimba abbandonata in strada dal padre. Il gup lo assolve: “È una rom, è abituata”

La Stampa

Stella, 7 anni, lasciata sola sulla scalinata delle poste centrali. Il papà stava facendo l’elemosina. Il giudice: «È lo stile di vita con cui sono destinati a crescere questi bambini».

Un rom è stato assolto dall’accusa di aver lasciato sola per strada la figlia di 7 anni, perché il reato di abbandono di minore «non può configurarsi in un semplice, e programmaticamente momentaneo, lasciare solo un bambino, quando tale circostanza non espone quest’ultimo a nessun pericolo».
«Dirlo sembra cinico, se non addirittura venato di razzismo - ha motivato il giudice la sua decisione secondo quanto riferisce oggi l’Eco di Bergamo - ma è semplicemente realistico quando i bambini stessi sono abituati a queste situazioni e conoscono perfettamente lo stile di vita nel quale sono destinati a crescere; e si ripete, senza che lo Stato-tutela ritenga di intervenire in qualche modo».

La sentenza che sta già provocando un acceso dibattito online, è stata presa dal gup di Bergamo Tino Palestra chiamato a decidere sul caso di un rom bosniaco, vedovo e padre di 10 figli tra i 2 e i 27 anni, denunciato per aver lasciato una delle sue bambine sola per strada. La piccola, Stella, era stata notata da un passante seduta scalinata delle Poste centrali di Bergamo, in via Locatelli. Sono arrivati i vigili che hanno trovato il padre nella stessa zona intento a chiedere l’elemosina e lo hanno denunciato. 

Campo rom Scampia, la denuncia: «In ottocento senza luce e senz'acqua»

Il Mattino

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«Gli abitanti del campo rom di via Cupa Perillo, a Scampia, sono da martedì scorso senza corrente elettrica e senza acqua: 800 persone, di cui ben 200 bambini rimasti al freddo, al buio e con i rubinetti a secco. È l'ennesimo atto che denuncia il clima anti rom in Campania, per questo chiedo al ministro Alfano se non intenda verificare i fatti accaduti e intervenire al fine di garantire i diritti umani fondamentali, nonchè verificare che tutte le risorse stanziate a favore delle comunità rom siano effettivamente utilizzate per le finalità preposte». Lo ha chiesto il senatore campano di Sel Peppe De Cristofaro in un'interrogazione rivolta al ministro dell'Interno.

«Il distacco di servizi essenziali alla sopravvivenza per gli abitanti del campo rom da parte della magistratura si profila come un intervento vessatorio che non risolverà nulla, se non costringerli a trovare espedienti non regolamentari per non soccombere», ha aggiunto il parlamentare di Sel. «Riportare la legalità - ha concluso Peppe De Cristofaro - presuppone uscire dal degrado e mettere in campo politiche adeguate, dunque soluzioni abitative permanenti volte a favorire l'inclusione delle comunità rom e non la loro ghettizzazione, così come ci chiede anche l'Europa».

Quei sigari capaci di accorciare le distanze tra Cuba e gli Stati Uniti

La Stampa
gianni riotta

Sono i politici di nuova generazione, tra cui i repubblicani Ted Cruz e Marco Rubio (in odore di Casa Bianca) a rivendicare il Dna cubano, con lo stesso orgoglio con cui si accende un Cohiba o un Trinidad

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Ogni venerdì, dal tabaccaio di New York La Concha, sulla VI Avenue, detta sulle guide Avenue of The Americas, perché agli angoli pendono gli stemmi di tutti gli stati americani, arriva il sigaraio cubano. È un omino piccolo, scuro in volto, molto simpatico, che apre in vetrina un suo minuscolo desco di legno, stende le foglie di tabacco, larghe, umide, aromatiche, e comincia a confezionare sigari. Con poche parole, narra la sua storia, nato a Cuba, poi emigrato come tanti dalla rivoluzione di Castro 1959, e ora sigaraio, usando tabacco coltivato nella Repubblica Dominicana “da semi cubani”.

Lo guardo spesso, intento alla sua fatica, in una metropoli dove il sindaco businessman Bloomberg proibisce perfino di fumare nei parchi pubblici, con i clienti di La Concha addossati uno ad aspirare sigari come Carbonari ribelli. La leggenda ricorda le ragazze cubane che rollavano le foglie sulla coscia nuda, con un brivido di erotismo che glissava sulla fatica pesante delle operaie. Nella routine dell’artigiano rivedete quei gesti, le foglie interne che fanno da nucleo del sigaro, le più morbide e innervate a rifinire l’involucro. Il sigaro La Concha è più scuro di un cubano tradizionale, ma nel formato Robusto (cinque pollici, circa 15 centimetri) il solo che ormai a Manhattan possa fumarsi d’inverno senza gelare (un Robusto brucia per una trentina di minuti) è splendido.

Ma a farmi ammirare il sigaraio cubano della Sesta Avenue non è il gusto per i “puros” i sigari cubani. È la sua strenua lotta per l’identità. Via dall’Avana, via da Cuba, perduti la barba e il basco trade mark alla Rivoluzione, è il sigaro “da semi cubani” il suo richiamo alla Patria. Patria o Muerte, Venceremos, Hasta la Victoria Siempre, gli slogan frusti della lontana utopia castrista, resi una maschera grottesca da decenni di repressione, carcere speciale, povertà, subalternità ai regimi peggiori, dall’Urss al Venezuela, prostituzione dilagante, si riscattano per lui nel fumo azzurrino di un sigaro.

Non cubano no, che l’embargo imposto dal presidente John F. Kennedy nel 1962, non lo permette, né di contrabbando, come quelli che innumerevoli manager, diplomatici e politici “smuggle”, introducono di soppiatto negli Stati Uniti. No, un sigaro cubano “di seme”, di storia, tradizione, Dna, amore. I cubano-americani sono meno pronti di eredi di altre etnie a rivendicare il patrimonio passato, come se la trincea fosse sempre aperta sul mare azzurro tra Florida e Varadero, che i balseros, i dannati delle zattere sfidano, a rischio di squali, sognando l’asilo politico a Miami.

I tedeschi sono fieri del generale Schwarzkopf, gli svedesi del senatore Mondale, gli italiani del governatore Cuomo, gli ebrei di Woody Allen, gli africani del jazz, da Armstrong a Marsalis, i Wasp del rigore di Bush padre, gli irlandesi del calore di Kennedy e Bush, i francesi del fascino della Jacqueline Kennedy Bouvier. Ma i cubani? Chi ricorda che il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, il re del cool Sammy Davis junior, le stelle dello spettacolo Gloria Estefan, Andy Garcia, Eva Mendes, Pitbull, Cameron Diaz, Desi Arnaz, l’asso del baseball Jose Canseco, hanno sangue cubano? Pochi. Sono i politici di nuova generazione, tra cui i repubblicani Ted Cruz e Marco Rubio (in odore di Casa Bianca) a rivendicare il Dna cubano, con lo stesso orgoglio con cui si accende un Cohiba o un Trinidad.

Malgrado certi titoli enfatici e scorretti in Italia (ma che fine hanno fatto le scuole e i manuali del buon giornalismo?) l’embargo Usa non è caduto contro Cuba. Tocca al Congresso –a maggioranza repubblicana sia alla Camera che al Senato- eliminarlo, e l’azione del Presidente per ora apre solo la strada. Resta vietato portare sigari cubani da qualunque paese, se introducessi due Cohibas dall’Italia il doganiere potrebbe ancora sequestrarli. Per capire davvero cosa succede consultate il sito della rivista Cigar Aficionado www.cigaraficionado.com che ha parlato con gli esperti del Ministero del Tesoro: Obama permette di portare fino a 100 dollari in sigari a chi viaggia da Cuba agli Stati Uniti, ma poiché

nessuna scatola da 25 sigari –confezione standard- ha quel prezzo, non resta che comprare sigari sfusi o del mercato nero, spesso falsi imbottiti di segatura o polveraccia di scarti di tabacco tritati. E allora? E allora fino a che la battaglia al Congresso non sarà conclusa con l’addio all’embargo, non resta che aspirare ai sigari La Concha da “semi cubani”, rollati dal sigaraio silenzioso, e fumati nell’ultimo parco di New York che ancora lo permette. Quale? Non posso dirlo in pubblico, in attesa del via libera a dei veri sigari cubani negli Usa scrivetemi www.riotta.it o twitter @riotta per l’indirizzo: El Pueblo Fumador Unido Jamás Será Vencido.

La grande truffa ai francescani, i poveri di Assisi sull’orlo del crac

La Stampa
giacomo galeazzi

L’appello del ministro generale Perry a tutti i frati: sono state compiute dubbie operazioni finanziarie, siamo pieni di debiti, pregate e offrite un contributo finanziario


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Francescani sull’orlo della bancarotta. Tre mesi di indagini e ora l’allarme per un «buco» di svariati milioni di euro. Lo scandalo, secondo «Panorama», è scoppiato nel mese di ottobre e anche il Papa è venuto a saperlo.

Armi e droga
La procura svizzera avrebbe sequestrato alcuni depositi della congregazione dei frati minori francescani, per decine di milioni di euro, perché investiti in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti. Si parla addirittura di armi e droga. Gli investimenti risalgono al periodo in cui era superiore dei frati minori José Rodriguez Carballo, oggi segretario della Congregazione per i religiosi. 

Sull’orlo della bancarotta
Adesso, comunque, l’ordine fondato dal «poverello» di Assisi si ritrova sommerso dai debiti. Ad alimentare il passivo sarebbe stato anche l’hotel «Il Cantico», ristrutturato recentemente a via Gregorio VII a Roma e utilizzato anche dalla Cei per la tradizionale cena con i giornalisti durante l’assemblea generale. La gestione del «Cantico» è affidata proprio all’ex economo generale, padre Giancarlo Lati, sostituito da padre Silvio De La Fuente, ufficialmente per motivi di salute. È una «grave situazione di difficoltà finanziaria» quella che, in una lettera a tutti i frati, documenta il ministro generale, padre Michael Perry. Nel mirino le operazioni «dubbie» condotte proprio dall’economato. Sotto accusa «il ruolo significativo che alcune persone esterne, che non sono membri dell’Ordine, hanno avuto nella faccenda». Imminente il ricorso alla magistratura, nel sospetto di una maxi-truffa. 

L’intervento risanatore
L’ordine si è affidato a un «team di avvocati altamente qualificati» e ha avviato una serie di iniziative per riprendere il controllo sella situazione. Dopo la sostituzione dell’economo, è stato chiamato da Salerno per affrontare l’emergenza padre Pasquale Del Pezzo, esperto in questioni economiche e amministrative. È lui il delegato speciale per gli affari economici della Curia generale. Perry dichiara di comprendere la «delusione» di molti tra i confratelli e segnala come incoraggiamento l’esempio offerto da «Papa Francesco nel suo appello alla verità e alla trasparenza nelle attività finanziarie sia nella Chiesa che nelle società umane». Negli istituti dell’ordine si mostra sorpresa.

«Devo approfondire le questioni contenute nelle lettera», commenta padre Rosario Gugliotta, custode della Porziuncola e della basilica di Santa Maria degli Angeli in Assisi. Il predecessore di Perry alla guida dei Frati Minori, José Rodriguez Carballo, ora in Vaticano come segretario della Dicastero dei religiosi, è il firmatario con il cardinale Joao Braz de Aviz, delle nuove «Linee orientative» per l’amministrazione dei beni degli ordini religiosi, contro le «finanze allegre». Scrive padre Perry: «A noi francescani non è richiesto che di dare testimonianza ai valori che professiamo come fratelli del Vangelo e della vita evangelica. Dobbiamo confidare nel fatto che, seguendo il corso della verità, Dio ci guiderà nel cammino di conversione».

The Interview”, Sony cancella l’uscita del film sulla Nord Corea dopo le minacce degli hacker.

La Stampa

Cade nel vuoto l’appello di Obama, che aveva detto: “Andate al cinema senza paura”

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Hanno vinto gli hacker: Sony ha deciso di ritirare dal mercato il film The Interview. Cancellata non solo la data di uscita di Natale, ma anche ogni progetto d’uscita in tv on-demand o con l’home video, della pellicola che ironizza sul regime dittatoriale nordcoreano e sul suo leader Kim Jong-Un.
La notizia è arrivata nella serata di mercoledì, dopo che gli hacker avevano minacciato un attacco terroristico stile 11 settembre e che molti esercenti cinematografici avevano fatto sapere di aver cancellato il film dalla programmazione nelle loro sale.

Eliminato dal sito di Sony ogni accenno al film che vede James Franco e Seth Roger nei ruoli di un conduttore televisivo e del suo produttore che tentano di mettere a punto un piano per eliminare il dittatore nordcoreano. «Sony Pictures non ha ulteriori progetti di uscita per il film», ha detto un portavoce della casa giapponese.

Cade nel vuoto quindi l’appello di Barack Obama. «Il cyberattacco è molto serio, stiamo indagando - aveva affermato il presidente Usa poche ore prima dell’annuncio - . Saremo vigili e se vedremo qualcosa allerteremo il pubblico. Ma la mia raccomandazione è andate al cinema». Tuttavia molti esercenti cinematografici avevano già fatto sapere di aver cancellato il film dalla programmazione nelle loro sale.

Intanto il cyber attacco ai danni di Sony sta assumendo le proporzioni della crisi diplomatica da quando fonti investigative hanno fatto sapere che ci sarebbe proprio il regime dittatoriale nordcoreano dietro il crimine informatico. «Gli Stati Uniti stanno investigano sui responsabili. Un aggiornamento sarà fornito a tempo debito», ha detto il portavoce del National Security Council della Casa Bianca che, senza mai nominare la Nord Corea, ha fatto sapere che «Il governo degli Stati Uniti sta lavorando senza sosta per assicurare alla giustizia i responsabili di questo attacco e che una serie di opzioni di risposta sono state prese in considerazione».

Durante la giornata di mercoledì varie testate giornalistiche fra cui CNN e Times erano venute a sapere da fonte anonima che collegamenti importanti erano stati trovati fra il regime dittatoriale di Kim Jong-Un e l’attacco informatico. Fonti ufficiali dell’FBI, che sta investigando sul caso, non hanno confermato: «Non ci sono al momento dichiarazioni ufficiali perché l’indagine è ancora in corso. È prevista però la diramazione di un comunicato ufficiale entro 24 ore». Secondo il New York Times gli investigatori stanno cercando di capire se l’attacco degli hacker sia avvenuto o meno con l’aiuto di uno o più interni alla Sony.

Lungi dall’essere finita, la saga di Sonyleaks si arricchisce ogni giorno di un nuovo capitolo e al momento, al contrario di quanto succede nella migliore tradizione cinematografica hollywoodiana, i buoni non stanno affatto vincendo .



Non solo “Sony Hack”. Reti infette da tutti i continenti, così si fanno le cyber-guerre
La Stampa
carola frediani

Coinvolta anche l’Italia, ma la vicenda rimane un’enigma

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Allo stato attuale il «Sony Hack» - come è chiamato il clamoroso attacco informatico contro Sony Pictures - resta un enigma. Ancora non si ha certezza di come sia avvenuto, di quando sia effettivamente iniziato (si sa solo quando è stato scoperto, il 24 novembre), da chi sia stato eseguito e perché. Non solo ci sono in campo teorie contrastanti, ma ognuna di queste presenta contraddizioni interne e angoli ciechi. Dunque è bene partire da quello che si sa.

La violazione informatica subita da Sony è una delle più pesanti mai registrate da una grande azienda americana. C’è chi ha stimato 85 milioni di dollari di danni, e questo prima che la programmazione di The Interview venisse cancellata. L’attacco è stato condotto usando un malware, cioè un software malevolo, che non solo ha copiato 100 terabytes di dati privati dell’azienda ma ha anche cancellato gli hard disk diffondendosi nella rete aziendale attraverso i servizi Windows. 

Sebbene il malware non fosse di per sé molto sofisticato, il modo in cui è stato utilizzato mostra una notevole conoscenza della infrastruttura interna di Sony da parte degli attaccanti. Per questo qualcuno pensa che possa essere coinvolto anche un insider, magari qualche ex dipendente. 

Non si sa come originariamente il malware sia arrivato sui server Sony, ma era controllato dagli hacker attraverso una rete di computer infetti - le prime indiscrezioni li collocano a Singapore, Bolivia, Polonia e pure Italia - attraverso i quali passava la catena di comando. Questo apre il capitolo di quella che in gergo di chiama «attribuzione». Che, nel mondo della sicurezza informatica, è l’aspetto più spinoso. 

Hacker competenti non solo sanno nascondere la propria localizzazione (l’indirizzo IP) ma possono anche fingere che un attacco parta da tutt’altro soggetto o luogo. Il depistaggio è parte integrante dell’azione di hacking. E anche nel caso si riesca a ricondurla a individui di un certo Paese, sarebbe comunque difficile stabilire - a meno di esplicite rivendicazioni o che si tracci fino a un ufficio statale - se si tratta di una campagna promossa dal suo governo o condotta in modo autonomo da simpatizzanti. 

Ieri indiscrezioni del governo e dell’intelligence americana hanno puntato sempre più il dito sulla Nord Corea, che era in ballo da subito, anche se con molte perplessità da parte degli esperti. Pyongyang da anni recluta nelle università un piccolo esercito di cyber-guerrieri, che fonti sudcoreane stimano sulle tremila unità. Alcune - come la Unit 121, menzionata proprio da funzionari Usa nell’affaire Sony - avrebbero un distaccamento in Cina.

Al di là dell’anatema di Pyongyang scagliato mesi fa contro il film, gli indizi più forti a favore della pista nordcoreana riguardano l’analisi del malware utilizzato, che in passato è stato usato contro alcune banche della Corea del Sud e la compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita. Nel primo caso erano sospettati i nordcoreani, nel secondo caso gli iraniani. Per altro vari studi mostrano una collaborazione fra queste due nazioni, almeno sul fronte cyber.



5 cose da sapere sull’attacco hacker a Sony
La Stampa
bruno ruffilli

Il film “The Interview” ritirato. Che cosa è successo davvero? E che cosa è stato rubato?


Il 24 novembre un gruppo di hacker ha forzato le protezioni informatiche di Sony Pictures Entertainment (la casa cinematografica americana, che fa parte del colosso giapponese Sony), riuscendo a installare nei computer un software che prima ne copia i dati e li invia a un server remoto, poi li cancella dall’hard disk. Per una settimana, Sony Pictures ha cercato di limitare i danni disattivando le reti di computer interne, sostituendo i pc infettati e invitando i dipendenti a lavorare con carta e penna.

Chi è stato?
L’attacco informatico è stato rivendicato da un gruppo che si fa chiamare Guardians Of Peace (GOP). Dietro questa sigla potrebbe nascondersi un’organizzazione simile ad Anonymous, qualche ex impiegato di Sony, dei cyberterroristi, o, come pare più probabile, persone vicine alla Corea del Nord. Lo fanno pensare i diversi riferimenti al film The Interview, in cui si racconta in modo grottesco la vita dell’attuale presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un. A conferma di questa tesi c’è anche il fatto che nel codice del malware che ha infettato i computer di Sony sono state trovate alcune parole in coreano.

Da tempo la Corea del Nord impiega gli hacker: sono circa seimila, operano di solito ai confini con la Cina, ma anche in Siria o negli Emirati Arabi in modo da non essere rintracciati facilmente. Uno degli indirizzi da cui provengono le mail di minacce è riconducibile a un albergo di Bangkok, che potrebbe essere stato usato come base). Va detto che ufficialmente la Corea del Nord ha smentito un coinvolgimento nell’attacco, ma ha espresso una certa soddisfazione per il fatto che The Interview non uscirà.

Cosa hanno rubato gli hacker?
Sono stati trafugati circa 2 Terabyte di dati, una quantità enorme, che comprende anni di mail dei dirigenti di Sony Pictures, un certo numero di numeri e password di carte di credito, i numeri della Social Security di 47mila dipendenti, ma pure contratti, stipendi, immagini e anche qualche film per intero, come Annie, che circola da qualche giorno su internet. Solo una piccola parte del materiale rubato è stata resa nota: tra queste ci sono ad esempio mail dove il produttore Scott Rudin descrive Angelina Jolie come una ragazzina viziata senza talento, il titolo e il budget del nuovo James Bond (il film si chiamerà Spectre e costerà 50 milioni di dollari più del precedente Skyfall), e anche la travagliata genesi del film su Steve Jobs, che alla fine Sony lascerà a Universal. 

Sony poteva evitare l’attacco?
Secondo gli esperti di sicurezza informatica, il 90 per cento delle aziende non sarebbe stato in grado di resistere all’attacco dei Guardians Of Peace. Non sono dello stesso parere i dipendenti, che ora minacciano di avviare una class action contro Sony Pictures, che non sarebbe stata in grado di difendere adeguatamente i loro dati. Se infatti le informazioni su film e celebrità attengono al gossip, o al massimo alla strategia commerciale, la diffusione di informazioni personali è una grave violazione della privacy (e ci sono anche dati su spese mediche e malattie, non solo di chi lavora per Sony, ma anche della sua famiglia). 

È il primo attacco informatico contro Sony?
No. È uno dei più gravi della storia, ma ha fatto meno rumore, all’inizio almeno, rispetto all’attacco di cui fu vittima Sony Playstation Network il 17 aprile 2011. Il servizio, legato alle console per videogiochi ma utilizzato anche da alti servizi dell’azienda giapponese, rimase fuori uso per 23 giorni. Soltanto il 4 maggio Sony confermò l’attacco, rivelando che 77 milioni di account erano finiti nelle mani degli hacker e che tra i dati c’erano numeri di carte di credito, indirizzi mail, password e molto altro. Da allora altri attacchi hanno coinvolto aziende importanti come eBay, Home Depot, Target, JPMorgan Chase e anche la stessa Sony. 

Così la Coop fa i soldi con la finanza

Ivan Francese - Gio, 18/12/2014 - 17:49

Nei bilanci delle cooperative rosse la finanzia pesa molto più della gestione industriale dei classici ipermercati

Una volta il denaro era lo sterco del diavolo, nell'immaginario collettivo della sinistra. Un pregiudizio ancora vivo, direbbero molti.



Un ricordo del passato, dicono i numeri che emergono dai bilanci delle Coop rosse. Secondo le più recenti analisi sui conti delle maggiori cooperative di consumo, a far sorridere le Coop è la finanza, non gli ipermercati a cui tutti siamo abituati a pensare. E il gap non è certo piccolo. Nel 2013 le Coop hanno ricavato più soldi dalle operazioni finanziarie che non dagli ipermercati: a svelarlo è un'indagine di R&S Mediobanca, secondo cui il saldo tra proventi e oneri finanziari - ossia la gestione finanziaria - delle principali Coop di consumo del Paese ha fruttato alle Cooperative un saldo in positivo di 210 milioni. La gestione industriale delle Coop, per contro, ne frutta "appena" 47,1.

Il centro studi di R&S Mediobanca ha pubblicato un rapporto specificamente rivolto ad analizzare la situazione dei maggiori gruppi della grande distribuzione in Italia, passando al setaccio i conti delle undici principali cooperative. Spulciando i dati presentati dal centro studi di Piazzetta Cuccia, si apprende che nel 2013  i proventi finanziari hanno pesato per l'1,9% sui ricavi aggregati del 2013, pari a 11,2 miliardi di euro. Il reddito della gestione industriale - o margine operativo netto - incide invece solo per lo 0,4%. Negli ultimi quattro anni 2009-2013 la gestione finanziaria ha fruttato alle Coop proventi per 889 milioni di euro; gli utili lordi provenienti dalla gestione industriale, per lo stesso periodo, sono invece pari a 249 milioni.

Scendendo più nello specifico della gestione finanziaria, si scopre come, nel quadriennio preso in esame, il portafoglio titoli delle Coop ha subìto svalutazioni per 713 milioni (97 nel 2013), per un saldo positivo di 180 milioni. Tra i 12,2 miliardi di investimenti presi in considerazione, 1,3 miliardi sono titoli di Stato, 2,4 miliadi obbligazioni e 2,1 miliardi obbligazioni, soprattutto del gruppo Unipol.

Infine vanno ricordati il miliardo e mezzo di titoli immobilizzati - in gran parte ancora una volta titoli di Stato - e due miliardi in liquidità. Un ruolo decisivo è svolto poi dai 10,8 miliardi di finanziamenti raccolti dai soci, in crescita del 3,4% rispetto al 2012: un fattore chiave nell'alimentazione degli investimenti. Per quanto riguarda i bilanci, invece, sei coop su undici hanno chiuso con una gestione industriale in negativo: tra le peggiori Ipercoop Sicilia (-9,4% dei ricavi) e Unicoop Tirreno (-3,2% dei ricavi).  Nel 2013 le coop che hanno chiuso in passivo sono scese a quattro, proprio grazie alla finanza.



Spesi 24 milioni per i rom: così la cupola li intercettava

Gian Maria De Francesco - Gio, 11/12/2014 - 12:13

A Roma nel 2013 ogni nomade è costato 4.700 euro. Ecco perché le coop di Buzzi stipendiavano i politici per aggiudicarsi la gestione degli insediamenti

Roma - «Noi quest'anno abbiamo chiuso con 40 milioni ma tutti i soldi utili li abbiamo fatti sugli zingari, sull'emergenza alloggiativa e sugli immigrati». È il 20 aprile del 2013 e in un'intercettazione Salvatore Buzzi sta spiegando il suo business corruttivo, consistente nello stipendiare alcuni referenti nella giunta Alemanno e nella giunta Zingaretti per aggiudicarsi gli affidamenti diretti per la gestione delle emergenze sociali. E quella dei campi nomadi è un'attività che consente alla Coop 29 Giugno di raggiungere un fatturato di tutto rispetto. Al di là del risvolto criminale, c'è un aspetto da chiarire: perché la gestione dei campi nomadi è diventata un affare?

La risposta è complessa se si guarda a tutto il territorio nazionale. In Italia le popolazioni rom, sinti e camminanti constano di circa 170mila unità e rappresentano circa lo 0,25% dei residenti sul nostro territorio. La loro fiera volontà di non integrarsi con gli «stanziali» obbliga le amministrazioni ad allestire appositi spazi. Ma se a Milano e Napoli la spesa, a livello di stanziamenti nei bilanci comunali, è di circa 3 milioni di euro, a Roma il business è molto più grosso. Nel 2013 - secondo un report dell'Associazione 21 Luglio - nella Capitale sono stati spesi oltre 24 milioni per la gestione di 8 villaggi della solidarietà e tre centri di raccolta.

È superfluo ricordare che la maggior voce di costo sia legata al campo nomadi di Castel Romano gestito dalla Eriches 29 di Salvatore Buzzi che l'anno scorso è costato alla collettività oltre 5,3 milioni di euro dei quali 2 milioni sono stati intascati direttamente da Buzzi & C. (anche tramite la Coop 29 Giugno). I maggiori ricavi sono stati ottenuti dal consorzio «Casa della solidarietà» che fa capo alle onlus cattoliche (4,2 milioni) e che nelle intercettazioni viene citato come

«l'Arciconfraternita». Considerato che nei campi di Roma vivono circa 4.400 rom la spesa pro capite nel 2013 è stata di circa 4.700 euro (escludendo dal computo le spese per gli sgomberi). Il campo più «caro», ça va sans dire , è sempre quello di Castel Romano: dalla sua creazione nel 2005 a oggi una famiglia composta da 5 persone è costata al Comune di Roma oltre 270mila euro.

Ecco perché nel novembre 2012 l'indomabile Salvatore Buzzi era intento ad «addomesticare» l'assestamento del bilancio capitolino: dove si sarebbe potuta trovare un'altra gallina dalle uova d'oro? «Siccome l'assestamento è il 30 novembre, apposta, se lui (il sindaco Alemanno, ndr ) riesce a far sta cosa ... o fa un debito fuori bilancio che è la stessa cosa... l'importante è che decidano», affermava. L'obiettivo, scrive la Procura, era reperire quei 2 milioni (riscontrati dall'Associazione 21 Luglio in tempi non sospetti, ndr ) fuori bilancio, sanando così le disposizioni del maxi-emendamento, che assegnava 15 milioni ai soli minori.

In conclusione, ci si può porre una domanda. Se quei 4.700 euro per nomade fossero stati assegnati ai diretti interessati, che cosa si sarebbe potuto fare? Il canone di affitto/riscatto di un appartamento di edilizia popolare di una novantina di metri quadri vale circa 300 euro al mese, 3.600 euro all'anno. Oltre 1.100 euro in meno per individuo che moltiplicato per l'intera comunità fa un risparmio di circa 5 milioni. Ma le Coop - rosse o bianche che siano - portano voti...



La truffa delle cooperative sui contributi per i nomadi

Sergio Rame - Gio, 18/12/2014 - 17:52

Dal "libro nero" di Buzzi spunta il business sul campo di Castel Romano: "I rom sono 150, ma te ne pago 300". Una truffa iniziata durante la Giunta Veltroni

Il sistema, poi, è più o meno lo stesso. Con Salvatore Buzzi, il ras delle coop al centro dell'inchiesta "Mafia Capitale" che, grazie agli agganci in Campidoglio, che faceva palate di soldi con i nomadi. Analizzando il "libro nero" di Nadia Cerrito e Paolo di Ninno (segretaria e commercialista di Buzzi) gli investigatori hanno messo in luce la truffa della moltiplicazione dei rom di Castel Romano.
Sul "libro nero" di Di Ninno spunta la "spartizione dei proventi derivanti dalla realizzazione" del campo di Castel Romano.  

"Si evidenzia che la moltiplicazione 300x9, 85x365 - spiegano i carabinieri - sta indicare il numero di persone indicate come ospitate presso il campo F (quello di Castel Romano, ndr) moltiplicate per il costo procapite giornaliero e poi per i 365 giorni". Grazie alle intercettazioni i militari hanno messo a nudo il conteggio fittizio: "Il numero delle persone realmente presenti, a detta degli indagati, era stato aumentato perché  risultasse maggiormente favorevole ai guadagni del sodalizio".

Un sistema ben oliato che ha inizio quando al Campidoglio c'è Walter Veltroni. È, infatti, in quegli anni che ha inizio il sodalizio tra Buzzi e Claudio Odevaine, ex vice capo gabinetto di Veltroni. "Perché a me 'na grande mano me l'ha data per quel campo nomadi Massimo, perché un milione e due, seicento per uno, chi cazzo ce l'ha un milione e due cash?", ha spiegato lo stesso Buzzi all'imprenditore Giovanni Campennì.

Tra la Giunta Veltroni e la Giunta Alemanno c'è stata continuità. Al capo della coop "29 Giugno" è bastato rivolgersi direttamente a Carminati per avere l'aggancio giusto in Campidoglio. "Noi paghiano - gli hanno spiegato al Comune di Roma - ti paghiamo 300 persone, in realtà ce ne sono 150". E la truffa è fatta.

Ladri sfrontati, svuotavano 15 case a notte: «Amore, vuoi l'i-Phone?»

Il Mattino
di Marco Aldighieri

Intercettati al cellulare i tre malviventi albanesi arrestati dai carabinieri. Alla moglie dicevano: «Cara ho tremila euro, cosa vuoi per Natale?»

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PADOVA - Non avevano paura di nulla. Né dei carabinieri e né della giustizia. Anzi, più volte intercettati, si sono presi gioco dell’Italia. «Qui facciamo tutto quello che vogliamo e rimaniamo impuniti» si dicevano uno all’altro comunicando con i telefoni cellulari, usati come una ricetrasmittente.

In pratica si chiamavano solo tra di loro per organizzare i colpi. Ma la loro sicurezza di non essere catturati è svanita l’altra mattina, quando i tre predoni albanesi sono stati arrestati nella pensione di lusso di Cermes, in provincia di Bolzano, dove avevano creato il loro covo. La banda ha effettuato una serie di furti in abitazione, almeno otto, tra Montegrotto ed Este. I carabinieri del Nucleo radiomobile, sotto il comando del capitano Angelo Pisciotta e del tenente Vito Franchini, hanno iniziato a tenerli d’occhio, a pedinarli.

Circa un mese fa li hanno inseguiti fino a Rovigo e simulando un controllo occasionale li hanno identificati e denunciati perchè in possesso di arnesi da scasso. Inoltre uno dei tre è stato anche denunciato perchè guidava la Ford Fusion senza avere mai conseguito la patente. E l’escamotage è servito ai militari per mettere sotto controllo i telefoni cellulari dei tre predoni. Rubare lo chiamavano "lavoro" e anche i loro parenti in Albania sapevano che di mestiere sono ladri. In questi giorni prima delle feste i tre hanno più volte chiamato le mogli. Uno in particolare ha detto alla compagna: «Ho tremila euro, che regalo vuoi per Natale?». E lei ha risposto una collana di perle, mentre un’altra moglie voleva un iPhone 6.

I tre nelle ultime due settimane si erano spinti a rubare in provincia di Trento. In una sola notte sono capaci anche di svaligiare 15 abitazione. I carabinieri in zona Montegrotto, riuscendo a pedinarli, hanno sventato una ventina di colpi. La loro carriera di ladri è terminata, almeno per un po’, l’altra mattina quando i militari coordinati dal tenente Vito Franchini sono andati ad arrestarli a Cermes. La loro sorpresa nel vedere i carabinieri di Padova è stata notevole, perchè davanti avevano gli stessi uomini dell’Arma che li avevano fermati a Rovigo.

Ai tre sono stati attribuiti gli otto furti commessi e venti furti tentati. Mezzo chilo di oro (fedi nuziali, orologi, anelli e collane) è stato trovato interrato nel giardino della pensione. In manette sono finiti Edison Lica di 21 anni, il capo catturato nel giorno del suo compleanno, e Blerim Lleshi di 25 anni e Halil Miftari di 23 anni. Il boss ha provato a scappare dalla stazione dei carabinieri di Merano, lanciandosi da una finestra del primo piano. É stato subito ripreso ed è finito nei guai, oltre che per furto e ricettazione, anche per il reato di evasione.

L’arresto dei predoni è stato così commentato dal sindaco Massimo Bitonci: Ringrazio carabinieri e forze dell'ordine per il prezioso lavoro che fanno quotidianamente per arginare un'emergenza criminale che pesa tanto in provincia di Padova, quanto in tutto il Paese. Ieri i carabinieri hanno arrestato tre albanesi, specializzati in furti, che ora rischiano di essere scarcerati. Intercettati dagli inquirenti, scherzavano dicendo che in Italia per questo genere di reati si rischia ben poco – prosegue – Ora mi attendo che il PD scenda in piazza contro il suo segretario. Da che parte sta la Moretti? Dalla parte dei cittadini derubati o di Renzi che scarcera i ladri?»

L'Asl la convoca per una mammografia, ma la signora è morta di tumore da 11 anni

Il Mattino
di Teresa Scalzone

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CASERTA - «La Signoria Vostra è invitata a recarsi presso il Distretto 20, Centro Mammografico I liv., in via Tevere a Villa Literno, il giorno 22 dicembre 2014, alle ore 10, per praticare la mammografia. Ricordi di portare con sé il presente invito e l’ultima mammografia se in suo possesso. Se fosse impossibilitata a presentarsi nella data sopra indicata può contattarci per concordare un nuovo appuntamento». È la dicitura sulla lettera dell’Asl di Caserta per lo screening rivolto a tutte le donne in età compresa fra i 50 e i 69 anni che l’Azienda Sanitaria Locale di Caserta sta portando avanti per la diagnosi precoce delle patologie della mammella tramite appunto la «mammografia», praticata gratuitamente ogni due anni, senza prescrizione medica.

Un’iniziativa senza dubbio importante visto che l’arma più efficace nella lotta al tumore è la prevenzione. Peccato però che la destinataria dell’invito sia una signora di Casal di Principe deceduta nel lontano 2003, sempre a causa di un tumore.