martedì 23 dicembre 2014

Esselunga apre a Livorno dopo 13 anni di attesa

La Stampa

Caprotti vince la sua battaglia. Il sindaco grillino Nogarin: «200 nuovi posti di lavoro»

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Bernardo Caprotti vince la sua battaglia. Sono stati necessari 13 anni e una giunta Cinquestelle perché Esselunga riuscisse a sbarcare a Livorno. Lo farà con un supermercato di 4mila metri nell’area ex Fiat di viale Nievo che riqualificherà tutta l’area. Ad anticipare l’accordo raggiunto con l’azienda oggi il sindaco Filippo Nogarin. 

«Si tratta di un investimento che porterà in città 200 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato - ha spiegato il primo cittadino - e un accordo di Esselunga di utilizzare il polo ortofrutticolo livornese e il mercato ittico livornese per l’approvvigionamento dei supermercati toscani. Abbiamo risolto anche le preoccupazioni dei commercianti del quartiere in cui verrà realizzato il supermercato, eliminando le fidelity card e battendo una moneta alternativa che potrà essere spesa soltanto nei negozi del quartiere. Così il polo di attrazione di Esselunga sarà anche attrattivo per gli stessi commercianti».

Dalla rehab all’amore delle madri, così l’Europa prova a rieducare i jihadisti

Corriere della serea

di Marta Serafini
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«Mamma, io parto». Tre parole e di Ahmed non si sono più avute notizie. Diciannove anni, nato e cresciuto in Germania, genitori di origini egiziane, padre operaio e madre casalinga, entrambi musulmani. Ma non integralisti. Prima Ahmed si è fatto crescere la barba, si è sposato con una ragazza musulmana. Poi ha smesso di bere alcool, non ha più voluto festeggiare il Natale e ha iniziato a insultare la sorella per le gonne troppo corte e il trucco pesante. Fino a un momento prima giocava alla Playstation e chattava su Facebook. Il giorno dopo era in Siria, in un battaglione di Isis. Come Ahmed in Germania sono 300 i giovani che sono partiti. Ma anche l’Italia, Francia, Danimarca, Olanda, nessuno si salva. Secondo il New York Times sono oltre 12 mila i foreign fighters arruolati all’ombra della bandiera nera del Califfato. Di questi, buona parte vengono dall’Europa. Giovanissimi, più occidentali che medio orientali, nella maggior parte dei casi non parlano nemmeno l’arabo. Quasi impossibile controllarli tutti.

Difficile anche trovare le prove del loro coinvolgimento e farli condannare dai tribunali. «Il diavolo non conosce frontiere», ha tuonato il segretario di Stato americano Kerry poche ore dopo che Obama aveva dichiarato guerra a Isis, «ovunque sia».  Così mentre gli Stati Uniti intensificano i raid, nel Vecchio Continente alle attività di intelligence e di polizia, vengono affiancati altri metodi. Prevenzione e deradicalizzazione, le chiamano gli esperti. Per chi semplifica si tratta di rehab, riabilitazione. Che, tradotto, significa cercare di impedire che i giovani cadano nella rete dei reclutatori. E, se sono già partiti, che tornino a casa e riprendano a condurre una vita normale. Il tutto facendo leva soprattutto sui familiari di sesso femminile. Dalle sorelle passando per le mogli fino alle madri, figure fondamentali nella cultura islamica.

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In un ufficio al piano terra, alla periferia di Berlino, Daniel Köhler è al lavoro. Ventinove anni, laurea in scienze politiche. Dopo aver studiato i movimenti estremisti, ottiene un contratto da consulente per combattere il neonazismo. Poi, nel 2011 ha creato Hayat, programma di supporto per i famigliari di persone che vogliono fare o fanno già parte di gruppi radicalisti islamici. «Fatte le opportune distinzioni  – il processo di ideologizzazione per i movimenti di destra è più lento – ci sono dei punti in comune tra tutti gli estremismi», spiega. «Per i più giovani l’inizio della radicalizzazione coincide con l’adolescenza, la jihad diventa una valvola di sfogo del malessere e delle ingiustizie terrene».

Tre le tipologie di casi che affronta: chi vuole partire, chi è già partito e chi è tornato. Per ciascuno di questi profili, un tipo di intervento diverso. Ma laddove è possibile, si fa leva sulla famiglia che si può rivolgere ad Hayat attraverso un numero governativo o una linea privata. «Uno degli attori più importanti per la cultura jihadista è la figura materna», continua Köhler. Già, perché secondo la sharia è la madre che deve dare la benedizione a chi va a combattere. «Non di rado per convincere un ragazzo a rientrare abbiamo lavorato sul rapporto con le figure femminili della famiglia», racconta.
Madri e sorelle per convincerli a rientrare
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In uno degli ultimi casi che ha trattato, il team di Köhler ha seguito passo passo tutti le conversazioni via mail e via Skype tra il ragazzo e i suoi genitori. «Soprattutto nei primi contatti il livello di aggressività è alto, propaganda e lavaggio del cervello hanno fatto il loro lavoro, chi è casa viene accusato di essere un traditore, di non capire, di avere le mani sporche del sangue dei fratelli musulmani. Per il recupero però è fondamentale che il ragazzo non si trovi davanti un muro». Si agisce per gradi. Non di rado si usano le tecniche utilizzate per il recupero dei tossicodipendenti e degli aggressori sessuali. «Se il soggetto inizia coi proclami, bisogna riportare la conversazione su un livello normale, chiedendogli cosa ha mangiato, se sta bene, se ha freddo».

Una goccia nel mare? Forse. Ma niente va lasciato intentato. Bisogna tenere conto anche delle differenze di genere. Ai maschi i reclutatori mostrano video violenti, alle ragazze viene raccontato  che nel Califfato potranno trovare un buon marito e contribuire a qualcosa di grande. Per demolire il lavoro della propaganda si collabora con la polizia, con gli psicologi e i mediatori culturali. Nelle scuole, nelle moschee, nelle carceri, per strada. «Negli ultimi quattro anni Hayat, grazie a una squadra di 20 persone, ha trattato più di 100 casi, di cui 60 sono andati a buon fine. Nessuna ragazza però è tornata indietro, solo maschi. Certo è difficile parlare di casi di successo soprattutto con chi è partito», conclude Köhler.

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Quando Ahmed è tornato indietro non era più lo stesso. È stata la madre a convincerlo a lasciare la Siria. «Fermati in Egitto e decidi cosa vuoi fare della tua vita», gli ha detto in una delle ultime telefonate. Le telefonate erano complicate anche dal fatto che la moglie non voleva che Ahmed mantenesse i contatti con la famiglia.  Poi, il volo di rientro. Evitata la cella per insufficienza di prove, il 19enne ha iniziato con difficoltà enormi il suo percorso di reinserimento nella società. «Chi rientra spesso soffre di disturbi post traumatici, non va assolutamente abbandonato se si vuole evitare che recluti qualcun altro», racconta Ahmad Mansour, psicologo palestinese nato e cresciuto in Israele.

Da Berlino a Londra il passo è breve. Rashad Ali, 34 anni, un passato come ideologo del gruppo estremista Hizb ut-Tahrir, oggi è tra i fondatori della Quillam Foundation che promuove una visione dell’Islam pacifica e moderata e che opera a stretto contatto con le forze dell’anti terrorismo.
Nel Regno Unito le attività de radicalizzazione sono finanziate e controllate dal governo. «Per lavorare usiamo poco la rete e più il contatto diretto», spiega Rashad al telefono. I mentor, (così si chiamano in gergo coloro che fanno da tramite e da controllo) agiscono anche nell’ombra. Se sono musulmani, giovani, conoscono il Corano e la cultura rap, e non parlano con l’accento di un funzionario di polizia bianco è ancora meglio. In Europa infatti è difficile replicare, fosse anche solo per motivi legislativi, il modello americano dell’Fbi, dove i social network vengono utilizzati come esca per fare attività di infiltrazione.

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È dopo gli attentati di Londra e l’omicidio di Theo Van Gogh che nel Vecchio Continente si comprende definitivamente come il jihadismo sia una minaccia interna. A mettere le bombe e a uccidere sono i terroristi homegrown, nati e cresciuti in casa, che non sono arrivati a bordo di un gommone. Così in Olanda e Gran Bretagna verso il 2004 prendono piede i primi programmi di prevenzione, ad Amsterdam si opera a livello comunale, poi in Danimarca arrivano anche i finanziamenti dell’Unione Europea. Sono le stesse forze antiterrorismo a rendersi conto che se un insegnante non sa a chi rivolgersi per segnalare un ragazzo che stia cadendo nella spirale dell’estremismo, si rischia di lasciare in balia del fondamentalismo un esercito di giovani.

«Quasi subito viene compresa anche l’importanza della formazione degli operatori che devono essere in grado di valutare la pericolosità del soggetto», spiega Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo che ha studiato a lungo questi programmi per conto di diversi governi Morale, negli anni gli sforzi in tutto il continente si moltiplicano. Fino ad arrivare a casa nostra. «L’Italia e Roma sono nel mirino di Isis», ha dichiarato Alfano settimana scorsa nella sua informativa alla Camera. E non passa giorno che le cronache non riportino i casi e le storie di giovani, anche italiani, che abbiano deciso di arruolarsi nella guerra santa.

Quarantotto i casi di cittadini del nostro Paese che hanno varcato i confini di Siria e Iraq per andare a combattere. Tra questi anche il 24enne ligure Giuliano Del Nevo. La jihad è arrivata alle porte di Roma con i reclutatori bosniaci che agiscono non lontano dai nostri confini. Nonostante ciò di programmi di prevenzione e deradicalizzazione in Italia non c’è ancora traccia. «Va premesso che sono interventi di riduzione, non eliminazione, della minaccia. Ma non per questo sono meno importanti perché sgravano il lavoro delle forze anti terrorismo che non possono monitorare chiunque dia segnali di radicalismo», continua Vidino. E non solo. «Al di là del fattore economico c’è quello umano perché evitano che stupidi entusiasmi adolescenziali si trasformino in tragiche scelte di vita». Già, perché tornare indietro dalla guerra, come nel caso di Ahmed, è davvero impossibile.

Nord Corea, internet in tilt per 9 ore Si sospetta una rappresaglia Usa

Corriere della sera

«Collegamenti saltati». Gli esperti parlano di cyber-attacco dopo il caso del film. The Interview Sony, preso di mira dai pirati informatici. E tra i due Paesi è alta tensione

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L’ultimo episodio della cyber-guerra combattuta - ufficiosamente - a colpi di attacchi e rappresaglie tra Usa e Corea del Nord (entrambi i governo negano di essere coinvolti) si è conclusa stanotte dopo che per 9 ore la rete è stata bloccata a Pyongyang. Secondo l’intelligence sudcoreana le principali pagine web del nord sono state irraggiungibili (per i pochi nordcoreani a cui è consentito) dall’1 ora locale (le 17 di lunedì in Italia) alle 10,45 (le 2,45 di stanotte). Tra le tante quelle del’agenzia di stampa ufficiale Kcna e del quotidiano di Stato Rodong Sinmun.

I motivi non sono ancora chiari, ma secondo alcuni esperti potrebbe trattarsi di una ritorsione americana, in risposta all’attacco dei pirati informatici alla Sony Pictures, di cui l’Fbi ha pubblicamente attribuito la responsabilità a Pyongyang (che nega).
Interruzione anomala, «sembra un attacco»
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«Non ho mai visto prima un’instabilità e interruzione del genere» in Corea del Nord, ha affermato Doug Madory, direttore di analisi internet al Dyn Research, citato da Abc News. «Normalmente ci sono salti della connessione, non problemi continui. Non sarei sorpreso se stessero al momento ricevendo un qualche genere di attacco», ha aggiunto. Nei giorni scorsi Barack Obama aveva affermato che gli Stati Uniti avrebbero reagito con una «risposta proporzionata» agli attacchi informatici che hanno indotto la Sony Pictures ad annullare l’uscita nelle sale del film satirico The Interview, il film che racconta di un fantasioso attentato per uccidere il leader nordcoreano Kim Jong-un. Attacco che, secondo il presidente americano, ha rappresentato una forma di «cyber-vandalismo, non un atto di guerra» e che tuttavia non può restare impunito perché non è accettabile che ci sia «un dittatore da qualche parte capace di imporre la censura qui, negli Stati Uniti». Proprio oggi, la portavoce del Dipartimento di Stato Maria Harf ha detto del resto che delle rappresaglie americane «alcune si vedranno, altre no». Pyongyang smentisce peraltro qualsiasi addebito.

3Una rete per pochi
 
La questione è oggi arrivata fino all’Onu, dove l’ambasciatrice americana Samantha Power ha respinto la proposta nordcoreana di un’inchiesta congiunta sugli attacchi degli hacker che hanno colpito la Sony. «Non contenta di negare la libertà di espressione al suo popolo, la Corea del Nord sembra adesso voler fare lo stesso negli Stati Uniti», ha tuonato la Power nel corso di un dibattito al Consiglio di Sicurezza sulla situazione dei diritti umani sotto il regime di Pyongyang.La Corea del Nord fa un uso estremamente limitato di internet. Secondo il Nyt, dispone ufficialmente di soli 1.024 indirizzi IP (internet protocol). Per avere un idea, basti pensare che gli Stati Uniti ne hanno diversi miliardi.
La Sony: «The Interview sarà comunque diffuso»
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Da parte sua, l’amministratore delegato della Sony Pictures, Michael Lynton, respinge le critiche che gli sono arrivate da ogni lato, anche dal presidente Barack Obama, e afferma che la sua azienda intende diffondere il film comunque, anche se non nei cinema, che per primi si sono tirati indietro dopo le minacce. «Vogliamo ancora che il pubblico veda questo film, assolutamente», ha detto Michael Lynton alla Cnn, aggiungendo che «abbiamo diverse opzioni e le stiamo considerando». E alla domanda se una di queste sia YouTube ha risposto: «questa è certamente un’opzione e la stiamo considerando».

E le pressioni aumentano intanto anche sulle catene di distribuzione. «Fate uscire The Interview al cinema», ha scritto la Commissione nazionale dei repubblicani (RNC) a dieci grandi catene di sale cinematografiche. «Voglio parlare chiaramente a nome del partito repubblicano: vi esorto a proiettare il film» è scritto nel messaggio in cui si sostiene che questo è necessario «per dimostrare alla Corea del Nord che non possiamo essere vittime di bullismo e rinunciare alla nostra libertà».

23 dicembre 2014 | 01:04

C’era un kalashnikov nascosto nel campo rom di via Negrotto

Corriere della sera

Era sotto alcuni metri di terra con un due caricatori (uno pieno con 50 colpi e un altro vuoto) all’interno di un copertone, avvolto in cinque strati di nastro adesivo e plastica

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Gli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro, a Milano, hanno trovato un fucile kalashnikov all’interno del campo nomadi di via Negrotto. La scoperta è avvenuta nel corso di un controllo delle baracche dell’area. L’arma era nascosta in via Demetrio Cretese, appena fuori dal campo e alle spalle di un asilo. Era sotto alcuni metri di terra con un due caricatori (uno pieno con 50 colpi e un altro vuoto) all’interno di un copertone, avvolto in cinque strati di nastro adesivo e plastica.

Dalla terra sbucava solo un lembo, lasciato libero per permettere il ritrovamento. Per tirarlo fuori la polizia ha dovuto chiedere l’aiuto dei vigili del fuoco, che hanno spianato il punto con una ruspa. Non è il primo ritrovamento di questo tipo. Il 30 gennaio 2014 gli agenti di Quarto Oggiaro hanno recuperato un kalashnikov nella stessa area e hanno arrestato un uomo. Nel giugno, invece, hanno trovato un’arma dello stesso tipo in via Brivio, dall’altra parte del campo.

22 dicembre 2014 | 12:43

Rimasto povero e senza casa, non abbandona il suo cane e viene premiato

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Aveva perso tutto, ma non ha rinunciato al suo Buster. Con l’aiuto di molti sconosciuti ora può cercare di ricominciare

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Ogni giorno percorreva oltre otto chilometri a piedi per andare a salutare il suo Buster. Con il sole o con la pioggia, Pete Buchmann non poteva mancare questo suo appuntamento quotidiano. Aveva perso tutto: i soldi e la casa, da luglio scorso ormai ridotto alla vita di un senza dimora, ma il suo Buster, un mix di Rottweiller e Boxer di nove anni, non poteva perderlo.
«Quando non sono stato più in grado di pagare l’affitto, ho montato una tenda per due nel cortile di una casa abbandonata dall’altra parte della strada - racconta l’uomo a US Today -. Per una settimana è stato divertente, ma non era una vita per il mio Buster». Così Buchmann ha chiesto informazioni su un eventuale rifugio che potesse prendersi cura del suo cane con la speranza di risolvere presto i suoi problemi economici.

La soluzione è stata il Faithful Friends Animal Society, struttura che negli ultimi mesi, complice anche la crisi, si è trovata spesso a dover cercare una famiglia per i quattrozampe che le persone non potevano più mantenere. Ma non era il caso di Buster: «Lui è anziano, ha l’artrite ed è molto legato a Pete - spiega la direttrice Jane Pierantozzi -. Sapevamo che se fosse finito in un kill shelter l’avrebbe sottoposto a eutanasia». 

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Buchmann a 54 anni, dopo una vita di lavoro nel settore delle fibre ottiche, si è ritrovato senza un posto di lavoro. Una crisi che non ha però abbattuto l’amore per il suo cane. «Sono rimasta stupita dal suo atteggiamento - spiega Pierantozzi -. Ogni giorno camminava otto chilometri per vedere Buster e poi trascorreva due o tre ore per dare una mano al rifugio. La maggior parte della gente nelle sue condizioni sarebbe depressa o arrabbiata, ma non lui».

Atteggiamento che ha così convinto la direttrice della struttura a tenere Buster e a cercare di aiutare Buchmann. Man mano che la sua storia si è diffusa, molta gente da tutto il mondo ha voluto aiutarlo: da offerte di lavoro all’abbigliamento, dai passaggi in autobus ad altri regali. «E’ una storia d’amore che ha suscitato una risposta straordinaria in tutto il mondo. Ha ispirato molte persone - spiega Pierantozzi -. Ha dato un senso di speranza e la convinzione che ci sono persone che faranno sempre qualcosa in più per il loro animale, e che ci sono buone persone là fuori disposte ad aiutarli ».
Una storia a lieto fine: la scorsa settimana, in una piccola cerimonia, Buchmann ha ricevuto un assegno di 32mila dollari raccolti con una sottoscrizione online, un camioncino usato e un nuovo appartamento. Una storia a lieto fine, meritato lieto fine.

Iol.it, la mail all’italiana compie 20 anni

La Stampa
valerio mariani

Nel 1994 partiva il servizio di posta elettronica di Italia On Line con 115mila utenti attivi, oggi sono 11 milioni. Ecco dieci cose che forse non sapete

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Cosa faceva Luca Barbareschi nel 1994? Era impegnato a portare Internet in Italia, come sostenne in una celebre dichiarazione durante il suo programma tv Sciock nel 2010. Vero o no, di sicuro il deputato-attore non risulta aver fatto parte del team di sviluppatori che realizzò Italia On Line nel 1994, esattamente vent’anni fa. Certo è, invece, che tra i fuoriusciti di Olivetti che diedero vita al secondo Internet Service Provider italiano - il primo fu Video On Line, creato a Cagliari un anno prima da Nicola Grauso - c’erano Gianluca Dettori, ora imprenditore digitale e startupper e Antonio Converti, ora amministratore delegato della nuova Italiaonline.

Dettori e i suoi collaboratori registrarono e avviarono iol.it, il primo dominio di posta elettronica italiano che in poco tempo divenne il più diffuso nel nostro paese. Giusto per inquadrare il periodo, e per rendersi conto che l’Italia non fu inferiore a nessuno, il 1994 è lo stesso l’anno della nascita del World Wide Web Consortium voluto dall’inventore dell’Internet come lo conosciamo oggi, Tim Berners-Lee, della realizzazione di Netscape, il primo browser web veramente diffuso. Ma è anche l’anno in cui Jeff Bezos fonda Amazon e una coppia di studenti di Stanford, David Filo e Jerry Yang, mette a punto un sistema di catalogazione delle pagine Internet, lo chiameranno Yahoo.

Nel 1994 erano circa 100mila gli italiani che potevano connettersi a Internet, principalmente da lavoro, quasi tutti sfruttavano i servizi di un portale come Italia On Line, partendo proprio da www.iol.it per iniziare la navigazione o per accedere al servizio di webmail dell’azienda nata dall’intuizione della gloriosa Olivetti. A 20 anni di distanza tanto è cambiato, i portali di oggi sono i motori di ricerca, ma la posta elettronica rimane solidamente il servizio web più utilizzato. Per un amarcord completo vediamo 10 curiosità legate alla mail di iol. 

-Nel 1995, un anno dopo la nascita di iol.it, grazie alla disponibilità del dominio libero.it, il numero di caselle di posta attive passa da 115mila a 2 milioni. 
-In quel periodo si navigava con un modem a 56 kbps (kilobit per second), oggi la minima velocità Adsl (dichiarata) in downstream è di 8 Mbps (megabits per second), circa 140 volte più veloce. 

-Nel 1996 nascono Virgilio, la guida italiana a Internet, e Arianna, il primo motore di ricerca italiano. Nel mondo sono già attivi Altavista, Yahoo!, Lycos ed Excite. Google nascerà solo due anni dopo grazie a una coppia di studenti di Stanford, ma non sono Filo e Yang, bensì Larry Page e Sergey Brin. 

-Fino agli inizi del 1999 l’accesso a Internet era a pagamento - e la navigazione era un costo a parte -, l’allora Iol lo offriva in abbonamento trimestrale, mentre Video On Line allegava i suoi dischetti di attivazione alle riviste più importanti, Italia On Line creò addirittura una propria rivista per veicolare il codice di attivazione.

-Nel 2004 Italia On Line inaugura il servizio Jumbo Mail che permette di inviare allegati fino a 1 Gb di dimensione. Precursore dei moderni WeTransfer, grazie a Jumbo Mail il destinatario del messaggio riceve solo un link da cui scaricare l’allegato. L’anno successivo, le dimensioni della casella mail passano da 15 a 250 megabyte e Jumbo Mail da 1 a 2 GB. 

-Nel 2010 il servizio di posta elettronica di Libero è il più utilizzato dagli italiani secondo i dati Nielsel sfiorando quota 6 milioni di caselle di posta attive.
-Oggi la piattaforma webmail che fa capo a Italiaonline (@iol.it, @libero.it, @virgilio.it, @giallo.it e @blu.it) conta 11 milioni di caselle di posta attive.

-Ogni settimana sui server di Italiaonline vengono scambiati 700 milioni di messaggi, per un totale di 3 miliardi ogni mese.

-Sempre secondo i dati di Italiaonline, gli utenti che la utilizzano di più hanno tra i 35 e i 44 anni accedendovi soprattutto tra le 9 e le 10 del mattino, fascia oraria che nell’arco della giornata totalizza circa mezzo milione di accessi. 

-Il numero maggiore di iscritti proviene dalla Lombardia, dalla Campania e dal Lazio. Curiosamente in Liguria gli over 55 superano i più giovani, che, invece, sono in maggioranza nelle regioni del Sud, in particolare Puglia, Calabria e Basilicata.

L’Antitrust multa TripAdvisor: “Enfatizza le recensioni”

La Stampa

Cinquecentomila euro di multa per pratica commerciale scorretta. Nel mirino i commenti online degli alberghi. La società replica: una decisione non ragionevole

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L’Antitrust multa TripAdvisor per pratica commerciale scorretta sulle recensioni online degli alberghi. Dovrà pagare 500mila euro perché, nel pubblicizzare la propria attività, «enfatizza il carattere autentico e genuino delle recensioni, inducendo così i consumatori a ritenere che le informazioni siano sempre attendibili, espressione di reali esperienze turistiche”. 

L’indagine dell’Antitrust parte da una segnalazione dell’Unione Nazionale Consumatori, di Federalberghi e di alcuni consumatori: l’Autorità guidata da Giovanni Pitruzzella ha accertato la scorrettezza della pratica commerciale realizzata, a partire da settembre 2011 e tuttora in corso, da TripAdvisor LLC (società di diritto statunitense che gestisce il sito www.tripadvisor.it) e da TripAdvisor Italy. Con questo provvedimento - si legge nella nota - l’Antitrust ha vietato la diffusione e la continuazione di una pratica commerciale consistente nella «diffusione di informazioni ingannevoli sulle fonti delle recensioni», pubblicate sulla banca dati telematica degli operatori, adottando strumenti e procedure di controllo inadeguati a contrastare il fenomeno delle false recensioni.

A giudizio dell’Autorità, le condotte contestate violano gli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo, «risultando idonee a indurre in errore una vasta platea di consumatori in ordine alla natura e alle caratteristiche principali del prodotto e ad alterarne il comportamento economico». L’intervento dell’Antitrust punta a evitare che i consumatori assumano le proprie scelte economiche, in ordine ai servizi resi dalle strutture turistiche ricercate sul sito, basandosi anche su informazioni pubblicitarie non rispondenti al vero.Entro 90 giorni le due società dovranno comunicare le iniziative assunte per ottemperare al divieto di ulteriore diffusione e continuazione della pratica commerciale scorretta. La sanzione amministrativa dovrà essere pagata entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento. 

TripAdvisor non è affatto d’accordo con la decisione: «Stiamo rivedendo il provvedimento dell’Antitrust, ma da un esame preliminare della decisione riteniamo che non sia ragionevole, siamo fortemente in disaccordo con il suo contenuto e faremo appello». «Crediamo fermamente che il nostro sito rappresenti una forza positiva, sia per i consumatori sia per l’industria dell’ospitalità» dice Tripadvisor in un comunicato. «Combattiamo le frodi con forza - spiega - e abbiamo molta fiducia nei nostri sistemi e processi. Da un primo esame riteniamo che le conclusioni dell’Antitrust siano ingiustificate e non in linea con la realtà commerciale e non solo quella di società che si occupano di «contenuti generati dagli utenti» ma di qualunque società in qualunque settore».

«La politica di tolleranza zero dell’Antitrust - continua - significa che ci avrebbero condannato anche se solo una recensione su un milione fosse stata considerata non accurata. È stato adottato uno standard che non è realistico per nessuno modello di business. Si dovrebbe giungere alle stesse conclusioni contro una banca che utilizza la parola «sicuro» o «protetto» perché 1 cliente su 200 milioni ha subito un tentativo di frode sulla sua carta di credito. O contro una società di sicurezza di internet che utilizza termini simili perché lo 0.0000005% dei suoi clienti ha preso un virus sul suo computer».