domenica 28 dicembre 2014

Enti inutili e resistenti della poltrona Tutte le tecniche di sopravvivenza

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

I casi delle società salvate in extremis da emendamenti in Parlamento. Sono ancora salvi quelli che Cottarelli aveva suggerito di chiudere subito

Resistere, resistere, resistere: imperativo categorico per l’anno che viene.

Resiste il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, di cui un disegno di legge costituzionale ha previsto l’estinzione. E che il disfacimento sia prossimo è evidente non solo dalle dimissioni del presidente dell’Abi Antonio Patuelli e di altri consiglieri, con il risultato che sono rimasti a presidiare Villa Lubin in 45 su 64. Il governo ha deciso di investire il segretario generale Franco Massi, che aveva tagliato i costi e si opponeva al delirio delle consulenze, di un compito decisamente più fruttuoso: la spending review del ministero della Difesa.

Mentre la legge di Stabilità ha del tutto azzerato la dotazione, fra le vibranti proteste del presidente Antonio Marzano. Qualche settimana fa, quando la scure stava per calare, ha addirittura scritto a Matteo Renzi chiedendo di avviare le procedure per il rinnovo delle cariche, come previsto, ha preci-sato, «dalla legge n. 936 del 1986». Marzano perderà l’indennità, ma in cambio ritroverà il vitalizio da parlamentare. Intanto c’è ancora qualche milioncino da parte per pagare gli stipendi del personale. Nella segreta speranza che si vada a votare in primavera e la legge costituzionale possa saltare, regalando a tutti qualche scampolo di terapia intensiva.

E magari c’è qualcuno che ancora spera negli spiccioli del ministero del Lavoro. Perché pochi sanno che al Cnel arrivavano quattrini anche da lì: destinazione una struttura interna chiamata «Onc». Presieduta fin dal primo vagito dall’ex sindacalista Cisl Giorgio Alessandrini, classe 1938, fra il 1999 e il 2014 ha avuto dal ministero 5,3 milioni di euro. A un ritmo medio di 250 mila euro l’anno. È il compenso per la realizzazione ogni dodici mesi di un rapporto sugli immigrati e il mercato del lavoro: rapporto pressoché identico a quello prodotto annualmente dallo stesso ministero del Lavoro.

Ma resistono anche i 1.612 enti che l’ex ministro della Semplificazione Roberto Calderoli era arrivato a qualificare come «dannosi», promettendo di spazzarli via. E invece lui al governo non c’è più mentre loro sono vivi e vegeti. Nessuno ha più sollevato il problema con la necessaria decisione. Vivi i difensori civici. Altrettanto i Tribunali delle acque, i Bacini imbriferi montani, gli Ato, come pure i 600 «enti strumentali» delle Regioni che nel frattempo sono pure aumentati di numero. Vivissimi i 138 enti parco regionali nonché la pletora dei consorzi di bonifica fra i quali se ne trovò uno, nelle colline livornesi, che aveva 16 dipendenti e 33 fra consiglieri e revisori.

Per non parlare degli altri enti che si salvarono per il rotto della cuffia durante l’ultimo governo di Silvio Berlusconi grazie a un cavillo concesso loro: rifare in fretta in fretta lo statuto. Salvo l’Istituto agronomico per l’Oltremare. Salva la Cassa conguaglio per il Gpl (Gas di petrolio liquefatto). Salva la Fondazione Marconi. Salva l’Unione italiana Tiro a segno, del cui presidente Ernfried Obrist la Gazzetta dello sport pubblicò cinque anni fa la foto mentre posava accanto ad alcuni tiratori che indossavano la divisa storica delle SS, scatenando l’indignazione delle associazioni dei partigiani.

E salve, soprattutto, le società che Carlo Cottarelli aveva suggerito di chiudere subito. Un caso per tutti? Continua a esistere Arcus, creata dieci anni fa dall’ex ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani. Il governo Monti l’aveva chiusa, poi durante la discussione di un decreto del governo di Enrico Letta un emendamento della forzista Elena Centemero l’ha resuscitata, con l’assenso di destra e sinistra. Da allora, l’ex ambasciatore Ludovico Ortona la amministra indisturbato.

Sopravvive pure l’Istituto per lo sviluppo agroalimentare, anch’esso decretato inutile da Monti e poi rianimato in Parlamento. Al pari dell’Istituto per il commercio estero, che poi se l’è cavata con la trasformazione in Agenzia. Anche se con un regalino incorporato: l’obbligo di ingoiare il personale di Buonitalia, società del ministero dell’Agricoltura finita (caso unico) in liquidazione. Sempre meglio, però, del funerale.

Un rischio corso pure dall’Ente nazionale per il Microcredito fondato da Mario Baccini che ne è presidente dalla fondazione, avvenuta nove anni fa quando era ministro. Monti aveva chiuso anche questo, ma il solito emendamento gli ha risparmiato la sepoltura. Per la felicità dell’onorevole Baccini, protagonista di un autentico capolavoro. Perché ha evitato non solo la soppressione della sua creatura, ma pure che le fossero tagliati i fondi pubblici: 1,8 milioni. Ciò grazie a un successivo emendamento alla legge di Stabilità di Monti. Autore, Mario Baccini.

Resta un rammarico. Che votando questi emendamenti i suoi colleghi parlamentari non abbiano mostrato analoga considerazione per un altro soggetto pubblico. Altrimenti, avrebbe resistito anche l’Agenzia per la regolamentazione del settore postale: nata a marzo, morta a novembre 2011. Una delle rarissime vittime dell’apparente lotta agli enti inutili.

28 dicembre 2014 | 09:50



Tutti gli incarichi dei riciclati nelle società che Cottarelli voleva chiudere

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

Il commissario alla revisione della spesa voleva ridurre da 8 mila a 1.000 le società partecipate. Si illudeva: sono un paracadute per gli esodati della politica

Dare l’esempio. Magari poteva servire, pensava il commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Alle prese con la grana delle società partecipate dal pubblico, ne aveva scoperte 2.671 con più consiglieri che personale. Una l’aveva il Tesoro. Rete autostrade mediterranee, creata dieci anni fa dal governo di Silvio Berlusconi: un dipendente fisso e dieci fra consiglieri e sindaci.

Cottarelli ne proponeva la liquidazione, illudendosi. Ecco allora che invece di tirare giù la saracinesca, a fine settembre il governo ha nominato i nuovi vertici. Non più cinque, perché c’è pur sempre la spending review, ma soltanto tre. Non tre qualsiasi. Presidente è Antonio Cancian, detto Toni. Reperto della vecchia Dc per cui venne eletto alla Camera nel 2002, poi deputato europeo del Pdl, quindi passato armi e bagagli nelle schiere di Angelino Alfano, aveva tentato a maggio la riconferma a Strasburgo. Senza successo. Prontamente le larghe intese (versione renziana) gli hanno offerto un minuscolo risarcimento .

Cancian guiderà la società con un solo dipendente in organico insieme al vicepresidente (!) Christian Emmola, presidente (renziano) dell’assemblea del Pd trapanese, e alla consigliera Valeria Vaccaro, dirigente del Tesoro e incidentalmente moglie dell’ex braccio destro di Giulio Tremonti, Marco Pinto, attuale consigliere Rai. Per dare l’esempio, appunto.

E di storie finite così ce ne sono ancora. Ricordate Arcus, società che distribuisce soldi dei Beni culturali e che il governo Monti voleva seppellire? Resuscitata dal Parlamento prima delle esequie, non si sarebbe salvata una seconda volta se avessero dato retta a Cottarelli. Non l’hanno fatto, e l’amministratore unico Ludovico Ortona, 72 anni, ex ambasciatore e già capo ufficio stampa di Francesco Cossiga al Quirinale è sempre lì: riconfermato.

E la Sogesid, società distributrice nel 2013 di 380 consulenze, che sempre il governo Monti voleva sopprimere? Altro che soppressione. Al suo vertice è arrivato il casiniano Marco Staderini, già consigliere delle Ferrovie e della Rai.

E Studiare Sviluppo, società di consulenza del Tesoro per cui il commissario ipotizzava analogo destino? Sopravvive alla grande con un consiglio di amministrazione rinnovato. Ma qui almeno la scelta è caduta su tre dirigenti ministeriali. Magra consolazione, in un andazzo generale che sottolinea il contrasto profondo fra i propositi (verbali) di rinnovamento e le azioni concrete. Qualche caso?

L’ex direttore generale della Rai nominato da Berlusconi, Mauro Masi, è stato confermato amministratore delegato della Consap, ultimo baluardo pubblico nelle assicurazioni: in aggiunta l’hanno fatto presidente. Con lui è entrato in consiglio il segretario della dalemiana fondazione Italianieuropei Andrea Peruzy, per di più amministratore della Banca del Mezzogiorno di Poste italiane. Gruppo di cui nella scorsa primavera l’ex portavoce di Pier Ferdinando Casini nonché ex deputato Udc Roberto Rao è diventato consigliere.

Tre mesi dopo alla presidenza della compagnia aerea delle stesse Poste, la Mistral Air, è sbarcato l’ex onorevole Pd Massimo Zunino. Intanto al vertice di Poste Assicura arrivava Danilo Broggi, oggetto di apprezzamenti politici trasversali: è amministratore delegato dell’Atac, la claudicante azienda di trasporto del Comune di Roma. Fra i consiglieri di Poste Vita è comparsa invece Bianca Maria Martinelli, dirigente delle Poste medesime e candidata senza fortuna alle politiche 2013 per Scelta civica .

E se l’ex deputato Pd Pier Fausto Recchia ha conquistato la poltrona di amministratore delegato di Difesa servizi, quella di capo dell’Istituto sviluppo agroalimentare è toccata a Enrico Corali, nominato a suo tempo consigliere dell’Expo 2015 dal dalemiano Filippo Penati. Mentre all’ex commissario della Consob di nomina berlusconiana Paolo Di Benedetto, incidentalmente marito dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino, è stato assegnato un posto nel cda del Poligrafico.

Per non parlare delle periferie, dove questo schema viene applicato senza soluzione di continuità. Capita così di scorgere fra i nomi dei nuovi consiglieri di Finlombarda quello dell’esponente di Forza Italia Marco Flavio Cirillo: trombato alle politiche del 2013, nominato sottosegretario all’Ambiente nel governo Letta e lasciato a casa da quello di Renzi. Ma anche di veder salire alla presidenza della Fincalabra, finanziaria di una Regione senza governatore e gestita da una reggente in attesa delle elezioni, Luca Mannarino: coordinatore regionale dei Club Forza Silvio. Il seguito, temiamo, alla prossima puntata sui riciclati .

12 novembre 2014 | 08:20

Sbarchi, 8 mila immigrati al mese

Corriere della sera
di FIORENZA SARZANINI

I tecnici del Viminale accusano la Marina: applica i vecchi protocolli. L’Ue investe 2 milioni e 900 mila euro al mese. Ma senza risultati

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ROMA Doveva essere la soluzione per fermare gli sbarchi, soprattutto per scoraggiare le partenze dall’Africa ed evitare nuove tragedie in mare. Invece l’operazione Triton non ha dato, almeno per ora, i risultati sperati. In due mesi, da quando è partita la missione pianificata con l’Ue dopo il naufragio davanti all’isola di Lampedusa che causò centinaia di vittime, sono approdati sulle nostre coste oltre 16.000 migranti, una media di 8.000 al mese.

E dunque l’andamento dei flussi è rimasto in linea con quanto accadeva prima che si decidesse di avviare i pattugliamenti impiegando mezzi e uomini in accordo con gli altri Stati membri. I dati aggiornati a ieri mattina sono eloquenti: dal 1° gennaio al 27 dicembre sono arrivati 169.215 stranieri, di cui 120.150 in Sicilia. Quelli sbarcati fino al 31 ottobre, alla vigilia dell’entrata in vigore di Triton, erano 153.389. E tanto basta per scatenare la polemica, con i tecnici dell’Immigrazione del Viminale che accusano la Marina militare di non aver mai interrotto il soccorso avanzato, di fatto lasciando in piedi Mare Nostrum e così vanificando quanto è stato deciso a Bruxelles e poi messo in atto dal nostro governo.
Lo schieramento a 30 miglia
Il piano messo a punto nei mesi scorsi in sede Frontex prevedeva una linea di sbarramento sistemata a 30 miglia dalla Sicilia. Per effettuare i controlli è stato previsto l’impiego di 25 mezzi navali e 9 mezzi aerei, a guidare sono gli italiani dal Centro di coordinamento aeronavale della Guardia di Finanza a Pratica di Mare, dove sono presenti anche gli ufficiali degli altri Paesi e quelli di Frontex.

L’accordo prevede che Malta si preoccupi esclusivamente dei migranti soccorsi o individuati all’interno delle proprie acque. Il resto riguarda l’Italia, che deve occuparsi sia degli irregolari, sia dei richiedenti asilo anche se l’individuazione è stata effettuata da un mezzo straniero. Sono invece vietati i respingimenti: i migranti dovranno essere sempre portati a terra per individuare chi ha diritto allo status di rifugiato.

Il progetto, studiato dagli specialisti della Direzione immigrazione del Viminale e approvato anche a livello politico dall’Unione, è comunque un’operazione di polizia varata per contrastare i flussi illegali e dunque i mezzi messi a disposizione possono partecipare all’attività di soccorso soltanto in casi di massima emergenza. Il recupero in mare rimane invece affidato alla Guardia costiera che naturalmente può chiedere rinforzi per fare fronte a situazioni di pericolo.
Le tre navi in linea avanzata
In realtà, nonostante l’impegno del governo a chiudere «Mare Nostrum» entro la fine dell’anno, nel Mediterraneo sono ancora operative tre navi della Marina militare che si occupano proprio dei soccorsi. Operazione naturalmente meritoria, che consente di salvare moltissime vite. Il problema rimane però quello del coordinamento perché i mezzi si muovono in linea avanzata e questo, secondo i tecnici del Viminale, rischia di vanificare l’attività svolta da Frontex.

In ambienti della Difesa si fa però notare che la Marina si limita a svolgere i compiti assegnati «anche perché sarebbe impensabile, vista la grave situazione che persiste in Nordafrica, che queste persone venissero lasciate senza aiuto». E si ricorda come «il governo ha autorizzato fino al 31 dicembre l’operazione di sicurezza e sorveglianza dei nostri mari, dunque le navi possono spingersi più avanti in caso di richiesta d’aiuto e poi far sbarcare i migranti nei porti autorizzati dal ministero dell’Interno».
La relazione dei tecnici
Nei giorni scorsi i vertici del Dipartimento immigrazione hanno elencato al ministro dell’Interno Angelino Alfano le difficoltà operative e hanno evidenziato proprio i problemi nati nel coordinamento con la Marina e in particolare l’impossibilità di effettuare i pattugliamenti vista la scelta di lasciare le navi in posizione così avanzata. In sostanza i tecnici del Viminale ritengono che con questi «assetti» Frontex potrebbe non avere l’effetto deterrente che si voleva ottenere quando si è deciso di varare l’operazione di pattugliamento e soprattutto che il numero dei migranti in arrivo sulle nostre coste rischia di aumentare con la bella stagione.

Il problema posto a livello tecnico riguarda anche i costi. L’Europea mette a disposizione 2 milioni e 900 mila euro mensili che coprono il 100 per cento delle spese sostenute dagli Stati stranieri e il 38 per cento di quelle affrontate dall’Italia che ha in più l’onere di occuparsi delle proprie frontiere: per i mezzi navali ci vogliono dai 550 ai 1.000 euro all’ora, 3.500 per gli aerei. L’impegno di Bruxelles è legato anche ai risultati raggiunti e il timore dei tecnici è che - a fronte di un bilancio non pienamente soddisfacente - si decida di sospendere l’intervento.

28 dicembre 2014 | 09:52

Arrestato il killer dell’anziana uccisa per 15 euro a Torino

Sergio Rame - Sab, 27/12/2014 - 17:44

Preso l'assassino dell'anziana ammazzata per un pugno di euro: è un rom di 18 anni. Il leader della Lega Nord: "Un rom? Ma che strano..."

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L'ha ammazzata per un pugno di euro. Quindici, per l'esattezza. Il brutale responsabile della rapina e dell’aggressione ai danni di un’anziana, morta qualche ora dopo a causa delle gravi ferite riportate, è Mihaita Stanescu, un 18enne rom.

"A Torino pensionata aggredita e uccisa per un furto da 15 euro - commenta, con amarezza, il leader del Carroccio Matteo Salvini su Twitter - il colpevole è stato preso, è un giovane di 18 anni. Un rom. Che strano".

La drammatica aggressione risale al 17 dicembre scorso. La 77enne Margherita Crivello telefona ai parenti dall'appartamento in corso Re Umberto, racconta di essere ferita, spiega di non riuscire ad alzarsi da terra. L’ambulanza la trasporta in ospedale, cosciente anche se non è del tutto in grado di ricordare cosa sia successo. Intorno alle 21 dello stesso giorno muore a causa dei numerosi traumi, quasi tutti localizzati nella parte sinistra del corpo. Inizialmente gli investigatori pensano ad una caduta accidentale, ma l'ipotesi viene presto smentita dalle analisi sul cadavere della vittima. È soprattutto la frattura alla mascella a insospettire gli inquirenti, che dispongono un sopralluogo nell'appartamento della donna. È qui che vengono trovati diversi frammenti di un bicchiere su cui ci sono le impronte digitali del ragazzo.

Nello stesso pomeriggio, la polizia trova la borsetta della vittima: è nascosta nei bagni di un bar del centro. All'interno non c’è più il cellulare. Gli uomini della polizia, però, riesco a intercettarlo velocemente e ad arrivare così a Mihaita Stanescu. Il rom confessa subito sostenendo però di aver soltanto spinto l’anziana: quel pomeriggio si sarebbe offerto di aiutarla a portare le buste della spesa fino a casa, quindi avrebbe chiesto un bicchiere d’acqua prima di sottrarre la borsa alla pensionata. Il tutto per un bottino da una quindicina di euro.

Mihaita Stanescu, senza fissa dimora, è in Italia da appena sei mesi. Già noto alle forze dell’ordine per aver commesso un furto di rame, dovrà ora rispondere di rapina e omicidio pluriaggravati.

Ringraziate Renzi: darà la cittadinanza ai figli dei clandestini

Marcello Foa


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Innanzitutto tanti auguri a tutti. E auguri all’Italia, temo ne abbia sempre più bisogno. Come sapete non appartengo alla schiera degli adulatori di Matteo Renzi e più il tempo passa, più la mia diffidenza aumenta.

E’ un leader politico che ha una doppia agenda, quella pubblica, retorica, ammiccante e bombastica su cui ha costruito la sua popolarità, e quella reale che si misura in due modi: da un lato analizzando attentamente, in profondità progetti e riforme del suo governo, dall’altro cogliendo attentamente i rapporti che Matteo Renzi ha o tenta di di sviluppare con le élite più alte, che non sono certo italiane e che governano davvero l’Europa e che promuovono i progetti globalisti.

In questo senso c’è ancora, purtroppo molto da scoprire. E non saranno novità liete per gli italiani. Ad esempio, l’altra sera, intervistato dall’ossequioso Fazio a Che Tempo che Fa, il premier ha annunciato una riforma dalle implicazioni colossali ma presentata in modo tale da non suscitare reazioni, mascherata da un tecnicismo.

Renzi ha annunciato che in primavera, tra le riforme istituzionali, ci sarà anche quella dello ius soli. Ora, provate a chiedere all’italiano medio cos’è lo ius soli: il 95% non saprà rispondere. E a una cosa che non si conosce non si reagisce. Ma se Renzi avesse detto che vuole concedere la cittadinanza a tutti gli stranieri che nascono in Italia, ribaltando il principio, valido nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, per cui la cittadinanza si trasmette di padre in figlio ovvero chi nasce assume la cittadinanza dei genitori non del Paese dove è nato.

Lo ius soli è una riforma di grave irresponsabilità sociale per ragioni che chiunque può facilmente intuire: trasformerà l’Italia in un polo di attrazione irresistibile per gli immigrati clandestini, che faranno di tutto per far nascere qui i propri figli. L’immigrazione clandestina rischia di assumere dimensioni colossali e di cambiare fisionomia: oggi molti immigrati una volta sbarcati tentano di trasferirsi verso i Paesi del nord, domani, soprattutto i giovani, avranno un incentivo fenomenale a fermarsi in Italia.

Ma l’Italia di oggi – e purtroppo anche di domani – non riesce più a dar lavoro nemmeno agli italiani, non può reggere un altro flusso migratorio stanziale. Significherebbe incentivare l’odio sociale, l’ingiustizia, il razzismo, la guerra fra i poveri.

E’ una riforma irresponsabile e grave, quasi delinquenziale: è quel che NON BISOGNA FARE.
Ma è voluta e sollecitata dalle élite transnazionali, che tentano di promuoverla non solo in Italia. E Renzi, ma non è una sorpresa, si adegua, dissimulando, da abile comunicatore, le proprie intenzioni.
Tanto il prezzo lo pagheranno i cittadini. Egli ha altri obiettivi, altre ambizioni. altri referenti, quelli che contano molto di più del popolo italiano.

Le bombe dei bravi ragazzi

Alessandro Sallusti - Mer, 24/12/2014 - 17:49

Per i No Tav la sinistra (e Renzi) vieta di usare la parola "terrorismo". Come per i "cani sciolti" islamici, che sono ormai alle porte dell'Italia

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Il terrorismo non è più una fattispecie giudiziaria ma solo di genere. Se sei un cretino di destra allora sei terrorista (vedi la banda appena sgominata a L'Aquila), se invece sei un cretino di sinistra le cose cambiano.Puoi essere teppista, sabotatore, anarchico insurrezionalista, filo jihadista (se hai propensioni islamiche), ma te rrorista no. La differenza, sul piano giudiziario, non è da poco. Per i terroristi c'è la galera secca, per sabotatori e soci la pena dura pochi mesi. Proprio ieri sono tornati in libertà i cretini-sabotatori No Tav che avevano messo una bomba nel cantiere della Tav (rischiando di fare una strage) proprio perché il tribunale non li ha riconosciuti come terroristi.

E ora la storia potrebbe ripetersi con i cretini-sabotatori che ieri hanno cosparso di bombe incendiarie (per la quinta volta in un mese) la linea ferroviaria ad alta velocità nei pressi di Bologna, mandando in tilt tutto il traffico nazionale. Se li beccheranno non passeranno guai seri. Lo dice addirittura il premier Matteo Renzi, che appresa la notizia si è affrettato a dichiarare: «Non sono atti terroristici».
Attentare alla sicurezza delle persone con motivazioni politiche non sarebbe quindi terrorismo, ovviamente solo se a farlo sono quei bravi ragazzi coccolati da Grillo e da una buona fetta della sinistra.

Una volta, ai tempi degli ammazzamenti anni Settanta-Ottanta, li chiamavano «compagni che sbagliano». Oggi sono più modestamente i «No Tav», ma hanno la stessa licenza di bomba dei loro predecessori. Così come quei pazzi che stanno facendo stragi fai-da-te in giro per il mondo (da domenica, con il caso francese, anche in Europa) non sono - secondo la stampa e i politici politicamente corretti - terroristi islamici ma «cani sciolti» con turbe psichiche.

Io penso che chiamare le cose con il loro nome sia questione di sostanza e non di forma. Certo che fa paura prendere atto che focolai di terrorismi - domestici e islamici - stanno attecchendo anche in Italia dopo anni di tregua. Ma negarlo non è certo il modo per combatterli. Mi creda, presidente Renzi: questi saranno anche bamboccioni (molti killer degli anni di piombo lo erano) ma sono soprattutto dei fetenti terroristi che non meritano alcun rispetto e nei confronti dei quali non ci deve essere nessuna cautela. Prima che sia troppo tardi.

Ps: a tutti voi lettori il nostro augurio di un sereno Natale, che ci meritiamo alla faccia della crisi e dei bravi ragazzi bombaroli.

Il Grande dittatore e The Interview

Orlando Sacchelli


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Di qualunque colore, continente o epoca siano, i dittatori hanno sempre il solito vizio: vogliono reprimere la libertà degli uomini. Ma se c’è una libertà che non può essere imprigionata, perché prima o poi riesce a rompere le catene, è la libertà di pensiero. Guai a pensare di poterla cancellare. Gli italiani poterono vedere al cinema “Il Grande dittatore”, di Charlie Chaplin, nel 1949. Il film era uscito nel 1940 (nel 1941 aveva vinto l’Oscar), ma in quasi tutta l’Europa ne era stata vietata la distribuzione per volere della Germania nazista.

Poi la guerra fece il resto. In Gran Bretagna scattò un’autocensura, per non peggiorare i già difficili rapporti diplomatici con la Germania. Il precipitare degli eventi bellici fece sì che il film uscisse lo stesso nelle sale: la prima proiezione a Londra avvenne nel 1941.

Nessuno intende fare accostamenti irriguardosi fra il capolavoro di Chaplin e “The Interview”, l’ultimo film su cui è scattata una vergognosa e per fortuna fallita (almeno per ora) censura dopo le minacce degli hacker nordcoreani. “The Interview”, di Seth Rogen ed Evan Goldberg, di sicuro non passerà alla storia come un grande film. Non ha questa pretesa. Ma verrà ricordato per il tentativo di impedirne l’uscita nelle sale, perché la trama infastidisce Kim Jong-un, dittatore della Corea del Nord.

Dopo la marcia indietro della Sony, che preoccupata dalle minacce (e dalle gravi intrusioni degli hacker nei propri sistemi informatici) aveva bloccato la distribuzione del film, il film è uscito in trecento sale (sulle tremila previste). E a breve sarà scaricabile online (legalmente). Ma com’è The Interview?

Qualcuno lo trova ripetitivo e banale, altri lo criticano perché tratta un tema estremamente delicato in modo troppo superficiale. Ma tutto questo conta poco o nulla. Bello o brutto che sia bisogna permettere a tutti di vederlo. Per una ragione semplice: non possiamo rinunciare alla libertà di scegliere cosa andare a vedere al cinema o cosa guardare in tv a casa nostra. Cedere alle minacce dei dittatori e a quelle dei loro sgherri armati di mouse sarebbe pericoloso.

Intanto lo scontro politico tra Usa e Corea del Nord non si ferma. Dopo l’incoraggiamento di Obama a far uscire “The Interview” al cinema (e l’appello raccolto dai distributori indipendenti), arriva la risposta di Pyongyang. La Commissione per la Difesa nazionale punta il dito contro il presidente Usa e lo accusa di aver incoraggiato la Sony a distribuire il film. “Obama è spericolato con le parole e le azioni come una scimmia in una foresta tropicale”.

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I protagonisti di “The Interview” sono Dave Skylark, che conduce uno show di intrattenimento e informazione tv, e Aron Rapaport, produttore del programma. I due un giorno vengono a sapere che Kim Jong-un è un grande fan del programma. Così si mobilitano e riescono a ottenere un’intervista. Mentre organizzano il viaggio in Corea del Nord sono contattati da un’agente della Cia che consegna loro un veleno e gli assegna il delicato compito di uccidere il dittatore. Ma i piani non vanno come il previsto, anche perché Skylark e Kim Jong-un diventano (quasi) amici, uniti dalla passione musicale per Katy Perry…



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Venti aste da paura: dal dente cariato di Lennon al sigaro sputato da Churchill

Massimo M. Veronese - Sab, 27/12/2014 - 16:56
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Le gare per aggiudicarsi i cimeli di vip e personaggi storici a volte superano i confini dello splatter. Così in questi anni si è comprato di tutto. Anche un pene. Quello di Napoleone però...

Sarà che il feticcio riassume una storia, sarà che sintetizza un'emozione, sarà che avvicina al mito, ma la gara per aggiudicarsi il cimelio del divo, del personaggio o dell'episodio storico non conosce a volte i confini del gusto e del disgusto. Abbiamo messo in fila venti casi curiosi, uno, verrebbe da dire, peggio dell'altro. Ma a quanto pare, in tempi di crisi, sono un investimento sicuro. Un altro pazzo a cui rivendere l'icona si trova sempre...

1 Il molare cariato di John Lennon. Incredibile ma vero: è stato comprato da un dentista canadese per 20mila sterline. Non ha mai voluto rivenderlo. Non molare mai.

2 Un ricciolo di Che Guevara. Strappato dal cadavere del re dei rivoluzionari da un agente della Cia fu venduto nel 2007 per centomila dollari. Più Hasta che asta...

3 Il pene di Napoleone. L'urologo statunitense John Lattimer nel 1977 pagò 3.000 dollari per impadronirsi del macabro cimelio. La passione non ha prezzo: pene d'amore...

4 L'aria respirata da Angelina Jolie. Il barattolo che la conteneva fu aggiudicato per 330 sterline. Ma era un pacco...

5 Il chewing gum sputato da Britney Spears. Circolava qualche anno fa su eBay. Acquisto per soli 263 dollari. C'è da masticare amaro.

6 La finestra di Lee Oswald. Da lì partì il colpo, secondo la commissione Warren, che uccise John F. Kennedy. Smontata dall'edificio è stata venduta a 3 milioni di dollari. Pensare che la cifra l'avevano un po' sparata così...

7 Una ciocca di capelli di Elvis Presley. É stata venduta a Chicago per 15mila dollari. Roba da suonati.

8 Mezzo sigaro fumato da Churchill. Conservato dal pittore Frank O'Salisbury, che lo raccolse dopo che il primo ministro aveva posato per lui nel 1944, il sigaro ha raggiunto le 1.320 sterline. Resta da capire cosa si fosse fumato chi lo ha comprato.

9 La dentiera di Churchill. É andata meglio del sigaro. Venduta per 19.200 sterline. Ed era solo la dentatura superiore...

10 Un salvagente del Titanic. É stato battuto per 119 mila dollari. Battuto e affondato.

11 L'abito di Marilyn Monroe. Quello indossato per augurare buon compleanno a Kennedy strappa nel 1999 la cifra record di un milione e 150.000 dollari. Peccati porti sfiga.

12 Un copione di Marlon Brando. É del «Padrino» e sopra ci sono gli appunti dell'attore. Nel 2005 tocca la cifra di 312.000 dollari. Un'offerta che non si poteva rifiutare...

13 Gli scarpini di Roberto Baggio. Quelli calzati nell'ultima partita in nazionale sono stati venduti nel 2004 a 71.000 euro. Ma se non hai i suoi piedi che te ne fai?

14 Il bastone e la bombetta di Charlie Chaplin. Forse il migliore dei cimeli: sono stati aggiudicati per 100 mila dollari a Beverly Hills. Per la precisione 42mila il bastone e 58mila la bombetta.

15 Il costume di Superman. Indossato da Cristopher Reeve in Superman IV è stato venduto per 35.200 dollari. Roba da buttarsi dalla finestra.

16 Le radiografie di Marilyn Monroe. Aggiudicate per 25.600 dollari. Dimostrano che anche la Divina si era rifatta. Potevano tenersele.

17 Il calcolo renale del capitano Kirk. Cioè di William Shatner, star di Star Trek. Valore della pietra: 25mila dollari. Da spedire sparato sul pianeta Omega X.

18 Gli orecchini di Diego Armando Maradona. Sequestrati dal fisco italiano per 25mila euro sono stati acquistati dal calciatore Fabrizio Miccoli. Sono riusciti a portare sfortuna pure a lui.

19 La torta di Carlo e Diana. La decorazione proveniente da una fetta della torta nuziale in marzapane e glassa del 1981 è stata venduta all'asta per 1.500 euro.

20 La bandiera che il 5 febbraio 1971 approdò sulla luna con la missione Apollo 14 viene aggiudicata in Texas a un compratore per 25mila dollari. Prezzo più che accettabile. In fondo mica aveva chiesto la Luna...

Extra omnes! Ladri, assassini, spacciatori, terroristi, mignotte, finti rifugiati… A casa loro!

Nino Spirlì



Domenica 28 dicembre 2014 – Senza Santi in Paradiso – Taurianova, Piana di Gioia Tauro. Calabria A Natale tutti più buoni? Ma anche no! Non io, certamente. Come faccio a puntare alla bontà quando uno dei più visti tg nazionali, oggi, per almeno 15 minuti non ha fatto altro che dare notizie di uccisioni, aggressioni, stragi e affini, commessi da stranieri? Con le viscere in subbuglio e uno strano formicolio alle mani, avevo più voglia di imbracciare una mazza chiodata e brandirla, che di cercare un motivo buono per non farlo. Molti, parenti e amici, mi ricordavano che sono cristiano: ...

A Natale tutti più buoni? Ma anche no!
Non io, certamente.

Come faccio a puntare alla bontà quando uno dei più visti tg nazionali, oggi, per almeno 15 minuti non ha fatto altro che dare notizie di uccisioni, aggressioni, stragi e affini, commessi da stranieri? Con le viscere in subbuglio e uno strano formicolio alle mani, avevo più voglia di imbracciare una mazza chiodata e brandirla, che di cercare un motivo buono per non farlo. Molti, parenti e amici, mi ricordavano che sono cristiano: non basta. Cattolico: non basta. Occidentale e progredito: non basta. Alfabetizzato e acculturato: non basta.

Non basta nulla a convincermi che bisogna usare solo i più “buoni” fra gli strumenti della democrazia e della tolleranza contro questo fiorire di crimini efferati, importati nel nostro Paese da Stati lontani, assieme a milioni di Nonitaliani a cui abbiamo aperto, spalancato, le porte dell’Italia.

No! Non credo ai processi e alle condanne “scontate”, cioè inflitte con lo sconto. Non credo al recupero. Non alla rieducazione di gente marcia dentro, che scappa da Paesi in cui le galere sono un buco profondo direttamente collegato con l’inferno e senza possibilità di venirne fuori, e che viene in Italia perché sa che un omicidio commesso da noi, al limite, gli garantisce pasto caldo, stipendiuccio e qualche microannetto di gattabuia con tv e servizi.

Margherita Crivello, la signora italiana morta ammazzata da uno zingaro diciottenne a Torino per 15 euro, non può essere risarcita con qualche anno di condanna al suo spietato uccisore!!! Immagino il terrore negli occhi della poveretta, mentre il maledetto la colpiva ripetutamente. Sento nelle orecchie il suo accorato urlo di dolore e la richiesta di pietà. E vedo nitidamente la ferocia di cui sono intrise le carni dell’omicida e che arma la mano e la mente del truce assassino.

Chi può impedirmi di dargli del porco? Il suo avvocato? O il clan al quale appartiene? O le associazioni buonine buonine, che, fottendosene della povera gente di casa nostra, si fanno fotografare fra i forestieri, che gli portano in tasca milioni e milioni di sovvenzioni?

Mi infuoco sentendo la nenia televisiva dei numeri di immigrati (e non migranti) che sbarcano quotidianamente sulle nostre coste: centinaia di migliaia in questo permissivo 2014. Con la benedizione della compagna Boldrini, la folle complicità di Papa Francesco, e il silenzio imbecille di ministri e capi di governo assoggettati a chissà quali poteri ammantellati!

Inorridisco al solo pensiero che l’anno che sta per nascere ne vedrà arrivare altre migliaia, di misteriosi invasori. E che molti di loro, magari terroristi incalliti, siano diretti qui, nella mia Italia, e non altrove. I peggiori, probabilmente: quelli che hanno già radici piantate nelle nostre contrade. Fratelli, padri, soci, complici, boss. Resteranno per delinquere, sparare, accoltellare e spacciare. Magari, far prostituire o prostituirsi. Unendosi ai peggiori fra noi. Che non mancano, comunque. (E smettiamola di dire che vengono a svolgere mansioni che gli italiani rifiutano: alla favoletta inventata dai media non crede più nessuno!)

Mi indigno, sì, se penso che questi novelli saraceni dalla faccia buona e la mente nemica ci costano milioni di euro. Gli stessi milioni che salverebbero altrettante famiglie italiane senza casa, lavoro, futuro. E mi infurio.

Sì, sì, mi infurio. Perché quando qualcuno tenta di denunciare le loro malefatte, viene trafitto dal giornalista di turno, dal prete o dal buonista da poltroncina televisiva, con l’accusa di razzismo, intolleranza, violenza. O, quantomeno, di demagogia e populismo.Col piffero! Altro che razzismo o demagogia. Troppo spesso si tratta di sacrosanta verità. Andiamolo a chiedere a tabaccai, gioiellieri, farmacisti, benzinai, contro chi e cosa devono lottare quotidianamente. Chiediamolo alle donne che non possono girare l’angolo, senza correre il pericolo di essere trascinate dietro la prima siepe da giardinetto e stuprate da orde di porcherosi sciacalli infoiati. Chiediamolo alle Forze dell’Ordine, che li combattono ad ogni piè sospinto, li arrestano e se li ritrovano fra le balle, con altro nome, al reato successivo.

Insomma, basta! Fuori tutti! 
Proviamo a ristabilire i confini nazionali di tutti gli Stati. E vediamo che succede. Magari abbiamo ragione noi e sarà tutto migliore.Oppure, se proprio ci fossimo sbagliati (e non credo proprio!), ci sarà sempre tempo per riaprire le porte.

E’ così difficile, del resto, ammettere che probabilmente stiamo esagerando con la pratica dell’accoglienza incondizionata? Che ogni negozio cinese o indiano che sia leva lavoro non solo ai nostri commercianti, ma anche a decine di commessi italiani che ci collaborerebbero? Che quasi tutti quei centri benessere asiatici siano dei bordelli, vietati dalla legge Merlin su tutto il suolo italiano? Che nei ristoranti non nazionali siano necessari controlli quotidiani per evitare che sulle tavole arrivino cani e gatti cotti ancora vivi? Che ogni paio di calzoni, di calzini, di calze e non solo, messi in vendita in certi negozi stranieri, vengano impastati con materie vietate non solo dalla legge, ma da ogni buonsenso immaginabile?

E’ così difficile ammettere che tutte le loro pratiche, religiose o sociali che siano, non meritano, molto spesso, alcuna integrazione, se non a danno dei secoli di progresso, lotte e vittorie che l’Occidente ha portato avanti e ottenuto col sangue versato da milioni di veri eroi? E penso a quelle pratiche offensive nei confronti di noi che ospitiamo, nei confronti delle donne e dei bambini, degli animali…

E, dunque, di cosa stiamo parlando ancora? Extra omnes! Per difendere la libertà, la democrazia vera, la Civiltà.
(Mi chiedo come mai gli americani, i russi, gli inglesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli iracheni, i cinesi, i sauditi, gli egiziani, gli israeliani, i pakistani, gli indiani, i vietnamiti, i coreani, gli australiani, i messicani, …, …, …, … SPARANO addirittura a chi varca il confine, mentre noi li accogliamo con le ghirlande di fiori cantando Aloha e spalmando balsami sotto le piante dei loro piedi… )



Fra me e me. (Oggi anche Ali Agca è entrato in Italia senza visto! Puah!)

Il presidente che vogliamo

Livio Caputo



Ormai tutte le attenzioni della politica sono rivolte alla elezione del nuovo presidente della Repubblica. Se in questi anni fosse stata osservata la Costituzione, e cioè se i vari presidenti, da Cossiga in poi, non avessero continuamente travalicato i poteri loro riservati, la corsa al Quirinale sarebbe molto meno eccitante. Ma dopo gli avvenimenti degli ultimi anni, e specie  dopo che l’attuale inquilino del Quirinale si è arrogato sempre nuovi poteri, arrivando a licenziare un capo di governo legittimamente eletto (Berlusconi) per instaurarne tre di seguito non legittimati dal voto popolare, questa elezione è diventata cruciale: sappiamo tutti che, sebbene nessuna modifica sia stata apportata

alla Carta, viviamo ormai in una Repubblica semipresidenziale, in cui il Capo dello Stato, che in teoria dovrebbe avere funzioni essenzialmente di rappresentanza, esterna quasi tutti i giorni su tutti i problemi, controlla in anticipo le leggi, ha assunto un ruolo chiave anche nella politica estera: si potrebbe dire che non si muove foglia che Napolitano non voglia.. In parte, il ruolo preminente assunto dal presidente è stato dovuto a circostanze eccezionali, ma esso è ormai diventato un “diritto acquisito” e nessuno si aspetta che il successore torni a comportarsi come i presidenti (non tutti, per la verità: pensiamo a Gronchi) della Prima Repubblica.

Ecco perchè la ricerca del nuovo Capo dello Stato è così difficoltosa, e dia luogo a una battaglia politica in parte sotterranea di grande asprezza. Berlusconi era partito con l’idea che il nome dovesse essere concordato tra PD e FI, adesso, forse rendendosi conto che i numeri non sono dalla sua parte, ha accettato che l’eletto provenga dalle file del partito democratico, purchè sia ”una persona equilibrata, seria,competente e non stia da una parte sola”. Sono stati fatti ormai almeno una dozzina di nomi, in parte forse per “bruciarli”: Amato, Padoan, Prodi, Pinotti, Bonino, Cartabia, Muti, Piano, Finocchiaro, Mattarella, Visco, Castagnetti (!) e perfino Draghi, che è certamente più utile come presidente della BCE. E’ singolare (o forse solo indice della scarsa considerazione in cui sono tenuti)


che nella lista non ci siano la seconda e la terza carica dello Stato, il presidente del Senato Grasso e la presidente della Camera Boldrini, e manchi anche Monti, che se non avesse fatto la sciocchezza di fondare un partito e presentarsi alle elezioni poteva contare su ottime carte. Si è sostenuto che dopo un laico deve venire un cattolico, e anche che, vista la scarsa considerazione di cui godono oggi i politici, sarebbe opportuno ricorrere a un esponente della società civile. Non mi pronuncio su nessuno di costoro. Ma, alle caratteristiche enunciate da Berlusconi, su cui credo che tutti siano d’accordo, ne vorrei aggiungere altre due: che non sia un sopravvissuto della Prima repubblica riciclato per l’occasione, e che sia un uomo che sappia, con il suo operato, ridare slancio a un Paese che lo ha perduto. Esiste? Non lo so.

Per concludere, a mio avviso sarebbe utile all’Italia che la evoluzione strisciante cui abbiamo assistito negli ultimi anni venga completata, e che l’Italia diventi una repubblica presidenziale a tutti gli effetti. Oggi non abbiamo nessuno veramente al comando, né l’inquilino del Quirinale né quello di Palazzo Chigi, che è notoriamente il capo di governo occidentale dotato di minori poteri: non è una situazione che funzioni, specie in un momento di crisi come questo, che rischia di durare anni e anni. La cosa migliore sarebbe fare chiarezza, e voltare pagina. So che non avverrà, ma credo che molti italiani siano del mio parere, non per nostalgia di “un uomo solo al comando”, ma per uscire dalla attuale palude di inefficienza.