sabato 31 gennaio 2015

Mattarella il nuovo Presidente della Repubblica: “Il primo pensiero alle difficoltà degli italiani”

La Stampa

L’ex Dc eletto al quarto scrutinio, applausi in Aula. Ncd, lasciano Sacconi e Saltamartini. Dopo l’annuncio ufficiale della Boldrini un discorso breve. Martedì alle 10 il giuramento

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Sergio Mattarella, siciliano, ex Dc, classe 1941, è il nuovo Presidente della Repubblica. È stato eletto al quarto scrutinio con 665 voti: in 127 invece hanno Imposimato, 46 Feltri, 17 Rodotà. Tredici le schede nulle, 105 le schede bianche, trentaquattro in meno rispetto ai 139 elettori di Forza Italia presenti in Aula. Al raggiungimento del quorum - 505 voti - è scoppiato un lungo applauso. Per quattro minuti tutti i parlamentari si sono alzati in piedi, tranne quelli di Lega e M5S. Poco dopo la presidente della Camera Boldrini si è recata dal neo eletto per comunicare l’esito del voto il quale si è limitato a dire: «Il mio pensiero va alle difficoltà e alle speranze degli italiani». Il giuramento del nuovo capo dello Stato si terrà martedì alle ore 10. 

LE REAZIONI DEI POLITICI

Renzi ha assistito allo spoglio insieme all’ex capo dello Stato Napolitano, e nelle fasi finali ha inviato un sms ai grandi elettori: «Grazie per la serietà. Siamo orgogliosi del Pd e di ciascuno di voi». Subito dopo l’elezione è arrivato anche un tweet: «Buon lavoro, Presidente Mattarella! Viva l’Italia». Alfano soddisfatto: «L’ho votato con orgoglio siciliano». Duro il commento del leader leghista Salvini: «Non è il nostro presidente. Oggi è una pessima giornata per l’Italia, il centrodestra è morto». Grillo su Facebook scrive: «Mattarella Presidente, 50 sfumature di grigio». Ma sul suo blog un post firmato da Aldo Giannuli definisce l’ex Dc «migliore» rispetto ad altri candidati.

PASSA LA LINEA-RENZI
Dopo giorni di trattative, dietrofront e aperture, vince dunque la linea dettata dal premier. Il Pd per blindare la votazione ed evitare i franchi tiratori, decide di scrivere sulle scheda il nome del giudice costituzionale in modo diverso (Mattarella S., Sergio Mattarella, On. Mattarella, Prof. Mattarella…), a seconda delle correnti interne. La svolta sul Quirinale viene costruita, ora dopo ora, attraverso una girandola di incontri. La giornata di ieri, partita male, si sblocca dopo un lavorio degli ex democristiani e grazie anche ai suggerimenti di buon senso di Giorgio Napolitano.

Il presidente emerito suggerisce al premier di non procedere a strappi e di dimostrare disponibilità nei confronti di Alfano e di tutte le forze che compongono l’arco parlamentare. Affinché tutti possano convergere su una candidatura come quella di Mattarella. Detto, fatto. Alla fine il ministro dell’Interno opta per il voto all’ex democristiano. La decisione viene formalizzata stamattina nell’assemblea dei grandi elettori dell’Area popolare. Ma Ncd è diviso, la tensione è alla stelle. Maurizio Sacconi si dimette da capogruppo di Ap e la deputata Ncd Barbara Saltamartini lascia l’incarico di portavoce del partito.

TENSIONE DENTRO FORZA ITALIA
Anche in Forza Italia le acque non sono tranquille. Ieri Alfano, Casini e Gianni Letta hanno tentato in extremis di convincere Berlusconi a fare marcia indietro e a convergere su Mattarella, ma non hanno avuto successo. L’ex Cavaliere, irremovibile, ha chiesto ai suoi di votare scheda bianca evitando però lo strappo dell’uscita dall’Aula. Alcuni, però, non hanno seguito le sue direttive. Un gruppetto di “franchi sostenitori” vota Mattarella. Tra le file azzurre crescono i malumori: fittiani e verdiniani sono infuriati.

Mentre i fedelissimi di Fitto sono inferociti contro il leader per aver messo Forza Italia al servizio del premier, una trentina di «grandi elettori» che si richiamano a Verdini chiedono un grande repulisti, ma per ragioni opposte ai primi. I Cinque Stelle anche stavolta si confermano fuori dai giochi. Non sono riusciti nei primi tre scrutini a incidere neppure un pochino nella scelta del Capo dello Stato. Ieri, prima hanno scartato l’idea di convergere con parte del Pd su Romano Prodi, e poi hanno fatto naufragare anche quella di votare Mattarella al quarto “turno”. 



La partita del Colle: chi ha vinto e chi ha perso

La Stampa
amedeo la mattina

Renzi trionfatore assoluto, Alfano schiacciato. Per Berlusconi sconfitta clamorosa

Dopo una battaglia ci sono sempre i vincitori e i perdenti. In quella per il Quirinale sulla candidatura di Sergio Mattarella c’è sicuramente un vincitore sopra ogni altro, poi coloro che hanno perso ma cercano di dissimulare la sconfitta e infine chi ha perso a mani basse.

Renzi
Il premier è sicuramente il trionfatore. L’ex sindaco di Firenze non aveva mai giocato una partita politica e istituzionale di tale livello eppure ha dimostrato grandi capacità tattiche e strategiche. Ha incassato i voti di Forza Italia sulla legge elettorale, ha lasciato che Alfano e Berlusconi facessero il loro gioco attorno alle candidature di Amato e Casini ma alla fine ha serrato i ranghi del Pd, facendo scacco matto con Mattarella.

Bersani
L’ex segretario del Pd, che nel 2013 era rimasto stritolato dai 101 che affossarono lui e Prodi, risorge dalle ceneri. Anche lui può essere inserito nella lista dei vincitori tra i primi posti. La sinistra Dem. si era opposta al Jobs Act e all’Italicum, lottando a testa bassa contro il patto del Nazareno. Bersani si era messo sulla scia della candidatura di Amato, sponsorizzata anche da Berlusconi, spiazzando Renzi. Ma tra i candidati preferiti c’era anche Mattarella, fin dal 2013: così Renzi ha sparigliato riportando l’unita nel partito.

Berlusconi
Sicuramente è il perdente massimo. La sua è una sconfitta eclatante. Aveva creduto nel patto del Nazareno, era convinto di essere il king maker della politica italiana insieme al premier, si è fidato di Matteo, rimanendo con un pugno di mosche in mano. In più si trova Forza Italia spaccata ancora più di prima, con Fitto sulle barricate con le fauci aperte e i fedelissimi che non credono più alle sue capacità politiche. Verdini, l’ambasciatore, poi ne esce disintegrato.

Alfano
Anche il ministro dell’Interno è rimasto schiacciato da Renzi. Gli ha contestato il metodo di una scelta non condivisa, era rimasto impigliato a Berlusconi su una posizione imbarazzante (scheda bianca) per il responsabile del Viminale, Ncd è esploso, ma alla fine Alfano è riuscito a rientrare grazie a un assist di Renzi. Ora il siciliano Alfano può dire che Mattarella è il primo presidente della Repubblica dela sua Regione.

Casini
Sconfitto due volte. Era il candidato di Berlusconi e Alfano, ma Renzi non lo ha mai preso in considerazione. Aveva suggerito di votare scheda bianca per Mattarella, ma anche lui ha dovuto cambiare idea. Sconfitto anche rispetto alla storia dei cattolici ex Dc: Casini andò a destra, Mattarella nel Ppi.

Vendola
Può essere segnalato tra i quasi vincitori. Non voleva al Quirinale il candidato del patto del Nazareno e si è inserito nel ricompattamento a sinistra del Pd. Ma stride una personalità di sinistra costretta ad esultare per l’elezione di un democristiano.

Salvini-Meloni
Nè vincitori né sconfitti. Avevano contestato le manovre di Berlusconi, avevano messo in pista un candidato di disturbo e di bandiera (Vittorio Feltri) e sono rimasti a guardare lo spettacolo, potendo dire ora a Berlusconi «te lo avevamo detto di non fidarti di Renzi».

Grillo
Sconfitto su tutta la linea. Ha fatto fare le quirinarie on line vinte dall’ex magistrato Imposimato, non è stato capace di mettere una zeppa nell’ingranaggio di Renzi, lanciando Prodi, ha pensato di inserirsi all’ultimo minuto sul nome di Mattarella per mettere in difficoltà il Pd, ma il suo gioco è rimasto ancora una volta a zero punti. 



Salvini: Mattarella non è il mio presidente, oggi il centrodestra è morto

Libero




"Sergio Mattarella non è il mio presidente". Matteo Salvini, lo ha scritto su Twitter subito dopo l'elezione di Mattarella a presidente della Repubblica. "È vero, Renzi ha vinto la partita del Quirinale, ma penso anche che questa sarà la sua sconfitta, perché ha vinto con un minestrone e la sinistra gli presenterà presto il conto".

Il leader della Lega è categorico anche rispetto al centrodestra: "Non commento le spaccature interne a Forza Italia. Oggi il centrodestra è morto. Bisogna ricostruirlo al più presto". Il 28 febbraio, annuncia Salvini, "manifestiamo a Roma contro la sinistra che occupa ogni poltrona e per costruire un centro destra che oggi non esisite". E ancora: "Noi dobbiamo ricostruire un’alternativa Renzi. Un’alternativa che in Italia è maggioranza ma in Parlamento non esiste".



Quirinale, Sergio Mattarella eletto presidente della Repubblica
Libero


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Sergio Mattarella è il nuovo presidente della Repubblica. Il giudice della Corte Costituzionale sale al Colle dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano. L'elezione di Mattarella  arriva dopo una lunga trattativa tra i partiti e dopo tensioni nella maggioranza. Alla quarta votazione Mattarella va al Quirinale con i voti del Pd, degli alfaniani, di Scelta Civica, ma anche degli ex grillini. Il quorum per l'elezione al quarto scrutinio è fissato a quota 505. Una soglia superata dopo la convergenza dei voti dem e quelli di Ncd. Mattarella ha raccolto 665 voti. 127 sono andati ad Imposimato (candidato grillino), Feltri 45 voti, schede bianche 105.

Il presidente Mattarella, giunto a Roma da Palermo viene di fatto eletto da un Parlamento incostituzionale nato dal Porcellum. La candidatura è stata fortemente voluta da Matteo Renzi che sin dal primo scrutinio ha imposto agli altri partiti il nome del giudice costituzionale. La figura di Mattarella finora è rimasta nell'ombra nel panorama politico italiano. Di lui si ricordano gli incarichi da ministro e le pochissime apparizioni in video. L'unica intervista su youtube risale a circa 10 anni fa.

Chi è Sergio Mattarella - 74 anni, palermitano, è un ex dirigente della Democrazia Cristiana e del Partito Democratico: è stato cinque volte ministro ed è giudice della Corte Costituzionale per nomina parlamentare dal 2011. È figlio di Bernardo Mattarella, politico democristiano che tra gli anni '50 e '70 è stato più volte ministro ed è fratello minore di Piersanti, altro politico democristiano ucciso il 6 gennaio del 1980 dalla mafia mentre era presidente della Sicilia.

La carriera - Tre anni dopo Sergio Mattarella, avvocato e docente di diritto parlamentare all'università di Palermo, viene eletto deputato con la Dc. Negli anni Ottanta è ministro dei Rapporti con il Parlamento nei governi De Mita e Goria. Poi ministro dell'Istruzione con Giulio Andreotti, carica dalla quale si dimette nel 1990 in segno di protesta contro l'approvazione della legge Mammì che, di fatto, favorì l'ascesa economica di Silvio Berlusconi.

Gli incarichi - È considerato uno dei veri fondatori dell’Ulivo di Romano Prodi e, prima ancora, del Partito Popolare. Ha diretto anche "Il Popolo" tra il 1992 e il 1994 e nel 1993 ha legato il suo nome alla riforma della legge elettorale in senso maggioritario, nota con l’appellativo "Mattarellum" (sostituita nel 2013 dalla legge Calderoli, nota come “Porcellum”). Nel 1996, con la vittoria elettorale dell'Ulivo guidato da Romano Prodi è capogruppo dei popolari alla Camera e diventa vicepresidente del Consiglio quando, dopo la caduta di Prodi, l'incarico venne assunto da Massimo D'Alema.

Nei secondi governi D'Alema e Amato, Sergio Mattarella è ministro della Difesa. Nel 2001 è nuovamente eletto deputato nelle liste della Margherita e riconfermato a Montecitorio nel 2006 per la lista dell'Ulivo carica che ha ricoperto fino al 2008. Dall’aprile 2008 esce dalla scena politica attiva, concludendo il suo mandato parlamentare. Il 5 ottobre 2011 viene eletto giudice della Corte costituzionale dal Parlamento riunito in seduta comune. "E' una persona di assoluta lealtà, correttezza, coerenza democratica e alta sensibilità costituzionale", ha detto di lui l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ora dopo Re Giorgio toccherà fare da arbitro nella politica italiana. E la partita da domani sarà infuocata.

Rottweiler piange fratellino morto, il video virale commuove il web

Il Messaggero



Il suo fratellino è morto nella notte. E Brutus, un grosso rottweiler che quando passeggia per strada fa paura, piange, piange senza smettere. Un dolore lancinante, che non si placa nemmeno con le coccole del padrone. Brutus ha gli occhi lucidi e la testa appoggiata su quella del fratellino Hunk, che se n'è andato silenziosamente nella notte.

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Esattamente come un essere umano piange una persona cara, Brutus è inconsolabile per la morte del fratello e compagno di giochi. Il video, postato su Youtube dal padrone Brett Bennett, è diventato virale e, insieme a quello di Brutus, si sono spezzati migliaia di cuori. I due gemellini di Rottweiler erano già delle star del web: adottati in un canile avevano già una loro una pagina Facebook e un canale Youtube con più di 23 milioni di followers. Che adesso piangono il fratellino morto insieme al cucciolone Bruce.

Venerdì 30 Gennaio 2015, 18:01 - Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 12:25

Zimbabwe, presidente su emancipazione: donne non pari a uomini, dobbiamo metterle incinte

Il Messaggero

Zimbabwe, presidente su emancipazione: donne non pari a uomini, dobbiamo metterle incinte

di Giulia Aubry

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Di sicuro il tempismo non è la migliore qualità di Robert Mugabe. E non solo perché il presidente dello Zimbabwe ha ormai 90 anni (91 il prossimo 21 febbraio, per essere precisi) e la sua storica dittatura sembra, decisamente, non avere più un ampio orizzonte.

Nelle ultime ore, infatti, Mugabe è stato eletto presidente dell’Unione Africana nell’anno che l’organizzazione ha deciso di dedicare all’Empowerment e allo Sviluppo delle donne nel continente. E come si è presentato il neo-presidente? Con una dichiarazione che può essere riassunta con un “non è possibile che le donne possano essere pari all’uomo”. La motivazione? “Perché noi uomini dobbiamo metterle incinte”.

A una giornalista di VOA Zimbabwe, arrivata ad Addis Abeba in Etiopia per seguire i lavori del summit dell’Unione Africana, il leader africano avrebbe infatti così commentato la condizione femminile: “Quando le donne vengono al mondo non è facile per loro. Devono sposarsi, devono avere bambini, devono stare a casa e questo è un problema… Sto dicendo che le donne non possono essere pari agli uomini. Vede, noi uomini vogliamo i bambini. Così noi mettiamo incinta le donne. E non è possibile fare altro per loro…”.

Qualcuno potrebbe dire che non è la cosa più grave che Mugabe, più volte denunciato da Amnesty International per le violazioni dei diritti umani nello Zimbabwe, abbia fatto o detto. E in più c’è l’età che avanza. Ma di certo non aveva sbagliato i tempi in questo modo neppure quando, reputato “persona non grata” dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, si presenta agli eventi organizzati dalle Nazioni Unite e dal Vaticano, compresa la cerimonia di beatificazione di Papa Wojtyla.

Santa Maria Capua Vetere. Rapina di 2mila euro a una polacca, la donna doveva pagare il «riscatto» per essere libera: fermati due rumeni

Il Mattino

SANTA MARIA CAPUA VETERE - Sono considerati i complici della banda di rumeni che lunedì scorso, nei pressi del supermercato «Briò», rapinarono di duemila euro e ferirono alla testa con un bastone una donna polacca di 36 anni. Oggi sono stati arrestati dalla polizia del commissariato di Santa Maria Capua Vetere.

Si tratta di Sorin Pista di 35 anni e di Anghel Marius di 40, sorpresei a Riardo, ma entrambi residenti nel campo profughi di Capua. Dietro alla rapina, stando alle indagini della polizia del commissariato di Santa Maria Capua Vetere, coordinate dal dirigente Luigi Del Gaudio, ci sarebbe una storia di schiavitù e di riscatto: i duemila euro, infatti, sarebbero stati rubati alla donna per non permetterle di pagare il riscatto al suo padrone ed essere finalmente libera. Gli agenti del commissariato, lunedì scorso, fermarono per rapina anche altri due complici e un quinto componente della banda che, per crearsi un alibi, aveva denunciato il furto della sua vettura ai carabinieri di Mondragone.



sabato 31 gennaio 2015 - 13:11   Ultimo agg.: 15:45

Cina, dichiarato morto torna in vita al funerale, i medici scioccati: «Mai visto nulla di simile»

Il Messaggero

Muore ma torna in vita il giorno del suo funerale.

1E' successo a Guo Liu, un uomo di 45 anni della provincia cinese orientale di Hubei: gran fumatore, è morto mentre si trovava fuori con gli amici. Liu arrivava a consumare anche due pacchetti di sigarette al giorno.

Gli amici hanno chiamato un'ambulanza e l'uomo è stato messo in terapia intensiva, dopo 3 mesi dichiarata la morte. Nel dolore i parenti hanno organizzato così il funerale, ma al momento di chiudere la bara i cari hanno notato scendere delle lacrime dagli occhi del "cadavere". Liù era tornato in vita, o meglio, era sempre stato vivo.

Il paziente è stato nuovamente portato in terapia intensiva e sarà tenuto sotto stretta osservazione fino a guarigione completa. «Non ho mai visto nulla di simile», ha detto un portavoce dell'ospedale, sconvolto. Ora bisognerà però valutare i danni cerebrali.

Venerdì 30 Gennaio 2015, 15:56 - Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 12:25

La Suprema Corte dà ragione al Giornale

Luca Fazzo - Ven, 30/01/2015 - 17:15

La Suprema Corte dà ragione al Giornale. Non è possibile il sequestro preventivo di una pagina internet di un giornale

La Cassazione dà ragione al Giornale, e la vittoria della nostra battaglia segna un precedente di cui si avvantaggerà l'intera categoria della cronaca on line.
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Le Sezioni unite hanno stabilito infatti che le norme poste dalla Costituzione a tutela della libertà di stampa si applicano anche alle versioni digitali dei giornali: un principio che potrebbe sembrare ovvio, visto che le edizioni on line non sono altro che la nuova incarnazione dei quotidiani, e che la Costituzione parla solo di per il semplice motivo che venne scritta quando Internet non esisteva.

Eppure in tutta Italia le sentenze di tribunali e delle corti d'appello avevano finora escluso che le sue garanzie si potessero applicare anche alle pagine web: e questa linea restrittiva era stata fatta propria anche da alcune sentenze della stessa Cassazione. Così la pratica è finita sul tavolo delle Sezioni unite, e d'ora in avanti tutti i giudici italiani dovranno adeguarsi al principio che è stato sancito: non è possibile il sequestro preventivo di una pagina internet di un giornale. Diversa la situazione per i siti internet che non sono l'emanazione di una testa giornalistica registrata e per i blog. Qui, nell'anarchia della Rete, la Corte ha ritenuto che il sequestro di pagine e contenuti sia legittimo.

Ma per i giornali on line il divieto di sequestro diventa assoluto. Particolarmente significativo è che la vittoria del Giornale - difeso dal compianto avvocato Enzo Lo Giudice e dalla sua collega Valentina Ramella - sia arrivata in un processo in cui la controparte era un magistrato della stessa Cassazione. Antonio Bevere, il magistrato che aveva condannato a un anno di carcere il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, aveva poi querelato Sallusti e un cronista per un articolo da cui si era sentito diffamato.

Il processo nato dalla querela è ancora in fase di indagini preliminari, ma nel frattempo Bevere aveva chiesto e ottenuto che venisse oscurata la pagina del Giornale.it che riportava per intero l'articolo che non gli era piaciuto. Contro il sequestro della pagina, disposto dal tribunale di Monza e confermato dal tribunale del riesame, i difensori avevano presentato ricorso in Cassazione. Il ricorso era stato assegnato alla prima sezione, che aveva ritenuto fondate le argomentazioni dei legali, ma aveva ritenuto opportuno - di fronte alla rilevanza del problema e alle tante sentenze di segno contrario - trasmettere tutto alle Sezioni unite. E qui, dopo una lunga camera di consiglio, la vittoria del Giornale.

Giudice vieta al cane di abbaiare: multa di 2600 euro ad ogni "bau"

Ivan Francese - Ven, 30/01/2015 - 17:11

"Arresti domiciliari" per l'animale: dalle 20 alle 8 deve stare chiuso in casa. In tre anni i latrati avrebbero minato l'equilibrio mentale della vicina

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Capita, scrivendo, di imbattersi in notizie talmente assurde che se non fossero incredibili risulterebbero quasi più divertenti che improbabili. Appartiene a questa categoria la vicenda che arriva da un paesino vicino Pola, in Istria, dove un giudice ha obbligato una coppia a "zittire" il proprio cane durante le ore notturne per non disturbare i vicini con i propri latrati.

La corte municipale di Pola ha condannato il 47enne Anton Simunovic a una misura provvisoria: dalle otto di sera alle otto di mattina il cane Medo è stato costretto a un "coprifuoco" casalingo che ha messo fine alle scorribande notturne in giardino. Tutto nasce infatti dalla denuncia di una vicina che, dopo tre anni di latrati, si è rivolta ad un avvocato per porre fine alla causa di quello che era ormai diventato un vero e proprio esaurimento nervoso, con tanto di privazione del sonno.

Così sono scattati gli "arresti domiciliari", con tanto di multa di 20mila kune (circa 2600 euro) per ogni infrazione: per Medo, però, si è trattato di un vero e proprio dramma. Il padrone assicura che l'animale non si è mai mostrato aggressivo e che anzi ora "soffre molto, perché è abituato a stare all'aperto e odia essere rinchiuso tra quattro mura". Il rischio, quindi, è quello che si ammali, anche perché non può più fare i bisogni all'esterno per ben dodici ora. I Simunovic hanno presentato ricorso contro la decisione della Corte. Che però, per il momento, non ha ancora risposto.

venerdì 30 gennaio 2015

Gmail e i soldi in allegato

Corriere della sera
di Elmar Burchia

Dopo gli americani, ora anche gli utenti britannici potranno inviare e ricevere denaro dalla casella di posta di Mountain View, grazie all'integrazione con Google Wallet

 1Ti mando una mail coi soldi in allegato. Non solo foto o documenti: dal maggio 2013 gli utenti americani del provider di posta elettronica Gmail hanno la possibilità di inviare (e ricevere) valuta elettronica come se fosse un normale allegato in una email. Il servizio è sbarcato da giovedì anche in Europa. I primi utenti a poterlo sperimentare: gli inglesi (maggiorenni).
Come funziona
Bastano pochi clic e, voilà, la mail col denaro in allegato è inviata. È molto semplice: vicino all'icona a forma di graffetta nella parte inferiore della finestra di scrittura è comparso il simbolo della sterlina (£). Basta cliccarlo e allegare i soldi da inviare. Una volta ricevuto il denaro, questo sarà inserito all'interno del proprio account; in un secondo momento potrà essere trasferito sul conto collegato, inviato ad altri utenti o, in alternativa, speso all'interno di Google Play, il negozio virtuale di Mountain View. Bisogna ancora attendere per sapere se il servizio sarà disponibile anche nel nostro Paese. Da Google Italia spiegano che la novità, per il momento, riguarda soltanto l'utenza inglese. Ma non è difficile immaginare che possa essere presto estesa a tutti i possessori di un account Gmail (disposti a consegnare a Google le proprie coordinate bancarie).
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Tetto massimo
Il file allegato con la valuta digitale può essere ricevuto anche da chi non ha un account con il servizio di posta elettronica di Google. Tuttavia, per mandare (e ricevere) il denaro è necessaria l’iscrizione a Google Wallet, il «portafoglio digitale» di Mountain View, collegato ad una carta o un conto bancario. Il tetto massimo della transazione? 5mila sterline (circa 6.600 euro), per un massimo di 10mila in cinque giorni. I trasferimenti possono essere effettuati solo tra conti bancari del Regno Unito. La novità ha in ogni caso le potenzialità per rivoluzionare i pagamenti online. E dare filo da torcere a PayPal e Apple Pay.

30 gennaio 2015 | 14:33

Enigma, la macchina nazista al Museo Leonardo da Vinci

Corriere della sera
di Giovanni Caprara

L’esemplare utilizzato in Italia risale al 1937. Donato da una mecenate milanese

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I prodigi di Alan Turing si possono incontrare anche a Milano. Dopo aver visto il film «The Imitation Game» che racconta la magnifica e tragica storia del grande matematico britannico, l’emozione della stupenda pellicola può continuare varcando la soglia del Museo nazionale della scienza e della tecnologia «Leonardo da Vinci» soffermandoci davanti alla macchina Enigma protagonista del film assieme allo scienziato. Turing riuscì a decifrare i codici generati da Enigma che le forze armate tedesche impiegavano nella trasmissione dei messaggi.

Nascosto con il suo gruppo di crittografi nella casa di campagna di Bletchley Park a 75 chilometri da Londra, riuscì a costruire la macchina «Bomba» con la quale decrittava velocemente i codici germanici anticipando gli eventi e annullando l’efficacia delle azioni belliche nemiche. Così gli alleati riuscirono a vincere la Battaglia dell’Atlantico provocando la disfatta dei temibili sommergibili U-boats. Ma non solo. Su tutti i fronti le informazioni carpite portarono alla vittoria degli alleati mentre Hitler non ne comprendeva la ragione. Pure il successo dello sbarco in Normandia che segnò il crollo definitivo di Berlino aveva radici a Bletchley Park, dove si riuscì a capire la dislocazione delle forze da affrontare nel D-Day.

La macchina Enigma
La macchina Enigma 
La macchina Enigma 
La macchina Enigma 
La macchina Enigma
 
La macchina Enigma Un esemplare della macchina Enigma sconfitta dall’intelligenza di Alan Turing arrivò al Museo milanese grazie alla donazione di una generosa signora milanese, Lina Galeazzi, nel 1987. Anche se non sono rimaste tracce del misterioso percorso compiuto dallo strumento si sa che risale al 1937 e di certo era stata utilizzata in qualche ufficio della Penisola.

I segnali codificati provenienti dall’Italia erano infatti diventati di grande interesse a partire dal 1935 durante la guerra in Abissinia, e da allora lo Stivale diventava un’area di continua sorveglianza. Da Bletchley Park seguivano soprattutto i messaggi legati al traffico navale e fu così che la Royal Navy riuscì a conquistare prima la vittoria di Taranto e poi quella più importante di Capo Matapan nel 1941, tanto che l’ammiraglio Sir Andrew Cunningham, comandante della flotta nel Mediterraneo, andò personalmente nella segretissima residenza per congratularsi con i crittografi fornitori delle preziose indicazioni.

La macchina Enigma era stata inventata nel 1918 da Arthur Scherbius che la produsse in varie versioni ad uso commerciale. Ma continuò poi a perfezionarla attraendo l’interesse dei militari che l’acquisirono facendone una vera arma da guerra. Inizialmente il modello utilizzato in Italia era appunto di tipo commerciale, ma dal 1940, dopo l’adesione al conflitto, arrivarono versioni più elaborate.

Enigma è adesso esposta nella mostra «Tecnologie che contano» dedicata ad Alan Turing e alle macchine da calcolo. «Era stata aperta nel 2012 in occasione dei cento anni dalla nascita del matematico per ricordare l’eccezionale figura e uno dei più celebri padri dell’informatica - nota Fiorenzo Galli, direttore generale del Museo -. Ma l’abbiamo mantenuta per due ragioni. La prima per testimoniare l’importante ruolo di un pioniere di un mondo che oggi è la nostra dimensione quotidiana. In secondo luogo perché la mostra rappresenta un embrione della futura nuova sezione di informatica per la quale ci stiamo preparando e che non può mancare in un moderno museo della scienza e della tecnologia».

Sempre nel 2012 il Teatro Il Piccolo ospitava, tra l’altro, il bellissimo spettacolo teatrale «Turing a staged case history» ideato e diretto da Maria Elisabetta Marelli, parti del quale si possono rivedere sul sito www.turingcasehistory.net dedicato al grande britannico. Ma Enigma e Turing ci portano anche nel futuro. L’illustre scienziato dell’Università di Cambridge, durante un biennio trascorso all’Università americana di Princeton, scrisse un documento che rimase alla base dell’intelligenza artificiale. Da allora il sogno che lui accese è diventato sempre di più una delle più affascinanti prospettive per il nostro domani.

29 gennaio 2015 | 14:48

Regione, l’elenco degli ex consiglieri che hanno riscattato i contributi

Corriere della sera
di Andrea Senesi

Sono 129, tra i quali l’attuale ministro Martina, Renzo Bossi e Nicole Minetti

C’è un’altra lista, oltre a quella dei 53 ex consiglieri che hanno fatto ricorso contro la legge taglia vitalizi. È un elenco ancora più lungo che contiene i nomi dei politici transitati dal Pirellone che alla pensione hanno «rinunciato», chiedendo (e ottenendo) però indietro i contributi versati durante gli anni di mandato. Sono 129. Dalla «A» di Albertoni (Ettore, Lega Nord, 142 mila euro restituiti sull’unghia) alla «Z» di Zuffada (Sante, Pdl, 244 mila euro di contributi risarciti).

Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Gli ex consiglieri regionali che hanno chiesto la restituzione dei contributi 
Tutto in regola
Tutto in regola, sia chiaro. Fino alla scorsa legislatura funzionava così (per gli eletti in carica i vitalizi sono stati cancellati): il consigliere (o l’assessore) che terminava il mandato sui banchi del Pirellone aveva davanti a sé due possibilità: aspettare i 60 anni d’età (ora portati a 66) per percepire la pensione (nel frattempo robustamente rivalutata rispetto ai contributi versati) oppure passare alla cassa subito, chiedendo la restituzione di quanto versato. Pochi soldi (si fa per dire), maledetti e subito. In questo caso, ovviamente, addio vitalizio. Il paperone per ora è Massimo Buscemi, assessore alla Cultura nell’ultima giunta Formigoni, che ha (ri)portato a casa 358 mila euro, ma il bergamasco Marcello Raimondi rischia di superarlo: ha fatto richiesta per la restituzione di 378 mila euro. Da segnalare anche il caso di Elisabetta Fatuzzo, da anni eletta al Pirellone sotto le insegne del Partito pensionati. Lei alla sua pensione ha rinunciato, ricavandone però in cambio 348 mila euro.
Le «star»
Nell’elenco anche le «star» della scorsa legislatura: Renzo Bossi (con «soli» 55 mila euro per il suo scorcio di legislatura) e Nicole Minetti con 79 mila restituiti. C’è anche un pezzettino di governo Renzi tra i 129. Il ministro Maurizio Martina (Pd) s’è fatto ridare gli 88 mila euro di contributi versati e il sottosegretario Luciano Pizzetti (Pd anche lui) i suoi 207 mila. Nel tutti contro tutti che si è scatenato al Pirellone intorno alla questione vitalizi, ai 129 in queste settimane devono essere fischiate le orecchie. I colleghi, che alla pensione non hanno rinunciato e che ora se la vedono tagliare del 10 per cento, li hanno tirati in ballo non più tardi di ieri. «A loro un contributo di solidarietà non è giusto chiederlo?». E i politici in carica? Per loro niente più possibilità di pensione, ma i contributi che precedentemente venivano accantonati per il vitalizio se li sono comunque ritrovati in busta paga.

Morto per l’Isis, beffa per la moglie ora deve pagargli anche le tasse

Corriere della sera

Il Comune di Longarone non riconosce il decesso del combattente islamico andato in Siria col figlioletto

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(Belluno) E’ morto un anno fa ad Aleppo, combattendo quella guerra santa che lo ha convinto a lasciare la sua nuova vita in Italia per arruolarsi nell’esercito del Califfato in Siria. E’ morto per i suoi familiari, per l’intelligence internazionale e per il ministero dell’Interno, che nella lista dei «foreign fighters» («combattenti stranieri», figli di musulmani di terza e quarta generazione che combattono con in milizie terroriste) lo ha classificato come deceduto. Ma Ismar Mesinovic non è morto per il Comune di Longarone e perciò la moglie Lidia Solano Herrera potrebbe dover pagare le spese per gli adempimenti fiscali della sua partita Iva da artigiano, ai quali l’uomo non ha ottemperato.

La Herrera vive una vicenda kafkiana, stretta tra due mondi paralleli, quello della burocrazia ottusa e quello reale fatto di disperazione e dolore. Perché quel viaggio senza ritorno verso la Siria Ismar lo ha fatto con il figlioletto Ismail, di poco più di 3 anni, da allora sparito nel nulla. «Vivo dilaniata dal dolore di non sapere dov’è mio figlio — spiega la donna in lacrime — e con il terrore che ne facciano un soldato bambino, di non vederlo mai più. E ora devo affrontare anche questa situazione assurda. Sono stremata, vi prego aiutatemi». La sua è una vita sospesa, nella speranza che dalle indagini su Ismail arrivino sviluppi. Ma intanto, Lidia deve continuare a vivere da moglie, e non da vedova, di Ismar.

L’uomo, che nel Bellunese faceva l’imbianchino, aveva una partita Iva che Lidia vorrebbe chiudere, perché implica scadenze cui Ismar non può più ottemperare e che costringerebbero la consorte a pagare tasse e sanzioni che potrebbe evitare. Ma non può, il Comune si rifiuta di rilasciarle il certificato di morte per il marito, come spiega l’avvocato della donna Aloma Piazza: «L’ufficio Anagrafe ne sta facendo una questione strettamente formale e burocratica: poiché Ismar non è morto a Longarone e non c’è il suo cadavere, non intende rilasciare il certificato di morte. Essendo l’uomo nato e deceduto all’estero, il Comune non vuole neppure trascrivere eventuali certificati di morte che dovessero arrivare dalla Bosnia o dalla Siria».

Tutto questo nonostante le prove raccolte dalle forze di polizia e il riconoscimento fotografico da parte della moglie del cadavere dell’uomo siano stati sufficienti al Viminale per classificare Mesinovic come «foreign fighters deceduto». La moglie non può fare altro che ricorso al tribunale di Belluno, ma rischia di dover avviare un procedimento per il riconoscimento della morte presunta. «Iter che richiede 10 anni — conclude il legale — ed è sbagliato. Non stiamo parlando di una persona scomparsa ma di un uomo senza dubbio morto. Vorremmo che il Comune, che può farlo, agisse in autotutela certificandone il decesso, dimostrando comprensione per la moglie e il suo dolore. Perché l’unica persona scomparsa in questa triste vicenda è purtroppo il piccolo Ismail».


30 gennaio 2015

Sergio Mattarella, il moralista con lo scheletro nell'armadio

Libero
 
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L’eventuale ascesa di Sergio Mattarella al Quirinale ci ridarà un quaresimalista dello stampo di Oscar Luigi Scalfaro. Mattarella è pio, schivo, incapace di sorriso. Sul Colle lo vogliono i democristiani del Pd. In prima linea, Rosy Bindi che con lui, negli anni di Tangentopoli, liquidò in un amen la Dc, forzando la mano al mogio segretario, Mino Martinazzoli. Ne derivò il Ppi, che nacque esangue, morì in fasce e fu sepolto senza lasciare traccia.

Questa fragranza di crisantemi inquadra perfettamente il giro di Mattarella. È quello dei «basisti», variante della Dc di sinistra (l’altra era morotea), il più noto dei quali è l’irpino, Ciriaco De Mita. L’anima della stirpe fu però lombarda. Capostipite era il senatore bresciano Franco Salvi, ormai defunto. Costui indossava il cilicio, era cupo ed ebbe il soprannome di «2 novembre». Salvi clonò un gruppo di identici a lui: l’on. Pietro Padula, detto «bonjour tristesse», il sen. Martinazzoli noto come «cipresso», l’on Tarcisio Gitti, soprannominato «cripta». Di tutti si è persa la memoria. Questi sono gli antenati spirituali del settantatreenne Mattarella, reperto di un mondo scomparso.

Va detto a onore di Sergio – chiamato Sergiuzzo nella sua infanzia palermitana – di avere capito quasi per tempo che la politica del Duemila non era più per lui. Nel 2008 se ne andò dal Parlamento per usura, essendoci entrato nel 1983. Durante le sette legislature fu prima dc, poi Margherita, infine pd. È stato più volte ministro – nei governi Goria, De Mita e Andreotti alla fine degli anni ’80 – e addirittura vicepresidente del Consiglio con il D’Alema I (1998-1999). Il suo maggiore exploit fu l’invenzione del Mattarellum, dal suo nome latinizzato per burla dall’indignato politologo Giovanni Sartori.

È il sistema elettorale – parte maggioritario (70 per cento), parte proporzionale (30), con sbarramento al 4 per cento – che incarna il tipico modo dc di conciliare gli opposti con un colpo al cerchio e uno alla botte. Il meccanismo fu paragonato all’ornitorinco, mammifero australiano col becco d’anatra, mani di scimmia, coda di foca. Col Mattarellum si votò tre volte, nel 1994, 1996 e 2001, con vittorie ripartite tra destra (due) e sinistra. Messo alla prova, il sistema se la cavò. Tanto che oggi, paragonato al Porcellum di Roberto Calderoli che lo sostituì, è perfino rimpianto.

Lasciato il Parlamento, Sergiuzzo dimostrò di non essere il tipo che resta appiedato senza una poltrona. Entrò subito nel Cpga, il Csm dei giudici amministrativi, incarico di nicchia, come si usa dire, ma discretamente remunerato. Poi, puntò direttamente alla Corte Costituzionale che è la più bella poltrona che ci sia. Dura nove anni, più di ogni alta carica; sei rispettato come un dio, pagato come un principe, intoccabile come un re, in un vorticare di auto blu, autisti, segretari e privilegi vari.

La nomina è stata però laboriosa. Candidato dal Pd, fu eletto il 6 ottobre 2011 dal Parlamento in seduta comune. Avrebbe dovuta farcela alla prima votazione perché c’era l’accordo col Berlusca. Ma si misero di traverso, radicali, Idv e un pezzo del Pd che voleva Luciano Violante, cioè un comunista vero invece di un ex dc. Bisognò così attendere la quarta votazione, in cui basta la maggioranza semplice. Essendo però incerti i numeri, il Pd, per sicurezza, precettò perfino una puerpera di appena due giorni, ordinandole la tassativa presenza in Aula. La ragazza, allora ancora ignota ai più, era Marianna Madia. La scheda della fatina fu quella decisiva per l’elezione. Mattarella ebbe giusto 572 voti, uno più del quorum.

Il volo di Sergiuzzo cominciò il giorno in cui Piersanti, suo fratello maggiore e presidente della Regione Sicilia, fu assassinato dalla mafia. Era il sei gennaio del 1980 e l’attentato avvenne di fronte allo studio dei Mattarella in via Libertà a Palermo. Sergio, che aveva assistito impietrito all’omicidio, soccorse il fratello che morì tra le sue braccia in ospedale. In quell’istante decise di raccogliere il testimone e continuare la tradizione politica cominciata col padre Bernardo, moroteo, più volte ministro nel dopoguerra, gran notabile che convisse senza urti con la mafia. Contrariamente a Piersanti che, infatti, ne fu ucciso e di Sergiuzzo che dell’antimafiosità ha fatto il suo vessillo corredandola di altre virtù: moralità politica, trasparenza, severità dei costumi.

Il segretario dc, De Mita, lo prese sotto la propria ala e gli spianò una carriera coi fiocchi che, da allora, antepose all’insegnamento del Diritto Parlamentare nell’Università di Palermo. Nel 1983, come sappiamo, divenne deputato e l’anno dopo fu per tre anni il plenipotenziario demitiano in Sicilia. In questa veste, inventò la figura di Leoluca Orlando facendolo sindaco di Palermo. Ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Leoluca era ancora un placido dc ma la promozione gli dette al cervello. Divenne un compulsivo antimafioso e il prototipo di chi su questo imbastisce la carriera, finendo per accusare di connivenza perfino Giovanni Falcone.

Con gli anni ’90, comincia per Sergiuzzo la lunga marcia contro il Cav. Fu, anzi, un antemarcia poiché lo combatté prima ancora che entrasse in politica. Ministro dell’Istruzione di Andreotti, si dimise nell’istante stesso in cui il Parlamento approvò (luglio ’90) la Legge Mammì che manteneva le tre reti delle tv Fininvest, anziché ridurle a una come desiderava De Mita. Con lui, abbandonarono il governo Fracanzani, Misasi, Mannino e Martinazzoli, seguaci dell’irpino.

Quando poi, nel ’94, il Cav scese in campo, Sergiuzzo s’incattivì in quel modo cattolico, come la Bindi e Scalfaro, che non lascia scampo: con la totale consacrazione della propria vita alla distruzione del nemico. Nel ’95 ruppe con Rocco Buttiglione che, da segretario, voleva portare il Ppi nell’orbita del centrodestra e lo irrise come «el general golpista Roquito Buttillone». Negli anni in cui il Berlusca governò, definì «indecenti» le sue leggi affermando che i «ministri vanno in Parlamento solo quando c’è da votare leggi a favore del premier».

Ebbe poi un travaso di bile il giorno in cui Fi entrò nel Ppe, sembrandogli sacrilego che lui della Margherita dovesse stare sotto lo stesso tetto. «È un incubo irrazionale», affermò, come se ci fossero incubi razionali. Brigò al punto che la sinistra dc uscì dal Ppe per non infettarsi. Inutile dire che tanto livore non è il migliore lasciapassare per il Quirinale.

Per concludere, Mattarella è un moralista. Come spesso accade con costoro, anche lui è inciampato. Negli anni ’90, fu rinviato a giudizio per finanziamento illecito, accusato dall’imprenditore siciliano Filippo Salamone di avere intascato cinquanta milioni di lire, più buoni benzina. Sergiuzzo giurò: «Il contributo non è mai esistito». Era falso. Messo alle strette, ammise la benzina, non i soldi. Se la cavò per il rotto della cuffia: l’imprenditore non fu creduto e i buoni, per un valore di tre milioni, furono giudicati veniali. Assolto. Ma la bugia resta e per il Colle pesa.

di Giancarlo Perna

Papa Sergio (zero tituli)

La Stampa

massimo gramellini

Al confronto Monti era il carnevale di Rio. Ho guardato e riguardato l’unica intervista a Sergio Mattarella disponibile su YouTube, ambientata su un divano a fiori non vivacissimi. In quattro anni ha ricevuto zero commenti. Questo è il primo. Argomento della conversazione, il ruolo della cultura. Il Presidente designato della Repubblica parla per sei minuti senza mai variare il tono della voce né muovere un muscolo del volto. A metà, per alleggerire, racconta una storiella del quarto secolo avanti Cristo. La sua dialettica è un riuscito mix tra la verve di Forlani e l’immediatezza di De Mita. «Credo che il bombardamento commercializzato di modelli di vita cui oggi siamo sottoposti abbia agevolato e accresciuto, se non la tendenza, il pericolo di un abbassamento dei valori di riferimento».

Intendeva dire, con qualche ragione, che le tv di Berlusconi ci hanno lietamente rimbecillito. Però, vuoi mettere. Oltre a Epitteto e Aristippo, che non sono due nazionali brasiliani, cita l’amato san Francesco. Non è difficile immaginare che le sue prime mosse sul Colle sarebbero il distacco delle prese dei televisori e l’abbassamento della statura dei corazzieri per risparmiare sulla stoffa delle divise. Dimezzerebbe i costi, gli sprechi e gli aggettivi, imponendo la dieta Bergoglio a tutto il Quirinale. Da cittadino un Presidente così mi entusiasma. Da giornalista mi getta nella disperazione più cupa. Per dirla alla Mourinho, Mattarella ci darà «zero tituli». Confido nell’effetto inebriante della carica, ma nel dubbio comincio a ripassare Aristippo.

 L’intervista a Sergio Mattarella dell’ottobre 2010

Morta McCullough, l'autrice di «Uccelli di rovo»: best seller da 30 milioni di copie

Il Messaggero

La scrittrice australiana Colleen McCullough, soprannominata la regina di «Uccelli di rovo», suo bestseller planetario, è morta ieri pomeriggio in un ospedale della piccola isola di Norfolk, nell'oceano tra l'Australia e la Nuova Zelanda, all'età di 77 anni. Era diventata cieca per una forma degenerativa maculare, diagnostica nel 2004, e da tempo viveva su una sedia a rotelle.








L'annuncio della scomparsa è stato dato dal «Sydney Morning Herald». McCullough viveva dal 1988 sull'isola di Norfolk, abitata da circa 2.000 anime, in gran parte discendenti dei marinai ammutinati del Bounty, dove aveva sposato Ric Robinson. Autrice di 25 romanzi, il suo libro più famoso è «Uccelli di rovo» del 1978 da cui venne tratta, nel 1983, la popolare miniserie tv con Richard Chamberlain e Rachel Ward: racconta la storia della famiglia australiana dei Cleary, dai primi del '900 e l'intensa storia d'amore proibita tra la giovane Maggie e il reverendo Ralph de Bricassart.

«Uccelli di rovo» ha venduto oltre 30 milioni di copie nel mondo. Colleen McCullough ha scritto molti altri romanzi di successo, pubblicati in Italia da Rizzoli e quasi tutti disponibili nel catalogo Bur. Tra i più recenti, «La morte in più», «Cleopatra», «Come la madre» e «L'indipendenza della signorina Bennet».

giovedì 29 gennaio 2015

La riunificazione della Germania è illegale, la Russia prepara un appello

Il Messaggero

di Alessandro Di Liegro


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La caduta del muro di Berlino, nel novembre del 1989, può essere considerato uno degli spartiacque della Storia. C'è chi, però, quella storia vorrebbe cambiarla. Il Presidente della camera dei deputati russa (la Duma), ha richiesto alla commissione per gli affari esteri di studiare l'appello da parte di un deputato del Partito Comunista di considerare la riunificazione della Germania come la presa illegale dei territori della Germania Est da parte dei suoi vicini dell'Ovest.

«Nella Repubblica Democratica Tedesca non venne condotto nessun referendum per chiedere il parere dei cittadini riguardo una eventuale annessione. Invece c'è stato in Crimea» ha detto Nikolai Ivanov davanti alla Duma. La proposta di rivedere la posizione di Mosca su uno degli eventi più eclatanti e importanti del ventesimo secolo, nasce dalla rabbia riguardo la condanna internazionale dell'occupazione russa della Crimea, lo scorso Marzo.

«Sappiamo che l'ipocrisia occidentale non conosce limiti - ha continuato Ivanov, criticando la posizione del Cancelliere tedesco Angela Merkel sulla crisi ucraina – per questo motivo ho suggerito di istruire al Comitato degli affari esteri uno studio che condanni l'annessione della Germania Est da parte della Germania ovest, avvenuta senza un referendum consultivo» ha riferito Ivanov.

Naryskin ha presentato la proposta durante la riunione dei Presidenti delle assemblee parlamentari al Consiglio di Europa quando, non senza ironia, ha risposto agli eurodeputati. Naryskin ha affermato: «La logica è la stessa, ma la Russia è fortemente contraria a questa logica, nel caso della Repubblica Democratica Tedesca e della Crimea. Siamo sempre stati contrari a fare due pesi e due misure», ha concluso Naryshkin.

L'ex Presidente russo e premio Nobel per la Pace, Michail Gorbachev, ha definito la proposta come “priva di senso”. Parlando ai microfoni dell'agenzia di stampa Interfax, il padre della perestrojka ha detto: «Quale annessione? Nessuno può neanche pensare fosse un annessione. Di quale referendum vogliamo parlare quando centinaia di migliaia di persone manifestavano in entrambi i paesi al grido: “Siamo un unico popolo?”».

La situazione economico-politica in Russia è particolarmente difficile, con la sanguinosa guerra in corso in Ucraina, la discesa libera del rublo e il conseguente taglio del rating da parte di Standard & Poors e la concorrenza dell'Arabia Saudita riguardo il prezzo del combustibile fossile.

Mercoledì 28 Gennaio 2015, 18:01 - Ultimo aggiornamento: 20:44

Air Force One, scelto il nuovo aereo presidenziale: è un Boeing 747-8

Il Messaggero




Il Pentagono ha annunciato di aver scelto il Boeing 747-8 per rimpiazzare l'Air Force One presidenziale. Lo riferisce il Wall Street Journal. Il contratto non è stato ancora firmato, ma il dipartimento ha detto che probabilmente la Boeing si assicurerà l'accordo per l'aereo e per le modifiche che secondo gli esperti includono sofisticate apparecchiature di comunicazione e dispositivi antimissili.

I due aerei della flotta presidenziale, entrambi Boeing 747-200, termineranno il loro servizio nel 2017 dopo 30 anni. Lo scorso anno, le forze armate avevano annunciato di aver stanziato 1,65 miliardi di dollari nel periodo 2015-2019 per rimpiazzare i propri jet, ma stamane non hanno fornito il costo del contratto o le date di consegna per i nuovi aerei.

Mercoledì 28 Gennaio 2015, 22:21 - Ultimo aggiornamento: 22:40

In arrivo il chip contro le occupazioni ​abusive dei parcheggi riservati ai disabili

Il Mattino

di Michela Corna

1È lotta contro chi occupa irregolarmente i parcheggi per disabili, le cui macchine saranno ora microchippate: sono in arrivo nei 4mila stalli (di cui 1322 personalizzati) i sensori che, posizionati sotto l'asfalto, riconosceranno gli autorizzati. Mentre le centraline, che sono il cuore del sistema, saranno installate vicino si posteggi ed invieranno il segnale alla polizia locale, pronta a intervenire e multare qualora sia una sosta irregolare.

E' il progetto totalmente finanziato dal ministero alle Infrastrutture - per un investimento di un milione di euro - e presentato ieri dall'assessore alla Mobilità, Pierfrancesco Maran, in occasione della seduta congiunta delle commissioni Trasporti e Politiche Sociali. Si parte con una prima fase sperimentale che prevede il posizionamento dei sensori in circa 50 posti auto, a breve individuati. «Il Comune conta di aggiudicare la gara quest'anno, in modo che si possa partire per il 2016», fanno sapere i dirigenti. Poi, si valuterà l'efficacia e i benefici per i portatori di handicap che si vedono spesso privati dei posteggi a loro riservati e comodi, soprattutto se in prossimata di ospedali e uffici pubblici.

Ad oggi sono 21.307 i pass attivi, mentre si pensa ai sei mesi di Expo quando saranno rilasciati contrassegnati temporanei per i visitatori con problemi: l'autorizzazione riguarderà solo la sosta gratuita in superficie e non la circolazione sulle corsie preferenziali e l'ingresso in area C.

giovedì 29 gennaio 2015 - 09:12   Ultimo agg.: 09:34

La parola «nàpoli» è un'offesa sulla Treccani, parte la petizione online

Il Mattino


Una petizione indirizzata alla Treccani.it affinché sostituisca la definizione della voce ‘Nàpoli’, è stata lanciata on line da Carmine Maturo - Presidente di Legambiente Neapolis 2000.

Con la petizione «si chiede di sostituire l'attuale definizione offensiva ed ingiuriosa per i napoletani, con una definizione più corretta e attribuendo alla mancanza di cultura la definizione attualmente proposta dalla famosa enciclopedia». Il testo della definizione che si propone è nato da una discussione in rete sul social network Facebook.

L'autore di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll, era un pedofilo»

Il Mattino

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All'anagrafe si chiamava Charles Dodgson, ma alla storia è passato con il nome d'arte di Lewis Carroll grazie al suo capolavoro, 'Alice nel paese delle meraviglie'. Ora, però, dietro uno degli scrittori britannici più amati di sempre ci sarebbero delle prove a sostegno delle insinuazioni, da sempre esistenti, che lo dipingevano come un pedofilo.​

Come riporta Metro.co.uk, gli autori di un documentario della BBC sullo scrittore avrebbero scoperto alcune foto di nudo di Alice Liddell, la bambina amica di Carroll che di fatto ne ispirò i due romanzi più popolari. L'amicizia tra una bimba ed un uomo di 20 anni più grande di lei ha sempre destato sospetti, che sono giunti fino a noi.

Le foto che Carroll scattava ai bambini, e soprattutto alla sua pupilla Alice, non sono mai state un mistero, ma queste rivelazioni riguardo alle presunte foto di nudo getterebbero una nuova macchia su un mito della letteratura.

Matteo Renzi paga 40mila euro per far contenta Laura Boldrini

Libero

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Per la presidentessa della Camera, Laura Boldrini, era diventata quasi una fissa: il linguaggio di genere. Lei non sopporta di essere declinata al maschile, e ritiene che insegnare i giusti modi declinando al femminile anche termini da sempre utilizzati al maschile sia esigenza di civiltà. A forza di insistere Matteo Renzi l’ha accontentata. E ha puntato sul sogno della Boldrini la bellezza di 40 mila euro. Anzi, per la precisione 39.900 euro non si sa se Iva compresa o meno.

A stanziare la somma è stato il dipartimento pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, guidato grazie a una delega data dallo stesso Renzi nell’autunno scorso, dalla parlamentare del Pd, Giovanna Martelli. Il 17 dicembre scorso ha destinato quella somma non piccola per una “ricerca relativa al linguaggio di genere, con l’obiettivo di approfondire la riflessione sulle relazioni reciproche fra cambiamento socio-culturale e l’evoluzione degli usi linguistici, quale efficace strumento della lotta alle diseguaglianze basate sul genere”.

Niente trattativa - Una ricerca per 40 mila euro è davvero pagata profumatamente. Se Palazzo Chigi avesse fatto una gara, probabilmente ci sarebbe stata la fila per vedersela assegnare. Ma gara non c’è stata, e a trattativa diretta è stata scelta per compilare il libro dei sogni della Boldrini la dottoressa Chiara Meta. Classe 1978, ex insegnante di liceo, ricercatrice di scienze dell’educazione all’Università di Roma Tre, la brava prof non è proprio uno di quei nomi indiscutibili del mondo accademico italiano.

Ha pubblicato numerosi saggi su Antonio Gramsci (che con la parità di genere linguistica ci azzecca assai poco) e per Aracne editrice ha dato alle stampe un lavoro che si avvicina un pizzico di più alla materia: “Neofemminismo e legislazione del lavoro negli anni Settanta”. Poco conosciuta nel mondo accademico, la fortunata Meta che ha fatto bingo con quella commessa da 40 mila euro, è invece meglio conosciuta nel vasto mondo del Partito democratico. Anche grazie alla parentela con uno dei leader del Pd laziale: Michele Pompeo Meta, presidente della commissione trasporti della Camera.

di Franco Bechis



La Camera indaga sulla notte in hotel della Boldrini
Libero

24 gennaio 2015



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Tutti eravamo Charlie Hebdo. Poi qualcuno si è accorto di essere Laura Boldrini e ha deciso che della libertà di espressione se ne poteva fregare bellamente. E infatti la presidente della Camera - bisogna chiamarla così, perché dire «la presidentessa» è offensivo, almeno secondo le nuove regole grammaticali ispirate dalla Boldrini medesima e caldeggiate dall’Ordine dei giornalisti - si è subito data da fare. Ieri il Giornale ha riportato la notizia secondo cui la presidente della Camera avrebbe querelato Le Iene, poiché un inviato della trasmissione avrebbe cercato - pensate un po’ - di farle una domanda. Le si è avvicinato a Montecitorio, ha chiesto qualcosa a madama Laura, lei non ha risposto e in men che non si dica sono intervenuti i commessi della Camera per bloccare e allontanare il disturbatore. Cioè uno che, fino a prova contraria, stava facendo il suo mestiere di giornalista.

«La Presidente della Camera non ha querelato nessuno e, come ben sanno i giornalisti che quotidianamente si rivolgono a lei, è sempre disponibile a rispondere alle domande», si è affrettato a smentire l’ufficio stampa di Madama Laura. Se non ha sporto querela, non possiamo che essere contenti. Ma la verità è che per la Boldrini sfuggire alle domande dei cronisti è una specie di hobby: se Triton respingesse gli immigrati come lei respinge gli inviati, non avremmo alcun problema. Se le domande sono poste al limite della piaggeria e riguardano temi come i diritti delle donne, è possibile che la nostra si degni di replicare. Ma altrimenti scordatevi la disponibilità: chiedere a qualche giornalista televisivo per avere conferma.

Però almeno una volta Laura Boldrini dovrà rispondere: precisamente il 26 febbraio alle ore 15.
E non dovrà farlo a un signore con un microfono in mano, ma al Consiglio di Giurisdizione della Camera dei deputati. Quest’organo ha accolto un ricorso presentato dal Codacons, riguardante una vicenda che ha dell’incredibile. Il 7 dicembre 2013 la Boldrini avrebbe fatto prenotare dall’Ufficio del cerimoniale della presidenza della Camera una stanza nell’albergo Casa Pazzi di Grottammare, in provincia di Ascoli Piceno. Si tratta di una dimora storica molto elegante. «Casa Pazzi, incastonata nelle mura difensive di Grottammare alta, uno dei Borghi più belli d’Italia, è un Palazzo Storico del XVIII secolo trasformato dall’interior designer Roberto Pazzi in una dimora per vacanze di charme», spiega il sito della struttura.

La Boldrini si sarebbe recata lì «insieme al compagno e un’altra coppia di amici, per assistere alla presentazione della mostra pittorica Coordinate Celesti del fratello Andrea Boldrini». Alla fine della visita, «di natura chiaramente privata, il presidente della Camera avrebbe invitato i gestori del lussuoso albergo ad inviare la fattura per il pernottamento direttamente all’Ufficio del cerimoniale della Camera dei deputati, come di fatto sarebbe avvenuto. In seguito, la somma utilizzata sarebbe stata rimborsata in contanti dal presidente della Camera, in data 16 dicembre 2013».

Insomma, la Boldrini si sarebbe presa un giorno di vacanza per vedere la mostra di suo fratello, facendosi anticipare i soldi dalla Camera - per la precisione 150 euro - che avrebbe poi reso in contanti (niente male, in un Paese in cui molti vorrebbero abolirli) qualche tempo dopo. «La stessa avvocatura della Camera», dice a Libero l’avvocato Carlo Rienzi del Codacons, «ha sostenuto che una cosa del genere non si può fare, non ha detto però che la presidente non l’ha fatta». A intervenire per smentire è stato ancora il portavoce della Boldrini: «Non vi è stato alcun utilizzo di soldi pubblici, neanche in forma di anticipo», ha detto.

Bene, ma allora, come fa giustamente notare il Codacons, non è chiaro il motivo per cui «sia stato eretto un muro contro la legittima richiesta dei cittadini di visionare la relativa documentazione. Basterebbe che il presidente della Camera o il direttore dell’hotel esibissero la fattura di quel pernottamento per essere tutti sereni e tranquilli». Già: se davvero non si è fatta anticipare i soldi della gita, perché la Boldrini non ha voluto finora esibire le ricevute e ha dovuto aspettare l’intervento del Consiglio di giurisdizione della Camera? Forse in virtù della sua nota disponibilità?

Eppure, a quanto ci risulta, la presidente ha sempre difeso con decisione il diritto della popolazione a essere informata. Pensate che, subito dopo la strage a Charlie Hebdo ha dichiarato con grande commozione: «È indispensabile che tutti gli Stati europei sappiano far sentire la fermezza con cui difenderanno le libertà fondamentali delle nostre società, in primo luogo quella di informare e di esprimersi». Visto come si comporta quando tocca a lei dare informazioni, tra le grandi conquiste dell’Occidente avrebbe potuto includere il «diritto di rimanere in silenzio», come nei polizieschi americani.

Ma, di nuovo, non c’è da stupirsi. La Boldrini è solita esibirsi in proclami altisonanti come questo del 3 maggio: «Considero la libertà di espressione un valore assoluto». Già. Infatti tempo fa se l’è presa con l’imitazione che Virginia Raffaele fece di Maria Elena Boschi a Ballarò, poiché la considerava «sessista». È così attenta alla libertà d’espressione, la Boldrini, che le piacerebbe cancellare tutte le pubblicità che mostrano donne intente a occuparsi della propria famiglia: «Non può essere concepito normale uno spot in cui i bambini e il papà sono seduti e la mamma serve a tavola», ha tuonato in più occasioni.

Per non parlare delle limitazioni che le sarebbe piaciuto mettere al web per arginare gli insulti. Un’idea condivisibile, poiché la libertà d’offesa è un po’ diversa dalla libertà d’espressione. Peccato che la presidente se ne sia accorta solo quando gli insulti sono toccati a lei, non prima. La storia delle vacanze è solo l’ultimo episodio. Se non ha fatto niente di male, le basterebbe mostrare scontrini e fatture di Casa Pazzi, e rispondere educatamente alle domande. Dopo tutto, libertà e informazione mica sono brutte parole. Sono pure femminili, meglio di così…

Limitare sperimentazione animale, in Lombardia primo sì a una legge per metodi alternativi

La Stampa

Nel progetto normativo è previsto un finanziamento di 100mila euro

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Primo via libera in Lombardia a un progetto di legge che promuove metodi alternativi alla sperimentazione e la ricerca sugli animali. Il testo, che approderà nell’Aula del Consiglio regionale a fine febbraio per il voto definitivo, è stato approvato dalla commissione Sanità di Palazzo Pirelli con il sì della maggioranza e l’astensione di Pd e Patto civico e il no del M5S.

Nel progetto di legge, illustrato dal consigliere di Ncd Stefano Carugo, è previsto un finanziamento di 100mila euro alla promozione di quei sistemi che limitano il più possibile l’utilizzo di animali, come spiegato in una nota del Consiglio.
«Si tratta di un insieme di norme che sono state studiate ed elaborate per creare vantaggi a tutte quelle aziende che utilizzeranno metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali», ha chiarito il presidente della commissione e primo firmatario Fabio Rizzi (Lega Nord). Un progetto di legge «ragionevole ed equilibrato», ha aggiunto Carugo.

(Fonte: Ansa)
twitter@fulviocerutti

Vado all’Urp per consegnare il Durc”. Le 10 sigle più astruse della burocrazia

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

Gli acronimi, da simbolo di rapidità a mostro di complicazione

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Nella grafica, le dieci sigle peggiori della burocrazia secondo il dottor Ciro Amendola, protagonista del romanzo di Alfonso Celotto pubblicato da Mondadori. Esempi di efficienza e sintesi nel mondo classico (il romano Spqr), care al futurismo, le sigle sono state pervertite dalla burocrazia italiana, che le ha trasformate in simboli di complicazione e inefficienza. 

Il dr (pardon, dottor) Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale, infallibile grand commis uscito dalla penna del costituzionalista-romanziere Alfonso Celotto, s’è divertito a raccogliere le dieci sigle più inutili, demenziali o astruse e a combinarle in frasi come «vado all’Urp per chiedere il Cup e consegnare il Durc al Rup». Italiano, non grammelot: vado all’Ufficio Relazioni col Pubblico per chiedere il Codice Unico del Progetto e consegnare il Documento Unico di Regolarità Contributiva al Responsabile Unico del Procedimento. «E presto il Durc diventerà Sirce, Sistema Informativo Regolarità Contributiva Edile».

Il cittadino resta disorientato, il dottor Amendola mai. Piuttosto riflette su dettagli stilistici come la norma - al paragrafo 14, lett. C) delle Regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi contenute nella Circolare del Presidente del Senato del 20 aprile 2001 - secondo cui «anche al fine di agevolare la ricerca informatica, le lettere che compongono la sigla non sono separate da punti». E non gli sfugge che nel testo unico sull’edilizia s’era introdotta la Dichiarazione di Inizio Attività, che abbreviata è uguale alla Direzione Investigativa Antimafia nata anni prima. Stessa sigla, significati diversi, caos garantito. Ci sono voluti dieci anni per sciogliere l’equivoco, sostituendo la Dia (edilizia) con la Scia, Segnalazione Certificata di Inizio Attività. «La burocrazia ama le sigle, ricambiata - spiega serafico -. Acronimi oscuri, sempre in aggiornamento. Concentrato di sapere e di potere. Da trasmettere solo agli iniziati. Come il latinorum di don Abbondio».

Prende fiato, poi ricomincia. «Il Mise ha chiesto al Mit di acquisire il concerto del Mattm su proposta del Mef, sentito il Dagl della Pcm». Eh? Il MInistero dello Sviluppo Economico ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti di acquisire il concerto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare su proposta del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentito il Dipartimento Affari Giuridici e Legali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. «In pratica con le sigle si usano 21 parole anziché 49 e 107 caratteri invece di 339, ma la frase diventa incomprensibile ai non addetti ai lavori. Un modo per la burocrazia di autoalimentarsi».

E dunque, se tutti mastichiamo l’Iban (ma quanti saprebbero dire International Bank Account Number?), di fronte ai virtuosismi del dottor Amendola ci si scopre indifesi. «Una buona legge si fa con Air (Analisi Impatto della Regolazione), Atn (che non è l’azienda di trasporti napoletana, ma l’Analisi Tecnica Normativa) e Vir (Verifica Impatto Regolazione)», poi «sulla Guri (Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana) si pubblicano L, Dl, Dgls, Dm, Di e Dpr» (sono tutti atti normativi) mentre «Agcom, Agcm e Aeeg (le Authority di comunicazioni, concorrenza ed energia) chiedono a Gse, Grtn, Gme e Au (enti di gestione del mercato elettrico) regole trasparenti».

Destra e sinistra, prima e seconda Repubblica, tecnici e politici, nulla cambia. La sciarada dell’imposta sui rifiuti si trascina da vent’anni: Tarsu (1993), Tia (1997), Tares (2011), Tari (2014). I Trap e i Tsap, Tribunali Regionali (e Superiori) delle Acque Pubbliche, incostituzionali e aboliti negli Anni 90, sono risorti come l’Araba Fenice. Si deve a Berlusconi il Sistri (rifiuti), a Monti l’Anncsu (Archivio nazionale dei numeri civici delle strade urbane), a Renzi la NaspI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego).

E nemmeno si può sperare che ci salvi l’Europa (intesa come Ue). I Fesr, Feoga, Fep e Fse (Fondi Europei nei settori sociali, agricolo e della pesca) sono disciplinati dal Qns (Quadro Nazionale Strategico) e vengono erogati mediante Pon, Por e Poin (Piani nazionali, Regionali, Interregionali). Troppo anche per il dottor Ciro Amendola, davvero.

Doppio lavoro, si applica il parametro di quello più remunerativo

La Stampa

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Non è l’attività che si esercita per più tempo all’anno, bensì quella diversa che più fa guadagnare a essere interessante ai fini dell’applicazione degli studi di settore. In termini tecnici, a fronte della due attività esercitate dal contribuente, l’Amministrazione può considerare “prevalente”, ai fini dell’applicazione dei parametri, quella da cui è derivato nel periodo d’imposta il maggior ammontare dei compensi.

Questo è quanto affermato dai Giudici di merito e confermato da quelli di Cassazione nella sentenza del 21 gennaio scorso, n. 952, con cui viene respinto il ricorso del contribuente dedito a due diversi lavori, quello di perito agrario (oggetto degli studi di settore, più redditizio) e quello di coltivatore diretto (a cui destinava più tempo). In particolare, a essere respinta è la soluzione alternativa proposta con l’impugnazione, secondo cui andrebbe considerato l’elemento temporale consistente nella maggior parte del periodo dedicato allo svolgimento di quella attività che si vuole, appunto, considerare prevalente.

Gli Ermellini bocciano la soluzione poiché “non prescritta” da nessuna legge e, per contro, applicano un principio espresso in materia di ILOR, secondo cui la nozione di occupazione prevalente non fa riferimento esclusivamente all’elemento temporale, ma “impone un giudizio complessivo” in cui possono assumere rilevanza diversi fattori sintomatici, “ivi compreso anche il risultato economico dell’attività, la cui valutazione, rimessa al giudice di merito, è sindacabile in sede di legittimità soltanto ove si denunci l’omessa considerazione di elementi decisivi” (così Cass. n. 4390/2008).

Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti - www.fiscopiu.it/news/doppio-lavoro-si- applica-il-parametro-di-quello-pi-remunerativo

martedì 27 gennaio 2015

Il patto del Nazarakis

La Stampa

massimo gramellini


Il compagno Tsipras ha festeggiato la vittoria cantando «Bella ciao», ma poi ha formato il governo con Anel, un partito di destra che guarda storto gli immigrati e gli omosessuali. Nichi Vendola a Palazzo Chigi sotto braccio a Ignazio La Russa. Inconcepibile in Italia, dove al massimo ci si accorda più o meno di nascosto con i moderati dell’altro schieramento, come accaduto a Renzi e Berlusconi nel patto del Nazareno. Concepibile, e infatti concepito, in Grecia. Dove, da quando è scoppiata la guerra contro l’appetito, la contrapposizione tra destra e sinistra ha ceduto il passo a un’altra, più urgente, tra stomaco pieno e stomaco vuoto.

Di stupefacente, per noi, c’è anche la velocità con cui i greci hanno formato il governo. Fin dal giorno successivo alla chiusura delle urne, senza i formalismi al rallentatore che in Italia trasformano la costruzione di una maggioranza in un rito quasi esoterico. Non avendo ottenuto quella assoluta, il vincitore delle elezioni elleniche avrebbe potuto chiedere i voti mancanti a To Potami, il Fiume, un partito progressista certamente più in sintonia con la sinistra radicale sui diritti civili, ma per nulla disposto a rompere l’assedio dei creditori internazionali capeggiati dalle banche tedesche.

Invece Tsipras ha preferito allearsi con una forza quasi xenofoba da cui tutto lo divide, tranne la volontà di ribellarsi a questa Europa. Il nemico del mio nemico è mio amico. La stessa logica dei comitati di liberazione che, durante la seconda guerra mondiale, indusse monarchici e comunisti a combattere fianco a fianco «l’invasor» evocato da «Bella ciao».

L’alleanza rosso-nera di Atene è il frutto proibito e forse avvelenato della politica, o meglio della non-politica, europea. Lo Stato Sociale è stata la più straordinaria creatura dell’era postbellica. La sua completa distruzione, avvenuta per ora soltanto in Grecia, riduce il ceto medio alla miseria e crea condizioni sociali pre-rivoluzionarie, lasciando a fronteggiarsi sul terreno una élite di privilegiati e un popolo di disperati.

Mettere la maggioranza dei cittadini nelle condizioni di avere qualcosa da perdere fu la straordinaria intuizione della politica occidentale del secolo scorso, il vaccino contro ogni populismo estremista. Date a qualcuno una casa e una rata da pagare, e ne avrete fatto un potenziale conservatore. L’Italia, persino quella scalcagnata degli ultimi anni, resta un Paese di piccoli proprietari e accaniti risparmiatori che sulla bandiera, oltre al «Tengo famiglia» di Leo Longanesi, potrebbe scrivere «Tengo un mutuo». L’italiano medio detesta l’euro, ma se lo fa piacere perché teme che la sua scomparsa determinerebbe un’impennata dei tassi di interesse. Così finisce per farsi piacere anche uno come Renzi, che alza la voce in Europa, ma si guarda bene dal litigare davvero. 

Invece il problema dei greci non è il mutuo. Sono le medicine per gli anziani e per i bambini, che l’alleanza rosso-nera vuole tornare a distribuire gratuitamente in barba ai tagli di bilancio imposti dalla troika. Lo scontro, di cui il nuovo governo di Atene rappresenta l’avvisaglia, non è tra chi vuole l’Europa e chi ne farebbe volentieri a meno. Semmai tra chi si accontenta di questa Europa economica e chi si ostina a pretenderne una politica, memore delle parole terribili ma altamente profetiche del sociologo Zygmunt Bauman: «In un mondo senza regole dettate dalla politica, sopravvivono soltanto in due. La criminalità e la finanza». 

Microsoft, il Ceo Satya Nadella: «Vi racconto il lungo cammino per arrivare a Windows 10»

La Stampa
francesco semprini

Il capo dell’azienda di Redmond parla in esclusiva a La Stampa: «Sviluppare una nuova versione del nostro software è una responsabilità enorme verso milioni di persone»

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Sono appena stati levati i veli a Windows 10, l’ultima generazione del sistema operativo che da oltre un ventennio, in tutto il Pianeta, accompagna la stragrande maggioranza degli utenti di personal computer. E di diritto è anche il giorno della consacrazione di Satya Nadella, da poco meno di un anno alla guida di Microsoft, non solo un manager e un guru di hi-tech - ribadisce la stampa specializzata chiamata a raccolta al settore 92 del Campus del colosso informatico - ma anche un «vero visionario». La conferma sono gli HoloLens, il primo pc olografico, «l’occhialone» a mascherina della realtà amplificata, che integra la dimensione digitale alla vita reale.

Un progetto che risale a un lustro fa, ma ha visto l’«imprinting» decisivo nell’ultimo anno, non a caso proprio in coincidenza della nuova reggenza di Nadella. È da poco finita la presentazione, e il Ceo scende dal palco per qualche stretta di mano, in un clima di grande informalità come conferma il suo look, maglioncino girocollo e jeans. Abbiamo l’opportunità di scambiare qualche battuta con lui, i primi e unici italiani sino ad ora a farlo, così come siamo stati i primi e unici italiani a vivere l’esperienza di HoloLens, con un indimenticabile viaggio su Marte e non solo. 

«Italiani? benvenuti, fa piacere che abbiate partecipato a questa grande giornata, un giorno storico per Windows e per i nostri clienti e i nostri partner, un giorno storico per Microsoft». L’uscita in Europa quando sarà? «Tranquilli, uscirà in contemporanea agli Stati Uniti in Europa, e nel resto del mondo» - ci rassicura il Ceo, il quale poi sottolinea quanto la cultura e l’importanza del Vecchio continente siano al centro dei suoi pensieri. E lo fa alla sua maniera. «L’Europa è tutto, vi faccio un esempio: Minecraft è uno dei giochi migliori che siano mai stati fatti, è stato creato in Europa, ed è il mio gioco preferito» rivela Nadella, aggiungendo, «sono sicuro che apprezzerete moltissimo quanto vi abbiamo mostrato oggi». 

Il Ceo si sofferma in particolare sui nuovi apparecchi Microsoft tra cui Surface, la nuova lavagna interattiva, «un modo rivoluzionario di fare le conferenze, direi un nuovo “concept” della tavola rotonda, con il quale partecipare a un meeting, collaborare in simultanea, assentarsi, conservare gli appunti e le minute, diverranno tutte operazioni semplificate perché questa creatura permette un utilizzo più continuo dei flussi di dati». 

E HoloLens come lo definirebbe? «Un momento magico, - dice il Ceo - una nuova esperienza e una nuova opportunità, una integrazione tra virtuale e reale, il tutto a portata di mano». L’entusiasmo del «capitano» di Microsoft è forte come le vibrazioni che trasmette dallo stage: «La prima volta che ho avuto l’opportunità di provare HoloLens e sperimentare in prima persona quello che poteva fare, ad esempio muoversi sul “rover” e scendere su Marte, ho capito che questo tipo di esperienza avrebbe fatto di Windows 10 e di un pc più di quanto la gente potesse avere sino adesso, e oltre ogni attesa, il tutto in un mix di utilità pratica e intrattenimento». 

Il Ceo racconta la genesi del nuovo sistema operativo. «Ho visitato una scuola nel Bronx ed ho visto come gli studenti utilizzavano i pc a disposizione dell’istituto, ho trascorso del tempo in ospedale, mentre mio figlio si sottoponeva a una terapia post-operatoria, e ho osservato come i dottori e il personale utilizzavano il pc e i tablet. - ricorda Nadella - Questa estate in India sono rimasto colpito da come una bambina di undici anni utilizzava il suo Lumia 535, come un computer, giocava a Candy Crush Saga e insegnava ai genitori come impostare foto e dati».

«Questi sono stati i momenti di grande ispirazione, e questi ragazzi sono la passione che ha trainato la nostra ispirazione», prosegue il Ceo indicando il suo team di esperti scienziati, ingegneri e visionari, coloro che hanno permesso di fare di Windows 10 «the most loved release of Windows», la migliore creature della serie Windows. Quindi una precisazione di carattere strategico: «Nulla è cambiato nel nostro modello di business, pensiamo a persone che utilizzano Internet su base giornaliera, vogliamo aiutare i nostri utenti a portare Windows nelle loro case». 

Nadella fa infine una puntualizzazione sui giudizi: «Spesso si fanno misurazioni di successo nel breve termine, ma occorre capire nel lungo termine quale sia stato il miglioramento apportato, specie perché si tratta di ambizioni e aspirazioni con ricadute per tutto il mondo». «Quello che ho imparato nella mia personale esperienza, guardando la scuola del Bronx, l’ospedale o la bambina con lo smartphone, qui come da voi in Europa e nel resto del mondo, - ci dice Nadella congedandosi - è che dobbiamo sempre ricordare la responsabilità che abbiamo quando sviluppiamo una nuova versione di Windows. Una responsabilità enorme, verso milioni di persone».