martedì 31 marzo 2015

Cosa serve un laser in uno smartphone?

La Stampa
valerio mariani

OnePlus Two previsto per la seconda metà del 2015 e il prossimo Oppo lo integreranno ma per scopi diversi.
 
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La nuova generazione di smartphone, attesa alla prova del mercato già da quest'anno, punterà a funzionalità molto originali, e non potrebbe essere altrimenti se si vuole sperare in un posto tra i grandi. Tra i protagonisti della nuova ondata i modelli OnePlus e quelli Oppo, che, ormai è risaputo, sono attorcigliati da complessi legami di parentela ( qui si spiega come). 

La notizia che rimbalza tra Reddit, social network e incomprensibili blog cinesi è che OnePlus Twodovrebbe essere pronto per il terzo trimestre del 2015, ovvero in qualche data compresa tra giugno e settembre. 
OnePlus Two si propone di fare almeno quanto il suo predecessore – un milione di pezzi distribuiti nonostante il sistema a inviti – evitando proprio il vincolo di esclusività e, di conseguenza, aprendo un canale di vendita. Non possiamo sapere in che modo sarà commercializzato OnePlus Two ma è probabile che l'azienda privilegi l'online, un po' come Xiaomi e la stessa Google, con buona pace degli operatori.

D'altronde, per l'azienda che produce OnePlus urge fare cassa e il sistema a inviti non è certo l'ideale. Altre costanti della strategia, con molta probabilità, saranno il prezzo concorrenziale – anche se più alto dei (circa) 300 euro dell'One - e il design.

OnePlus Two, infatti, sarà molto simile al modello precedente – che provammo qui- o, se si vuole, a Oppo Find 7, e sarà basato sulla versione alternativa di Android, la CyanogenMod – di cui raccontammo a suo tempo. Il processore sarà un Qualcomm Snapdragon 810 mentre lo schermo non dovrebbe, come si è letto precedentemente, essere più piccolo di quello del OnePlus One. 

L'unica vera nuova funzionalità dell'OnePlus Two sarà un “ sensore biometrico con sistema di focalizzazione laser”, in parole povere un sistema di riconoscimento dell'impronta basato su un lettore laser. E, sempre secondo le stesse fonti, anche Oppo potrebbe adottare un laser nel suo prossimo modello, ma in questo caso per migliorare le prestazioni della fotocamera. 
Laser, dunque, potrebbe essere uno dei mantra degli smartphone della prossima generazione, un elemento che andrebbe ad aggiungersi ai nuovi sensori previsti già da quest'anno e di cui abbiamo scritto

Ma, esattamente, cosa ci dovremmo fare con un laser dentro lo smartphone oltre a tentare di accecare un portiere che prova a parare un rigore o di entrare in casa altrui tagliando il vetro di una finestra? 
Tra tutte le caratteristiche dei raggi laser, la monocromaticità e la coerenza (fisica) che permettono misurazioni accuratissime sembrerebbero le più opportune per gli smartphone, in particolare se sfruttate per migliorare l'autofocus della fotocamera integrata. 

Su Kickstarter, per esempio, la neozelandese Ike ha ragranellato più di 200mila dollari per sviluppare Spike (Smart Phone ike) un piccolo device laser che, in abbinata con uno smartphone permette misurazioni precise e veloci di distanza, direzione e dimensioni di un oggetto fino a 200 metri semplicemente scattando una foto. 

Ovviamente, se il laser si integra direttamente nello smartphone e si usa la app Ike, si evita l'utilizzo del dispositivo separato ma si ottiene lo stesso risultato. Oltre agli utilizzi professionali, dall'ambito militare all'ingegneria, è facile immaginare anche un uso ludico, per esempio nel golf perché no, nel quale la fotocamera di uno smartphone diventa uno strumento molto più utile e divertente. L'accuratezza nella misurazione, poi, avrebbe un riscontro anche nel riconoscimento dell'impronta digitale e risulterebbe molto più affidabile degli attuali sistemi biometrici.

L'introduzione del laser in uno smartphone, dunque, conferma che i produttori si indirizzano verso un paio di evoluzioni. In primo luogo la sicurezza, poi l'utilizzo professionale – è ora di smetterla di pensare a uno smartphone come un oggetto ludico – e, strizzando l'occhio alla realtà virtuale, un'evoluzione delle app, ideate per usare strumenti pro (anche) per divertirsi.

Il carteggio falsificato

Corriere della sera
di Paolo Mieli

Tra Mussolini e Churchill non vi fu mai un preteso scambio di lettere segrete

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La prima insinuazione fu lasciata cadere in un trafiletto pubblicato il 7 ottobre 1945 dal quotidiano romano «Il Tempo»: «Si apprende che durante la sua permanenza a Como, Churchill sarebbe venuto in possesso delle lettere da lui scritte a Mussolini». Nasce di qui uno dei casi più clamorosi di storiografia complottista d’Italia. Winston Churchill, secondo l’autore di questa insinuazione, in quello e successivi viaggi sarebbe stato intenzionato a recuperare lettere che avrebbero potuto dimostrare una sua complicità con Mussolini mai venuta meno, neanche ai tempi della feroce guerra mondiale che avrebbe visto i capi del governo inglese e italiano battersi su fronti opposti.


Churchill lasciò correre e quella «notizia» divenne nel tempo un clamoroso caso giornalistico e non solo. All’amo dei falsari abboccarono addirittura i due più importanti editori italiani del Novecento: Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli. Mondadori il 19 ottobre del 1953 si precipitò a Milano da Sankt Moritz e versò un milione e mezzo di lire (cifra per l’epoca sbalorditiva) pur di assicurarsi «una parte» della «corrispondenza segreta» tra Winston Churchill e Benito Mussolini. Stessa cosa farà Rizzoli, il quale, a fine aprile 1954, darà alle stampe su «Oggi» una prima serie di lettere (false), facendo impennare le vendite del settimanale.

Tutto ciò nonostante fosse evidente che le missive di Churchill erano del tutto poco plausibili, per di più scritte in un inglese maccheronico. Lo rilevò Arrigo Levi in quegli stessi giorni: «Le formule di commiato, “Your sincerely devoted” e “Believe me sincerely yours” sono tipici casi di traduzione letterale di una formula italiana in un pessimo inglese» scrisse sulla «Settimana Incom Illustrata» il 22 maggio 1954. Stessa impressione da parte dell’ambasciata del Regno Unito a Roma: «L’inglese attribuito a Sir Winston Churchill è così scorretto da rivelare come ovvio che i “documenti” sono assolutamente delle grossolane contraffazioni».

Ma, a dispetto di tale evidenza, la leggenda di questo scambio epistolare tra due dei principali antagonisti della Seconda guerra mondiale ha messo radici e ancora oggi viene presa per buona. Come dal libro di Ubaldo Giuliani-Balestrino Il carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi (Edizioni Settimo Sigillo), da Uccidete il «Grande Diavolo» di Filippo Giannini (Greco & Greco), da Dear Benito, caro Winston (Mondadori) di Arrigo Petacco. Perfino il più grande studioso italiano del fascismo, Renzo De Felice, non se l’è sentita di scartare l’ipotesi che quelle lettere siano realmente esistite.

E invece si è trattato di un falso, un clamoroso falso che non ha neanche un aggancio con ciò che è realmente avvenuto. Neanche uno. Come dimostra in termini inconfutabili Mimmo Franzinelli in L’arma segreta del Duce. La vera storia del Carteggio Churchill-Mussolini («Carteggio» è scritto con la maiuscola proprio per distinguerlo dal vero, scarno scambio di lettere ufficiali che vi fu tra i due), che la Rizzoli si accinge a mandare in libreria.

Di lettere a Mussolini, Churchill ne scrisse una, il 16 maggio del 1940, sei giorni dopo essere diventato il capo del governo. «È troppo tardi» chiedeva lo statista inglese «per impedire che scorra un fiume di sangue fra i popoli britannico e italiano?». E non era certo la domanda di un uomo sull’orlo della disperazione. «Sono sicuro» proseguiva Churchill « che qualunque cosa possa accadere sul continente (la Francia stava crollando, ndr ), l’Inghilterra proseguirà fino alla fine, anche se completamente sola, come abbiamo già fatto altre volte, e io ritengo con qualche buon motivo che saremo aiutati in maniera crescente dagli Stati Uniti d’America e anzi da tutte le Americhe». Una lettera del tutto in linea con quello che era stato l’atteggiamento di Churchill nei confronti del Duce per tutto il ventennio, in particolare negli anni più recenti, quando aveva provato a dividerlo da Hitler.

Il 21 gennaio del 1927, Churchill aveva dichiarato al «Times», rivolto a Mussolini: «Fossi italiano, mi sarei certamente schierato con tutto il cuore al vostro fianco sin dall’inizio della vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo». Poi, il 18 febbraio del 1933, al rientro da una vacanza in Italia, Churchill definiva Mussolini un «genio incarnato». E negli anni che seguirono la presa del potere di Hitler, lo statista inglese tenne sempre a distinguere la sua avversione al dittatore tedesco dall’ammirazione per quello italiano. Come del resto facevano David Lloyd George, Lord Edward Wood, sir Austen Chamberlain e il commediografo George Bernard Shaw.

Almeno fino al 1937, quando - in una conversazione con Frank Owen, politico liberale e direttore dell’«Evening Standard» - definì Hitler e Mussolini «These men of microphone and crime», «uomini della propaganda e dell’assassinio». E la lettera del 16 maggio 1940 conteneva traccia di questi mutamenti d’umore. Risultano così stravaganti le tesi che emergerebbero dalle «lettere segrete», secondo cui «Churchill avrebbe proposto a Mussolini di entrare in guerra con gli angloamericani» o di «combattere a fianco dei tedeschi per poi condizionarli nelle trattative di pace». In ogni caso Mussolini il 18 maggio rispose alla «vera» missiva di Churchill con una lettera altrettanto «autentica» (e pubblica) in cui affermava che per «senso dell’onore» avrebbe schierato l’Italia al fianco della Germania nazista. «In entrambi i messaggi», fa notare Franzinelli, «non un cenno a contatti pregressi né a patti in elaborazione».

Bizzarri sono i protagonisti di questa «operazione Carteggio»: il sedicente comandante dei servizi segreti della Rsi Tommaso David («in realtà», puntualizza Franzinelli, «capo di un servizio di spionaggio repubblichino collegato all’Abwehr, lo spionaggio tedesco»), il «custode degli epistolari» Enrico De Toma (colui che riuscì a vendere le «carte» ad Angelo Rizzoli) e l’aristocratico falsario Ubaldo Camnasio de Vargas. Sul fronte dei creduloni moltissime personalità di primo piano dell’Italia repubblicana. Scettici furono invece Alcide De Gasperi, preso di mira (come Giovanbattista Montini e Benedetto Croce) da un’altra opera di falsificazione di lettere, Giulio Andreotti e il repubblichino Giorgio Pisanò, il quale, in contrasto con la sua parte politica, per primo denunciò le contraffazioni.

Tommaso David entrò in azione nell’estate del 1944, al servizio della Repubblica di Salò, fabbricando un biglietto che avrebbe dovuto coinvolgere Pietro Badoglio nell’uccisione, l’estate precedente, dell’ex segretario del Partito nazionale fascista Ettore Muti. Il governo Bonomi inserì il nome di David nel «Bollettino delle ricerche», qualificandolo come «delinquente» e descrivendone minuziosamente i connotati: «Altezza m. 1,83, corporatura grossa, capelli e occhi grigi, denti falsi». Si occupò di lui anche il controspionaggio statunitense, mettendo in evidenza che aveva preteso «prestazioni sessuali dalla ventunenne Marianna Sgabelloni» e aveva «soggiornato» nel settembre 1944 con la diciassettenne Carla Costa in un albergo di Maderno «in gita di piacere».

La «divisione» di David, peraltro, era piena di «personale femminile». Il suo vice, Renato Pericone, lasciò scritto che Tommaso David reclutava «le donne unicamente per motivi sessuali». L’Office of Strategic Services lo definì «un vecchio mandrillo». Nessuno, insomma, fino a quando tirò fuori il Carteggio, lo aveva preso sul serio. Un personaggio di secondo piano, David, dedito alla disinformazione, fino a un giorno di inizio aprile 1945, quando il Duce lo ricevette nel suo ufficio a Gargnano, sulla sponda bresciana del lago di Garda, e gli affidò due borse in pelle, una gialla e l’altra bruna, salvo poi richiamarlo a farsi restituire la valigia scura.

Di qui inizia la storia che verrà alla luce il 13 maggio 1951, allorché un giornale, «Asso di Bastoni», pubblicherà con grande evidenza in prima pagina la notizia dell’esistenza del Carteggio in mano a David. Piovono interrogazioni parlamentari da parte dei socialdemocratici Bruno Castellarin e Luigi Preti, si entusiasma l’ispettore generale degli Archivi di Stato, Emilio Re. Re affida il caso a un suo emissario di Bolzano, il quale fa appena in tempo a conoscere l’uomo e già esprime i primi dubbi: «Il David, già agente segreto della polizia dell’ex Repubblica di Salò, è un esaltato e uno squilibrato e la sua affermazione di possedere le lettere predette può essere del tutto falsa, pur non escludendo che egli ne possa essere veramente in possesso», afferma in un rapporto del 16 giugno 1951.

Chi invece prende la cosa molto sul serio è il ministro delle Finanze Ezio Vanoni, sensibilizzato da un amico di Merano, Pietro Richard. Più che scettico, come si è detto, è invece Andreotti, il quale sostiene trattarsi di «una pura e semplice falsificazione». Ma è isolato e la credibilità del falsario non è scalfita, tant’è che David può diventare un «eroe» della guerra fredda e il 29 marzo del 1957 (due anni prima di morire) sarà addirittura decorato con una medaglia d’oro quale «comandante del Corpo volontario anticomunista della Dalmazia».

Nel Carteggio, Dino Grandi sarebbe il mediatore tra Mussolini e Churchill, «intermediario infido», rileva Franzinelli, «poiché tradirebbe la patria ancora prima dell’entrata in guerra». In realtà Churchill scrisse a Grandi una sola lettera, peraltro assai cordiale, in risposta al messaggio dell’11 ottobre 1939 con il quale il conte gli comunicava la conclusione della propria missione londinese. Il resto delle lettere di Grandi e Churchill, che coinvolgerebbero Vittorio Emanuele III, sono ad ogni evidenza false. Churchill avrebbe scritto a Grandi nei panni di primo ministro un mese prima di essere nominato alla guida del governo inglese per proporre uno strano patto tra Italia e Gran Bretagna.

Se davvero «esistesse un Patto italo-britannico e Grandi e Vittorio Emanuele ne fossero a conoscenza», si domanda Franzinelli, «perché non ricorrervi mentre l’Italia va in rovina» nel 1943? Nella Rsi, inoltre, Mussolini fa di tutto per screditare Grandi: «Se disponesse del Carteggio, non esiterebbe a servirsene, invece di chiuderlo in una borsa ad ammaestramento dei posteri». Quando nel 1953 vedrà questi documenti, Grandi li definirà «assolutamente falsi e per giunta grottescamente inverosimili, il che si rileva immediatamente da chi abbia conoscenza della lingua inglese, degli usi diplomatici, dei rapporti protocollari». Ma i falsari reagiranno sostenendo che Grandi parlava in difesa di se stesso.

E a questo punto Franzinelli solleva la «questione Bastianini». Giuseppe Bastianini, sottosegretario agli Esteri nel 1936-39 e poi successore di Grandi all’ambasciata di Londra sino all’entrata in guerra dell’Italia (giugno 1940), è uno dei pochissimi «cui non sfugge l’inadeguatezza bellica nazionale» e infatti «cerca invano di convincere il Duce a protrarre la neutralità». «L’incarico londinese e l’orientamento antigermanico», fa notare Franzinelli, farebbero di Bastianini «il personaggio chiave per trattative segrete con Churchill, di cui però non vi è cenno nelle sue memorie». E, se si ritiene che questo mancato cenno possa essere motivato dall’imbarazzo, stupisce che mai il nome di Bastianini sia fatto nel Carteggio.

Secondo Franzinelli, Bastianini «è assolutamente ignorato dal Carteggio, onde evitare che smentisca eventuali apocrifi a lui attribuiti, guastando l’opera dei falsari». «Il blackout su Bastianini (come su Ciano) è eloquente, specie se raffrontato all’ipertrofica produzione sull’ex ambasciatore Grandi (preso di mira con evidente intento polemico)». Tanto più che dal 5 febbraio 1943, dopo che Mussolini ha liquidato Ciano e ha assunto personalmente la guida del ministero, Bastianini ridiventa sottosegretario agli Esteri.

Quando, nella prima metà di luglio del 1943, «in preda alla disperazione Mussolini accondiscende al desiderio di Bastianini di allacciare trattative segrete, è troppo tardi». Se «Mussolini disponesse di carte segrete, saprebbe di doverle giocare mentre è ancora in tempo». Bastianini, che da tempo avrebbe voluto riaprire quel canale con gli inglesi, sarebbe stato l’uomo giusto per questa iniziativa, se solo Mussolini lo avesse messo al corrente dell’esistenza di quelle carte. Ma così non fu.
Eppure ancora oggi, «qualsiasi panzana viene presentata come possibile dai sacerdoti del Carteggio». Tra «i creativi inventori di astrusi teoremi vi sono pure ex partigiani ultraottuagenari quali Luigi Carissimi Priori di Gonzaga (nome di battaglia «Cappuccetto rosso») che in tarda età ha divulgato storie assurde sul Carteggio, passato naturalmente anche dalle sue mani».

La «logica del complotto creata ad arte sui fatidici documenti rovescia ogni evidenza d’inesistenza in prove di autenticità». I mitici carteggi, scrive Franzinelli, sono «bugie con la velleità di diventare storia». Coloro che hanno partecipato all’impresa di inventarli erano «quasi tutte persone prive di scrupoli, imbroglioni matricolati premiati da distrazioni e lentezze della magistratura». Fossero ancora vivi «constaterebbero sbalorditi come quelle loro lontane falsificazioni si siano radicate nonostante le evidenti falle... Una costruzione dalle facciate vivaci, dietro le quali c’è il vuoto». Miracoli della storiografia complottista.

paolo.mieli@rcs.it
30 marzo 2015 | 12:24

La grande retromarcia: musica gratis addio su Internet?

La Stampa

Major e artisti sembrano d'accordo: il modello "freemium" dello streaming va cambiato, limitando le offerte di musica gratis e favorendo gli abbonamenti premium. Il nuovo servizio di Apple sarà solo a pagamento, mentre Spotify – chiamata direttamente in causa – risponde: così si rischia il ritorno alla pirateria.

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Il 2015 potrebbe essere l'ultimo anno in cui la musica in streaming verrà offerta gratis su Internet. Quantomeno quella disponibile legalmente, in quantità illimitata e finanziata dalla pubblicità su servizi come Spotify e YouTube. Diversi segnali, tutti lanciati nelle scorse settimane, sembrano andare in questa direzione: dai commenti rilasciati dai dirigenti delle tre major (Universal, Sony, Warner) alle manovre in corso attorno alle nuove piattaforme di Apple e YouTube, alle rimostranze pubbliche di artisti di prima fila nel panorama internazionale (dopo Taylor Swift, la crociata anti-Spotify è stata rilanciata da Bjork).

I colpi più rumorosi arrivano dai piani alti dell'industria. A pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, quasi come in una strategia coordinata, i capi di tutte le major hanno espresso le loro perplessità sul modello freemium (quello che permette al pubblico di scegliere tra un'offerta gratuita e un abbonamento a pagamento e di cui Spotify è l'incarnazione più popolare). In un intervento alla conferenza Code/Media 2015, a febbraio, l'amministratore delegato di Universal Music Lucian Grainge (nella foto, fonte: Re/Code) ha detto che gli

abbonamenti gratuiti con annunci pubblicitari “non sono sostenibili sul lungo termine” ; più pesante è stato l'affondo di Doug Morris, CEO di Sony Music, che ha dichiarato a Hits Daily Double che dal suo punto di vista “il gratis coincide con il declino dell'industria musicale” ; il ruolo del poliziotto buono è stato invece interpretato dal CEO di Warner Music Steve Cooper, che a dicembre ha confermato di amare lo streaming, chiedendo però ai gestori dei servizi di differenziare maggiormente l'offerta gratuita da quella a pagamento .
 
Per una battuta che si fa in pubblico, molto di più avviene dietro le quinte. Secondo il Financial Times , Universal Music starebbe concretamente facendo leva sul rinnovo delle licenze relative al suo catalogo per spingere Spotify ad accelerare le pratiche di depotenziamento del modello freemium, penalizzando gli utenti free del suo servizio. In particolare, le pressioni riguarderebbero il ripristino di limitazioni che permettono un ascolto gratuito di musica solo per alcune ore al mese (come accadeva in precedenti versioni dell'applicazione: oggi gli utenti free non hanno più limitazioni su computer, mentre devono rinunciare all'ascolto on demand su smartphone e tablet). Come hanno sottolineato diversi addetti ai lavori, forse non è un caso che il radicale cambio di direzione di Universal sia avvenuto in contemporanea con l'addio di Rob Wells, ex-responsabile del global digital business della major e sostenitore del modello freemium.

Un altro fronte caldo è quello degli artisti. Non esiste ancora una vera alleanza contro lo streaming gratuito e la maggior parte dei nuovi album vengono tuttora distribuiti sia sui servizi in abbonamento che su quelli pagati dalla pubblicità, ma le voci individuali contrarie al freemium si fanno sempre più numerose e rilevanti. Sono cambiati anche l'approccio e la filosofia della protesta: se un paio d'anni fa Thom Yorke dei Radiohead si scagliava contro il controllo sulla musica dell'alleanza Spotify/major in una battaglia dal sapore politico, oggi le lamentele degli artisti hanno un carattere più squisitamente economico e si allineano alle perplessità dei big della discografia.

L'esempio che negli ultimi mesi ha sollevato il maggior clamore è stato quello di Taylor Swift, che ha rimosso il suo intero catalogo da Spotify (compreso il recente bestseller 1989) lamentando il fatto di non poter decidere personalmente a chi fare ascoltare il suo album: se solo agli abbonati a pagamento o anche a quelli free. Tra i nuovi dischi del 2015, sono ancora assenti da Spotify pezzi grossi come Shadows in the Night di Bob Dylan e Vulnicura di Björk (in un'intervista a Fast Company l'artista islandese ha espresso la sua insofferenza verso l'intera “streaming thing”, definendola “insana”)

C'è poi un terzo settore che, a osservarlo bene, lascia immaginare un futuro in allontanamento dal freemium: ed è proprio quello della tecnologia. In questi giorni si sta parlando molto del nuovo servizio in streaming di Apple, che nascerà in estate dalle ceneri di Beats Music (la piattaforma rilevata da Cupertino lo scorso anno). Nel suo DNA c'è un legame stretto con gli artisti: da Dr. Dre, il produttore-rapper che lo ha fondato e che oggi si gode i soldi della maxi-vendita ad Apple, a Trent Reznor, il frontman dei Nine Inch Nails, ex-ribelle antimajor e oggi perfettamente inserito nei meccanismi corporate della Silicon Valley, al punto da coordinare i lavori sul lancio della piattaforma.

Pur sfidando Spotify sul terreno dello streaming, si sa già che il servizio non ne ricalcherà la strategia freemium: niente opzione gratuita e nemmeno l'annunciato abbonamento low cost a 7,99 dollari al mese (l'industria discografica avrebbe bocciato l'idea, scrive il New York Times , costringendo Apple a rispettare lo standard dei 9,99 dollari al mese). La linea dura mantenuta dalle major nei confronti di Cupertino lascia pensare che anche per Spotify si apra una fase piuttosto complicata sul terreno delle trattative per il rinnovo delle licenze. 

C'è poi da vedere cosa succederà in casa YouTube. Sebbene la moda attuale prescriva di puntare i propri cannoni contro Spotify, non pochi addetti ai lavori sottolineano come il vero simbolo della musica gratis su Internet sia la piattaforma di video controllata da Google. Con il suo miliardo di utenti mensili, in molti paesi - Italia compresa - YouTube è oggi il maggior fornitore di musica online. E nel suo caso non si può nemmeno parlare di freemium: le canzoni sono praticamente tutte gratis.

Secondo Doug Morris di Sony, YouTube è il “biggest culprit” (il responsabile principale) della diffusione del free legale e da alcuni mesi il sito sta sperimentando una nuova piattaforma di streaming musicale, a pagamento, che dovrebbe inserirsi sui binari di Spotify, Deezer, Rdio e del frutto dell'operazione Apple/Beats. Scendendo a piani più bassi ma in grande fermento, non si vede traccia di freemium nemmeno negli orizzonti di Tidal, il servizio di streaming ad alta qualità audio appena acquistato in Europa dal rapper americano Jay-Z. Anzi, l'abbonamento mensile viene proposto a un prezzo addirittura doppio rispetto alla media: 19,99 euro al mese (ed è arrivato subito l'endorsement di Taylor Swift che ha concesso tutti i suoi album tranne 1989). 

Insomma, sono numerosi gli indizi che portano a un progressivo abbandono del freemium, anche se non tutte le opinioni sono favorevoli. Tra le reazioni più critiche, come è naturale, c'è quella di Spotify. I dirigenti della società svedese ripetono che dal loro punto di vista il modello ha funzionato alla perfezione per recuperare utenti dall'oceano della pirateria e riportarli gradualmente verso gli abbonamenti a pagamento. Nel valzer dei numeri che danzano attorno all'industria musicale online, ce ne sono alcuni che sembrano dare ragione ai detrattori del freemium. Per esempio, quelli che provengono dal confronto tra la distribuzione degli utenti streaming e quella degli effettivi guadagni.

Spotify dichiara circa 60 milioni di utenti, di cui 15 milioni a pagamento. La web radio Pandora, molto popolare negli USA, ha 80 milioni di utenti di cui solo 3,5 milioni a pagamento. Eppure negli USA nel 2014 il profitto maggiore è arrivato nettamente dallo streaming a pagamento: 799 milioni di dollari, contro i 294 milioni provenienti dallo streaming gratuito. L'utente che paga la musica, insomma, rende all'industria una quantità di soldi molto più alta rispetto a quello che la ascolta gratis con pubblicità.

Ma i dati presentano anche altre chiavi di lettura: secondo Mark Mulligan, analista di MIDiA Research, Spotify è l'azienda che concretamente ha svolto il lavoro migliore nel “convertire” utenti gratuiti in abbonati a pagamento. E il passaggio attraverso l'offerta gratuita è stato quasi obbligatorio: l'80% dei suoi utenti paganti, dice Spotify, ha provato prima l'offerta free

A confondere e annebbiare il paesaggio nella sfera di cristallo ci si mettono anche gli scenari industriali e finanziari che potrebbero schiudersi nei prossimi mesi. Da anni ormai si ventila l'ipotesi di una quotazione in borsa di Spotify. Le major detengono una quota della società e potrebbero essere interessate a non penalizzare troppo la sua strategia di business, per non rischiare di perdere i ricchi guadagni che arriverebbero nel momento dell'ingresso al Nasdaq. Un'altra voce che circola periodicamente è quella di una super-acquisizione della stessa

Spotify: all'inizio della settimana scorsa il sito Digital Music News ha gettato un nuovo sasso nello stagno, scrivendo che il Wall Street Journal avrebbe pronta la storia di un acquisto dell'azienda per il valore di 14 miliardi di dollari da parte di un compratore sconosciuto. La notizia non è confermata (e al momento la pagina non è più raggiungibile), ma è chiaro come una simile eventualità rimescolerebbe tutte le carte nel mazzo, soprattutto nel caso dell'intervento diretto di un'altra big della Silicon Valley (chi potrebbe permettersi un acquisto da 14 miliardi di dollari? Facebook? Google? Amazon? Microsoft?). 

Infine, sullo sfondo c'è un altro importante aspetto che rischia di essere sottovalutato: le abitudini del pubblico. Se si è arrivati a un modello freemium in cui una buona porzione di musica viene offerta gratis è perché l'industria musicale ha dovuto stravolgere il modus operandi del Novecento e riavvicinare quelle generazioni (vecchie e nuove) che nel decennio 1999-2009 hanno scaricato in massa MP3 dalle reti peer-to-peer, abituandosi a considerare la musica come un bene da consumare e condividere gratuitamente.

Nel racconto dell'evoluzione della musica online, per un paio d'anni gli streaming di YouTube e (soprattutto) Spotify sono stati portati a esempio della possibile trasformazione del mercato “ufficiale”, conciliando le attese del pubblico, le ragioni economiche e lo stato della tecnologia. Avrebbe senso, in questo momento storico, una retromarcia improvvisa dell'industria? In caso di scomparsa del free streaming, gli utenti metterebbero davvero mano alla carta di credito o tornerebbero invece a rifornirsi nel serbatoio del file sharing? È vero che il contesto tecnologico è molto diverso rispetto a cinque anni fa e che il trionfo dei dispositivi mobili (smartphone, tablet) e dello stesso streaming ha restituito un po' di controllo ai produttori di contenuti.

Ma è anche vero che il P2P non è mai scomparso del tutto e che le reti digitali hanno dimostrato una certa malleabilità di fronte alla fantasia creativa e alla capacità di adattamento di pirati e sviluppatori di software. Come dice Charles Caldas, amministratore delegato di Merlin (agenzia americana che gestisce le licenze di decine di migliaia di etichette indipendenti), il rischio è di riportare a galla un ricordo che a molti discografici di sicuro risveglia un forte mal di stomaco: “Trattare i consumatori come bambini e dir loro che i servizi streaming che si sono abituati a usare scompariranno perché non piacciono alle major vuol dire ripetere lo stesso errore degli anni di Napster”. 

lunedì 30 marzo 2015

Il figlio del bandito rom che ha rapinato Stacchio è un delinquente pure lui

Ivan Francese - Lun, 30/03/2015 - 17:01

Sarebbe il capo di una banda di giostrai con diversi colpi al proprio attivo

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È stato arrestato oggi Alan Cassol, figlio del rapinatore quarantunenne rimasto ucciso nell'assalto alla gioielleria di Ponte di Nanto, nel Vicentino, il 3 febbraio scorso. Il diciannovenne è finito in manette insieme ad altri sei nomadi tra i 19 e i 26 anni, riporta il Giornale di Vicenza. I militari dell'Arma dei Carabinieri hanno tratto in arresto i sette giovani per associazione a delinquere finalizzata ai furti presso gli esercizi pubblici, nel corso di una grossa operazione, denominata "All In", che ha visto il coinvolgimento di ben 120 uomini appartenenti a varie unità del nordest.

Con il figlio di Cassol, che per gli investigatori sarebbe con ogni probabilità il capobanda, sono finiti in manette due fratelli di 20 e 23 anni di Mareno di Piave, un 20enne arrestato a Trento, altri due 20enni di Mareno e arrestati a Loria di Castelfranco Veneto e un 33enne di Giavera del Montello. Molti di loro avevano alle spalle anche alcuni piccoli precedenti. Tutti sarebbero stati selezionati per le doti di atleticità e capacità di autodifesa.

Secondo le prime ricostruzioni, i ragazzi avrebbero prima individuato i locali da svaligiare, per poi colpire nottetempo. In diverse occasioni, però, sono stati pizzicati dalle telecamere a circuito chiuso: quindi sono stati acciuffati ed arrestati.

Bernardo Caprotti show: "Farinetti un chiacchierone, Mussolini un deficiente. Prodi e la Bindi il peggio. Che paura per i rapimenti"

Libero

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"Non sono di destra né di sinistra, e forse neanche più italiano. Il Duce? Un deficiente. Farinetti un chiacchierone. I miei figli? Non li sento da troppo tempo". Combattivo e sincero, Roberto Caprotti ha un'incertezza solo quando parla della dolorosissima vicenda giudiziaria che lo ha visto contrapporsi ai due figli di primo letto. Nella lunga, bella intervista al Fatto quotidiano, il quasi 90enne patron della catena di supermercati Esselunga (150 strutture per il centro-nord Italia, oltre ventimila dipendenti) ripercorre le tappe di un'avventura umana e professionale dalle mille sfaccettature.

Che botte a Coop e Farinetti - Si parte dal rapporto conflittuale con due "colossi" dell'imprenditoria di sinistra, le Coop e Oscar Farinetti, mister Eataly. "A Genova è impossibile aprire un supermercato. No way.... A Livorno? E' solo un'idea del sindaco Nogarin. Lì la Coop ha il monopolio, da quelle parti abbiamo un terreno acquistato dalla Fiat oltre 20 anni fa, ma non siamo mai riusciti a utilizzarlo", spiega Caprotti secondo cui con le Coop "non è possibile avere rapporti sinceri". All'Expo "avremmo voluto far qualcosa, ma anche lì è entrata la Coop con Farinetti, e siamo stati rifiutati". Ed è proprio Farinetti a finire nel mirino di Caprotti: "Lui è l'uomo che sa tutto, viene qui a Milano e ci insegna cos'è il food.

Sa tutto di food. Vendeva frigoriferi e televisori, ma ora è un grande esperto, è l'oracolo. E' un chiacchierone formidabile". La rivalità tra Esselunga e Eataly è lampante: "Una melanzana da noi costa 2,28 al chilo, da Eataly 3,90, il 40 per cento di differenza; per l'insalata riccia è meno 42 per cento. This is money, questi sono soldi". La differenza, sostiene Caprotti, la fa la capacità di comunicazione: "Farinetti riesce a ottenere tutto gratis. A Torino il sindaco Chiamparino gli ha dato la sede della Campari, gratis e per sessant'anni; a Verona entra in una struttura splendida, con la ristrutturazione a spese della Cassa di Risparmio della città. Lui deve solo piazzare i suoi quattro scaffali. Un grande..."

Le pagelle ai politici - Sulla politica Caprotti smentisce i luoghi comuni che, in quanto avversario delle Coop, lo descrivono come "imprenditore di destra": "Non sono di destra, neanche di sinistra, non sono niente - spiega -. Sono di buon senso, sono un incrocio tra un bavarese, uno svizzero e la cultura inglese. Mi sento un borghese di buon senso. Il problema è che l'Italia è un paese strano, dove tutto è catalogato e diviso tra destra e sinistra, anche tra chi fa la doccia e chi il bagno. Stupidaggini". "All'epoca di Craxi - ricorda ancora - ho dato moltissimi soldi alla Lega, volevo ribaltare quel tipo di classe dirigente, non ne potevo più, c'era un clima pazzesco, eri obbligato a pagare in continuazione delle tangenti.

Una volta una persona arrivò a chiedermi cento milioni. Ma io dissi: Soldi neri non ce ne sono, anche se li avessi non glieli darei. E comunque non ho mai pagato". Di politici ne conosce molti e con qualcuno è amico: "Bersani, persona di grande intelligenza, preparata, pratica, sono andato a trovarlo quando non stava bene. Mi dispiace non abbia più in mano le leve. E' l'unico che è riuscito a portare qualche liberalizzazione nel commercio". E poi Silvio Berlusconi: "Sono anni che non lo vedo, è una persona facilmente leggibile, è uno che dice quello che pensa, anche troppo. Non sta zitto. Secondo me non gli hanno consentito di governare".  E poi il Duce: "Mussolini era un deficiente. Un ignorante.

Mi ha sempre fatto ribrezzo. Un gigione ignorante, con queste camicie nere, quei discorsi pazzeschi". Tra i politici attuali, invece, due sono sulla sua lista nera: "Romano Prodi e Rosy Bindi, loro due insieme per me sono il massimo del terribile".

Ragazzino «brucia» on-line 8mila euro della mamma in app per il cellulare

Il Mattino
di Filomena Spolaor


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MESTRE - Si "fuma" ottomila euro della carta di credito della madre in acquisti online. Per comprare una valanga di "app", giochini per il computer e il cellulare. Un ragazzino mestrino di 12 anni, navigando in Internet, è entrato in un sito che vendeva giochi. E qui ha messo nel "carrello" tutte le applicazioni che gli piacevano per poi passare regolarmente alla "cassa".

Al momento del pagamento, ha preso la carta di credito della mamma e, pochi secondi dopo, ha ricevuto l’e-mail con il logo della banca che gli chiedeva le credenziali per accedere al conto. Ha digitato i numeri, copiato i codici e il conto è stato prosciugato in un baleno.
Un colpo da kappaò per la madre che, una volta resasi conto della spesa, ha denunciato il fatto alla Polizia postale e si è rivolta a Federconsumatori Veneto per chiedere se era possibile ottenere un risarcimento dei danni alla banca.

«Un’operazione praticamente impossibile» spiega Roberto Mantovan, responsabile dello sportello InfoRisparmio dell'associazione, che ha sconsigliato il ricorso perché la colpa del figlio era evidente, come riportato testualmente nella denuncia. E proprio l’argomento "Cosa compriamo e come paghiamo con l'e-commerce?" è stato al centro di un convegno organizzato da Regione e Guardia di Finanza. Si viene truffati quando non si riceve quello che è stato pagato. Tra le tecniche più insidiose elencate dal tenente Ivan Toluzzo, le e-mail che suscitano inattese curiosità e invogliano i minori a comprare le App, come è capitato al giovane mestrino. In Italia l'e-commerce vale più di 13 miliardi.

lunedì 30 marzo 2015 - 10:17   Ultimo agg.: 16:53

Guerra ai narcos, il Messico perde il conto dei morti

La Stampa
filippo fiorini

Le autorità messicane ammettono: il numero di fosse comuni è così grande che calcolarlo significherebbe «generare un’interruzione sostanziale e irrazionale nelle attività dell’area designata a produrre l’informazione».

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La scomparsa di 43 studenti medi a fine settembre 2014, arrestati durante una protesta in una cittadina messicana, presumibilmente torturati e uccisi, ma di fatto mai più ritrovati, ha attirato l’attenzione internazionale su una realtà drammatica. Da quasi dieci anni, in Messico si combatte una guerra tra Stato e trafficanti di droga, le cui vittime, in gran parte estranee al conflitto, superano le decine di migliaia e ormai non vengono nemmeno più contate dalle autorità.

Qualche giorno fa, Karla Zabludovsky, la corrispondente da Città del Messico del portale Buzzfeed, ha raccontato infatti di essersi sorpresa nell’autunno scorso, vedendo come le ricerche dei 43 liceali della scuola di Ayotzinapa avessero portato alla scoperta di diverse fosse comuni solo nel piccolo comune di Iguala (il luogo in cui erano stati visti per l’ultima volta i ragazzi), senza però che nessuna di queste contenesse i loro corpi.

Chi erano quindi le persone sotterrate in massa in quelle discariche, perse tra le colline secche della zona? Quante altre tombe del genere esistono o sono esistite in tutto il Messico dal dicembre 2006, l’anno in cui l’ex presidente Felipe Calderon ha iniziato la controversa «Guerra al Narcotraffico»? Per rispondere a queste domande, Zabludovsky si è rivolta alle istituzioni competenti: polizia, procure locali, procura generale e parlamento, ottenendo però solo un arcipelago di informazioni spesso incomplete, a volte inconsistenti e sempre contraddittorie.

Sebbene la giornalista impugnasse il diritto legale dei cittadini messicani ad essere messi al corrente sulla situazione, i portavoce giustificavano i loro «no comment», sostenendo che «la divulgazione di tali informazioni sarebbe stata più dannosa di qualsiasi interesse queste potessero creare», oppure, spiegando semplicemente che il numero di fosse comuni (e di cadaveri in esse contenuti) era così grande che per calcolarlo avrebbero dovuto «generare un’interruzione sostanziale e irrazionale nelle attività dell’area designata a produrre l’informazione».

Come in tutte le guerre, anche in questa le cifre sono un terreno di scontro e fonti di storiche polemiche, soprattutto tra il governo e le ong che riuniscono i famigliari delle vittime, secondo cui i morti e gli scomparsi sono molti di più di quanti non ne vengano dichiarati. Quando il 2 febbraio scorso, il presidente della Commissione Nazionale per i Diritti Umani, Luis Raul Gonzalez Perez, si è presentato davanti all’Onu, ha dovuto ammettere che il Paese non può dire con certezza quante siano le persone scomparse durante la «Guerra al Narcotraffico» e nemmeno è in grado di affermare con precisione quante ne siano morte e per colpa di chi.

Gli uffici statali che registrano le sparizioni sono in tutto tre, ognuno dei quali fornisce numeri molto distanti da quelli calcolati dai colleghi. La cifra di 24 mila 890 scomparsi al 2012, anno della fine del governo Calderon, è stata prodotta dalla Secreteria de Gobernacion e dalla Procuraduria General de la Republica, ma viene contestata dagli attivisti per i diritti umani, secondo cui molte persone non denunciano il sequestro di un parente, per il timore di subire rappresaglie da parte delle bande o delle stesse forze dell’ordine.

A Iguala, dove sono scomparsi gli studenti di Ayotzinapa, ci sono 120 mila abitanti e in poche settimane sono state trovate tre grandi fosse comuni, con dentro i resti di decine di vittime senza nome. L’impatto sull’opinione pubblica avuto dal caso, ne ha fatto uno dei pochi che sono stati investigati, sebbene l’archiviazione decisa il mese scorso dagli inquirenti, non sia stata considerata credibile dai periti indipendenti, dai commentatori e dai genitori dei ragazzi.

La clausura al tempo dei social network

La Stampa
GIACOMO GALEAZZI

Ecco come la tecnologia cambia la vita nei monasteri degli ordini claustrali

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Chiostro wi-fi e clausura 2.0. “La tecnologia sta cambiando l’esperienza monacale - spiega a “Vatican Insider”, Giuseppe Roma, direttore generale della fondazione Censis-. L’accesso ai social network e ai mass media si configura come una evoluzione della tradizionale vita contemplativa. L'impegno religioso più legato alla spiritualità viene considerato un po’ fuori dal mondo, ma quella distanza è stata recentemente colmata dai nuovi strumenti di comunicazione”. Infatti, attesta il professor Roma, “come accade per la Chiesa nella sua interezza anche le monache di clausura sono permeabili alle innovazioni e ciò le avvicina all'evoluzione della società”. Insomma “la virtualità si integra con la contemplazione arricchendola invece di snaturarla” e questo risultato è reso possibile da una serie di filtri comportamentali che impediscono la dipendenza che spesso i social network creano tra i laici in un epoca di forte secolarizzazione”.

L'età media delle monache di clausura in Europa è sopra i 40 anni. L'età minima per essere ammesse al noviziato è di 17 anni ed esso può durare uno o due anni; non esiste un'età massima. Quindi, puntualizza il professor Roma  “l'iper-medialità e l'iper-comunicazione non attecchiscono nei monasteri e la scelta di vivere appartate non viene insidiata dal mondo virtuale che anzi costituisce una positiva via di contatto alla verità del sociale”.

Nel mondo i monasteri degli ordini claustrali sono oltre 3.400 e le suore di clausura sono circa 38mila, oltre la metà delle quali in Italia e in Spagna. Ci sono monasteri che possono contare un centinaio di monache e altri con soltanto tre suore, e spesso molto anziane. La media è attorno alla dozzina. C'è un processo di soppressione o di fusione dei monasteri di clausura in Europa e in Nord America, mentre in Asia, in Africa e in America Latina se ne fondano ancora di nuovi. La teologa e biblista Marinella Perroni insegna Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma. “L'universo attuale delle monache contemplative è molto differenziato e interessante- afferma a Vatican Insider-.

A fare la differenza sono le persone e, soprattutto, la badessa. In alcuni casi c'è apertura e capacità di sintesi tra tradizione e innovazione, in una dimensione comunitaria di forte trasparenza e libertà interiore. In altri casi, al contrario, il desiderio di annullamento si traduce in una quotidianità restia a nuove forme di interazione con l'esterno. Considero la tv e la connessione a Internet nei monasteri dei segni positivi, che possono diventare consueti nelle celle delle monache come l'orologio”. La professoressa Perroni segue personalmente una scuola di monache. “Ho conosciuto anche eremite capaci di aperture intellettuali e spirituali di grande ricchezza”. Per le altre, “decisamente importante è lo studio della teologia, ma anche se nelle loro comunità vivono un clima di apertura grazie alla lungimiranza delle loro badesse e priore”, evidenzia la teologa.

Eppure quando si parla di clausura anche nel terzo millennio, il comune sentire la identifica ancora con un isolamento totale dal mondo e dal resto dell'umanità, con una vita passata in un recinto di pochi metri quadrati, in una cella scura, tra contemplazione e penitenza, senza che lo sguardo possa avere un orizzonte. Non è così, o almeno non è più così. Le ristrettezze ovviamente ci sono e con esse la scelta, meglio la "vocazione", per una vita di sacrificio e di rinuncia, votata alla preghiera. Ma le condizioni sono in progressivo mutamento.

Ogni ordine ha la sua regola che definisce il tipo di carisma di clausura. Le famiglie religiose più numerose sono le clarisse, le carmelitane, le agostiniane, le domenicane, le cappuccine, le benedettine, le trappiste, delle minime francescane. Ogni monastero di clausura è una casa autonoma, gestita da una superiora maggiore, la madre badessa. Dipende da lei ammettere o no la clausura 2.0.

Tasse su tutto, anche sulla funivia e sull'ombra

Libero


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Possiedi un impianto sciistico? Devi pagare l'Imu. E' l'ultima follia fiscale in un Paese di balzelli. L'agenzia del territorio trentina, riporta il Giornale, si è rivolta ai giudici affinché decidessero se le funivie appartengono alla categorie trasporto o commercio e la Cassazione ha sentenziato: commercio. Il ché significa che i gestori degli impianti devono pagare l'Imu e che sulle Dolomiti sono già una ventina le aziende sull'orlo del fallimento, perché dovrebbero sborsare ogni anno 25mila euro per una seggiovia a 6 posti e 50mila euro per una telecabina.

Ma non finisce qui. In Italia, come evidenzia Confesercenti, sono in vigore 62.500 norme tributarie, di queste ce ne sono di assurde: a Conegliano c'è persino il balzello sull'ombra, quella disegnata sui marciapiedi dalle tende esterne delle botteghe, e una tassa sulla pedana per disabili piazzata davanti allo studio. Poi c'è chi a Bergamo deve dare 120 euro al cimitero per il ricevimento della salma e chi a Trieste ne deve dare 300 per le estumulazioni.

Buon compleanno Microsoft, 40 anni di tecnologia da Windows agli ologrammi

La Stampa


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Il 4 aprile il colosso dell’informatica compie gli anni. Nata nel 1975, l’azienda di Bill Gates ora punta a una seconda giovinezza a partire dal sistema operativo unico. In principio erano due studenti con la passione per l’informatica, oggi Microsoft è un colosso hi-tech da oltre 380 miliardi di dollari che allo scoccare dei 40 anni torna a mostrare i muscoli per fronteggiare un’arena di agguerriti concorrenti, tra cui l’eterna rivale Apple. 

Il 2015 è un anno importante per la compagnia di Redmond, non solo per il compleanno tondo che cade il 4 aprile, ma anche per la scommessa su Windows 10, in arrivo quest’estate, che catapulterà la società oltre i pc, i tablet e gli smartphone, in un futuro fatto di ologrammi.
La compagnia nasce il 4 aprile 1975 ad Albuquerque, New Mexico, col nome di «Micro-Soft Company» per iniziativa di Bill Gates e Paul Allen. I due amici concepiscono un software per il primissimo personal computer, uno scatolone di transistor che si chiamava Mits Altair. 

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Negli anni Ottanta la compagnia in erba perde il trattino per diventare Microsoft e pone le basi per diventare regina del software: il sistema operativo MS-DOS 1.0 debutta nell’agosto del 1981 sul primo pc IBM. L’86 è l’anno della quotazione in Borsa, dopo tre anni c’è l’esordio del pacchetto Office. La consacrazione di Windows arriva nel 1990 con la versione 3.0 che in un solo anno vende oltre 4 milioni di copie.

Fin dall’inizio la storia di Microsoft si intreccia con quella della Apple, praticamente coetanea. Un rapporto fatto di controversie legali ma anche di collaborazioni: nel ’97 Microsoft investe 150 milioni di dollari nella creatura di Steve Jobs ottenendo una maggiore integrazione dei software su Mac.

Il primo cambio di passo arriva nel 2000 con il nuovo ad, l’esuberante Steve Ballmer, mentre Bill Gates comincia a dedicarsi con impegno sempre maggiore alla filantropia. Redmond tenta di diversificare: lancia la console per i videogiochi Xbox, il motore di ricerca Bing, la piattaforma mobile Windows Phone, mette a segno la maxi-acquisizione di Skype e debutta come produttore con il tablet-pc Surface. Poi il grande passo nell’arena della telefonia mobile con l’acquisizione di Nokia. Ma non mancano i flop: Windows Vista in primis, ma anche Windows 8 e il tablet Surface non sfondano. Ballmer lascia nel 2013 e Microsoft è di nuovo in cerca di identità e nuova guida.

La scelta ricade su Satya Nadella che fa di mobile e cloud i punti cardine del rilancio e si impone con uno stile casual alla Steve Jobs. Porta a compimento l’integrazione con Nokia costata il taglio di 18mila posti di lavoro. E c’è anche il ritorno in campo di Bill Gates con un ruolo più operativo.
Ora, allo scoccare dei 40 anni, Microsoft punta a una seconda giovinezza e riparte da Windows 10, il primo sistema operativo sotto la guida Nadella, che punta a realizzare un vecchio sogno: una piattaforma unica per i tutti i dispositivi. Non solo i più comuni pc, smartphone e tablet ma anche quelli più futuristici. Come gli Hololens, i visori per ologrammi. Un orizzonte cui l’azienda fondata da Bill Gates non guarda sola ma in compagnia di tutti gli altri big di settore. La sfida è aperta.

Il figlio di Provenzano: "Non devo pagare per il mio cognome"

Francesco Curridori - Dom, 29/03/2015 - 15:17

Il figlio del boss rivendica il diritto a una vita normale e rinfaccia a Repubblica il licenziamento del fratello

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“Francamente non capisco l’interesse per questa vicenda. Ho diritto o no a una vita normale? O devo continuare a essere giudicato per il cognome che porto? Non vi è già bastato quello che avete fatto a mio fratello?”. Angelo Provenzano, intervistato da Repubblica, difende la sua nuova attività imprenditoriale di tour operator della mafia per i turisti americani e attacca il quotidiano di Ezio Mauro.

Nove anni fa, infatti, la Repubblica divulgò la notizia che suo fratello aveva vinto una borsa di studio per insegnare italiano in Germania “e come risultato – spiega Provenzano jr - il contratto fu rescisso. E mio fratello è dovuto tornare in Sicilia”. Ora Angelo non vuole subire lo stesso destino: “Per me si tratta solo di un’opportunità lavorativa importante in un settore, quello turistico, nelle cui potenzialità ho sempre creduto. E poi – conclude il giovane - confrontarmi con una cultura diversa dalla nostra e scevra da pregiudizi mi pare un’avventura molto stimolante”.

Ferrari e Kaspersky, anche la Formula 1 combatte la guerra della sicurezza informatica

La Stampa
marco consoli

Mentre le monoposto macinano chilometri in pista, un team di esperti informatici difende la casa automobilistica dagli attacchi degli hacker

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Le Ferrari sfrecciano sul circuito e gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulle prestazioni di Vettel e Raikkonen. Mentre le monoposto macinano chilometri su chilometri in pista, un hacker nascosto chissà dove, forse in prossimità del circuito, forse dall’altra parte del mondo, tenta di carpire i dati che dall’auto vengono inviati al muretto e poi alla casa madre a Maranello. 

Non è fantascienza ma uno scenario possibile e per questo dal 2013 i tecnici di Kaspersky Lab, la multinazionale russa esperta in sicurezza informatica, mettono a disposizione della casa automobilistica non solo i propri software per fermare virus e malware, ma anche un pool di esperti che verifica il corretto trasferimento di dati e certifica che non avvenga nessuna intrusione nei computer dell’azienda italiana. «Ferrari non è il nostro più grande cliente», spiega Alessandro Aceti, responsabile per Kaspersky della partnership «visto che a differenza di altre aziende che hanno 150mila terminali da proteggere, ne ha solo 5000. Tuttavia oltre ad essere il più famoso nel mondo presenta un enorme grado di complessità, perché in uno sport competitivo come la Formula 1 non bisogna solo pensare alla protezione dei dati ma anche alla velocità di esecuzione». 

Se da una parte si tratta di costruire un più tradizionale muro di bit a tutela del reparto progettazione, in cui ogni anno vengono create le nuove vetture, e quindi del segreto industriale, dall’altra è necessario creare software in grado di garantire lo stesso tipo di risultato ma in tempi molto rapidi, per non andare a discapito delle performance in gara: «Quando c’è un Gran Premio la scuderia si sposta con un data center nel luogo del circuito e poi la telemetria viene trasmessa in tempo reale fino a Maranello», spiega Aceti «e in una gara dove contano i centesimi di secondo, se qualcosa va storto, ad esempio per la presenza di un malware la gara può essere compromessa. Quindi esiste sempre la possibilità che qualcuno sia interessato a sabotare i computer della scuderia».

La questione sicurezza che oggi è presa così sul serio da Ferrari in uno sport-business in cui c’è in gioco il prestigio del marchio e il denaro che questo comporta nella vendite di vetture da strada, rischia di diventare fondamentale anche per chi l’auto la guida su strada normale. «La prima cosa che abbiamo scoperto indagando l’industria automobilistica, è che la vettura connessa verso cui quasi tutte le case si stanno orientando, è a rischio», spiega Alexander Moiseev, Managing Director Europa di Kaspersky. 

E non si tratta solo della possibilità di aprire l’antifurto di una macchina con lo smartphone per rubarla: «Se su una vettura esiste un sistema di parcheggio automatico, vuol dire che il software gestisce sterzo, acceleratore e freno, quindi in teoria qualcuno potrebbe arrivare a guidarla a distanza». Naturalmente si tratta di uno scenario che non sarà praticabile da parte di chiunque, ma certo è che anche l’auto ipertecnologica pone una serie di problemi che secondo Moiseev richiedono una stretta collaborazione tra i produttori e chi si occupa di sicurezza informatica: «Un altro aspetto che oggi non si considera è quello della privacy. Non si tratta solo del fatto che tramite il GPS chiunque può sapere dove ci troviamo, ma anche che magari qualcuno potrebbe ascoltare le nostre conversazioni». 

Moiseev però ipotizza un futuro in cui anche l’auto avrà il suo antivirus: «L’auto di oggi è paragonabile al computer di 20 anni fa in cui i consumatori pensavano che installarci un antivirus fosse totalmente inutile, mentre oggi nessuno si sognerebbe di lasciare il proprio Pc esposto agli attacchi che possono arrivare dalla rete».

La chiusura degli Opg spaventa medici e pm: “Rischi per la sicurezza”

La Stampa
paolo russo

Il 31 marzo l’Italia dice addio ai vecchi manicomi criminali. “Con la nuova legge molti internati pericolosi usciranno”

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C’è il «cannibale di Pineto», che quattro anni fa tentò di uccidere una donna per poi cibarsene, recluso nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Le mura dell’Opg di Castiglione delle Stiviere custodiscono il «pugile omicida», che ha visto il diavolo mentre massacrava a mani nude una filippina di 41 anni. E c’è la badante ucraina di 33 anni, che quattro anni fa esatti uccise con dieci coltellate l’ottantottenne che accudiva perché «spinta dai vampiri». La diagnosi di schizofrenia l’ha portata dentro le mura dell’ Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, vicino Mantova. Ma tra quattro anni potrebbe tornare in piena libertà. Senza che nessuno tuteli lei e noi.

Codicillo di legge
Il perché è contenuto in un codicillo della legge che a partire dal 31 marzo prevede la chiusura degli Opg, come si abbreviano i vecchi «manicomi criminali», con relativa destinazione dei 741 pazienti che ancora ci vivono nelle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive. Strutture al massimo da 20 letti, dotate di sistemi anti-evasione. Ma a causa di una norma contenuta nella legge, scrive all’Associazione nazionale magistrati, il giudice del Tribunale di Roma, Paola Di Nicola, «siamo tenuti a revocare le misure di sicurezza per internati pericolosi che abbiano superato il limite massimo della pena edittale». Quella che avrebbero dovuto scontare in carcere se fossero stati in grado di intendere e di volere.

Fotoreportage - Nei vecchi manicomi criminali

Nozze nulle per la Chiesa, ma non per lo Stato se i coniugi hanno convissuto per almeno tre anni

La Stampa

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La Corte d’appello di Roma respinge la domanda di un marito per ottenere il riconoscimento della sentenza emessa dal Tribunale ecclesiastico regionale del Lazio, con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio contratto con il rito concordatario. La Cassazione (sentenza 6016/15) ricorda di aver già risolto (con le decisioni n. 16379/14 e 16380/14) il contrasto sull’esistenza di un limite alla dichiarazione di efficacia delle sentenze emesse dai Tribunali ecclesiastici in merito alla nullità, secondo l’ordinamento canonico, dei matrimoni celebrati con il rito concordatario.

Il limite è costituito dalla necessità di tutelare il cosiddetto "matrimonio-rapporto", caratterizzato da una congrua convivenza matrimoniale: «il matrimonio-rapporto, al quale va ricondotta la situazione giuridica “convivenza tra i coniugi” o “come coniugi”, trova fondamento nella Costituzione, nelle Carte Europee dei diritti e nella legislazione italiana, in maniera tale da costituire la rappresentazione di molteplici aspetti e dimensioni dello svolgimento della vita matrimoniale, che si traducono, sul piano rilevante per il diritto, in diritti, doveri, responsabilità».

La convivenza fra i coniugi è un elemento essenziale, determinante. La Cassazione spiega «i caratteri che deve assumere, per i fini che qui interessano, la convivenza coniugale, sotto il profilo della riconoscibilità dall’esterno, nonché della stabilità, individuando, sulla base di specifici riferimenti normativi, una durata minima di 3 anni». Questo limite non opera se la domanda è presentata congiuntamente dalle parti. Il ricorso dell'uomo è in contrasto con i principi richiamati: il rilievo circa la convivenza fra i coniugi ha uno spessore particolare, se si considera che il rapporto si era protratto per un periodo considerevole (35 anni), durante il quale erano nati tre figli. La Suprema Corte respinge il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Quanto è sicura una password? Meglio non fidarsi dei sistemi di verifica

La Stampa
claudio leonardi

Una ricerca canadese dimostra che i misuratori usati sui siti per segnalare l’efficacia della password si basano su criteri non affidabili

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Avete presente quegli indicatori che vi segnalano con colori rosso, giallo e verde se avete inserito una password sicura per registrarvi a un sito? Ecco, non fidatevi troppo, non sono affidabili. Lo attesta una ricerca della Concordia University di Montreal, che ha inondato di parole chiave non troppo buone i sistemi di verifica di Google, Yahoo, Microsoft, Skype e altri, e ne ha ottenuto risposte deludenti.

In realtà, chi ha familiarità con la Rete se n’era già fatta un’idea: questi sistemi, spesso, verificano che l’utente abbia inserito numeri e lettere maiuscole nella password, e tanto basta. Con simili criteri, se si inserisce un termine come, per esempio, 123Password, è possibile che il sistema di vigilanza ci promuova a pieni voti. 

In alcuni casi, il software di controllo è provvisto di un database di parole che è meglio evitare: lo studio canadese ha verificato che Password1 è stata bocciata da Dropbox, ma accettata da un sito come Yandex. E differenze sostanziali si trovano anche nella scelta dei caratteri consigliati o permessi: alcuni siti li ammettono tutti (e magari suggeriscono quelli speciali quali @ o #), altri li rifiutano, dando agli utenti messaggi contraddittori. 

Una ricerca sponsorizzata da Microsoft in collaborazione con le università di Berkeley e della British Columbia dimostrerebbe, però, che questa vigilanza automatica, pur difettosa, stimola le persone a trovare password più creative. Ben vengano, dunque, ma quando si inventa una parola d’ordine, più che ai semafori verdi è meglio attenersi a pochi chiari criteri: numero di caratteri alto, evitare nomi e date riconducibili a sé, diversificarle per ogni sito e cambiarle periodicamente, usare caratteri speciali e numeri e, per aiutare la memoria, comporre frasi: N3lmezz0delc@mm1n (di nostra vita...). 



Le peggiori password del 2014 (e come sceglierne una migliore per il 2015)
La Stampa
andrea nepori

La classifica conferma che il vero anello debole della sicurezza informatica è l’utente, che sceglie spesso parole di accesso troppo facili da indovinare. Il consiglio: evitare nomi di animali domestici e date di nascita

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L’elenco delle 25 peggiori password del 2014 è stato redatto da SplashData , un’azienda che si occupa di sicurezza e produce - non a caso - software per la gestione delle password. Per stilare la lista gli esperti hanno analizzato i dati di accesso trapelati a seguito di brecce di sicurezza o attacchi informatici avvenuti lo scorso anno. Ben 9 password su 25 consistono di combinazioni puramente numeriche. Oltre alla vincitrice, “123456”, compaiono anche “12345”, al terzo posto, “12345678” al quarto e “1234” al settimo. 

Il secondo gradino del podio spetta a un classico, ovvero “password”, seguito da un’altra combinazione tanto insicura quanto diffusa: “qwerty”. “Le password basate su semplici combinazioni sulla tastiera sono ancora diffuse nonostante siano estremamente deboli”, spiega Morgan Slain, AD di Splash Data. “Qualsiasi password che contiene solo numeri andrebbe evitata, specialmente se in sequenza.”

Molti siti richiedono che la password raggiunga una certa lunghezza, per spingere gli utenti a una scelta più sicura. Il risultato è che molti utenti allungano semplicemente la sequenza di numeri o tasti digitati (“qwertyuiop”, ad esempio, al posto del semplice “qwerty”) con la convinzione - errata - di aver scelto una password migliore.

Le password peggiori del 2014 non sono composte solo da numeri. Ci sono molte parole semplici nella lista, come “football”, “master” o “baseball”. Si intuisce inoltre un rinnovato interesse per il fantasy e i supereroi, con password come “superman” (ventunesima posizione), “dragon” (nona posizione) e la new entry “batman”.

“La cattiva notizia è che le peggiori password di quest’anno ricalcano più o meno quelle dello scorso anno,” dice Mark Burnett, esperto di sicurezza che ha collaborato alla stesura della lista. “La buona notizia è che in tanti sembrano utilizzarle sempre meno.” Solo il 2,2% delle password esposte analizzate dagli esperti, infatti, rientra in questa lista. Una percentuale ancora preoccupante che però risulta fra le più basse mai registrate da studi analoghi in anni recenti.

Per evitare di scegliere una password troppo facile la prima regola, l’avrete capito, è evitare le sequenze che ricalcano la disposizione dei caratteri o delle cifre sulla tastiera. Meglio lasciar perdere poi i nomi di cose o persone - il proprio, quello dei propri cari, del cane o del gatto - e parole di senso compiuto facilmente intuibili, che sarebbero facilissime da forzare con un semplice “dictionary attack”, una forma di attacco che prevede tentativi di accesso con parole e combinazioni comprese in una enorme lista di confronto. Anche la data di nascita, così facile da ricordare, non dovrebbe essere mai utilizzata come password.

Una buona password dovrebbe invece comprendere una combinazione di lettere maiuscole e minuscole, numeri, caratteri speciali o segni di punteggiatura. Sarà difficile da ricordare, ma si può ricorrere a qualche stratagemma mnemonico, alternando i caratteri in modo che formino una sequenza semplice da mandare a memoria. Oppure si può utilizzare un software per la gestione delle password - come LastPass o 1Password - che salva in memoria la parola e la ricorda per noi ogni volta che deve essere inserita.

I browser più diffusi - Chrome, Safari, Firefox, Internet Explorer 9 e superiori - offrono infine soluzioni integrate per il salvataggio e la gestione delle password, spesso sincronizzabili in maniera sicura su tutti i propri dispositivi. Safari e Chrome includono inoltre un generatore di password sicure che può essere utilizzato per creare e salvare combinazioni complesse.

Lubitz e la strage Germanwings, Antonio Socci: "L'Europa ha chiuso Dio fuori dalla cabina di quell'aereo"

Libero

Le cronache sulla tragedia dell' aereo precipitato in Alta Provenza descrivono tutto nel dettaglio, ma ne manca sempre uno. Essenziale. Anche nei giorni del dolore di tante famiglie, nell'elaborazione del lutto, quando si cerca di arginare l' oceano di lacrime che sale dal cuore con la rabbia, manca dalle cronache la sola presenza capace di illuminare la notte oscura del male e della morte: Dio.  È stato notato che i giornali parlano di soccorritori, volontari e psicologi, ma mai della presenza di sacerdoti... Forse nella Francia della «laicité», la Francia che legifera contro i segni religiosi negli spazi pubblici, Dio continua ad essere come il pilota che è stato chiuso fuori dalla cabina: fuori dalla scena pubblica, fuori dalla storia. Del resto è stato proprio un poeta francese come Jacques Prévert a cantarlo:

«Padre nostro che sei nei Cieli/ Restaci./ E noi resteremo sulla terra». Totalmente diverso il comportamento degli americani dopo l' 11 settembre 2001 e dopo altre tragedie simili. Oltreoceano il dolore della comunità assume subito un orizzonte religioso, si esprime con la preghiera, con segni e riti che rimandano alla grande speranza che vince il male e la morte. Negli Stati Uniti la religione cristiana esprime la forza morale che illumina la vita comune, la democrazia e la libertà personale (non a caso è consuetudine che il giuramento del presidente venga fatto sulla Bibbia). È stato detto, banalmente, che questa dell' Alta Provenza è la prima tragedia aerea europea: volo partito dalla Spagna, diretto in Germania, precipitato in Francia con passeggeri di tutte le nazionalità.

Ma è una tragedia europea anche perché mostra lo smarrimento spirituale della nostra Europa, incapace di dare un nome al mistero del Male e di accogliere la testimonianza di un Bene più forte della morte. In fin dei conti potremmo dire che questa tragedia assume un valore simbolico. Perché l' oscura follia individuale del copilota, che ha causato la strage, evoca le nostre follie collettive e i loro fiumi di sangue. L'epoca dei Totalitarismi - È un po' la metafora del Novecento europeo, il tempo delle ideologie, dei totalitarismi e delle due guerre mondiali. Forse qualcuno troverà eccessivo o arbitrario questo parallelo. Ma l' immagine di un uomo solo, perso nei meandri della sua mente, che impedisce al vero pilota di rientrare nella cabina, e - suicidandosi - porta a schiantarsi sulla roccia tutta un' umanità, fotografa in modo impressionante il Novecento europeo.

Somiglia al secolo in cui si è preteso di espellere Dio dalla cabina della storia e l' uomo, solo, nel suo delirio di onnipotenza, nel suo superomismo che ha partorito tiranni sanguinari, ha prodotto l' inferno sulla terra. E oggi? Oggi che apparentemente quelle ideologie e quei totalitarismi, in Europa, sono stati spazzati via? Siamo sicuri che i loro veleni non circolino ancora nelle nostre vene? Siamo certi che la laica tecnocrazia europea, così politically correct, nichilista e accanita gendarme dei parametri economici, non ci stia portando in picchiata contro la montagna? Oggi che continuiamo a tenere il Pilota fuori dalla cabina della vita sociale e della storia, stiamo andando verso un mondo più umano?

Siamo sicuri che stavolta l' espulsione di Dio ci sta facendo volare nei cieli della felicità e della libertà? La potenza tecnologica e scientifica di cui disponiamo, mirabile come il jet della Lufthansa, appare guidata da un' ideologia tecnocratica faustiana che è incapace di distinguere il bene dal male e addirittura rifiuta di porsi il problema del Bene e del Male. Infine rifiuta i «limiti» che si devono imporre al «copilota», cioè all' uomo. Crediamo che così ci arridano davvero le magnifiche sorti e progressive? Molti segni dicono l' esatto contrario. Non c' è solo la perdurante crisi economica che sembra condannare l'Europa a un declino che porterà povertà e crisi sociali devastanti, mentre veniamo «comprati» dall' imperialismo economico di giganti totalitari come la Cina o dalla finanza petrolifera islamica.

Ma c' è di più: c' è la sistematica guerra contro la vita e contro la famiglia, il vertiginoso restringimento delle libertà personali e dei diritti dei popoli, il disprezzo verso ogni riferimento morale e spirituale, l' incapacità totale di far fronte alla pesantissima minaccia islamista, se non con il dileggio satirico delle religioni e delle cose sacre. C'è il declino demografico, l' immigrazione massiccia, il nichilismo dilagante che rende un deserto la vita spirituale delle giovani generazioni. Sono solo alcuni dei segnali di allarme che ci dicono: attenzione, l' «aereo Europa» perde vertiginosamente quota e sta andando in picchiata contro una montagna. Poi come sempre l' Europa trascina con sé il mondo. Un grande filosofo francese contemporaneo, René Girard, in un suo libro recente, analizzando proprio questi segni, scriveva:

«L' impressione è che l' intera umanità si stia recando a una sorta di appuntamento planetario con la propria violenza». Girard, grande convertito, ritiene che la sorte della civiltà si giochi nel prendere posizione di fronte a Gesù Cristo, colui che ha tagliato in due la storia umana e che pone ogni epoca davanti al bivio: o lui o la violenza distruttrice del Male. Del resto è quello che la Chiesa ha provato a ripetere per tutta la modernità. Scrisse il grande John Henry Newman: «L' eccesso dell' iniquità è l' indizio di una morte prossima. Se si rimuovesse dal mondo la Chiesa, il mondo giungerebbe in breve tempo alla sua fine». Anche Benedetto XVI, che nei nostri anni è la voce del «Pilota divino» rifiutato dal mondo, nell' enciclica sulla speranza ha messo a tema «la fine perversa di tutte le cose» come conseguenza della cancellazione definitiva del cristianesimo.

«La fine perversa di tutto» - Lo ha fatto con una citazione di Kant molto eloquente: «Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un' opposizione contro di esso; e l' anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull' egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l' aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose».

È un pensiero drammatico, quasi apocalittico. Ma c' è una controprova? Sì e ce la fornisce la storia. Infatti lìEuropa, che era il continente più piccolo e svantaggiato, messo al tappeto dalle invasioni barbariche, ha potuto letteralmente conquistare tutto il pianeta alla sua civiltà proprio grazie all' energia intellettuale e morale che si è sprigionata dai secoli cristiani, che non sono solo quelli del Medioevo, ma anche quelli dell' umanesimo, del Rinascimento e dell' epoca barocca post-tridentina.

Proprio in questi giorni rileggevo due pensieri di un grande sociologo e storico delle religioni, Rodney Stark (non cattolico) che parlando ai moderni europei li ammoniva così: se il cristianesimo non avesse fatto irruzione nella storia «la maggior parte di voi non avrebbe imparato a leggere e gli altri leggerebbero papiri scritti a mano». E ancora: «Senza una teologia affidata alla ragione, al progresso, all' uguaglianza morale, il mondo intero sarebbe oggi più o meno dove le società non europee erano, diciamo, nell' 800: un mondo pieno di astrologi e alchimisti ma non di scienziati.

Un mondo di despoti, senza università, banche, fabbriche, occhiali, camini e pianoforti. Un mondo dove la maggior parte dei bambini non raggiunge i 5 anni di vita e molte donne muoiono dando alla luce un figlio. Un mondo che vive veramente in "secoli bui"». L' uomo contemporaneo, credente o no, deve tutto al cristianesimo. Eppure lo disprezza e volendo escludere la fede, rischia di perdere la ragione. E di suicidarsi.

di Antonio Socci
www.antoniosocci.com

Roma, cane abbandonato rincorre il bus dove è salito il proprietario

La Stampa

Ora l’animale cerca una famiglia



Una corsa disperata, di chi non vuole accettare l’idea di essere stato miseramente abbandonato. Un cane schiva le auto, affronta i pericoli del traffico dell’ora di punta in pieno centro a Roma. Corre dietro a un autobus come impazzito dal dolore, tradito da quell’amico umano a cui aveva affidato tutta la sua fiducia.

Una scena a cui hanno assistito alcuni passeggeri a bordo del mezzo che hanno intuito l’accaduto. Così hanno chiesto all’autista di fermarsi e a gran voce urlavano per sapere di chi fosse quel piccoletto ansimante e terrorizzato. Ma nessuno si è fatto avanti: il colpevole o ha crudelmente finto indifferenza ed è rimasto nascosto in mezzo agli altri o probabilmente si era già dileguato approfittando della ressa.

Il cane, di circa due anni, per fortuna sta bene ed è stato preso in custodia da un’associazione animalista della Capitale. Sano, vaccinato e, nonostante tutto, dimostra un carattere molto dolce e affettuoso. Ora è alla ricerca di una famiglia che lo ami e gli faccia dimenticare la terribile esperienza (cell. 338.8617828).

twitter@fulviocerutti

domenica 29 marzo 2015

Ai tempi in cui c’era lui

Corriere della sera

di Angelo Panebianco

S ia Berlusconi ai suoi bei dì che Matteo Renzi da quando è al governo sono stati accusati di autoritarismo, di rappresentare una minaccia per la democrazia. Ma c’è una grandissima differenza. Berlusconi aveva contro (ferocemente contro) metà dell’Italia e, per conseguenza, anche una grande quantità di persone che contavano tantissimo sia dentro che fuori il Paese. Renzi, invece, è accusato di autoritarismo solo da una minoranza (sinistra pd, Cinque Stelle, una parte del sindacato), per lo più composta da sconfitti, molti dei quali presumibilmente in marcia verso una definitiva marginalità politica .

Non è la stessa cosa. E infatti le campagne contro Berlusconi e il suo supposto autoritarismo videro impegnati eserciti sterminati, guidati da persone dotate delle risorse necessarie per alimentare un volume di fuoco elevatissimo, capaci anche, ad esempio, di arruolare nella crociata antiberlusconiana fior di cronisti stranieri, figure di spicco del Parlamento europeo, eccetera eccetera.

Niente del genere è accaduto e accade a Matteo Renzi. Eppure Renzi, ad esempio, ha predisposto una riforma della Rai di cui un aspetto non secondario è accrescere il controllo di Palazzo Chigi. Sta proponendo, con esiti ancora incerti, una stretta sulla pubblicazione delle intercettazioni giudiziarie e uno dei suoi, per l’occasione, ha ipotizzato (pensate cosa sarebbe successo ai tempi di Berlusconi) il ricorso al carcere.

R enzi, inoltre, ha messo in piedi una riforma elettorale che gli cade addosso perfettamente come fosse un vestito di alta sartoria (invece, la cattiva legge elettorale fatta a suo tempo da Berlusconi servì a lui ma anche, e forse soprattutto, ai suoi alleati). Infine, Renzi sta (finalmente) imponendo il superamento del bicameralismo paritetico. Quando Berlusconi tentava di fare cose simili, veniva giù il Paese, gli attacchi e gli allarmi contro il «nuovo fascismo» erano quotidiani, anche sulle reti Rai.

O qualcuno si è forse dimenticato di cosa accadeva all’epoca dei governi Berlusconi?  Ci sono tre considerazioni da fare. La prima è che, molte volte, quanto più i «grandi principi» e i «grandi valori» vengono sbandierati con ossessione, quanto più ci si straccia pubblicamente le vesti in loro difesa gridando al lupo, tanto meno chi lo fa crede davvero in quei principi e valori. I principi vengono spesso usati in modo strumentale, piegati alle esigenze politiche del momento, sono, per molti, armi da usare contro il nemico politico e da rinfoderare quando è l’amico a fare ciò che faceva il nemico.

L’opposizione confortevole della piazzetta (rossa) di Landini

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo

Il leader della Fiom: «Abbiamo più consenso del governo»

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Se questo è il popolo di Maurizio Landini, appare un po’ disunito, e non così invincibile. Intendiamoci: a Roma è accaduto un fatto politico di rilievo. La piazza - o meglio la «piazzetta» - rossa di ieri ha tenuto a battesimo un movimento che forse non diventerà un partito in senso tecnico, ma che si presenterà alle prossime elezioni politiche contro il Pd.

Però l’opposizione di Landini da una parte e di Salvini dall’altra, per quanto virulenta a parole, nei fatti più che a una tenaglia pronta a stritolare il premier somiglia a due confortevoli guanciali tra cui riposare. La piazza della Fiom non era neppure lontana parente di quella di Cofferati, anzi non era neppure particolarmente tonica. Nessuno si aspettava la replica del Circo Massimo; ma colpisce constatare che il superamento ormai compiuto dell’articolo 18 non abbia provocato a sinistra la mobilitazione vista quando Berlusconi l’aveva solo proposto.

Nel frattempo è accaduto di tutto, la produzione industriale è crollata, il Paese si è impoverito, la vecchia classe dirigente della sinistra è stata messa ai margini. Renzi non è stato accettato da tutti, anzi molti nel Pd continuano a considerarlo un usurpatore che sta portando il partito verso una mutazione genetica; ma dietro le bandiere rosse non c’è per ora un vero movimento sociale di opposizione.

Ci sono militanti vecchi e nuovi (l’età media era altina, più che nella piazza di Salvini del mese scorso) cui il nuovo corso non aggrada. Renzi non è certo un democristiano per toni e per modi, ma è un centrista: nel suo schema c’è spazio per una forza alla sua sinistra; se poi anche la destra a trazione leghista si radicalizza, tanto meglio, almeno per lui. In realtà all’Italia servirebbe un’opposizione credibile, che rappresentasse un’alternativa di governo; ma questo non è nelle possibilità e neanche nelle intenzioni di Landini (e forse neppure di Salvini).

Landini ha un progetto diverso: fare leva sul disagio sociale per rifondare la sinistra e restituire alla Fiom e ai movimenti una centralità da giocare su più tavoli; la conquista della Cgil, la competizione con Renzi - e con Marchionne -, l’apertura di una fase di elevata conflittualità. Ma non è di questo che il Paese ha bisogno. E non è questo che il Paese chiede in una fase in cui finalmente si rivede un po’ di sviluppo.

Lo schieramento di Landini può valere percentuali vicine a quelle della Rifondazione comunista di Bertinotti; ma non apre una stagione, non fa cadere un governo, non condiziona il futuro. I primi segnali di ripresa, le aziende anche grandi che tornano ad assumere, il timido riaffacciarsi della fiducia sono segnali che, se confermati, richiudono la «piazzetta rossa» nel perimetro della testimonianza.

29 marzo 2015 | 10:08

Corte costituzionale: «Il busto del presidente antisemita resta qui»

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Respinta la richiesta di rimuovere l’opera che ricorda Gaetano Azzariti. Perché? Non si può sapere Le leggi razziali Fu a capo del Tribunale della Razza e lavorò alle leggi fasciste, poi venne riabilitato

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ROMA - Il busto non si tocca: si sono proprio arroccati, i giudici della Corte costituzionale, in difesa del «loro» Gaetano Azzariti, il fascistissimo presidente del Tribunale della Razza riciclato da Togliatti e poi premiato nel 1957 (tutti smemorati) con la presidenza della Consulta. No, no e no: nessuna revisione. Nonostante spunti fuori una lettera dell’ex vicepresidente della Corte che due anni fa chiedeva già la rimozione del busto. Un atto d’accusa durissimo. Scriveva Paolo Maria Napolitano il 16 novembre 2012 che l’uscita del libro di Barbara Raggi «Baroni di razza» imponeva che la figura di Azzariti fosse rivista.
L’analisi di De Felice
Per cominciare ricordava il giudizio di Renzo De Felice, il massimo studioso del fascismo, su quel «tribunale» infame voluto dal Duce per concedere a capriccio la patente di quasi ariano o di ebreo che avrebbe poi separato i salvati e i sommersi ad Auschwitz: «Se tutta la legislazione antisemita era immorale e antigiuridica, questa legge lo fu certamente più di ogni altra; essa infatti non si fondava che sull’arbitrio più assoluto...». Più ancora, in quegli «anni tragici e grotteschi», la «Corte» guidata da Azzariti che da oltre un decennio era l’uomo forte del ministero della Giustizia fascista (e le leggi razziali non poteva scriverle certo un maestro elementare come Mussolini) finì per diventare «fonte di immoralità, di corruzione, di favoritismo e di lucro.

E ciò mentre il rigore della legge e delle innumerevoli disposizioni ad essa connesse si abbatteva sempre più pesante su quegli ebrei che non volevano o non potevano piegarsi alla sopraffazione e al ricatto» . Insomma, scriveva ai colleghi il giudice Napolitano nella scia di De Felice, a prescindere dal funzionamento del «tribunale» (i cui atti guarda caso sono tutti spariti) Azzariti «presiedette, fino alla caduta del fascismo, una commissione di natura politica, pienamente integrata della logica della persecuzione degli ebrei». E certo il Duce non gliel’avrebbe affidata se lui non fosse appartenuto alla «ristretta cerchia dei più elevati e fidati gerarchi del regime e se non avesse condiviso, almeno nelle linee generali, l’aberrante logica della “difesa della razza”».
La lettera di Paolo Maria Napolitano
Ora, chiedeva in quella lettera il giudice della Consulta, se Azzariti avallò l’«orrenda mutilazione dei diritti» di chi non poteva dimostrare di non essere ebreo e se presiedendo quel «tribunale» condivise «la folle e vergognosa logica» della legislazione razziale perché mai il suo busto deve avere l’onore di restare esposto nel corridoio nobile della Corte costituzionale? Non c’è neppure «un motivo di carattere generale» perché «non vi sono i busti di tutti i presidenti». A farla corta, chiedeva Napolitano, togliamolo. Richiesta respinta. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto...

L’uscita mesi fa del saggio di Massimiliano Boni «Gaetano Azzariti: dal Tribunale della razza alla Corte costituzionale», ha però riacceso sotto la cenere la brace della polemica. Tanto più grazie a certe citazioni. Come un discorso del futuro presidente della Corte tenuto molto prima che Palmiro Togliatti, scegliendolo come braccio destro, gli desse una ripulita col detersivo di marca Pci: «La diversità di razza è ostacolo insuperabile alla costituzione di rapporti personali, dai quali possano derivare alterazioni biologiche o psichiche alla purezza della nostra gente». E non era una sbandata giovanile: aveva allora 61 anni .
Il verbale segreto
Così, dopo aver raccontato la storia ai lettori del Corriere , quando abbiamo saputo della lettera di Napolitano per due anni tenuta sotto silenzio, abbiamo chiesto ufficialmente alla Consulta il verbale, in teoria pubblico, della riunione della Corte amministrativa in cui la proposta di togliere il busto fu respinta. Risposta gentilissima del Segretario generale: il verbale c’è, ma occorre «sottoporre all’Ufficio di Presidenza della Corte la questione per l’autorizzazione necessaria». L’altro giorno, finalmente, ecco la risposta definitiva:

«La Corte costituzionale corrisponde volentieri alla Sua richiesta di informazioni e Le conferma di essersi in effetti espressa, nella seduta del 12.12.2012, sulla proposta del giudice Paolo Maria Napolitano, decidendo di non rimuovere, allo stato, il busto di Gaetano Azzariti».
Grazie dell’informazione che avevamo già, ma il misterioso verbale? Boh...

Cosa sia successo nella riunione che ha partorito quella striminzita risposta, ovviamente, non si sa. Ma la Corte manda a dire: il busto del giudice fascista e razzista, troppo tardi demolito dagli storici, sta bene dove sta. Perché? Perché sì.

29 marzo 2015 | 08:23