giovedì 30 aprile 2015

Un invalido scrive alla Boldrini: "Sono rimasto senza lavoro". E lei gli manda la polizia a casa

Sergio Rame - Gio, 30/04/2015 - 14:54

Un post innocente su Facebook viene spacciato per minaccia di terrorismo. E Montecitorio gli manda a casa gli agenti


"Orfano da venerdì, senza lavoro da mesi, prossimo ad andare a mangiare alla Caritas. Per uno di 43 anni come me, anche se invalido, non c'è possibilità di lavoro...
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ora dimmi tu, cara Boldrini, secondo te sono prossimo a fare un macello?". Lo ha scritto su Facebook, sul profilo del presidente della Camera Laura Boldrini. Uno sfogo, niente di più. Eppure Lady Boldrini non l'ha presa bene. Tanto che a casa del disabile si è presentata la polizia per chiedere di rendere conto del post.

Nessuna violenza, nemmeno verbale. Il commento postato da Felice Ferrucci su Facebook non conteneva niente di che, tantomeno conteneva minacce alla Boldrini. Si trattava, appunto, di uno sfogo di un 43enne in difficoltà. Un uomo che ha perso il lavoro e che, per questo, è costretto a rivolgersi alla Caritas per avere un piatto caldo da mettere sotto i denti. Alla Camera, però, non l'hanno preso per quello che è. E, lo scorso 17 aprile, la polizia si è fiondato a casa di Ferrucci che, come riportato dal sito Imolaoggi, ha accolto attonito le forze dell'ordine allertate dallo staff di Montecitorio che aveva ritenuto il post "a rischio terrorismo".

"Sono arrivati in casa mia senza mandato e senza neppure aver letto il commento che avevo scritto - ha raccontato Ferrucci - quando gli ho raccontato cosa era successo ovviamente sono andati via". Una volta che gli agenti lo hanno lasciato da solo in casa, Ferrucci si è riattaccato al computer e, sempre su Facebook, ha scritto: "Anche un ragazzetto avrebbe inteso il sarcasmo e l' ironia... certo che a Roma a 200mila euro l'anno non avete niente da fare".

Le ruspe ad Hatra? Ma quale Isis, è un’invezione della stampa”: parola della parlamentare grillina

La Stampa
roberto pavanello

La deputata del M5S Tiziana Ciprini accusa su Facebook l’America: «Piscoterrorismo made in Usa»



Il post di Tiziana Ciprini

Mentre in tutto il mondo si cerca di capire come fermare la minaccia dell’Isis, nel Parlamento italiano c’è chi sostiene che si tratti di una manovra organizzata dagli Stati Uniti per portare una nuova guerra e, in sovrapprezzo, arrivare a modificare la Costituzione italiana. È la deputata del Movimento Cinque Stelle Tiziana Ciprini che su Facebook ha espresso i suoi dubbi, sostenendo che non essendoci prove fotografiche della distruzione di Hetra, patrimonio dell’Unisco, rasa al suolo dagli sgherri dell’Isis, si tratta di una «false flag». Con questa espressione si intende un falso indizio, posto ad arte per depistare dalla strada che conduce alla verità. I commentatori al suo post si sono ovviamente divisi tra convintissimi sostenitori del complotto e utenti che contestano e ironizzano. 

Ecco il post completo
La ricerca di una verità altra non è una novità nello schieramento grillino, basti ricordare Carlo Sibillia, che sostiene che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna, o Paolo Bernini, secondo il quale la strage terroristica alla redazione di Charlie Hebdo era minata di false flag. I responsabili? Gli Usa, ovvio. Ecco cosa aveva scritto all’indomani dell’attentato di Parigi: «La pratica di creare finti attacchi nemici per raggirare la costituzione e poter liberamente dichiarare guerra ai fantomatici aggressori ha un nome ben preciso nella lingua degli yankees: si chiama false flag. Tutte le più recenti guerre che hanno coinvolto gli Stati Uniti d’America ne hanno una. Non a caso tutte le guerre moderne dell’America nascono da una menzogna!». 

E piemontese il “nonno” degli Yankees: il New York Times gli dedica una pagina

La Stampa
filippo massara

Rinaldo Ardizoia, 95 anni, è il più anziano ex giocatore di baseball del club newyorchese: fu amico di Joe Di Maggio e Marilyn

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Un uomo si presenta davanti al cancello di casa in via Momo a Oleggio, nel Novarese. Sono gli Anni Settanta e quello sconosciuto parla inglese, ma anche un po’ di dialetto piemontese. Suona il campanello. «Mi chiamo Rinaldo Ardizoia» dice. Viene da San Francisco, California. «Sono qui per scoprire le mie radici» aggiunge. Accanto c’è sua moglie Mary, nata negli Usa da una famiglia di origine genovese. L’indirizzo è quello giusto. Nella villetta abitano i parenti di Rinaldo, il più vecchio giocatore dei New York Yankees. È nato proprio lì a Oleggio, frazione Bedisco e lo rivendica con orgoglio. Nei giorni scorsi il prestigioso quotidiano New York Times è andato a trovarlo a casa e gli ha dedicato un lungo servizio raccontando la sua vita avventurosa.

«Che bello sentirvi»
Lasciò il paese nel 1921, all’età di un anno e mezzo. Ci è tornato in visita mezzo secolo più tardi e poi altre volte. Adesso vive a San Francisco, città che lo accolse da piccolo con la famiglia. Risponde al telefono. «Oleggio? Ma certo che mi ricordo - assicura -. E’ bello sentire ogni tanto chi abita là». Come Fiorenzo Mossina, che quel giorno lo accolse in cortile per la prima volta. Suo nonno Antonio era il fratello di Annunciata, la mamma di Rinaldo. Una volta all’anno va a trovarlo negli Usa, nella stesso alloggio che la famiglia Ardizoia acquistò per 5 mila dollari nel ’37.

Nell’esercito Usa con Joe
«Abita in una casa molto modesta – racconta Mossina -. Ripete spesso che ai suoi tempi il baseball regalava la fama, non la ricchezza. Al piano di sotto ha allestito una specie di museo. C’è di tutto, perfino foto con Marilyn Monroe e Joe Di Maggio». Rinaldo si era trasferito negli Usa con la madre per raggiungere papà Carlo, che lavorava in una fornace. Di cognome faceva Ardizzoia: una zeta fu dimenticata nella registrazione.

Gli amici lo chiamavano Rugged: significa robusto e tenace. Agli americani piaceva il nomignolo, che presto divenne Rugger. Amava il golf, il football e il pugilato ma nel ’37 entrò nei San Francisco Missions di baseball. La squadra si trasferì a Hollywood e a 22 anni Ardizoia venne «opzionato» dagli Yankees: lanciatore. Durante la Seconda guerra mondiale non lo fecero entrare in Canada dove avrebbe dovuto giocare. Lo consideravano un nemico perché italiano di nascita. Poi però entrò nell’esercito Usa e indossò con Di Maggio la maglia del settimo Usaaf, squadra allestita tra le truppe. 

Una sola partita
Dopo il conflitto collezionò l’unica apparizione nella formazione leggendaria di New York. Non fu una partita memorabile. Era il 30 aprile ’47 e Rugger fu schierato per tre inning. Perse, ma fu comunque «unbelievable», incredibile. In quel campionato gli Yankees vinsero l’American League mentre Ardizoia fu ceduto a Hollywood e poi a Seattle. Chiuse la carriera a 32 anni nei Dallas Eagles. Lavorò poi come magazziniere, autista e venditore per un’azienda tessile. In realtà, proseguì con il baseball semi professionistico a lungo. 

«Grazie di tutto»
Da più di 20 anni non torna nella città natale dove il Comune gli ha dedicato una targa per la Festa dello sport 2012. L’associazione Olegium ha realizzato una pubblicazione sulla sua storia. Per ricambiare Rinaldo ha inviato un messaggio: «Apprezzo quello che fate. Grazie di tutto, spero che stiate bene». 

Windows 10, la data non c’è Ma Microsoft si diverte a stupire con ologrammi e robot

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

Durante la conferenza Build 2015 Microsoft ha presentato un sistema operativo che dialoga con ogni piattaforma esistente. E, grazie a Hololens, anche con la realtà virtuale

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Si aspettava la data del lancio di Windows 10. Ma non è stata comunicata. Rimane il vago «fine di luglio« che abbiamo appreso nelle scorse settimane. Microsoft però ha strabiliato presentando un mondo fatto di ologrammi e robot. Tutto grazie alle Hololens, la risposta del colosso fondato da Bill Gates a Oculus Rift e agli altri caschi per la realtà virtuale.
App universali
L’azienda di Redmond ha presentato una prima fase del progetto a gennaio, quasi in sordina. Il 29 aprile, durante la conferenza Build 2015, il tono è cambiato. «Questo è un nuovo mondo», ha annunciato Alex Kipman, ingegnere a capo del progetto. Il trentacinquenne brasiliano ha già lavorato a Kinect, il sistema di sensori con cui le console Xbox interagiscono con l’ambiente, e ora ci tiene a trasmettere stupore: «Siete fortunati a vivere in quest’epoca». Le altre novità presentate sono passate quasi in secondo piano anche se tutte hanno un tratto comune: le app universali di Windows 10, in grado di girare su qualunque dispositivo, da quelli con uno schermo enorme, fino a quelli senza schermo. Come appunto le lenti che materializzano gli ologrammi.

Nuova generazione
«Windows 10 non è una nuova versione, è una nuova generazione», così ha spiegato l’a.d. Satya Nadella con il suo accento indiano e la voce calma, distante anni luce sia dal tono ingessato del fondatore Bill Gates sia dalle urla lanciate dal palco dal predecessore Steve Ballmer. E non si può negare che i cambiamenti introdotti siano enormi. Windows 10 offre un’esperienza unificata per tutti i dispositivi che lo utilizzano.«Si sviluppa il codice una volta sola e poi sono le app a doversi adattare», ha raccontato Joe Belifore, responsabile del design dei nuovi prodotti.

La filosofia alla base si chiama Continuum e permette, ad esempio, di collegare un cellulare Windows Phone a uno schermo e a una tastiera e avere la stessa esperienza che si ha su un pc desktop, con Word, Excel e Outlook. Tutto sincronizzato via cloud. E sfruttando gli stessi comandi, come il noto ctrl+c. Insomma un computer senza più bisogno di computer. Mouse, tocco o voce, non conta il tipo d’interazione, solo la piattaforma. Per rendere «il personal computer più personale».

Windows 10 a luglio: l’abbiamo provato
Windows 10 a luglio: l’abbiamo provato
Windows 10 a luglio: l’abbiamo provato

Hololens alla conquista della realtà
Cloud, app universali, un solo codice per ogni dispositivo. E l’estremizzazione di questo concetto sono le Hololens: occhiali in grado di produrre ologrammi e far apparire le finestre di Windows nel mondo reale. Così il lettore multimediale può diventare il nostro schermo tv, potremmo affiggere note alle pareti e fare videoconferenze fissando un muro dov’è stata posizionata la finestra di Skype. È una tecnologia che può esser applicata anche ad altri dispositivi.

Durante Build è stata applicata su un mini-computer Raspberry Pi collegato a sensori e robotizzato con delle ruote. Anche questo sistema monta Windows 10. Ma ciò che ha stupito di più è come le lenti sul casco di un essere umano e quelle su un robot dialogassero in un unico ambiente virtuale. Ciò che alla platea è apparso come una mazza di scopa con ruote, per l’utente con un casco è diventato Miko: un androide che sorride, parla, mostra vignette virtuali e informazioni sul tempo. Questa è la prima applicazione di una tecnologia fantascientifica su vasta scala. E Microsoft è talmente sicura di sé che ha fornito una versione delle Hololens ai presenti alla conferenza.
Anche per Linux, iOs e Android
Per trent’anni è stata il simbolo del software chiuso: ciò che è stato pensato per Windows, deve girare solo su Windows. Ora si propone di dialogare con ogni piattaforma esistente: Linux, Android, iOs e i micro-computer a basso costo Raspberry Pi. Vedere il robot Miko salutare i presentatori sul palco ha offuscato un altro momento di stupore della giornata, e cioè quando lo strumento di sviluppo Visual Studio è stato lanciato prima su un Mac (né Gates né Ballmer l’avrebbero mai permesso) e poi su Ubuntu Linux. «Perché Microsoft è soprattutto un’azienda che pensa prima di tutto ai programmatori e ad aiutare le persone a far le cose meglio», spiega Nadella. Si è già detto che l’aggiornamento a Windows 10 sarà gratuito e lo stesso approccio è stato seguito per Visual Studio, che sarà scaricabile da Mac e da Linux e anche Office (fino ai dispositivi con uno schermo da 9”).

Inoltre su Windows 10 for phones potranno girare le app per i cellulari Android e, dopo esser convertite (in gergo ricompilate) anche quelle per iPhone. Tutti i software però devono esser pubblicati su Windows Store, che si appresta a diventare la porta d’accesso preferenziale all’ecosistema Microsoft. Anche per gli utenti desktop. Insomma è sì un sistema aperto al dialogo, ma riserva il controllo all’accesso. In questo l’azienda di Redmond ha seguito la tendenza che Apple e Google adottano ormai da anni.
Cortana vs Siri
Per i tecnici si chiama machine learning (software che apprendono), per gli utenti sarà la possibilità di vedere sul proprio desktop solo gli sfondi che preferiscono e, al primo posto tra le app da scaricare, quelle che potrebbero voler provare. È uno degli aspetti sui quali Microsoft ha investito di più. Su questa filosofia si basa l’assistente personale Cortana. È l’anti-Siri che gira su Windows. Finora è stato disponibile su Winodws Phone (in Italia solo in versione sperimentale). Durante Build 2015 è stato presentato in versione migliorata: ora funziona anche su desktop ed è in grado di interagire anche con app esterne. Per esempio è possibile dire «Scrivi ‘arriverò in ritardo’ e invialo ad Antonio tramite WhatsApp» e Cortana aprirà l’applicazione e incollerà il messaggio.
Edge e le preferenze
«Il Windows a cui eravate abituati è tornato», così si apre il video di presentazione del nuovo sistema operativo. E si riferisce al ritorno del menu start, di cui abbiamo già parlato. Ma l’azienda sta dimostrando di ascoltare i piccoli suggerimenti che stanno arrivando attraverso la nuova funzionalità Windows Feedback. Chi sta provando l’anteprima di 10 ha chiesto il ritorno delle trasparenze che hanno caratterizzato la settima versione del sistema operativo e, durante la conferenza, Joe Belifore ha presentato un menu con il tanto apprezzato effetto “bottiglia di latte”.

È stato annunciato anche il nome commerciale del nuovo browser Microsoft. Finora noto come Project Spartan, d’ora in poi si chiamerà Edge. È integrato con l’assistente personale Cortana ed è in grado di apprendere le preferenze di navigazione e presentarle sull’homepage. Uno spazio che tutti vediamo quando lanciamo il programma ma, nonostante ciò, uno dei meno sfruttati. Cortana fornirà agli utenti i siti più visitati, le app preferite, le notizie della nostra squadra di calcio, le notizie sugli argomenti ai quali siamo interessati. E inoltre permetterà di utilizzare il codice delle estensioni di Chrome.
Sviluppatori
L’aspetto più stravagante di Build è stato l’approccio: già alle 9 del mattino (ora di San Francisco) il megaschermo del palco era zeppo di linee di codice. E si è parlato di integrazione cloud, database non relazionali, Docker, tunnel ssh. Insomma, prima degli “effetti speciali” e dei robot, c’è stata un’ora e mezza di tecnicismi. Che hanno quasi infastidito i giornalisti presenti: «Ho un’idea: potrei lanciare il mio laptop a caso nella folla e dare ai lettori un reportage migliore di quanto possa fare io», ha commentato sarcastico un giornalista della testata tecnologica The Verge. Dopotutto Microsoft è un’azienda di sviluppatori che parla agli sviluppatori, ha dichiarato Nadella. Ed è stata fondata da sviluppatori, lo testimonia il tweet del cofondatore Paul Allen, che ha festeggiato il quarantennale della società fotografando le sue prime righe di codice Basic, il linguaggio di programmazione che ha contribuito a creare.

Contraffazione: sono sudamericani il pecorino laziale e il salame Milano

Corriere della sera
di Flavia Fiorentino

Federalimentari: «Una direttiva europea “esime” di fatto i produttori dall’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione»

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Polvere di formaggio fabbricata in Sud America e spacciata per pecorino laziale, pesce atlantico surgelato e reidratato venduto come specialità del litorale romano. E poi salame tipo Milano proveniente dal Brasile, gorgonzola tedesco, Chianti americano o Barbera rumeno, sono solo alcuni dei prodotti italiani che vengono proposti sui mercati esteri. Per non parlare dei kit per fare la mozzarella in casa o le migliaia di bottiglie di vino prodotte senza utilizzo di uva.


Secondo l’Associazione difesa dei consumatori, l’ italian sounding , ovvero ciò che «suona italiano», ma è tutt’altro che frutto del Bel Paese, ci fa perdere 60 miliardi di euro all’anno: tre prodotti alimentari pseudo-italiani su quattro non sono infatti autentici. Di come tutelare, alle porte dell’Expo, il cibo made in Italy, si è discusso ieri nella sede romana del Parlamento europeo. «Per molti anni, il reato di contraffazione è stato quasi depenalizzato - spiega Annaluce Licheri, presidente dell’Osservatorio “Italia in testa” che ha organizzato il convegno - con la motivazione che il “falso grossolano” non potesse trarre in inganno il consumatore.

Recentemente però la tendenza sta cambiando e sono state emesse sentenze di condanna anche per chi espone prodotti con il cartellino “falso d’autore”, un passepartout per ogni tipo di prodotto italian sounding. La contraffazione imitativa che colpisce i prodotti italiani del comparto agro-alimentare, di fatto induce il consumatore, attraverso l’utilizzo di parole, immagini o riferimenti geografici, ad associare erroneamente il prodotto a quello italiano. «A complicare la situazione - ha concluso Vito Giampiero Gulli, consigliere di Federalimentare - è il recepimento di una direttiva europea che “esime” , di fatto, i produttori dall’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione. Su questo non si può tornare indietro ma a breve informeremo con una lettera l’Unione europea sul fatto che si dovranno ritenere di produzione italiana soltanto quegli articoli che indicano dove sono stati prodotti».

30 aprile 2015 | 08:51

Il pomodoro San Marzano? Viene dalla Cina

Antonio Borrelli - Gio, 30/04/2015 - 08:45

Una telecamera nascosta e un pentito rivelano: "La passata è italiana solo per metà"

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Avete presente il pomodoro San Marzano, prodotto di origine protetta emblema della buona cucina italiana nel mondo? Ecco, a volte perfino quello potrebbe essere contraffatto. E non all'estero, ma proprio nella patria del prodotto proveniente dalle fertili campagne del salernitano. Grazie alla naturale ricchezza che offre il territorio, in Campania esistono centinaia di aziende che lavorano, confezionano e mandano sulle nostre tavole il pomodoro in scatola; la maggior parte lavora in totale trasparenza e legalità, ma negli ultimi anni hanno fatto discutere le condanne ad aziende che importavano prodotti dalla Cina.

É la «Pulp fiction» all'italiana (dove «pulp» va preso alla lettera: polpa di pomodori), un giallo in salsa italiana di cui aveva già parlato il quotidiano inglese Guardian alcuni mesi fa. A nord di Napoli c'è uno dei tanti stabilimenti che lavora nel settore, si occupa del processo di trasformazione della materia prima: in sostanza, rende il pomodoro fresco una passata. Tra tir, container, casse e bidoni, in una fredda giornata di marzo mi introduco nell'area esterna dello stabilimento camuffandomi da dipendente; nessun problema, i controlli sono inesistenti e c'è troppo caos per far caso a me.

Inizio discretamente ad esplorare l'area aggirandomi con una telecamera nascosta tra alcuni mezzi, che verosimilmente scaricano i pomodori freschi destinati alla lavorazione. Su un ripiano vedo incustodita la prima «prova»: il registro delle consegne della merce. Sul primo foglio della bolla leggo distintamente «Tipo: Pomodoro», «Provenienza: Asia - Cina» e «Destinazione: Germania». C'è poco spazio all'interpretazione, penso. Nella merce a cui fa riferimento la bolla c'erano pomodori (più o meno) freschi provenienti dalla Cina e destinati al mercato tedesco in forma di passata. Giusto il tempo di fotografare il documento che sento alle spalle: «Forza, lavorare! Oppure vuoi guardare il panorama?».
É il responsabile degli addetti allo scarico. Qualche attimo di panico, prima di riuscire a rispondere: «Sì, torno al mio posto», dileguandomi altrove. Nella mia fuga a passo veloce scorgo da lontano uno dei tanti barili neri ammassati: sul fusto vuoto datato gennaio 2015 c'è un'etichetta in cinese e inglese con dati tecnici della merce. Fotografo tutto e decido che può bastare. Esco dallo stesso accesso da cui sono entrato e incontro Davide (nome di fantasia) appena fuori. 
 É un dipendente dell'azienda e ha appena staccato dal suo turno. Mi stava aspettando, fumando, e ha visto tutto. É disposto a dirmi cosa succede in alcuni stabilimenti, tra cui quello in cui lavora, ma non vuole che si sappia la sua identità. Colto alla sprovvista per la sua estrema disponibilità, decido comunque di ascoltarlo: «Per la produzione della passata mischiamo pomodoro San Marzano e pomodoro o salsa in concentrato cinesi, si va dal 50% al 70% di presenza asiatica».
Rimango di stucco. Stando a quanto dice, la percentuale di pomodoro cinese è di gran lunga superiore a quello Dop. Ma dove finisce l'indefinito miscuglio? «La maggior parte dei nostri carichi finisce nei supermercati inglesi e tedeschi - continua - ma c'è anche un 20% che destinato al mercato italiano». Se ne va, dopo avermi rivelato quelle percentuali con un tono da segreto di Fatima. Eccola, la Babele del «made in Italy», un sistema farraginoso e disordinato che inganna in primis il consumatore (convinto di scegliere il meglio), e poi pure lo Stato stesso. Gli stabilimenti di trasformazione, fa osservare in un report la Coldiretti, importano 72 milioni di chili di salsa in concentrato dalla Cina: l'equivalente di quasi il 20% della produzione italiana di pomodoro fresco.
Ma questo «made in Italy» non riguarda cappotti, orologi o scarpe; si tratta di prodotti alimentari che finiscono nelle nostre bocche e che possono influire perfino sullo stato di salute del consumatore. Senza contare il danno economico arrecato all'industria - quella sana - del Paese, che nonostante tutto vive ancora di eccellenza nel mercato. L'ultima batosta mi aspetta mentre mi allontano dallo stabilimento: un cartellone pubblicitario recita: «Scegli il meglio, scegli San Marzano».

La folle odissea di "Louie Louie" il brano più indagato di sempre

Paolo Giordano - Gio, 30/04/2015 - 08:40

È morto Jack Ely che cantò la versione sotto accusa dell'Fbi per presunte oscenità. L'inchiesta finì nel nulla. Ma dal '63 è diventato un "classico" interpretato da tutti


Povero Jack Ely, rockstar a sua insaputa. È morto l'altro giorno a 71 anni e rimane il protagonista del primo grande equivoco del rock'n'roll: ha cantato la peggior versione di Louie Louie ma l'ha trasformata in un super classico che in oltre mezzo secolo hanno omaggiato quasi tutti.

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Una storia incredibile che però è il paradigma di che cosa sia stato il rock'n'roll, ossia la calamita e l'amplificatore dei peggiori sospetti possibili. Dunque, lui cantava in un gruppetto di Portland nell'Oregon, i The Kingsmen, che ad aprile del 1963 si trovano a incidere in una sola seduta la versione rock'n'roll di una semisconosciuta ballata di un altrettanto (allora) sconosciuto Richard Berry.

Una registrazione scomposta, con la voce troppo lontana dal microfono, un testo biascicato stile liceale in un allegro dopocena e l'attacco fuori tempo dell'assolo di chitarra. Però in pochi mesi questa canzone diventò un successo: a gennaio del 1964 era al secondo posto della classifica di Billboard grazie a due componenti spesso decisive per un successo: la pubblicità negativa e il bigottismo.

Il più importante deejay di Boston inserì il brano nel suo programma non a caso intitolato The worst record of the week , il peggior disco della settimana. E poi il testo era talmente farfugliato ed incomprensibile che chiunque poteva interpretarlo come voleva. Una ragazza dell'Indiana disse alla madre che, ascoltandolo a velocità rallentata, conteneva versi osceni.

Apriti cielo. Mentre il governatore dell'Indiana inorridiva vietandone vendita e trasmissioni radio, i ragazzi si scatenarono a far circolare versioni del testo totalmente inventate ma assai pruriginose, zeppe di «fuck» e in un caso anche vicine all'apologia dell'orgia. Figurarsi. Una lettera indignata arrivò il 7 febbraio 1964 addirittura a Bob Kennedy allora procuratore generale degli Stati Uniti e quindi l'Fbi iniziò a indagare sul serio, ma sul niente, per la gioia dell'ossessionato direttore John Edgar Hoover che cercava oscenità da censurare anche tra le pagine del Vangelo. Risultato: trentun mesi (dicesi 31) di indagini per arrivare a un fascicolo di 119 pagine che si concludeva con l'ammissione di non essere stati «capaci di interpretare nessuna delle parole del testo».

Zero. Tempo perso. Ma nel frattempo il grande equivoco del rock'n'roll era ormai inarrestabile e Louie Louie , ossia l'innocuo brano che parla di un marinaio giamaicano al ritorno a casa dalla sua amata, è diventato uno dei più eseguiti della storia. Oltre millecinquecento versioni diverse. Cover registrate o suonate, tra gli altri, da Frank Zappa e Ike & Tina Turner, Patti Smith, Barry White, Iggy Pop, gli idoli punk Black Flag, gli Smashing Pumpkins, i Grateful Dead e David Bowie.

Nel 1972 la cantarono dal vivo persino i Led Zeppelin. Nel 1978 toccò a Lou Reed. La suonarono anche i Motorhead e i Clash. E persino John Belushi la volle inserire nella colonna sonora del film cult Animal House . Pensate che una radio universitaria di Los Altos Hills in California ha trasmesso Louie Louie per 63 ore consecutive senza mai mettere in onda la stessa versione più di una volta. Un caso più unico che raro.

In poche parole, quegli accordi sgraziati ed essenziali suonati con un'energia da garage band (ossia primitiva) si sono guadagnati senza volerlo un ruolo decisivo. Jim Jarmush l'ha utilizzata per i titoli di coda del film Coffee and cigarettes , Michael Moore ha voluto la versione di Iggy Pop per Capitalism - A love story e giusto un anno fa Bruce Springsteen l'ha suonata dal vivo con la E Street Band a Charlotte, negli Stati Uniti. Il tutto mentre il povero Jack Ely assisteva senza potere neppure godersi i frutti della gloria.

Quel brano è ormai patrimonio comune ed è soprattutto firmato da Richard Berry, morto nel 1997. Come sempre, i diritti economici sono stati dispersi e dissipati in tante beghe legali fino al 1990 ed è stata una battaglia che Jack Ely ha seguito da lontano, se l'avrà seguita. Lui è stato la scintilla involontaria di un incendio gigantesco che, sostanzialmente, ha bruciato soltanto lui, cantante allo sbaraglio che un giorno di aprile del 1963 è entrato nella storia senza nemmeno accorgersene.

La caccia ai tombaroli del colonnello Reggiani

Valerio Massimo Manfredi - Gio, 30/04/2015 - 09:04

Per i carabinieri è difficile fermare i saccheggiatori. Soprattutto una banda super-organizzata L'unica soluzione è infiltrarsi...


Il colonnello Reggiani scaraventò il giornale sul tavolo e si piazzò a braccia conserte davanti alla finestra.
– Cosí non si può andare avanti, – disse. – Il saccheggio ha ormai raggiunto limiti insostenibili.
E anche la stampa ci spara addosso.

– Comandante, – disse il tenente Ferrario, – la stampa enfatizza sul fenomeno perché è di attualità mettere in rilievo tutti gli aspetti deboli delle istituzioni.

– Ma noi non siamo un aspetto debole delle istituzioni, maledizione!

– Sono d'accordo. Ma il territorio è grande, noi siamo pochi, quelli della guardia di finanza sono piú stressati di noi, il governo non ha soldi. Insomma, il morbo infuria, il pan ci manca...

– Non me ne frega niente. Bisogna dargli una lezione a quei bastardi.

– Dice a quelli del...
– Una parola in piú e ti sbatto agli arresti, Ferrario.
– Intendevo dire a quelli del traffico clandestino.

Ovviamente.
– Ecco, appunto.

– Io sono agli ordini, signor colonnello. Specie se mi lascia capire quali sono i suoi intendimenti in proposito.

– Stammi a sentire, Ferrario: ieri sera mi ha chiamato il soprintendente segnalando un'emorragia di reperti archeologici. Le segnalazioni della guardia di finanza fanno rizzare i capelli. È in atto un'aggressione senza precedenti che può degenerare in una devastazione, ora che le frontiere tra i paesi della Comunità europea non esercitano piú alcun controllo.

– Giusto, comandante. Ma lei ha certo in mente qualche cosa di preciso.

– Sí, accidenti. Controlli a tappeto. Un'offensiva su tutta la linea, in località a campione. Infiltriamo gli uomini disponibili. Ne voglio uno in ogni buco. Voglio un monitoraggio diffuso nelle zone a rischio.

– Ho capito, comandante. Faccio un progetto di massima con le numerose aree colpite, un censimento dei pochi uomini disponibili e le sottopongo un piano di intervento. Diciamo... fra tre o quattro giorni.

– Domani sera.

Il tenente Ferrario sospirò: – Domani sera, comandante.
– Cosí va bene. Puoi andare, ora. Immagino che tu abbia da fare.

Il tenente Ferrario fece per uscire, poi si girò verso il superiore: – Dimenticavo, comandante. Questa mattina è passata una bella signora, molto elegante, che la cercava.

– E ti ha detto anche di riferirmi i tuoi personali apprezzamenti?

Il tenente Ferrario alzò gli occhi al cielo: – Gesú, – disse, batté i tacchi e se ne andò.
Il canto dei grilli fu sovrastato dal rombo di un diesel. Due fari squarciarono la notte, il mezzo ruotò sui cingoli e si avviò sferragliando nella campagna deserta. Avanzò per quasi un chilometro lungo un viottolo vicinale fino a un crocicchio dove una luce oscillava su e giú. Il mezzo si fermò e l'uomo che impugnava la lampada si avvicinò illuminando la cabina di guida.

– Ruspa, sei tu?
– Sono io. Dài, muoviamoci. Vai avanti tu con il furgone, io ti vengo dietro.

L'uomo salí sul camioncino che stava parcheggiato poco distante, mise in moto e partí, imboccando poco dopo un viottolo che si dipartiva sulla sua destra.
Ruspa tirò la leva di destra e sterzò sollevando una nube di polvere, poi si diresse a velocità sostenuta sulla scia della sua guida. Procedettero per una ventina di minuti, finché il furgone si fermò e il conducente scese.

– Eccoci, – disse. – Siamo arrivati.
Uscirono da un capanno di canne e frasche due altri uomini con pale, picconi e un cavo d'acciaio arrotolato. Ruspa scese dal mezzo e gettò uno sguardo sull'area illuminata dal raggio di luce dei fari. L'uomo che era salito con lui indicò un punto in cui si apriva una specie di inghiottitoio.

– È lí sotto, – disse. – Il contadino stava scavando le buche per i pali della vigna e a un certo punto ha visto che il terreno franava. C'era vuoto, sotto, pezzi di muro, resti di un'abitazione, si direbbe. Ci siamo calati giú e l'abbiamo vista. È a circa sette metri di profondità.

– Sette metri? Accidenti, non me l'avevano detto. Non so se ci basta il tempo. Le notti non sono piú tanto lunghe.
– Per questo il Finotti ha voluto te. Non sei te il mago della pala? O ti chiamano Ruspa per niente?
– Ho capito. Fatevi in là, ché ci penso io.

Risalí sul mezzo, diede gas e si girò di trecentosessanta gradi abbassando la pala. Voleva prima splateare per poter scendere alla quota desiderata con il cucchiaio. La pala s'impuntò contro un muro poderoso, e Ruspa dovette scendere sacramentando per smontare il cucchiaio e montare il percussore pneumatico. Sotto i colpi dell'enorme martello, l'antico muro andò in pezzi, si sbriciolò. Frammenti di antiche figure affrescate schizzarono da tutte le parti: ali d'uccelli, volti delicati di fanciulle, putti alati, festoni di fiori. La macchina massacrava l'intera struttura che ancora proteggeva il tesoro. Quando il muro fu distrutto, la pala rientrò in azione rimuovendo terriccio e calcinacci fino al livello di un secondo pavimento. Stavolta il martello infierí su un'elegante decorazione musiva, spandendo ovunque tessere bianche e nere che un tempo componevano rigorose geometrie di volute e di racemi, di meandri, svastiche e losanghe.

Ruspa arretrò di qualche metro per creare una rampa di discesa, imbottí la voragine con i resti delle sue distruzioni e scese alla quota desiderata. Da quel punto in poi il braccio aveva sufficiente lunghezza per raggiungere il tesoro nascosto.

© 2015 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino. Pubblicato in accordo con Grandi & Associati Agenzia Letteraria, Milano.

Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo uno stralcio di un racconto ( Gli Dèi dell'impero ) della raccolta dello scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi Le inchieste del colonnello Reggiani (Einaudi, pagg. 160, euro 13) in libreria da oggi. Il libro, realizzato in collaborazione con l'Arma dei Carabinieri, raccoglie cinque storie che hanno al centro il colonnello Aurelio Reggiani, a capo di un gruppo di carabinieri (che nella realtà è il Nucleo tutela patrimonio artistico) la cui missione è la lotta contro i furti di opere d'arte. Un lavoro che non richiede solo acume investigativo, ma anche una buona dose di cultura...

mercoledì 29 aprile 2015

Caccia al voto per l’Italicum: Renzi alla conquista del Partito del vitalizio

Il Fatto Quotidiano

“Se non passa l’Italicum, tutti casa”, dice il premier. Un obiettivo che sta a cuore a oltre 600 deputati e senatori in carica (413 solo a Montecitorio) che non hanno maturato 5 anni di permanenza a Palazzo, necessari per riscuotere l'assegno pensionistico. Una parte di loro è schierata contro la riforma. Ma che potrebbe ripensarci. Pur di conquistare l'ambito privilegio


Come un orologio. Trema il governo, parte il ricatto. E con i parlamentari sotto pressione, la minaccia: se l’esecutivo cade, addio vitalizio. Già, proprio come era già successo alla fine del 2010 quando per assicurarsi i voti necessari alla sua sopravvivenza, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aprì la grande caccia nel centrosinistra assicurandosi i voti di trasfughi come Antonio Razzi, interessatissimo a prolungare la legislatura per assicurarsi la pensione parlamentare. Adesso c’è l’Italicum da varare e pur di garantirsi i numeri per l’approvazione, il premier Matteo Renzi sembra riprovarci: se la legge elettorale non passa, addio Pd ma anche crisi inevitabile della legislatura, ha fatto sapere. Con la sottintesa minaccia agli eletti riottosi: tornerete a casa senza aver maturato i cinque anni necessari a riscuotere l’assegno pensionistico.

ANNI D’ORO – E già, il “Se non passa l’Italicum, tutti casa” dell’ex sindaco di Firenze non è solo uno schiaffo ai poteri costituzionali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’unico titolato a sciogliere le Camere. Ma anche a quella grande massa di parlamentari che con la fine anticipata della legislatura non maturerebbero il diritto alla pensione. E non si tratta di pochi casi isolati, ma di una massa di voti rilevantissima che in nome del vitalizio finisce per costituire con oltre 600 eletti tra deputati e senatori il partito più forte tra quelli presenti a Montecitorio e Palazzo Madama. Con nomi anche importanti nelle sue file.

Nell’elenco ci sono infatti pure alcuni tra i più fieri oppositori interni di Renzi nel Partito democratico e fieri nemici del nuovo marchingegno elettorale, come Alfredo D’Attorre, braccio destro di Pier Luigi Bersani; Pippo Civati, primo rivale dem di Renzi, e Stefano Fassina, ex viceministro dell’Economia. Non solo. Anche fuori dal Pd ci sono nomi di oppositori noti dell’Italicun che dovranno rinunciare al privilegio in caso di fine anticipata della legislatura, come i deputati di Sel Nicola Fratoianni, delfino di Nichi Vendola: e il sindacalista Giorgio Airaudo.

Senza dimenticare il Movimento 5 Stelle, che addirittura vanta il 100% di debuttanti, dunque tutti bisognosi di tagliare il traguardo dei cinque anni. Per carità, non sarà certo il miraggio della pensione a far ricredere gli oppositori di Renzi e del suo Italicum. Ma è un fatto che tra i corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama lo spettro del grande salto di Antonio Razzi viene rievocato con crescente frequenza.
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ASSEGNO IN CIFRE – Ma come si matura il diritto al vitalizio? I parlamentari eletti nella XVII legislatura, quella in corso, sono i primi ai quali vengono applicate integralmente le norme entrate in vigore dall’1 gennaio 2012. Approvate per equiparare il trattamento pensionistico di deputati e senatori a quello riservato ai comuni lavoratori, hanno segnato il superamento del vecchio sistema dei vitalizi con il passaggio al sistema di calcolo contributivo. Tre i requisiti necessari per conseguire il diritto alla pensione: essere cessati dall’incarico, aver compiuto 65 anni e aver esercitato almeno 5 anni effettivi di mandato.

Il limite d’età può scendere fino a 60 anni, diminuendo di un anno per ogni ulteriore anno di mandato svolto. Il nuovo sistema, quindi, si basa sui contributi effettivamente versati. Un deputato è assoggettato d’ufficio a un contributo pari all’8,8% dell’indennità parlamentare lorda (10.435 euro alla Camera). Ogni mese, quindi, il contributo obbligatorio versato per il trattamento previdenziale è di poco superiore ai 900 euro. Con cinque anni di mandato alle spalle, un deputato eletto a 30 nella legislatura in corso maturerà a 65 una pensione lorda di 1.583 euro, mentre per uno eletto a 50 anni scenderà a 1.263 euro.

CAMERA APERTA – Queste le regole, ma torniamo al duro scontro in corso alla Camera. Pallottoliere alla mano, per l’approvazione dell’Italicum a Montecitorio (maggioranza necessaria 316) a Renzi potrebbero servire tra i 10 e i 15 voti extra, nel caso in cui gli venisse a mancare il sostegno degli 80 deputati della minoranza Pd teoricamente schierati contro la nuova legge elettorale. In Transatlantico si è già parlato del possibile soccorso offerto al premier dal drappello verdiniano (una quindicina di parlamentari circa), ma le trattative possono riguardare anche i numeri di quegli onorevoli che pensano al solo tornaconto personale.

E tra questi, con la storia del vitalizio, davanti a Renzi si potrebbe aprire un’autentica prateria. Alla Camera ci sono infatti 413 deputati con meno di 5 anni di legislatura (al Senato di casi se ne contano 199). Il gruppo più consistente di costoro si trova proprio all’interno del Pd con 204 eletti bisognosi di completare il quinquennio. Nel Movimento 5 Stelle, tutti neofiti, sono 91 i deputati che necessitano di tagliare il traguardo del 2018; all’interno di Sel sono invece 26; in Forza Italia se ne contano 14. Ma l’attenzione generale si concentra anche sui parlamentari del Gruppo Misto (29) e di Per l’Italia: 11 in tutto. Gente dalle ferme convinzioni politiche, per carità, ma pur sempre con qualche interesse a maturare il diritto a riscuotere l’assegno pensionistico.

Twitter: @SteI @leavendramel

Boldrini in fuga sulla cyclette

Massimiliano Scafi - Mer, 29/04/2015 - 10:18

La Boldrini, trovandosi forse leggermente appesantita, vuole la bici in ufficio. I funzionari: "Rovina il decoro". E spunta un paravento. Ma il braccio di ferro potrebbe anche non finire qui

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Roma - Ufficio di presidenza-Aula, Aula-ufficio di presidenza, qualche viaggio, molti impegni istituzionali, lunghe cerimonie, un convegno ogni tanto. Se la politica è sangue, sudore e qualcos'altro, guidare la Camera è invece un incarico di alto prestigio e di grande fatica, ma di scarso consumo calorico. Però, come si dice in questi casi, hai voluto la bicicletta, ora pedala. Così Laura Boldrini, trovandosi forse leggermente appesantita, ha deciso di mettersi a pedalare davvero e ha comprato una bella cyclette.

Quando l'attrezzo ginnico è arrivato, lei tutta contenta se l'è fatto montare nel suo studio, nonostante le perplessità dei funzionari di Montecitorio. Presidente, dicevano, insomma, non si può fare, è brutta, quei pedali, se poi viene qualcuno in visita, come si fa... Ma la presidenta ha tenuto il punto: la voglio qui vicino a me e basta, in modo da poterla usare nei ritagli di tempo.Ora, la letteratura che riguarda i politici su due ruote è molto lunga. Basta pensare a Romano Prodi, che continua a scalare l'Appennino emiliano fasciato nelle sue tutine colorate.

O al sindaco di Roma Ignazio Marino, che costringe i due vigili urbani della scorta a spingere sui pedali per valicare di Sette Colli. O anche a Graziano Delrio, che per arrivare in tempo nel suo nuovo ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il primo giorno è sfrecciato contromano in barba al codice della strada e alle disposizioni emanate dal suo stesso dicastero.

Chissà, magari la Boldrini mentre si allena pensa a Nilde Iotti. Ma la prima, storica, presidenta della Camera, quando pedalava lo faceva come staffetta partigiana durante la Resistenza, portando ordini e informazioni per le strade piene di tedeschi, mentre la Boldrini fatica sul posto. Una sgambata ogni tanto, tra un impegno e l'altro. Finché, raccontano, un giorno si è resa conto che i funzionari di Montecitorio avevano ragione, che non si poteva esibire la cyclette pure durante gli incontri più formali, con ospiti illustri, che non si può accogliere sudati e affannati i presidenti stranieri.

E ha chiesto ai commessi di procurare un paravento per coprirla. Poi però neanche il separé andava bene perché la gente si incuriosiva e chiedeva che cosa c'era là dietro, provocando comunque imbarazzo nella terza carica dello Stato. Quindi, nuovo ordine: via la cyclette, spostatela in un'altra stanza. Ma pochi giorni più tardi la Boldrini ci ha ripensato ancora una volta. Se non la vedo, questo il ragionamento, se non ce l'ho ha portata di mano, anzi di piede, va a finire che non la uso mai.
Dunque la due ruote è tornata a troneggiare nel grande studio di Montecitorio. Anche se, a quanto pare, non in maniera definitiva. La cyclette infatti farebbe su e giù, dentro e fuori secondo le necessità e gli impegni, per la gioia della presidenza e la furia dei commessi.



I vizietti della Boldrini

Laura Cesaretti - Dom, 05/10/2014 - 16:21

La maestrina rossa fa ritirare i suoi abiti griffati ai commessi ma li obbliga a usare buste anonime per nasconderli

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Quella sua irreprimibile vocazione pedagogica l'ha inguaiata un'altra volta. È bastato che Laura Boldrini postasse su Twitter una foto di sé medesima, intenta a salire a piedi le scale di Palazzo Montecitorio, con dedica salutista («come ogni giorno io Montecitorio senza ascensore e oggi anche per promuovere lo sport e l'attività motoria») per scatenare una nuova fiera di sarcasmi sul web.

E dire che l'intento era sicuramente lodevole: spronare a fare più moto, tenersi in forma, usare meno l'ascensore e risparmiare pure corrente elettrica. Tutte cose ottime. Il piglio da istitutrice sollecita ma severa però non paga, sui social network. E neppure a Montecitorio, nei cui corridoi solitamente ovattati si respira in questi giorni un'inconsueta aria di tensione.

L'operazione tagli degli stipendi è stata un mezzo boomerang per chi l'ha voluta e sperava di cavalcarla per recuperare una popolarità non risollevata neppure dal brain storming estivo di comunicatori guidati da Gad Lerner. Invece Laura Boldrini si è ritrovata da un lato con l'intera macchina di Montecitorio inviperita contro di lei, che la accusa di «averci svenduto per farsi bella», come sibila un funzionario; dall'altro con mezzo Ufficio di presidenza e i media che la criticano perché i tagli - secondo loro - sono un semi-bluff.

La presidente e dovuta intervenire di gran carriera per impedire che scoppiasse un'insurrezione in armi dei dipendenti dopo un improvvido e alquanto becero comunicato del deputato di Scelta civica Andrea Vecchio che - per lamentare la pochezza dei tagli - insultava gratuitamente commessi e funzionari («protetti della politica, vestiti come camerieri, grottescamente servizievoli, bovinamente mansueti»).

E poi Boldrini, nella stessa giornata di giovedì, ha dovuto fare sparire dall'homepage del sito ufficiale della Camera un video ideato per spiegare, con una sorta di cartone animato pieno di salvadanai sorridenti e forbici taglienti, la portata del risparmi. Un video ben fatto, ma che col suo sapore anti Casta aveva ulteriormente irritato il personale in subbuglio, e che è stato prudentemente trasferito sul meno frequentato canale YouTube della Camera.

Sta di fatto che ora Montecitorio ribolle di cattivi umori, e nei suoi meandri, in questi giorni, capita di sentirne di ogni colore sulla Signora Presidente. Dagli aneddoti sui commessi mandati a ritirare eleganti tailleur di Armani (ma infilati in buste rigidamente no-logo, come si conviene a una dirigente politica contrarissima al frivolo consumismo) alle siepi artificiali installate a spese del Viminale attorno alla casa nella campagna marchigiana del fratello, per

impedire sguardi indiscreti durante le visite della Terza carica dello Stato. Poi c'è il turn over di collaboratori, dal personale di segreteria ai capi della sicurezza di Montecitorio: il primo saltò pochi mesi dopo la nomina di Boldrini per non aver previsto e impedito che sul web circolasse un suo fotomontaggio un po' osé, il secondo è stato trasferito a Palazzo Chigi su richiesta boldriniana a fine 2013, siamo già al terzo, che per ora è ancora lì.

Ma, a sentire le gole profonde del Palazzo, anche sul personale di scorta (dodici uomini distribuiti in tre turni sulle 24 ore) la presidente ha avuto da ridire: «Gli uomini dell'ispettorato generale di polizia del Palazzo, che sono andati bene a Ingrao e alla Iotti, a Napolitano e a Casini, a Violante e a Fini, per lei non erano sufficientemente affidabili», raccontano, «e così ha dato il tormento al Viminale finché all'inizio dell'anno non le hanno assegnato altre due loro squadre».

La ragione? Pare che la Boldrini fosse rimasta scossa dagli eventi dell'agosto scorso in Campidoglio, quando insieme a Marino doveva inaugurare l'apertura dei Fori imperiali e un gruppo di manifestanti anti discarica un po' teppisti li ha contestati. Urla, fischi e qualche parolaccia: quanto basta perché lei abbandonasse la cerimonia e lamentasse una cattiva gestione della sicurezza della sua persona.

C'è da dire che, se il personale è critico, i colleghi politici non sono più affettuosi con la loro Presidente. Su tutte una critica, ripetuta da chiunque si interpelli: la signora non dialoga, non si consiglia e non tratta con nessuno, non si fida di nessuno, non dà retta a nessuno. Con un'unica eccezione, il potente segretario generale Ugo Zampetti, suo Virgilio nell'Ade parlamentare da cui - secondo le malelingue - sperava di traghettare se stesso e lei verso il Quirinale.

Le conferenze dei capigruppo, raccontano i testimoni, sono diventate «delle interminabili sedute di autocoscienza», punteggiate di ramanzine della Presidente (contro il «brusio» in aula, contro lo scarso spazio alle leggi di iniziativa popolare, a favore della parità di genere nelle audizioni delle commissioni: sulla legge elettorale chiese di interpellare tanti costituzionalisti maschi quanti femmine) e di battibecchi.

Particolarmente gustosi quelli con l'irascibile capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta, che quando lei osa chiamarlo per cognome le intima: «Mi chiami Professore o Presidente, se no io la chiamo signorina Boldrini». Per non parlare di quelli con Simone Baldelli, vicepresidente della Camera e autore di un video in cui - con tanto di parrucca tailleur e collanona - fa una perfida imitazione della sua superiore. Che non ha apprezzato l'omaggio.

Se con il Pd i rapporti sono tesi, con Sel - che pure la mise in lista - sono quasi nulli. Del resto non è a Nichi Vendola che deve il suo balzo da neo-eletta ai vertici di Montecitorio. Bensì a Dario Franceschini, che quando capì che - in nome del rinnovamento - non sarebbe stato lui il nuovo presidente della Camera volle evitare che a sostituirlo fosse un esponente del suo stesso partito (in pole position c'era Marianna Madia). E così convinse Bersani a candidare una donna della «società civile», nonché sua amica. E la Boldrini si ritrovò sul prestigioso scranno che fu di Nilde Iotti.

L’Islanda cambia la legge in vigore da 400 anni: “Vietato uccidere i baschi”

La Stampa
francesco olivo

La norma era stata varata quando alcuni pescatori spagnoli furono scambiati per invasori

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Tempo di riforme in Islanda. L’isola dell’Atalantico compie un gesto, per così dire, distensivo e da oggi proibisce di uccidere i baschi, letteralmente. L’omicidio degli stranieri era consentito da una legge in vigore da 400 anni e fino adesso mai abolita (ma per fortuna nessuno se n’è approfittato), forse perché dimenticata. 

Il codice penale era stato modificato in fretta e furia nel 1615, quando un gruppo di pescatori di balene proveniente dai Paesi Baschi era approdato sulle sponde dell’isola in seguito alle cattive condizioni dell’oceano. Gli islandesi, però, si equivocarono, scambiando i naufraghi per invasori, la decisione del governatore Ari Magnusson fu spietata: 32 condanne a morte, per quello che è rimasto l’eccidio più grave della storia del Paese.

Per dare una copertura legale alla strage, fu decretata una legge che consentiva l’assassinio degli uomini provenienti dal Golfo di Biscaglia. Trascorsi, tutto sommato serenamente, quattrocento anni, la regione dei fiordi dell’ovest ha deciso di riconciliarsi con le vittime di allora, abolendo quella assurda norma “peraltro non costituzionale, visto che l’omicidio è vietato”, aggiungono gli islandesi. 

La storia è stata rievocata in un evento durato cinque giorni organizzato dal governo islandese a dalla provincia di San Sebastian, durante il quale i baschi per la prima volta hanno rimesso piede in quella terra così ostile. Il culmine si è avuto con la stretta di mano tra il discendente di una vittima, Xabier Irujo, e quello degli assassini, Magnus Raffnson. “Oggi siete al sicuro qui”, ha detto agli ospiti il commissario del distretto di Holmavik. I baschi sì, le balene ancora no. 

Stranieri fermati con le molotov Per il giudice non vanno allontanati

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella e Gianni Santucci

Blitz preventivo della polizia in vista di Expo. Tra le persone perquisite 16 francesi e 4 tedeschi. Trovate mazze e petardi. Il tribunale: ma gli indizi sono generici

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La prima finestra la spaccano alle 2 di notte. Tirano dentro un paio di fumogeni, un tubo incendiario, un contenitore di vernice viola. Via Palmieri, zona Stadera, Milano Sud. È il primo attacco, contro una sede di Forza Nuova. Passano due ore, altro vetro spaccato. È la finestra di un seminterrato: via Maiocchi, sede della libreria Ritter (specializzata in libri di «storia militare, fascismo e nazionalsocialismo»); qualcuno butta dentro altri fumogeni, benzina, altra vernice viola. Il secondo assalto ha conseguenze più pesanti: la libreria va a fuoco, i computer si sciolgono tra le fiamme, l’impianto elettrico brucia.

Il terzo tempo di questa catena di devastazione viene scoperto solo al mattino. Gli impiegati della sede del sindacato Ugl di via Aosta, in zona Mac Mahon, trovano 5 vetrine sfondate. Eccola, la nottata di Milano a due giorni dall’inaugurazione dell’Expo. Un gruppo di antagonisti si è scatenato contro sedi e simboli dell’estrema destra che, proprio oggi, si riunirà per ricordare i 40 anni dall’omicidio di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della gioventù ucciso da extraparlamentari di sinistra di Avanguardia operaia nel 1975. Ed è in questo clima di tensione che, all’alba, la polizia fa irruzione in due case occupate in via degli Apuli e in un locale poco distante, in via Odazio, quartiere Giambellino.

In queste strade di palazzi popolari all’estrema periferia della città si muove uno dei movimenti più radicali dell’area anarchica, che nell’autunno scorso ha infiammato i lunghi mesi della «lotta per la casa». Nei due alloggi e nella sede della «Base di solidarietà popolare Giambellino», gli investigatori della Digos trovano 26 persone, tra cui 16 francesi e 4 tedeschi. È il materiale sequestrato a tracciare il profilo del gruppo, di area completamente diversa rispetto a chi ha portato gli attacchi notturni: 20 martelletti per spaccare vetrine, 3 caschi, 4 maschere antilacrimogeni, bastoni con la punta d’acciaio, fionde, punteruoli, petardi, fumogeni.

Arrestato un ragazzo tedesco con nell’auto taniche di benzina, bottiglie e stracci per fabbricare delle molotov. È un armamentario completo per devastare banche, auto e attaccare le forze dell’ordine durante un corteo. Mostra la fondatezza dei segnali d’allarme sull’arrivo di anarchici e casseur stranieri intenzionati a confondersi nel corteo del Primo maggio convocato dai comitati «No Expo» per contestare la manifestazione nel giorno di apertura. Solo 5 dei 20 stranieri al Giambellino avevano documenti, tutti vengono denunciati per occupazione abusiva e nel pomeriggio la questura, in base all’articolo 20 (comma 11) del decreto legislativo 30/2007, firma i provvedimenti di «allontanamento dal territorio nazionale» di una francese e di tre tedeschi autori di «comportamenti che costituiscono minaccia concreta e attuale all’ordine pubblico».

Ma in serata questo intervento di natura preventiva sull’ordine pubblico si scontra con i parametri di legalità pretesi dagli standard di garanzia giudiziaria. Il provvedimento di allontanamento non viene infatti convalidato dai giudici dell’Ufficio immigrazione del Tribunale civile di Milano. Perché? Nelle 4 ordinanze di diniego, il presidente facente funzioni Olindo Canali e il giudice Nicola Fascilla obiettano che è troppo poco scrivere, come negli atti di polizia, che i 4 stranieri siano stati «individuati in un edificio che da informazioni in possesso delle autorità era destinato ad accogliere soggetti appartenenti all’area anarchica» o che erano «in possesso di oggetti atti a offendere» ma imprecisati: queste espressioni, infatti, «non contengono riferimenti individualizzanti sulle condotte» che dovrebbero giustificare una «limitazione gravissima di diritti fondamentali di cittadini comunitari» come l’espulsione, «dovendosi invece pretendere» a questo fine precise condotte «incompatibili con la civile e sicura convivenza».

Giambellino, materiale sequestrato 
Giambellino, materiale sequestrato 
Giambellino, materiale sequestrato 
Giambellino, materiale sequestrato 

Ma c’è di più: in un altro passaggio i giudici avvertono che neppure implicite ragioni di tutela di Expo il primo maggio possono avere asilo giuridico: «Il controllo dell’autorità giudiziaria» sui provvedimenti di allontanamento, infatti, «deve essere limitato alla loro regolarità e tempestività, senza che» da parte del Tribunale «si possa esercitare un controllo delle ragioni del provvedimento (cioè la prossima inaugurazione di un evento mediatico)».

29 aprile 2015 | 09:16

La Grande Madre

La Stampa
massimo gramellini

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Non si sa se essere più affascinati o turbati dal video di questa donna di Baltimora che prende a ceffoni il figlio vestito da guerriero Ninja per riportarlo sulla retta via, quella di casa. Il ragazzetto era andato ai funerali dell’ennesimo nero finito sotto le grinfie della polizia. La cerimonia si è subito trasformata in un’occasione di rivolta. Anche il fanciullo col cappuccio in testa ha inveito e tirato sassi. Finché alle sue spalle si è stagliata la figura inconfondibile della Grande Madre, protettrice della cucciolata e tutrice dell’ordine costituito: il suo.

Il timore che il suo bambino si stesse ficcando nei guai l’ha indotta a raggiungere il luogo dei tafferugli e a intervenire con metodi spicci ma persuasivi per riportare la pace sociale. «Vieni subito via di lì!» gli ha intimato, nell’intervallo tra uno schiaffone e l’altro. Il ribelle, che di fronte ai poliziotti sembrava un leone, al cospetto della donna si è rimesso a cuccia, riconoscendole quell’autorità che nega alle istituzioni di uno Stato sentito come un nemico. Dietro le mani a badile della madre, invece, avverte in qualche modo la presenza dell’amore. Forse non è così facile da accettare, ma non è così difficile da capire. 

martedì 28 aprile 2015

L'appello del Papa ai romani: "Accogliete tutti gli immigrati"

Sergio Rame - Mar, 28/04/2015 - 17:48

Il Papa bacchetta i fedeli: "Inginocchiatevi davanti ai poveri come fareste davanti al Signore". E invita ad accogliere gli immigrati


"Quanto vorrei che Roma potesse brillare di pietas per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza".

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In un videomessaggio ai partecipanti alla serata Se non fosse per te, spettacolo che sarà rappresentato questa sera al Teatro Brancaccio dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas della Diocesi di Roma, papa Francesco auspica che la Capitale prenda esempio dai Santi romani e cita anche don Luigi di Liegro, fondatore della Caritas romana, per diventare una vera città dell’accoglienza.

Nel suo intervento Bergoglio ricorda quelle "persone impregnate di amore di Dio", come a san Lorenzo ("i suoi gioielli erano i poveri"), san Pammachio (senatore romano, convertito, dedicatosi completamente al servizio degli ultimi), santa Fabiola (la prima che a Porto ha costruito un ostello per i poveri), san Filippo Neri, il beato Angelo Paoli, san Giuseppe Labre ("uomo della strada") e Don Luigi di Liegro (il fondatore della nostra Caritas di Roma).  

"Quanto vorrei che questa città potesse brillare di pietas per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza - incalza il Santo padre - quanto vorrei che la Chiesa di Roma si manifestasse sempre più madre attenta e premurosa verso i deboli".

Papa Francesco ha ammesso che tutti gli uomini hanno debolezze, ma invita a superarle. "Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in preghiera, all’ingresso di un povero in chiesa - continua - si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore! Quanto vorrei questo, che si toccasse la carne di Cristo presente nei bisognosi di questa città!".



La fatwa dell'imam: "Il sesso con il marito è obbligatorio anche sul cammello"

Sergio Rame - Mar, 28/04/2015 - 17:15
Per un imam della Malaysia la donna non ha diritto di negarsi al coniuge in nessuna condizione
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Una donna sposata non può opporre resistenza ai desideri sessuali del marito, "neanche se sono in groppa a un cammello". A stabilirlo è stato un religioso musulmano della Malaysia che ha pronunciato una fatwa destinata a infiammare un’ondata di polemiche.

Perak Mufti Tan Sri Harussani Zakaria ha decretato che la donna "non può mai negare" i suoi favori sessuali al marito, "tranne che nel periodo del ciclo" mestruale. Secondo il religioso, le musulmane "non hanno il diritto" di negarsi al proprio coniuge che, invece, ha "il diritto" di pretendere un rapporto con lei in qualunque condizione, anche "in groppa a un cammello". "Nel matrimonio non esistono cose come lo stupro - ha precisato il religioso - Queste sono invenzioni degli europei. Perché dovremmo seguirle?".

Quando la notizia è stata riportata dal Malay Mail, i lettori e gli utenti dei social network hanno reagito alla fatwa con una valanga di proteste. In tanti hanno accusato il religioso di aver interpretato alla lettera alcuni versi del Corano, ignorando quelli che invitano l’uomo a trattare la donna con rispetto e gentilezza.

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"Inutile - scrive un lettore del Malay Mail - senza speranza e marcio fino al midollo". "Sesso senza il consenso vuol dire stupro - fa eco un altro - fine della storia". Anche su Twitter molti hanno reagito con ironia. "Sesso su un cammello? - si chiede una utente - Ma il sesso in pubblico non è reato?". "Roba da disperati - scrive un’altra - che non dovrebbero sposarsi".

Cibo e sprechi, una sfida da vincere tutti insieme

Corriere della sera

di Laura Boldrini, Presidente della Camera

La lettera aperta del presidente della Camera Laura Boldrini


Caro direttore, ottocento milioni di persone patiscono la fame cronica, due miliardi sono affette da malnutrizione, altri due miliardi sono in sovrappeso e per questo soffrono di patologie varie. E ancora: ogni anno va sprecato un terzo della produzione alimentare globale, circa 1,3 milioni di tonnellate, una quantità che sarebbe sufficiente a nutrire chi è affamato. Tra i paradossi che segnano la nostra età, quelli che riguardano la ripartizione del cibo sono i più insopportabili: perché la disuguaglianza assume una forma letale, tenendo una parte cospicua dell’umanità sotto gli standard minimi di vita e di dignità. Una disuguaglianza che colpisce - come sempre accade - soprattutto un genere: sono le donne, nei Paesi in via di sviluppo, a coltivare la terra e a vendere i raccolti, ma il loro ruolo non viene riconosciuto e le società le tengono ai margini. Anche da questi squilibri nascono tensioni ed instabilità, guerre e migrazioni.

«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi

«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi
Il nostro Paese ha un’occasione importante e positiva per mettere al centro dell’attenzione queste sfide epocali. La Carta di Milano che viene presentata oggi, nell’imminenza dell’apertura di Expo 2015, esprime l’ambizione di non chiudere più gli occhi davanti alle contraddizioni che rendono così precaria la convivenza sul pianeta. Ridefinire il modello di sviluppo in termini socialmente ed ambientalmente sostenibili - ormai è chiaro a tutti - non è un’utopia, ma una necessità imprescindibile.
Così come non è più rinviabile l’impegno degli Stati ad arginare il cambiamento climatico, che causa la distruzione di interi territori e la morte di migliaia di persone, oltre a contribuire a ridurre le risorse agricole. Al tempo stesso, colpire gli sprechi non è solo esigenza etica, ma urgenza economica se vogliamo evitare di essere sepolti dai rifiuti e dal loro costo. Le analisi e le proposte di soluzione in materia sono ormai largamente condivise: giovedì scorso infatti anche la Camera dei deputati, in una seduta molto partecipata, ha dibattuto e poi votato a larghissima maggioranza la mozione contenente gli impegni connessi alla Carta di Milano.
Sono impegni che riguardano non solo le istituzioni politiche, ma anche i cittadini, la società civile, le imprese. E questo mi sembra, insieme ai contenuti, un ulteriore aspetto positivo della Carta. I progressi veri e profondi si fanno solo se siamo tutti insieme a promuoverli: non c’è alcun cambiamento possibile se si pretende di imporlo dall’alto, senza il coinvolgimento di chi deve metterlo in atto ogni giorno nella sua realtà locale. La Carta chiama tutti i soggetti ad un esercizio democratico. Rilancia il valore della partecipazione su una delle questioni cruciali del nostro tempo. Fa politica nel modo più autentico. Spero che in tanti, soprattutto giovani, vogliano cogliere questa occasione.

28 aprile 2015 | 09:06

Dai camaleonti alla Grande Muraglia, tutti i falsi miti che faticano a morire

La Stampa
vittorio sabadin

Non è vero che il freddo entra dalla testa e che il toro carica se vede il coloro rosso. Una mostra a Piccadilly Circus smonta le certezze scientifiche senza fondamento

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A Londra, in Piccadilly Circus, c’è uno dei musei più visitati dai bambini. Al «Ripley’s Believe It or Not» si viene edotti sulle stranezze della Natura e sul fatto che spesso le cose che ci sembrano più bizzarre sono anche vere. L’inventore di «Believe It or Not» (Che ci crediate o no) è stato Robert Ripley, un leggendario esploratore, giornalista, avventuriero e caricaturista californiano che ha visitato circa 200 Paesi in 35 anni, portando indietro ogni volta qualcosa di incredibile. 
In questi giorni, il museo è però dedicato non alle cose apparentemente impossibili che sono vere, ma a quello che siamo convinti sia vero è che invece non lo è. Ogni politico sa che se si ripete abbastanza a lungo qualcosa la gente finirà per crederci. Lo stesso accade per molte informazioni di carattere scientifico che abbiamo sentito fin dall’infanzia, luoghi comuni che alla fine sono diventati una verità per tutti.

I pomodori sono frutti
Nelle bilance di molti supermercati, per esempio, i pomodori sono raffigurati tra la verdura, mentre dovrebbero stare tra la frutta. Pensiamo che il caffè sia una bacca, ma è invece il seme di piccoli alberi tropicali. Crediamo che i vichinghi portassero le corna sull’elmo, ma non sono mai state trovate prove che lo confermino. Non è vero nemmeno che il freddo entra dalla testa, come si sente sempre ripetere chi cammina per le strade di Mosca senza colbacco: il freddo entra allo stesso modo da qualunque parte del corpo lasciata scoperta; entrerebbe anche dalle gambe, se si andasse in giro senza pantaloni. 

L’elenco delle cose non vere delle quali siamo invece convinti è sterminato. La Terra non si muove intorno al Sole, ma ruota con il Sole intorno al centro della galassia, compiendo di fatto un movimento a spirale. I sensi degli esseri umani non sono sei, ma almeno nove e si sospetta che in realtà siano una ventina. Nessuno dubita che il frutto mangiato da Adamo ed Eva nel paradiso terrestre fosse una mela, ma nella Bibbia la parola mela non compare da nessuna parte. I tori non attaccano il matador perché inferociti dal colore rosso: possono distinguere solo giallo e blu, e sono spinti a caricare dal movimento della muleta, non dal colore. 

Alle Hawaii la cima più alta
Il monte Everest, drammaticamente al centro delle cronache in questi giorni a causa del terremoto costato la vita a migliaia di persone, è considerato da tutti la montagna più alta del mondo, ma non è vero. La sua cima raggiunge gli 8.848 metri ed è effettivamente il punto più elevato della Terra sul livello del mare. Se misurate dalla base alla cima, altre montagne sono però più alte: il monte Mauna Kea delle Hawaii emerge per soli 4.205 metri, ma sott’acqua sprofonda per altri 5.761 ed è dunque la montagna più alta. 

Quando l’astronauta Yang Liwei compì il primo volo spaziale della Cina, i bambini delle scuole che visitava gli chiedevano sempre se fosse vero che la Grande Muraglia si vedeva dall’orbita. Lui rispondeva ovviamente di sì, e tutti crediamo che sia vero. La Muraglia è lunga 21 mila chilometri, ma è larga pochi metri, cosa che rende però impossibile identificarla dall’orbita a occhio nudo. Per riuscirci, occorrerebbero astronauti con un’acuità visiva superiore di 7,7 volte a quella di un uomo normale.

I pipistrelli ci vedono
Non è vero che ogni anno di vita di un cane vale sette anni di un essere umano: dipende dalle razze e i cani più piccoli vivono più a lungo. Non è vero che i pipistrelli sono ciechi, che i camaleonti adattano i loro colori all’ambiente circostante e che usiamo solo il dieci per cento del nostro cervello: lo usiamo quasi tutto sempre, cosa che non basta nemmeno a farci distinguere il vero dal falso. 

Niente cifra tonda per fare affari su eBay

Corriere della sera

di Simona Marchetti

Usare numeri «strani» fa ottenere controfferte migliori quando si acquista qualcosa con l'opzione del «compralo subito», da un decennio la modalità di vendita preferita

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Fare cifra tonda non sempre paga. Anzi, nel caso di eBay rischia persino di far abbassare le offerte rispetto agli stessi articoli con prezzi di vendita più definiti. Per intenderci, fra un oggetto proposto a 1.000 dollari con la formula del «compralo subito» e l’opzione da parte del venditore di un’offerta alternativa (che da circa un decennio ha soppiantato le aste diventando la modalità di vendita più frequente sul celebre sito) e un identico oggetto messo in vendita alle stesse condizioni ma per 1.079 dollari, sarà quest’ultimo a ricevere le controfferte migliori.
La ricerca
A sostenere l’egemonia dei numeri «strani» su quelli «a cifra tonda» è una ricerca condotta da tre studiosi della Cornell University, degli eBay Research Labs e dell’Università della California su come ottenere i maggiori guadagni all’interno della cosiddetta «piattaforma negoziale» di eBay. Premesso che il potenziale compratore tende ad acquistare al prezzo più conveniente e che il venditore punta a guadagnare il più possibile dalla vendita, gli economisti hanno scoperto un nesso fra le ultime due cifre del prezzo indicato in un annuncio e le controfferte ricevute, con queste ultime quantificate in un 5-8 per cento più basse nel caso in cui la cifra iniziale fosse «a doppio zero» (perché percepita dal compratore come un modo del venditore di liberarsi in fretta dell’oggetto in vendita) rispetto ad un prezzo di partenza più specifico (che viene invece valutato come un’inconscia apertura alla contrattazione).
Il 97 è meglio del 99, ormai tramontato
«Se il prezzo è la sola cosa che interessa, a volte conviene molto di più indicare una cifra di partenza più bassa per ottenere offerte più alte», suggerisce il professor Joshua Gans, docente di Management Strategico all’Università di Toronto, su The Conversation. Ovvero, meglio partire con una richiesta di 997 dollari anziché di 1000, per arrivare ad un accordo più vantaggioso. Nello studio c’è però gloria anche per i numeri tondi, identificati come in grado di accelerare i tempi di chiusura delle aste da 6 a 11 giorni prima della scadenza, con il 5% di probabilità in più di concludere l’affare: un consiglio da tenere a mente nel caso in cui si debba vendere una casa e si voglia arrivare ad una veloce conclusione dell’affare. Quanto invece ai prezzi che finiscono con «99», il loro appeal sugli acquirenti sembra definitivamente tramontato, perché ormai assimilati a quelli che terminano con il doppio zero: «in questo caso, meglio utilizzare valori come 79 o 97», conclude la ricerca.

Casalinghe in fuga dall’assicurazione. Nessuno paga, ma la multa non esiste

La Stampa
ilario lombardo

Al via la campagna Inail per convincere le donne a sottoscrivere la polizza. I consumatori: è una tassa inutile, costa dodici euro e non dà vantaggi

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Più che le casalinghe, disperata è l’Inail che le sta cercando a una a una per convincerle a pagare l’assicurazione contro gli infortuni. Introdotta con una legge, la prima in Europa, all’alba degli anni Duemila, la mini-polizza costa solo 12,91 euro all’anno ed è rivolta a chiunque, dai 18 ai 65 anni, si occupa in via esclusiva e gratis della cura della casa e del nucleo familiare. Le classiche casalinghe, insomma, che sono la maggior parte della platea, circa il 99%, ma anche i giovani che non lavorano, e studenti fuori sede.

Sarebbe un’assicurazione obbligatoria, ma di fatto non lo è, e lo dimostra il forte calo delle sottoscrizioni. Erano 2,2 milioni nel 2008: scese a 1,6 milioni nel 2012, sono state poco più di 1,2 milioni nel 2014, con gli uomini in netta minoranza: circa 12.500. Cifre che comunque sono basse in partenza: perché gli italiani interessati sarebbero stimati tra i 5 e i 6 milioni. Il calo è così verticale che, per cercare di arginare l’emorragia di contributi, l’Inail, con l’aiuto dell’Agenzia delle Entrate, ha lanciato una vera e propria campagna di arruolamento, spedendo un milione e mezzo di lettere che illustrano i vantaggi della copertura. 

Segno che l’assicurazione è sempre più snobbata e l’obbligatorietà è solo sulla carta, dal momento che una sanzione c’è ma non viene applicata: perché, come ammette Luigi Sorrentini, direttore centrale delle Prestazioni Inail, «gli accertamenti sono molto complicati». E così si chiude un occhio e nessuno sborsa i 12 euro se non volontariamente. 

Alla fine, anche se la cifra è irrisoria, la percezione è comunque di una tassa che in cambio dà poco o nulla, tant’è che le associazioni dei consumatori invitano a non pagarla. L’assicurazione, infatti, copre gli infortuni, ma per accedere alla rendita minima l’invalidità deve essere almeno del 27%. Una soglia troppo alta anche secondo l’Inail. Qualche esempio: perdita totale del pollice, della facoltà visiva di un occhio e dell’avampiede. In questi casi il gruzzolo che si arriva a prendere ogni mese ammonta a 186,17 euro. Via via si sale fino a un massimo di 1.292,90 euro per le invalidità al 100%. In caso di infortuni mortali – sempre e solo durante lavoro domestico – è prevista una rendita ai parenti superstiti. 

Il risultato di tutti questi vincoli sono un totale di mille rendite erogate dal 2001 a oggi. Mille su una platea di oltre 1 milione: un po’ poco. Per capire, dal 2008 al 2012 le denunce sono scese da 1.700 l’anno a poco meno di mille, di cui solo il 7,5% di casi indennizzati: «La legge avrebbe bisogno di essere rivista – spiega Sorrentini –. Noi abbiamo fatto proposte per migliorarla, al Parlamento e al governo. Abbiamo chiesto di innalzare l’età e di abbassare la percentuale di invalidità per accedere all’indennizzo». Ma non ci sono state risposte. «Così facendo, l’assicurazione continuerà a essere vissuta più come un’imposizione che come un’opportunità. E scoraggerà i pagamenti».

Detto questo, nonostante la forte riduzione, grazie all’elevata soglia di accesso, tra entrate (alte) e uscite (basse), l’Inail dal 2001 ha accumulato 130 milioni di avanzo in un Fondo autonomo speciale che gestisce Federica Rossi Gasparrini, ex deputata Idv, 78 anni, e attuale presidente di Federcasalinghe. Ma sebbene ci sia lei a capo del comitato amministratore del Fondo, ammette di «non conoscerne né il bilancio né il movimento di denaro» e di aver già denunciato incongruenze riguardo alla trasparenza del flusso. Sulla questione di dove vadano a finire questi soldi l’Inail risponde di non avere nulla da nascondere: «L’amica Gasparrini sa benissimo che non facciamo nessun tipo di investimento – dice ancora Sorrentini –. Sono soldi a capitalizzazione pura, accantonati per garantire le rendite future». 

L’antivirus non basta più: la sicurezza del futuro è fatta di silicio

La Stampa
stefano rizzato

L’Internet of things moltiplicherà le connessioni ma anche i rischi a livello informatico. Per questo McAfee e Intel Security pensano a nuove soluzioni a livello hardware

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Un antivirus che sia più di un antivirus. Che lavori in profondità, a contatto con il silicio e la parte hardware. E sappia operare in tempo reale, adattarsi agli eventi, gestire in modo dinamico ogni nuova minaccia. È questa la strada tracciata da McAfee e Intel Security per la sicurezza informatica di domani. Una strada che prevede un radicale cambio di registro, per adeguarsi al mondo tecnologico che verrà, e non tra molto. “L’internet delle cose non sarà possibile senza un nuovo e diverso modello di protezione, che copra ogni dispositivo connesso”, dice Patricia Murphy, vice presidente di Intel Security per il Sud Europa.

Il futuro prossimo ci regalerà un mondo iperconnesso e automatizzato, con migliaia di sensori in ogni città e operazioni complesse che si gestiranno da sole grazie a Internet. Vivremo immersi in reti informatiche molto articolate, che riguarderanno gran parte delle nostre vite. “Per questo - continua Murphy - sarà sempre più fondamentale avere sistemi di sicurezza integrati, per prevenire ogni minaccia. Dovranno essere sistemi capaci di controllare in tempo reale ogni nodo della nostra rete tecnologica, di rilevare ogni sintomo di un potenziale attacco e di mandare un’allerta a tutti gli altri nodi vulnerabili”.

La sfida è soprattutto qui: nel trovare un modo efficace di difendere ogni oggetto che si collegherà a Internet. A partire dagli smartphone: “Sul mondo mobile - osserva Murphy - ci sono grandi margini di miglioramento. Bisogna pensare non più solo sul piano software, ma a soluzioni fisiche, a microcomponenti hardware dedicati alla sicurezza informatica e installati nei nostri cellulari. Al tempo stesso, stiamo collaborando con gli operatori per trovare un modo per proteggere anche i dati, perché - in fondo - sono quelli che viaggiano. Sono due fronti che non si escludono, entrambi decisivi”.

Vietato ai cani e agli italiani" (quando fui migrante anche io)

La Stampa
mimmo càndito

27/04/2015


Ho letto della dichiarazione di Gianni Morandi che, di fronte a certe reazioni negative, infastidite, sugli sbarchi di migliaia di profughi, ricordava che anche noi italiani siamo stati emigranti, e subito la Rete era stata intasata di violenti attacchi contro il cantante. Ho lasciato passare qualche giorno, per rispetto all'impegno di Morandi. Ora voglio portare un mio contributo di memoria, che credo possa comunque dare un qualche appoggio, da lontano, a quanto egli ci ricordava.

Sono stato un migrante anche io. In realtà, a quel tempo - era la prima metà degli anni Sessanta -  più modestamente si diceva "emigrante", con la "e", e quello sono stato anche io.

Vivevo a Reggio Calabria (aveva appena terminato il liceo, iniziavo l'Università, prima di "emigrare" a Genova), e in quegli anni dai piccoli paesi della mia terra c'era molta gente che partiva per la Germania, a cercare lavoro e fortuna. Erano gli "emigranti", contadini e manovali che tentavano di sfuggire dalla miseria di campagne senza speranza, con la valigia di cartone e la coppola in testa.

Allora, pur da ragazzo, mi interessavo molto di sociologia (cosa misteriosa, in quei primi anni Sessanta, appena agli inizi nella elaborazione della nostra cultura), e leggevo tutti i libri di sociologia americana che la piccola, preziosa, biblioteca dell'Usis presso la Camera di commercio teneva nei suoi scaffali, Riesman, Mills, Packard. Volli fare, dunque, una esperienza diretta, sul campo, trasformandomi in emigrante.

Chiesi alla mamma (papà era morto, noi eravamo una famiglia modesta, ma non povera) di aiutarmi a fare l'emigrante, quello che tanti ragazzi e tanti uomini di famiglie che noi conoscevamo erano davvero, e non "facevano". Sapevo bene che vi era una differenza di fondo, tra quei poveracci che partivano da disperati e me che, invece, "fingevo" di essere un disperato ma partivo, diciamo, per studio.

E però assumevo il valore di quella differenza, e tentavo di controllarla per rendere più autentica la mia esperienza. Sapevo anche di avere strumenti culturali più articolati di tanti che partivano nel viaggio della speranza, ma mi riproponevo di non farmene condizionare: quello che mi interessava era apprendere direttamente delle difficoltà di vita in un ambiente completamente diverso, delle reazioni che queste difficoltà imponevano, e di come gli emigranti italiani  subissero - o gestissero - queste reazioni.

Mi informai alla biglietteria della stazione Centrale, e mi feci dare dalla mamma 34.000 lire, che erano, giuste giuste, il prezzo di un biglietto di andata e ritorno in Terza classe per Duesseldorf, importante città industriale della Germania Occidentale. Se fosse stato necessario, non si sa mai, avevo il mezzo per poter comunque rientrare; e però partivo come un  vero "emigrante", con  i soldi contati e una povera valigia: vi stipai un paio di maglioni, calze e mutande, qualche pezzo di pane biscottato, due vasetti di marmellata e (soltanto

questo, immagino, differente dagli emigranti "veri") una grammatica italiano-tedesco, che si usava nelle lezioni di tedesco che a quel tempo si potevano ascoltare alla radio, nel pomeriggio alle due, con i corsi anche di francese e di inglese. Ma di tedesco non  sapevo davvero nulla, solo un po' di francese appreso a scuola e un pizzico di inglese studiato per mio conto con un  giovanotto inglese che faceva l'insegnante a Reggio.

Arrivai a Duesseldorf distrutto dal lungo viaggio, stranito, incerto. Però, in testa al binario dove ero sbarcato vidi, sorpreso, interessato, alcune parole in varie lingue, e perfino (incredibile! che fortuna!) in italiano: il cartello diceva "Benvenuti, lavoratori. Se avete bisogno, possiamo aiutarvi". Era la Kolping Haus, un'organizzazione caritatevole evangelica, che dava assistenza alle migliaia di italiani che arrivavano a cercare lavoro.

Mi aiutarono, mi ospitarono in una soffitta, dove dormivamo in 24 emigranti di ogni paese, mi fecero il credito di un Marco al giorno, e mi insegnarono come fare i documenti per essere assunti in fabbrica. Trovai lavoro come manovale in un'acciaieria, mi alzavo alle 5 del mattino e ci tornavo al tardo pomeriggio. Pulivo le macchine, pulivo i capannoni, facevo i lavori d'ogni manovale, a poca distanza dai fuochi dell'altoforno.

Non c'erano italiani, nel mio capannone, soltanto tedeschi, quasi tutti tedeschi, con un portoghese e un colombiano. Quando avevo un attimo di pausa, mi nascondevo dietro un tavolone di ferro e leggevo qualche pagina della grammatica; poi chiedevo ai lavoratori tedeschi di verificare il mio apprendimento del vocabolario tedesco: il naso, la mano, il vestito, mangiare, lavorare, parlare... Mi seguivano incuriositi, ma mi trattavano anche con qualche disprezzo, e dicevano parole che io non capivo e però li facevano ridere di me. 

Un giorno, uno dei capiofficina mi sorprese con il mio libro: mi rimproverò aspramente, a lungo, con parole che non conoscevo ma il cui tono era assai chiaro;  e mi portò in direzione, tenendomi per il braccio. I direttori mi interrogarono, duri, seri, sfogliando con curiosità quel libro della Eri che il capoofficina gli aveva consegnato; io cercai di spiegare quello che potevo, con il mio poco inglese che riuscivo a manovrare, e quei tre - serissimi, l'abito scuro, il disprezzo stampato in faccia - mi ascoltavano in silenzio.

Credo dicessero parole assai dure sugli "Italianen", ma poco alla volta - appreso che ero un giovanotto che stava per andare all'università, e a quel tempo erano davvero pochissimi coloro che potevano fare lo studente - mi perdonarono: non mi licenziarono, ma mi imposero di non portare più in fabbrica quel mio libro . (Tra parentesi, erano tali le condizioni di lavoro nel capannone che, ogni volta che tornavo dalle macchine e dai torni a sfogliare il libro, le pagine che avevo lasciato aperte erano coperte da una sottile, diffusa, polvere di ferro.)

Non lo portai più, il mio libro di tedesco, e però mi facevo insegnare le parole dai miei compagni tedeschi. I quali, saputo chissà come, che non mi avevano licenziato perché ero ("addirittura") uno studente universitario, cambiarono completamente il loro atteggiamento verso di me: mi sorridevano, cercavano di aiutarmi nel mio lavoro pesante, arrivavano a invitarmi a cena a casa loro, che sarebbe stato un onore. Uno studente universitario! Una figura sicuramente di prestigio, un "signore"! Per rabbia rifiutai, perché ero la stessa persona che fino a un giorno prima loro avevano trattato con disprezzo e ora volevo vendicarmi. Sbagliavo, ma non ce la feci.

Imparai poco alla volta a capire di più, a tradurre quella lingua impossibile, e a districarmi. Un sabato sera mi feci coraggio, decisi di uscire, di andare in un locale vicino dove i tedeschi mi avevano detto che si poteva ballare, che c'erano molte ragazze sole. E ammiccavano. Ci andai, impacciato, timido, curioso, ma interessato soprattutto alle ragazze. Entrai titubante, guardandomi intorno, cercando di capire la gente dentro quel fumo e quella musica sparata a volume alto, e di guardare quelle ragazze bionde che a me sembravano tutte bellissime, fantastiche, come a Reggio nemmeno avrei potuto sognare.

Dopo qualche minuto mi feci coraggio, e appena l'orchestrina attaccò un pezzo mi avvicinai a una ragazza; non sapevo ballare, ma il desiderio d'immaginare chissà quale avventura facile e ora a portata di mano mi diede coraggio.

Una ragazza, bellissima, mi sorrise, e si alzò in piedi per accompagnarmi nel piccolo spazio dove le coppie già ballavano. Ma un uomo mi si avvicinò e, guardandomi in tutta la mia  evidente diversità ri spetto  all'ambiente, mi disse "Nein, Nein", scuotendo la testa. Mi chiese chi mai io fossi. Gli risposi - con il mio poco tedesco - che ero uno studente italiano, e ricordando il nuovo  rispetto che ora mi mostravano in fabbrica i miei compagni tedeschi ero certo di avere, così, un buon lasciapassare.

Quell'uomo ascoltò aggrottato, nel fragore alto della musica, poi disse nuovamente, duro, aspro, "Nein! Nein". Mi prese per il braccio (era molto più alto di me, e grosso, e forte), e mi accompagnò alla porta, dove mi mostrò con il dito teso un cartello che io nemmeno avevo visto quand'ero entrato, preso com'ero dal mio imbarazzo e dalla mia curiosità. Ora che sapevo un po' di tedesco, lessi e tradussi: "Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani". Me ne andai, la ragazza che  avevo invitato, bellissima, già ballava sulla pista tra le braccia di un ragazzo biondo.

Il mio progetto "sociologico" lo ressi per più di due mesi, rientrando in Italia giusto in tempo per l'inizio delle lezioni all'università. Appresi molto, parlai con molti emigranti "veri", presi nota dei loro rapporti difficili con gli operai tedeschi. E mi portai dentro, e mi porto tuttora, il segno forte di quella esperienza, e il cartello bianco appeso alla porta di quel caffè, con quelle sue parole sprezzanti, quel "Verboten" che mai dimenticherò e che subito mi torna addosso quando vedo attorno a me il disprezzo usato contro i migranti che vengono in Italia a cercare speranza, fortuna, una vita nuova.

Siamo stati migranti anche noi. Ci chiamavamo emigranti, a quel tempo, e ora lo abbiamo dimenticato.