sabato 31 ottobre 2015

Innocenti evasioni

La Stampa
massimo gramellini

Chissà cosa diventerà da grande quel bambino di Alessandria che Equitalia tampina dall’età di due anni (ora ne ha dieci), contestandogli una serie di fatture non pagate. A una creatura che invece della cartella scolastica ha ricevuto quella fiscale e prima ancora di fare un corso era già stata costretta a fare un ricorso, saremmo disposti a perdonare praticamente tutto, persino la decisione di iscriversi alla Salvini Jugend o di disimparare l’italiano e imparare l’italianità leggendo l’autobiografia evasiva di Berlusconi nella versione a fumetti di Alan Friedman. Figuriamoci se non potremmo perdonargli qualche piccola mania di persecuzione che lo inducesse a stendersi precocemente sul lettino del commercialista.

Si riescono solo a immaginare gli effetti che un trauma di quella portata è in grado di produrre su una psiche infantile. La sensazione di essere perennemente inseguiti da ometti grigi con la voce del ministro Padoan che ripetono a mo’ di giaculatoria il tuo codice fiscale. L’impulso irresistibile di occultare lo scontrino del portapenne allo sguardo indagatore della maestra. Gli incubi notturni popolati da agenti di Equitalia che ti circondano come gli zombie nel video di Michael Jackson e pretendono che tu mostri loro la fattura del tuo primo ciuccio.

Questo novello Harry Potter segnato in fronte dal fulmine della burocrazia demente è un essere predestinato. Da grande, come minimo, diventerà presidente del Consiglio e alzerà il tetto dei contanti a tremila euro, sempre che nel frattempo qualche altro maghetto non gli abbia rubato l’idea. 

Quell’involontario aiuto ai ladri di biciclette dato dalla app Strava

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Sempre più spesso monitorate le «tracce» dei percorsi e degli orari d’allenamento per individuare i proprietari di costose «due ruote». I consigli della polizia: modificare dati

Bici esposte ad un salone dedicato al ciclismo (Ansa)

L’allarme arriva dalle polizie del Regno Unito e dell’Irlanda. Ma da tempo se ne parla anche nei forum italiani dedicati al ciclismo. Sempre più spesso i ladri di biciclette usano Strava e altre app similari come Runtastic e My Tracks per il cronometraggio e la tracciatura online degli allenamenti, con lo scopo di adocchiare costosi bersagli da rubare. Il sistema è piuttosto semplice: chi usa queste applicazioni lascia online dati «sensibili» che vengono utilizzati per «mappare» la posizione di bici da corsa o mountain bike. Parliamo di pezzi che possono andare da un minimo di qualche decina di euro o poco più a svariate migliaia di euro. Questi ultimi, naturalmente, assai monitorati dai ladri. Chi si allena lascia la traccia infatti dell’orario di allenamento, il punto di partenza, quello di arrivo, il percorso che sovente viene ripetuto con metodicità.
I dati del Gps sono infatti accuratissimi
I dati forniti dalle app sono infatti accuratissimi. In qualche caso localizzano addirittura, con l’aiuto di Google maps, il domicilio del proprietario della bici. Il resto vien da sé. Rubare una costosissima «due ruote» in carbonio - quotata magari 5 mila euro - è un attimo. Basta lasciarla incustodita pochi secondi in giardino, davanti all’ingresso per il tempo di aprire la porta, o anche al bar accanto casa per il caffè prima dell’allenamento. «Certe volte si vedono anche tracce che partono dai cortili delle autorimesse» scrive un utente italiano di uno dei maggiori forum dedicati al pedale riferendosi al sito Garmin Connect dove sono visibili tutte le tracce private: «Il gioco è fatto a parer mio: se sono un ladro so per certo che da quella casa c’è uno che va in bici da corsa, vedo i giri che fa, so che ha un GPS e deduco anche che possa essere quindi un utente “evoluto” che ha bici di valore. Il resto viene da se: basta una telecamerina per capire quale è il garage e il gioco è fatto.... purtroppo».
Furto con destrezza
I ladri agiscono con rapidità: stessi sistemi in tutta Europa, dalla Gran Bretagna all’Italia. Passa un furgoncino, scende qualcuno dal retro, prende la bici lasciata per pochi istanti incustodita e la carica sul pianale. Poi via a tutto gas. Roba da una manciata di secondi. Tecnica assai facilitata da app come Strava. Basta poco per individuare il proprietario di una Wilier o una Colnago dal costo di un paio di stipendi medi. Tutto rintracciabile online. Il ciclista viene tenuto d’occhio, seguito. Le sue abitudini sono studiate con attenzione. Ecco dove si ferma, dove fa colazione, dove abita, il garage dove la ripone. Poi si decide dove attuare il furto. Che talvolta può trasformarsi in rapina. Segnalazioni sempre più frequenti arrivano da tutta Italia. Stesso modus operandi. Il ciclista viene seguito in auto. I malviventi a un tratto gli si parano davanti. Lo fermano, li circondano. Se va bene si fermano qui, facendosi consegnare la bici. Se ci si oppone, si viene trascinati a terra, bastonati, picchiati.
I consigli della polizia britannica
La polizia britannica sta fornendo molti consigli utili, anche online, per non lasciare informazioni utili ai ladri. Ecco cosa suggerisce il sergente Ady Thompson, della contea del Dorset: «Una soluzione può consistere nel modificare le proprie impostazioni di privacy. Un’operazione da pochi secondi che consente di evitare brutte sorprese». Altri, come la polizia gallese, invitano invece gli appassionati ciclisti a iniziare e terminare il monitoraggio delle proprie sessioni di allenamento a qualche strada di distanza da casa».

Pubblica recensione negativa sul ristorante (prima dell’apertura): condannato a pagare 7.500 euro

Corriere della sera
Elmar Burchia



«Falso e in malafede»: un giudice di Digione, cittadina della Borgogna, in Francia, ha condannato un utente per la sua recensione negativa di un ristorante su Internet . L'autore lo aveva definito «sopravvalutato» e «troppo costoso». Peccato che il locale non fosse ancora stato aperto. Il giudice ha multato l’utente con 2.500 euro più 5.000 euro di spese processuali.

I fatti risalgono al luglio del 2013: l’internauta, di cui i media francesi non hanno divulgato il nome, aveva recensito negativamente il Loiseau des Ducs, cinque giorni prima dell’apertura. «È sopravvalutato, sfarzoso all’apparenza, ma povero nei piatti. La cosa più abbondante qui è il conto», aveva scritto «le clarifieur» («il chiaritore») in un portale francese, Pages Jaunes. Per il giudice quel commento è «falso e in malafede».

La recensione, infatti, «non si basa su una vera e propria esperienza». Ahlame Buisard, la manager del ristorante, spiega di non avere nulla contro i giudizi negativi o positivi, «purché arrivino da clienti veri». Sottolinea di aver voluto andare fino in fondo alla cosa e «dare una lezione» a coloro che postano commenti negativi solo per danneggiare un locale. «Era qualcosa che andava fatto (...) Il nostro settore soffre parecchio a causa di queste diffamazioni».

Le valutazioni dei clienti che nei mesi successivi hanno effettivamente mangiato al Loiseau des Ducs sono infatti piuttosto positive: all’inizio dello scorso anno la Guida Michelin aveva premiato il ristorante con una stella. Già nel luglio dello scorso anno, sempre in Francia, una blogger era stata riconosciuta colpevole di diffamazione dopo una cattiva recensione di un ristorante. Un giudice di Bordeaux aveva condannato Caroline Doudet, perché il suo commento negativo di un locale di Cap Ferret, in Aquitania, veniva mostrato troppo in evidenza nei risultati della ricerca su Google del ristorante stesso.

È morto Al Molinaro, star di “Happy Days”

La Stampa
fulvio cerutti

L’attore interpretava Alfred “Al” Delvecchio, il proprietario del bar “Arnold’s”



Il mondo del cinema dice addio ad Al Molinaro, uno dei protagonisti della storica serie tv «Happy Days». Aveva 96 anni. Il decesso è avvenuto per complicazioni legate ad un’infezione a carico della cistifellea in un ospedale di Glendale, in California. Lo ha reso noto il figlio, Michael Molinaro. 
Al Molinaro entrò a far parte del mondo dello spettacolo alla fine degli anni ’60 quando, fra i suoi primi ruoli di rilievo, vestì i panni del poliziotto Murray nella serie televisiva “La strana coppia”, che interpretò fino al 1975.



Ma la fama arrivò quando il suo volto e il suo famoso e sconsolato “eeh già, già, già, già” (o “eeh yep, yep, yep, yep” nella versione originale) entrarono a far parte della serie “Happy Days” che vedeva come protagonista principale Fonzie. Sino al 1984 l’attore è stato per tutti Alfred (detto Al) Delvecchio, proprietario italo-americano del bar locale “Arnold’s” dove Fonzie, Ricky Cunningham e gli altri protagonisti si incontravano e trascorrevano il loro tempo libero.

Nel 1987, insieme a Anson Williams (il Potsie di Happy Days), aprì una catena di ristoranti chiamati “Big Al”. La sua carriera cinematografica è terminata negli anni ’90, anche se Al Delvecchio è tornato nel 1994 quando l’attore ha riproposto il suo personaggio per il video del singolo “Buddy Holly” dei Weezer, ambientato nel famoso ristorante della serie.

twitter@fulviocerutti

La sanità Usa è meglio della nostra? Un confronto (a sorpresa)

Corriere della sera
di Luigi Ripamonti

La spesa sanitaria degli Stati Uniti d’America è la più alta del mondo, sia in termini di esborso pro-capite sia in termini di incidenza complessiva sul PIL (tabella in alto a sinistra). Eppure considerando i principali indicatori generali di salute, a questo sforzo economico non corrispondono migliori risultati. Per esempio il tasso di diabetici negli Usa è quasi il doppio rispetto all’Italia (stessa tabella, grafico in basso), e la percentuale di persone sovrappeso, del resto, negli Stati Uniti è fra le maggiori del mondo, probabilmente superata solo da quella di Tonga e di qualche piccola isola del Pacifico (si veda la cartina al centro). Il paradosso, però, diventa ancora più stridente se si confrontano i dati sull’aspettativa di vita. Considerando la percentuale di ultrasessantacinquenni nella popolazione generale si scopre che a primeggiare sono Giappone e Italia, i quali, in termini di Pil, spendono molto meno degli Usa per la salute.


Due modelli di sistema sanitario
Com’è possibile? Probabilmente uno dei motivi è proprio la diversa filosofia fra i sistemi sanitari degli Stati Uniti e quelli di Giappone e Italia. Nel modello giapponese e italiano (e più in generale europeo, pur con differenze fra i vari Stati) a far la parte del leone è il finanziamento pubblico, mentre la spesa privata per la salute è, in media, inferiore al 25% di quella totale. Nel modello Usa la spesa pubblica e quella privata invece, grosso modo, si equivalgono.

Quindi quando si parla di spesa in relazione al Pil, bisogna tenere presente che in Paesi come l’Italia questa cifra è rappresentata soprattutto dall’impegno del settore pubblico, finanziato attraverso la tassazione dei cittadini, mentre negli Usa a spendere complessivamente di più è l’insieme costituito da pubblico e privato: in altre parole, i singoli cittadini sono gravati da meno tasse per la sanità rispetto a quelli europei, ma poi, in un gran numero di casi, alla salute devono pensarci da soli.

Infatti negli Stati Uniti per ricevere assistenza sanitaria bisogna avere stipulato un’assicurazione privata, mentre lo Stato provvede a finanziare due sistemi pubblici: Medicare (per gli ultrasessantacinquenni, indipendente dal reddito) e Medicaid (per le fasce di popolazione sotto la soglia di povertà, cioè con entrare inferiori a 12mila dollari all’anno).

La spesa grava quindi sia sulle singole persone sia sui bilanci federali e locali. Il suo onere, fra l’altro, è cresciuto a ritmi vertiginosi negli ultimi decenni, molto più che altrove, sia in rapporto all’andamento del Pil sia a quello del tasso di inflazione. E la tendenza non lascia intravedere cambiamenti di rotta, anzi: uno scenario che fa pronosticare, in assenza di correttivi, da una parte la necessità per le famiglie di destinare una quota sempre maggiore delle entrate all’assicurazione, e dall’altra la probabile crescita del numero di persone prive di copertura sanitaria.

Il Massachusetts General Hospital di Boston, votato nel 2015 come miglior ospedale degli Stati Uniti 
Il Massachusetts General Hospital di Boston, votato nel 2015 come miglior ospedale degli Stati Uniti
Ma perché la sanità Usa è così cara?
Secondo la maggior parte degli osservatori, negli Stati Uniti d’America per la salute si spende più che altrove perché i prezzi di prestazioni e servizi sono più alti. I possibili motivi sono diversi. Per cominciare: un confronto fra i guadagni dei medici Usa e quelli europei in genere premia molto di più, almeno in termini assoluti, i primi, a quasi tutti i livelli di specializzazione.

Una seconda ragione spesso addotta è la maggiore (e più «antica») diffusione negli ospedali d’oltreoceano di strumenti tecnologici avanzati, e costosi. Qui però ci si potrebbe domandare perché la sanità ad alto valore tecnologico (come peraltro i farmaci) dovrebbe costare di più negli Usa che in Europa o in Giappone. Il motivo probabilmente è da ricercare nell’assenza del cosiddetto «pagatore unico», cioè di un ente che sia titolare «monopolistico» della contrattazione dei prezzi con chi offre beni e servizi. Questo ruolo nei sistemi sanitari tendenzialmente universalistici, come quello italiano, è assolto dallo Stato attraverso le sue agenzie delegate (per esempio l’Aifa per il prezzo dei farmaci).

Il San Raffaele di Milano, il miglior ospedale italiano 
Il San Raffaele di Milano, il miglior ospedale italiano

Negli Stati Uniti, invece, il sistema è molto più articolato, frammentato e pluralistico. Si potrebbe pensare che questo crei concorrenza e conseguente riduzione dei costi, ma alla prova dei fatti sembra che non sia così. Per esempio il finanziamento dei sistemi di assistenza agli anziani o ai meno abbienti attraverso commesse, via assicurazione, al sistema privato, senza la concorrenza di un ente pubblico erogatore, risulta alla fine particolarmente oneroso per lo Stato.

C’è poi chi punta il dito sui medici, che avrebbero pochi incentivi a calmierare la spesa pubblica visto che anche in ambito Medicare la remunerazione avviene a fronte del numero di prestazioni.
Un’ulteriore voce da considerare, infine, è quella relativa ai costi amministrativi, che aumentano sistematicamente all’aumentare della complessità e della parcellizzazione dei sistemi: in quelli che hanno lo Stato come «assicuratore unico», in media, sono cresciuti meno negli ultimi anni e il sistema Usa è uno di quelli a maggiore complessità amministrativa.
Qualità della vita bassa e spese sanitarie alte
Tornando al quesito da cui si è partiti si può quindi capire che si possa instaurare facilmente un circolo vizioso. In un sistema in cui tutto è, in media, più caro e in cui una larga fetta della popolazione (si calcola sia superiore ai 40 milioni di cittadini negli Usa) non ha copertura sanitaria, la salute generale sarà tendenzialmente più bassa (nonostante le punte di altissima eccellenza scientifica) rispetto a quella di Paesi con welfare «universalistico». E una salute generale più bassa si traduce in una maggior diffusione di malattie croniche (come per esempio il diabete) curate in modo inefficiente, con conseguente riduzione dell’aspettativa media di vita.

Arrestato “il Diavolo”, il trafficante di avorio più ricercato dell’Africa orientale

La Stampa
fulvio cerutti



Dopo una caccia all’uomo durata più di un anno, è stato arrestato in Tanzania il più ricercato bracconiere di elefanti e trafficante di avorio dell’Africa orientale. Si chiama Boniface Matthew Mariango, ma tutti lo conoscono come “Shetani” o “The Devil” (Il “Diavolo”).

L’uomo, 45 anni, è stato arrestato dal National and Transnational Serious Crimes Investigation Unit (Ntsciu), lo stesso reparto che il mese scorso era già riuscito a mandare in carcere Yang Feng Glan, la “Regina dell’avorio”. Il “Diavolo” era il re del bracconaggio nell’Africa orientale, capace di gestire i suoi traffici con 15 organizzazioni operanti in Tanzania, Burundi, Zambia, Mozambico e Kenya meridionale. Per anni ha agito quasi indisturbato diventando responsabile dell’uccisione di migliaia di elefanti.


AP

«Questo arresto è un altro passo avanti importante nella lotta al bracconaggio e contro i traffici illegali in Tanzania, con effetti che arriveranno anche nei paesi vicini. Finalmente vediamo pesci grossi finire nella rete delle forze dell’ordine», ha detto Andrea Crosta, co-fondatore di Elephant Action League e dell’iniziativa WildLeaks, un’organizzazione statunitense che indaga sui crimini contro la fauna selvatica in tutto il mondo.

Dopo l’arresto della “Regina d’Avorio”, il “Diavolo” era diventato il nemico numero uno. «Gli abbiamo dato la caccia dal giugno del 2014 - spiega un funzionario governativo -. È riuscito a sfuggire più volte all’arresto, almeno in sette casi, ma questa volta non ha avuto scampo dopo che i nostri informatori ci hanno detto che si trovava nella periferia di Dar».

Le prove che abbiamo contro di lui sono schiaccianti: Mariango è il principale fornitore di armi, munizioni e automobili ai gruppi di bracconaggio che operano in tutta la Tanzania e non solo.
«Era il capo di una rete di bracconaggio che riforniva direttamente la “Regina dell’avorio”, che è stata arrestata all’inizio di questo mese. Ma questa lotta è tutt’altro che finita. Con entrambi in carcere saremo in grado, per la prima volta, di reprimere veramente le reti internazionali coinvolte nel traffico illegale di avorio» commenta il funzionario governativo.

«Dopo questi arresti di alto profilo in Tanzania e l’impegno a vietare l’avorio da parte del presidente statunitense Barack Obama e del presidente cinese Xi Jinping, nei rispettivi paesi, posso finalmente dire che c’è speranza per gli elefanti - conclude Crosta -. Continuiamo nella nostra battaglia».

twitter@fulviocerutti

Pasolini: tre i killer senza nome

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

La foto, la banda della Magliana, la telefonata e il mistero dei reperti distrutti o spariti. Tutti i nodi irrisolti dell’omicidio 40 anni dopo



L’ultima suggestione riguarda la banda della Magliana, come in ogni mistero italiano (e romano, in particolare) che si rispetti. Perché in una delle foto scattate all’Idroscalo di Ostia, la mattina del 2 novembre 1975, tra la folla di curiosi radunata intorno al cadavere di Pier Paolo Pasolini sembra spuntare il volto di Maurizio Abbatino, all’epoca ventunenne e già noto agli archivi di polizia, che di lì a un paio d’anni avrebbe contribuito alla nascita della gang. Gli avvocati che hanno rappresentato la parte civile nella terza indagine sull’omicidio di Pasolini avrebbero voluto che Abbatino - arrestato nel 1992 in Venezuela, «collaboratore di giustizia» da una ventina d’anni - venisse interrogato; per sapere se era davvero lui, perché fosse lì, se nella banda s’è mai detto qualcosa sull’assassinio del poeta.

Ma il giudice dell’indagine preliminare ha detto no. «Priva di realistico impulso investigativo», ha scritto nel decreto di archiviazione del 15 maggio scorso, «appare la richiesta di sentire il noto pregiudicato, ed effettuare riscontri del Dna su tutti gli appartenenti alla banda della Magliana».Il giudice, d’accordo con il pubblico ministero, ha ritenuto che quella pista, imboccata a quarant’anni di distanza, non poteva condurre a risultati utili per imbastire un processo. E l’ha abbandonata subito. Ma a parte il «capitolo Abbatino», il fascicolo giudiziario riaperto nel 2010, trattato come un cold case e chiuso dopo cinque anni di nuove verifiche, contiene novità importanti. Che non risolvono l’enigma ma certificano una volta di più (con prove scientifiche, stavolta) la tesi dell’agguato di gruppo.

Una trappola organizzata. Rimasta senza colpevoli anche perché l’unico condannato - Pino Pelosi, all’epoca minorenne - da quarant’anni dice bugie. Depista. A ciò si deve aggiungere l’imperizia (solo imperizia?) che contribuì a inquinare la scena del crimine, e pure questa sembra una costante di quella stagione di stragi e omicidi eccellenti: dall’eccidio di piazza della Loggia a Brescia (1974) al sequestro e successivo assassinio di Aldo Moro (1978). Passando per l’incomprensibile decisione di distruggere l’Alfa Romeo Gt 2000 di Pasolini, a bordo della quale fu arrestato Pino Pelosi la notte del delitto e con cui - confessò subito - lui stesso aveva investito e ucciso il poeta.

Alcuni reperti utili per nuove analisi con le moderne tecnologie (i frammenti del rivestimento interno, le «incrostazioni di materiale rossastro» trovate nella parte inferiore e sul tetto della macchina) sono spariti; l’Alfa 2000 fu rottamata all’inizio degli anni Ottanta, su decisione della cugina della vittima. L’avessero avuta ancora a disposizione, i carabinieri del Ris avrebbero forse potuto individuare e verificare nuove tracce utili alle indagini. Così gli investigatori in camice bianco hanno lavorato solo sul materiale rimasto a disposizione, recuperato dal museo criminologico di Roma: gli indumenti di Pasolini e quelli di Pelosi, assi di legno e altri oggetti trovati sul luogo del delitto.

Ne è stato estratto il Dna del poeta e quello del suo «assassino ufficiale», ma le prove di laboratorio hanno permesso di individuare il profilo genetico di almeno altre tre persone, «soggetti ignoti» numero 1, 3 e 4. Le loro tracce sono state trovate sulla parte interna anteriore dei jeans indossati da Pasolini, sulla maglia di lana a maniche lunghe che aveva Pelosi e su un plantare lasciato dentro la macchina. Secondo il giudice, «la natura, i punti e le modalità di rinvenimento, sembrano far propendere per una concomitanza con il fatto delittuoso». Lasciate durante la colluttazione e l’omicidio, quindi.

I carabinieri hanno anche confrontato quei frammenti di Dna con i «campioni di materiale biologico» appartenenti a circa trenta persone sospettabili di aver preso parte all’agguato (o ai loro parenti, nel caso dei morti) ma non si è arrivati a stabilire alcuna identità. Non sono le tracce dei fratelli Borsellino, ad esempio, i due «balordi di borgata» accusati da Pelosi in successive e altalenanti deposizioni; né di Giuseppe Mastini detto «Johnny lo zingaro», un altro pregiudicato ex ragazzo di strada che a più riprese fu accomunato con l’omicidio Pasolini; né di «Ninetto er meccanico», al secolo Antonio Pinna, vicino al clan dei Marsigliesi, scomparso nel nulla nel 1976. Il fatto che i loro profili genetici non siano stati trovati sui reperti non significa che non ci fossero, ma di sicuro - per «incontrovertibile accertamento», scrive il giudice - c’erano almeno altre tre persone mai identificate.

Nelle indagini coordinate dal sostituto procuratore di Roma Francesco Minisci, molti testimoni dell’epoca sono stati sentiti per la prima volta. Il che alimenta i dubbi sugli accertamenti di quarant’anni fa. Nemmeno l’uomo citato da Oriana Fallaci in un articolo su L’Europeo di tre settimane dopo il delitto - un barista che vicino alla stazione aveva sentito una persona parlare al telefono, due giorni prima dell’agguato, mentre si accordava con altri per picchiare una persona - era stato mai interrogato. Individuato e rintracciato dagli investigatori dell’ultima inchiesta, ha ricordato l’episodio, «precisando che il telefonista, nel corso della conversazione, profferiva la frase “mi raccomando, ho un appuntamento con Pasolini, fatevi trovare lì”. Aggiungeva che il telefonista era in compagnia di altri due ragazzi».

Guardando una fotografia di Pelosi il barista ha aggiunto che poteva essere uno dei tre, ma a tanti anni di distanza è un elemento ormai inutilizzabile. Al pari delle testimonianze - più di trenta - degli abitanti delle baracche dell’Idroscalo di Ostia, molti ascoltati per la prima volta, che ricordano i rumori e le voci di quella notte. Anche per questo il delitto Pasolini rimane un rebus: omicidio collettivo (come del resto avevano stabilito i primi giudici che condannarono Pelosi «in concorso con ignoti», sentenza inopinatamente ribaltata in appello, quando il condannato fu considerato l’unico colpevole) dai mille moventi possibili.

Tutti plausibili: da quello omosessuale (sebbene non nella versione di Pelosi), alla vendetta politica contro l’intellettuale comunista, alla necessità di far tacere una voce per ciò che aveva detto o avrebbe potuto dire ancora (sulle stragi, o sugli intrecci economico-mafiosi). Ma nessuno provato. Un poeta assassinato a due passi dal mare, l’ennesimo mistero italiano irrisolto.

31 ottobre 2015 | 08:15

L’incredibile trasformazione di Rachael che lotta contro l’anoressia: «Ora voglio aiutare gli altri»

Corriere della sera

di Silvia Turin

L’ex attrice 37enne ad aprile pesava 20 kg. Aveva chiesto aiuto con un drammatico video su YouTube e raccolto i fondi per curarsi. Ora vuole diventare testimonial contro i disturbi alimentari

Rachael Farrokh prima di ammalarsi (da sinistra), ad aprile quando pesava 20 kg e adesso

Aveva lanciato un drammatico appello per la sua vita su YouTube a fine maggio: Rachael Farrokh è un’attrice americana di 37 anni che da 10 soffre di anoressia nervosa. All’epoca del video era alta oltre un metro e settanta e il suo peso non superava i 20 chilogrammi. La donna aveva chiesto aiuto per raccogliere i fondi, decida e determinata a curarsi e salvarsi la vita. Dopo meno di 6 mesi ce l’ha fatta: riappare alle telecamere completamente trasformata mentre partecipa a una marcia in favore delle cure contro l’anoressia e promette che diventerà una testimonial per aiutare gli altri a uscire dal tunnel.
Il lungo percorso di Rachael
La rinascita è iniziata da quell’appello su YouTube: Rachael era costretta a letto, senza fiato e scheletrica. Aveva bisogno di soldi per entrare in clinica e tramite il crowdfunding ha raccolto quasi 200mila dollari. Ha tenuto aggiornate le persone che l’avevano aiutato mostrando su una pagina Facebook la sua fatica, il suo impegno e i progressi dal centro di San Clemente, in California, all’attuale che ancora la ospita in Portogallo. E proprio grazie al permesso dei suoi medici la donna ha potuto viaggiare verso Washington questa settimana per partecipare alla seconda marcia annuale contro i disturbi alimentari.
Aiutare gli altri
Proprio alla marcia, sempre accompagnata dal marito, che aveva lasciato il suo lavoro per prendersi cura di lei, appare sana e ancor più determinata a vivere. «Ho una grande famiglia - si chiama il mondo», ha detto Rachael alla stazione televisiva di Los Angeles NBC4 e ha confermato di volersi battere per diffondere la consapevolezza rispetto alla sua malattia. La donna sa che il cammino è ancora lungo ma: «Sono entusiasta della vita, perché quello che era un barlume di speranza 3 mesi fa si è trasformato in una certezza di vivere. Ho riacquistato chiarezza e forza nella mia mente. Il mio obiettivo in questo processo di recupero è quello di creare consapevolezza per aiutare gli altri che combattono questa malattia», ha scritto su Facebook.

30 ottobre 2015 (modifica il 30 ottobre 2015 | 18:46)

L’Argentina riapre il caso Top Gear Clarkson & co. rischiano 3 anni

Corriere della sera

L’accusa è di aver circolato con una targa «falsa» dopo le contestazioni per una sequenza di lettere e cifre che richiamava la guerra nelle Falkland

I conduttori storici di Top Gear: Rich Hammond, Jeremy Clarkson e James May

Jeremy Clarkson e lo staff di Top Gear rischiano una condanna fino a tre anni di prigione per falsificazione per avere utilizzato, durante una registrazione del programma in Argentina, nell’ottobre dello scorso anno, un veicolo con una targa diversa da quella ufficialmente registrata. Un episodio che aveva fatto seguito ad una dura contestazione subita dalla troupe del programma dopo che era stata notata sulla Porsche del protagonista una sequenza di lettere e cifre - H982FKL - che sembrava fatta apposta per evocare la guerra per le Falkland-Malvinas combattuta al largo delle coste argentine nel 1982 (le isole sono britanniche ma da sempre rivendicate da Buenos Aires) che si concluse con il successo della Gran Bretagna. Britannici sono sia il programma, prodotto dalla Bbc, sia i suoi tre conduttori: Clarkson - che da Top Gear e dall’emittente è stato allontanato nei mesi scorsi dopo una rissa con un tecnico -, Richard Hammond e James May. La notizia è stata rilanciata dal Telegraph.
Le contestazioni
La Bbc aveva sempre spiegato che si era trattato solo di una coincidenza e che la targa sulla Porsche solo per un caso fortuito riportava quel 982 e quel Fkl così simili alla data del conflitto e alla denominazione delle isole contese, che gli argentini non chiamano all’inglese, Falkland appunto, ma con il nome spagnolo di Malvinas. Non solo: le altre due vetture utilizzate nelle riprese e condotte da Hammond e May, una Mustang e una Lotus, riportavano nelle rispettive targhe numeri, 269 una e 646 l’altra, in cui un politico argentino aveva intravisto un riferimento al numero delle rispettive vittime (255 britannici e 649 argentini). La troupe di Top Gear era stata oggetto di contestazioni all’esterno di uno degli hotel in cui ha alloggiato durante le riprese e le loro vetture parcheggiate all’esterno erano state prese a sassate dai veterani della guerra. I conduttori erano stati costretti a circolare scortati dalla polizia fino al loro rientro in Gran Bretagna.
L’iter giudiziario
Un giudice federale argentino, Maria Cristina Barrionuevo, del tribunale di Ushaia, aveva deciso di non avviare un’inchiesta ufficiale contro Top Gear, ma tre giudici di appello hanno ordinato di riaprire il caso. La stessa auto era stata vista infatti circolare con una diversa targa dopo le proteste e proprio questa sostituzione potrebbe diventare il nuovo capo di accusa in base all’articolo 289 del codice penale argentino. Che prevede, appunto, che per il falso riguardante atti ufficialmente registrati siano possibili condanne da sei mesi a tre anni. Si tratterebbe insomma di un ripiego non potendosi dimostrare l’intento provocatorio.

La Bbc ha negato di aver scelto quella Porsche proprio per il numero di targa o di avere cambiato la targa in vista della spedizione argentina - la vettura sarebbe stata acquistata online secondo la ricostruzione del Telegraph - e questa spiegazione era stata inizialmente accettata dal primo giudice che aveva anche ravvisato nel successivo cambio il solo intento di non esacerbare ulteriormente gli animi. Ma ora il caso si riapre.

30 ottobre 2015 (modifica il 30 ottobre 2015 | 17:57)

Ogni 47 ascolti su Spotify un download pirata muore

La Stampa

E ogni 137, ne scompare uno legale: una nuova ricerca co-promossa dalla Commissione Europea analizza gli effetti dello streaming sulla pirateria e sul mercato musicale online



È da una quindicina d'anni, più o meno da quando la musica su Internet ha iniziato a sgranocchiare il fatturato dei cd, che si cerca di misurare l'effetto dei nuovi metodi di consumo sul mercato globale. Inizialmente, tutto il discorso era concentrato sulla dialettica tra web e dischi, spesso interpretata in ottica di reciproca e rigorosa ostilità. Oggi una nuova ricerca punta il suo obiettivo solo sul settore online, in particolare sul rapporto tra streaming e download, concludendo che servizi come Spotify hanno un duplice – e per molti versi scontato – effetto sulle abitudini del pubblico: riducono significativamente sia la pirateria via BitTorrent che l'acquisto di brani da siti come iTunes. 

Spotify ammazzapirateria. Condotta da Luis Aguilar dell'Institute for Prospective Technological Studies di Siviglia (uno dei poli del Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea) e Joel Waldfogel della University of Minnesota, la ricerca si fa notare soprattutto per due numeri: 47 e 137. Il primo è la stima degli stream che portano alla perdita di un download pirata: ogni 47 ascolti su Spotify, viene scaricata una canzone in meno attraverso BitTorrent.

Sembrano numeri minuscoli, ma riportandoli alle proporzioni dell'era digitale sarebbe un po' come dire che - se le stime corrispondono alla realtà - i due miliardi di ascolti raccolti da Ed Sheeran su Spotify hanno automaticamente generato una riduzione di oltre quaranta milioni di download pirata. E stiamo parlando di un solo artista. La ricerca confermerebbe insomma quello che il fondatore di Spotify Daniel Ek va ripetendo da anni (e che, soprattutto in riferimento ai paesi scandinavi, era già stato descritto da precedenti studi): lo streaming sta contribuendo in maniera decisiva a ridurre la pirateria. 

Spotify ammazzaitunes. A essere buttata via però non è solo l'acqua sporca. Il secondo numero proposto da Aguilar e Waldfogel, 137, sottolinea infatti un altro effetto dello streaming: ogni 137 ascolti su Spotify, viene comprato un brano in meno su negozi come iTunes o Amazon. Anche in questo caso, la ricerca non fa altro che confermare una sensazione già molto diffusa nell'ambiente musicale (e più in generale nell'area dei nuovi consumi tecnologici): lo streaming sta cannibalizzando tutte le forme di download, anche quelle legali, che per almeno un decennio l'industria aveva considerato come la naturale evoluzione commerciale delle vendite di cd.

Tradotta in termini simbolici, è l'ennesima certificazione – almeno in ambito digitale – del trionfo dell'accesso sul possesso. Una nuova mutazione comportamentale, veicolata dalla tecnologia «always connected», che ha già prodotto vittime illustri (l'iPod) e che nei prossimi mesi potrebbe trasformare un negozio/software storicamente basato sul download come iTunes in qualcosa di molto diverso: una stazione di rifornimento stream per Apple Music. 

Effetto zero. Il risultato più interessante che emerge dal lavoro di Aguilar e Waldfogel è quello relativo all'effetto economico del passaggio dal download allo streaming. Secondo i due ricercatori, il rapporto 1/137 della dinamica download/streaming coincide quasi perfettamente con quello tra i ricavi generati dal singolo download e dal singolo stream: «the current industry’s revenue from track sales ($0.82 per sale) and the average payment received per stream ($0.007 per stream)».

Questo significa che se la transizione dal download allo streaming da un lato starebbe allontanando il pubblico dalla pirateria, dall'altro non starebbe producendo alcun effetto economico rilevante – né positivo, né negativo – sul fatturato dell'industria musicale: le royalties pagate da Spotify e dagli altri servizi bilancerebbero i download persi da iTunes & C.

Dando credito a questo risultato, si ottiene un'importante conferma: il problema economico dello streaming – denunciato a più riprese da artisti come Taylor Swift, Adele, Black Keys o Thom Yorke – non starebbe dunque in una diminuzione del fatturato globale, ma in un sostanziale sbilanciamento nella distribuzione della ricchezza, a vantaggio di alcuni protagonisti del settore (principali indiziate: le major) e a discapito di altri (artisti, autori, compositori). 

Dati & riflessioni. Come sempre, i condizionali sono d'obbligo. La ricerca di Aguilar e Waldfogel suggerisce semplici ipotesi, basandosi su quattro voluminose fonti di dati: le classifiche settimanali di Spotify nel periodo tra aprile 2013 e marzo 2015 (il servizio diffonde pubblicamente, suddivisi per nazione, il numero di ascolti dei 200 brani più ascoltati); i dati ufficiali di vendita di download in 21 paesi negli anni 2012 e 2013; i dati di vendita download negli Stati Uniti fino al 2015; il volume di scambio di brani sul network BitTorrent, relativo a un campione di ottomila artisti, sempre nel periodo 2012-2013. Gran parte del lavoro comparativo è stato dunque fatto sui dati compresi tra aprile e dicembre 2013, per i quali esistono informazioni sia su stream, che download legali e pirata.

Un periodo che però, come ammettono i ricercatori, non coincide con quello di massima espansione di Spotify (il cui utilizzo - pur già in crescita nel 2012 e 2013 - si è impennato soprattutto a partire dal 2014). Inoltre, trattandosi di un'analisi focalizzata sul mercato online, offre una fotografia solo parziale su un'industria molto complessa, diversificata e dagli intrecci spesso imprevedibili come è quella della musica, dove - per rimanere nel campo della musica registrata - svolgono un ruolo ancora rilevante supporti fisici come cd e vinili e si stanno sviluppando settori ibridi e di difficile analisi e collocazione come il crowdfunding. La ricerca ci mostra che lo streaming sta gradualmente sostituendo l'acquisto unitario di contenuti web (il download), ma non dice niente su quanto influisca su altri prodotti musicali a pagamento.

Sta influendo anche sul calo dei cd? Ed è in qualche modo legato alla crescita dei vinili? Da questo punto di vista, sarebbe intrigante cercare di capire le relazioni tra i due formati più dinamici della musica degli anni Dieci: streaming e vinili si rivolgono a due diverse categorie di consumatori o sono in qualche modo complementari, entrambi parte dell'esperienza musicale degli appassionati? 

Europa. Ad aggiungere un elemento di interesse alla ricerca, anche dal punto di vista di un suo possibile utilizzo per la definizione delle norme necessarie a regolamentare i nuovi mercati digitali, è il legame diretto con la Commissione Europea.  Il Centro Comune di Ricerca, per cui lavora uno dei due autori dello studio, è un'istituzione che ha l'obiettivo di fornire sostegno scientifico e tecnico indipendente allo sviluppo, all'attuazione e al controllo delle politiche dell'Unione Europea.
Dimostrando gli effetti virtuosi dello streaming nei confronti della pirateria e mettendone in luce gli elementi di neutralità economica digitale per l'industria (e di conseguenza le contraddizioni in fatto di mancanza di trasparenza e di distribuzione delle royalties), lo studio potrebbe contribuire al rafforzamento del settore e a una sua regolamentazione più equilibrata nei confronti di tutte le parti in causa, artisti compresi.  

venerdì 30 ottobre 2015

5X3 non è uguale a 5+5+5: il quiz di matematica che divide Internet

Corriere della sera

di Orsola Riva

Il caso del voto negativo dato al compito (apparentemente corretto) di un bambino di terza. La prof: «Mai confondere definizione e proprietà di un’operazione»

 



Cinque per tre? Fa tre milioni di visitatori su Reddit. Il compito di matematica di un bambino di terza elementare - una semplicissima moltiplicazione fra due numeri naturali, 5 X 3 appunto - è diventato virale su Internet innescando un acceso dibattito fra genitori e prof. Qual è il punto? La consegna data dalla maestra era tradurre la moltiplicazione in una addizione ripetuta. Il bimbo ha quindi scritto che 5X3 è uguale 5+5+5. Una risposta apparentemente esatta, mentre invece la maestra gli ha dato un voto negativo scrivendo di fianco quella che secondo lei era la soluzione giusta, ovvero 3+3+3+3+3. Lo stesso con la seconda domanda che chiedeva di illustrare un’altra moltiplicazione, questa volta 4X6, con una sequenza di tratti uguali: il bambino ha disegnato sei file da quattro, la maestra voleva quattro file da sei.
Consegne matematiche e aspettative dei genitori
Risultato, il bimbo si è beccato due voti negativi. E i genitori di mezzo mondo sono insorti in sua difesa. Ma come, 5 X 3 o 3 X 5 non è la stessa cosa? Nella moltiplicazione fra numeri naturali adesso non vale più la proprietà commutativa? «Certo che vale - risponde la professoressa Elisa Garagnani, docente di matematica e fisica al liceo Archimede di San Giovanni in Persiceto (Bologna) -. Ma quello che i genitori spesso non considerano nel valutare la correzione di un compito è il lavoro che è stato fatto in classe prima della verifica e cosa dunque la maestra o la prof legittimamente si aspettasse dai suoi studenti».
Mai confondere definizione e proprietà di un’operazione
Il punto - spiega la professoressa Garagnani - è che una cosa è la definizione di moltiplicazione, un’altra sono le sue proprietà. Se la maestra in classe aveva definito la moltiplicazione di a X b come a volte b, ovvero la somma del secondo fattore per se stesso tante volte quante il primo fattore (in inglese 5X3 si legge proprio five times three, cioè cinque volte tre), allora ha ragione lei. Se invece aveva già spiegato anche la proprietà commutativa, ovvero che fare a X b o b X a è uguale, allora ha ragione il bimbo.
Non basta la risposta esatta, bisogna ragionare
«Per noi genitori - aggiunge ancora la professoressa - è scontato che far salire su un bus tre gruppi composti da 5 passeggeri o 5 gruppi composti da tre passeggeri sia la stessa cosa. Ma il bambini lo devono scoprire pian piano. Solo quando hanno raggiunto questa consapevolezza potranno scegliere il modo a loro più comodo per risolvere una moltiplicazione e quindi decidere se per loro sia meglio fare tre volte cinque o cinque volte tre». Insomma la risposta del bambino è corretta in termini assoluti ma potrebbe non essere quella che la maestra altrettanto giustamente si aspettava sulla base del lavoro svolto in classe fino a quel momento.

«Non basta dare la risposta giusta, noi vogliamo che gli studenti capiscano cosa stanno facendo», ha argomentato Diane Briars, presidente del National Council of teachers of Mathematics americano, intervenendo in difesa della maestra. «Io non ho abbastanza elementi per dire chi ha ragione - dice più prudentemente la professoressa Garagnani -. Bisognerebbe sapere dov’erano arrivati col programma». Resta comunque aperta la questione, più pedagogica che matematica, se sia giusto o meno dare un voto negativo al bambino che, strappando in avanti, potrebbe aver scoperto da solo la proprietà commutativa prima che venisse spiegata in classe...

29 ottobre 2015 (modifica il 29 ottobre 2015 | 17:17)

Banconote false in negozi e super È caccia alla «Zecca» clandestina

Corriere della sera

di Andrea Galli

Inchiesta dei carabinieri, un’indagata e un arrestato per 50 e 20 euro finti. I carabinieri sono risaliti a una casalinga, una donna di quarantotto anni la cui abitazione è stata perquisita. I due si erano dati alle spese pazze



La caccia dei carabinieri è appena all’inizio. Non tanto e non soltanto per il profilo criminale dei primi due incastrati, un’anonima casalinga, denunciata, e un (all’apparenza) tranquillo operaio arrestato e peraltro non insospettabile, avendo dei precedenti specifici. Si cerca la grande zecca clandestina che sta fabbricando banconote false, specie da cinquanta euro, immesse sul mercato e utilizzate dai due che a Pioltello s’erano dati alle «pazze» spese, facendo compere in negozi di vario tipo e in un supermercato dell’Esselunga.

A dar l’allarme sono stati proprio i commercianti di Pioltello, insospettiti dalla poderosa crescita negli ultimi giorni di pagamenti cash in cinquanta euro. I carabinieri sono risaliti alla casalinga, una donna di quarantotto anni la cui abitazione è stata perquisita. In casa non c’erano soldi taroccati ma lei, a precise domande, nella speranza di salvarsi il più possibile, ha subito fatto il nome dell’operaio, di cinquantanove anni, sposato, con figli, con un lavoro, che invece era «pieno» di merce. Nel suo appartamento sono state trovate quattrocento banconote da venti euro, false anche queste seppur di ottima «qualità».
L’antica «arte»
Sembrava una tipologia criminale in estinzione, legata com’è a un’altra era. Invece i falsari ci sono ancora, o sono tornati con prepotenza. Del resto già nel 2011 la Banca d’Italia aveva evidenziato la massiccia presenza di banconote irregolari: in Lombardia erano state scoperte 16.490 banconote false e di quelle 7.984 erano state rinvenute qui in città, per una media di 22 banconote taroccate al giorno. Ora, Pioltello potrebbe essere una traccia per circoscrivere geograficamente la zona di «fabbricazione», ma gli investigatori non escludono che la base possa trovarsi altrove, a Milano come in Lombardia se non fuori regione. Solitamente i livelli «operativi» sono due: sopra c’è il circuito ristretto dei falsari e sotto c’è il gruppo più allargato dei «distributori», delle persone che immettono fisicamente il denaro in circolazione.

Potrebbe risultare decisivo, sempre che si decida a parlare e a svelare particolari utili alle indagini, l’eventuale racconto dell’operaio, che come abbiamo detto ha avuto un trascorso nel «ramo» e potrebbe essere legato ai vertici dell’organizzazione. Capita frequentemente che detenuti incarcerati per la falsificazione di denaro, una volta usciti di prigione, dinanzi alla possibilità di cercarsi un’occupazione scelgano invece di riaffidarsi all’antica «arte». E ancor più frequentemente capita che i recidivi tornino al punto di partenza: l’operaio è finito a San Vittore.

30 ottobre 2015 | 09:50

Aria pura e noia a Gorreto, il paese più vecchio d’Europa

La Stampa
niccolò zancan

L’età media è 65,1 anni: ad abbassarla la bimba di una coppia romena



Seduto sull’unica panchina, con la statale 45 alle spalle, il pensionato Giorgio Boretti medita la fuga: «Non vedo l’ora di andarmene da qui. Non succede mai niente. Non c’è nessuno. Si fa fatica a mettere insieme la compagnia per una partita di scopone». Sul ponte del Trebbia la pensionata Maria Adelaide Nicoletti sta tendendo lo striscione che annuncia la prossima castagnata: «Aria buona. Pace. Quando in città soffocano, qui mettiamo il maglioncino. Dobbiamo fare qualcosa per convincere i giovani a scegliere il nostro stile di vita». Dicono che il futuro assomiglierà a questo mondo di soli anziani. Anziani ancora giovani, pieni di desideri e tempo da spendere. Gorreto è il paese con l’età media più alta d’Europa. Non è un record di cui essere orgogliosi, ma il risultato di un calcolo algebrico: la somma degli anni divisa per i 94 residenti. Risultato: 65,1.



«Non sono contenta di questa notizia - dice la signora Stefi, proprietaria dell’unico bar - ho paura che i ladri possano prenderci di mira. Potrebbero pensare che siamo un paese più vulnerabile di altri. Lo sapevate che dopo le sei di sera i carabinieri chiudono e per le emergenze devono venire su da Chiavari?». Chiavari è a più di un’ora d’auto, ed è tutta un’altra storia. Questa è Liguria interna di curve e boschi, all’incrocio con Piemonte ed Emilia Romagna. La statale 45 collega Genova a Piacenza, il porto alla pianura padana. Era stata voluta da Napoleone, ed è rimasta come allora.

Chi è il più anziano di Gorreto? «Forse la Pina, forse Elia. Il Merigo è del ’28. Forse Agnese che ne ha 86». E meno male che c’è Chiara Galìn, 2 anni, la figlia di Eusebio e Gabriela, arrivati nel 2004 da Bacau, Romania. «Quando è nata mia figlia, si sono precipitati i giornalisti locali per fare la foto.

Hanno messo Chiara in prima pagina. Perché era la prima bambina degli ultimi dieci anni». Prima di lei, c’era stata la figlia del direttore della filiale della banca Carige. E prima ancora? Al bar non ricordano. Ma dopo Chiara, questo è certo: nessuno. Sulla vecchia facciata del Comune è rimasta la vernice del ventennio: «Fascio di combattimento di Gorreto».Dietro, resiste persino quella che risale alla Grande Guerra. Il ristorante da Attilio ha chiuso sedici anni fa: «Si mangiava veramente bene. Pansotti al sugo di lepre».

Tutto è ricordo di un mondo che non c’è più: «Qui c’era un sarto, là il macellaio, avevamo la ferramenta e il ciabattino». L’unico migrante è stato accolto come una benedizione. «Sono stato adottato subito - dice Eusebio Galìn - il secondo giorno mi sono sentito a casa. Ho trovato lavoro in una piccola impresa edile. Ristrutturiamo le cascine dei villeggianti che vengono d’estate. Ho incontrato soltanto persone gentili. L’affitto costa 200 euro. Ho la stufa a legna. L’inverno è molto duro, lavoriamo meno e le giornate non finiscono mai». 

Il destino del record di Gorreto è legato a due incognite. Una riguarda le scelte della famiglia Galìn: «Quando la bambina avrà 5 anni, si porrà il problema della scuola. E poi la crisi ha ridotto molto il lavoro. Con mia moglie stiamo pensando di tornare in Romania». Senza la piccola Chiara, l’età media del paese avrebbe un’impennata definitiva.

A meno che non si trasferiscano qui i nipoti della signora Nicoletti: «Stanno a Voghera. Ma il marito di mia figlia ha deciso di gestire un campeggio in questa zona. E allora potrebbero decidere di cambiare tutti vita. I bambini hanno 3, 7 e 12 anni. Caldeggio questa scelta. Qui non abbiamo stress, l’orto ci dà grandi soddisfazioni con zucche, zucchine, fave, bietole e piselli. E il signor Verdicchio ha appena aperto una biblioteca…».

Anche il sindaco, Sergio Capelli, intende combattere: «Ci servono soldi per ristrutturare la strada. Abbiamo un castello del 1600 ma sta cadendo a pezzi. Dobbiamo compararlo e ristrutturarlo. Dobbiamo attrarre pendolari e turisti. Dobbiamo preservare il germoglio della vita». Il sole sparisce presto dietro le montagne. Profumo di legna bruciata. Silenzio. C’è un uomo che considera tutto questa quiete una fortuna meravigliosa. Si chiama Paolo Salomoni e gestisce l’albergo Miramonti: «Ho fatto una piccola ricerca sul web.

In Trentino ci sono 46 abitanti per chilometro quadrato, 27 in Val d’Aosta, 0,4 in Alaska. E qui? Provate a indovinare...». La Val Trebbia come l’Alaska? «Quasi. Siamo a 0,7 per chilometro. Non esiste un altro posto in Italia con l’aria così pulita. Una valle intonsa è una grande attrazione. Il nostro torrente ha caratteristiche uniche. Il primo ad accorgersene era stato Hemingway, che aveva definito questa valle la più bella del mondo. Ecco perché riusciamo a portare qui ogni anno 5 mila moschisti da tutta Europa».

Moschisti? «Appassionati di pesca a mosca. Arrivano da Udine e da Reggio Calabria, dalla Svezia e dall’Inghilterra. Trovano un torrente incontaminato, il silenzio che serve. Le nostre trote sono leggendarie…». Per la serie: come trasformare un’apparente sciagura in un’occasione di futuro. Allora, forse, altri bambini nasceranno. 

Se vogliamo Marte, sarà meglio realizzare una base sulla Luna”

La Stampa
antonio lo campo

A Roma la lezione di Charles Duke, astronauta da record con l’Apollo 16



«Marte è il grande obiettivo dell’esplorazione spaziale. Tutti vorrebbero andarci, sbarcare lì e persino colonizzarlo. Ma non è semplice. Ci vorrà tempo e bisogna investire molte risorse. Ma un fatto è certo: ci arriveremo».

Charles Duke, 80 anni compiuti lo scorso 3 ottobre, è sempre in gran forma. È uno dei «magnifici 12» che hanno camminato sulla Luna. Lo fece nell’aprile 1972 con la missione Apollo 16, per la quale era pilota del modulo lunare. Circa 70 ore trascorse con John Young sul nostro satellite, nella vallata di Cartesio-Cayley, e 20 ore di «passeggiate seleniche» anche a bordo del «rover» a quattro ruote (contro le due e mezza del primo allunaggio del luglio 1969).


PATZAN
 (Charles Duke nella foto ufficiale della Nasa del 1972 )

Ieri era in visita a Roma, dove ha tenuto una conferenza all’Università La Sapienza, organizzata da Marcello Onofri, direttore del Centro Ricerche Aerospaziali dell’ateneo. Ha così ripercorso i momenti salienti dell’Apollo 16 e ha parlato di presente e futuro delle imprese spaziali: «Le nuove generazioni sbarcheranno sul Pianeta Rosso - ha detto -. Abbiamo già acquisito molte competenze per farlo, ma ci sono ancora molti passi da compiere. Anche perché l’obiettivo è di fare arrivare uomini su Marte, ma anche di farli tornare sulla Terra sani e salvi...».

«Io credo, però, che anche il ritorno sulla Luna sia importante - ha sottolineato - e questo potrà avvenire ancora prima di arrivare a Marte. La vostra - ha detto rivolgendosi agli studenti - è la generazione che tornerà sulla Luna». Duke ha quindi mostrato un video che mostra come Neil Armstrong, durante la discesa dell’Apollo 11, riuscì ad allunare sorvolando un grande cratere: «Per quella missione, a Houston, ero il “comunicatore” con Armstrong e Aldrin. Furono momenti concitati. L’allunaggio non poteva certo avvenire in quel cratere e Neil e Buzz furono bravissimi».


PATZAN
(Charles Duke oggi, l’astronauta ha appena compiuto 80 anni)

Duke era stato scelto proprio dai due primi uomini sulla Luna, anche perché sapeva tutto del Lem, il modulo di allunaggio. «Dissi: ok, Base Tranquillità! Ma in realtà ero talmente emozionato che, anziché dire “Tranquillity”, dissi “Tianquillity” o qualcosa del genere».

Poi Duke entra a far parte dell’equipaggio di riserva per l’Apollo 13. E ricorda il film di Ron Howard: «Ha saputo catturare il dramma di quella missione. Un fallimento sì, ma di grande successo». Poi, finalmente, il 16 aprile 1972, il lancio verso la Luna, con Young e Mattingly. «Alla partenza in cima al gigantesco Saturno 5 - ha ricordato - il mio cuore andava a 140 battiti al secondo. Quello di Young a 70. Gli lanciai un’occhiata e lui mi guardò rassicurante: era stato già lanciato con l’Apollo 10 e conosceva quei momenti. Il razzo vibrava, si scuoteva, non me l’aspettavo così. In soli 12 minuti ci portò nell’orbita terrestre».

«Per noi astronauti Apollo fu un’esperienza straordinaria e un’avventura unica, anche se difficile, che ci costrinse a molti sacrifici. La conquista della Luna è servita molto sulla Terra, perché quel programma offrì la possibilità a 400 mila persone di lavorare per anni ad un obiettivo davvero straordinario».

E adesso ci tornerebbe sulla Luna? «Certo, subito! Anche perché una base lassù sarebbe utile anche per il grande balzo verso il Pianeta Rosso».

Così licenzio prima della sentenza i dipendenti pubblici infedeli”

La Stampa
franco giubilei

La cacciatrice di furbetti: in 15 anni fuori venti lavoratori “Un vantaggio per i contribuenti e per chi fa il suo dovere”



Il baluardo contro il malcostume negli enti locali esiste, ha sede a Lugo e porta il nome chilometrico di Ufficio associato interprovinciale per la prevenzione e la risoluzione delle patologie del rapporto di lavoro. 

In quindici anni di vita, questo organismo ha individuato e licenziato venti dipendenti pubblici che per vari motivi, dall’assenteismo al peculato, dalla corruzione alla violenza, sono stati sottoposti a procedimento disciplinare ben prima che la giustizia penale compisse il suo corso interminabile. Oggi l’ufficio, progettato e diretto da una dirigente dell’Unione comuni della bassa Romagna, Sylvia Kranz, controlla l’operato di ottanta comuni emiliano romagnoli e di quattro del Viterbese, ma le richieste di consulenza ormai fioccano anche da altre regioni come Piemonte e Abruzzo.

RICHIESTE DA ALTRE REGIONI
Spiega la Kranz: «Nel tempo si è trasformata in una cosa un po’ complicata da gestire per l’alto numero di procedimenti, circa cento all’anno – spiega la responsabile -, tanto che già nel 2013 abbiamo proposto un progetto al ministero della Funzione pubblica per costituire uffici analoghi al nostro in ogni regione, in modo da replicare il nostro prototipo». L’allora ministro diede il suo assenso, poi il governo cambiò e ne venne informato anche l’attuale ministro Madia. In attesa che da Roma approvino un’operazione a costo zero per le casse dello Stato, la dirigente ricorda i casi più clamorosi che le sono capitati: come il dipendente comunale che andava a timbrare indossando un pigiama sotto i vestiti, un po’ stile Sanremo, o l’altro impiegato che si era addirittura portato a casa l’orologio marcatempo per gestirsi al meglio l’orario di “lavoro”. Il primo, condannato in primo grado, è stato licenziato già prima dell’udienza. 

IN UFFICIO ALL’ALBA
Il secondo era stato segnalato alla Kranz da un dirigente che aveva notato incongruenze negli orari, come quando il dipendente era figurato in comune già alle 6,30 del mattino. Denunciato ai carabinieri, è stato condannato per direttissima e licenziato. «La nostra attività assicura la maggiore imparzialità possibile, perché soprattutto nei piccoli comuni non sanno come gestire queste situazioni e preferiscono aspettare la decisione del giudice – aggiunge la Kranz –. Il processo però può durare dai 6 ai 10 anni, e intanto tocca continuare a pagare il dipendente. Invece i due piani, quello disciplinare e quello penale, sono distinti: non è detto che ciò che serve per licenziare una persona sia necessario per condannarla. La nostra opera conviene sia ai dipendenti onesti che ai contribuenti italiani». 

«CI ACCOLGONO BENE»
Verrebbe da pensare che un’iniziativa del genere possa essere accolta con qualche diffidenza negli uffici pubblici dove si vede intervenire un controllore, qualcuno che in veste istituzionale viene a verificare che il comportamento del personale sia conforme alle regole, magari chiamato in causa da un superiore o da qualche collega, invece la direttrice del servizio, unico in Italia nel suo genere, in base a un’esperienza maturata negli anni assicura che l’accoglienza è buona: «Sono vicende delicate, da gestire con prudenza e attenzione, perché un procedimento disciplinare comporta comunque disagio e stress in chi lo subisce, ma generalmente sono vista dal sindaco come qualcuno che risolve problemi. Quanto ai colleghi, normalmente ti vedono bene quando intervieni: capiscono che agisco per il bene dei dipendenti onesti, è anche una forma di risarcimento morale per chi fa onestamente il suo dovere». 

Moroso” da quando ha 2 anni: un bambino di Alessandria è il più giovane perseguitato dal Fisco

La Stampa
miriam massone



Ora ha 10 anni, frequenta la quinta elementare ma da quando andava all’asilo è perseguitato da Equitalia. Non sa ancora cosa sono le tasse, non capisce perché a casa sua una mattina, mentre giocava con mamma Amalia, è entrato un ufficiale giudiziario che ha chiesto di vederlo. Ha soltanto capito che da 8 anni qualcuno crede che lui abbia acquistato un telefonino: «Ogni tanto mi chiede: “Mamma, ma davvero io ho comprato un cellulare?”» dice Amalia Iudicone, 41 anni, sventolando le cartelle di Equitalia e dell’Agenzia delle Entrate. Quei fogli ormai consumati non li ha mai potuti archiviare, li deve tenere sempre a portata di mano sulla credenza del suo appartamento al piano terra di una palazzina alla periferia di Alessandria perché da 8 anni ancora non ha messo la parola «fine» a questa vicenda assurda. 

Sembrava un disguido facilmente risolvibile
All’inizio sembrava soltanto un disguido, risolvibile con una manciata di carte bollate e tante scuse, ma poi è diventato un incubo. Nel 2007 il bimbo aveva 2 anni e secondo Equitalia era già «moroso verso la società di telefonia mobile H3G per una serie di fatture mai pagate», si legge nella denuncia che Amalia ha poi presentato ai carabinieri di Alessandria a giugno del 2010. In pratica era accusato di aver acquistato con contratto un telefono cellulare e di non aver mai pagato le tasse di registrazione del canone con relativi interessi.

«Per carità, non è una cifra pazzesca, ma è il principio che conta: non posso pagare, sarebbe come ammettere che mio figlio a 2 anni quel telefono l’ha davvero comprato» dice la mamma. Oggi la cifra che dovrebbe al Fisco è di 166,59 euro, ovvero la somma di tre fatture contestate. All’epoca quando il postino ha recapitato la prima busta di Equitalia intestata al piccolo, sembrava talmente palese l’errore da poterlo dimostrare, e risolvere, senza troppa fatica. Ma a quanto pare così non è stato. 


FOTOSEDE
Arriva l’ufficiale giudiziario

«Ho provato a contattare la H3G, sono andata in un negozio di piazza Garibaldi ad Alessandria: mi hanno detto che non potevano farci nulla, allora ho telefonato ma non ne sono venuta a capo, secondo loro si tratta di un caso di omonimia. Quel telefono potrebbe averlo comprato, cioè, un signore che sta a Casale Monferrato e che è nato nel 1944». Ma non basta. Allora, la staffetta tra Agenzia delle Entrate ed Equitalia: servono prove per dimostrare l’omonimia. «A quanto pare nessuno è riuscito a capire e aiutarmi: mi dicevano che dipendeva dall’una, poi dall’altra». Insomma, Amalia si perde nel labirinto della burocrazia.

A un certo punto, dopo esser stata rimbalzata tra gli uffici, decide di andare in caserma: «Ho presentato denuncia per furto di identità». Ma nemmeno quella è servita. Un giorno le mandano a casa l’ufficiale giudiziario: «Quando è entrato ha chiesto di vedere la persona che corrispondeva al nominativo del moroso, e pure lui è rimasto sorpreso nel trovare un bimbo di poco più di 2 anni e mi ha assicurato che avrebbe fatto rapporto per chiarire tutto». 

L’incubo non è ancora finito
Sembrava che la questione fosse risolta, ma quest’anno Equitalia è tornata a bussare alla sua porta. «E’ incredibile e mi impegno ad aiutare la signora Amalia a risolvere definitivamente questa situazione, al più presto» dice Luigi Laratta, responsabile di Alleanza Consumatori alla quale si è affidata la famiglia. Equitalia deve «liberare» il bambino prima che compia 18 anni e che si ritrovi nella banca dati dei cattivi pagatori per un cellulare mai acquistato: «Altrimenti li denuncio per stalking».

Mille euro al minuto a un comunista

Alessandro Sallusti - Gio, 29/10/2015 - 14:32

L'ex ministro greco Varoufakis ospite da Fazio per 24mila euro. Il canone serve a questo?



Mille euro al minuto. È quanto la Rai ha pagato Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco, per sparare pirlate a «Che tempo che fa», il salotto televisivo personale di Fabio Fazio.

Ventidue minuti, andati in onda il 27 settembre, che urlano vendetta. Non è la cifra in sé, 24mila euro appunto, più viaggio aereo pagato in prima classe, ma lo sperpero di denaro pubblico. Con in più la beffa che a staccare l'assegno è stato il più moralista dei conduttori tv a favore del più comunista dei politici europei, quello che aveva fatto accorrere ad Atene a osannarlo una nutrita pattuglia della sinistra italiana a inneggiare agli eroi di Tsipras.

Lungi da noi cadere nel facile moralismo. Se uno ha mercato è giusto che incassi il dovuto. Non ci formalizziamo. È che non capiamo che mercato possa avere mister Varoufakis, economista messo al bando sia dall'Europa sia dal suo Paese. Lo hanno cacciato e a quanto risulta, nel suo girovagare per tv e salotti di mezzo mondo, noi italiani siamo stati gli unici a pagare per godere del suo verbo.

Il che stride con il pianto, anche quello greco, di chi ci governa e lamenta mancanza di liquidità. Si tolgono soldi ai pensionati e poi, via Rai, si sprecano euro con i comunisti chic. Si sfora il debito e il premier si compra un nuovo lussuoso aereo. Si spendono 3 miliardi per l'emergenza immigrati e non c'è un soldo in più per i terremotati dell'Emilia e gli alluvionati della Campania.

Se è così che Renzi e i neo-nominati vertici della Rai pensano di usare i soldi di quella nuova tassa occulta che è il canone in bolletta Enel, allora siamo alla truffa. Sanno gli italiani che la Rai spende due dei loro milioni ogni anno per pagare Fabio Fazio? E sanno che Luciana Littizzetto, spalla del conduttore buonista, è ricompensata con ventimila euro a puntata? Credo che a molti verrebbe voglia di farsi staccare la luce da Renzi, piuttosto che vedere buttati così i propri risparmi. Che tanto, per sapere «Che tempo che fa» basta leggere le previsioni o guardare fuori dalla finestra.

Quell'ossessione dello Stato di regolare la nostra vita

Piero Ostellino - Gio, 29/10/2015 - 14:48

In Italia, sul cibo, c'è la stessa ossessione regolamentatrice dell'Unione Sovietica

L'idea che si possano, anzi, si debbano, regolamentare i comportamenti sociali, non lasciando il minimo spazio allo spontaneismo individuale e collettivo è l'ossessione di ogni politica.

Particolarmente affetto ne è quel filone della politica, eredità del razionalismo settecentesco, che si è storicamente incarnato nella sinistra dopo la Rivoluzione bolscevica e la nascita dell'Unione Sovietica. Ho ritrovato, e osservato, tale ossessione in due Paesi che hanno interpretato la politica da versanti opposti, pervenendo a risultati profondamente diversi.

In Unione Sovietica non c'era ambito della società civile che la politica non volesse regolamentare e non regolamentasse. Il risultato era stata l'estrema esasperazione del sistema politico totalitario che aveva soffocato l'intera società civile russa, mentre, di converso, lo spontaneismo sociale promuoveva quella cinese, empirica e sperimentale.

In Cina, la convinzione che solo lasciando alla società civile ampi ambiti di autonomia, soprattutto economica, il Paese sarebbe uscito dal dirigismo maoista e decollato verso la modernità e la crescita, ha dato i suoi frutti; oggi, la Repubblica popolare cinese è uno dei Paesi al mondo esemplari di più felice combinazione fra spontaneismo sociale e sviluppo economico, modernizzazione, crescita economica e sociale. Ricordo che, quand'ero in Cina, avevo osservato, e apprezzato lo spirito di iniziativa di certi cinesi, maschi e femmine, che avevano affrontato l'avventura liberista, godendo e approfittando della libertà che la politica lasciava loro di intraprendere e commerciare.

Ho ritrovato la stessa ossessione regolamentatrice sovietica, da noi, in Italia, da parte soprattutto di quel filone politico, terreno di sperimentazione, da parte del Partito comunista, che aveva guardato all'Urss come ad un modello da imitare, e, entro certi limiti, da parte della cultura politica e sociale di matrice religiosa, non meno autoritaria di quella comunista. È stata la grande illusione razionalistica prodotta e diffusa dalla Rivoluzione francese con la pretesa di creare, e far crescere, la «società perfetta», dove nulla era lasciato al caso e tutto dipendeva dalla previsione e dalla programmazione politica.

Non credo di sbagliarmi dicendo che l'Italia è il Paese al mondo col maggior numero di permessi, licenze, e divieti e anche quello dove queste forme di razionalismo condizionano la società civile e le impediscono di sviluppare autonomamente le proprie potenzialità. Il guaio è che l'ossessione regolamentatrice fa crescere la domanda di regolamentazione, e, quindi, di politica e di burocrazia ogni volta che si rivela inadeguata ad assolvere le funzioni che le sono impropriamente assegnate...

Personalmente, sono cresciuto culturalmente all'ombra dell'empirismo anglosassone generatore dell'Illuminismo scozzese che si è distinto dal razionalismo francese proprio grazie al suo scetticismo rispetto alle virtù salvifiche della regolamentazione e della conseguente previsione-programmazione razionalistica.

Sono liberale grazie anche a questa formazione culturale della quale sono debitore ad uno dei miei maestri all'Università di Torino di formazione anglosassone e col quale mi sono laureato, Alessandro Passerin d'Entreves, e ho imparato da Norberto Bobbio, l'altro mio grande maestro, a leggere i classici della cultura politica moderna, evitando, allo stesso tempo, di diventare prigioniero del positivismo politico, non meno di quello giuridico, cui era afflitto Bobbio, lui sì convinto erede del razionalismo francese.

Grazie a Bobbio, ho letto David Hume e sono entrato in familiarità con l'empirismo anglosassone e l'Illuminismo scozzese. Detesto ogni pretesa previsionale e programmatrice proprio a ragione della loro scarsissima prevedibilità e capacità di programmazione razionale, e coltivo, con l'empirismo, un sano scetticismo sulle capacità razionali dell'uomo. Per intenderci: non vado in giro con la Dea Ragione sulle spalle come amano fare i razionalisti di tutte le tendenze e, in particolare, quelli di formazione transalpina.

Ho imparato che il mondo è popolato da individui, ciascuno dei quali persegue i propri fini, con i propri mezzi, che coincidono solo inconsapevolmente con quelli degli altri - attraverso quell'empatia della quale parla Adam Smith nella Teoria dei sentimenti morali - in modo spontaneo ricercando il proprio Utile senza attenersi a calcoli previsionali e programmatici altrui...

Se c'è qualcosa - diciamo pure molto! - che non va nella politica italiana è la convinzione si possano regolamentare i comportamenti sociali attraverso permessi, licenze, divieti che, poi, si rivelano l'ostacolo a quello spontaneismo che sta a fondamento della dottrina liberale e della nostra civilizzazione. Mi auguro, come ho scritto recentemente, che Berlusconi faccia iniezioni di empirismo e di liberalismo nella propria cultura politica e in quella di Forza Italia. Ce n'è effettivamente bisogno...

giovedì 29 ottobre 2015

L’anti-furbetto di Novara: “In pensione dalla Provincia lavorerò gratis per un anno”

La Stampa
claudio bressani

I “suoi” uffici sarebbero rimasti senza guida



Lavora alla Provincia di Novara il dirigente pubblico meno pagato d’Italia. È Giuseppe Gambaro, l’ingegnere capo che guida il settore viabilità (800 chilometri di strade) e ha anche la reggenza dell’edilizia. Il suo stipendio è pari a zero. Proprio così: ha firmato un contratto che prevede, per un anno, un incarico dirigenziale «a titolo gratuito».

Da quando, il 16 ottobre, è diventato esecutivo il suo prepensionamento, non richiesto ma imposto dall’ente in base alla legge che consente di «rottamare» il personale ritenuto in soprannumero, la sua vita non è cambiata: va in ufficio come tutte le mattine, studia le pratiche, firma gli atti di sua competenza, presiede alle gare. Solo che il 27 del mese non riceve lo stipendio di prima, pari a 96.860 euro lordi nel 2014. 

È vero, ha la pensione, ma potrebbe godersela andando al bar o magari a funghi, la sua passione. Invece continua ad andare in ufficio tutti i giorni. «Ho tre figli, ma ancora nessun nipotino - dice - abito vicino a Novara e poi tutta la mia vita è stata in quegli uffici. Ora la Provincia attraversa un periodo di forte difficoltà: il personale va in pensione e non si può più assumerne nessuno. Siamo rimasti solo due dirigenti tecnici e l’altro è in convalescenza per un infortunio: non sapevano più come fare».

È PERMESSO DALLA LEGGE
E così ecco l’idea: utilizzare la legge 124 di quest’anno che vieta di assegnare consulenze retribuite ai dipendenti pubblici andati in pensione. Sono consentiti solo gli incarichi a titolo gratuito e la possibilità è stata estesa anche a quelli dirigenziali, per la durata massima di un anno non prorogabile. 

«L’amministrazione me l’ha proposto - dice Gambaro - e io ho dato la mia disponibilità. Era necessario un incarico dirigenziale perché per firmare certi atti non basta un consulente o un collaboratore». Laureato in ingegneria civile, Giuseppe Gambaro ha 62 anni e ne ha maturati 33 di servizio alla Provincia di Novara, che salgono a 41 con riscatti e ricongiunzione. Era dirigente dal 1988.

«A noi - commenta il presidente della Provincia di Novara Matteo Besozzi, uno dei tanti enti in pre-dissesto a causa dei tagli dei trasferimenti statali - questa soluzione fa solo piacere. Nell’attuale fase di riassetto i dirigenti sono sempre meno: ormai ce sono rimasti solo sei, tutti con incarichi in almeno due, ma anche tre o quattro settori. Così possiamo assicurare continuità nella direzione degli uffici». 

«NON SIAMO TUTTI UGUALI»
Resta una curiosità: cosa pensa il dirigente-volontario quando legge storie come quella dei «furbetti del cartellino» al Comune di Sanremo? «Cosa vuole che pensi. La gente a volte ti guarda storto perché fa di tutta l’erba un fascio. Ma i dipendenti pubblici non sono tutti così».

Mangiare salsicce a Teheran: rivoluzione, Islam e carne di maiale

Corriere della sera
di Viviana Mazza

Il ritorno dall’esilio dell’ayatollah Khomeini nel febbraio 1979 (Reuters)
Il ritorno dall’esilio dell’ayatollah Khomeini nel febbraio 1979 (Reuters)

Nell’Islam la carne di maiale è haram, proibita — lo dice esplicitamente il Corano — , e dunque alcuni Paesi come l’Iran (ma anche per esempio l’Arabia Saudita e il Qatar) ne vietano la produzione, le importazioni, la vendita. Non è sempre stato così in Iran. Prima della rivoluzione islamica del 1979, la carne suina — sotto forma soprattutto di affettati e di hot dog — era disponibile nelle principali città iraniane, come lo era d’altronde l’alcol.

Negli anni Sessanta in Iran si macellavano 16 mila maiali l’anno per produrre 1.200 tonnellate di carne suina. Negli anni Settanta erano diventati 18 mila l’anno con un output di 1400-1500 tonnellate. Tra il 1974 e il 1978 stavano crescendo anche le importazioni di questo prodotto, a fronte di una crescita della popolazione che in generale l’agricoltura e l’allevamento locali iniziavano a far fatica a soddisfare.Comunque, pur essendo la carne più mangiata del mondo, il maiale non ha mai goduto di grande successo in Iran.

Anche sotto lo Scià, altri tipi di carne — bovina o di pecora —, erano già nettamente dominanti, con una produzione di 100-150 mila tonnellate annuali. È un cibo prevalentemente legato alle minoranze non-musulmane. I numeri della produzione di carne suina nell’Iran pre-rivoluzionario sono comparabili con quelli di un altro Paese a maggioranza musulmana, l’Egitto, dove gli allevatori di maiali sono tradizionalmente copti. La Spagna cattolica, invece, che come l’Iran aveva nel 1979 una popolazione sui 37milioni di abitanti, sfornava non 1500 ma 600 mila tonnellate di carne suina l’anno.

A partire dal 1980 la produzione e le importazioni di suino in Iran si azzerano del tutto secondo i dati della Fao. Ma questo non significa che il paese abbia smesso del tutto di mangiare carni proibite. I dati non lo mostrano, ma a negozianti cristiani che servono la propria comunità è stato di fatto consentito di continuare a venderla. Un professore della George Mason University disse una ventina di anni fa in un rapporto Onu che gli armeni e altri cristiani restavano solitamente liberi di comprare la carne haram gli uni dagli altri.

Il sito iraniano Tabnak pubblicava l’anno scorso un articolo dal titolo «Mangiare salsicce di maiale a Teheran», spiegando che «il sistema poroso di importazioni permette l’accesso di prodotti proibiti» come salsicce e affettati di suino e di cinghiale. «Osservazioni sul campo indicano che alcuni ristoranti e fast food di Teheran servano panini al prosciutto. Per lo più i clienti appartengono alle minoranze religiose», spiegava il sito. Aggiungeva che è possibile anche fare ordinazioni per telefono (a prezzi non modici): «un chilo di salsiccia di maiale per 47 dollari e un chilo di carne di cinghiale per 55».

Inoltre ciò che è vietato non è per questo inaccessibile ai musulmani. Come l’alcol, così anche la carne suina sono acquistabili oggi sul «mercato nero». Sui giornali persiani non appaiono solitamente notizie di squadre della sicurezza che facciano irruzione ai party arrestando giovani che addentano panini col salame, ma esistono ristoranti senza licenza (e dunque senza ispezioni) dove puoi chiedere di mangiare il maiale (anche se non è scritto sul menu).

Una cliente spiegava di recente al sito di France24 di frequentare uno di questi locali in cerca di «cibi come l’aragosta, che fino a pochi anni fa veniva servita regolarmente e legalmente, finché i conservatori non hanno protestato dicendo che anch’essa viola la sharia» (il tema è dibattuto, ma c’è chi considera proibiti anche certi tipi di crostacei). E mentre maiale e crostacei sono relegati alla clandestinità, negli ultimi anni si è assistito al grande revival del cammello, da sempre un prodotto di nicchia in Iran ma che dopo la rivoluzione (e sotto sanzioni) ha il pregio di essere halal e autoctono.

In una certa misura, poi, il consumo di carne proibita è avvenuto anche «inconsciamente». Uno studio condotto da tre ricercatori iraniani del centro di ricerche sulle biotecnologie dell’Università islamica Azad ha rivelato che la carne halal non è sempre così pura come si potrebbe credere. Hanno analizzato 224 prodotti a base di carne comprati in diversi mercati iraniani: 68 salsicce, 48 hot dog, 55 hamburger, 53 affettati. L’esame del Dna ha rivelato che 6 delle 68 salsicce, 4 dei 48 hot dog, 4 dei 55 hamburger e 3 dei 53 affettati contenevano anche carne suina.

Infine, va notato che il maiale resta un tema sensibile anche in Paesi musulmani più flessibili sull’argomento, come lo è l’Egitto, dove l’allevamento locale continua ad essere ufficialmente documentato dalla Fao fino ai giorni nostri. Ma osservando i dati, si può notare un calo netto nella produzione nel 2009. Quell’anno il governo egiziano — ed era il regime «laico» di Mubarak — ordinò l’uccisione di massa di oltre 150 mila maiali come risposta alla «febbre suina», anche se l’Organizzazione mondiale della Sanità spiegava che massacrare le bestie era inutile e controproducente dato che non avrebbero trasmesso il virus agli esseri umani. La comunità copta ne fu duramente danneggiata e l’ha vissuta come un’ennesima discriminazione legata alla visione del maiale come animale impuro nella cultura musulmana.

mercoledì 28 ottobre 2015

Profughi, la beffa delle quote Dall’Italia all’estero solo 90 migranti in un mese

Corriere della sera
di Fiorenza Sarzanini

Dovevano essere trasferiti 40 mila rifugiati: finora accolte 525 richieste. Roma ha speso oltre 1 miliardo e ricevuto 310 milioni



Il piano era chiaro: 40 mila migranti da trasferire in due anni. Eritrei e siriani via dall’Italia per essere ospitati negli Stati dell’Unione Europea che avevano accettato l’agenda messa a punto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker. Un mese dopo la sigla dell’accordo siglato per «alleggerire» la situazione anche in Grecia e Ungheria dopo le migliaia di arrivi dei mesi scorsi, il progetto si rivela quello che in molti temevano: un flop. Per raggiungere il risultato bisognava infatti far partire 80 stranieri al giorno. E invece in un mese soltanto 90 hanno lasciato il nostro Paese: 40 sono andati in Svezia, 50 in Finlandia.
I «nulla osta» sono solo 525
Gli altri rimangono in attesa e a scorrere la lista delle disponibilità rischiano di dover aspettare per mesi, forse per sempre. Perché sono appena 525 le richieste accolte, ma nessuna con effetto immediato. Si materializzano dunque i timori del ministro dell’Interno Angelino Alfano che aveva più volte ribadito la linea del governo: «Apriremo i cinque “hotspot” imposti dalla Ue per effettuare l’identificazione e il fotosegnalamento dei migranti soltanto quando andrà a regime la redistribuzione». E infatti al momento funziona in via sperimentale soltanto Lampedusa, sul resto la partita è aperta. E certamente - soprattutto dopo il chiarimento proveniente proprio da Juncker - il governo farà pesare il proprio impegno nell’accoglienza per ottenere da Bruxelles la maggiore flessibilità possibile nella tenuta dei conti pubblici. Anche tenendo conto che solo per quest’anno i costi hanno superato il miliardo di euro.
Dieci in Germania venti in Francia
Il sistema «Dublinet» è una sorta di cervellone dove vengono inserite le schede di tutti gli stranieri «registrati» e le indicazioni sulle possibili destinazioni. Tutti gli Stati membri sono collegati e gli uffici competenti accedono in tempo reale. In Italia è gestito dal Dipartimento Immigrazione del Viminale diretto dal prefetto Mario Morcone. I richiedenti asilo non possono esprimere preferenza sul Paese dove andare, ma durante il vertice a Bruxelles si era stabilito di tenere conto di eventuali motivi per privilegiare una meta piuttosto che un’altra: presenza di familiari, conoscenza della lingua.

Evidentemente anche questo non è stato però sufficiente per convincere i vari governi a concedere il via libera. La Germania - nonostante la cancelliera Angela Merkel avesse addirittura dichiarato pubblicamente di voler accogliere tutti - ha dato disponibilità per dieci posti. Va un po’ meglio con la Spagna: 50 persone. Appena 20 per la Francia. La Svezia ne può prendere 100, la Finlandia ne accetterà 200. Sul resto, buio totale. Tra i Paesi che avevano mostrato apertura, sia pur timida, c’erano Olanda e Portogallo. E invece nulla, al momento hanno comunicato che non possono prendere nessuno.
Tutto fermo sugli «hotspot»
A questo punto bisogna attrezzarsi. Secondo i dati aggiornati al 25 ottobre sono giunti nel nostro Paese 139.770 persone, tra loro 37.495 eritrei e 7.194 siriani. In tutto sono dunque 44.689 gli stranieri tra i quali si sarebbe dovuto scegliere chi far andare altrove. Rispetto allo scorso anno c’è stata una sensibile diminuzione degli sbarchi, pari al 9 per cento, visto che nel 2014 furono 170.100. Molti di loro sono tuttora presenti e distribuiti nelle strutture governative e in quelle temporanee reperite dalle prefetture nelle Regioni utilizzando anche alberghi, residence, campeggi. L’Italia finora ha speso un miliardo e 100 milioni di euro, dall’Europa è previsto che arrivino appena 310 milioni di euro. Una cifra irrisoria, soprattutto tenendo conto che altri soldi dovranno essere stanziati per l’apertura degli altri «hotspot» a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani.

Per ora si è deciso però di fermare tutto. Visti i primi risultati, il governo ha deciso di bloccare l’apertura dei centri di smistamento. Del resto tutti i tentativi, anche recenti, di varare un piano comunque con gli altri Stati sono falliti miseramente e i numeri contenuti nel cervellone «Dublinet» ne sono la prova più evidente. «Forse perderemo consenso e voti, ma salvando quelle vite salviamo l’idea di Italia», dichiara Matteo Renzi. Il governo dunque conterà sulle proprie forze, ma con la pretesa di ottenere da Bruxelles un margine più ampio sui conti.

fsarzanini@corriere.it 

28 ottobre 2015 (modifica il 28 ottobre 2015 | 07:35)

Gli indirizzi Internet sono esauriti, è l'ora dell’IPv6: in Italia le prime connessioni sono già pronte

La Stampa

di Vincenzo Scagliarini

Dopo il superamento di quattro miliardi di combinazioni è il momento del nuovo protocollo. Ecco dove è già disponibile nel nostro Paese



Nelle ultime settimane in Italia è tornato al centro del dibattito il tema della banda ultralarga e della digitalizzazione. Ma l’infrastruttura Internet sta vivendo un’altra fase cruciale, anche se meno visibile agli utenti. E riguarda tutto il mondo. Gli indirizzi Ip sono ormai esauriti. Nello specifico, la quarta versione del protocollo, IPv4, che permette il collegamento tra i computer alla rete, consente quattro miliardi di combinazioni. È il suo limite storico, che è stato superato nel settembre scorso.
Tra 5 anni 25 miliardi di dispositivi connessi
Gartner ha previsto che quest’anno i dispositivi connessi sfioreranno i 4,9 miliardi. L’istituto di ricerca stima che entro il 2020 cresceranno di altre cinque volte, arrivando a toccare i 25 miliardi. Troppi per l’IPv4, un protocollo vecchio di più di dieci anni. Il maggior responsabile dell'esaurirsi degli indirizzi è l’Internet delle cose: sistemi di sorveglianza, tv e termostati intelligenti. E tutta la nuova generazione di elettrodomestici connessi, come forni, serrature smart e frigoriferi. Ma non è una situazione senza via d’uscita: dal 1998 è pronto il rimpiazzo del protocollo: l’IPv6, che permette di gestire reti da 340 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di indirizzi e coprire qualunque fabbisogno di connettività.
L’IPv6 in 14 città
Nel Regno Unito British Telecom ha annunciato che il passaggio definitivo al nuovo protocollo è previsto per la fine del 2016 e, in Italia, Fastweb è il primo operatore ad aver attivato il nuovo tipo di connessioni per i clienti domestici. Dal 7 settembre tutti i nuovi utenti delle città di Ancona, Bari, Bergamo, Brescia, Busto Arsizio, Legnano, Livorno, Monza, Padova, Pescara, Pisa, Reggio Emilia, Varese e Verona sono attivati direttamente con indirizzi IPv6. Servizio che verrà esteso entro la fine dell’anno a Milano e per l’inizio del 2016 a Roma. Non si tratta del solo provider italiano impegnato nella diffusione del nuovo protocollo, ma nessun altro è in fase così avanzata.
Un passaggio indolore
«Le sperimentazioni di Fastweb sono iniziate nel 2011, quando l’azienda – primo operatore italiano – ha partecipato al primo IPv6 World Day. Da allora è iniziato un percorso che ha portato a lanci graduali» fa sapere al Corriere della Sera Andrea Lasagna, responsabile ingegneria della rete Fastweb, che precisa «È un passaggio ancora lungo, perché tutti i servizi Internet dovranno sostituire il vecchio protocollo». Le grandi infrastrutture, come quelle di Google, YouTube, Facebook e Yahoo! sono pronte da tempo, ma la Rete è fatta di mille altri servizi, e non tutti pronti. In quest’ultimo caso il network Fastweb si occuperà di “tradurre” gli indirizzi al vecchio formato.

Per gli utenti sarà tutto indolore. I nuovi clienti delle città già coperte navigano già con l’IPv6, tutti gli altri non dovranno cambiare le loro abitudini di navigazione né i loro apparati di connessione. «Nella stragrande maggioranza dei casi, gli hag Fastweb sono già compatibili, servirà solo un aggiornamento software». In più ci sarà un vantaggio: ogni dispositivo compatibile connesso alla rete IPv6 avrà un suo indirizzo univoco. E ciò semplifica la vita a chi ha un contratto Fastweb: finora per far funzionare, ad esempio, un sistema di sorvaglianza IP era necessario configurare nat e porte virtuali. Un’operazione complicata per gli utenti meno esperti e non più necessaria, a patto che il dispositivo sia compatibile con la sesta versione del protocollo.
Allarmismi ingiustificati
L’esaurimento degli indirizzi IPv4 ha generato qualche allarmismo, spesso ingiustificato. Sono stati previsti, a torto, scenari come il degrado delle prestazioni e l’impossibilità di connettersi a parti della Rete. I provider hanno strumenti per gestire questa scarsità attraverso nat e tunnel. Ma ciò «ha comportato investimenti notevoli e ha aumentato la complessità dell’infrastruttura», spiega Lasagna. Le preoccupazioni però non sono infondate: «Almeno per qualche altro anno non ci saranno problemi per chi usa le tecnologie tradizionali.

Ma ciò non vale per l’Internet of Things: per questo tipo di dispositivi la flessibilità dell’IPv6 è fondamentale». Finora il passaggio è stato lento, ma dalla fine del 2014 c’è stata un’accelerazione. Il traffico Fastweb che viaggia con il nuovo protocollo è passato rapidamente da 100 megabit al secondo agli attuali 1,6 gibabit, su un traffico totale di 500 gigabit. Si tratta quindi di numeri ancora piccoli, ma questa tecnologia sta crescendo rapidamente e, nel corso del 2016, ci sarà un aumento notevole della sua diffusione.

@vinscagliarini
27 ottobre 2015 (modifica il 27 ottobre 2015 | 14:46)