giovedì 31 dicembre 2015

Vietati burqa e niqab, spunta il logo negli ospedali e negli uffici pubblici

Corriere della sera

Entra in vigore il provvedimento approvato dalla giunta di Roberto Maroni. Divieto di ingresso «a volto coperto in ospedali ed edifici pubblici regionali»

 

 Divieto di ingresso «a volto coperto in ospedali ed edifici pubblici regionali», anche con burqa e veli che coprano il viso. Dal primo gennaio entra in vigore il provvedimento approvato dalla giunta di Roberto Maroni che dà attuazione alla normativa nazionale per la pubblica sicurezza. L’iniziativa era stata annunciata dal governatore all’indomani degli attentati di Parigi. Nel testo approvato, come riferito dallo stesso Maroni durante la conferenza stampa dopo la riunione di giunta, non vengono esplicitamente citati il burqa o altri tipi di velo, ma si fa riferimento al Testo Unico di Pubblica sicurezza che prevede il divieto di ingresso a «volto coperto». La vetrofania del provvedimento, invece, si riferisce esplicitamente al velo integrale, oltre a casco e passamontagna.

La delibera
«È una misura di sicurezza», aveva affermato il governatore lombardo. La delibera si intitola «rafforzamento delle misure di accesso e permanenza nelle sedi della giunta regionale e degli enti e società facenti parte del sistema regionale». Ha spiegato Maroni: «Siccome nel regolamento non è specificato spesso non si applica. Adesso è scritto, quindi chi controlla gli ingressi sa che se vede qualcuno con il volto coperto non deve farlo entrare. Non si tratta di una nuova legge, è un regolamento che rende esplicito il riferimento a una legge nazionale». Le strutture regionali dovranno ora adottare «entro il 31 dicembre» gli atti dirigenziali necessari all’attuazione. 

31 dicembre 2015 | 10:48

Arriva la Carta d'identità elettronica con le impronte

Corriere della sera

Attesa da 20 anni. C'è l'opzione sulla donazione degli organi. Il supporto fisico dovrà essere realizzato con le tecniche della produzione di carte valori, integrato con un microprocessore per la memorizzazione delle informazioni utili alla verifica identità 

 Un'immagine di come dovrebbe essere la carta d'identità elettronica (credits: Ansa)

 Avrà le impronte digitali e anche la possibilità di indicare la scelta sulla donazione degli organi. Arriva la nuova Carta d'identità elettronica, progetto atteso da quasi venti anni. Il ministero dell'Interno ha pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto, di concerto con i ministeri di Pubblica Amministrazione ed Economia, con le regole di emissione della norme previste dal Dl Enti Locali. Il supporto fisico dovrà essere realizzato con le tecniche tipiche della produzione di carte valori, integrato con un microprocessore per la memorizzazione delle informazioni necessarie per la verifica dell'identità del titolare, inclusi gli elementi biometrici, nonché per l'autenticazione in rete. Il decreto è stato sottoscritto, il 23 dicembre 2015.

Le novità: dal Pin al microchip
Tante le novità della Carta d’identità elettronica (Cie), rispetto alla tradizionale versione cartacea. Oltre alle impronte digitali (bimbi esclusi) e alla possibilità per i maggiorenni di indicare la volontà o meno di donare gli organi, ci sarà un Pin che permetterà l’accesso ai servizi online dedicati. Il piano per il rilascio sarà graduale e le tappe saranno fissate da una commissione ad hoc. La richiesta di rilascio viene presentata dal cittadino all’ufficio anagrafico del Comune di residenza o al Consolato, se residenti all’estero: Comune o Consolato acquisiscono direttamente «dal richiedente gli elementi biometrici primari» e «secondari», «la firma» e, per i soli maggiorenni, il «dato facoltativo relativo alla volontà di donazione o diniego di organi e tessuti» in caso d morte: chi intende modificare la volontà precedentemente indicata può farlo contattando l’Asl di appartenenza, le aziende ospedaliere, gli ambulatori di medicina generale o i Centri regionali per i trapianti. La consegna della CIE (questo l’acronimo ufficiale) avviene «entro 6 giorni lavorativi». Le carte di identità in formato cartaceo (il 90% di quelle in circolazione) e quelle elettroniche già rilasciate restano valide fino alla scadenza.
Chi può fare istanza?
Tutti coloro che si apprestano ad avere la loro prima carta d’identità, chi l’ha smarrita, chi l’ha deteriorata o chi la deve rinnovare perché scaduta. La grande novità è che la richiesta potrà anche essere fatta sul web attraverso l’apposito portale (Cieonlinne). Nella carta devono essere inserite l’immagine del volto del titolare, attraverso una foto digitalizzata, e l’immagine delle impronte digitali. Ma anche la firma autografata (nei casi previsti), l’autorizzazione o meno all’espatrio nonché, ma è facoltativa, l’indicazione sulla donazione degli organi. Si parte dai Comuni che hanno già emesso quelle che, a questo punto, diventano le vecchie carte d’identità elettroniche. Le nuove si dovranno basare sulle regole fissate nel decreto appena firmato dal Governo tenendo conto della roadmap stabilita dalla Commissione interministeriale permanente della Cie. Poi si passerà agli altri Comuni, stando alle linee guida del ministero dell’Interno. Tornando alla Commissione, è istituita al Viminale, con il compito di definire gli indirizzi strategici e il monitoraggio delle varie fasi del progetto.

Ideata nel 1997, ha registrato varie sperimentazioni
Dopo tanti stop and go sono state quindi messe a punto le procedure per l'implementazione definitiva di un'operazione che era stata ideata nel 1997, aveva registrato varie sperimentazioni e anche il rilascio di alcune carte d'identità elettroniche. Ma il progetto non è decollato e così si è pensato a un documento digitale unico, con l'incorporazione della tessera sanitaria. Poi, però, anche questo si è fermato e il Governo Renzi ha deciso di ripartire con una nuova Carta, stanziando nel dl Enti locali della scorsa estate anche delle specifiche risorse. 

31 dicembre 2015 (modifica il 31 dicembre 2015 | 16:33)

Tutti i giganti del web che dribblano l'erario

- Gio, 31/12/2015 - 16:08

I fake del web nel 2015: le bufale diventate virali

- Mer, 30/12/2015 - 16:55

Pena di morte, per il sistema informatico del Ministero esiste ancora


Per riprenderci i Marò basterebbero 5 minuti!”




Voce mefistofelica e una passione inossidabile, angelica, per la politica. Un virus familiare, la politica. Il padre, Antonino La Russa, avvocato come lui, è stato senatore del Movimento Sociale Italiano, “orgogliosamente fascista. Eppure, non aveva timore di criticare ciò che del fascismo non gli piaceva”. Ignazio La Russa, che nel MSI ha creduto e militato fino ad essere eletto per la prima volta deputato nel 1992 – “ricordo che poco prima di essere votato ero andato a teatro a vedere Beppe Grillo. Lo spettacolo mi piacque molto. Grillo non è mica cambiato: solo che allora pagavi per vederlo, adesso basta andare ai suoi comizi” – che dalla guida del Fronte della Gioventù è passato al Ministero della Difesa del Governo Berlusconi, è l’anima della destra italiana.

 Ignazio La Russa si racconta ad Edoardo Sylos Labini.

I siciliani sono un’isola. “Lo diceva Pirandello: i siciliani sono un’isola nell’isola. I siciliani si integrano ovunque, ma restano isole. Sono nato a Paternò, alle pendici dell’Etna, abito a Milano da cinquant’anni, so anche parlare il milanese. Ma con accento rigorosamente siciliano”.

Dalla Sicilia alla Svizzera, sola andata. “Mio padre, con qualche idea di grandezza, mi spedì a studiare a San Gallo, in un collegio svizzero internazionale. Avevo 13 anni. Non è stato facile adattarsi, eppure lì ho imparato il rispetto per le idee degli altri. Pur restando fedele alle proprie. Poi mi sono laureato in Giurisprudenza, a Pavia”.

Il primo comizio. A 10 anni. “Mio padre doveva tenere un comizio a Ragalna, un piccolo comune sull’Etna. Fu trattenuto da un impegno e spedì un suo amico. Il quale ebbe la brillante idea di battere a macchina un discorso e di farmelo leggere, ‘non c’è Antonino La Russa, ma c’è pur sempre un La Russa’, disse. Buttai il foglio. Improvvisai, imitando mio padre. Ovviamente, ricevetti uno scroscio di applausi. Ma perdemmo le elezioni per 12 voti”.


Almirante vs. Berlinguer. “Giorgio Almirante era un oratore straordinario. Non ‘tromboneggiava’, colloquiava. Riusciva a conquistare. Poi, certo, se quelli che lo ammiravano lo avessero votato… valeva la legge ‘piazze piene, urne vuote’. Berlinguer, al contrario, era un modestissimo oratore, ma sapeva andare al cuore del suo elettorato.

Il primo amore per un ragazza ebrea e l’esame di coscienza della destra italiana. Proprio giovanissimo al colleggio in Svizzera ci fu la prima cotta per una giovane ragazza ebrea. “Le leggi razziali promulgate da Mussolini furono un’assurdità pazzesca, non ho problemi a riconoscerlo. Occorre ricordare che nel 1995 Alleanza Nazionale nasce sulla base di un profondo esame di coscienza, testimoniato dalle ‘Tesi di Fiuggi’. In esse un capitolo intero è dedicato al ripensamento critico del fascismo. Un ripensamento che a sinistra non è mai stato fatto. Quale politico di sinistra ha il coraggio di dire apertamente che il comunismo è stato una dittatura becera, terribile?”.

Il “caso Ramelli”. “Da avvocato, non ho mai voluto difendere chi avesse imputazioni di mafia o riguardanti reati a sfondo sessuale. Non ho mai voluto difendere gli imprenditori durante Mani Pulite. Sono fiero, però, di aver preso le parti di Sergio Ramelli, il diciassettenne del Fronte della Gioventù che è stato barbaramente ucciso nel 1975 di fronte a casa a colpi di chiave inglese da alcuni estremisti di sinistra, appartenenti ad Avanguardia Operaia. Ucciso perché di destra, perchè a scuola fece un tema contro le Brigate Rosse e per questo accusato di essere fascista. Ci vollero dieci anni per risolvere una inchiesta continuamente ostacolata”.

Milano come Belfast, nel mezzo della guerra civile. “Non era facile essere di destra, tra le file del Fronte della Gioventù, nella Milano degli anni Settanta. Eravamo consapevoli di vivere in una Belfast, in piena guerra civile. La sproporzione con i movimenti della sinistra extraparlamentare era pazzesca, ma non ci sentivamo eroi. E non eravamo, nonostante la fama, aggressivi. Entravamo e uscivamo dai cinema a film iniziato, andavamo allo stadio con la sciarpa che ci copriva il volto, ci sedevamo nei ristoranti con la schiena appoggiata alle pareti. Ci aggredivano in venti contro uno. Una volta mia moglie mi salvò letteralmente la vita frapponendosi tra me e una chiave inglese, che le ferì la spalla. La colpa di quel momento è tutta delle istituzioni: la lotta tra generazioni fu l’alibi per realizzare il ‘compromesso storico’ tra DC e PCI”.

Che cos’è la destra, cos’è la sinistra? “La spiritualità della vita è di destra, il materialismo di sinistra; la meritocrazia è di destra, il 6 politico di sinistra; la famiglia come cellula dello Stato capace di generare cittadini è di destra, la famiglia in cui conta soltanto l’affetto è di sinistra”.

Razzismo gay. “Ribadisco per l’ennesima volta: alle coppie gay devono essere garantiti tutti i naturali diritti civili. Il matrimonio è un’altra cosa, cosa c’entra? E’ come se chiedessi a un gallo di fare anche le uova come le galline. Il fatto però, in questo Paese pazzesco, è che se dico che sono per i diritti civili alle coppie gay ma sono contrario all’affidamento di bambini a una coppia gay mi danno dell’omofobo, dell’arretrato, del reietto. Non è forse questa una forma di razzismo al contrario? Io pretendo di poter esprimere liberamente, in un Paese democratico, la mia opinione. Ma si sa com’è l’Italia: se Berlusconi al posto di andare con le donne fosse gay, governerebbe per altri vent’anni!”.

A proposito di Berlusconi… “Berlusconi è stato un genio della politica. Capì che solo mettendo insieme Umberto Bossi e Gianfranco Fini si poteva battere la sinistra. Creò un collante politico che adesso manca al centrodestra”.

Dica qualcosa di destra. “Fin da piccolo mi appassionava la storia dei fratelli Bandiera. Ecco, quando in certe circostanze il valore della Patria è più importante di se stessi, della famiglia, dell’amore per la democrazia, ecco, questo è qualcosa di destra”.

Capotribù. “Mia moglie aveva una passione per gli Indiani d’America, così ai miei figli, come secondo nome, ho attribuito dei nomi indiani: Geronimo, Cochis, Apache. Per fortuna non ho avuto una figlia, come l’avrei chiamata, Raggio di Luna?”.

Fiorello e i Simpson. “Mi hanno imitato in tanti, il più bravo è senza dubbio Fiorello. Il male dei politici italiani è che aspirano di piacere a tutti; a me basta piacere alla mia tribù. L’esperienza di doppiaggio dei Simpson è stata una delle cose più divertenti che abbia mai fatto. Divenni amico di un grandissimo direttore del doppiaggio, che faceva la voce di Homer Simpson e che era un nostro simpatizzante. Quando morì, di un brutto male, andai al funerale. I doppiatori e gli attori lì raccolti mi guardavano stupiti, ‘ma che ci fa La Russa in mezzo a tutta questa gente di sinistra?’”.


Un po’ di politica. Marò e il “caso Battisti”. “Penso che ormai non esista più il sentimento di orgoglio nazionale. Siamo un Paese che ha restituito i Marò dopo che ce li hanno concessi, perché l’allora premier Monti non poteva rovinare certi rapporti economici con l’India. Basterebbero i nostri corpi speciali, rispettati in tutto il mondo, per riprenderceli in 5 minuti. Ricordo che quando ero alla Difesa rifiutai di firmare accordi con il Brasile, pretendendo la restituzione di Cesare Battisti, un assassino condannato all’ergastolo dalla giustizia italiana che continua a sbeffeggiare il Paese dalle spiagge brasiliane”.

Isis: una soluzione. “Non abbiamo ancora capito che dobbiamo difenderci contro chi vuole scardinare la nostra visione del mondo. In questo senso, un accordo con Putin è necessario, altro che fargli la guerra…”.

Un accordo contro gli sbarchi. “L’emergenza degli sbarchi in Italia si può risolvere. Con Berlusconi siglammo un accordo con Gheddafi per interrompere il traffico di uomini all’origine. Ora non si può? Occupiamo militarmente i porti libici”.

Rosario Crocetta e Ignazio Marino… “Crocetta doveva andarsene da un pezzo. Inoltre, con tutto quello che è successo a Roma, da tempo bisognava dare la parola ai cittadini. Ma il fatto è che, Crocetta, Marino, De Luca, Pisapia, se sei di sinistra resisti sempre. Immaginate se fossi io al posto di Crocetta… Mi caccerebbero a pedate”.

La cultura è sempre di sinistra. “Il PCI, secondo i patti postbellici, non poteva governare l’Italia. Così, occupò, attraverso una azione davvero rivoluzionaria, le scuole, i tribunali, la cultura. Un esempio. Il ballerino degli 883 era un militante del Fronte della Gioventù. Per questo, quando fondammo AN, chiesi a Max Pezzali di darci una mano nel comporre l’inno del partito, cosa che lui fece. Ma quando qualche giornalista lo scoprì, negò con una pervicacia che mi fece arrabbiare. Poi capii: se ammetteva di aver dato una mano a comporre l’inno di AN, non avrebbe più lavorato nello spettacolo”.

Pazzie d’amore. “Una pazzia per amore? Devo ancora farla”.

mercoledì 30 dicembre 2015

Battaglia legale tra eredi centenari Così la Hoepli finisce a un custode

Corriere della sera
di Michelangelo Borrillo

Il tribunale di Milano ha deciso il sequestro giudiziario del pacchetto di controllo. Da 5 anni Bianca Maria e Ulrico Carlo litigano su un documento che risale al 1954 

 

 La battaglia legale che si combatte da circa cinque anni tra due rami della famiglia Hoepli sfocia nel sequestro giudiziario del pacchetto di controllo della storica casa editrice. Nei giorni scorsi il tribunale di Milano ha disposto il sequestro del 60% delle azioni che fanno capo al ramo di Ulrico Carlo Hoepli affidandole a un custode terzo, il professor Matteo Rescigno, ordinario di diritto commerciale della facoltà di Giurisprudenza di Milano. Si tratta di un procedimento cautelare collegato a due cause promosse all’estero: una al tribunale del Canton di Zugo, in Svizzera, l’altra a quello di Vaduz, in Liechtenstein.

La guerra tra zia (100 anni) e nipote (80 anni)
La prima particolarità della contesa è che la guerra legale si combatte tra una centenaria — Bianca Maria Hoepli — e il nipote di 80 anni — Ulrico Carlo Hoepli — figlio del fratello Ulrico deceduto nel 2003. La seconda particolarità è che la documentazione prodotta da Bianca Maria Hoepli risale a più di 60 anni fa, a un accordo sottoscritto il 15 novembre del 1954 dai tre fratelli Hoepli (Ulrico, Gianni Enrico e Bianca Maria, appunto) che prevedeva la seguente suddivisione delle azioni della casa editrice: 40% ciascuno ai due fratelli, il 20% rimanente alla sorella. Che adesso rivendica il 60% delle azioni quale erede universale testamentaria del fratello Gianni Enrico morto nel 2006. 

A complicare la situazione sono intervenuti, nel corso del tempo, sia la spersonalizzazione della proprietà delle azioni della casa editrice attraverso intestazioni fiduciarie alla Sef spa e alla società svizzera Finedit sa (e l’effettiva proprietà delle azioni Sef facente capo alle fiduciarie Editio Anstalt e Aedificatio Anstalt, società anonime con sede in Liechtenstein) sia gli aumenti di capitale che negli anni potrebbero aver variato i pesi azionari degli eredi. In attesa dell’esito delle cause in Svizzera e Liechtenstein, comunque, il tribunale di Milano (nella persona del presidente della sezione specializzata in materia societaria, Elena Riva Crugnola) ha riconosciuto il rischio derivante da un trasferimento delle azioni a terzi con la finalità di sottrarle al ramo della famiglia che fa capo a Bianca Maria.
Una storia di 145 anni
Adesso la gestione della società passa di fatto dal rappresentante della storica famiglia svizzera — nel 1870 Ulrico Hoepli rilevò la libreria di Theodor Laengner in Galleria De Cristoforis a Milano, affiancando successivamente l’attività editoriale a quella libraria — a un custode. «La signora Bianca Maria — fa sapere il suo legale Giorgio Galbiati (mentre Ulrico Carlo è assistito da Andrea Tracanella) — esprime il più grave rammarico per il complesso contenzioso in essere, il cui avvio ha peraltro costituito un passo obbligato, stante la gravità dei torti subiti, e mirato al riconoscimento dei suoi diritti». Il contenzioso degli ultimi anni non ha comunque intaccato la gestione della società specializzata in testi tecnici che dà lavoro a 96 persone e ha chiuso l’esercizio al 30 giugno 2015 con 27,7 milioni di fatturato e un utile di 139 mila euro. 

30 dicembre 2015 (modifica il 30 dicembre 2015 | 16:19)

Ecco perché il Califfato ha paura di colpire Israele


Apple, accordo con l’Agenzia delle entrate: al fisco 318 milioni di euro

Corriere della sera

L’azienda di Cupertino era stata accusata di aver venduto in Italia attraverso una società di consulenza, la Apple Italia srl, una società di facciata, e aver fatturato in Irlanda, con la Apple sales international, per usufruire degli sconti fiscali

 Apple restituirà 318 milioni di euro al fisco italiano: si chiude con un accordo l’indagine aperta dall’Agenzia delle entrate, coordinata dal procuratore di Milano Francesco Greco, che ha accertato il gap enorme tra le vendite reali in Italia (oltre il miliardo di euro nei sette anni tra il 2008 e il 2013) della casa di Cupertino e i suoi apparenti ricavi, circa 30 milioni di euro. L’accordo, rivelato da Repubblica, arriva dopo una contestazione da parte dell’Agenzia delle entrate alla Apple di 880 milioni di euro per Ires evasa negli anni tra il 2008 e il 2013.

Il doppio binario
Il meccanismo era semplice, ed è lo stesso adoperato dalla Apple anche in altri Stati: apparentemente in Italia ad operare era la Apple Italia srl, una società di facciata, una semplice consulente della irlandese Apples sales international, sostituita nel 2012 da Apple distribution international. Sulla carta, Apple Italia avrebbe dovuto svolgere solo consulenza, e infatti le venivano riconosciuti ricavi pari a sostenere i costi di struttura, e niente di più. In sette anni, parliamo di appena 30 milioni di euro a fronte di un miliardo di utili, che finivano in Irlanda, dove Apple pagava aliquote bassissime, grazie ad accordi molto vantaggiosi stretti con il governo locale. Ma la realtà era molto diversa: i venditori in Italia avevano un’autonomia gestionale totale. Potevano seguire l’intero ciclo di vendite, contrattare prezzi e sconti per i clienti, negoziare condizioni economiche e contrattuali. Una sorta di struttura «occulta» che concludeva i contratti per la Apple irlandese e ne dipendeva anche economicamente.
Cook: «Paghiamo più tasse di chiunque altro»
L’inchiesta dell’Agenzia delle entrate puntava proprio a dimostrare che le vendite sono state realizzate e gestite dall’Italia, e che la società irlandese era solo un terminale per i pagamenti, esattamente come avviene per molti altri Paesi. Dove sistematicamente Apple crea società che non hanno residenza fiscale e che fanno confluire il fatturato in Irlanda, evadendo così la più severa tassazione locale. Un meccanismo anomalo che era finito anche nel mirino della Commissione europea. Criticato anche negli Stati Uniti per aver evaso 9 miliardi di dollari di tasse negli Usa nel 2012 con i miliardi di liquidità parcheggiati offshore, Tim Cook proprio qualche giorno fa ha difeso l’azienda di Cupertino: 

«Siamo l’azienda che paga di più in questo paese di chiunque altro», ha sottolineato Cook, criticando il fisco americano come obsoleto: «E’ stato creato per l’era industriale, non per quella digitale. E questo è un male per l’America. Doveva essere rivisto molti anni fa» affermava Cook, sottolineando che le critiche mosse sui 180 miliardi di dollari all’estero di Apple sono solo «politiche». «Mi piacerebbe rimpatriarli- ha detto Cook- ma con l’attuale imposizione fiscale non ha senso. Costerebbe il 40% in tasse rimpatriarli. E non è una cosa ragionevole da fare». 

30 dicembre 2015 (modifica il 30 dicembre 2015 | 08:06)

I parlamentari siciliani lavorano solo 17 minuti al giorno

- Mar, 29/12/2015 - 18:57

Mafia a Roma, nessuno vuole tradurre i dialoghi tra i rom e il processo si ferma

- Mar, 29/12/2015 - 19:40

martedì 29 dicembre 2015

C’è un sito che permette di navigare nell’internet del passato, con la velocità del passato

La Stampa
dario marchetti

Basta un clic su oldweb.today per tornare alla velocità di 56k ed esplorare internet come agli inizi degli anni duemila

 

L’unica cosa che manca davvero sono gli indimenticabili rumori dei vecchi modem. Per il resto, il sito oldweb.today riesce a ricreare perfettamente la navigazione su internet di fine anni ‘90, quando la velocità standard era di appena 56kb per secondo (contro i 6mb/s di oggi) e caricare una pagina poteva richiedere anche interi minuti.


Oltre al sito da visitare, Oldweb permette anche di selezionare l’anno e il mese a cui tornare nel tempo e il browser da utilizzare, scegliendo tra vecchie versioni di Internet Explorer e Netscape Navigator. Ma il bello è che il sito riesce a emulare fedelmente l’esperienza dell’epoca, limitando la nostra connessione per renderla simile a quella dei primi anni duemila: saltare da un sito all’altro si trasforma così in un’attesa snervante, soprattutto per i più giovani, abituati a una rete internet che ormai permette (quasi sempre) di fruire musica e video in streaming col tocco di un dito, ovunque ci si trovi.

Eppure, nonostante la lentezza dell’infrastruttura, i colossi della Rete, da Amazon a Google, passando per Yahoo, erano già tutti lì: come a dire che quando un’idea è buona, l’innovazione non conosce limiti.

Oltre al sito da visitare, Oldweb permette anche di selezionare l’anno e il mese a cui tornare nel tempo e il browser da utilizzare, scegliendo tra vecchie versioni di Internet Explorer e Netscape Navigator. Ma il bello è che il sito riesce a emulare fedelmente l’esperienza dell’epoca, limitando la nostra connessione per renderla simile a quella dei primi anni duemila: saltare da un sito all’altro si trasforma così in un’attesa snervante, soprattutto per i più giovani, abituati a una rete internet che ormai permette (quasi sempre) di fruire musica e video in streaming col tocco di un dito, ovunque ci si trovi.

Eppure, nonostante la lentezza dell’infrastruttura, i colossi della Rete, da Amazon a Google, passando per Yahoo, erano già tutti lì: come a dire che quando un’idea è buona, l’innovazione non conosce limiti.

Gli rubarono Strangers in the Night, ha fatto fortuna con i sigari

La Stampa


La straordinaria vicenda di Avo Uvezian, il vero autore della hit di Frank Sinatra, che grazie al tabacco ha recuperato i soldi perduti

 
 Avo Uvezian, di origini armene, è nato a Beirut nel 1926. Pianista jazz, nel 1947 si era trasferito a New York, quindi nella Repubblica Dominicana. Oggi vive in Florida

Certe volte la vita ricompensa i torti subiti, e insegna a rimettere i debiti degli altri, così come lei ripaga i tuoi. Prendete ad esempio la storia di Avo Uvezian, dei suoi sigari, e di una delle canzoni più famose di sempre.

Avo, che il New York Times ha scovato a Orlando per raccontare la sua singolare vicenda, è nato nel 1926 a Beirut da genitori di origini armene. Il Libano era già allora un porto di mare frequentato da rifugiati, commercianti, avventurieri di ogni genere, e Uvezian era cresciuto imparando le lingue e la musica. Suonava il piano e aveva creato un gruppo jazz, con cui si esibiva in tutto il Medio Oriente, dalle coste del Mediterraneo fino all’Iran, dove era diventato uno degli intrattenitori personali dello Scià.

Dopo la guerra, nel 1947, si era trasferito a New York e aveva cominciato a frequentare la prestigiosa Juilliard School of Music. Voleva affinare le sue capacità e diventare compositore. Verso la metà degli anni 60 si era costruito ormai un repertorio di tutto rispetto, e un amico che conosceva Frank Sinatra lo aveva presentato a The Voice, per fargli sentire uno dei suoi pezzi migliori intitolato Broken Guitar.

«Sinatra – ha raccontato Avo al N.Y. Times – lo aveva ascoltato e aveva detto: la melodia mi piace, ma devi cambiare le parole». Il compito di riscrivere i versi era stato affidato ai professionisti della casa discografica, che avevano aggiustato anche il titolo. Il brano così era diventato Strangers in the Night, registrato nel 1966 e diventato in breve il numero 1 di tutte le classifiche di vendita.

Il problema è che poco prima di farlo sentire a Sinatra, Uvezian aveva consegnato il suo pezzo anche a un amico tedesco, Bert Kaempfert, per pubblicarlo in Germania. Secondo Avo, e la sua versione è considerata molto plausibile dagli esperti del settore, Bert gli aveva rubato la paternità del brano, incassando anche tutti i relativi diritti ed elogi.

Deluso, Uvezian si era trasferito a Porto Rico, per suonare il piano nei resort. Laggiù aveva iniziato a conoscere i sigari, diventando un appassionato, soprattutto quando aveva scoperto quanto arrivavano a costare. Allora era andato nella Repubblica Dominicana, e assieme al maestro del tabacco Hendrik Kelner aveva creato la sua linea di prodotti.

Uno dei suoi sigari, l’Avo Classic, era arrivato all’attenzione del grande distributore di Ginevra Davidoff, che aveva cominciato a venderlo con grande successo, aggiungendo in seguito altre creazioni molto ricercate dai conoscitori, come l’Avo Xo. In breve Uvezian si era dimenticato il furto subìto nel mondo della musica con Strangers in the Night, recuperando i soldi che aveva perso grazie al tabacco. I distributori, infatti, dicono di aver venduto milioni dei suoi sigari.

Il 23 novembre scorso, alle 4,20 del pomeriggio, un uomo sui trent’anni è entrato nel negozio della Davidoff sulla Avenue of the Americas di New York, e ha rubato quattro scatole di Avo Xo da 261 dollari l’una. Un furtarello da poveraccio, che in una città come New York sarebbe passato del tutto inosservato, se non fosse che il creatore di quel sigaro era anche il musicista a cui mezzo secolo fa avevano rubato Strangers in the Night.

Uvezian quindi è stato subito informato dell’evento criminale, anche per sapere come intendeva reagire: fare denuncia? Cercare di identificare il ladro, per fargli giustamente pagare il suo reato? Avo, temprato nella saggezza dalle disavventure, ha preferito scrollare le spalle e dare a tutti una lezione di spirito: «Pazienza. Sono cose che capitano, nella vita».

Il dna del proprio amato da portare sempre con sé. Incastonato in un anello

repubblica.it
 

Un progetto su Kickstarter cerca fondi per mettere in cantiere la produzione di gioielli unici e ultra-personalizzati, contenenti il patrimonio genetico della persona cara, inglobato all'interno di particelle di vetro 

 Il dna del proprio amato da portare sempre con sé. Incastonato in un anello

PER QUEST'ANNO non avete fatto in tempo ma magari l'idea potrebbe essere buona per il prossimo Natale o per qualche occasione speciale: regalare "gemme" di dna, o meglio gioielli con dna incastonato. L'idea è quella di un progetto che ha cercato fondi su Kickstarter (e la quota soglia dei 20mila franchi svizzeri, circa 18.500 euro, è stata raggiunta entro la data di scadenza della campagna) che ha pensato di unire l'unicità del dna alla preziosità dei diamanti per creare gioielli ultra-personalizzati. Contenenti dna per l'appunto. Il progetto in questione si chiama Identity Inside e nasce dalla mente di un ingegnere chimico svizzero, Robert Grass, in cerca di un metodo per stabilizzare campioni di dna e di idee regalo originali per la moglie.

 Nel caso tutto andasse per il verso giusto con la campagna di raccolta fondi, per avere il vostro gioiello il percorso sarebbe un pochino più complicato che recarsi in gioielleria. Il primo passo sarebbe quello di procurarsi un kit per la raccolta del dna (in realtà ve lo manderebbero a casa direttamente gli ideatori del progetto): tamponi di cotone per raccogliere un po' di saliva (la vostra se volete regalare il vostro dna all'amato, per esempio). 

Dopo di che il tampone viene spedito nei labortatori di Grass in Svizzera in cui il dna viene prima estratto poi amplificato, di modo da averne una quantità maggiore di quella iniziale. A questo punto il materiale genetico non è altro che una (piccola) soluzione liquida che viene mescolata a una serie di sostanze che hanno lo scopo di fossilizzare il dna a temperatura ambiente, incapsulandolo alla fine all'interno di piccole particelle di vetro. In questo modo il dna viene salvaguardato, in modo simile, aggiunge Grass, a quanto avviene per i fossili conservati nell'ambra.

 Ora il vostro gioiello è quasi pronto: basta prendere le particelle di vetro (nella sostanza della polvere bianca contenente il dna) e incastonarle all'interno di un anello, un ciondolo o un orologio, dove verranno poi sigillate e protette da un diamante. Prezzo: 350 franchi svizzeri (circa 320 euro) per un anello.

Stando al suo ideatore, il dna fossile - che lui definisce il dono più intimo e personale che esista - così processato si mantiene stabile nel tempo. Anzi, aggiungono dal sito del progetto: il dna potrà essere recuperato in qualsiasi momento e in qualsiasi momento l'identità del proprietario potrebbe essere provata. Tramite analisi di laboratorio, ovviamente. Non solo: i produttori assicurano che mantenuto in condizioni ideali, ovvero lontano da radiazioni ultraviolette, fonti di calore estreme e senza danneggiarlo, il dna contenuto nel vostro gioiello potrà durare per almeno mille anni. 


Ora - ammesso che non è chiarissimo perché qualcuno dovrebbe voler spendere dei soldi per verificare l'autenticità del dna contenuto nell'anello - qualcuno potrebbe essere interessato a regalare qualcosa di così personale e unico che duri così a lungo. Abbastanza da poterlo considerare (anch'esso) per sempre.



Usa, è morta la "signora abbraccio": ha stretto a sé 500 mila soldati

Il Messaggero



Era conosciuta semplicemente come «signora Abbraccio» e per una generazione di soldati dispiegati al fronte, dall'Iraq all'Afghanistan, è stata una presenza stabilizzante nel corso degli ultimi 12 anni. E ora che Elizabeth Laird non c'è più, i militari che tornano a casa dalla guerra ne sentiranno sicuramente la mancanza. La simpatica vecchietta 83enne è morta giovedì scorso a Metroplex Hospital di Killeen, in Texas, dove era ricoverata dai primi di novembre al termine di una lunga battaglia contro il cancro al seno.

Elizabeth ha iniziato nel 2003 ad attendere all'aeroporto il ritorno di ogni singolo militare. Una missione decisa quando, dopo che un soldato dell'Esercito della Salvezza la abbracciò per la prima volta, notò la reazione degli altri militari. In questi anni ha donato centinaia di migliaia di abbracci, quasi 500.000 secondo il figlio, stringendo a sé soldati che erano inviati in missione e che tornavano a casa. Dispensava abbracci a tutte le ore del giorno, a prescindere dal tempo, fino a diventare una leggenda tra i militari. «Questo è il mio modo per ringraziarli per quello che fanno per il nostro paese», aveva detto la "Signora abbraccio" a FoxNews.com il mese scorso.

 Il colonnello Christopher C. Garver, un portavoce militare, dopo la morte di Laird ha rilasciato una dichiarazione in cui si legge che «a nome dei soldati, aviatori, civili e famiglie del III Corpo e della base militare di Fort Hood, voglio estendere le nostre sincere condoglianze alla famiglia della signora Elizabeth Laird, conosciuta in tutto il Texas centrale come la "Hug Lady". Lei per anni ha offerto a Fort Hood dedizione e sostegno ai nostri soldati, famiglie e dipendenti civili. Per più di un decennio ha detto personalmente addio alle nostre truppe che venivano dispiegate e le ha accolte al loro rientro. È con il cuore pesante che esprimiamo la nostra gratitudine ad Elizabeth, non solo per il suo servizio con la US Air Force, ma anche in riconoscimento dei suoi instancabili sforzi nel mostrare il suo apprezzamento ai nostri soldati e riconoscenza per i loro tanti sacrifici».

In un profilo di Elizabeth, il Fort Hood Sentinel la descrive come «una vera una celebrità tra i soldati». La donna ha spiegato al giornale che considerava i militari parte della sua famiglia allargata e ha raccontato di essere stata invitata anche a una cena per i giorno del Ringraziamento in una mensa di Fort Hood. «Ho guardato tutti i soldati seduti lì e ho pensato: questa è la mia famiglia. Sono meravigliosi, sento come se una parte di loro mi appartenesse e spero che una parte di me appartenga a loro».

Il ricovero della donna in ospedale non ha escluso dalla sua vita i soldati che amava. Suo figlio, Richard Dewees, ha detto al Washington Post che decine di militari sono andati a trovare la madre per incoraggiarla. Ora la sua eredità vive in una pagina di GoFundMe istituito da Dewees per contribuire a pagare le spese mediche della madre. La pagina ha raccolto quasi 95.000 dollari donati da più di 3.000 persone nel corso dell'ultimo mese, ovvero circa 85.000 dollari in più rispetto a quello che i familiari avevano originariamente chiesto. Il sito è inoltre pieno di messaggi di soldati che oltre a donare soldi hanno voluto condividere il ricordo di incontri brevi, ma memorabili, con lei.

«Era lì quando nel 2008 sono partito per l'Iraq e poi di nuovo quando sono tornato nel 2009», ha scritto Michael Singleton. «Ero nervoso perché non ero mai stato al di fuori del paese e avevo appena perso mia nonna. Quell'abbraccio mi ha aiutato, mi ha ricordato com'era mia nonna». «Mio marito ha avuto la benedizione di essere abbracciato 4 volte dentro e fuori di Fort Hood. Lei era una signora incredibilmente bella, il suo spirito mi ha fatto sorridere e il suo senso dell'umorismo era incredibile. Sarà nei nostri pensieri e preghiere», ha invece scritto Amy Schaefer.
 

Lunedì 28 Dicembre 2015, 16:29 - Ultimo aggiornamento: 16:45

Scaturchio tra storia e leggenda

Il Mattino
di Paolo Barbuto

 Scaturchio in una foto d'epoca

 Dici Scaturchio e pensi a babà, sfogliatelle, pastiere. Dici Scaturchio e pensi al centro storico, alle voci, alla gente, al profumo che ti trascina dentro quel negozio antico. Pensi a Napoli. È vero, questa storia che racconta le dolcezze della città, oggi conosciute in tutto il mondo, ruota tutta intorno a Napoli, anche se in fondo è un imprevedibile melting pot di cultura del profondo Sud e della Mitteleuropa, una ricetta scritta a dieci, venti mani da persone appassionate e tenaci capaci di attraversare guerre, fuga, terremoti per tenere fede alla promessa fatta più di cent’anni fa in un paesino della Calabria: i nostri dolci saranno famosi in tutto il mondo. Promessa mantenuta.

Dici Scaturchio e... da dove inizi? Forse dal finale, da quelle prelibatezze che oggi in ogni parte del globo rappresentano la dolcezza di Napoli. Partiamo dalla pastiera, da dove altrimenti? La ricetta è quella classica, la più classica che c’è, ma il segreto di quella di Scaturchio, che esce dal negozio nell’inconfondibile confezione di latta, sta nel dosaggio perfetto dell’acqua di fiori: né troppa né poca, devi sentire che c’è ma non deve coprire gli altri sapori.

E poi? Vabbé, quel babà Vesuvio che esordì al tavolo dei potenti nel G7 napoletano ormai è un pezzo di storia della pasticceria partenopea, è anche un dolce con marchio depositato: solo Scaturchio può farlo. Quando quel trionfale e soffice dolce venne presentato a Parigi, davanti ai migliori pasticcieri d’Europa, arrivò anche il guizzo del genio della pasticceria. Nel cuore del babà Vesuvio c’era ghiaccio secco che venne bagnato al momento opportuno: così il vulcano di Napoli arrivò in sala con il pennacchio di fumo, come nelle cartoline antiche. Standing ovation. Inutile tentare di correre avanti e indietro davanti alle vetrine dell’esposizione.

Cos’è meglio, le zeppole di San Giuseppe o le sfogliatelle? E poi meglio le ricce o le frolle? E mentre sei sovrappensiero arrivi di fronte al ministeriale e sei costretto a inchinarti. Pure quel cerchio di cioccolata farcito è un marchio depositato: nel mondo il «ministeriale» è solo di Scaturchio e nessun altro può imitarlo. E qui la nostra storia fa un salto all’indietro di un secolo. Negli anni Venti del ’900 nei café chantant di Napoli furoreggiava la diva Anna Fougez; di lei, assieme a centinaia d’altri, s’innamorò Francesco Scaturchio e la Fougez (che in verità si chiamava, più terra terra, Maria Annina Laganà Pappacena) gli chiese come dono d’amore l’invenzione di un dolce tutto nuovo.

Francesco, maestro cioccolatiere, creò un medaglione di cioccolato che, grazie a una segreta ricetta a base di liquori, conservava il ripieno di ingredienti deperibili (ricotta, nocciola, frutta) anche per quattro mesi. Roba incredibile per quell’epoca, un dolce che potevi conservare per mesi. Meglio «proteggerlo» pensarono gli Scaturchio, e chiesero al re di poterlo inserire tra i dolci di corte. Ma la procedura era lunga, documenti, prove, assaggi, lettere e pacchi da inviare, addirittura, alla sede di diversi ministeri.

Così, un giorno, Francesco Scaturchio sbottò: «Ma questo è un affare ministeriale», e così impose il nome a quel dolce farcito che ancora oggi fa ingolosire Napoli e il mondo intero. L’avrete capito da quest’ultimo racconto. La nostra storia affonda le radici nel tempo ed è stata iniziata da uomini e donne nati nell’800. Partiamo dalla Calabria, da un paese che si chiama Dasà, 28 chilometri da Vibo Valentia, un’economia basata sulla produzione di olive, millecento abitanti oggi, poco più di duemila all’epoca. A Dasà, dove la metà della popolazione fa ancora Scaturchio di cognome, all’inizio del ’900 c’è Pasquale che è il secondo di nove figli e ha imparato l’arte della pasticceria dalla sorella Rosa. A Pasquale quel paese sta stretto, prende la valigia e impiega tre giorni per raggiungere Napoli dove ha deciso che farà fortuna.

Lo seguono pian piano quasi tutti i fratelli compreso Giovanni, il più piccolo, che diventa primo assistente della sorella Rosa e bravissimo pasticciere. Poi arriva la Grande Guerra, il giovane Giovanni parte per il fronte. Tornerà alla fine del conflitto con una moglie austro-ungarica, Katharina Persolija che parla tedesco e lo ama da morire, e con una idea in testa: aprirò il mio negozio. Ecco, questo è il vero punto di partenza della nostra storia. Perché Giovanni nel 1920 piazza l’insegna «Scaturchio» sopra una bottega di piazza San Domenico Maggiore.

Lì già c’era una pasticceria che si chiamava Nord-Sud per via di proprietari provenienti per metà dall’alta Italia. Ed è lì che Scaturchio diventa Scaturchio. Nel laboratorio sistemato alle spalle si preparano babà, sfogliatelle, e anche i «susammielli», tipico dolce calabrese che fa il suo esordio a Napoli e che diventerà subito dolce natalizio prediletto dai partenopei. Ma la moglie austro-ungarica di Giovanni, ha insegnato al marito anche i segreti della «sua» pasticceria.

Così da Scaturchio si trova anche la Sacher migliore d’Italia e si sfornano strudel come nei bar di Vienna, e poi c’è uno strano tipo di dolce fatto di palline di brioche tutte ravvicinate e farcite con ogni leccornia. Il nome ufficiale sarebbe Buchteln ma ai napoletani vengono presentate come «Brioscine del Danubio»: oggi non c’è napoletano che non conosca il «Danubio», dolce o rustico.

Giovanni e Katharina hanno sei figli tra i quali Ivanka che sposerà un cugino venuto dalla Calabria, Francesco Cannatello, anche lui pasticciere, e raccoglierà l’eredità del locale assieme al fratello Mario, morto nella primavera di quest’anno, ultimo simbolo vivente della avventurosa storia di famiglia. Nel frattempo la fama delle bontà napoletane invade tutto il mondo. Nel locale storico di San Domenico Maggiore entrano napoletani, turisti e vip. I dolci di Scaturchio finiscono sulle tavole più importanti, alle feste dei regnanti d’Europa, ai galà degli uomini politici, dei potenti della terra.

E una Rai di metà anni ’90 che già tentava di lanciare la cucina sul piccolo schermo, quando si tratta di scegliere un pasticciere in grado di raccontare i segreti del dolce agli italiani, pensa subito a Napoli, a Mario Scaturchio. Poi un giorno arriva la telefonata dalla Santa Sede: è il 2003, Giovanni Paolo II festeggia i suoi 25 anni di pontificato. Bisogna preparare una torta di oltre cinquanta chili che raffiguri alla perfezione piazza San Pietro, quella torta parte da Napoli e finisce sulla tavola del Papa, accolta con applausi e ammirazione dagli ospiti del Santo Padre.

La storia recente della pasticceria più amata dai napoletani si arricchisce con altri artisti, oltre a quelli del dolce: Lello Esposito, Mimmo Palladino e Sergio Fermariello realizzano creazioni d’arredo uniche per il locale storico di piazza San Domenico, per quello del Vomero e anche per l’«Opera Cafè» nel foyer del teatro San Carlo. La storia recente registra anche momenti di buio profondo, superati con l’innesto di nuovi soci e nuovi capitali, ma con la stessa antica passione che ha segnato l’intera vicenda napoletana di Scaturchio. Perciò ancora oggi, districandosi fra la folla del centro storico, quando si passa davanti a quell’insegna antica, è impossibile resistere alla tentazione di fermarsi: dici Scaturchio e pensi che quei dolci sono la tua droga.

Lunedì 28 Dicembre 2015, 18:07 - Ultimo aggiornamento: 1 Gennaio, 01:00

lunedì 28 dicembre 2015

Coppia si separa e lascia il cane legato e senza cibo: l'agonia di un Boxer ridotto uno scheletro

Il Mattino
di Alessandra Chello
 Il povero Boxer ormai in fin di vita

 Una foto che è un pugno nello stomaco. Quel mucchietto di ossa era un cane. Un Boxer. Aveva anche un nome: Igor. E una casa. Con una famiglia che credeva non l'avrebbe abbandonato per niente al mondo. Invece un brutto giorno marito e moglie si separano. E  “dimenticano” per giorni e giorni di portare da mangiare e da bere a Igor. Rinchiuso e pure legato a catena all'interno di una baracca.

Grazie a una segnalazione dei vicini, arrivano i volontari: il cane è in grave stato di disidratazione, con piaghe da decubito e in condizioni di ipotermia. Immediatamente ricoverato in un clinica veterinaria ha lottato con quelle poche, flebili forze per farcela. Per restare aggrappato alla vita.
Ma era troppo tardi.

E' morto dopo una lenta agonia.

Dove è accaduto? Non è importante. Potrebbe accadere ovunque l'essere umano consideri un animale meno di uno zero. Al punto da «dimenticarlo» legato in una lurida baracca senza acqua nè cibo.
Se questa è stata la sua vita, povero Igor nato sotto una cattiva stella.... almeno ora sei libero. 

  Domenica 27 Dicembre 2015, 21:47 - Ultimo aggiornamento: 1 Gennaio, 01:00

RedStar3, il Linux della Nord Corea che spia gli utenti e traccia i file

Corriere della sera
di Alessio Lana

Il sistema operativo sviluppato nel Paese asiatico sfrutta il software open source ma lo rende chiuso. E in grado di tracciare qualunque attività digitale dell’utente

 

 Così aperto che la Corea del Nord l'ha chiuso. Da tempo gira online un leak di Red Star 3, sistema operativo dal nome altisonante (sta per «Stella Rossa») che il regime asiatico ha adottato per la pubblica amministrazione al posto dell'ormai vetusto Windows XP. Red Star si basa su Linux, il sistema operativo open source nato oltre vent'anni fa dal finlandese Linus Torvalds con la particolarità appunto di essere un software aperto, modificabile da chiunque senza chiedere permessi. Il regime di Kim Jong-un ha pensato di farne una versione autarchica che, però, è più chiusa che mai. La rivelazione arriva da due ricercatori, Niklaus Schiess e Florian Grunow, che domenica scorsa hanno rivelato i lati oscuri della Stella Rossa.

La gabbia governativa
I due ricercatori hanno prima «bucato» il sistema operativo, lavoro che, a detta degli esperti, si è rivelato molto semplice. Red Star infatti appare un'opera amatoriale, niente a che vedere con le altre distribuzioni di Linux in circolazione. Il bello però è che questa stella non certo nascente sfrutta la filosofia del software libero per creare una gabbia da cui è difficile uscire. Non solo Red Star è pieno di limitazioni, non permette per esempio di accedere a numerosi siti e di installare determinati programmi, ma in più sorveglia gli utenti e ne segue le mosse. Anche su quella che è Internet in Nord Corea, una sorta di intranet che permette l’accesso ai media di Stato e ad alcuni siti approvati dal governo. Non appena si tenta di toccare le sue funzioni vitali, il sistema operativo si blocca e si riavvia rendendo i cambiamenti impossibili da effettuare. Stessa cosa vale per l'antivirus e il firewall: quando si prova a disabilitarli, Red Star mostra un errore di sistema e blocca tutto. Se non si è esperti è impossibile uscire dalla gabbia governativa.
Tracciabilità completa
Andando oltre Red Star traccia anche tutti i file che entrano ed escono dai computer su cui è installato. La pirateria dopotutto è un grave problema per la Corea del nord: non che il regime sia sensibile al copyright ovviamente ma attraverso copie pirata circolano film e documenti proibiti dai cari leader. Ecco allora che il sistema operativo pone un marchio virtuale («watermark») su ogni file, anche su quelli salvati su chiavette USB, così può tenerne traccia mentre passano da un computer all'altro e seguirne la diffusione su tutto il proprio territorio. Non solo questo consente di sapere chi l'ha posseduto ma anche chi ha visto, letto o guardato un determinato file. 
Sembra OS X
Alla notizia da Grande Fratello digitale segue anche una nota umoristica. Sebbene l'ultima versione di Red Star sia basata su Linux Fedora, i tecnici del caro leader hanno pensato di dargli un aspetto grafico che ricorda molto da vicino quello di OS X, il sistema operativo di Apple. Certo, a vederlo appare come una copia di serie B (imperdibile la stella rossa al posto della mela in alto a sinistra) ma, a quanto pare, anche il regime più dittatoriale del mondo mette da parte ogni sentimento anti americano quando si parla di computer.

28 dicembre 2015 (modifica il 28 dicembre 2015 | 16:51)

Schiave del sesso», il Giappone chiede scusa a Seoul 70 anni dopo

Corriere della sera
di Annalisa Grandi

Il governo nipponico e quello della Corea del Sud hanno firmato un accordo sulla vicenda delle «comfort women», le donne che durante il secondo conflitto mondiale vennero rapite e usate come schiave del sesso per i militari giapponesi

 Alcune «comfort women» coreane con un soldato giapponese

 Il governo giapponese ha chiesto formalmente scusa alla Corea del Sud per quella che era rimasta la questione irrisolta più spinosa nei rapporti fra i due paesi, quella delle «comfort women», le donne sudcoreane ma non solo che durante la seconda guerra mondiale vennero impiegate come schiave del sesso per i militari nipponici. «Il premier Abe - ha detto il ministro degli esteri giapponese Fumio Kishida - esprime le sue sincere scuse e il suo rimorso per tutte coloro che , come “comfort women”, hanno vissuto sofferenze e subito danni psicologici e ferite fisiche». Il governo giapponese ha anche annunciato la creazione di un fondo di un miliardo di yen (7 milioni e mezzo di euro) per risarcire le donne impiegate come schiave del sesso. «Se il Giappone manterrà le promesse, la questione è risolta finalmente e irreversibilmente» ha commentato il ministro degli esteri sudcoreano Yun Byung-se

Le «comfort women»
Le «comfort women» provenivano anche da Cina, Corea, Filippine, ma anche da Thailandia, Vietnam e Malesia, e dai Paesi sotto il controllo militare nipponico, che durante la Seconda Guerra Mondiale erano state rapite, prelevate delle loro case, o ingannate con la promessa di lavori in fabbrica, e poi condotte nei cosiddetti «comfort center» dove venivano picchiate e usate come schiave del sesso per i soldati giapponesi. I numeri, sulle donne coinvolte, sono tuttora incerti: 20mila secondo gli accademici giapponesi, 410mila secondo studi cinesi.
Le testimonianze
Tre quarti delle donne diventate «comfort women» sono morte, la maggior parte delle sopravvissute ha perso la fertilità. Ad oggi solo una donna giapponese ha pubblicato la sua testimonianza, sotto lo pseudonimo di Suzuko Shirota. Anche 300 donne olandesi vennero prelevate e usate come schiave del sesso, una di loro, Jan Ruff-O’Herne , nel 1990 raccontò davanti a un comitato della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti: «Nei cosiddetti “centri del comfort”, sono stata sistematicamente picchiata e violentata giorno e notte. Anche i dottori giapponesi mi stupravano ogni volta che visitavano i bordelli per visitarci a causa delle malattie veneree». 

Nel 1965 il governo giapponese aveva pagato 364 milioni di dollari a quello coreano per tutti i crimini di guerra, inclusa la vicenda delle «comfort women», e nel 1994 era stato creato sempre dal governo nipponico un Fondo Donne Asiatiche, chiuso però nel 2007. Una questione sempre rimasta aperta, per lungo tempo le autorità giapponesi si erano rifiutate di riconoscere a pieno gli abusi compiuti dai soldati nipponici durante la Seconda guerra mondiale

28 dicembre 2015 (modifica il 28 dicembre 2015 | 15:10)

Francia, aperti al pubblico gli archivi del regime collaborazionista di Vichy

Corriere della sera
di Annalisa Grandi

Saranno consultabili per la prima volta da tutti i cittadini atti di processi e verbali di interrogatori. Durante il governo collaborazionista del maresciallo Pétain oltre 76mila ebrei francesi vennero rastrellati e mandati a morire nei campi di sterminio

 

 La pagina nera della storia della Francia. Un decreto pubblicato in gazzetta ufficiale rende accessibili dal 28 dicembre tutti gli archivi di polizia e di giustizia del regime collaborazionista di Vichy. Oltre 200mila documenti, rimasti sotto chiave negli archivi per 70 anni, e che raccontano anche delle decine di migliaia di ebrei deportati dalla Francia e mandati a morire nei campi di sterminio.

 Il governo collaborazionista

Durante il governo collaborazionista del maresciallo Philippe Pétain, dal luglio 1940 all’agosto 1944, almeno 76mila ebrei francesi furono rastrellati, anche grazie all’impiego di brigate speciali incaricate proprio di dare la caccia sia agli oppositori politici che a comunisti ed ebrei. L’episodio passato alla storia, il 16 luglio 1942, giorno della retata del Velodrome d’hiver di Parigi: 4500 poliziotti francesi, su ordine di Renè Bousquet, capo della polizia di Vichy, rastrellarono oltre 13mila ebrei che vennero rinchiusi proprio nel Velodromo per poi essere trasferiti nei campi di sterminio tedeschi. Tra loro oltre 4mila bambini e 5800 donne.

I documenti
I documenti riguardanti quel rastrellamento, ma anche tutti i fascicoli dei processi aperti durante il regime, i verbali di interrogatorio, le lettere dei delatori, tutto sarà consultabile . Gli archivi erano parzialmente accessibili fino agli anni ‘70, dal 2008 poi una legge ne aveva consentito la consultazione integrale ai ricercatori. Adesso invece, chiunque potrà avere accesso a quel materiale. Con una sola eccezione, quella per i documenti secretati: per consultarli bisognerà presentare domanda alle autorità, che potrà negare l’autorizzazione per motivi di sicurezza nazionale.

 28 dicembre 2015 (modifica il 28 dicembre 2015 | 14:10)