venerdì 2 gennaio 2015

Greta e Vanessa ringraziavano gli islamisti vicini ad Al-Nusra

Giovanni Masini - Ven, 02/01/2015 - 10:37

In una foto di qualche mese fa, le due ragazze reggevano un cartello in cui si ringraziava Liwa Shuhada: una formazione vicina ad Al-Nusra, il gruppo che ne rivendica il sequestro

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sarebbero nelle mani di Jubhat Al-Nusra, una delle maggiori sigle tra le decine e decine di formazioni militari e paramilitari che affollano il complicato scenario della guerra siriana.



Al Nusra, in Siria, rappresenta la seconda maggior forza islamista dopo Isis, con circa 15.000 uomini all'attivo e una vasta esperienza di sequestri, per lo più a scopo estorsivo (a differenza di Isis, che con i rapimenti mira più a ottenere visibilità che non finanziamenti).

Sull'autenticità del video in cui le due ragazze si rivolgono al governo italiano implorando di essere liberate rimane ancora qualche dubbio, soprattutto in merito alla data di realizzazione del filmato. Tuttavia che dietro al rapimento ci sia Al-Nusra è un'ipotesi che trova sempre più conferme. Lo hanno rivendicato gli stessi miliziani, lo ha confermato lo stesso portavoce dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, Rami Abdel Rahman.

C'è però un dettaglio da chiarire, legato ad una foto circolata negli scorsi mesi, in cui le due ragazze erano ritratte mentre reggevano un cartello in cui, in arabo, si ringraziavano "gli eroi di Liwa Shuhada". Liwa Shuhada, secondo diversi esperti di terrorismo internazionale, sarebbe un gruppo legato alla stessa Al-Nusra. Il Giornale aveva raccontato questa storia. Ora che Greta e Vanessa parrebbero cadute proprio nelle mani di Al-Nusra, va ribadito che non è chiaro quale fosse il loro livello di conoscenza dell'arabo al momento in cui la foto è stata scattata, né, soprattutto, quali fossero i loro rapporti con Liwa Shuhada.

Ma, se anche quel cartello fosse stato messo loro in mano nel corso di una manifestazione, ci sono molte domande che rimangono senza risposta: Greta e Vanessa erano in contatto con Liwa Shuhada? Quali erano, quali sono stati i rapporti tra questa formazione e Al-Nusra?

A questi interrogativi tentano di rispondere i servizi, al lavoro nella speranza che Greta e Vanessa possano tornare a casa al più presto. Da Roma, gli inquirenti chiedono "riservatezza e prudenza", perché la situazione è molto "complicata e articolata": uno dei pochi punti fermi in questa brutta storia.

Devasta una chiesa urlando frasi in arabo: arrestato marocchino

Ivan Francese - Ven, 02/01/2015 - 12:59

A Cles, in Trentino, un uomo di 67 anni si è accanito contro statue e arredi interni della chiesa di Santa Maria Assunta

Forse si trattava solo di un pazzo. Sta di fatto però che il suo gesto è costato carissimo, al patrimonio artistico e ancor più al sentimento religioso della comunità parrocchiale di Cles, in provincia di Trento.


Un'immagine della chiesa di Cles devastata

Un marocchino di 67 anni si è introdotto ieri pomeriggio nella chiesa di Santa Maria Assunta poco dopo la fine della Santa Messa, devastando con un bastone di ferro statue ed arredi interni del tempio. Nel folle raid sono state distrutte statue della Madonna col bambino, dell'Immacolata, della Madonna del Rosario e della Madonna addolorata, oltre a quella di San Giuseppe. L'uomo è stato sorpreso da una donna mentre entrava ed usciva nervosamente dalla chiesa farfugliando frasi in lingua araba.
Il vandalo si è inoltre accanito sui marmi di un altare e sul battistero, oltre che su due pale d'altare e su un grande quadro dell'Assunta. Nei minuti concitati dell'assalto è andato in frantumi il battistero. Infine, danneggiati gravemente anche alcuni candelabri argentei del Settecento che l'uomo ha usato per danneggiare in particolare le statue.

Ora l'uomo, residente da anni in Trentino, è stato arrestato con l'accusa di danneggiamento aggravato. Secondo i carabinieri, però, il suo gesto andrebbe collegato a problemi mentali del suo autore e non a un movente legato al fanatismo religioso. Entro oggi il vandalo verrà processato per direttissima dal Tribunale di Trento.

Il Capodanno di Napoli, de Magistris: «Le immagini della città hanno fatto il giro del mondo»

Il Mattino

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«Stanotte e fino all'alba un fiume in piena di napoletani e turisti ha invaso piazza Plebiscito ed il lungomare liberato per vivere una notte di musica dalla scenografia davvero fantastica. Ancora una volta Napoli è stata all'altezza della sfida e ha dimostrato a tutti la propria capacità organizzativa; per questo voglio ringraziare tutti coloro che hanno lavorato e reso possibile questa notte magica. Tutte le donne e gli uomini del nostro Comune, della polizia municipale, di Asia, di Anm, di ABC, della protezione civile, delle forze dell'ordine,dei volontari».

Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. «Le immagini di Napoli hanno fatto il giro del mondo e tutti negli ultimi tempi siamo sempre più orgogliosi della nostra Terra. Ancora una volta Napoli ha mostrato la sua potenza di energia, passione ed umanità che sono il nostro vero segreto e ancora una volta è stata la capitale delle emozioni. Stanotte l'immagine della nostra città ha avuto i colori della gioia e dell'amore», annota il primo cittadino.

«Sul fronte organizzativo tutto è andato bene ed anche i dati in costante calo per i botti di fine anno sono un segnale incoraggiante anche se vanno sempre deprecati i comportamenti criminali e sconsiderati che stanno costando sofferenza e dolore ad alcuni nostri concittadini - penso soprattutto al piccolo ricoverato al Santobono - e disagi per le famiglie di Barra costrette fuori casa per l'esplosione nel sottoscala di un grosso quantitativo di fuochi e per le quali sin dalle tre di stanotte abbiamo attivato la nostra Protezione civile per l'assistenza alle famiglie e per seguire minuto per minuto la situazione. Da un anno all'altro non si può passare da 400 feriti a zero ma il miglioramento di questi ultimi anni è evidente e si deve anche a quanto stiamo facendo sul fronte della legalità e del rispetto delle regole», conclude.

giovedì 1 gennaio 2015 - 15:47   Ultimo agg.: 16:36

Capodanno, lo scandalo degli spazzini a Napoli: in 200 malati, i rifiuti restano in strada

Il Mattino
di Luigi Roano

In 200 hanno marcato visita nella notte del 30 e del 31 dicembre provocando disagi ai napoletani e lasciando interi quartieri in balia dei rifiuti. Ancora ieri sera alla Sanità - e in altre zone più periferiche - addirittura i cassonetti erano pieni.

Così, resti di spaghetti a vongole che nemmeno più i gatti randagi avevano il coraggio di assaggiare, hanno mortificato strade e vicoli e provocato la nausea dei tanti coraggiosi turisti che anche nel primo giorno dell'anno si sono recati sotto il balcone dove si affacciava il principe De Curtis, in arte Totò, per santificare il culto laico più profondo della napoletanità. Chi sono i 200? Quelli di Asìa, l'Azienda speciale per la raccolta dei rifiuti, un servizio per il quale i napoletani pagano la tassa più salata d'Italia.

Un esempio? 5 persone in una casetta di 50 metri arrivano a versare fino a 460 euro all'anno nelle casse del Comune, ente proprietario di Asìa. Dunque, in 200 marcano visita, si danno per ammalati: colpa del gelo e dell'età avanzata, secondo quanto trapela anche dall'azienda dove si cerca di stendere un velo pietoso su quello che è un autentico scandalo. Del quale tuttavia sembrano essersi resi conto, visto che sono partite immediatamente le visite fiscali.

200 che marcano visita, tutti assieme, non può essere un caso, è una enormità, significa dimezzamento dei servizi e a fronte di questo, chissà se qualcuno pagherà mai, se qualcuno risarcirà della vergogna patita da chi il disservizio lo ha subito sulla sua pelle. Inoltre, uno degli effetti collaterali della mancata raccolta dei rifiuti, sono stati gli incendi dei cumuli durante i festeggiamenti di Capodanno, ne sanno qualcosa i vigili del fuoco. I rifiuti sono andati in fiamme perché centrati in pieno dai fuochi d'artificio. Provocando ulteriori danni, in quanto i contenitori dei rifiuti hanno preso a loro volta fuoco, causando perdite finanziarie all'azienda.

Napoli, rifiuti in strada il primo giorno dell'anno (Newfotosud - A. Di Laurenzio)




venerdì 2 gennaio 2015 - 08:26   Ultimo agg.: 10:01

Clandestini, marò, golpe anti Cav. Tutte le dimenticanze di Napolitano

Massimiliano Scafi - Ven, 02/01/2015 - 08:36

Il capo dello Stato tira un bilancio dei suoi nove anni al Colle ma dimentica tutti i temi cari al centrodestra

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Se ne va, dopo nove anni, perché non ce la fa proprio più, perché ha «toccato con mano come l'età comporti crescenti limitazioni e difficoltà», perché non può «sottovalutare i segni dell'affaticamento e le incognite che essi racchiudono».
Manca solo il nome, il resto c'è tutto. «Chi presto mi succederà», spiega infatti il capo dello Stato a tredici milioni di italiani intenti ad attaccare il cotechino, ha già i compiti da svolgere, ha un binario da seguire: rinnovare il Paese attraverso le riforme che il governo sta varando, battere la corruzione «bonificando il sottosuolo marcio della società», praticare al paziente Italia una terapia di autostima. L'obbiettivo è il rilancio, un nuovo dopoguerra. Napolitano parla per ventidue minuti.

Non dei marò, come sperava La Russa, né degli immigrati clandestini, come voleva Salvini, e nemmeno della caduta del governo Berlusconi, come chiedeva Brunetta. Certo, nell'ultimo discorso di Capodanno c'è un po' di autocritica, perché «gli interventi pubblici messi in atto stentano a produrre effetti decisivi per alleviare il peso delle ristrettezze e delle nuove povertà», perché «la disoccupazione giovanile dilaga», e perché «nemmeno nell'anno che si chiude siamo riusciti a risollevarci dalla crisi in cui siamo precipitati».

Ma il bilancio finale, secondo il capo dello Stato, nonostante i flop di Monti e Letta e il fallimento delle larghe intese, è positivo. «L'aver tenuto in piedi una legislatura aperta quasi due anni fa è di per sé un risultato importante. Si è in sostanza evitato di confermare quell'immagine di un'Italia instabile che tanto ci penalizza e si è messo in moto l'indispensabile processo di cambiamento». E proprio questo, dal suo punto di vista, è il lascito più importante. «Spero di poter vedere nel 2014 almeno iniziata un'incisiva riforma delle istituzioni repubblicane, così avevo detto un anno fa.

Ebbene, è innegabile che quell'auspicio si sia realizzato». Il percorso «va concluso». Fine del bicameralismo paritario, revisione del rapporto tra Stato e Regioni, una nuova legge elettorale. Sono le pre-condizioni necessarie per rivoltare il Paese. E qui si vede il livello di sintonia raggiunto con Matteo Renzi, dopo un inizio incerto, si capisce come il premier fiorentino, considerato alla stregua dell'ultima speranza, sia l'eredità politica lasciata da Napolitano. «Nel semestre l'Italia si è battuta per un cambiamento delle politiche dell'Unione che accordi la priorità a un rilancio delle economie. Tra breve il presidente del Consiglio tirerà le somme dell'azione critica e propositiva svolta a Bruxelles». La data è il 13 gennaio, Dopo, ogni giorno sarà buono per formalizzare le dimissioni.

Napolitano è costretto da i suoi novant'anni a mollare, ma spera che il futuro capo dello Stato non cambi la rotta. «Di strada ne abbiamo comunque percorsa dal 2006. Ho fatto del mio meglio in questi anni travagliati per rappresentare e rafforzare l'unità nazionale, per sanare le ferite che aveva ricevuto». E questo «è il solo modo per andare avanti e affrontare le gravi patologie di cui il Paese soffre», a cominciare da criminalità e corruzione. Ma ora, dopo con il suo bis al Quirinale si era aperta una finestra per tempi eccezionali, è arrivato il momento di tornare alla normalità. Napolitano resta convinto «che la disponibilità richiestami nell'aprile 2013 sia risultata un passaggio determinante per dare un governo all'Italia e favorire un rapporto più costruttivo tra opposti schieramenti politici».

Però adesso, dice, «è positivo che si torni alla regolarità dei tempi di vita delle istituzioni». Dunque, missione fiducia. «Il cammino del nostro Paese in Europa e quello della politica in Italia lo determineremo tutti noi, con i comportamenti, le prese di coscienza, le scelte. Più si diffonderanno senso di responsabilità e senso del dovere, senso della legge, della Costituzione e della Nazione, più si potrà ricreare quel clima di mobilitazione collettiva che animo la ricostruzione postbellica». In questo quadro pure il Parlamento, quando si tratterà di scegliere il prossimo presidente, «dovrà dare una prova di maturità e responsabilità».



Prigione dorata solo per finta. Al Quirinale si vive nel lusso tra benefit e residenze esclusive

Massimo Malpica - Ven, 02/01/2015 - 08:57


I nove anni di Re Giorgio presentati come un sacrificio. Dimenticando un incarico tra comodità e privilegi

Roma - È vero che nessuno dovrebbe essere costretto a lavorare alla soglia dei 90 anni, ma Giorgio Napolitano al Quirinale non è esattamente paragonabile a un operaio «condannato» a lavorare in fabbrica a vita.

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Il capo dello Stato «stanco» si prepara a dare le dimissioni seguendo le orme di Ratzinger dall'altro lato del Tevere, ma per quanto sia comprensibile il suo desiderio di ritirarsi a vita privata, di certo la sua lunga permanenza al Colle non è stata proprio una pena da scontare alla Cayenna. Dalla sua elezione a maggio 2006 fino a oggi, Re Giorgio - sottratto alla dura legge del consenso a cui non sfuggono gli altri politici - ha ricevuto e incaricato cinque diversi premier. Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi sono tutti passati a giurare per il Colle.

I governi passavano uno dopo l'altro e lui restava al suo posto al Quirinale, punto di riferimento politico, faro del potere. Entrato in politica nel 1953 con la prima elezione a Montecitorio, dopo 62 anni il quasi novantenne presidente della Repubblica è ancora in gioco. Anche se «costretto» finora a rinunciare alla pensione, e con vitalizi e indennità accumulate nella sua lunga carriera sospese «per dare il buon esempio», Napolitano ha comunque potuto contare negli ultimi otto anni su un dignitoso «stipendio» da 239mila euro l'anno, al quale vanno naturalmente aggiunti i benefit retaggio della prima carica dello Stato.

A cominciare da una «casa» di tutto rispetto (il Quirinale, la cui macchina costa alle casse dello Stato 228 milioni di euro l'anno, ossia circa 26mila euro ogni ora) con migliaia di dipendenti, lussuose automobili di rappresentanza e due residenze esterne sempre a sua disposizione. La tenuta presidenziale di Castelporziano - quasi 6mila ettari sul litorale romano - a un tiro di schioppo dal Colle, dove lo scorso 29 giugno il capo dello Stato ha festeggiato «in famiglia» il suo 89esimo compleanno. E - nella sua Napoli - la neoclassica Villa Rosebery, 66mila metri quadri di proprietà affacciati sul mare che bagna l'esclusiva Posillipo.

E soprattutto, dopo 60 anni trascorsi in politica, Re Giorgio - undicesimo e dodicesimo presidente - esercita ancora il Potere. E il potere è un elisir antilogoramento, come amava ripetere un altro grande vecchio della politica tricolore, Giulio Andreotti. Per molti, Napolitano quel potere lo ha esercitato anche oltre i confini naturali del suo incarico, ridisegnando di fatto le funzioni del Capo dello Stato. Arbitro delle faccende di Palazzo, più che taglianastri come molti suoi predecessori, regista politico dove altri invece avevano picconato o lanciato «moniti», infine acclamato come salvatore della Patria al momento di accettare il suo secondo incarico dopo la fine del primo settennato, primo caso nella storia della Repubblica.

E persino adesso che è al passo d'addio, Napolitano non si limita ai saluti ma detta ancora le priorità dell'agenda politica. È stanco, come è normale che sia guardando la sua carta d'identità. Ma è stanco per sua scelta, non è capo dello Stato in virtù di una condanna definitiva: la sua permanenza al Colle si interromperà quando sarà lui a deciderlo. Il Quirinale non è Sant'Elena. E Re Giorgio, a differenza di Napoleone, se è prigioniero lo è solo di se stesso.

Lizard Squad, parlano i terroristi che hanno bloccato le playstation a Natale: «Che divertimento»

Il Mattino
di Chiara Graziani

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La Lizard squad, l'unità lucertola, a Natale ha mandato in tilt le Playstation di mezzo mondo con un impressionante sfoggio di impunità e controllo tecnologici. Veri pirati dei mari del web dove, inconsapevoli, nuotiamo tutti. Proprio come in un "A movie" americano di catastrofi simulate, dietro questa storia che dall'ombra ci ha raggiunti sul salotto di casa, c'è un cattivo mascherato.

Un cattivo vero, che ha già riscosso miliardari riscatti dalle multinazionali, colpite e accecate, ma che sembra troppo capace, efficente e capillarmente presente da ricercare il solo denaro.
Lizard Squad può prendersi il piatto, senza aspettare che gli si ceda il cucchiaio.

Trova «divertente» chi lo chiama cyberterrorista, ammette di aver talvolta esagerato come quando ha minacciato un attacco all'aereo del presidente della Sony facendo alzare in volo gli F16 militari. Afferma che il suo obiettivo prioritario è «spassarsela al massimo». Ma gigioneggia con la sua fama. Che è pessima. E non fa ridere nessuno.

I servizi segreti Usa, infatti, considerano Lizard Squad amico dei peggiori cattivi ragazzi del momento, l'esercito dello Stato islamico che sta destabilizzando il Medio Oriente frantumandone le linee di confine che disegnammo dall'Occidente a tavolino, a dispetto della storia e anche della geografia.

Questo, il misterioso portavoce intervistato lo nega ma conferma i sospetti che ci sia sempre Lizard Squad dietro l'attacco alla Sony per censurare e sabotare il film The Interview che aveva fatto infuriare il satrapo nord-coreano Kim Jong-un. «Siamo stati noi - dice - a passare i login dei dipendenti per il primo attacco». Queste e tante altre cose Lizard Squad ha raccontato a Brian Fung del Washington Post manifestandosi via chat sotto lo pseudonimo di un celebre hacker che bucò le difese della Cia.

Il giornalista si è preoccupato di verificare l'attendibilità di chi gli parlava via chat.
L'intervistato ha fornito credenziali twittando e mandando file. Quello che leggete è dunque il contenuto di una conversazione garantita da una testata autorevolissima. Precisazione non superflua visto che i sedicenti portavoce di Lizard Squad in questi giorni sul web si sono moltiplicati. E all'informazione, quella professsionale, sta il compito si dividere il grano dal loglio.

I punti della conversazione: Sony e Microsoft sono inermi come lumache se attaccate da un bombardamento che le ingolfa al ritmo di mille miliardi di byte al secondo: «Li avevamo avvertiti un mese prima di quel che sarebbe accaduto. Eppure li abbiamo buttati giù senza problemi sparando 1, 2 terabyte al secondo» ha detto il portavoce.

Il giornalista, poi, ha chiesto conto dei soldi: «Vi fermate se vi pagano, non temete di essere considerati venduti?». No problem, per l'intervistato: «Essere comprati è una vittoria per noi ed una sconfitta per altri, non siamo mica attivisti. Il nostro obiettivo principlae è il divertimento».
Siete giocatori, allora? «Non direi. Ma quello che facciamo è una specie di grande gioco a scacchi».

Lizard, come ogni bravo rettile, depone uova. E non ha perso l'occasione per rivendicare di averne deposte migliaia nella rete Tor, il cosiddetto Internet sommerso, l'ultima frontiera che sfugge al Web colonizzato da google. Uova di serpente, più che di lucertola: ne hanno fatte schiudere qualcuna, tanto per dimostrare che Lizard Squad non ha preferenze ideologiche. E l'attacco a Tor, ha detto al Wp, non è certo stato il giorno zero.

martedì 30 dicembre 2014 - 09:45   Ultimo agg.: giovedì 1 gennaio 2015 21:28

Padova, dormiva per strada al gelo: multa di 100 euro per un clochard

Il Mattino

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Cento euro di multa. Questa la contravvenzione elevata dai vigili urbani la notte del 21 dicembre alle 2.25, in piazzetta Sartori, in centro a Padova, a un uomo che dormiva a terra. «Si sdraiava a terra sul marciapiede utilizzandolo come giaciglio per dormire. Nell’occasione utilizzava cartoni e coperte che venivano fatte rimuovere», si legge nel verbale.

L'uomo che "si sdraiava a terra" è Massimo Susa, 48 anni, originario di Torino, uomo tranquillo, ex dipendente di una ditta di illuminazione. Una volta perso il lavoro, non è più riuscito a trovarne altri. Ed è arrivata la strada. Il gelo. E ora anche la multa dei vigili.

giovedì 1 gennaio 2015 - 15:35   Ultimo agg.: 15:41

Assediata la mamma anti abusivi

Alberto Giannoni - Ven, 02/01/2015 - 09:51

Lancio di petardi, mattoni e bottiglie contro la casa della donna che ha denunciato gli autonomi del Lambretta

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Una notte da incubo. Paura, rabbia e anche qualche danno. Non poteva concludersi in modo peggiore, per lei, il 2014 - l'anno che le ha portato l'Ambrogino d'oro del Comune. Eppure Gabriella Baio continua a non abbassare la testa, di fronte a quelli che chiama «delinquenti figli di papà» e «nazisti», che l'altra notte hanno letteralmente assediato la sua casa, col lancio di petardi, tegole e bottiglie, per non dire degli insulti.

Gabriella è la giovane mamma di un bambino piccolo. Nel quartiere è ormai conosciuta per le sua battaglia contro gli autonomi che hanno occupato le villette Aler di piazza Ferravilla, facendone la sede di un centro sociale, considerato molto (radical) chic e nondimeno abusivo (come un'altra ventina a Milano). Da un mese a questa parte è conosciuta un po' in tutta Milano per l'Ambrogino d'oro che le è stato conferito dal Comune. La benemerenza le è stata assegnata su proposta dell'ex vicesindaco, Riccardo De Corato, che ha visto in lei un simbolo della legalità, a maggior ragione dopo che - (anche) grazie alla sua battaglia in difesa dei residenti e contro i prepotenti dei centri sociali - le palazzine Aler sono state sgomberate, a fine agosto.

Ma il ritorno alla legalità non dev'essere stato molto apprezzato dagli abusivi. E la Baio li ha riconosciuti in chi ha attaccato la sua casa. Non ha dubbi, non fosse altro che per le accuse che si è sentita rivolgere - è stata «rimproverata» anche per aver cancellato alcuni graffiti. L'incubo è iniziato verso le 22 e 30, con un petardo lanciato contro la sua finestra e andato a segno: esploso, anche se solo parzialmente, cosa che avrebbe anche potuto rappresentare un pericolo nel momento in cui lo ha raccolto con l'intenzione di mostrarlo alle forze dell'ordine.

«Ero arrabbiatissima, sconvolta, impaurita - dice lei - e ho chiamato due volte i Carabinieri che mi hanno consigliato di stare chiusa in casa». «Non sono intervenuti con un mezzo» dice. È comprensibile, vista la nottata particolare. Ma alle 3 di notte il tiro al bersaglio è ricominciato, contro un'altra finestra che dà su un giardino confinante con lo spazio precedentemente occupato. Tre colpi forti. Poi alle 5 altri colpi con oggetti pesanti: «Tegole e poi qualcosa di contundente con cui hanno spaccato le doghe della persiana» racconta. E cocci. Viene ribaltato un bidone. Lei, all'alba, si decide a chiedere aiuto allo stesso De Corato, che ha conosciuto nel giorno della cerimonia del Comune.

«Un vile attacco - commenta De Corato - per tutta la notte, i Lambretta hanno sparato petardi e bombe carta contro l'abitazione della donna costringendola a una notte di paura. Gli agenti della Questura sono intervenuti, anche su mia segnalazione, riscontrando la pericolosità della situazione e rinvenendo un petardo non ancora esploso. Questo è il messaggio dei centri sociali e in particolare del Lambretta rivolto alla città di Milano, alle istituzioni, a chi ha avuto il coraggio di denunciare le loro angherie». «Questo clima di intimidazione, favorito dall'atteggiamento comprensivo di Pisapia nei confronti dei teppisti dei centri sociali - dice Fabrizio De Pasquale, consigliere comunale di Forza Italia - deve essere combattuto con più attenzione dalle forze dell'ordine. Chi denuncia, come ha fatto coraggiosamente la Baio, non può subire ritorsioni».

«Mi aspetto che si indaghi su chi occupava e sugli ambienti limitrofi - dice il consigliere di zona 3 Gianluca Boari (Ncd) - e mi aspetto un atto di condanna del Consiglio di zona e del Comune». «Sono costernata - ha commentato ieri Gabriella Baio, preannunciando una imminente denuncia formale dell'accaduto - perché mi trovo ancora a combattere contro questi figli di papà viziati che non hanno di meglio da fare che importunare chi nel quartiere vuole solo vivere nella serenità e nel rispetto delle regole».