sabato 3 gennaio 2015

Ti tengo in braccio come facevi tu»: Giancarlo e la nonna Antonia, malata

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

Il passaggio pietoso tra generazioni: lui 28 anni, le 87, la loro storia su Facebook ha conquistato decine di migliaia di persone

Giancarlo con la nonna Antonia (Facebook) Giancarlo con la nonna Antonia (Facebook)

È appena cominciato il 2015 e Facebook ha già sfornato la fotografia dell’anno nuovo. Anzi, l’immagine-simbolo del passaggio dal vecchio al nuovo. Un giovane di 28 anni, Giancarlo Murisciano, che tiene sulle gambe la sua nonna materna, la abbraccia e sembra persino volerla cullare, aggiungendo parole estremamente forti: «Una volta mi tenevi tu sulle gambe adesso lo faccio io nonnina, senza vergogna e senza timore... per ricordare a tutti che la vita va vissuta e va combattuta... nella vita si deve essere presenti sempre e comunque... questo è il mio augurio per il 2015 la presenza di qualcuno accanto che ti possa proteggere e confortare ma anche essere felice e sorridente con noi...».
La foto scattata dopo il cenone di San Silvestro
Giancarlo, viso serio, asciutto, un filo di barba nera, sostiene tra le braccia nonna Antonia, 87 anni, malata di Alzheimer, come fosse la sua bambina, una camicia da notte bianca e leggera sotto un maglioncino di lana, le gambe ossute, nude, le calzette ai polpacci secchi, la testa posata sulla spalla del nipote, nel profilo un’espressione come di pianto infantile. Una sorta di pietà domestica alle cui spalle c’è una stufa accesa, quasi a voler ribadire l’idea di calore in quella grande famiglia di Gioia Tauro, con cinque figli e quindici nipoti.

È finito da poco il cenone tradizionale di San Silvestro a base di pesce, i figli e i nipoti hanno voluto brindare con la nonna che alterna attimi di lucidità a momenti di assenza, passata da poco la mezzanotte, nonna Antonia, che cammina a fatica per una recente frattura al bacino, deve essere presa dal divano per essere adagiata sul suo letto. Giancarlo la solleva e, in attesa che il letto venga preparato, si siede su una sedia, quando la cuginetta dodicenne afferra la macchina fotografica e scatta un flash, nell’attimo in cui il braccio di Giancarlo avvolge con cautela la spalla della vecchietta.
Una grande famiglia che vive ora nella casa della nonna
«Sono cresciuto in casa dei nonni, per stare con loro, avevo una stanza nella loro casa per assisterli di notte se ne avevano bisogno, ma sono stati i nonni per tanti anni a darmi molto di più di quel che potevo offrire io». Giancarlo sa come trattare le persone fragili, ha studiato Scienze motorie e ora lavora come fisioterapista in una palestra di Messina. Ogni tanto nonna Antonia lo confonde con suo fratello, ormai morto da anni; altre volte confonde sua figlia Serafina con sua madre, mescolando i nomi, i ricordi e le fisionomie. Adesso la grande famiglia vive spesso in casa della vecchia contadina Antonia:

«Di giorno non è mai sola, e di notte mia madre dorme con lei». Giancarlo dice che non era in pianto, la nonnina, nell’attimo della fotografia, era un’espressione di pudore e insieme di dispiacere per la propria debolezza, forse di riconoscenza per non essere stata lasciata sola: eccola lì la presenza, la protezione di cui parla Giancarlo. Era sempre stata lei a tirare avanti la famiglia con tre figli maschi e due femmine, e adesso, nonostante la malattia, ha capito con dolore e con gioia che sono gli altri a doversi preoccupare di lei.
Su Facebook decine di migliaia di condivisioni
Nella fotografia scattata a cavallo tra un anno e l’altro c’è il passaggio pietoso delle generazioni, quel momento (purtroppo sempre più raro) in cui tutto si capovolge e i nipoti, un tempo accuditi maternamente dai nonni, diventano i tutori della vecchiaia, padri o madri dei loro padri e delle loro madri, e magari dei loro stessi nonni quando non si vuole consegnare l’anziano a una casa di riposo pur di salvaguardarne l’intimità domestica fino all’ultimo. In religiosa ottemperanza a quella frase ricorrente sulla bocca dei vecchi: «Preferirei morire nel mio letto».

Non è un caso se la fotografia postata all’alba su Facebook ha avuto, in poche ore, decine di migliaia di condivisioni, applausi, adesioni che parlano di amore, di felicità e di tenerezza. Probabilmente anche con un po’ di ipocrisia, forse con qualche confortante dose di sincerità.

3 gennaio 2015 | 08:50

Vigili: gag, disavventure e scandali I retroscena dello scontro con Marino

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

I vigili romani sono il doppio dei milanesi e fanno un terzo delle multe. L’intervento di Cantone

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ROMA - Scherzi del destino. Per aver osato scrivere che dei vigili urbani a Roma si nota soprattutto l’assenza, il giornalista del Corriere Maurizio Fortuna è stato querelato da ventotto di loro. Pochi giorni dopo il recapito della citazione, ecco la notizia che la sera di San Silvestro l’83,5% degli agenti in servizio era scomparso. Chi si dava malato, chi donava il sangue, chi stava con la mamma inferma...
La multa di Sordi a De Sica
Questa «diserzione di massa», per dirla con il comandante Raffaele Clemente, è l’ennesimo episodio della guerra dichiarata a Ignazio Marino. Certo non per la bacchettata a un agente troppo galante con una bella automobilista senza patente, come quella appioppata nel film «Il vigile» al pizzardone motociclista Otello Celletti, alias Alberto Sordi, dal sindaco Vittorio De Sica: prontamente ricambiato con una multa per eccesso di velocità. Qui il conflitto è di ben altre proporzioni. E c’è da augurarsi che non vada a finire allo stesso modo, con la macchina del sindaco nella scarpata e il vigile che lo scorta all’ospedale.

Il culmine dello scontro, a novembre: quando Marino e Clemente hanno deciso la rotazione degli incarichi. L’iniziativa, senza precedenti, ha scatenato una rivolta. Capitolo chiuso con l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone che ha definito la rotazione non solo «legittima», ma «un meccanismo a tutela delle persone per bene». Però gli animi non si sono placati affatto.
Il caso Liporace
Il rapporto fra i vigili e Marino è sempre stato turbolento. Un mese dopo il suo insediamento il loro capo Carlo Buttarelli, messo lì da Gianni Alemanno, se n’è andato sbattendo la porta. Al suo posto è stato chiamato un colonnello dei carabinieri selezionato con procedura pubblica. Nonostante tre lauree, però, Oreste Liporace non aveva tutti i requisiti previsti e ha dovuto gettare la spugna. Allora è arrivato un poliziotto della squadra anticrimine della Questura di Roma: Clemente, appunto. Senza provocare, anche in questo caso, manifestazioni di giubilo da parte di quanti hanno interpretato tale nomina, al pari di quella tentata in precedenza, come un gesto di aperta sfiducia verso la polizia municipale. Il cui capo proveniva di regola dai ranghi interni. Anche se poi non sempre tutto filava liscio.
Le disavventure dell’ex comandante Catanzaro
Dicono tutto le disavventure del predecessore di Buttarelli, il comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani incaricato di sostituire quel Giovanni Catanzaro pizzicato dal Messaggero a parcheggiare la sua Alfa Romeo in una zona off-limits vicino a piazza di Spagna: sul cruscotto un permesso per disabili. Rimosso da Walter Veltroni, Catanzaro sfiora nel 2008 la candidatura al consiglio comunale con l’Udc. Dieci mesi fa Giuliani viene arrestato con l’accusa di corruzione. Dicono i giudici che prendeva tangenti dalla società incaricata di ripulire l’asfalto dopo gli incidenti stradali. Lui si proclama estraneo: «Sono sempre stato ligio ai miei doveri».
Il concorso nel caos
Mesi prima, un’altra disavventura. Lo scenario, questa volta, un concorso per 300 aspiranti vigili. Giuliani presiede la commissione d’esame quando parte un’inchiesta della Procura di Roma nella quale si ipotizza il reato di falso ideologico. Alemanno revoca tutti e comincia un autentico Calvario. Da allora si sono alternate ben tre commissioni ma i risultati del concorso, bandito ormai cinque anni fa, non ci sono ancora. Le indagini che riguardano Giuliani, invece, si stanno per chiudere. Nemmeno il rapporto degli ispettori inviati dal Tesoro a verificare i conti della capitale è tenero nei giudizi. Sostiene per esempio che dal 2010 al 2013 siano state erogate ai vigili indennità di responsabilità per quasi 23 milioni in eccesso rispetto ai livelli considerati legittimi. Segnalando anche una serie di anomalie come la maggiorazione notturna concessa per le fasce orarie 16-23 e 17-24, nonostante i contratti nazionali la prevedano solo dalle 22 alle 6 del mattino.
I numeri dei vigili in strada
A Roma i vigili sono potentissimi: addirittura più del sindaco, si è sempre detto. Se ne contano 6.077. Tuttavia ce ne sono costantemente in giro per la città che ha il più alto numero al mondo di auto (oltre 70 ogni cento abitanti) da un minimo di 105, la sera, a un massimo di 993, la mattina. Ovvero, dall’1,7 al 16,3% della forza complessiva. Il tutto fra strade disseminate di vetture in seconda fila e mai una contravvenzione sotto il tergicristallo, neppure davanti a un comando della polizia municipale. E la produttività? Spiega molte cose il confronto con Milano contenuto nello studio Sose-Ifel sui costi standard. Mentre Roma spendeva per gli stipendi dei vigili il 14,5% più del «fabbisogno standard», Milano risparmiava il 38,3%. Con 154 multe mediamente a testa fatte a Roma contro le 370 di Milano. E le 27.990 sanzioni di altro genere elevate dai seimila vigili romani contro le 79.870 dei poco più di tremila loro colleghi milanesi.
Il vigile di piazza Venezia
Talvolta, dobbiamo riconoscerlo, le condizioni non sono facili. Come capita a chi deve misurarsi con un infernale caos di lamiere: ricorrendo a gesti e movenze tanto eleganti da affascinare perfino Woody Allen. Che nel suo film «To Rome with love» ha immortalato la scena del bravissimo vigile Pierluigi Marchionne sulla pedana di piazza Venezia mentre dirige il traffico, nemmeno fosse un direttore d’orchestra. Proprio lì, dove una volta il giorno della Befana si portavano regali ai pizzardoni in segno di riconoscenza. Altri tempi...


VIDEO : Le gesta del mitico Otello Celletti che multa il sindaco

3 gennaio 2015 | 08:40

Se gli amici di Bergoglio sono i nemici di Ratzinger

Matteo Carnieletto - Sab, 03/01/2015 - 14:57

Coloro che avevano attaccato il pontificato di Benedetto XVI si trovano ora a difendere quello di Francesco. Mentre scrittori cattolici come Messori e Socci vengono fulminati da "Avvenire"

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Siamo sinceri: Papa Francesco piace alle frange più progressiste della Chiesa. Le stesse frange che durante il pontificato di Benedetto XVI attaccavano il Pontefice, ora si trovano vestire i panni degli zuavi pontifici e si dimostrano sempre disponibili a difendere il Papa. Il Papa, attenzione, cioè Francesco. Non il papato in quanto istituzione.

Già all'epoca della pubblicazione di Non è Francesco di Antonio Socci i nuovi difensori della "Chiesa povera per i poveri" non avevano esitato a prender le difese del Papa, attaccando duramente il giornalista senese. Lo stesso è accaduto dopo la pubblicazione dell'articolo di Vittorio Messori lo scorso 24 dicembre. Anzi: Paolo Farinella, sacerdote e firma del Fatto quotidiano che aveva definito il pontificato di Benedetto XVI "una sciagura per la Chiesa", ha lanciato un appello per fermare gli attacchi a Papa Francesco. Farinella convertito sulla via dell'ortodossia cattolica? Niente affatto: ha semplicemente trovato in Francesco un portavoce ideale.

Si segnalano, tra i firmatari dell'appello, anche "Noi siamo Chiesa", che ebbe l'ardimento di apprezzare solamente le dimissioni di Benedetto XVI: "l’atto più innovativo del suo pontificato"; Alex Zanotelli, il missionario pacifista che ha affermato di aver compreso chi fosse Cristo grazie a Gandhi, Martin Luther King, don Milani e don Mazzolari; le Comunità cristiane di Base che sul loro sito ripropongono una recensione del libro Il Dio Queer, ovvero "il Dio frocio, il Dio ricchione", pubblicato dalla casa editrice valdese Claudiana.

E, infine (ma l'elenco potrebbe continuare), tra i firmatari c'è anche don Aldo Antonelli, "prete scomodo e prete rosso", che - con candore - il primo novembre 2007, scriveva: "Caro papa Benedetto XVI, non ti capisco" e, dopo una lunga serie di consigli non richiesti, concludeva: "Nei miei studi di teologia ho imparato che i nostri (di noi sacerdoti) interlocutori privilegiati sono i Lazzari della terra. Ho impressione che tu preferisca dialogare con gli Epuloni", ovvero con gli uomini ricchi e potenti.

Così, si invertono le parti: gli apologeti come Messori e Socci che sempre hanno difeso la Chiesa si trovano ora nella posizione di "antagonisti", attaccati da coloro che, smessi i panni di preti di strada, indossano ora le divise pontifice.

Se per criticare Expo Dario Fo scambia Pisapia con la Moratti

Chiara Sarra - Sab, 03/01/2015 - 11:00

L'attore dà tutte le colpe all'ex sindaco. Ma quando è partito il progetto a Palazzo Marino c'era già il suo paladino

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Tutto pur di attaccare la destra e in particolare Letizia Moratti. Così in un'intervista a Repubblica Dario Fo attribuisce all'ex sindaco persino il "disastro annunciato" dell'Expo 2015.


"Noi abbiamo avuto un grave handicap iniziale", ha detto l'attore premio Nobel parlando della gestione "della giunta Moratti e del suo entourage": "Si sono compiuti veri e propri disastri sul piano della moralità", ha aggiunto, "Penso alle inchieste una dietro l'altra, ai personaggi ambigui che avevano dei ruoli nell'organizzazione dell'evento. Cosa ci aspettavamo di diverso? Sono sempre gli stessi". Peccato che, come fa notare ItaliaOggi, il progetto Expo sia partito solo nel 2011, poco dopo che a Palazzo Marino è arrivato Giuliano Pisapia. Lo stesso Pisapia che Fo descrive come "una persona onesta, che però si è trovata con la sacca vuota e i debiti da pagare".

Napolitano, il presidente che tradì l’Italia

Marcello Foa


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Rieccomi a voi, dopo qualche giorno di vacanza in cui ho davvero staccato la spina. Innanzitutto, ovviamente, buon anno. E sarà un anno importante per l’Italia: Napolitano non sarà più il presidente della Repubblica.

Come al solito, non mi unisco al coro dei giornalisti e dei partiti che già salutano, con la consueta retorica, il servitore delle Istituzioni. Il mio giudizio su Napolitano è tutt’altro che retorico e, come sempre fattuale. Fuor di metafora: Napolitano non è stato un buon presidente per la semplice ragione che non ha rispettato l’essenza, l’anima, la missione di un Capo dello Stato: che è quello di servire il popolo, di rispettare in modo inflessibile la Costituzione, di difendere la sovranità.
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Napolitano, invece, appartiene a quella élite di politici che, in Italia ma non solo, di fatto si prodiga per svuotare di significato proprio la carica, le istituzioni e in ultima analisi il Paese che dovrebbe difendere.

La tecnica è raffinata ma come sempre non facilmente interpretabile e mai spiegata all’opinione pubblica, che deve essere mantenuta nell’illusione. Funziona così: il rispetto formale del mandato e della Costituzione costante, i richiami ai valori nazionali e al senso dello Stato rituale, retorico, obbligato.
Il tono cambia quando il presidente parla di Unione europea; in questo caso trapela l’appartenenza, la convinzione, il senso storico di una missione.

Il presidente che dovrebbe difendere la Costituzione curiosamente lancia continuamente appelli alla cessione di sovranità e di poteri a favore della Ue di cui auspica l’unione politica e naturalmente per il bene degli italiani (basta una ricerca su un motore di ricerca per trovare centinaia di riscontri). Nella gestione del potere nazionale ovviamente si prodiga per difendere, proteggere e al momento giusto lanciare quei politici o quei tecnici che la pensano come lui e con cui condivide le stesse referenze sovranazionali.

E’ stato Napolitano ad avallare il colpo di stato con cui le élite europee hanno fatto cadere Berlusconi nel 2011, attribuendo simultaneamente l’incarico al suo grande amico e sodale Mario Monti, tra l’altro beneficiandolo della nomina improvvisa a senatore a vita; dunque rendendo possibile l’attuazione di un piano che, come ormai ampiamente dimostrato, è stato concepito mesi prima della caduta del Cavaliere.

E’ lo stesso Napolitano a spingere un altro giovane, emergente sodale Enrico Letta a Palazzo Chigi e poi, dopo pochi mesi, a benedire l’improvvisa ascesa, ma gradita a certi ambienti, di Matteo Renzi, superando un’antipatia e una diffidenza personale che ora traspare, ma a cui si è inchinato in ossequio a logiche che al popolo non vengono mai spiegate. Un “obbedisco” a modo suo.

E se ripercorrete la storia di questo decennio, vi accorgerete come nei momenti critici – ad esempio nel pieno delle crisi finanziarie, di quella greca o di forte criticità per la sopravvivenza dell’euro, Napolitano abbia usato tutta la sua influenza e il suo prestigio istituzionale per spingere l’opinione pubblica e le forze politiche sempre nella direzione voluta dall’establishment europeo, che appare come un referente più forte, alto e influente della Costituzione italiana.

Parlare di tradimento del mandato non è improprio. Di certo quello di Re Giorgio appare come un tradimento dell’Italia.E non dobbiamo illuderci che a Napolitano subentri un eletto autenticamente patriottico. Riparleremo presto del successore, ma sin d’ora si può affermare che via un Napolitano se ne farà un altro, che offra le stesse garanzie e vanti le stesse appartenenze. Perché questa è la logica del potere che governa davvero l’Europa. E dunque anche quel che resta dell’Italia. Ma agli italiani non va detto e men che meno spiegato.

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Vigliacchi di Stato

Alessandro Sallusti - Sab, 03/01/2015 - 16:28

I complici sono i sindacati che li proteggono e il governo che ha salvato i dipendenti pubblici dal jobs act

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Penso a un amico imprenditore che un anno fa ha dovuto chiudere l'azienda e oggi lotta contro una depressione che non gli dà tregua.

Penso ai cassintegrati che dopo aver perso il lavoro stanno perdendo anche la speranza di ritrovarlo. E, senza andare lontano, penso ai tanti colleghi rimasti a casa per i tagli nell'editoria che vagano per le redazioni superstiti a caccia di una collaborazione, anche sottopagata.

E poi penso ai vigili urbani di Roma che la notte del 31 si sono dati in massa malati per festeggiare in famiglia o perché arrabbiati con il sindaco Marino in quanto «pagati male». Penso queste cose e provo rabbia e vergogna. Comodo non lavorare avendo garantito a vita il posto di lavoro. Facile protestare per avere più soldi sapendo che comunque vada non perderai un centesimo. Da vigliacchi è poi farlo mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini in una notte cruciale per la sicurezza.

Manifestato tutto il disprezzo possibile per questi incoscienti, è ora di smascherare i protettori degli statali fannulloni e furbetti.

I sindacati, ovviamente, complici dello sfascio strutturale e morale del pubblico impiego. Ma anche una certa politica che non ha mai avuto il coraggio di mettere in riga gli oltre tre milioni di italiani con il posto di lavoro garantito a vita. Parliamo di un esercito di elettori che fa paura anche a Matteo Renzi. Il quale ieri si è detto indignato per i fatti di Roma e ha annunciato misure severe. E pensare che solo pochi giorni fa ha graziato gli statali stralciando di suo pugno la loro posizione dalla nuova legge sul lavoro che prevede il licenziamento in tronco per fannulloni, imbroglioni e incapaci.

Senza quell'intervento salvifico, oggi si potrebbero cacciare i vigili di Roma che si sono inventati malattie inesistenti. Questi signori a Renzi devono fargli un monumento, ma se fossi nei panni del premier non ne andrei fiero. A fare il duro con i lavoratori dipendenti, le partite Iva e gli artigiani per poi calare le brache con una massa di privilegiati non si va lontano. E se poi quei privilegiati vestono pure una divisa, l'indignazione per noi comuni mortali è ancora più forte. Nei loro confronti e verso il malato vero, che è chi ci sta governando in questo modo assurdo.

Napolitano è il peggiore, ci è costato 16 milioni e tanti guai"

Libero


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Che cosa resta di Giorgio Napolitano? La predica inutile di anziano parroco di campagna. Analizzando nel dettaglio i 22 minuti con cui il capo dello Stato la sera del 31 dicembre ha annunciato ufficialmente che lascerà a breve l'incarico, si scopre infatti che il presidente della Repubblica non ha detto nulla di concreto. Non dico che ci fosse da aspettarsi parole chiare e definitive su temi come le riforme o la politica economica necessaria a rilanciare l'Italia, però almeno qualche cosa di più di un’esortazione a fare i bravi ragazzi forse gli italiani se l'aspettavano. Da uno che per nove anni è stato ai vertici del Paese, ne ha rappresentato l'immagine all'estero e, purtroppo, ne ha condizionato la guida facendo e disfacendo i governi, forse ci si sarebbe attesi un intervento un po' più efficace delle quattro chiacchiere banali impartiteci.

Invece l'uomo forte dell'Italia, l'unico inquilino del Colle che nella storia repubblicana sia riuscito a farsi eleggere due volte, colui che ha visto nascere e morire quattro governi e mezzo (il mezzo è quello in carica, che non è un governo ma la succursale di casa Renzi e ancora non si sa quanto durerà), ha scelto di dire frasi scontate sull'orgoglio nazionale, sulla necessità di riscatto e sull'importanza di rimanere uniti. Tutte cose che ovviamente gli italiani ignoravano fino a ieri e che attendevano con viva preoccupazione che venissero loro rivelate la sera di fine anno.

Sui suoi errori, sugli esecutivi che ha contribuito ad affossare e quelli che ha brigato per far nascere convinto che ci avrebbero tirato fuori dai guai e che avrebbero fatto contenta Angela Merkel, neanche una parola. Napolitano se l'è cavata con la frase di rito: giudicheranno gli altri, fra un po'. Eppure le cifre del disastro sono sotto gli occhi di tutti, di lui in particolare visto che dispone di eserciti di consiglieri. Nella storia mai la disoccupazione aveva raggiunto livelli così alti e per la statistica mai il debito pubblico era riuscito a raggiungere simili vette.

Stiamo peggio di nove anni fa, quando Napolitano fu eletto da quello che di lì a breve sarebbe diventato il Pd. Ma soprattutto stiamo peggio di tre anni fa, quando il capo dello Stato prendendosi un potere che la Costituzione non gli ha mai assegnato fece un governo del presidente, affidandolo a Mario Monti, cioè a una specie di commissario tecnico, il quale, invece di farci uscire dalla crisi ci ha fatto entrare in recessione.

Non smetteremo mai di ricordare gli errori del capo dello stato perché hanno cambiato il Paese e non in meglio. Non dico che la colpa sia tutta di Napolitano, ma certo è anche di Napolitano, il quale si è rivelato il peggior presidente di tutti i tempi, battendo perfino Oscar Luigi Scalfaro, un capo dello stato che per i suoi interventi a gamba tesa contro una sola parte politica pareva insuperabile.

L'attuale inquilino del Quirinale ha saputo far peggio, dimostrandosi se possibile più parziale del suo predecessore. Basti dire che se al governo Berlusconi egli ha spesso dato l'altolà, negando l'urgenza di un decreto (ad esempio quello che avrebbe dovuto tranquillizzare l'Europa e i mercati finanziari nell'estate del 2011), al governo Renzi ha consentito tutto: di mettere la fiducia su ogni cosa e di intervenire in fretta saltando ogni procedura.

È per questa ed altre ragioni che, pur prendendo per buono il calcolo fatto dal Movimento Cinque Stelle su quanto sono costati agli italiani 70 anni di carriera politica di Napolitano (16 milioni, cifra che fa conquistare all'uomo del Colle il primo posto fra gli esponenti della Casta: nessun altro infatti può vantare un curriculum parlamentare lungo mezzo secolo), ci permettiamo di ricordare che la "paghetta" del capo dello Stato è poca cosa se confrontata con il resto. Provate a calcolare ad esempio quanti punti di Pil è costata la stangata di Monti di cui Napolitano è stato il diretto ispiratore?

Un danno che può essere conteggiato in miliardi e che fa impallidire i 16 milioni di stipendi. Non dico che questi siano giustificati, soprattutto ora che tutti tirano la cinghia, ma forse più di un italiano sarebbe disposto a pagare lautamente un bravo presidente capace di tirarci fuori dai guai. Ecco, un bravo presidente, ossia ciò che Napolitano non è stato. Speriamo nel prossimo, anche se sentendo certi nomi non vorremmo a breve dover rimpiangere perfino "Il Peggiore".

di Maurizio Belpietro

maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it
@BelpietroTweet

Vanessa e Greta, samaritane innamorate del kalashnikov

Fausto Biloslavo - Sab, 03/01/2015 - 09:21

Sui loro profili Facebook frasi pesanti e immagini forti. E amicizie con combattenti che posano con i cadaveri

Fotomontaggi con il kalashnikov avvolto dai fiori, l'appello per salvare un barcone di clandestini, insulti alle Nazioni Unite e amici combattenti in Siria sono le tracce lasciate su Facebook di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli prima di sparire.



Non proprio profili di buone samaritane, ma piuttosto di attiviste che appoggiano la lotta armata contro il regime di Damasco. Peccato che proprio fra i loro amici combattenti si annidino i presunti rapitori pronti a lucrare sulle due ragazze prese in ostaggio.

Adesso che è apparsa la «prova in vita», ovvero il primo video delle due sequestrate, raccontiamo chi sono Vanessa e Greta attraverso le loro stesse parole o immagini postate in tempi non sospetti. Marzullo pubblica sul suo profilo la foto di un gruppo di soldatini di plastica. In mezzo c'è una ballerina dipinta di rosa, che imbraccia un fucile mitragliatore. Il primo ottobre 2013, un certo Ahmad Lion of Islam scrive in inglese: «Carina. Così adesso vieni a combattere con noi eroina.

In qualsiasi momento sei la benvenuta». Un altro post mostra il fotomontaggio di un kalashnikov avvolto dai fiori ed il 24 luglio 2013 Vanessa si rivolge al presidente siriano, Bashar al Assad, con una frase che lo invita a darsi fuoco, dopo aver bruciato tutto nel suo Paese. Il primo aprile non ha dubbi e scrive: «Assad non è siriano, non è musulmano, non è laico (…). Assad non è neppure umano».

L'8 febbraio, posta un inequivocabile «Onu di mer**. Posso descrivere solo così il mio stato d'animo in questo momento». La deriva a favore dei ribelli siriani è evidente anche dalle risposte ad uno strano questionario in inglese che chiede cosa bisognerebbe fare in Siria? La prima risposta è «armare l'Esercito libero siriano».

I giornalisti come Monica Maggioni, direttore di Rai news 24 che osa intervistare Assad, vengono insultati e sbeffeggiati. Il pensiero a senso unico delle due ragazze in ostaggio in Siria risulta evidente dalle immagini postate su Facebook. Un cartello del novembre 2012 è rivolto all'Occidente con la seguente scritta in inglese: «Allah o Akbar è un grido di vittoria. Nessun panico». Oppure un diretto «Cari Onu…Usa…Nato Vi odio».

Il 3 giugno Vanessa lancia un appello «urgente» salva clandestini di Nawal Syriahorra, che chiede a «siriani/arabofoni di contattare» un telefono satellitare «presente sull'imbarcazione di cui ha parlato in questi giorni, con almeno 450 persone a bordo abbandonate al mare. Chiamare sperando che qualcuno risponda e chiedere: sono tutti vivi? c'è gente in acqua? la donna ha partorito? sono stati raggiunti da italiani o maltesi? Al più presto!».

Il vero cognome di Nawal potrebbe essere Sofi, una fervente attivista della fallita primavera araba di Damasco di origine marocchina, che favorirebbe l'arrivo dei profughi siriani in Italia. La pasionaria partecipava alle stesse manifestazioni dove è stato fotografato Hassam Saqan, che in Siria si è fatto immortalare in un video di brutale esecuzione di soldati governativi prigionieri dei ribelli. Vanessa su Facebook ha postato una frase in italiano non perfetto scritta su un muro e firmata da Nawal Sofi: «Qui in Siria unico terrorista Bashar el Assad 15/3/2013 Mc- Italy».

Greta Ramelli non è da meno come amicizie in rete con combattenti in Siria. Le piace molto una foto con dei miliziani in mimetica nella zona di Idlib, dove probabilmente le due ragazze sono trattenute in ostaggio. La didascalia non è proprio un esempio di pacifismo: «La bellezza e la forza sconvolgente della natura: tanto è stato il sangue versato che ora al suo posto spuntano dei meravigliosi fiori rossi».

Abu Wessam, un giovane ribelle mascherato, amico in rete di Greta, posta le foto delle due ragazze in piazza Duomo a Milano con la bandiera dell'Esercito siriano libero. Su Facebook l'amico più importante dell'attivista «umanitaria» è Mohammad Eissa, il comandante delle Brigate dei martiri di Idlib, che in rete si fa fotografare davanti a una dozzina di corpi di nemici uccisi. Il gruppo islamista ha avuto rapporti altalenanti con l'Esercito libero, formazione laica e filoccidentale della guerriglia, ma pure con Al Nusra, la costola di Al Qaida in Siria, che rivendica il rapimento.

Probabilmente il barbuto comandante aveva garantito protezione anche nei viaggi precedenti in Siria alle due ragazze innamorate della rivolta siriana. Questa volta qualcosa è andato storto e gli «amici» ribelli di Vanessa e Greta si sono trasformati in carnefici, o almeno così sembra.

www.gliocchidellaguerra.it

In malattia per cento milioni di giorni all’anno

La Stampa
paolo baroni

Non solo per motivi di salute: le assenze dei dipendenti toccano il 20% nel settore pubblico e il 13% nel privato. Brunetta stimò un costo annuo per la PA di 6,5 miliardi, anche se il fenomeno è in calo. Sono tutte giustificate?

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Solo a causa delle malattie in un anno, il 2013, l’ultimo censito dall’Inps, vanno in fumo oltre 108 milioni di giornate di lavoro: 77,6 nel settore privato e 30,8 nel settore pubblico, dove si registra un totale di 4.838.767 «eventi». In pratica l’altro anno ognuno dei 3 milioni e trecento mila travet si è ammalato una volta e mezzo nel giro di 12 mesi. In media, ferie comprese, le assenze dal lavoro toccano il 20% nel settore pubblico ed il 13 in quello privato. Ma le motivazioni, come insegna la vicenda dei vigili romani, non si limitano alle sole malattie, ci sono infatti permessi di vario tipo ed i giorni concessi dalla legge 104 per l’assistenza ai disabili. Un «danno», per la pubblica amministrazione, che qualche anno fa, quando Brunetta lanciò la sua crociata contro i «fannulloni», venne stimato in 6,5 miliardi di euro l’ anno.

Quasi 5 mila enti vigilati
L’ultimo monitoraggio della Funzione pubblica, che però si ferma ad agosto 2014, calcola che su 4705 amministrazioni prese in esame, in media ogni dipendente si è assentato per 0,558 giorni per cause di malattia (con ministeri e agenzie fiscali che arrivano a 0,987 e le università che si fermano a 0,218). Con picchi particolarmente alti al ministero della Giustizia (1,827 giorni/dipendente) e alla Difesa (1,218). Per lo più si tratta sempre di malattie di breve durata: gli eventi che comportano assenze superiori ai 10 i giorni, infatti, pesano appena per 0,023 giorni per ogni dipendente. Gli «altri motivi», ovvero le varie tipologie di permesso, pesano molto di più: la media per dipendente è infatti pari a 1,001 giornate perse al mese (1,804 nelle comunità montane e 1,739 nelle università). A livello regionale ci si ammala molto di più al centro (0,725 giorni/dipendenti) ed al Sud (0,607) che nel Nord est (0,386) e nel Nord Ovest (0,403). 

La battaglia dei dati
Dal ministero assicurano che i dati sulle assenze dei dipendenti pubblici saranno aggiornati nei prossimi giorni. Per ora questo ultimo monitoraggio ci dice che rispetto all’anno precedente le assenze di malattia sono scese del 9% e quelle per «altri motivi» del 15,3%. Nulla rispetto ai picchi fatti segnare all’avvio della riforma Brunetta, quando nel giro di pochi mesi si registrò un crollo del 36% delle assenze coi giorni di malattia pro-capite scesi da 1,04 a 0,64. «Da Monti in poi - denuncia oggi l’ex ministro di Fi - i governi di turno non hanno più creduto in questa operazione. I dati non vengono più pubblicizzati e in pratica la lotta all’assenteismo è stata abbandonata. Peccato perché ora con certificati medici e ricette on line la Pa avrebbe nuovi importanti strumenti che potrebbe utilizzare».

Le malattie dei vigili romani
La pubblicità dei dati, dettagliati per tipologia di amministrazione e territori, in effetti, è lo strumento più efficace per contrastare questi fenomeni. Per legge tutto è infatti on line e pubblico: basta accedere ai vari siti e cercare il link «amministrazione trasparente». E così facendo, ad esempio, si scopre che al Comune di Roma (nel terzo trimestre 2014) i tassi di assenza, ferie comprese, oscillano tra il 25 ed un pericoloso 42%, con una quota che spesso supera il 10% tra malattie e permessi. Quanto ai vigili urbani già a fine 2013 facevano segnare picchi significativi di malattia (7,4% il gruppo di Montemario), di permessi legge 104 (3,01% al Tuscolano) e di permessi «vari» (5,95% al Prenestino). Ma del resto se anche alla Corte dei Conti, dove operano i nostri censori degli sprechi, in un terzo degli uffici si sfora il 30% di assenze, si capisce bene come l’assenteismo sia ancora una malattia nazionale.

@paoloxbaroni



Febbre di lunedì e cappuccino al bar: tutti i trucchi per disertare l’ufficio
La Stampa
mattia feltri

Da Rovigo a Catania: scoperti ogni anno decine di casi
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Un anno fa centoventisei dipendenti della Rap - la nettezza urbana di Palermo - scontarono il debito con gli acciacchi stagionali fra Natale e Capodanno. L’epidemico evento fu aggravato dall’infittirsi dell’attività sindacale proprio nei giorni compresi fra cenone e cenone, così la città, già di per sé non un esempio mondiale di raccolta e riciclo, si ritrovò sommersa da rifiuti ordinari e straordinari. L’interesse della Procura, su invito del Comune, ha portato all’ipotesi che i permessi sindacali e i certificati medici fossero falsi: semplicemente gli impegni lavorativi contrastavano con quelli conviviali, e si cercò un rimedio.

Però non si deve giungere all’affrettata conclusione che i dipendenti pubblici si arrangino con italiana fantasia soltanto sotto le feste: al distretto socio sanitario di Catanzaro Lido, novantacinque assunti su centoventi erano dediti ai fatti loro, indipendentemente dal calendario. Lì si era registrato un altro caso piuttosto bizzarro: la macchinetta elettronica destinata a rilevare le presenze si guastava con frequenza persino superiore a quella con cui si guasta la salute dei lavoratori; nel 2013 i carabinieri si fecero venire un dubbio e saltò fuori che medici, infermieri, dirigenti e amministrativi (una vasta rappresentanza della società civile) timbravano il cartellino e poi andavano al supermercato o dal barbiere.

Di notizie del genere se ne trovano a decine ogni anno. Chiunque si sia imbattuto una volta nella vita nel lavoro delle Iene (l’ultima pochi mesi fa) conosce quei bei servizi con telecamera nascosta in cui si vede l’impiegato entrare in ufficio e uscirne trenta secondi dopo per l’appuntamento col cappuccino. Al teatro Bellini di Catania avevano escogitato un sistema leggermente diverso: si facevano pagare come straordinari le ore di permesso sindacale (2013). E siccome non vorremmo passare per discriminatori territoriali, ecco a voi l’illustre caso dei settantasette dipendenti (su poco più di cento) della Regione a Rovigo che si volatilizzavano in orario d’ufficio e quelli delle soprintendenze del Friuli Venezia Giulia, dove i più vivaci arrivarono ad accumulare centodieci ore di assenza in tre mesi. 

Tutti sanno che non c’è bisogno della cronaca per misurare l’attaccamento al dovere del travet italiano: bastano le statistiche. All’Ama (la nettezza urbana di Roma) gli assunti sono circa settemila e ottocento; in media ne stanno a casa mille al giorno, chi in malattia, chi in ferie, chi in permesso. In particolare ogni santa mattina otto dipendenti dell’Ama su cento crollano sotto il peso di febbri, influenze e derivati. Sull’effettiva presenza degli altri seimila e otto non si sa, vista la tecnica del timbra-ed-esci. Poi c’è l’altra tecnica, quella del timbra oggi per me che io timbro domani per te: è conosciuta anche come tecnica Fantozzi, che timbrava per tutti i colleghi stesi al sole del tetto della megaditta. Alcuni lavoratori socialmente utili di Manfredonia si facevano timbrare dai parenti l’ingresso a scuola e poi uno andava a vendere fichi d’India, un altro faceva il fabbro, un altro ancora lavorava in pescheria col figlio. 

Ognuno, in quest’Italia, fa quel che può: l’autonomo non può ammalarsi allora evade il fisco, il dipendente non può evadere il fisco allora s’ammala: quello pubblico manca un giorno alla settimana (20%) quello privato un paio di volte al mese (13%). A incidere è un tipo di assenteismo molto in voga in Italia: l’assenteismo tattico, così chiamato dalla Cassazione perché nei giorni di ponte o in quelli attaccati ai riposi si registrano crolli delle difese immunitarie. La Cgia di Mestre ha calcolato che un dipendente su tre si ammala di lunedì e guarisce al martedì. Potrebbe avere una ricaduta venerdì.



Il potere degli intoccabili
La Stampa
fabio martini

Roma è fatta così. Eternamente generosa e tenera «de core» con i suoi dipendenti, pubblici o para-pubblici che siano: da decenni li coccola e li protegge da ogni «intemperia». Lavoratori umili e meno umili uniti da un comune destino: intoccabili nella loro nicchia. In queste ore i riflettori si sono accesi sui vigili urbani e sulle loro malattie immaginarie, ma nel corso del tempo anche gli autoferrotranvieri, gli spazzini, le insegnanti della materna e i «tassinari», per non parlare dei dipendenti dei palazzi istituzionali, hanno trovato sempre ascolto e accoglienza generosa nei responsabili della cosa pubblica. 

In una città che dai tempi del Papa-re ha sempre campato di soldi e sussidi pubblici, tutti gli erogatori di servizi per la comunità hanno goduto di una rendita di posizione e di un potere di «ricatto» elettorale. Con tutti i partiti - dalla vecchia Dc al Pci, da An al Pd - sempre accoglienti. Nei confronti dei capricci di categorie che - sia chiaro - non hanno fatto la «bella vita», ma hanno goduto dei piccoli favori di amministrazioni compiacenti. 

Ma quando le crisi mordono e tutti sono chiamati a qualche rinuncia, anche i piccoli privilegi fanno rumore, diventano insopportabili, non soltanto per chi non li ha. Non parliamo poi dei malati immaginari. Dietro la vicenda della «fuga» di massa dei vigili urbani e di analoghi fenomeni tra gli autoferrotranvieri c’è una storia poco nota, che da nove mesi divide il sindaco Marino e i sindacati confederali. Vicenda finora tenuta sotto silenzio dai partiti, ma anche dai mass media che per mesi hanno accreditato l’immagine del Marino-marziano a Roma.

Vertenza simbolicamente molto rilevante perché racconta, più e meglio di tante altre, cosa siano oggi i sindacati, i loro iscritti e cosa possa capitare ad amministratori che provino a invertire il corso delle cose. Da quasi un anno, nella capitale d’Italia, i sindacati stanno rifiutando di ricontrattare le «regalie» a suo tempo concesse da compiacenti amministrazioni comunali a tutti i dipendenti del Campidoglio e considerate illegittime dal ministero dell’Economia.

Nel corso dei mesi i sindacati hanno indetto contro il sindaco anche uno sciopero con modalità «sudamericane», pur di difendere gli aumenti concessi senza l’obbligo di un corrispettivo lavorativo. Il cosiddetto «salario accessorio» (mediamente 300 euro al mese) era stato concesso indiscriminatamente a tutti i dipendenti capitolini a fronte di «prestazioni» trattate dai sindacati che parlano da sole: «indennità di effettiva presenza», «turno serale (per i vigili) a partire dalle ore 16» e in passato anche «indennità per manutenzione divisa», o «indennità per servizio esterno». 

Il sindaco da mesi propone: non tocchiamo le busta-paga ma allunghiamo l’orario di apertura degli uffici, miglioriamo i servizi, mentre per i vigili la prospettiva imposta dal piano anti-corruzione sarebbe quella di un cambio di abitudini, lasciare gli uffici, lavorare in sedi un po’ più lontane da casa. I sindacati, attesi dalle elezioni per le nuove Rsu, non firmano e incoraggiano forme di proteste come quella del 31 dicembre. Sembra l’isola dove si siano dati appuntamento gli «ultimi giapponesi» nati in un’altra era. Sembra e invece è Roma.

La capitale di un Paese con milioni e milioni di disoccupati, licenziati, cassaintegrati. Nel passato a Roma chiunque abbia protestato ha avuto ragione: i tassisti contro le riforme del governo Prodi; i vigili che, dismessa la divisa, hanno bloccato il traffico in piazza Venezia; i dipendenti comunali che volevano difendere «l’indennità di presenza». Ma l’Italia del 2015 non può più permettersi caste di intoccabili. Né piccole, né grandi.

Centinaia di turisti delusi a Pompei «Selfie» davanti ai cancelli sbarrati

Corriere del Mezzogiorno

Smentito dai fatti il ministro Franceschini che aveva detto: arriveranno pochi visitatori

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NAPOLI -«Inutile tenere aperti gli Scavi a Capodanno, arrivano pochi turisti». Il ministro Dario Franceschini è stato smentito dalla realtà. Da quei circa duemila turisti che ieri mattina sono scesi dai loro pullman e hanno trovato i cancelli dell’area archeologica di Pompei chiusi. Qualcuno si è arrabbiato, qualcun altro ha chiesto di poter fare comunque una passeggiata intorno alle inferriate di cinta del sito per sbirciare oltre. Molti altri hanno fatto dei selfie con le rovine alle spalle per poter dire: io sono stato a Pompei. Ma chissà se avranno il coraggio di raccontare ai loro amici che la città romana sepolta duemila anni fa dalla lava del Vesuvio non l’hanno vista. E tutto perché il ministero dei Beni culturali nelle settimane scorse è sceso a patti con i sindacati.

Ma gli oltre trenta pullman turistici arrivati ieri mattina davanti agli Scavi e rimandati indietro hanno fatto esplodere il web di commenti e accuse. E stavolta ad uscirne malconcio è proprio il ministro. Che dopo le polemiche del 25 dicembre, altra giornata in cui gli Scavi rimasero chiusi, disse: «Polemiche estemporanee. E’ una scelta presa con i sindacati e dettata da ragioni di buona amministrazione, dopo aver valutato i dati dell’affluenza». E rese note le cifre: il 25 dicembre del 2013 sono state registrate in tutto 827 persone. Solo qualche turista in più, 889, il 25 dicembre del 2012.

Secondo il ministero capodanno non ha mai brillato per biglietti staccati. In tutto 2.350 visitatori nel 2014 e 2.835 nel 2013. «Presenze di fatto troppo contenute rispetto alla media di altri più normali festivi, tali comunque da non giustificare i costi di un’apertura straordinaria». Sarà. Ma la tesi non convince. Il problema non è solo di visitatori, ma anche e soprattutto di immagine. Quella che a Franceschini era stata tanto cara durante il braccio di ferro con i sindacati sulle assemblee che costringevano il sito a chiudere i battenti. «Pompei rappresenta l’Italia. I turisti davanti ai cancelli chiusi sono un danno incalcolabile per il Paese», tuonò. E ora. Facciamo un po’ di conti.

Trenta bus turistici con una media di 50 passeggeri, fanno millecinquecento turisti. Molti altri sono arrivati su minibus provenienti direttamente da Napoli dove in porto era attraccata una grossa nave da crociera. Sono i visitatori che si sono mossi in base a pacchetti già acquistati da tempo. Beffati. Molti altri hanno disdetto la visita in tempo. Testimone di quanto accaduto ieri mattina Antonio Irlando, presidente dell’Osservatorio Patrimonio culturale.

«Dopo quello che ho visto - racconta - fuori l’area archeologica di Pompei ribadisco che chiudere gli scavi a Natale e Capodanno è stato inopportuno e che si è persa un’occasione. Le ragioni che hanno indotto il ministro Franceschini sono state clamorosamente smentite. Si era raggiunto anni addietro uno storico accordo con i sindacati e non confermarlo ha comportato la perdita di un prezioso credito per l’’Italia e per un territorio di crisi come quello vesuviano. Inoltre lo stop è stato comunicato solo due giorni prima di Natale, mentre Pompei viene visitata da turisti che accorrono da ogni parte del mondo e programmano cosa fare con largo anticipo».

Poi la proposta: «Sarebbe stato meglio puntare, magari con una domenica gratis in meno, su una peculiarità di Pompei rispetto ad altri musei nazionali, come proposta strategica di promozione con cui incrementare flussi e permettere al territorio di avere ricadute positive in termini economici».

2 gennaio 2015 | 13:46



Franceschini: basta polemiche. Pompei come Louvre o British

Corriere del Mezzogiorno

La replica del ministro sulla chiusura degli Scavi a Capodanno

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NAPOLI - Basta polemiche, a Natale e Capodanno i musei sono chiusi ovunque nel mondo: il ministro di Beni e Attivita’ Culturali e Turismo, Dario Franceschini, chiede uno stop definitivo al dibattito sulle giornate di chiusura agli scavi di Pompei. Polemica che tra l’altro oggi rimbalza in prima pagina sul Corriere della Sera, dopo che ieri diversi pullman sono stati costretti a fare dietrofront davanti ai cancelli chiusi degli scavi. «Si tratta di una scelta permanente», dice il ministro, «per allinearsi con quanto avviene in tutto il mondo».

«Oggi puntualmente la polemica ricomincia, ignorando tutto quello che e’ stato scritto e detto non molto tempo fa e quindi provo a spiegare di nuovo come stanno le cose, non senza prima aver rilevato la stranezza di una polemica che riguarda solo Pompei» attacca il ministro in una nota. «A Natale e Capodanno - dice - erano chiusi tutti i musei e luoghi della cultura statali. Perche’ nessuna riga o attacco sugli Uffizi chiusi? O Brera? O Paestum o Capodimonte e così via?

Temo che la risposta stia solo nel fatto che Pompei ‘fa notizia’ qualunque cosa accada, a meno che, ovviamente, non sia una notizia positiva, come il numero di cantieri di restauro aperti, il cronoprogramma europeo rispettato o il boom di presenze nel 2014». Franceschini sottolinea ancora che la decisione e’ stata dettata dallo scarso numero di visitatori a Natale e Capodanno rispetto agli altri giorni: «L’anno scorso a Natale andarono a Pompei 827 persone, a Capodanno 2314 contro una media di 15/20000 di ogni prima domenica del mese.

In tutta Italia andarono nei musei statali 12.376 persone a Natale, contro i 311.017 della prima domenica di dicembre 2014. Questi i numeri che hanno portato a questa scelta». «L’accordo del giugno scorso coi sindacati - spiega il ministro - prevede un nuovo calendario definitivo di aperture straordinarie per Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile, Ferragosto e, con trattative annuali, anche il 1 maggio. Oltre a tutte le domeniche. Chiusi invece i musei per Natale e Capodanno».

Infine Franceschini ribadisce che per le due festività sono chiusi tra gli altri il Louvre, il British, la National Gallery di Londra, il Reina Sofia, l’Ermitage, il Met, i Musei Vaticani, l’Acropoli di Atene, Versailles. «Chiusi per Natale - ripete il ministro - anche il Moma, la Tate Modern, il Museo d’Orsay, il Gugghenheim. Potrei proseguire nell’elenco lunghissimo: tutti i grandi musei infatti sanno bene che i comportamenti familiari e turistici di Natale e Capodanno non si conciliano con l’apertura dei musei e che comunque dovendo scegliere per ragioni contrattuali o di risorse, molto meglio tenere aperto in giornate primaverili o estive».

Sul caso specifico di quest’anno spiega: «Gli arrivi a Pompei di alcuni pullman di turisti il giorno di Capodanno derivano evidentemente da tour operator che, programmando e vendendo i pacchetti di viaggio con molti mesi di anticipo, non hanno rilevato il cambio di calendario deciso in giugno, e di questo mi dispiace. In ogni caso ci sara’ ora tutto il tempo per sapere e informare al meglio sul calendario del 2015 e degli anni seguenti».

2 gennaio 2015 | 14:24