sabato 10 gennaio 2015

Sinistra e musulmani in piazza contro terrorismo e l'islamofobia

Giovanni Masini - Sab, 10/01/2015 - 19:01

Migliaia in piazza Duomo a Milano contro il terrorismo e per ricordare le vittime di Charlie Hebdo. Ma anche per ribadire opposizione totale a una destra definita "razzista e portatrice di odio". Quasi che la responsabilità degli attentati fosse sua

Bandiere della pace, "Bella Ciao", falci e martelli. E poi Emergency, le Acli, No Tav e No Muos, curdi e attivisti pro Palestina. Tra i partecipanti alla manifestazione indetta oggi a Milano per condannare gli attentati contro Charlie Hebdo sfila il classico repertorio di sigle e movimenti della sinistra radical chic.



Gli slogan sono quelli di sempre, a favore del multiculturalismo e dell'integrazione, contro la destra italiana definita "xenofoba" e "razzista". Cose già viste e riviste, oggi riproposte per l'ennesima volta in occasione della celebrazione delle vittime di Charlie Hebdo.

Due le parole d'ordine: no al terrorismo e no al razzismo. Dei fondamentalisti il primo, della destra il secondo. Due parole d'ordine messe naturalmente in correlazione: il terrorismo che alimenta il razzismo è a sua volta, in parte, il prodotto di una politica intollerante e discriminatoria. Questa è la tesi soprattutto della sinistra, presente al gran completo a partire dagli alti gradi della giunta Pisapia (il sindaco non c'è, ma manda i suoi saluti): "nous sommes Charlie", prima di tutto. E poi passiamo a contrastare il pericolo verde-nero.

Più diritti, più integrazione, più moschee: è questa la ricetta proposta per rispondere agli attentati di Parigi. Una ricetta che, per la verità, è la stessa degli ultimi quindici anni. A sinistra, i fatti degli ultimi giorni hanno cambiato poco, in termini di proposte.

Più lineare la posizione dei musulmani (non moltissimi tra le migliaia di persone radunatisi all'ombra della Madonnina): i giovani di "Partecipazione e spiritualità musulmana" esibiscono cartelli con l'hashtag "non in mio nome". Rivendicano la differenza tra Islam e terrorismo, ma c'è anche chi non rinuncia all'idea di porre un limite alla satira, "quando offende la libertà e la sensibilità, soprattutto in campo religioso".

Per il rappresentante legale del Caim (Coordinamento Associazioni Islamiche Milanesi) Reas Syed l'espressione "terrorismo islamico" è un ossimoro. Syed rivendica il messaggio di pace dell'Islam e ribadisce che le azioni di chi compie attentati in nome di Allah non siano attribuibili all'Islam tout-court.

Tra la sinistra radicale, però, c'è anche chi identifica il problema con la destra e l'Islamofobia. "Salvini è la barbarie e questa piazza è la risposta alla barbarie - attacca il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero - La condanna del terrorismo è nettissima e bisogna sapere che chi semina odio lavora ad alimentare queste dinamiche".

Parole dure, pronunciate in una piazza dove appena tre mesi fa il leader della Lega radunava centomila persone per dire no all'immigrazione clandestina, in quella che è stata la maggiore manifestazione della destra italiana degli ultimi anni.

Ora sotto le guglie del Duomo la sinistra rosso-arancio torna contarsi con gli slogan di sempre. All'indomani delle stragi parigine, le parole più emblematiche sono quelle di Cecilia Strada, presidente di Emergency e figlia di Gino: "No alla violenza e no al terrorismo". Ma anche "No a chi odia e specula sui fatti di sangue per calcolo elettorale".

Porte chiuse agli "islamofobi" quindi, anche se i partiti nel mirino rappresentano milioni di italiani. D'altronde in Francia il Front National di Marine Le Pen è stato escluso dalla grande manifestazione nazionale di domani. Anche qui, in gran parte, la piazza sembra approvare. In corteo c'è posto solo per chi condanna il terrorismo. E l'islamofobia.



Così la sinistra con la kefiah ha creato l'Italia saudita

Paolo Guzzanti - Sab, 10/01/2015 - 17:44

Per noi italiani è dura renderci conto che siamo, anche noi come i francesi e gli europei tutti, sotto l'attacco di una crociata islamica

Per noi italiani è dura renderci conto che siamo, anche noi come i francesi e gli europei tutti, sotto l'attacco di una crociata islamica. Per noi è più dura che per gli altri, visto che veniamo da decenni di andreottismo islamico, un barile di petrolio a me e una licenza d'uccidere a te, che ha sminuzzato e invertito la storia, la geografia, i valori, allevando due generazioni di arraffatori politicamente corretti e ipocriti.



Di quell'andreottismo furbo e affarista, sminuzzatore e insabbiatore si è nutrita una sinistra felice di mettersi la kefiah e, quando possibile, passeggiare su e giù a braccetto con Hezbollah. L'Italia è stata la patria degli intrugli più disgustosi fra servizi segreti che hanno coperto stragi senza senso apparente (Ustica? Bologna?) perché loro il senso lo conoscevano benissimo.

L'Italia dei killer a caccia di dissidenti, come quelli libici con diritto di uccidere nel 1980, l'Italia di Daniele Pifano con il lanciamissili sul balcone per abbattere un aereo israeliano, l'Italia che lascia ammazzare italiani ebrei alla sinagoga e che subisce senza fiatare l'attacco a Fiumicino; l'Italia con la kefiah arafattiana, in intrallazzo libanese, in affari sottosabbia con emirati e con tiranni di ogni dimensione e sorta, perché gli affari sono affari e con la speranza che così agendo alla fine qualcuno ti è grato e l'immunità si può comperare. Errore. Nella crociata appena scatenata e di cui la Francia vede le prime ferite non si fanno prigionieri, non si scontano cambiali, non esistono club di benemerenza.

L'Italia fronteggia la nuova crisi in condizioni molto peggiori della Francia che, con i suoi sei milioni di musulmani registrati e perfino autoctoni, ha almeno consapevolezza del problema. Da noi no. Da noi la crociata che ci viene scagliata contro attraverso la paura (per ora, e tocchiamo ferro) con gli insulti, con le bugie e con un sostanziale antisemitismo strisciante che fa da miccia ai fuochi fatui delle discariche sembra apparentemente lontana: come guardare un cinghiale che ti carica con un binocolo rovesciato.

Le carte si sono ormai rovesciate e da crociati che fummo noi europei - noi? e che c'entriamo noi? - ora siamo la Gerusalemme assediata da truppe militari e mediatiche, tagliagole e gente pronta a farsi saltare in aria senza batter ciglio. Ce la può fare l'Italia in mezzo alla tempesta di lava, colma com'è di pregiudizi e di oblio?

Abbiamo visto ieri di che cosa si tratta. La crociata che la parte più aggressiva e sincera dell'Islam ha lanciato contro l'Occidente non potrà essere respinta soltanto con i corpi speciali chiamati a recuperare ostaggi e vendicare la libertà di espressione, prima ancora che la libertà di stampa. Che si tratti di una crociata contro di noi è ormai evidente.

I nuovi crociati islamici si radunano per vie visibili sentieri militari carsici elettronici, tornano addestrati nelle patrie matrigne in cui sono nati ma che odiano, e assediano la nostra Gerusalemme al cui interno si commettono delitti impronunciabili come la parità dei diritti delle donne, la loro istruzione, la graduale garanzia di una vita sessuale gioiosa nel rispetto dell'età e del libero arbitrio. E poi il più satanico dei nostri peccati: la Storia. Abbiamo incoraggiato la Storia a svolgersi separando idee e secoli, costumi e mode, abbiamo festeggiato le nostre contraddizioni.

I crociati islamici chiedono con le armi in pugno che il tempo resti inchiodato su un orologio di legno in cui tutti, sempre, ovunque, vestano, parlino, agiscano, in modo tale da non rendere possibile la distinzione fra un'era e un'altra, un prima e un dopo. I nuovi crociati che ci assediano con le catapulte per rovesciarci fuochi di angoscia e fiumi di sangue nelle nostre redazioni satiriche, nelle nostre scuole, nei luoghi simbolici come le torri di Babele di Manhattan, perché non vogliono che il mondo conosca le rughe del progresso, ma soltanto la levigatezza viscida dell'immobilità.

Si legge che i nuovi combattenti giovanissimi dell'Isis, o del Jihad, o di al Quaida sono «entusiasti». Ebbri di entusiasmo, febbricitanti per il desiderio di infliggere la morte, la punizione, la vista orrenda delle decapitazioni, l'immagine dei bambini uccisi uno a uno in ginocchio nelle scuole. La loro adrenalina, quella dei nuovi crociati, scorre felice e divampante nelle loro arterie pulsanti e quell'adrenalina accende la furia della distruzione. Quel che i nuovi crociati islamici vogliono, anelano, sognano, è soltanto la distruzione.

Chiamano Califfato la liberazione dalla libertà, la liberazione dalla ricerca scientifica, la liberazione da Mozart, da Michelangelo, da Picasso. La liberazione dalla scienza che produce ricerca e medicine, mentre l'estro dei liberi detta letteratura, musica popolare e poesia. E - i nuovi crociati - odiano più di tutti gli ebrei che originati da Giudea e Samaria, sicché per loro un supermercato kosher è un giusto obiettivo e un bambino ebreo di sei mesi un nemico da catturare.

Finora la nostra Gerusalemme assediata ha traccheggiato, finto di non capire, agito con una colpevole lentezza zavorrata dai sensi di colpa che sono il più complicato frutto della civiltà occidentale. I due fratelli Kouachi, carnefici miserabili dei giornalisti armati di sola matita, sono stati uccisi nella tipografia di Dammartin - evidentemente non si poteva far altro - malgrado la raccomandazione di prenderli vivi. Ha prevalso il criterio di salvare le altre vite umane. Ma quanti sono disposti ad ammettere che sarebbe stato etico, giusto, buono e opportuno che i due Kouachi fossero stati interrogati, se presi vivi, con tutta la crudele energia necessaria per far loro dare tutte le informazioni utili per questa guerra?

Ma l'Occidente assediato è ipocrita, prova orrore per le sue stesse armi e finge di credere che i nuovi crociati siano vittime, sue vittime, e li assolve in anticipo per ogni mostruoso show in cui si spengono vite. L'Occidente si flagella per le antiche crociate di mille anni fa, ma ignora che l'urbanistica e la paesistica italiana, i paesi arroccati sulle colline difesi da un maniero sono state stravolte dai predatori islamici che per secoli hanno stuprato, schiavizzato, deportato le nostre coste.

Può farcela a resistere questo nostro Paese slogato dalla furbizia? Capirà che in modo pacato e sereno, senza furie inutili o grida di guerra, si deve preparare a una guerra, deve combattere e non farsi sopraffare? I nuovi crociati contano sulla nostra storica vocazione a fare il pesce in barile, meno interessato al pesce, molto al barile.

Orrore islamico in Nigeria: bimba kamikaze di 10 anni

Sergio Rame - Sab, 10/01/2015 - 15:48

La violenza di Boko Haram non conosce limiti e non si ferma davanti a nulla: ecco un altro volto violento della jihad 

L’orrore di Boko Haram non conosce limiti e non si ferma davanti a nulla. Dopo aver usato donne kamikaze, il gruppo guidato da Abubakar Shekau è ricorso a una attentatrice suicida di appena dieci anni.



La bambina si è fatta saltare in aria ammazzando una ventina di persone, nel turbolento nord-est del Paese, ormai loro roccaforte. Teatro dell’attento il mercato della città di Maiduguri, nello Stato di Borno.

Come ha riferito Ashiru Mustapha, capo dei vigilantes locali, la bambina era stata fermata all'ingresso del mercato perché i metal detector aveva rivelato che nascondeva qualcosa. Ma i vigilantes non hanno fatto in tempo ad intervenire perché l’ordigno è deflagrato. Probabilmente, non azionato dalla stessa bambina, kamikaze forse a sua insaputa o non volontaria, ma da un criminale che ha azionato a distanza di sicurezza l’ordigno.

Lo stesso mercato di Maiduguri venne colpito da altre due ragazze kamikaze lo scorso novembre, ed una terza, che non azionò per un puro caso la cintura esplosiva che celava sotto il niqab, raccontò di essere stata obbligata dai genitori ad immolarsi.

In Boko al lupo

La Stampa
massimo gramellini

Il Nord della Nigeria invece del Nord della Francia. E, al posto di vignettisti e ostaggi, bambini affettati a colpi di machete. L’ultima nefandezza di Boko Haram gronda del sangue di almeno duemila innocenti, eppure ci coinvolge meno della strage di Parigi. Come se la distanza da casa la trasformasse in un altro film. Purtroppo il film è lo stesso, è solo la scena che cambia. E se non cambiamo quella scena, la prossima si girerà di nuovo qui. Boko Haram è la setta islamica che vuole farsi Stato bruciando chiese, meglio se con i fedeli dentro, e rapendo ragazzine col vizio di andare a scuola per darle in sposa ai propri trogloditi e farne delle serve o delle kamikaze.

Poiché finora i Boko hanno devastato un territorio sprovvisto di materie prime, l’indignazione occidentale si è limitata a qualche fiero scatto fotografico (ricordate la campagna: «Bring back our girls», restituiteci le nostre ragazze?). Ma c’è da scommettere che non appena mettessero le loro zampacce sui giacimenti petroliferi della Nigeria del Sud, le ragioni della democrazia tornerebbero a interrogarci con urgenza.

Nessuno pretende e nemmeno desidera una nuova crociata. Ma un po’ di politica sì. E non la politica economica che in questi anni ha portato l’Europa a schierarsi pro e contro l’Iraq, la Libia o la Siria, oscillando tra sussulti guerrafondai e menefreghismo da pusillanimi in base alle convenienze del momento. Serve la politica vera, quella che isola il nemico, finanziando e addestrando le sue vittime, perché ha una visione strategica e sa che estirpare il virus del terrorismo islamista nei suoi focolai è l’unico modo di fermare il contagio. 

E Milano "regala" il Duomo agli islamici

Alberto Giannoni - Sab, 10/01/2015 - 08:15

Anche il Pd alla manifestazione di oggi organizzata da Emergency. In piazza con musulmani, no global e Sel

Milano - «Tutti insieme». Ma tutti insieme chi? Mentre il presidente francese Francois Hollande invitava all'Eliseo l'acerrimo avversario di sempre - il suo predecessore Nicolas Sarkozy - nel suo piccolo anche la sinistra milanese serrava le fila decidendo da che parte stare: coi pacifisti e i centri islamici alla manifestazione promossa da Emergency.



Così una miriade di sigle della sinistra oggi scenderà in piazza nel cuore di Milano, davanti al Duomo, con una parola d'ordine debole debole: «È il momento di stare insieme».

«Insieme» per cosa? Per rassicurarsi a vicenda, a giudicare dalla convocazione. «È il momento di stare insieme, di far sentire la voce di tutti quelli, e sono tanti, che di fronte alla morte e alla violenza rispondono con il dialogo, la solidarietà e la pratica dei diritti». «Tutti quelli - si legge ancora - che non fanno distinzione tra le vittime di Utoya e Peshawar, di Baqa, di Baghdad, e Parigi, nel Mediterraneo e a New York».

In calce le adesioni: Arci, Comitati x Milano (gli «arancioni» del sindaco Giuliano Pisapia), Coordinamento delle associazioni islamiche, Giovani musulmani, Italia-Cuba, Rifondazione comunista, Sel, coordinamenti per la Pace, Pax Christi, reti antifasciste, anti-razziste, comunità palestinesi e tutto il mondo delle anime belle che da anni sta sempre dalla stessa parte: per la «pace» - dicono - e per loro significa in genere non schierarsi dalla parte dell'Occidente.

Ne sa qualcosa Massimo D'Alema, presidente del Consiglio e bersaglio privilegiato degli ex compagni ai tempi del Kosovo. Nonostante tutto ciò, e un po' sorprende, ci sarà anche il Pd. «Emergency chiede di non dividerci, io guardo ai contenuti. E auspico che partecipi anche il centrodestra» risponde il segretario milanese del Pd Pietro Bussolati. Ma per capire la linea della piazza basta la lettera dell'associazione degli ex deportati nei lager nazisti:

«L'Aned - si legge - condanna fermamente sia la logica terroristica di contrapposizione irrazionale che i fanatici del Jihad vogliono introdurre, sia le gravissime proposte di reintroduzione della pena di morte avanzate da Marine Le Pen e le prese di posizione xenofobe e razziste di Matteo Salvini». E le soluzioni? «La ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale - si legge - è la sola via per la collaborazione pacifica tra Stati e popoli».

Il centrodestra, invece, in piazza non ci andrà e attacca: «La sinistra scende in piazza per una manifestazione principalmente pro moschee» dice l'ex vicesindaco Riccardo De Corato. La Lega stigmatizza la partecipazione del centro di viale Jenner: «A differenza del Pd - dichiara il capogruppo Igor Iezzi - noi con questa gente e con gli integralisti proprio non ci vogliamo stare».

Se chi ci odia è cresciuto in mezzo a noi

Corriere della sera
di Massimo Nava


 5È un’altra Parigi. Una metropoli stravolta, ferita, da tre giorni sotto assedio. È lo scenario della nuova dimensione del terrorismo, l’attacco militare al cuore della metropoli, per certi aspetti diverso dalle orrende stragi che hanno insanguinato in questi anni tante altre città del mondo, non solo - è bene ricordarlo - dell’Occidente, ma anche dei Paesi musulmani.

I terroristi, dopo il massacro di Charlie Hebdo, hanno ucciso ancora, si sono barricati con ostaggi, hanno affrontato la polizia a colpidi kalashnikov, come brutali banditi di strada. La spettacolare operazione delle forze speciali francesi ha messo fine a un incubo durato 55 lunghissime ore. Un incubo che ha stretto come un groppo alla gola impiegati, turisti, studenti, i milioni di parigini che ogni giorno vivono la città e che si sono sentiti in balia di posti di blocco, sirene della polizia e esplosioni.

Parigi ha tirato un sospiro di sollievo, ma tutto quanto è stato collettivamente vissuto resta sotto la pelle, negli sguardi d’angoscia e sospetto che cambiano l’indulgenza di una metropoli abituata a confondere il giorno con la notte. Resta, soprattutto, la sensazione di una minaccia permanente, forse non abbastanza prevista, né prevenuta. Resta la percezione che dietro i singoli terroristi esista un nemico invisibile e diffuso, pronto a colpire di nuovo. È una cappa di psicosi, alimentata da situazioni molto concrete: le periferie polveriera, il proselitismo fanatico, il «pendolarismo» dalle zone di guerra mediorientali.

Resta infine l’inquietante sproporzione fra l’azione di un piccolo gruppo di fuoco e le conseguenze umane, politiche, morali per Parigi, per la Francia, per l’Europa, soprattutto se la fermezza si mescolasse all’odio interreligioso e alla frattura fra comunità, assecondando così il piano terroristico.

Non è ancora il momento dei bilanci, almeno fino a quando gli avvenimenti siano stati ricostruiti. Ma alcune cose risultano con evidenza, a partire dal martirio di Charlie Hebdo , non sufficientemente protetta rispetto alle ricorrenti minacce. Le forze speciali hanno messo fine alla fuga dei terroristi con un assalto in contemporanea che forse non presentava soluzioni alternative. Sta di fatto che il bilancio di vittime innocenti è altissimo e che l’uccisione dei terroristi riduce i margini d’indagine sulla rete di complici e fiancheggiatori.

Sarà più complicato capire se si sia trattato di «lupi» solitari, sbucati dalla foresta urbana, o di un piano preordinato, magari coordinato dall’esterno. Comunque sia, la spietata lucidità dei terroristi ha riunito le vittime in una sorta di orrore perfetto: giornalisti, inermi cittadini, un poliziotto musulmano, un supermercato kosher , abitualmente frequentato da ebrei.

10 gennaio 2015 | 08:11



Svegliamoci: troppi silenzi e amnesie
Corriere della sera

di ANTONIO POLITO


Non c’è da meravigliarsi se l’Aula di Montecitorio era semivuota, mentre il ministro Alfano riferiva sulla nuova guerra santa scatenata in Europa. Tutto sommato è lo stesso Parlamento che, rinunciando agli F35, sarebbe pronto a disfarsi dell’arma aereonavale nel Paese che è geograficamente una portaerei nel Mediterraneo. E la politica non è l’unico pezzo della nostra classe dirigente che appare indifferente ai limiti della diserzione di fronte a una svolta così radicale della storia. È certo un ritardo antico: abbiamo sempre inteso la politica estera come una paziente attesa di ciò che avrebbero fatto gli Usa o la Francia.

Non basta un upgrading nella prima classe di Bruxelles per colmare il ritardo di una classe dirigente: prova ne sia lo scarso interesse che suscita in questo frangente, perfino sulla stampa italiana, l’azione della nostra Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue. Ma bisogna dire che la fine dei partiti, un tempo capaci di formare un’intellettualità diffusa, informata sui fatti del mondo anche se partigiana, colta per quanto faziosa, ha peggiorato le cose. Il nostro dibattito politico è rimasto così avvitato sull’asse Est-Ovest, pulluliamo ancora di antiamericani e di filorussi; ma nel frattempo il mondo è girato, e sull’asse Nord-Sud, Europa-Islam, non sappiamo che dire.

Non tace solo la politica. Da quanto tempo in Italia non si pubblica un bestseller come Le suicide français di Eric Zemmour, o un romanzo come Sottomissione di Michel Houellebecq? Chi, dopo la Fallaci, ha provato a «profetizzare il presente» nel Paese più esposto d’Europa all’ondata migratoria, sollevata proprio dallo tsunami dell’Islam? E in quante università italiane si studia e si legge l’arabo? Sono di fronte a noi, a pochi chilometri da noi, ma non sappiamo niente di loro (con rare eccezioni: un politico come la Bonino, saggisti come Cardini e Buttafuoco).

Poiché nulla accade per caso nella storia delle nazioni, è possibile che questa indifferenza nasca in realtà da una rimozione. I nostri ceti intellettuali, quelli che formano l’opinione pubblica dalla scuola ai talk show , sono infatti molto più a loro agio con l’ appeasement che con la guerra, se la cavano meglio con la retorica del dialogo che con quella dello scontro di civiltà. Sanno apprezzare un «ritiro» e deprecare una battaglia.

Quando la storia si incarica di smentirne il sogno irenista, e scoprono che il mondo è pieno di cattivi, restano senza parole. Nasce da qui l’ostracismo a ogni serio dibattito sull’identità nazionale, subito tacciato di razzismo (e perciò regalato al furbo Salvini, che ne fa un uso stupefacente). Nasce così la orribile confusione tra interesse nazionale e scambio commerciale, che consente di dire pubblicamente «chi se ne frega dell’Ucraina, pensiamo al nostro export con la Russia».

Siamo pur sempre il Paese del colonnello Giovannone, pronto a stringere negli Anni 70 un patto di non belligeranza col terrorismo palestinese, purché non colpisse in casa nostra. In più, da noi il dibattito pubblico è di solito egemonizzato da un’opinione militante, pronta a scendere in piazza per difendere la satira quando attacca Berlusconi, ma molto più prudente quando se la prende con Maometto.
 
Nel suo ultimo romanzo Houellebecq ipotizza che l’Europa sia esausta proprio perché stanca della sua libertà, e sempre più disposta a barattarla con un po’ di benessere e di quieto vivere. È una tentazione che in Italia ben conosciamo. Ma è anche l’ennesima illusione: il nemico che abbiamo di fronte non fa prigionieri.

10 gennaio 2015 | 08:14



Il buonismo che ci acceca

Corriere della sera

di Piero Ostellino

Carenze culturali e politiche sono retoriche supplenze di identità ambigue

I l miserevole spettacolo che l’Italia politica e giornalistica sta dando sulla strage di Parigi e il suo seguito è figlio allo stesso tempo — salvo minoritarie e lodevoli eccezioni — di carenza culturale e di stupidità politica. Entrambe sono la retorica supplenza della nostra identità ambigua e compromissoria. Perciò, in nome della convivenza con l’Islam, auspichiamo di fondare un nuovo Illuminismo, non sapendo palesemente che ce n’è già stato uno sul quale abbiamo fondato la nostra civilisation, mentre sono loro che non lo hanno ancora fatto e che dovrebbero farlo.

Ci si è lamentati che le forze dell’ordine francesi non fossero riuscite a catturare rapidamente i due lombrosiani criminali artefici della strage parigina. Ignoriamo, o fingiamo di ignorare, che ciò era dovuto al fatto che il cosiddetto estremismo islamico naviga nel mare delle collusioni e delle complicità con l’islamismo che chiamiamo ostinatamente moderato.

Che moderato non è e che si è profondamente radicato nel continente con l’immigrazione. È stupefacente che a non capirlo sia proprio quella stessa sinistra che, da noi, aveva felicemente contribuito a isolare il terrorismo delle Brigate rosse prendendo realisticamente atto che esso navigava nel mare delle complicità antiliberali e anticapitalistiche generate dal «lessico familiare» comunista.

L’ignoranza che, da noi, circonda il caso francese rivela l’incapacità culturale, non solo della sinistra, di capire che cosa è stata, in Occidente, l’uscita dal Medioevo, la separazione della politica dalla religione, la cancellazione del dominio della fede religiosa sulla politica e la nascita dello Stato moderno; incapacità di capire che si accompagna a quella di prendere atto, per converso, che l’Islamismo è ancora immerso nel Medioevo ed è soprattutto incapace di uscirne.

Le patetiche invocazioni al dialogo, alla reciproca comprensione che si elevano da ogni chiacchierata televisiva, da ogni articolo di giornale, sono figlie di un buonismo retorico, politicamente corretto, incapace di guardare alla «realtà effettuale» con onestà intellettuale. Non stiamo dando prova neppure approssimativa di essere gli eredi di Machiavelli, bensì, all’opposto, riveliamo di essere i velleitari nipotini di Brancaleone da Norcia, lo strampalato protagonista di una saga cinematografica.

Il miserevole spettacolo che diamo è anche la conseguenza dell’insipienza culturale di una sinistra che — perduto il rapporto organico con l’Unione sovietica, spazzata via dalle «dure repliche della storia» — non sa, o non vuole, darsi una identità. La nostra insipienza politica è generata dall’incultura.

Non abbiamo perso l’occasione, anche questa volta, di mostrare d’essere un Paese da Terzo Mondo al quale, come non bastasse, un Papa pauperista detta la linea fra l’ottuso entusiasmo di fedeli che mostrano di credere ben poco nel messaggio di Cristo e molto più di essere i sudditi di una gerarchia che assomiglia a una corporazione o a un partito. Avevo definito l’Islam, in un precedente articolo, una teocrazia, aggiungendo che qualsiasi tentativo, da parte nostra, di trovare con esso una qualche forma di conciliazione si sarebbe rivelato, a causa della contraddizione logica e storica, illusorio.

Che piaccia o no al buonismo, siamo diversi. È inutile nascondersi dietro il dito di un universalismo di facciata che non regge alla prova della logica e della storia. Siamo anche migliori, avendo noi conosciuto, e praticato da alcuni secoli — a differenza di loro che sono, e vogliono restare, una teocrazia — la separazione della religione dalla politica. Pur con tutti i nostri limiti, pratichiamo l’insegnamento dell’Illuminismo e siamo entrati da tempo nella Modernità, mentre loro ne sono ancora fuori e non danno neppure segno di volerci entrare.

Viviamo in regimi che praticano la tolleranza nei confronti di chi non la pensa allo stesso nostro modo o professa una religione diversa dalla nostra; siamo società che, per dirla con Isaiah Berlin, professano e rispettano la «pluralità di valori». Chi non la pensa come noi, non è considerato e trattato come un nemico. Loro ci considerano «infedeli» rispetto alle loro convinzioni e alla loro prassi; un nemico da sterminare come hanno fatto nei confronti della redazione del settimanale satirico parigino il cui torto era di aver fatto dell’ironia sul loro credo. Per noi, gli islamici sono gente che la pensa in un modo diverso. Da figlio del Cristianesimo e del liberalismo mi chiedo come si possano uccidere uomini e donne in nome del proprio dio.

Il criminale che torna sui suoi passi per finire un agente ferito e a terra è una bestia, con tutto il rispetto per gli animali. Le nostre reciproche culture sono inconciliabili ed è persino ridicolo auspicare che ci si possa incontrare almeno a metà strada. Dovremo convivere, sapendo che ci vorrebbero colonizzare e dominare attraverso quel «cavallo di Troia» che è l’immigrazione e che noi stessi incoraggiamo. Lo ripeto. Non siamo noi che dobbiamo riscoprire le nostre radici. Sono loro che devono rinunciare alle loro. Sempre che vogliano convivere pacificamente. Cosa di cui dubito.

10 gennaio 2015 | 08:17

La Coop ritira lotti di Sale di Sicilia: «Non devono essere consumati»

Il Mattino

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Un messaggio è apparso sul suto della Coop. Nel testo si legge: «Si avvisano i gentili consumatori che stiamo procedendo al richiamo del prodotto Sale di Sicilia Iodio più – 1 kg a causa della potenziale non conformità dell'imballaggio. La non conformità riguarda le confezioni appartenenti ai lotti

RL 21064328 RL 21064328
RL 21064344 RL 21064344


che NON devono essere consumate. Vi invitiamo a restituirle al punto vendita. Sono coinvolti alcuni punti vendita nelle regioni: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Repubblica di San Marino, Marche, Abruzzo, Puglia e Basilicata.

Quell'odio a ritmo di rap dove "balla" il deputato Pd

Paolo Giordano - Sab, 10/01/2015 - 08:21

Molti dei jihadisti, tra cui uno di quelli di Parigi, cantavano le rime violente in voga nelle comunità islamiche, Italia inclusa. In un video compare l'onorevole Chauki

Ormai non si può più. Ora che il video del killer parigino Chérif Kouachi in versione rapper ha fatto il giro del mondo (ma è stato girato nel 2005), è impossibile non riconoscere il fil rouge che collega tanti jihadisti a questa espressione musicale.



Dopotutto anche il presunto carnefice dell'ostaggio decapitato James Foley è l'inglese Abdel-Majed Abdel Bary che, prima di sparire, aveva un microscopico seguito londinese come rapper. E pure qui in Italia le rime violente vanno di moda, con varie sfumature. Si va da Amir Issa che nel video Ius Music , (in cui canta «da Palermo a Torino scoppierà un casino»), ha ospitato un deputato Pd di origini marocchine (Khalid Chauki), ai rapper che incitano all'odio mortale come Anas El Abboubi, ora ventenne, arrestato a giugno 2013 per «addestramento finalizzato al terrorismo internazionale» però poi rilasciato dopo pochi giorni: adesso sarebbe ad Aleppo con il nome di Anas Al-Italy e, come si legge sul suo profilo Facebook, di professione «lavora presso la Jihad».

Quand'era in Italia, lui di origini marocchine ma arrivato giovanissimo in provincia di Brescia, rappava: «Il martirio mi seduce, voglio morire a mano armata, tengo il bersaglio sulla Crociata». Hai letto bene. Dopo, dalla Siria ha annunciato, keffiah al collo e kalashnikov in mano, di aver abbracciato la sharia con i ribelli siriani. Certo i toni sono diversi, ma sempre aggressivi.

Intollerabilmente. Ci sono rapper ultrafamosi come Busta Rhymes, Ice Cube, Nas, Everlast o Jay Z che hanno inserito nelle proprie rime espliciti e tolleranti riferimenti alla fede musulmana. E uno, non proprio famoso per coerenza come Snoop Dogg, si è convertito all'Islam per tre anni dal 2009 prima di passare al Rastafarianesimo.

VIDEO :Il deputato Pd nel video del rapper Amir Issaa

Rap islamico si può ascoltare pure in rete e scaricare in free download e, per quanto aggressivo e colorito, rimane lontano dall'integralismo. Come quello celebrato quattro anni fa a Lignano Sabbiadoro dai Giovani Musulmani d'Italia con il concorso di «anashid islamiyà», ossia canzoni islamiche in arabo.

Un altro conto sono le rime che inneggiano alla lotta armata e mortale.
Sono un segno di quanto pericolosamente, e nell'indifferenza pressoché totale di quasi tutta la politica e l'informazione, la Jihad abbia fatto propri gli strumenti di comunicazione tipici del mondo giovanile: il rap è il linguaggio musicale più usato dagli under 30 e i terroristi lo hanno capito. Dopo una prima e lunga fase di totale chiusura a forme musicali (ad esempio l'Afghanistan talebano era un paese orfano di ogni tipo di musica) hanno drammaticamente assorbito i linguaggi giovanili occidentali per piegarli alla propria propaganda assassina. Ad aprile il rapper olandese-libanese Hozny ha pubblicato un video che mostrava la macabra messinscena dell'esecuzione del deputato Geert Wilders. E proprio in quei giorni il tedesco Deso Dogg (vero nome Denis Mamadou Cuspert) è morto combattendo con i ribelli dell'Isis in Siria. Follie totali.

Ora, anche in questo caso, il rischio emulazione si dilata.
E senza dubbio il rap, stile di protesta nato negli anni '70 per cantare il bisogno dei neri americani di uscire dai «ghetti» metropolitani, offre la metrica adatta e soprattutto l'indice di penetrazione popolare più alto in tutto l'Occidente. Quindi non sarà difficile che in un futuro immediato saltino fuori altri esempi di integralismo rap. Mutatis mutandis , il punk o il metal sono stati passioni fugaci di terroristi in epoche non troppo lontane. Ma il segreto per non trasformare le eccezioni in una regola è non generalizzare. Oltre che un errore, l'equazione rap = terrorismo sarebbe un assist imperdonabile alla peggiore delle propagande.



Che ci faceva il dem Chaouqui con l'imam della Grande Moschea?

Libero
09 gennaio 2015






Che ci faceva il dem Chaouqui con l'imam della Grande Moschea?

Che ci faceva giovedì pomeriggio sul retro della Camera dei deputati l’onorevole Pd Khalid Chaouqui con Ala Eldin al Ghobashy, imam della Grande Moschea di Roma? Chi lo ha sentito sostiene che il piddino nato in Marocco e diventato cittadino italiano stesse tentando di convincere la comunità islamica della capitale di partecipare a una grande manifestazione di solidarietà per le vittime dell’attentato di Parigi a Charlie Hebdo. Se poi il tentativo sia andato o meno a vuoto, può dirlo solo Chaouqui…

Criticava Charlie, ora lo piange Tutti contro il coccodrillo Vauro

Luigi Mascheroni - Sab, 10/01/2015 - 08:24

Il vignettista di Santoro indossa la maglietta di solidarietà, ma quando i francesi pubblicarono i disegni anti islam li accusò di provocare "reazioni violente". E il web si scatena: "Che paraculo"

Sui social, che non sono la rappresentazione del mondo, ma ne incorniciano comunque un pezzo, c'è chi ricorda che le vignette contro i cristiani non hanno mai prodotto vittime, ecco la differenza tra noi e loro: «Bella la vita Vauro, neh!».



C'è chi spegne la tv, perché non può sopportare «Vauro, Ruotolo e tutti quei quaquaraquà che ora alzano le matite al cielo, ma fino a ieri invece...». C'è chi non si ricorda, fino l'altro giorno, vignette di Vauro sull'Islam, e chi ricorda invece che Vauro attaccò le vignette danesi anti-Maometto perché, disse, «messaggi violenti provocano reazioni violente». C'è chi ironizza sul fatto che ora «in Italia aspettiamo la risposta di Vauro, che con sprezzo del pericolo farà una vignetta molto aggressiva. Su Berlusconi o Renzi». E chi, esagerando come solo Twitter è capace di esagerare, nel suo micidiale mix di sintesi e cinismo, digrigna la tastiera: «Vauro con la maglietta “Jesuischarlie ”, lui, amico dei terroristi islamisti...».

E in effetti, l'altra sera, in una trasmissione come Servizio Pubblico di Santoro che faticava parecchio, tra distinguo e cautele, tra buonismo e correctness politica, ad avvicinare i termini «terrorismo» e «Islam», faceva impressione (per alcuni pena) vedere Vauro Senesi, in arte Vauro, in pratica un disegnatore con le sue debolezze e i suoi talenti, come tutti noi, indossare a favore di telecamera la t-shirt con la scritta Je suis Charlie . Che, si vedeva, era fuori taglia, e non solo metaforicamente.
Perché a Vauro quella maglietta stava strettissima. Piange i colleghi francesi, ma nega che ci sia una guerra in corso. Condanna i terroristi, ma non dice mai «terroristi islamici».

Sbuffa: «Parliamo ancora di guerra santa, sembra di essere nel Medioevo, abbiamo fatto passi da gigante indietro nel tempo», ma dimentica che i passi li ha fatti la civiltà cristiana, in avanti: e infatti per quanto ritenga esecrabili le vignette satiriche contro il Papa, Comunione e liberazione non ha mai organizzato una crociata su Parigi. Un po' troppi «ma», quando ci sono persone uccise a colpi di Ak47 in nome di Allah.

Ieri, sul Corriere della sera , in un pezzo nascosto a pagina 15, non richiamato in prima né postato sul sito del quotidiano, Pierluigi Battista ha firmato un pezzo dal titolo «Vauro e gli altri che bocciarono quelle vignette “provocatorie”», smascherando l'ipocrisia di chi, come Vauro appunto o come Ruotolo, oggi piangono gli eroici giornalisti di Charlie Hebdo , ma ieri li consideravano irresponsabili, dei provocatori.

E Vauro ha subito risposto su Dagospia invocando, per par condicio, la censura subita per una vecchia vignetta su Berlusconi. Perdendo sia il senso della misura sia quello del ridicolo. «Siamo in guerra, ma perché facciamo le guerre - ha detto - Questi mostri li abbiamo creati noi». La colpa, anche se a sparare sono gli «altri», è sempre nostra.

Per il resto, quella che ci stanno disegnando davanti agli occhi, è una vignetta già vista tante volte. Dentro ci sono molte matite perfettamente appuntite nell'offendere il sentimento religioso cristiano, più spuntate nel farlo con i simboli musulmani. Un'unica mina, una doppia morale. E non fa ridere.

Dante aveva già capito tutto: ecco dove e come aveva messo Maometto

Libero
10 gennaio 2015

Dante aveva già capito tutto: ecco dove e come aveva messo Maometto

C'è una satira anti-Maometto più feroce di quella di Charlie Hebdo. Circola liberamente in Europa e non solo da secoli. A scriverla fu uno dei più grandi scrittori della storia dell'Occidente. E la si studia anche in tutte le scuole. Mette il profeta musulmano e Alì, suo cugino, genero e successore come Califfo, nientemeno che all'inferno, nel canto XXVIII dedicato ai seminatori di discordia. Lui, l'anti-Maometto, è nientemeno che Dante e l'opera è la Divina Commedia. In cui Maometto viene messo nella boglia più "sozza" che si possa immaginare, piena di corpi mutilati e orrendamente sfigurati.

C'è che secondo le convinzioni dell'epoca, condivise evidentemente da Dante, l'islam era il risultato di uno scisma nell'ambito della cristianità: come riporta il Corriere della Sera, il cardinale o monaco Maometto, amareggiato per non aver conseguito il papato, avrebbe fondato una nuova dottrina. Per questo Dante lo immagina nella nona bolgia, squarciato dal mento all'ano, "infin dove si trulla" (ovvero dove si scorreggia). Alì con la faccia spaccata dal mento alla fronte. Questo perchè, secondo Dante, i seminatori di discordia nell'aldilà erano condannati a subire il contrappasso adeguato, soffrendo nel loro corpole stesse mutilazioni di cui sono stati artefici in vita.

Sondrio, il recordman delle strisce idolo del web

Corriere della sera
di Chiara Tornadù

Come su un go kart per fare un chilometro di segnaletica in 4 minuti. «Quando traccio le linee mi sento come ai tempi in cui giocavo da bambino in Albania»


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Sondro - Dalla Valtellina ha conquistato il web facendo della velocità il suo punto di forza: Indrit Mema, titolare della Segnalgrafica di Cosio Valtellino, con un video postato su Facebook dal sito americano Construction Machines, l’azienda produttrice del macchinario, ha totalizzato oltre 300 mila contatti, 3.200 condivisioni, più di 2.000 like e centinaia di commenti. A dare notorietà all’imprenditore di 38 anni, nato in Albania, in Italia dal ‘98 e approdato in Valtellina con la sua azienda di lavori stradali nel 2010, l’abilità e la velocità nel tracciare la riga di mezzeria della segnaletica orizzontale nel centro di Sondrio, per oltre un chilometro, dall’imbocco di via Toti fino alla Stazione ferroviaria e ritorno: il tutto in 4 minuti, con tanto di posizionamento dei coni che avvisano dell’avvenuta verniciatura.

A riprenderlo con un telefonino alla guida della traccialinee un collega che, postando il video, lo ha trasformato in un idolo. «Questo successo sul web mi ha stupito - dice Indrit Mema -. Amo lavorare con impegno e dedizione. Quando traccio le strisce bianche mi sento come quando ero un bimbo sui go kart».

Il video è stato girato la mattina dello scorso 13 giugno, alle 6.50. «Mancavano pochi minuti al posizionamento dei mezzi del mercato - spiega - e allora ho provato a eseguire il lavoro raggiungendo il mio obiettivo. Un successo nato per gioco». L’appalto per il rifacimento della segnaletica orizzontale era stato affidato a Indrit dal Comune. «Un esempio di efficienza, efficace ed economicità di gestione», commenta ora l’assessore ai Lavori pubblici Michele Iannotti.

VIDEO

9 gennaio 2015 | 11:03