lunedì 12 gennaio 2015

L’urlo di Khomeini: «L’Islam è tutto, la democrazia no»

Corriere della sera
di Oriana Fallaci

La scrittrice intervistò il leader della rivoluzione iraniana nel 1979. Indossava il chador. Ma alla fine dell’incontro se lo tolse. L’ayatollah scavalcò il velo e sparì

Oriana Fallaci, il terrorismo, il rapporto dell’Occidente con il mondo islamico. La grande giornalista ha affrontato questi temi molte volte nei suoi articoli e nelle sue interviste. Con l’iniziativa «Le parole di Oriana» abbiamo scelto di ripubblicare alcuni di questi suoi interventi, che mantengono - a distanza di molti anni - una forza, un valore e un fascino straordinari. Ecco l’intervista all’ayatollah Khomeini, uscita per il «Corriere della Sera» il 26 settembre 1979.
 
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Nella stanzaccia, assiso con le gambe incrociate sul tappetino bianco e blu, immobile come una statua e coperto da una tunica di lana marrone, stava il padrone dell’Iran, il gran condottiero dell’Islam: Sua Eccellenza Santissima e Reverendissima Ruhollah Khomeini.

Era un vecchio molto vecchio. E appariva così remoto dietro la superbia, così vulnerabile, insieme solenne, da farti dubitare che avesse soltanto gli ottant’anni dichiarati secondo un calcolo approssimativo, comunque ipotetico, visto che lui stesso ignorava la sua data di nascita. Era anche il più bel vecchio che avessi mai incontrato. Volto intenso, scolpito ad arte, con quelle rughe che lo incidevano a colpi d’ascia in solchi legnosi, quella fronte altissima sul naso importante e ben disegnato, quelle labbra sensuali e imbronciate da maschio che ha molto sofferto a reprimere le tentazioni della carne o forse non le ha represse mai.

E quella barba candida, compatta, davvero michelangiolesca. Quelle sopracciglia severe, di marmo, sotto le quali cercavi i suoi occhi con una specie di ansia. Gli occhi infatti non si vedevano perché teneva le palpebre semiabbassate, lo sguardo ostentatamente fisso sul tappetino, quasi volesse dirmi che non meritavo nessuna attenzione. O quasi che dedicarmi attenzione offendesse il suo orgoglio, la sua dignità. Traboccava dignità, questo è certo. Non potevi immaginarlo in mutande, attribuirgli il ridicolo che caratterizza i dittatori. Anzi, al posto di esso coglievi una misteriosa tristezza, un misterioso scontento che lo consumava come una malattia.

E in tale scoperta registravi sbalordito i sentimenti che suscitava a osservarlo: un rispetto ineluttabile, una tenerezza inspiegabile, una scandalosa attrazione di cui provavi invano vergogna. Lo aveva scritto proprio lui il Libro Azzurro? Era stato proprio lui a scaraventare tutti nella catastrofe, dipendevano proprio da lui tante infamie, tanti obbrobri? Sì, e che non me ne dimenticassi. Che non mi lasciassi distrarre dal suo enigmatico carisma, sedurre dal suo fascino di antico patriarca. E mentre Bani Sadr si insediava al suo fianco, Salami si sistemava a riguardosa distanza, mi accucciai dinanzi al nemico: decisa ad attaccarlo subito, ignara dell’altrui viltà che all’inizio avrebbe turbato il progetto.

Imam Khomeini, l’intero paese è nelle sue mani. Ogni sua decisione, ogni suo desiderio è un ordine. E sono molti ha portato la libertà, semmai ha finito di ucciderla.
Rimase con le palpebre semiabbassate, lo sguardo fisso sul tappetino, e con voce talmente fioca da sembrare l’eco di un sussurro compilò una risposta che Bani Sadr riferì in preda a uno strano imbarazzo. «Conosciamo il suo lavoro e il suo nome. Sappiamo che lei ha viaggiato per molti Paesi e molte genti vedendo guerre, interrogando uomini forti. La ringraziamo dunque degli omaggi che ci porge e delle sue condoglianze per la scomparsa dell’ayatollah Talegani.» Stava prendendomi in giro oppure Bani Sadr non gli aveva tradotto la mia domanda? Mi rivolsi smarrita a Salami. Con un lieve cenno della testa, Salami mi fece capire che il vigliacco non aveva tradotto la domanda. «Traducila tu!»

La tradusse, sia pure impallidendo. Ma le palpebre rimasero semiabbassate, le invisibili pupille continuarono a fissare il tappetino, e non un cenno di emozione incrinò la voce fioca che centellinava ogni parola. «L’Iran non è nelle mie mani. L’Iran è nelle mani del popolo. Perché è stato il popolo a consegnare il paese al suo servitore, a colui che vuole il suo bene. Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente s’è riversata nelle strade a milioni e senza la minaccia delle baionette. E questo significa che in Iran c’è libertà, che il popolo segue gli uomini di Dio. E questo è simbolo di libertà.»

Bè, sapeva difendersi. Aveva perfino neutralizzato possibili provocazioni sulla natura di quella morte facendo per primo il nome di Talegani, quindi impedendo su tal soggetto un colpo alla mascella. Lanciai un’occhiataccia a Bani Sadr per avvertirlo di non combinare altri scherzi e continuai.

No, Imam Khomeini: forse non mi sono spiegata bene. Mi permetta di insistere. Volevo dire che siamo in molti, in Iran e fuori, a definirla un dittatore. Anzi il nuovo dittatore, il nuovo tiranno, il nuovo scià della Persia.
Ma dalla risposta che Bani Sadr mi dette fu chiaro che anche stavolta aveva inventato una domanda innocua, e per questo era venuto a Qom, s’era imposto come traduttore: per manipolar l’intervista e non correre rischi. «Sì, la sconfitta del tiranno ci ha portato un’epoca densa di valori e di moralità. Noi ce ne rallegriamo e ci sentiamo onorati di interpretar quei valori e tale moralità. Apprezziamo dunque la seconda domanda e...» «Stop!» Zittii Bani Sadr e di nuovo mi rivolsi a Salami che di nuovo confermò il tradimento con un lieve cenno della testa. Allora mi chinai su Khomeini cercando di farmi capire in qualche lingua al di fuori del farsi. «No, Imam, no! Il signor Bani Sadr non mi traduce. Il ne me traduit pas. He does not translate me. Understand, comprì? Ho detto che oggi è lei il dittatore, il tiranno, lo scià. Aujourd’hui c’est vous le dictateur, le tyran, le nouvel shah. Vous.

Comprì? Today it is you the dictator, the tyrant, the new shah. Understand?» Capì. O almeno intuì. Infatti le sue palpebre si sollevaron di colpo, e mentre un lampo feroce mi trafiggeva con la violenza di una coltellata vidi finalmente i suoi occhi: intelligentissimi, duri, terrificanti. Però fu un attimo, e passato quello tornarono a concentrarsi sul tappetino. Fissando il tappetino sibilò a Bani Sadr qualcosa che doveva esser tremendo perché il visuccio malinconico diventò grigio, i baffetti parvero vibrare di panico, e rivoli di sudore presero a colare giù per le tempie, le guance, il collo. Poi una mano michelangiolesca come la barba si levò con sdegno a indicargli che era destituito dall’incarico e un indice imperioso ordinò a Salami di sedergli accanto per sostituirlo. Tremando d’emozione Salami si alzò e sedette alla sua destra. «Non aver paura, traducigli quello che ho detto.

E chiedigli se ciò lo addolora o lo lascia indifferente» lo incoraggiai. Salami tradusse coraggiosamente. Khomeini restò imperterrito. «Da una parte mi addolora, sì, perché chiamarmi dittatore è ingiusto e disumano. Dall’altra invece non me ne importa nulla perché so che certe cattiverie rientrano nel comportamento umano e vengono dai nemici. Con la strada che abbiamo intrapreso, una strada che va contro gli interessi delle superpotenze, è normale che i servi dello straniero mi pungano col loro veleno e mi lancino addosso ogni sorta di calunnie. No, non m’illudo che i paesi abituati a saccheggiarci e divorarci si mettano zitti e tranquilli. Oh, i mercenari dello scià dicono tante cose: anche che Khomeini ha ordinato di tagliare i seni alle donne. Dica, a lei risulta che Khomeini abbia commesso una simile mostruosità, che abbia tagliato i seni alla donne?».

No, non mi risulta, Imam. E io non l’ho accusata di tagliare i seni alle donne. Però anche senza tagliare i seni alle donne lei fa paura. Il suo regime vive sulla paura. Hanno tutti paura e fanno tutti paura. Anche questa folla che la invoca fa paura. La sente?
Dalla finestra alle sue spalle giungeva il frastuono degli scalmanati dietro il primo e il secondo posto di blocco. «Zandeh bad, Imam! Payandeh bad!» E spesso soffocava le nostre voci. «Lo sento eccome. Lo sento anche di notte».

E che cosa prova a sentirli gridare così anche di notte? Che cosa prova a sapere che per vederla un istante si farebbero ammazzare?
«Ne godo. Non si può non goderne. Sì, godo quando li ascolto e li vedo. Perché il loro grido è lo stesso con cui cacciarono l’usurpatore, perché sono i medesimi che lo cacciarono, e perché è bene che continuino a bollire in quel modo. Finché i nemici interni ed esterni non saranno domati, finché il Paese non si sarà assestato, bisogna che bollano. Devono essere accesi e pronti a marciare quand’è necessario. E poi il loro è amore».

Amore o fascismo, Imam? A me sembra fanatismo, e del genere più pericoloso. Cioè quello fascista. Chi potrebbe negare che oggi esiste in Iran una minaccia fascista? E forse un fascismo s’è già consolidato.
«No, il fascismo non c’entra. Il fanatismo non c’entra. Io ripeto che gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati, quindi fascismo e islamismo sono due contraddizioni inconciliabili».

Forse non ci comprendiamo sulla parola fascismo, Imam. Io parlo del fascismo come fenomeno popolare, per esempio del fascismo che gli italiani avevano al tempo di Mussolini quando le folle applaudivano Mussolini come ora applaudono lei. E gli obbedivano come ora obbediscono a lei. «No, quel fascismo si verifica da voi in Occidente, non tra i popoli di cultura islamica. Le nostre masse sono masse mussulmane, educate dal clero e cioè da uomini che predicano la spiritualità e la bontà, quindi quel fascismo sarebbe possibile soltanto se tornasse lo scià oppure se venisse il comunismo. Gridare il mio nome non significa esser fascisti, significa amare la libertà».

Ora che le mie domande gli venivano riferite, l’attacco era facile. Però a ciascuna si difendeva meglio, con la bravura di un campione che riesce a schivare qualsiasi colpo cattivo o imprevisto, la resistenza di un incassatore che non si piega nemmeno se gli tiri un pugno nel basso ventre, e faceva questo usando due tecniche rare: l’imperturbabilità e la sincerità. Dopo avermi trafitto con quel lampo feroce non aveva più alzato gli occhi e, senza mai staccare lo sguardo dal tappetino, senza mai muovere un dito o un muscolo, senza mai cambiare il tono della sua voce fioca, rispondeva a ogni accusa o insolenza. Non riuscivo a scomporlo.

E non ci riuscivo perché, ecco il punto, credeva fermamente in ciò che diceva: credendoci, non aveva bisogno di ricorrere alle furbizie o alle bugie con cui si difendono sempre gli uomini di potere. Quasi ciò non bastasse, gli piaceva il duello con la straniera che aveva viaggiato per molti Paesi e per molte genti ma ora se ne stava ai suoi piedi ingoffata da chili di cenci a lei estranei, e in segreto gioiva dei suoi assalti.

Allora parliamo della libertà, Imam Khomeini. In uno dei suoi primi discorsi lei disse che il nuovo governo avrebbe garantito libertà di pensiero e di espressione. Tuttavia questa promessa non è stata mantenuta e basta che uno vada contro i suoi precetti perché lei lo maledica e punisca. Per esempio, chiama i comunisti Figli di Satana, le minoranze curde Male sulla Terra... «Lei prima afferma e poi pretende che io spieghi le sue affermazioni. Addirittura pretenderebbe che io permettessi i complotti di chi vuol portare il Paese alla corruzione. La libertà di pensare e di esprimersi non significa libertà di congiurare e corrompere. Per più di cinque mesi io ho tollerato coloro che non la pensano come noi, ed essi sono stati liberi di fare ciò che volevano, ciò che gli concedevo. Attraverso il signor Bani Sadr qui presente ho perfino invitato i comunisti a dialogare con noi. E in risposta essi hanno bruciato i raccolti di grano, hanno dato fuoco alle urne elettorali, hanno reagito con armi e fucili, riesumato il problema dei curdi. Così quando abbiamo capito che approfittavano della nostra tolleranza per sabotarci, quando abbiamo scoperto che erano nostalgici dello scià, ispirati dall’ex regime nonché dalle forze straniere che mirano alla nostra distruzione, li abbiamo messi a tacere.»

Imam Khomeini, ma come può definire nostalgici dello scià uomini che contro lo scià si sono battuti, che dallo scià sono stati perseguitati e arrestati e torturati, che insomma hanno tanto contribuito alla sua caduta? I vivi e i morti a sinistra, dunque, non contano nulla?
«Non contano nulla perché non hanno contribuito a nulla, non hanno servito in nessun senso la rivoluzione. Non hanno né combattuto né sofferto, semmai hanno lottato per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla nostra vittoria, non hanno avuto nessun rapporto col movimento islamico, non hanno esercitato alcuna influenza su di esso. Anzi, gli hanno messo i bastoni fra le ruote. Durante il regime dello scià erano contro di noi quanto lo sono ora, e ci odiavano più dello scià. Non a caso l’attuale complotto ci viene da loro e il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una vera sinistra ma di una sinistra artificiale, partorita e allattata dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e per distruggerci».

In altre parole, quando parla di popolo, lei si riferisce soltanto ai suoi fedeli. E secondo lei questa gente s’è fatta ammazzare per l’Islam, non per avere un po’ di libertà.
«Per l’Islam. Il popolo s’è battuto per l’Islam. E l’Islam significa tutto, anche ciò che nel suo mondo viene chiamato libertà e democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto, l’Islam ingloba tutto, l’Islam è tutto».

Non capisco. Mi aiuti a capire. Che cosa intende per libertà?
«La libertà... Non è facile definire questo concetto. Diciamo che la libertà è quando si può scegliere le proprie idee e pensarle quanto si vuole senza essere costretti a pensarne altre... E anche alloggiare dove si vuole... Esercitare il mestiere che si vuole...». Bè, incominciava a barcollare e con un po’ di sforzo si poteva forse colpirlo alla mascella.

Alloggiare dove si vuole, fare il mestiere che si vuole, e nient’altro. Pensare quanto si vuole ma non esprimere e materializzare quello che si pensa. Ora capisco meglio, Imam. E per democrazia cosa intende? Perché, se non sbaglio, indicendo il referendum per la repubblica lei ha proibito l’espressione Repubblica Democratica Islamica. Ha cancellato l’aggettivo Democratica, ha ridotto l’espressione a Repubblica Islamica, e ha detto: “Non una parola di più, non una di meno”.
Si riprese subito. «Per incominciare, la parola Islam non ha bisogno di aggettivi. Come ho appena spiegato, l’Islam è tutto: vuol dire tutto. Per noi è triste mettere un’altra parola accanto alla parola Islam che è completa e perfetta. Se vogliamo l’Islam, che bisogno c’è di aggiungere che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l’Islam e che bisogna credere in Dio. Poi questa democrazia a lei tanto cara e secondo lei tanto preziosa non ha un significato preciso. La democrazia di Aristotele è una cosa, quella dei sovietici è un’altra, quella dei capitalisti un’altra ancora. Non potevamo quindi permetterci di infilare nella nostra Costituzione un concetto così equivoco. Poi per democrazia intendo quella che intendeva Alì.

Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia Saudita all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva ogni tipo di potere, egli ebbe una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò, e vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi. Ma Alì gli disse, adirato: “Perché ti alzi quando io entro e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono essere trattati nel medesimo modo”. Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato per molti Paesi e per molte genti: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?».

Sì. Quella che permette qualcosa di più che alloggiare dove si vuole, fare il mestiere che si vuole, e pensare senza esprimere ciò che si pensa. E questo lo dicono anche gli iraniani che, come noi stranieri, non hanno capito dove vada a parare la sua Repubblica Islamica.
«Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam. Se non lo capite voi stranieri, non ha importanza. Tanto la cosa non vi riguarda. Non avete nulla a che fare con le nostre scelte.» Menomale: l’atmosfera incominciava a riscaldarsi. Quindi non era impossibile fargli perder le staffe. Bastava tener testa alla sua resistenza di incassatore. Rincarai la dose.

Forse la cosa non ci riguarda, Imam, però il dispotismo che oggi viene esercitato dal clero riguarda gli iraniani. E, visto che siamo qui per parlare di loro, vuol spiegarmi il principio secondo cui il capo del Paese dev’essere la suprema autorità religiosa e cioè lei? Vuol spiegarmi perché le decisioni politiche devono esser prese soltanto da coloro che conoscono bene il Corano e cioè da voi preti?.
«Il Quinto Principio sancito dall’Assemblea degli Esperti nella stesura della Costituzione stabilisce ciò che lei ha detto e non è in contrasto col concetto di democrazia. Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l’operato del primo ministro e del futuro presidente della Repubblica. Se io non esercitassi tale sovrintendenza, essi potrebbero sbagliare o andare contro la legge cioè contro il Corano. Io oppure un gruppo rappresentativo del clero, ad esempio cinque saggi capaci di amministrare la giustizia secondo l’Islam».

Ah, sì? Allora occupiamoci della giustizia amministrata da voi del clero, Imam. Cominciamo con le cinquecento fucilazioni che in questi pochi mesi sono state eseguite in Iran. Mi dica se lei approva il modo sommario con cui vengono celebrati questi processi senza avvocato e senza appello. «Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati. O fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri, oppure di persone che avevano ordinato i massacri. Gente che aveva bruciato le case, torturato i prigionieri segandogli le braccia e le gambe, friggendoli vivi su griglie di ferro. Avremmo dovuto forse perdonarli, lasciarli andare? Quanto al permesso di rispondere alle accuse e difendersi, glielo abbiamo concesso: potevano replicare ciò che volevano. Una volta accertata la loro colpevolezza, però, che bisogno c’era dell’avvocato e dell’appello? Scriva il contrario, se vuole: la penna ce l’ha in mano lei. Si ponga le domande che desidera: il mio popolo non se le pone. E aggiungo: se non avessimo ordinato quelle fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo. E i morti, anziché cinquecento, sarebbero stati migliaia».

Lo saranno, di questo passo, Imam. E comunque io non mi riferivo ai torturatori e agli assassini della Savak. Mi riferivo alle vittime che con le colpe del passato regime non avevano nulla a che fare. Insomma, le creature che ancora oggi vengono giustiziate per adulterio o prostituzione o omosessualità. È giustizia, secondo lei, fucilare una povera prostituta o una donna che tradisce il marito o un uomo che ama un altro uomo?
«Se un dito va in cancrena, che cosa si deve fare? Lasciare che vada in cancrena tutta la mano e poi tutto il corpo, oppure tagliare il dito? Le cose che portano corruzione a un popolo devono essere sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini.

Ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette. Nell’Islam noi vogliamo condurre una politica che purifichi. E affinché questo avvenga bisogna punire coloro che portano il male corrompendo la nostra gioventù. Che a voi occidentali piaccia o non piaccia, non possiamo permettere che i cattivi diffondano la loro cattiveria. Del resto voi occidentali non fate lo stesso?

Quando un ladro ruba, non lo mettete in prigione? In molti Paesi, non giustiziate forse gli assassini? Non lo fate perché, se restano liberi e vivi, infettano gli altri e allargan la macchia della malvagità? Sì, i malvagi vanno eliminati: estirpati come le erbacce». Aveva detto questo con la solita imperturbabilità. Era venuta anche una mosca, mentre parlava, ed era andata a posarsi sulla sua mano sinistra: grattandosi il capino con le zampette e abbandonandosi a ogni sorta di capriole e di danze. Ma lui non aveva neanche fatto il gesto di liberarsene, le aveva addirittura permesso di salire fino alla sua barba dove ora giocava tutta contenta fra i peli bianchi.

E mi faceva impazzire perché mi distraeva e perché stava diventando il simbolo della mia impotenza. Possibile che non barcollasse almeno un poco, che non si arrabbiasse almeno per un secondo? L’unico segno di cedimento era il respiro che di risposta in risposta diventava più fievole denunciando la debolezza del vecchio che ogni tanto ha bisogno di un sonnellino. Sicché, oltre all’irritazione, c’era l’angoscia che mi si addormentasse sotto il turbante. Bisognava impedirlo.

«Imam Khomeini, come osa mettere sullo stesso piano una belva della Savak e un cittadino che esercita la sua libertà sessuale? Prenda il caso del giovanotto che ieri è stato fucilato per pederastia...»
«Corruzione, corruzione. Bisogna eliminare la corruzione».

Prenda il caso della diciottenne incinta che poche settimane fa è stata fucilata per adulterio. «Bugie, bugie. Bugie come quelle dei seni tagliati alle donne. Nell’Islam non accadono queste cose, non si fucilano le donne incinte».

Non sono bugie, Imam. Tutti i giornali iraniani hanno parlato di quella ragazza incinta e fucilata per adulterio. Alla televisione c’è stato anche un dibattito sul fatto che al suo amante fosse stata inflitta soltanto una pena di cento frustate sulla schiena.
«Se a lui hanno dato cento frustate e basta, vuol dire che meritava le frustate e basta. Se a lei hanno dato la pena di morte, vuol dire che meritava la pena di morte. Io che ne so. Lo chieda al tribunale che l’ha condannata. E poi basta parlare di queste cose: libertà sessuale eccetera. Non sono cose importanti. Uhm! Libertà sessuale. Che cosa significa libertà sessuale. Tutto questo mi stanca. Basta!» Ecco, succedeva. Si addormentava.

Allora parliamo dei curdi che vengono fucilati perché vogliono l’autonomia, Imam. Parliamo... «Quei curdi non sono il popolo curdo. Sono sovversivi che agiscono contro il popolo come quello che ieri ha ammazzato tredici soldati. Io quando li catturano e li fucilano ne provo un gran piacere. Basta. Non voglio parlare neanche di questo, basta. Sono stanco. Voglio riposare».
 
Intervenne Ahmed, con l’aria del principe ereditario cui spetta applicare i desideri del re. «L’Imam ha ripetuto basta. L’Imam è stanco e vuole riposare. L’Imam non vuole più parlare di queste cose». «Allora parliamo dello scià». «No, deve salutarlo e lasciar che riposi. L’ora è passata da almeno mezz’ora. Lo saluti e se ne vada». Ma la parola «scià» era giunta ai divini orecchi. E aveva ottenuto quello che neanche la mosca sulla mano poi sulla barba era riuscita a ottenere con le sue danze e le sue capriole.

Inaspettatamente l’immobile turbante si mosse e gli immobili occhi dimenticarono il tappetino per posarsi su Salami. «Ha detto scià?». «Sì, Eccellenza Santissima e Reverendissima». «Che cosa vuol sapere dello scià?». «Ha chiesto che cosa vuoi sapere dello scià» sospirò Salami con espressione preoccupata.

Questo, Imam. Qualcuno ha ordinato di ammazzare lo scià all’estero e ha chiarito che il giustiziere verrà considerato un eroe. Se poi morirà nell’azione, andrà in Paradiso. È lei quel qualcuno?
«No! Io non voglio che sia giustiziato all’estero. Io voglio che sia catturato e riportato in Iran e processato in pubblico per cinquant’anni di reati contro il popolo, inclusi i reati di tradimento e di furto. Furto di capitali. Se muore all’estero, quel denaro va perduto. Se lo processiamo qui, ce lo riprendiamo. No, no: io lo voglio qui. Qui! Lo voglio tanto che prego per la sua salute come l’ayatollah Modarres pregava per la salute dell’altro Pahlavi, il padre di questo Pahlavi che era fuggito anche lui portandosi dietro un mucchio di soldi. So che è malato. Me ne dispiace perché potrebbe morire di malattia. Guai se morisse di malattia e mentre sta all’estero».

Ma se vi desse quei soldi, lei smetterebbe di pregare per la sua salute?
«Se ci restituisse il denaro, quella parte del conto sarebbe saldata. Ma resterebbe il tradimento che egli ha commesso contro l’Islam e contro il suo Paese. Resterebbe il massacro del Venerdì Nero, il massacro del 15 Kordat cioè di sedici anni fa, e non si può perdonargli i morti che ha lasciato dietro di sé. Soltanto se i morti resuscitassero io mi accontenterei di riavere il denaro che lui e la sua famiglia hanno rubato».

Intende dire che l’ordine di catturarlo e riportarlo in Iran vale anche per la sua famiglia? «Colpevole è colui che ha commesso il reato. Se la famiglia non ha commesso reati, non vedo perché dovrebb’essere condannata. Appartenere alla famiglia dello scià non è un crimine. Non mi risulta ad esempio che il figlio Reza si sia macchiato di colpe verso il popolo, quindi non ho nulla contro di lui. Può rientrare in Persia quando vuole e viverci come un normale cittadino. Che venga».

«Io dico che non viene».
«Se non vuol venire, non venga».

E Farah Diba?
«Per lei deciderà il tribunale».

E Ashraf?
«Ashraf è la gemellaccia dello scià, ladra e traditrice come lui. Per i crimini che ha commesso dev’essere processata e condannata come lui. Sì, voglio anche la gemellaccia».

E l’ex primo ministro Bakhtiar? Bakhtiar dice che ha già pronto un governo per sostituire il governo di Bazargan. E aggiunge che presto tornerà.
«Che torni, che torni. Magari a braccetto del suo scià. Così in tribunale ci vanno insieme. Se Bakhtiar dev’essere fucilato o no, ancora non posso dirlo. Però so che dev’essere processato, e devo ammettere che mi piacerebbe molto vedermelo riportare insieme allo scià, mano nella mano. Lo aspetto».

A morte anche Bakhtiar, dunque. A morte Ashraf la gemellaccia, a morte Farah Diba, a morte tutti. Imam Khomeini mi permetta una domanda che naturalmente esula dalla morale di una rivoluzione: è noto che le rivoluzioni non perdonano, non conoscono la pietà. Lei come uomo, anzi come prete, ha mai perdonato nessuno? Ha mai provato pietà, comprensione per un nemico?
«Che cosa, che cosa?»

Ho chiesto se sa perdonare, provar pietà, comprensione. E, visto che ci siamo, le chiedo anche questo: ha mai pianto?
«Io piango, rido, soffro. Sono un essere umano. O crede che non lo sia? Quanto al perdono, ho perdonato la maggior parte di coloro che ci hanno fatto del male. E quanto alla pietà, ho concesso l’amnistia ai poliziotti che non avevano torturato, ai gendarmi che non s’eran resi colpevoli di abusi troppo gravi, ai curdi che hanno promesso di non attaccarci più. Ma per coloro di cui abbiamo parlato non c’è perdono, non c’è pietà, non c’è comprensione. Ora basta. Sono stanco. Basta». Sembrava irritato, e davvero deciso a congedarmi. Tentai di trattenerlo.

La prego, Imam. Ho ancora molte cose da domandarle. Su questo chador, per esempio, che lei impone alle donne e che mi hanno messo addosso per venire a Qom. Perché le costringe a nascondersi sotto un indumento così scomodo e assurdo, sotto un lenzuolo con cui non si può muoversi, neanche soffiarsi il naso? Ho saputo che anche per fare il bagno quelle poverette devono portare il chador. Ma come si fa a nuotare con il chador?
E allora i terribili occhi che fino a quel momento mi avevano ignorato come un oggetto che non merita alcuna curiosità, si levarono su di me. E mi buttarono addosso uno sguardo molto più cattivo di quello che m’aveva trafitto all’inizio. E la voce che per tutto quel tempo era rimasta fioca, quasi l’eco di un sussurro, divenne sonora. Squillante. «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene.»

Prego?
Credevo d’aver capito male. Invece avevo capito benissimo. «Ho detto: se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Il chador è per le donne giovani e perbene». Poi rise. Una risata chioccia, da vecchio. E rise Ahmed. Rise Bani Sadr. Risero, uno a uno, i bruti con la barba: sussultando contenti, sguaiati. E fu peggio che consegnarmi a Khalkhali perché subito i tormenti e le umiliazioni e gli insulti che m’avevan ferito in quei giorni vennero a galla per aggrovigliarsi in un nodo che comprendeva tutto: la birra negata, il dramma del parrucchiere, la via crucis di Maria Vergine che cerca con san Giuseppe un albergo, una stalla dove partorire, fino alla carognata del mullah che m’aveva costretto a firmare un matrimonio a scadenza. E il nodo mi strozzò in un’ira sorda, gonfia di sdegno. «Grazie, signor Khomeini. Lei è molto educato, un vero gentiluomo. La accontento sui due piedi.

Me lo tolgo immediatamente questo stupido cencio da medioevo». E con una spallata lasciai andare il chador che si afflosciò sul pavimento in una macchia oscena di nero. Quel che accadde dopo resta nella mia memoria come l’ombra di un gatto che prima se ne stava appisolato a ronfare e d’un tratto balza in avanti per divorare un topo. Si alzò con uno scatto così svelto, così improvviso, che per un istante credetti d’esser stata investita da un colpo di vento. Poi, con un salto altrettanto felino, scavalcò il chador e sparì.

12 gennaio 2015 | 08:03

Cane veglia il cucciolo morto in un cimitero

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Il Golden Retriever ha deciso di allontanarsi solo dopo averlo sepolto

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Seduta sul prato all’interno di un cimitero. Si guarda intorno, ma non si muove di un centimetro dal suo piccolo che giace morto da chissà quante ore. L’immagine di un Golden Retriever sta facendo il giro del mondo, come simbolo di un amore e capacità di provare sentimenti che ancora troppo spesso vengono messi in discussione.

A scattare la foto è stato Hunter Cone, un 15enne che stava visitando il cimitero storico di Savannah (Georgia, Usa). Preoccupato dalla temperature fredde di questo periodo, il ragazzo ha tentato di convincere il cane a spostarsi. Ma niente, il Golden voleva rimanere lì, a vegliare il suo piccolo morto per chissà quale motivo.
Così Cone e sua madre hanno deciso di portargli un po’ di cibo e dell’acqua. Anche se visibilmente debole e timida, il suo istinto materno era rimasto intatto.

«Se questo non prova che i cani hanno sentimenti, così come le persone umane, allora non credo che ci sia altro in grado di farlo» ha detto Cono alle tv locali che si sono occupate della storia.
Cono ha così deciso di chiamare gli operatori dell’Animal Control e un gruppo di animalisti del posto. Nel frattempo, alcune persone hanno visto il Golden Retriever tentare di seppellire il suo cucciolo per poi scappare via prima di qualsiasi tentativo di portarlo via. 

A quanto pare quel cane viveva in quel cimitero da un po’ di tempo, così come alcuni altri cani randagi, ma ha sempre evitato contatti con le persone. Ora gli addetti del cimitero sperano di riuscire a rivederla, guadagnarne la fiducia, per poi affidarla a un rifugio locale che possa trovarle una famiglia.

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A Cuba arriva la connessione Wi-Fi, ma per ora è solo un lusso per ricchi: costa 4, 50 dollari all’ora

La Stampa
paolo manzo

Del sistema si occuperà la compagnia statale Etecsa. La prima città ad essere testata sarà Santiago de Cuba. I giovani hanno già aggirato il problema dei costi e utilizzando da anni un data sharing con il quale scaricano in differita ciò che il resto del mondo vede in diretta

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Entro fine mese farà il suo debutto a Cuba il wi-fi. L’annuncio è stato fatto direttamente sul sito dell’Unione dei Giornalisti dell’isola caraibica che cita come fonte Etecsa, la compagnia telefonica statale cubana di cui, sino al 2011, Telecom Italia deteneva il 27% della proprietà. La prima città ad essere testata con questa tecnologia di connessione ad Internet che da oltre un decennio è la norma nelle principali città del mondo sarà Santiago de Cuba dove, intorno al centrale parco Ferreiro, Etecsa sta installando una postazione per diffondere il nuovo servizio.

Entro fine mese, dunque, tutte le persone che si troveranno a Santiago de Cuba e che hanno un tablet, un cellulare od un pc portatile potranno così scaricare contenuti da Internet alla velocità di un megabyte al secondo. Unico problema per i cubani, il cui salario medio si aggira attorno ai 20-30 dollari, è che per connettersi al wi-fi il costo è stato fissato a 4,50 dollari l’ora. Insomma questa rivoluzione tecnologica, per ora, interesserà soprattutto i turisti stranieri.

Sul finire del 2014 Etecsa aveva preannunciato che il 2015 sarebbe stato l’anno di Internet, con il “potenziamento dei 154 centri web già esistenti”, l’allargamento sino ad almeno 5 volte della “banda”, “la creazione di decine di nuovi locali connessi” e la nascita di piazze, vie ed altre aree pubbliche dotate di wi-fi. L’esperimento di Santiago de Cuba conferma quanto dichiarato due settimane fa da alcuni funzionari di Etecsa a Juventud Rebelde, uno dei due quotidiani ufficiali della revolución assieme a Granma. 

Resta da vedere come e quando perché il problema per connettere Cuba al Web è soprattutto di tipo tecnologico e ci vorranno centinaia di milioni se non miliardi di euro/dollari di investimenti. Lo dimostra la Cina che, pur non essendo una democrazia, ha Internet praticamente ovunque nelle più importanti città del paese. 

Uno dei principali motivi dell’arretratezza di Cuba dove, secondo le statistiche, il 95% della popolazione non ha Internet a casa, è che ad oggi esiste solo un cavo in fibra ottica che la collega al Venezuela, per di più vecchiotto e con una capacità limitata. Inoltre la maggior parte del 5% degli internauti cubani fa affidamento su connessioni dial-up, con modem che si appoggiano ancora su normali linee telefoniche. 

I giovani cubani sono i più ansiosi perché la promessa rivoluzione di Internet arrivi sul serio, anche se hanno trovato da tempo il modo di aggirare il deficit tecnologico. Se infatti per loro è impossibile pagare i 4,5 dollari l’ora delle connessioni autorizzate, compreso il wi-fi annunciato ora per fine gennaio, da tempo molti di loro usano l’Internet “offline”. Di che si tratta? Di un sistema semi-legale dove i giovani scaricano da una connessione rapida terabyte di film, commedie, giornali, software, applicazioni, anti-virus per poi rivenderli a costi minimi agli altri.

Lo chiamano Paquete Semanal ed è il “data sharing” che oggi permette ai cubani di scaricare su tablet, telefonini e pc con una differita di poche ore o giorni le informazioni del resto del mondo. 

Rovigo, giovane calciatore marocchino: "A Parigi 12 morti? Meglio l'11 settembre"

Rachele Nenzi - Dom, 11/01/2015 - 15:17

I messaggi choc di  A.M.H., da dodici anni in Italia, su Facebook: "Voglio un po' di sangue...". Salvini: "Va subito imbarcato per il Marocco"

Dice di essere distante dalle visioni dei terroristi islamici, di essere stato frainteso, ma quelle frasi choc, cariche di insulti, sull’eccidio di Parigi postate su Facebook pesano come un macigno e all’operaio di origini marocchine con la passione del calcio sono costate l’allontanamento dalla squadra che milita in prima categoria nel rodigino.



Protagonista A.M.H., da dodici anni in Italia. Mentre seguiva in diretta le drammatiche notizie e immagini che arrivavano dalla Francia, il giovane ha scritto: "Non mi piace perché è durato poco. Quello dell’11 settembre era più bello". E ancora: "12 sono pochi, poi neanche una foto con il sangue, forse muoiono di paura".

Tra le frasi postate, dai toni molto sopra le righe, anche "Vogliamo un po' di sangue... E quelli parlano tanto per parlare tipo Salvini che vuole qualche voto in più. Democratici del c... dove eravate quando Israele ha ammazzato in 25 giorni più di 600 bambini, siete voi i veri terroristi, siete voi che avete creato la prima guerra mondiale per soldi, la seconda guerra per soldi e adesso in Iraq, Libia, Egitto, Siria, mafiosi del c...., vaffa.... ". "L’Isis è un gruppo creato in Iraq, la domanda è semplice - scrive ancora -, quando c’era Saddam presidente c’era questo gruppo?".

Considerazioni che l'operaio cerca oggi di ridimensionare, di riportare all’esasperazione emotiva davanti all’attenzione data dai media all’evento. "Sono distante dalle posizioni dei terroristi - dice -, chi mi conosce sa bene come la penso. Mia moglie non porta il velo e mia figlia frequenta un asilo gestito dalle suore. Le mie parole sono state fraintese, mi riferivo alla risonanza mediatica che ha avuto la vicenda di Parigi, rispetto ad altri attentati terroristici, magari più gravi ma meno seguiti".

Da tempo lavora in una ditta di logistica e gioca nella Stientese. Il presidente della società, Eugenio Zanella, in ragione di quanto apparso su Facebook, ha deciso di escluderlo dalla squadra. "Non è più un nostro giocatore. Non voglio più vederlo, per me - rileva - non esiste più. Ha tradito la nostra fiducia. Lo pensavo diverso".

Secco il commento del leader del Carroccio Matteo Salvini: "Io lo imbarcherei sul primo aereo per il Marocco. Uno che dice 'solo 12 morti' dovrebbe essere imbarcato per il suo Paese, le scuse dopo non mi interessano. Non dovrebbe continuare a lavorare da queste parti".

Da Abu Imad a Game, quell'attrazione fatale per odio e terrorismo

AlGia - Ven, 09/08/2013 - 07:06


A Palazzo Marino si fa spallucce per minimizzare. Il tentativo è chiaro: sostenere che tutto è normale, che anche stavolta non è successo nulla e che l'assessore spedito all'Arena dal sindaco Giuliano Pisapia (molto rammaricato di non poter presenziare in prima persona) non ha niente da dichiarare sul caso-Bustanji, l'imam palestinese invitato al Ramadan dei centri islamici di Milano e artefice di discutibilissime dichiarazioni sul «martirio» religioso.

Ora, fare finta di nulla non è possibile, tuttavia è vero anche che (purtroppo) il caso non è una novità assoluta. Anzi, sono anni che - in occasioni ufficiali o meno, con incarichi ufficiali o meno - intorno al mondo islamico gravitano personaggi discutibili. Implacabile nel sottolinearlo, anche ieri, l'ex vicesindaco Riccardo De Corato, per anni delegato alla Sicurezza del Comune, che chiama in causa il centro di viale Jenner, definendola la «moschea più indagata e ispezionata d'Italia».

L'attuale vicepresidente del Consiglio comunale ha ricordato che il cento «vanta anche un Imam condannato per terrorismo - Abu Imad - e un suo assiduo frequentatore Mohammed Game responsabile dell'attentato alla caserma Santa Barbara». In effetti la figura di Abu Imad è nota e grava come un macigno sulla reputazione dell'Istituto diretto da Abdel Shaari. L'imam egiziano si trova nel carcere di Benevento a scontare una pena a 3 anni e 8 mesi per terrorismo - una pena infittagli per attività di reclutamento e finanziamento di cellule internazionali attive nei primi anni Novanta.

Un tribunale dello Stato italiano ha riconosciuto che il gruppo è «stato per anni un centro di reclutamento di terroristi islamici». Non meno imbarazzante è stato, nel 2009, il caso di Mohamed Game. Il libico, la mattina del 12 ottobre tentò di far saltare in aria la caserma Santa Barbara di piazzale Perrucchetti. Un tentativo concreto e pericoloso. Si parlò di un «cane sciolto», di terrorismo fai-da-te appreso su internet e di un povero «lupo solitario» disperato e isolato. E tuttavia fece molto scalpore scoprire, di lì a poco, che Game neanche un mese prima aveva partecipato, con una funzione che si sarebbe detta di «servizio d'ordine» alla celebrazione di Id al Fitr (la stessa di ieri) alla Fabbrica del vapore.

In tutti questi casi è senz'altro vero che la gran parte dei fedeli partecipa con spirito pacifico e sincero a una celebrazione religiosa, ma resta l'imbarazzante e inquietante coincidenza di queste figure.

La via del fanatismo islamico da Milano porta fino a Parigi

Alberto Giannoni - Sab, 10/01/2015 - 08:38

La moschea di viale Jenner è spesso frequentata da fanatici. Ed emerge un nuovo filo con la jihad. Il direttore ammette: "Non posso controllare tutti"

Le strade del terrore, prima o poi, portano a Milano. «Veniamo sempre e comunque citati» commenta il direttore dell'Istituto culturale islamico di viale Jenner, Abdel Shaari.



Il filo che lega i fatti di Parigi a Milano è stato svelato ieri da un articolo del «Giornale». La ricostruzione firmata da Fausto Biloslavo fa luce sui rapporti di uno dei presunti killer di Parigi. Cherif Kouachi, da aspirante jihadista, trovò fra i suoi mentori un veterano dell'Iraq, Boubaker Al-Hakim, detto Abou Mouqatel, parte di una «cupola» della guerra santa tunisina guidata da Londra da Seifallah Ben Hassine. La rete era collegata in Italia col «gruppo di Milano» che frequentava viale Jenner. E i suoi uomini finirono in un'inchiesta dell'allora pm Stefano Dambruoso (che da deputato ieri ha chiesto una procura nazionale anti-terrorismo). «Sono stati anni turbolenti - commenta Shaari - Dambruoso ha fatto indagini e se emerge qualcosa devono essere trasmesse alle autorità francesi».

«Migliaia frequentano il nostro centro - prosegue Shaari - come faccio io a controllare se uno ha idee bislacche? È affare della legge e della magistratura italiana e francese. Noi siamo per il rispetto della legge e delle istituzioni e se qualcuno si mette fuori da questa linea ne sopporterà le conseguenze». Ieri, durante il sermone al Palasharp, l'imam ha condannato la strage: «Quando viviamo in un paese pacifico e facciamo un patto con la sua gente, come possiamo attaccarla e ucciderla?» ha chiesto. «Qualcuno si è impossessato della nostra religione e la usa per finalità che con la nostra religione non hanno niente a che vedere» spiega Shaari.

Reazioni preoccupate ieri sono arrivate da tutto il centrodestra. «La notizia dei possibili legami tra i terroristi che hanno agito a Parigi e il centro islamico di viale Jenner è a dir poco allarmante» ha detto Luca Squeri, coordinatore provinciale di Forza Italia. Il coordinatore di Ncd Nicolò Mardegan ha chiesto di bloccare il bando sulle moschee e del caso viale Jenner ha parlato anche la Lega.
Negli ultimi anni sono emerse spesso, a Milano, contiguità inquietanti. Quando nel 2004 una bomba a Madrid fece 191 morti, due arresti furono eseguiti anche a Milano, ma il processo arrivò nel 2007 a due assoluzioni. Altri arresti per terrorismo nel 2008, quando due marocchini di Macherio (poi assolti nel 2010) furono accusati di pianificare attentati e praticare proselitismo legato a folli progetti.

Caso notissimo quello di Mohamed Game: il libico che decise di farsi esplodere davanti alla caserma Santa Barbara fu ritratto in una foto durante il ramadan in via Procaccini con la comunità di viale Jenner. E in viale Jenner ha predicato per un decennio Abu Imad, l'ex imam che la Corte di Cassazione nel 2010 ha condannato a 3 anni e 8 mesi per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale. Era accusato di aver operato per dare a Milano un supporto logistico a kamikaze destinati a farsi saltare in aria in Afghanistan e Iraq.

Se la Boldrini è più integralista dei califfi

Roberto Fabbri - Dom, 11/01/2015 - 15:02

La presidente ha fatto più distinguo perfino del leader iraniano e di Hezbollah

«Coloro che ingiustamente, in nome del jihad, della religione e dell'Islam uccidono e compiono azioni violente ed estremiste, provocano l'islamofobia, che lo vogliano o no».




Chi avrà osato pronunciare una frase così limpidamente scorretta dal punto di vista politico a due giorni dal massacro di Parigi? Matteo Salvini? Marine Le Pen? Michel Houellebecq? Ma no: lo ha detto Hassan Rohani, il presidente della Repubblica Islamica dell'Iran. Andiamo avanti con un'altra frase che se fosse uscita dalla bocca di un politico o di un intellettuale europeo «non omologato» avrebbe provocato come minimo uno sbocco di bile a Pippo Civati o a Massimo D'Alema: «I gruppi terroristici hanno offeso l'Islam e il profeta Maometto più dei libri, dei disegni e dei filmati». Il misterioso signore altri non è che lo sceicco Hassan Nasrallah, capo delle milizie sciite libanesi Hezbollah.

Non è detto che i due leader dell'Islam sciita siano degli esempi di sincerità. Rimane il fatto che comparare le loro parole con gli esercizi di arrampicata sui vetri eseguiti da certi maestri nostrani di distinguo «de sinistra» in merito alla strage di Parigi fa una certa impressione. Da Laura Boldrini a Federica Mogherini a Cécile Kyenge è tutto un raccomandare di distinguere tra «gli assassini e il vero Islam», che naturalmente è una religione di pace e amore - e si vergogni chi lo mette in dubbio. Corrado Augias ha voluto ricordare a cadaveri caldi che «Charlie Hebdo era un giornale a volte sgradevole e provocatorio», che bersagliava le religioni e gli uomini politici senza guardare in faccia a nessuno.

Ecco, forse «gli ebrei un po' meno». Anche qui, l'avesse detto Salvini, immaginate il profluvio di sacrosanta indignazione? Ma la vera maestra resta la già ricordata Boldrini, che si è spesa fino allo sfinimento per farci comprendere quanto sia opportuno evitare il rischio che a giovarsi del sangue versato dai giornalisti francesi siano la maledetta destra lepenista in Francia e la maledettissima Lega in Italia: insomma come possono essere dei veri musulmani quei pazzi sanguinari che alimentano con le loro azioni islamofobia e fascismo strisciante?

Niente da fare. Per trovare del buon senso su questa orribile vicenda bisogna rivolgersi oltrefrontiera. Dove magari qualche musulmano illustre trova il coraggio di chiamare le cose col loro nome. È il caso di Abdelfattah al-Sisi, il presidente egiziano che parla con cognizione di causa avendo in casa gli estremisti Fratelli Musulmani. Sentitelo un po': per lui il mondo islamico «non può più essere percepito come fonte di ansia, di pericolo, morte e distruzione per il resto dell'umanità». Le guide religiose dell'Islam devono «favorire una rivoluzione religiosa».

Obiettivo lo sradicamento del fanatismo e la sua sostituzione con una visione più illuminata del mondo. Al-Sisi trova il coraggio di dire che è stata «la sacralizzazione di un pensiero erroneo» a condurre l'intera comunità islamica a inimicarsi il mondo intero. E davanti ai silenziosi leader dell'università islamica al-Azhar del Cairo conclude con un'esortazione: «È mai possibile che un miliardo e 600 milioni di persone pensino di poter vivere solo se eliminano il resto dei 7 miliardi di esseri umani? No, è impossibile!». Più probabile che presto o tardi eliminino lui, purtroppo.

Chiudete il campo rom o ritiriamo i figli da scuola»

Daniela Uva - Dom, 11/01/2015 - 07:00

In passato furti, minacce, estorsioni, persino il tentato rapimento di un bimbo E il Comune non interviene nonostante i tanti appelli e le proteste dei residenti

«Ci sentiamo abbandonati. Se il Comune continuerà a ignorarci saremo costretti a ritirare i nostri bambini da scuola».



I genitori che portano i figli nei due asili confinanti con il campo rom di via Negrotto hanno sempre più paura. Dopo gli insulti, le minacce, le estorsioni e perfino il tentativo di rapimento di un bambino, la situazione non è migliorata. Anzi, nonostante il presidio di polizia, gli episodi di violenza e vandalismo non accennano a diminuire. Mentre la sicurezza dei due istituti ormai è solo un lontano ricordo.

«La cancellata delle scuole non solo è bassa, ma è anche bucata in più punti. Tanto che una settimana fa, di domenica, abbiamo visto due grossi cani appartenenti ai rom nel giardino dell'asilo» a parlare, per tutti, è il papà, che preferisce rimanere anonimo perché ha paura di essere preso di mira, di una bimba che frequenta l'istituto. «Ma non finisce certo qui, molto spesso vediamo gli abitanti del campo di via Negrotto nel giardino degli asili. Lo attraversano come scorciatoia, nonostante lì ci siano bambini piccoli» prosegue il nostro interlocutore.

Più volte i genitori hanno chiesto la chiusura del campo, spesso entrato nel mirino delle indagini di polizia e carabinieri. Negli ultimi mesi gli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro hanno sequatrato tre fucili mitragliatori, mentre i carabinieri di Varese, dopo una trentina di furti a distributori di benzina, hanno arrestato 8 nomadi, tra cui il rappresentante del campo, membro della Consulta rom e sinti. Ogni appello però è rimasto ignorato. Allora i genitori hanno provato a chiedere almeno l'installazione di un sistema di video sorveglianza.

Questa volta sono stati ascoltati, peccato che le telecamere non siano collegate con la centrale operativa, e per questo siano completamente inutili. Eppure da queste parti di episodi gravi ne sono capitati a decine. Spesso i genitori sono stati insultati e minacciati mentre andava a prendere i piccoli da scuola. Qualche volta sono stati derubati e qualche mese fa un nonno prima si è visto sottrarre il portafogli, poi ha ricevuto la richiesta di 200 euro in contanti per essere lasciato in pace. Infine, lo scorso ottobre, il tentativo di rapimento di un bimbo, finito con una denuncia e con l'arresto dei responsabili.

«Dopo quell'episodio per un po' le cose sono andate meglio perché la polizia è stata più presente - prosegue il papà -. Ma il Comune ha continuato a non dare risposte. Al punto che basta che per un giorno gli agenti non passino perché i rom prendano il sopravvento». Ma ci sono anche problemi al livello strutturale. «Recentemente abbiamo notato che nel campo ci sono diversi allacci elettrici abusivi.

Sono appesi con gli spaghi ai cancelli degli asili. Una cosa pericolosissima per i nostri bambini», afferma ancora il genitore. Che, dopo aver posto la questione al consiglio di Zona 8, ha anche interpellato l'assessore comunale all'Educazione, Francesco Cappelli. «Il risultato è che ha rimesso tutto nelle mani del collega alla Sicurezza Marco Granelli, dimenticando che qui è in gioco la stabilità delle scuole», conclude il papà.

Finora gli appelli sono stati tanto numerosi quanto inascoltati. Adesso i genitori hanno deciso di passare ai fatti. Promettendo che se Palazzo Marino dovesse continuare a ignorarli toglieranno i loro bambini dai due asili, iscrivendoli in altre scuole.