giovedì 15 gennaio 2015

Il Comune che investe in matite e quello che sperpera per le liti

Corriere della sera
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Un sito web mette a confronto i bilanci delle amministrazioni: il paese più piccolo d’Italia, Pedesina (Sondrio) conta 12 consiglieri su 33 abitanti. Micigliano spende 356 euro pro capite in parcelle di avvocati

ROMA - «Varie, eventuali e generiche». Manca solo questa dicitura, nelle voci dei bilanci dei Comuni italiani. Per il resto c'è tutto. Con legende così fumose che ti chiedi: cosa diavolo c'è sotto? Esempio: «Rimborso anticipazioni di cassa». Cioè? Boh... Quattro miliardi e mezzo di euro. Come l'Imu sulla prima casa. Lo rivela un nuovo sito da oggi online. Dove i cittadini possono, finalmente, confrontare quanto spendono per le stesse cose, dal materiale di cancelleria alle piante da vivaio, gli oltre ottomila municipi italiani. Alleluia! Purché questo lavoro straordinario venga aggiustato con l'obbligo, su troppe voci, di uscire dall'indefinito.

È un pozzo senza fondo di informazioni fondamentali, numeri assurdi e curiosità, il sito soldipubblici.mgpf.it. Navighi un po’ e ti poni domande bizzarre: con chi sono in guerra a Micigliano, in provincia di Rieti, per spendere in «liti e patrocinio legale» 356 euro pro capite contro il miserabile centesimo (un cent!) del comune di Pisa o gli zero (zero carbonella) centesimi di altre migliaia di municipi? Oppure: quali animali si sono comprati a Barengo, in provincia di Novara, per spendere 26 euro abbondanti a testa contro i 2 centesimi di Nocera Inferiore? E cos’è questo «global service» che ha fatto scucire al Comune di Spoleto quasi 217 euro per ogni cittadino se a Pavia non hanno tirato fuori una sola monetina?.
Il pasticcio dei codici fiscali
In realtà, molti dati vanno presi con le pinze. È ovvio, ad esempio, che il Comune di Longarone non spende un milione e mezzo di soldi pubblici per ogni cittadino: il guaio è che la banca dati originaria, il Siope (Sistema Informativo Operazioni Enti Pubblici) di Bankitalia, non è stato ancora aggiornato di recenti ritocchi. Vedi appunto Longarone, che dopo la fusione con Castellavazzo risulta avere 6 abitanti invece di 5.433. Peggio, la nuova realtà comunale conserva il nome di prima ma con due codici Istat, due codici fiscali... E pasticci simili sono segnalati per altri sei Comuni: Montoro, Fabbriche di Vergemoli, Scarperia, San Piero, Tremezzina e Val Brembilla.

Un peccato, certo. Ma secondario rispetto alla massa enorme di numeri che consentono per la prima volta agli abitanti di Portofino o Bergolo, Marsala o Luserna, come dicevamo, di fare dei paragoni. E capire se il loro municipio, rispetto per esempio ai Comuni vicini, è amministrato bene o male. Per poterne poi chiedere conto. Una trasparenza che, rimossi i piccoli errori iniziali grazie alle inevitabili precisazioni di questo o quel municipio, dovrebbe consentire poi un maggiore controllo pubblico dei conti. E di conseguenza non solo contenere le spese ma arginare la corruzione che conta proprio, per prosperare, sul caos totale dei bilanci.
La squadra e le falle del sistema
E dunque evviva Riccardo Luna, il giornalista esperto di startup innovative pubblicamente ringraziato per questo lavoro anche da Matteo Renzi. Evviva l’ équipe di Giovanni Menduni del Politecnico di Milano che basandosi sui dati del Siope ha battezzato il sito soldipubblici.gov.it segnalando con onestà le iniziali discrepanze. Ed evviva Matteo Flora, della «Thefool» di Milano (Monitoraggio, Moderazione, Gestione e Tutela Legale della Reputazione Online) che ha fatto il passo successivo costruendo il portale soldipubblici.mgpf.it per dare la possibilità a tutti di vedere le classifiche generali e pro capite delle varie spese.

Certo, il sistema zoppica sulle varie voci dei bilanci. Che differenza c’è tra gli «incarichi professionali esterni» e gli «incarichi professionali»? Peggio ancora, certe caselle sono così generiche, come scrivevamo, da lasciare spazio a ogni interpretazione: «altre spese per servizi», «altri tributi», «altre infrastrutture» e così via. Prova provata della necessità di cambiare le regole definendo una volta per tutte per ministeri, Regioni, Province (finché ci saranno) e Comuni le diciture che possono essere utilizzate. Così da permettere di capire se sotto la dicitura «altri contratti di servizio» c’è una serata di fuochi artificiali, un cenone clientelare o l’appalto per le fognature.
I miliardi «scomparsi»
Torniamo ai 4 miliardi e mezzo dei «Rimborsi anticipazioni di cassa», metà di quanto i Comuni hanno speso nel 2014 per gli stipendi del personale, nove miliardi. Come sono stati impiegati? Non lo sa nessuno, tranne i cassieri municipali. Si tratta infatti di somme loro affidate per pagamenti in contanti dei quali non esistono riscontri immediati. Ci saranno magari il mese successivo, quando si scoprirà se sono stati usati ad esempio per viaggi o formazione professionale.

O si capirà, per intuizione, dal rendiconto del bilancio. Ma la classificazione Siope non dice nulla di più. Una follia: la trasparenza esclude zone grigie. Per non dire di altre sovrapposizioni e intrighi che appaiono studiati apposta per non far capire nulla. Ci sono «trasferimenti correnti ad imprese di pubblici servizi» (253 milioni) e poi «trasferimenti correnti ad aziende speciali» (220 milioni), e poi «trasferimenti correnti ad altri enti del settore pubblico» (1,3 miliardi!) e «trasferimenti correnti ad altri» e «trasferimenti in conto capitale ad altri» e «trasferimenti correnti a imprese pubbliche»... Di cosa parliamo? Di cosa?
Le categorie «gemelle»
E cosa distingue i soldi per «Beni di valore culturale, storico, archeologico e artistico» e quelli per le «opere artistiche»? E come vanno distinti i denari spesi per «fabbricati civili a uso abitativo, commerciale e istituzionale» (1,3 miliardi!) e le «locazioni» (389 milioni) e gli «altri beni immobili» (un miliardo e 552 milioni!) e la «manutenzione ordinaria e riparazione di immobili» (752 milioni!) e le «altre spese di manutenzione ordinaria e riparazioni» pari a 571,6 milioni? E che differenza c’è fra «beni di rappresentanza» e i «servizi di rappresentanza»? Non esiste nemmeno la certezza che in quelle voci i Comuni mettano tutti le stesse cose. L’addetto che materialmente compila i mandati ha sì l’obbligo di metterci un codice: ma lo sceglie lui. Lui! E il tesoriere che stacca l’assegno non è tenuto a controllare che sia giusto, ma solo che un codice ci sia. E così sarà fino al prossimo 15 marzo, quando l’obbligo di fattura elettronica per le pubbliche amministrazioni almeno questo problema, Deo gratias , dovrebbe risolverlo.
Le spese dei più piccoli
Eppure, nonostante il guazzabuglio, qualcosa di come gli enti locali spendono i soldi si riesce finalmente a capire, grazie soprattutto al numeretto che gli «hacker» hanno messo accanto a ogni cifra: il valore pro capite, appunto. Quel numeretto dice, ad esempio, che certe dimensioni lillipuziane dei municipi non hanno senso. Il Comune più piccolo d’Italia, Pedesina in Provincia di Sondrio, paga per le indennità del sindaco e dei consiglieri comunali 9.358 euro: tanto quando spende (9.679 euro) alla voce «competenze per il personale a tempo indeterminato», forse un unico impiegato part-time. Fanno 283 euro a testa. Ovvio, con 33 abitanti, un sindaco e 11 consiglieri comunali...

Moncenisio di consiglieri ne ha 11 per 34 abitanti, e spende ancora di più: 15.449 euro. Sono 454 euro a persona, che fanno di quel paese torinese il posto dove si stanziano più soldi pro capite per mantenere i pubblici amministratori. E anche per le consulenze: sempre che per «incarichi professionali» si intendano quelle. La spesa pro capite nell’ultimo anno è stata di 955 euro. Per un totale di 32.495 euro. Una cifra modesta, in assoluto. Neppure paragonabile con i 75,1 milioni (28 euro pro capite) di una città come Roma. Ma la dice lunga su quanto l’accorpamento dei Comuni minuscoli, pur nel rispetto delle tradizioni storiche e del diritto di rappresentanza, sia indispensabile per mettere sotto controllo la spesa.
Pro capite a confronto
I confronti, sul pro capite, possono essere micidiali. Gli amministratori locali a Roma costano 7,8 milioni: due euro per abitante. Che salgono a 3 a Milano, 5 a Napoli, 6 a Palermo, 11 a Cosenza, 12 a Siracusa e Caserta, 13 euro a Bolzano, 14 a Messina, 15 a Chieti, 22 a Vibo Valentia, 24 ad Aosta... Per carità, è chiaro che più piccola è una realtà e più lo stesso identico servizio costa. Ma una regolamentazione fissa sui gettoni di presenza decisi a livello nazionale in rapporto anche agli abitanti appare indispensabile: i 498 milioni stanziati nel 2014 per le indennità e i gettoni alle giunte e ai consiglieri comunali potrebbero essere spesi più equamente. Prendiamo una delle voci più grosse? Lo smaltimento dei rifiuti, che costa agli italiani quasi 8 miliardi e mezzo l’anno.

Il Comune di Napoli nel 2014 ha sborsato 305 euro per ogni cittadino, Venezia 318: ovvio, in una città dove i turisti sono quotidianamente il triplo degli abitanti la raccolta differenziata è complicatissima. Ma si possono spendere 684 euro pro capite a Porto Cesareo, 760 a Capri, 802 a Caorle? Fermo restando, si capisce, che non sempre un’alta spesa pro capite denuncia una mancanza di efficienza. Prendiamo il trasporto pubblico locale: il Comune dove il costo è più elevato è Milano: 621 euro per abitante, contro i 265 di Roma, i 230 di Napoli, i 263 di Brescia e addirittura gli 85 di Palermo. La qualità del servizio di trasporto nel capoluogo lombardo non è minimamente paragonabile, però, non solo con quella dei capoluoghi siciliano o campano, ma neppure quella di Roma. Dove l’incasso dei biglietti è la metà rispetto a Milano e una società come l’Atac, fosse privata, sarebbe già fallita.
Le spese delle scuole
E i servizi scolastici? A Milano si spendono 33 euro per abitante. Niente, in confronto ai 118 di Basiglio, il Comune più ricco d’Italia, o ai 108 di Maranello, il paese della Ferrari. In confronto ai 21 di Potenza, però, si tratta di un’enormità. Ma anche in rapporto ai 17 di Firenze, agli 11 di Livorno, agli 8 di Catania e Latina, ai 7 di Cagliari, ai 6 di Catanzaro... Onestamente: siamo sicuri che i servizi milanesi, in questo settore, valgano tre volte quelli livornesi? È qui che servono, i confronti. Com’è possibile che Milano nel 2014 per la voce «servizi ausiliari e pulizie» abbia speso 23 euro per abitante e Roma solo 7? Risponderete: la differenza si vede. Ma come la mettiamo con Potenza, che ne ha spesi 103? E Salerno: 120? E Muggia, che di euro ne ha investiti 138, può davvero dimostrare che valeva la pena di stanziare il triplo pro capite di Trieste (44 euro) con la quale confina? È così abissale, la differenza, o c’è qualcosa che non torna?
«Varie e generiche»
Della serie «varie e generiche»: a cosa si riferisce la voce «altri materiali di consumo» che assorbe in totale 518 milioni e vede in testa per numeri assoluti Ragusa e nel pro capite il borgo sudtirolese di Tires? Pennarelli, fotocopiatrici o sci? E come mai alla voce «Mezzi di trasporto» Roma risulta avere speso nell’ultimo anno 77,1 milioni contro 4,2 di Milano? Spese improvvise e non previste? Una cosa è certa. Una volta messa a punto la banca dati online con le precisazioni e le contestazioni di questo e quel Comune, nulla sarà più come prima. Già oggi i cittadini di Pomezia, per dire, hanno il diritto di chiedere: come mai per «carta, cancelleria e stampati» la città spende 1,4 milioni e cioè più di Milano (988 mila), Catania (971 mila) o Roma (769 mila)?

E perché, si interrogheranno a Roio del Sangro, il loro Comune per «pubblicazioni, giornali e riviste» sborsa 53 euro pro capite contro i 2 di Trento? E come mai Cittareale ha speso 186 euro pro capite di «derrate alimentari»? Tempi duri, per gli amministratori spendaccioni. Purché non ci si accontenti di questo primo assaggio di trasparenza e si metta mano infine al modo insensato di fare i bilanci. E purché, dopo quelli comunali, vengano messi online, con la stessa chiarezza, i bilanci delle Regioni e dei ministeri. Che al momento, però, sembrano un po’ sordi..

15 gennaio 2015 | 08:26

Gli Ufo? Esistono. L’America pubblica online il catalogo degli avvistamenti

La Stampa
vittorio sabadin

Nel progetto “Blue Book” la raccolta di tutte le segnalazioni tra il 1947 e il 1969

Lo staff del progetto Blue Book negli anni 60. Al centro, seduto, il generale Hector Quintillana, ultimo responsabile delle ricerche sugli Ufo.

1
Chi ancora è convinto che i dischi volanti esistono, e che il presidente americano Barack Obama dovrebbe finalmente rivelarlo al mondo, hanno ora un sacco di materiale sul quale lavorare per confermare le loro tesi. Sono infatti disponibili online ( http://projectbluebook.theblackvault.com ) i 12.618 rapporti dell’Air Force catalogati nel projetto “Blue Book”, una indagine sugli avvistamenti di Ufo cominciata nel 1947 e conclusa nel 1969, l’anno dello sbarco sulla Luna.

Quasi ogni persona che affermava di avere visto un oggetto volante comportarsi in modo strano veniva avvicinata e interrogata. Secondo l’Air Force, la stragrande maggioranza degli avvistamenti non aveva nulla a che fare con civiltà aliene e tecnologie sconosciute, ma ci sono 701 avvistamenti, il 5,5% del totale, che non hanno trovato una spiegazione convincente. 

Tra questi, c’è quello di Kenneth Arnold, che il 24 giugno del 1947 vide una formazione di nove Ufo muoversi in diagonale a velocità elevatissima sul monte Rainier. Fu lui a coniare il termine “Flaying Saucers”, “piattini volanti”, con il quale gli Ufo vengono comunemente chiamati negli Stati Uniti. In piena guerra fredda, Hollywood ha riempito i suoi film degli anni 50 e 60 di dischi volanti, pilotati da creature non sempre amichevoli, simbolo del potere sovietico che minacciava l’America. Ne è nata una psicosi collettiva e si vedevano astronavi aliene dappertutto. 

Il progetto Blue Book nacque proprio per investigare sul fenomeno e scoprire se gli Ufo costituivano una minaccia alla sicurezza nazionale. Dopo più di 20 anni di indagini, la conclusione fu che non c’era alcuna minaccia, che nessuna tecnologia dei veicoli avvistati era risultata inspiegabile e che niente provava che gli Ufo fossero di origine extraterrestre. Ovviamente, non mancarono le critiche: si disse che il personale del progetto era assolutamente inadeguato, che la ricerca fu condotta in modo del tutto scadente e alcuni scienziati di fama affermarono che sarebbe stato meglio soprannominare il Blue Book la “Società per la spiegazione del non-investigato”. 

A scorrere i file disponibili online si resta a volte interdetti, come nel caso di un lungo rapporto su un gruppo di persone che nel maggio del 1956 avevano avvistato a Los Angeles una luce brillante fissa, “grande come si vede un pisello tenuto in mano con il braccio teso”, immobile all’orizzonte. Dopo un po’, gli stessi avvistatori avevano concluso che si trattava di un pianeta, probabilmente Venere. L’Air Force si occupava, applicando una cieca burocrazia, anche di Ufo di questo tipo. 

Nei file non c’è invece traccia dell’incidente di Roswell, il più controverso caso di presunti incontri ravvicinati, avvenuto nel luglio del 1947 in New Mexico. Questa clamorosa assenza basterà da sola a convincere gli ufologi che, anche questa volta, non c’è da fidarsi. 

Gran Bretagna, Peppa Pig “bandita” dai libri di testo scolastici per non offendere i musulmani

La Stampa

Diffuse le nuove linee guida: astenersi dal disegnare o illustrare verbalmente suini. È polemica

1
Niente Peppa Pig sui libri di testo della Gran Bretagna: la Oxford University Press, uno dei principali editori di libri scolastici nel Regno Unito, ha diffuso le nuove linee guida per i propri autori, chiedendo loro di astenersi dal disegnare o illustrare verbalmente suini e loro derivati, al fine di non offendere e turbare i piccoli musulmani o ebrei. Peppa Pig non è espressamente vietata, ma il bando ovviamente si stende anche alla maialina dei cartoni animati più amata dai bambini.

A rivelare la novità è stata la Bbc, durante un programma dedicato alla libertà di espressione e all’attentato parigino al magazine satirico Charlie Hebdo. Jim Naughtie, marito di un’autrice della Oxford University press, Eleanor Updale, ha raccontato di aver ricevuto a casa la nuova direttiva.
A condannare la mossa dell’editore nelle ultime ore si è fatto sentire persino un parlamentare musulmano, il laburista Khalid Mahmood, dicendo che «è una scelta completamente insensata», ma la Oxford University Press ha difeso la propria decisione, sostenendo di volersi rivolgersi «a una platea il più vasta possibile». I libri della casa editrice universitaria più famosa del Regno Unito sono venduti in oltre 200 Paesi. 

Marche da bollo telematiche a prova di falsificazione

La Stampa

1
Con il provvedimento firmato il 12 gennaio 2015 dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate è stata approvata la veste grafica, utile a prevenire la falsificazione, per i contrassegni emessi dai tabaccai per la riscossione di imposta di bollo, contributo unificato e contributo amministrativo per il rilascio del passaporto.

Le etichette, realizzate dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, hanno la stessa forma e dimensione (55 x 40 mm) di quelle emesse fin ad oggi; cambia però la cromia di fondo: si passa dal verde al celeste, visto l’innesto dei nuovi inchiostri dotati di maggiori caratteristiche di sicurezza che prevengano l’alterazione e la falsificazione. Ricordiamo da ultimo che le giacenze in essere presso i tabaccai saranno ancora valide: le etichette con la vecchia grafica saranno utili per emettere i contrassegni fino all’esaurimento delle scorte.

Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti - www.fiscopiu.it

Arabia Saudita, fatwa contro i pupazzi di neve

La Stampa
maurizio molinari

L’imam Sheikh Mohammed Saleh al-Munajjid: “Si tratta di statue di neve dalle fattezze umane che in quanto tali sono proibite dall’Islam anche se finalizzate solo a giocare e divertirsi”.

1
Ricordano la sagoma umana ma non sono esseri umani, dunque sono idoli e costruirli significa peccare: sono i pupazzi di neve a finire nei mirino di un imam dell’Arabia Saudita, che emana una fatwa contro chi osa realizzarli. Sheikh Mohammed Saleh al-Munajjid è un’importante autorità religiosa nel Nord dell’Arabia Saudita dove nel corso degli ultimi dieci giorni è caduta molta neve a causa della tempesta “Huda”. Da qui il fatto che un imprecisato numero di bambini ha spontaneamente realizzato dei pupazzi di neve in parchi pubblici e giardini privati, spingendo l’imam a intervenire per frenare un comportamento “non permesso dall’Islam” perché si tratta di “statue di neve dalle fattezze umane” che in quanto tali “sono proibite anche se finalizzate solo a giocare e divertirsi”. 

Citando precedenti opinioni di dotti studiosi dell’Islam, Sheikh Mohammed Saleh al-Munajjid arriva alla conclusione che “realizzare pupazzi di neve significa commettere un peccato” sulla base della legge del regno saudita. “Ad essere permessa è la costruzione, con la neve o altri materiali di qualsiasi cosa che non abbia un’anima: alberi, navi, frutta, edifici e quant’altro ma non esseri umani”. Il pronunciamento religioso ha sollevato polemiche nella provincia di Tabuk, nei pressi del confine della Giordania, dove la neve è caduta per il terzo anno consecutivo, e la risposta di Sheikh Mohammed Saleh al-Munajjid è stata che “l’unica maniera per non fare peccato costruendo un pupazzo di neve è privarlo della testa o della faccia” per impedirgli di assomigliare ad un essere umano.