venerdì 16 gennaio 2015

Il sogno della Kyenge un presidente della Repubblica nero

Ivan Francese - Gio, 15/01/2015 - 17:20

L'ex ministro dell'Integrazione alla Zanzara: "Al Colle vorrei un politico di colore, o almeno di origine straniera. Ma in giro non ci sono nomi papabili... "

Il sogno di Cécile Kyenge? Un Presidente della Repubblica nero. L'ex ministro dell'Integrazione lo ha confessato ieri sera ai microfoni di La Zanzara di Giuseppe Cruciani e David Parenzo su Radio 24.



"Lo sogno tutti i giorni. Vorrei un nero come Presidente della Repubblica - ha detto l'esponente piddì - Al Quirinale vorrei un nero e con un presidente di colore tutti quelli della Lega morirebbero di infarto".

C'è però un problema di base: l'assenza di candidati. "Nelle varie rose di nomi che si fanno non vedo nessuno di colore o almeno uno di origine straniera, sarebbe un passo avanti - spiega l'europarlamentare dem - Sono sicura che adesso la mia pagina Facebook si riempirà di insulti".
Pochi giorni fa la Kyenge aveva ottenuto un maxi-risarcimento di 150.000 euro da parte del leghista Francesco Rainieri, reo di aver postato su Facebook un fotomontaggio in cui l'ex ministro veniva raffigurata con le fattezze di una scimmia.



Salvini contro la Kyenge: "Perché non va a fare il ministro in Egitto?"

Luca Romano - Dom, 18/08/2013 - 18:25

Il vicesegretario della Lega attacca il Ministro per l'integrazione dopo le sue dichiarazioni sugli immigrati provenienti dall'Egitto



Il vicesegretario della Lega Nord, Matteo Salvini, va all'attacco del ministro dell’Integrazione dopo le sue parole sulle conseguenze della situazione in Egitto.  "La sciura Kyenge - ha scritto Salvini su Facebook - dice che 'la crisi in Egitto porterà un'impennata di immigrazione in Italia' (un genio!) e che 'una legge sullo ius soli va fatta e si farà’. Come dire avanti, in Italia c’è posto per tutti! Ma perché la sciura Kyenge non va a fare la Ministra in Egitto?"

Lady Jihad "nota" alla polizia. Ma non si poteva fermare

Fausto Biloslavo - Ven, 16/01/2015 - 08:19

Al Viminale arrivò da Grosseto un rapporto su di lei e il marito. Però sono fuggiti senza problemi: "Non si parlava ancora di ritiro preventivo del passaporto"

Scansano (Grosseto) - «La scuola era già iniziata ed una sera, probabilmente dello scorso settembre, mi hanno presentato la moglie di Aldo Kobuzi, la ragazza italiana che è finita su tutti i giornali» racconta una volontaria.



Lei aiuta i bambini della famiglia albanese, che ospitava a Poggioferro, in Maremma, la coppia jihadista partita per la Siria. «Mi ricordo dei capelli castani. In casa non portava il velo - spiega la volontaria che abita nella zona di Scansano - Mi ha chiesto se fossi cristiana per poi dire: “Io ero cattolica, ma ho abbracciato l'islam perché è una religione più pulita”». Maria Giulia Sergio trasformata dalla conversione in Fatima Az Zahra sembrava tranquilla e non ha certo rivelato l'intenzione di partire per la Siria. «Il giorno dopo non ho più visto né lei, né suo marito, ma non ho idea di dove siano finti» spiega la volontaria italiana, che per la prima volta conferma la presenza di Lady Jihad in Maremma.

Suo marito, Aldo Kobuzi, è il nipote di Coku Baki, un albanese che vive ancora a Scansano. Dai documenti depositati in Comune, a disposizione delle forze dell'ordine, ha ospitato per due volte il marito di lady Jihad. La prima nel 2012 e la seconda nel 2013 nel piccolo centro di Poggioferro. Secondo la volontaria «Aldo era un ragazzo tranquillo, che mi stringeva la mano anche se sono donna. Non ha mai dato segni di estremismo islamico». In realtà, fra la comunità di albanesi della zona ricordano come il giovane non volesse lavorare nelle vigne «perché avevano a che fare con il vino» considerato haram, peccato dall'islam. Il futuro jihadista si è sposato con Maria Giulia/Fatima per poi portarla in Maremma ed imbarcarsi nel viaggio verso la guerra santa.

Lady Jihad da anni si esponeva in pubblico, come convertita, a favore del velo. Nel 2009 in tv a Pomeriggio 5 e nel 2013 con tanto di servizio fotografico pubblicato dall' Espresso sul suo matrimonio musulmano nascosta come un fantasma. Impossibile che non sia finita sotto la lente dell'antiterrorismo. Ed altrettanto strano che non sia stato controllato il suo nuovo marito, il giovane albanese Aldo Kobuzi, domiciliato in Maremma. Al Viminale era stato inviato un rapporto da Grosseto, che dimostra come la coppia fosse «attenzionata». Eppure, lo scorso settembre, sono tranquillamente partiti per Roma, dove hanno acquistato un biglietto per la Turchia. Grazie alla filiera albanese della guerra santa sono entrati in Siria.

«Nessuno mi ha informato, ma chi deve monitorare questi personaggi sapeva che erano passati per Scansano - dichiara il sindaco Sabrina Cavezzini - Avranno scelto questa zona per motivi familiari e per il territorio vasto, ma scarsamente popolato. I concittadini sono preoccupati e dicono: le nostre case sono piene di stranieri e non sappiamo neppure chi sono». Sui 4300 abitanti, il 16% non è italiano. «Dopo il sangue versato a Parigi penso che bisogna adottare delle leggi che non permettano queste partenze verso i fronti di guerra» sostiene il sindaco di centro sinistra. Sulla prima jihadista italiana gli addetti ai lavori spiegano che «era impossibile fermarla. L'unico reato contestabile è il reclutamento, ma non la riguardava.

Solo adesso si parla del ritiro preventivo del passaporto». Le ombre islamiche sulla Maremma sono tutt'altro che dissolte. A Pomonte, una frazione di Scansano, aveva la residenza, fino all'ottobre dello scorso anno, l'imam di Grosseto, Sadiki Zejnulla. Un albanese macedone di 27 anni, che con il Giornale ha giurato fin dall'inizio di non saper nulla di Lady Jihad e del marito. Nonostante altri albanesi della comunità, di appena 155 anime, fossero al corrente che la coppia era partita per la Siria. Nel dicembre 2013 l'imam aveva invitato a Grosseto Shefqet Krasniqi, il predicatore della grande Moschea di Pristina arrestato una prima volta in Kosovo il 4 settembre per i suoi sermoni ed il sospetto di reclutamento jihadista per la Siria. Lo stesso giorno l'imam di Grosseto postava sulla pagina Facebook del suo centro El Hilal la foto di Krasniqi con una frase in albanese:

«Noi siamo con te». Con l'aumento della pressione mediatica l'ha cancellata e non vuole più parlare con i giornalisti, pur avendo sempre seguito canali video in rete ricettacolo di wahabiti e salafiti, l'ala dura dell'islam.

Genova, cartelli stradali porno per denunciare la prostituzione

Andrea Riva - Gio, 15/01/2015 - 19:59

Per denunciare la prostituzione, l'artista Alfonso Bonavita ha realizzato delle installazioni raffiguranti un uomo e una donna durante l'amplesso

Quella dell'artista Alfonso Bonavita, meglio conosciuto come Albo, è una forma di protesta molto particolare.

3
Per denunciare la sempre maggiore attività delle prostitute nel quartiere Sampierdarena a Genova, l'artista ha pensato di realizzare tre installazioni del tutto identiche a cartelli stradali, ma raffiguranti una coppia durante un atto sessuale. Dei cartelli stradali porno, insomma.
1
Già due anni fa, "Albo" aveva realizzato sul lungomare Canepa sei panelli raffiguranti sei lucciole e intitolati "Le troiane". Così l'artista vorrebbe "smuovere le coscienze e le autorità che davanti alle proteste civili non si attivano concretamente".

2
Davide Rossi, capogruppo della Lega Nord in municipio, ha così commentato le installazioni: "L’iniziativa a mio avviso spiega bene le condizioni in cui versa il quartiere, con il problema della prostituzione sempre più forte e fastidioso per i residenti, con il consumo di rapporti sessuali spesso alla luce del sole in quel dei parcheggi di Lungomare Canepa dove diverse prostitute esercitano ventiquattro ore su vntiquattro, orari diurni compresi, fregandosene della decenza e tanto meno del farlo vicino al palazzo del Municipio e del Comando locale di Polizia Municipale".

I disegni sul libro del «Corriere»: una precisazione e le scuse

Corriere della sera
di Paolo Rastelli

 1«Vergognosa l’iniziativa del Corriere della Sera, che pubblica un libro (...) inserendo vignette rubate dalla rete...». È una delle reazioni scatenate su Twitter dalla diffusione insieme al nostro giornale di un libro di vignette (in gran parte già pubblicate su carta e in rete) disegnate da autori di tutto il mondo come reazione alla strage a Charlie Hebdo. Il ricavato del libro andrà interamente a sostenere il settimanale francese, senza vantaggi per il giornale. Alcuni degli autori, che non eravamo riusciti ad avvisare prima della pubblicazione e che quindi non hanno potuto autorizzarla, hanno reagito duramente. Molti altri ci hanno ringraziato per l’iniziativa.

La decisione di realizzare il libro è stata presa come gesto concreto di solidarietà nelle prime ore dopo la strage. Abbiamo pensato che l’eccezionalità della situazione, il fatto che l’iniziativa avesse uno scopo solidale e che il giornale non ricavasse nulla bastassero a fugare ogni sospetto. Senza contare che a pagina 4 del volume ci siamo detti disponibili a regolare ex post ogni contenzioso. In tutta evidenza ci sbagliavamo. Il direttore Ferruccio de Bortoli ieri si è già scusato: «Mi assumo la responsabilità di quel che è successo... Abbiamo contattato coloro che siamo riusciti a raggiungere, precisando di essere a disposizione degli autori per i diritti... Tutto va in favore di Charlie Hebdo e in ricordo delle vittime... Mi scuso comunque con quanti si sono sentiti lesi nei loro diritti».

16 gennaio 2015 | 09:10

Ferrara su Papa Francesco: "Le sue parole su Charlie non sono una gaffe. Sono molto peggio"

Libero

1
"Se dici una parolaccia su mia mamma ti devi aspettare un pugno", ha detto ieri Papa Francesco a proposito della libertà di espressione e della blasfemia. "È aberrante uccidere in nome di Dio", ha detto il gesuita Bergoglio, ma è sbagliato anche "insultare le religioni". Parole molto forti pronunciate mentre era in aereo in volo verso le Filippine che hanno in qualche modo hanno stupito cattolici e non. E proprio a quelle parole Giuliano Ferrara dedica oggi il suo editoriale sul Foglio sottolineando che "il fantasma di Voltaire e della sua irrisione delle religioni, dai maomettani ai papisti agli ebrei, il fantasma di un Charlie del Settecento, è ancora troppo vivo, nonostante si faccia finta di averne cancellato anche il ricordo con il Concilio ecumenico vaticano II".

Perché quelle parole - "Perché il Papa ha parlato in modo da essere identificabile come il tutore dell' autodifesa della dignità delle religioni invece che come il custode della sacralità della vita umana e del diritto alla libertà d' espressione?", si chiede il direttore del Foglio. La risposta arriva un paragrafo più sotto: "Non credo sia una gaffe, modalità a parte, ché il magistero posta aerea è effettivamente un po' troppo colloquiale per valere erga omnes. Non ha perso la brocca, il Papa, il che sarebbe umano, possibile, riparabile. C' è dell'altro. C'è la convinzione, comune al Papa e a molta cultura irenista occidentale, che si debba convivere con l'orrore, che il distacco concettuale e spirituale dell'islam dalle pratiche violente del jihad è una conquista che spetta eventualmente all'islam di realizzare, che non esiste alternativa alla sottomissione o all'abbandono al dialogo interreligioso".

Non è una gaffe - Del resto, spiega Ferrara nell'articolo firmato con l'elefantino rosso, "per quanto si voglia essere Papa del secolo e nel secolo, per quanti omaggi si facciano, anche per i creduloni, alla libertà piena di coscienza come fondamento della fede, della possibilità della fede, alla fine quel che conta è non perdere il contatto con l'universo islamico, e la chiesa sa bene, ben più e meglio di altri, che il nemico violento non è il terrorismo ma l'idea coranica radicalizzata di cui il terrorismo è il frutto". "Parole e gesti del Papa, le risate risuonate nella carlinga del suo aereo, la metafora del pugno risanatore che colpisce e ripara l'offesa alla dignità, la declamazione tra pause teatrali del concetto "è normale, è normale", tutto questo non è gaffe", conclude Ferrara. "E' di più e peggio". "La piazza araba militante, gli imam che predicano nelle moschee e riluttano a un rigorosa condanna della decimazione con fucile a pompa di redazioni di giornale e negozi ebraici, da ieri si sentono meno isolati, meglio protetti dalla convergenza con il Papa di Roma".



Socci: "Papa Bergoglio troppo morbido con l'islam"

Libero
11 gennaio 2015

1
La condanna di Papa Francesco sulle stragi terroristiche di Parigi è stata dura e accorata. Tuttavia la mancanza di ogni riferimento all’islamismo, cioè all’ideologia omicida che muove i terroristi, la depotenzia: è una reticenza ormai costante in Bergoglio, che lo rende di fatto “perdente” nel dialogo con l’Islam. C’è poi un altro problema: si tratta, nel suo caso, di una condanna che di fatto è in contraddizione con i principi del giudizio morale che lo stesso Francesco espose in due famose interviste a Eugenio Scalfari (e che poi trovano conferma nel suo pontificato).

Se infatti ognuno può avere una sua idea di Bene e di Male, se cioè non esistono il Bene e il Male oggettivi, e ognuno deve essere «incitato a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene», come argomentò Bergoglio, allora - ad essere conseguenti - non si possono condannare nemmeno Hitler e Stalin, così come oggi non si possono più condannare quei terroristi islamici che ritengono con le loro azioni sanguinarie di perseguire il Bene supremo in cui credono.

A lungo si è obiettato che quelle interviste rappresentavano più il pensiero di Scalfari che quello del pontefice argentino. Purtroppo però non è così. Infatti Papa Bergoglio non le ha mai smentite (di sicuro non su questi punti specifici) e soprattutto le ha recentemente ripubblicate in un libro con la sua stessa firma, edito dalla Libreria editrice vaticana. Quindi ne ha ufficialmente ed apertamente rivendicato la paternità.

Ci sono in particolare due pronunciamenti bergogliani che di fatto impediscono qualunque condanna morale dei terroristi, e che sono totalmente in contraddizione con il Magistero bimillenario della Chiesa (com’è noto ogni papa deve attenersi al “depositum fidei” e non può contraddire e capovolgere quanto la Chiesa ha sempre e dovunque insegnato). Ecco la prima citazione di Papa Bergoglio, dall’intervista a Scalfari uscita su La Repubblica del 1° ottobre 2013: «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene ... Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per cambiare il mondo».

È impressionante leggere queste parole avendo davanti agli occhi le immagini delle stragi di Parigi (e di tante altre stragi che il fanatismo islamista perpetra ogni giorno nel mondo). E queste parole di Bergoglio - come dicevo - sono in totale contraddizione con l’insegnamento di sempre della Chiesa. Infatti la dottrina cattolica afferma che il Bene e il Male non sono soggettivi, cioè non sono opinioni arbitrarie, ma sono oggettivi e si trovano inscritti nella coscienza, nella legge naturale e più chiaramente ed esplicitamente nella legge di Dio, nei Comandamenti. Basti qui ricordare le parole di Paolo VI del 12 febbraio 1969: «La coscienza, di per se stessa, non è arbitra del valore morale delle azioni ch’essa suggerisce.

La coscienza è interprete d’una norma interiore e superiore; non la crea da sé. Essa è illuminata dalla intuizione di certi principi normativi, connaturali nella ragione umana (cfr. S. TH., I, 79, 12 e 13; I­II, 94, 1); la coscienza non è la fonte del bene e del male; è l’avvertenza, è l’ascoltazione di una voce, che si chiama appunto la voce della coscienza, è il richiamo alla conformità che un’azione deve avere ad una esigenza intrinseca all’uomo, affinché l’uomo sia uomo vero e perfetto. Cioè è l’intimazione soggettiva e immediata di una legge, che dobbiamo chiamare naturale, nonostante che molti oggi non vogliano più sentir parlare di legge naturale».

Incurante delle polemiche suscitate con quelle dichiarazioni, nove mesi dopo Papa Bergoglio, in una nuova intervista a Scalfari uscita su La Repubblica il 13 luglio 2014, tornò sull’argomento e addirittura calcò la mano: «La coscienza è libera. Se sceglie il male perché è sicura che da esso deriverà un bene, dall’alto dei cieli queste intenzioni e le loro conseguenze saranno valutate. Noi non possiamo dire di più perché non sappiamo di più». Una sorta di «chi sono io per giudicare?» anche di fronte al male scelto deliberatamente con l’intenzione di perseguire un obiettivo che è ritenuto giusto (che poi è il vecchio pericoloso adagio per cui «il fine giustifica i mezzi»).

Questa idea è radicalmente condannata dalla Chiesa, come si può leggere nello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica che al n. 1756 afferma categoricamente: «Non è lecito compiere il male perché ne derivi un bene». Spiega infatti che già «è sbagliato giudicare la moralità degli atti umani considerando soltanto l’intenzione che li ispira, o le circostanze che ne costituiscono la cornice». Ma soprattutto afferma: «Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l’omicidio e l’adulterio».

Questo insegnamento della Chiesa sull’uomo era la cornice anche dello storico “discorso di Ratisbona” con cui, il 12 settembre 2006, Benedetto XVI richiamò l’islam (ma anche i cristiani e il pensiero laico occidentale) al linguaggio umano più universale, quello della Ragione che riconosce l’oggettività della verità, del Bene e del Male. Così mettendo in guardia le religioni dall’uso arbitrario e strumentale del nome di Dio a giustificazione della violenza (di quello che non è ragionevole e umano) e mettendo in guardia il pensiero laico dalla sua deriva nichilista che non riconoscendo più alcuna verità oggettiva tradisce la ragione (e l’uomo) e spazza via la distinzione fra il bene e il male.

Il grande Benedetto XVI fu bersagliato di pesanti attacchi polemici per quel discorso, non solo da parte islamica, ma anche da parte laica e cattolico-progressista. È dunque assai tragicomico che in questi giorni proprio certi cattoprogressisti e ultras bergogliani, abbiano riscoperto il discorso di Ratisbona, definendolo «profetico». Purtroppo Papa Bergoglio non ha fatto alcun riferimento alle parole di Benedetto a Ratisbona. E infatti la sua posizione appare debolissima, quasi inconsistente.

Del resto questo mancato richiamo è dovuto pure al fatto che, a quel tempo, fra coloro che criticarono Benedetto XVI ci fu pure il portavoce di Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, ovvero padre Guillermo Marcó. Il suo giudizio negativo sul discorso di Benedetto XVI fu pubblicato nell’edizione argentina del settimanale “Newsweek”. Dopo diversi mesi quel portavoce si dimise (non è chiaro il motivo preciso), però non risulta che le sue dichiarazioni contro Benedetto siano state allora sconfessate dal cardinal Bergoglio, né risultano dichiarazioni dello stesso Bergoglio che solidarizzavano con il papa facendo suoi gli insegnamenti di Ratisbona.

Benedetto XVI fu lasciato solo anche di fronte agli attacchi più pesanti degli islamisti. E oggi la situazione è sempre più drammatica.

di Antonio Socci

Porgi l’altra nocca

massimo gramellini

Per Papa Francesco chi insulta tua madre merita un pugno. A scanso di equivoci, ha pure mimato il gesto del cazzotto. Un cazzotto metaforico, apostolico e romano, ma per chi era rimasto fermo alle carezze di Giovanni XXIII e alla predicazione pacifista del Fondatore, il cambio di mano risulta abbastanza squassante. Il Papa gesuita è un sottile argomentatore, quindi ci permetterà di portare il suo ragionamento alle logiche conseguenze. Ha dichiarato che non si può uccidere un uomo per motivi religiosi, ma che non si può nemmeno prendere in giro una religione.

E lì è scattato il paragone con la mamma, intesa come paradigma degli affetti più cari. Se ne deve dedurre che per Francesco i vignettisti blasfemi di Charlie non si dovevano uccidere, ma solo prendere a pugni. So bene che il Papa non intendeva dire questo. Ma questo è quello che ha detto, inciampando in un paragone infelice nel desiderio di riuscire simpatico e (è il caso di dirlo) alla mano. Per delucidazioni ho telefonato a un amico parroco. Cosa deve fare uno, se gli insultano la madre? ho chiesto. E lui, dopo averci pensato un po’: se è un santo, incassa e perdona, altrimenti manda al diavolo l’insultatore e magari lo denuncia.

Di pugni il parroco non ha parlato. Probabilmente sarà un prete all’antica, più da sagrestia che da bar, mentre il momento storico sembra richiedere alle figure istituzionali di assumere il linguaggio emotivo delle persone comuni. Vi ricorrerò anch’io, che istituzionale per fortuna non sono: «Gioco di mano, gioco di villano». Lo diceva sempre la mia mamma e se qualcuno osa criticarla gli mando un pugno del Papa.