mercoledì 21 gennaio 2015

Se i gay muoiono per Allah, la presidenta tace

Riccardo Pelliccetti - Mer, 21/01/2015 - 14:24

Boldrini & Co. non aprono bocca quando nel mondo islamico una donna viene lapidata per adulterio oppure venduta come moglie-schiava 


Nel califfato islamico l'orrore non ha mai fine. Ostaggi sgozzati, donne lapidate perché adultere, ragazzini giustiziati perché guardano la partita in tv e omosessuali gettati dai tetti dei palazzi perché colpevoli di «sodomia».

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Tutto in nome del Corano, s'intende, come affermano questi aguzzini spacciandosi per custodi della fede. Le immagini di ogni esecuzione sono raccapriccianti. Provocano anche rabbia e disgusto, non solo nei confronti dei boia islamici ma anche verso i buonisti nostrani, quegli esponenti «politicamente corretti» sia della sinistra estrema sia della sinistra radical chic. Il motivo? Semplice, ogni giorno ci tempestano con i loro sermoni sui diritti civili violati dalla nostra società incivile.

Qualcuno dimentica forse tutte le sparate del nostro presidente, anzi, «presidenta» della Camera, come vuole esser definita Laura Boldrini? Certo, è sempre in ottima compagnia a lanciare quotidianamente la sua «fatwa» laica e trova sponda in un coro numeroso che va da Nichi Vendola a Cecile Kyenge. Ma la nostra «presidenta» è multidisciplinare, non sparge perle di saggezza solo sull'omofobia, come Vendola, o sull'immigrazione, come la Kyenge e compagnia cantante.

La Boldrini ha cominciato rivendicando il diritto della donna a essere interpellata con un titolo femminile, come presidenta, avvocata eccetera, e poi con interventi parossistici sulla mancanza di pari opportunità e sul valore (superiore) della vita della donna, continuamente minacciata dalle violenze del partner. Basta andare su internet per costatare quanta letteratura, radical chic naturalmente, vi sia sul suo conto. Ma fin qui non c'è niente di male, anzi.

Quello che ci rattrista è che Boldrini & compagni non aprano bocca quando nel mondo islamico una donna viene lapidata per adulterio oppure venduta come moglie-schiava o, ancora, ripudiata dal marito che ne cerca un'altra, mentre lei non ha il diritto di fare la stessa cosa. In questo caso, la nostra amata presidenta tace, non commenta e, se proprio viene tirata per la giacchetta del suo elegante tailleur, al massimo è capace di liquidare la vicenda con un «dobbiamo comprendere le differenze culturali». Brava, vada a spiegarlo a quelli dell'Isis, oppure alla civilissima Arabia Saudita, dove hanno decapitato per strada una donna birmana accusata di omicidio dopo un processo sommario, e dove gli immigrati, tanto cari alla sinistra nostrana, sono trattati come schiavi.

E che dire dei mancati diritti dei gay in Italia, che turbano i sonni non solo alla presidenta, ma anche a Vendola, a Giuliano Pisapia e a tutti quei sindaci promotori delle unioni civili? Gli islamici li gettano dalle torri, ma i radical chic non sono preoccupati per la loro sorte, non fanno campagne per portarli in salvo: in Occidente evidentemente la minaccia è più grave, visto il tempo che vi dedicano. D'altronde, che gliene frega, la Boldrini va in vacanza nella tenuta presidenziale di Castelporziano, mica nel Nord Iraq.

Le 25 password più usate

Corriere della sera
di Elmar Burchia

La prime due posizioni non cambiano: “123456” e “password” sono le più usate da anni a questa parte. Perché sono le più facile da ricordare, da digitare e... da rubare



Computer, smartphone, social network, home banking, posta elettronica e negozi online ci obbligano a memorizzare decine di password. Decine, davvero? Non proprio. Molti utenti, forse troppi, optano per la soluzione più semplice: un’unica password per tutti i sistemi. Di più: per proteggere i propri dati personali scelgono ancora password estremamente semplici e facili da ricordare. Le due più usate nel 2014? Sono incredibilmente sempre le stesse, le più facili da ricordare (e le più facili da “rubare”): «123456» e «password».

Le 25 password più usate 
Le 25 password più usate 
Le 25 password più usate 
Le 25 password più usate
Superman vs Batman
Come per il 2013, e gli anni precedenti, anche nel 2014 la password più popolare è stata l’elementare sequenza numerica «123456». Al secondo posto della lista annuale delle 25 peggiori parole chiave adottate e decrittate c’è la banale «password». Per compilare questo elenco, SplashData, azienda statunitense specializzata in software di gestione di password, ha esaminato dati che contenevano oltre 3,3 milioni di parole chiave rubate. Se trovate la vostra password in questo elenco, dovete cambiarla al più presto, consigliano gli esperti di sicurezza. Anche se i dati arrivano perlopiù dall’area di lingua inglese, in Italia le password sono probabilmente molto simili, magari con qualche differenza. Molto popolari restano le sequenze numeriche ma pure gli sport, quali «baseball» (al numero 8, da noi potrebbe essere “calcio”) e «football» (al numero 10, “formula1”). Stavolta, nella classifica entrano anche alcune nuove, bizzarre e decisamente poco sicure chiavi di segretezza: «superman» (al numero 21), «696969» (22) e «batman» (24).
Facili da ricordare, facilissime da rubare
Per evitare il costante pericolo di attacchi hacker e furti di identità è bene scegliere una password che possa unire la facile memorizzazione alla difficoltà di essere scoperta. Qualche (banale) consiglio: usare una password diversa per ogni servizio; studiare password complicate (con almeno otto caratteri), che contengano numeri, simboli, lettere maiuscole e minuscole. Bruce Schneier, esperto di sicurezza informatica, propone un’altra soluzione: pensa a un’intera frase facile da ricordare e poi usa solo l’inizio di ogni parola, mantenendo intatta la punteggiatura. Esempio: «Ciao! Sono Alberto, e ho 35 anni. Vuoi ballare?» La password sarà: «C!SA,eh35a.Vb?»

21 gennaio 2015 | 12:31

Le due mummie false in Vaticano: «Così si truffava con i sarcofaghi»

Corriere della sera
di Lauretta Colonnelli

La mania dopo la campagna di Napoleone. In Egitto partì la corsa al collezionismo, tibie medievali e dorature del 1800

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Due mummie false ai Musei Vaticani. Ma non per questo meno preziose. Perché l’esame dei materiali di cui sono composte ha permesso di ricostruire la storia di questi falsi, «creati soprattutto nella prima metà dell’Ottocento, quando scoppiò una vera e propria mummia-mania», dicono gli esperti, in seguito alla campagna di Napoleone in Egitto, alla scoperta della stele di Rosetta e alla decifrazione dei geroglifici da parte di Jean-François Champollion.
La “mummietta” lunga 60 centimetriLa “mummietta” lunga 60 centimetri
 
Primi gli inglesi
I viaggiatori che includevano l’Egitto nel loro Grand Tour anelavano a tornare in patria con una mummia da mostrare agli amici. Soprattutto gli inglesi, che la esibivano nei tè pomeridiani, in cui il momento culminante era quello dello sbendaggio, eseguito sul tavolo appena liberato dalle chicchere. E il più delle volte questo momento riservava una sorpresa: dentro il groviglio di bende arrangiate a simulare un antico reperto non c’era niente. O un mucchietto di ossa di volatili là dove ci si aspettava il corpo imbalsamato di un bambino o un gatto. Così è accaduto per i due reperti dei Musei Vaticani. Le mummiette, come le chiama Alessia Amenta, direttrice del reparto Antichità Egizie e del Vicino Oriente, che le ha studiate con l’aiuto del Laboratorio di diagnostica per la conservazione e il restauro coordinato da Ulderico Santamaria e dal suo assistente Fabio Morresi.

La Tac che ha permesso di individuare l’origine  delle due mummieLa Tac che ha permesso di individuare l’origine delle due mummie
 
Gli esami cominciati un anno fa
Hanno iniziato le analisi circa un anno fa. Una mummietta l’hanno restaurata, l’altra ancora no. Sono lunghe una sessantina di centimetri e saranno presentate mercoledì 21. «I risultati delle analisi hanno rivelato stessa manifattura e stesse stranezze in entrambe», dice Amenta. «Le bende sono di epoca faraonica (2.000 a. C.), ma ricoperte di una resina che non si trova in Egitto ma in Europa. Il volto infantile è modellato e dipinto su una copertura in cartonnage, a cui è sovrapposta una lamina di stagno spalmata di resina gialla per conferire una doratura antica: una tecnica tipica dell’Ottocento inglese. La Tac ha rivelato che dentro le bende c’era una tibia umana, ma di adulto e di epoca medievale. Un assemblaggio studiato per ingannare i collezionisti sprovveduti».
Altre sparse in Europa
Di mummiette simili Amenta ne ha rintracciate altre 40, sparse nei musei egizi o di storia naturale di mezza Europa, di cui due a Firenze, una a Milano, quattro a Torino, una a Venezia. Due, conservate in Lituania, presentano le stesse lamine di stagno. Quelle vaticane non si sa da dove vengano. I curatori stanno studiando un allestimento per farle conoscere al pubblico. Ormai sono anch’esse un reperto storico.

21 gennaio 2015 | 08:39

Se un deputato siciliano guadagna 27 euro al minuto

Andrea Riva - Mer, 21/01/2015 - 13:31

Il "parlamento più frettoloso d'Italia" è anche il più costoso

La situazione in cui versa la Regione Siciliana è a dir poco imbarazzante, come spiega Il Fatto: "La poltrona di vicepresidente è vuota da giugno, la legge sulle Province è rimasta incompleta e il bilancio è ancora tutto da disegnare: in compenso sono state approvate una decina di norme tutt’altro che epocali".


Il Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta

L'ultima votazione dell'Assemblea Regionale Siciliana - che aveva per oggetto la votazione dei tre grandi elettori da mandare a Roma per eleggere il nuovo presidente della Repubblica - è durata solamente un'ora. Come grandi elettori sono stati scelti Crocetta, Giovanni Ardizzone (presidente dell'Ars) e il capogruppo di Forza Italia, Mario Falcone.

Veloci. Velocissimi. E non solo in questa occasione, ma anche - come scrive Il Fatto -  "nelle altre 29 sedute successive alla fine delle vacanze". Non che i deputati siciliani non avessero avuto il tempo di riposare durante l'estate, avendo goduto di ben 32 giorni di ferie (dal 7 agosto al 18 settembre). I parlamentari dell'Ars, va detto, non lavorano parecchio, con la loro "media di una seduta d'aula ogni settimana".

Ma, in queste sedute, si potrebbe pensare che i parlamentari si diano da fare, lavorando per parecchio ore. In realtà, come rileva Il Fatto, "l'Ars vanta anche il record di Parlamento più frettoloso d'Italia: ci sono sedute veloci, come quella che il 15 ottobre scorso era durata 57 minuti, oppure le sedute lampo, come il 23 ottobre 2013, quando l'assise dei parlamentari siciliani era durata 29 minuti tondi". E in quell'occasione, ogni deputato è stato ricompensato con quasi 27 euro al minuto, ovvero 1.614 euro l’ora.

Domande scomode sull’antisemitismo

Corriere della sera
di Ricardo Franco Levi e Alberto Melloni

Quanto, del corale sentimento di solidarietà emerso dopo gli attacchi di Parigi, si sarebbe manifestato se l’eccidio avesse riguardato solo degli ebrei? E quanto pregiudizio rimane vivo nella società italiana?

«La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo traportando alla fossa comune il cadavere di Somogyi, il primo dei morti tra i nostri compagni di camera… Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati…». Così, nelle prime pagine de La tregua, Primo Levi descrive la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz.
A settanta anni esatti di distanza, il 27 gennaio, come avviene ormai da quattordici anni in base alla Legge n.211 del 20 luglio 2000, si celebrerà il Giorno della Memoria in ricordo, come dice la legge (senza mai pronunciare la parola «fascismo»), «dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti». «Affinché simili eventi non possano mai più accadere».

Illustr. di Beppe GiacobbeIllustr. di Beppe Giacobbe

La realtà non sempre si adegua alla norma, foss’anche alla più giusta tra di esse, specie quando ultra vires sostituisce il problema del risultato sicuro del conoscere con gli effetti incerti del ricordare. Ma se ci fosse stato ancora bisogno di ricordare quanto e come l’odio antiebraico non sia sparito e non sia stato espulso dalle viscere profonde della società e degli uomini, a suonare l’allarme e a risvegliare le coscienze ci hanno pensato i terroristi di Parigi, allungando con il massacro al supermercato kosher, nelle ore di preparazione dello Shabbat, la scia di sangue e di morte che avevano iniziato a tracciare con la carneficina nella redazione di Charlie Hebdo.

A tanto orrore ha risposto l’enorme, emozionata partecipazione alla marcia che ha percorso e bloccato Parigi e scosso l’intera Europa. E una speranza si è riaccesa. Per quanto scomodi, urticanti addirittura, alcuni interrogativi, però, sono legittimi, anzi doverosi, proprio per non rinunciare alla razionalità critica che è quella che nella storia europea ha permesso a ciascuna delle sue culture di essere più profondamente se stessa.

Quanto della commozione, della condivisione di valori e sentimenti che si sono manifestati in quelle ore terribili è stato possibile grazie a quel «Je suis Charlie», il motto sventolato come impavida bandiera della libertà di espressione che ha saputo parlare dritto al cuore di tutti? Quanto ha pesato nell’eco e nell’emozione estesa da Parigi al mondo intero il fatto che le prime vite spezzate, spezzate come le matite subito assurte a simbolo dell’orrore, fossero vite di giornalisti, che ad essere colpito fosse stato il mondo dell’informazione?

Quanto si sarebbe manifestato quel corale sentimento di fraternità se l’eccidio si fosse limitato ai quattro ebrei caduti sotto il fuoco omicida, o persino dei bimbi della scuola che i terroristi avevano progettato di colpire, ripetendo nella Ville Lumière l’orrore consumato nel 2012 a Tolosa? Avremmo visto, nelle strade, sui balconi, sulle prime pagine dei giornali, la scritta «Je suis Johan»? E noi, noi italiani, come avremmo reagito? Cosa avremmo pensato?

Se vogliamo evitare il rischio di una stanca ripetizione, il Giorno della Memoria potrà, dovrà essere l’occasione per risposte vere a questi interrogativi. In un’ottica innanzitutto e prevalentemente italiana che la stessa data del 27 gennaio, con il riferimento ad Auschwitz che essa implica, non aiuta ad assumere. Come ha ricordato il ministro Giannini parlando agli studenti italiani ad Auschwitz pochi giorni fa, pur nel riconoscimento di quel luogo quale primo ed universale simbolo dell’orrore della Shoah, altri sono i luoghi, altre sono le date che parlano e devono parlare alle giovani

generazioni della persecuzione contro gli ebrei italiani: l’aula della Camera dei deputati dove il 14 dicembre del 1938 furono all’unanimità approvate le leggi antiebraiche; il Ghetto di Roma dove avvenne il rastrellamento degli ebrei del 16 ottobre 1943; il Binario 21 della stazione Centrale di Milano da dove partivano i vagoni per la deportazione; il campo di Fossoli, ultima tappa prima di Auschwitz, la Risiera di San Sabba a Trieste, l’unico campo di sterminio in terra italiana.

Qui, non meno che ad Auschwitz, è e sarà bene portare gli studenti per far toccar loro con mano (sì, con la mano passata, ad esempio, sul legno dei vagoni conservati nel Memoriale del Binario 21) la realtà e la radice profondamente italiane delle persecuzioni contro gli ebrei. Per aprire la porta a una conoscenza diffusa e a una comprensione più vera della storia, delle storie, delle responsabilità. Per superare gli stereotipi, le visioni rassicuranti, le verità di comodo: quella degli italiani brava gente, delle leggi razziali fasciste come frutto dell’obbligato accodarsi all’alleato nazista, della Chiesa avversaria del regime e impegnata, sotto la guida di papa Pio XII, a difesa e a protezione degli ebrei.
Così sappiamo che non fu.

Non in questi termini, non senza sfumature, oscillazioni e codardie che è troppo facile sospingere fuori dalla storia con una retorica del diabolico, generando un risentimento autoassolutorio sui nazisti o sui croati o sugli ucraini. Le norme antiebraiche italiane in alcuni aspetti persino peggiori di quelle tedesche. La polizia italiana ebbe un ruolo determinante nella cattura degli ebrei. La Santa Sede e il Cattolicesimo in generale che, non certo soli, ebbero un ruolo nell’ascesa al potere del fascismo e nella costruzione del suo consenso, s’illusero che tollerando la «parte cattiva» delle leggi razziste (che ci fosse la «parte buona» il portavoce del Papa lo sostenne privatamente anche dopo il 25 luglio 1943) avrebbe potuto svolgere la sua missione.

Ancora più in profondo, la propaganda e le argomentazioni fasciste a giustificazione e sostegno della legislazione antiebraica furono astutamente modellate sulla base di quell’insegnamento del disprezzo e quel diritto di segregazione iscritti nella storia dei cristiani: i cattolici della associazione «Amici Israël» che li volevano ripudiare furono sciolti nel 1928, e dovettero attendere fino al 1959 e all’inizio del Concilio perché il ripudio del linguaggio della «perfidia» e dell’antisemitismo «di chiunque e quandunque» aprisse una via nuova.

Quanto di questo substrato, di questi pregiudizi (sull’ebreo ricco ed avaro, potente nella finanza e nel mondo dell’informazione, corruttore della società, estraneo ed infedele alla nazione che lo «ospita») rimane vivo nella società italiana? E se sì, perché? Su questo sarà bene riflettere il prossimo 27 gennaio. Dopo la marcia di Parigi, il presidente del Consiglio Renzi ha detto: «Je suis Charlie, je suis juif, je suis européen». Siamo sicuri che le sue parole rappresentino davvero il comune sentire di tutti noi italiani? E se qualcuno facesse compilare agli italiani un’autocertificazione razziale come quella richiesta ad Albert Einstein al suo ingresso in America, scriveremmo tutti di essere di razza «umana»?

21 gennaio 2015 | 11:33

Andrea, clochard laureato a 28 anni: «Adesso dormo sotto ai portici»

Il Mattino





MILANO - Ha 28 anni, un diplona al Conservatorio e una laurea in Giurisprudenza. Che lavoro fa? Nessuno. È un clochard e dorme sotto i portici di piazza San Babila, a Milano.

È la storia di Andrea, immagine di un'Italia vittima della disoccupazione giovanile. I genitori sono morti che lui era ancora piccolo, non ha altri parenti, ma non si è arreso alle difficoltà della vita, studiando e cercando la sua strada. Amici? Pochi. Il poco tempo a disposizione, tra studio e lavoro, non permetteva di socializzare. Adesso poi non amerebbe raccontare il suo modo di vivere. Perché "l’orgoglio mi impedisce di chiedere aiuto finché non è estremamente necessario", racconta a Il Giorno.

Mantiene però cura di se stesso. Sempre pulito con la barba fatta, capelli in ordine, il cappotto scuro e la borsa ventiquattrore. "Laureato nel 2009, ho iniziato a lavorare a 20 anni - spiega Andrea - in una società che produce cartucce filtranti per altre aziende, mi occupavo di contabilità: impiegato amministrativo contabile". Poi il salto, prima del tracollo. "Sono stato assunto da una multinazionale - prosegue - che mi ha affidato tutto il ciclo passivo della contabilità. Dopo 4 anni è fallita, dalla sera alla mattina mi sono trovato senza lavoro".

Finiti i risparmi è finito anche il contratto di affitto della casa. Qualche lavoretto come cameriere, poi la strada e la mensa. "Vivo in strada da maggio 2014. L’aspetto più incredibile è che in strada riscopri gli istinti più primitivi: il primo pensiero è mangiare, poi coprirsi e dormire. Non in dormitorio, però. Lì non mi sento sicuro". Nel pomeriggio in biblioteca a mandare curriculum, ma le sue capacità lo frenano: "Nelle agenzie interinali mi dicono che ho troppe qualifiche per i mestieri che girano". Paradossi dell'Italia.

mercoledì 21 gennaio 2015 - 10:38   Ultimo agg.: 10:41

Ecco i 60 islamici italiani nella lista nera degli Usa

Libero


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Una sessantina di uomini, indicati come «terroristi globali» dagli Stati Uniti, hanno un indirizzo italiano. Sono i nominativi contenuti nell’ultima «lista nera» diffusa da Washington il 16 gennaio scorso per bloccare il finanziamento del terrorismo internazionale. Fra di loro, tutti coinvolti in passato nelle indagini sulle cellule qaediste nel nostro Paese, alcuni sono latitanti, altri sono in carcere, altri hanno chiesto di essere cancellati dall’elenco.

ABBES, Moustafa, nato il 5 febbraio 1962 a Osniers (Algeria)

ABBES, Youcef (alias "GIUSEPPE"), nato il 05 gennaio 1965 a Bab El Aoued (Algeria)

ABD AL HAFIZ, Abd Al Wahab, nato il 7 settembre 1967 ad Algeri (Algeria)

ABDAOUI, Youssef, nato il 4 giugno 1966 a Kairouan (Tunisia)

ABDULLKADIR, Hussein Mahamud, Firenze

ABOU DJARRAH (alias AL-TRABELSI, Mourad Ben Ali Ben Al-Basheer), nato il 20 maggio 1969 a Menzel Temime (Tunisia)

ABDELHAKIM, Cherif Said; alias "DJALLAL"; alias "YOUCEF"), nato il 25 gennaio 1970 a Menzel Temine (Tunisia)

ACHOUR, Ali (alias AIDER, Farid), nato il 12 ottobre 1964 ad Algeri (Algeria)

AHMED NACER, Yacine, nato il 2 dicembre 1967 ad Annaba (Algeria)

AIDER, Farid (alias ACHOUR, Ali), nato il 12 ottobre 1964 ad Algeri (Algeria)

AL TAQWA TRADE, PROPERTY AND INDUSTRY; già HIMMAT ESTABLISHMENT; alias WALDENBERG, AG), c/o Asat Trust Reg.

AL-AMDOUNI, Mehrez Ben Mahmoud Ben Sassi (alias FUSCO, Fabio; alias ABU THALE); nato il 18 dicembre 1969; o nato il 25 maggio 1968; o nato il 18 dicembre 1968; o nato il 14 luglio 1969 a Tunisi (Tunisia); o a Napoli; o in Algeria; nazionalità tunisina

AL-AYARI, Chiheb Ben Mohamed Ben Mokhtar, nato il 19 dicembre 1965; a Tunisi (Tunisia)

AL-CHERIF, Said Ben Abdelhakim Ben Omar, nato il 25 gennaio 1970 a Menzel Temine (Tunisia)

AL-LOUBIRI, Habib Ben Ahmed, nato il 17 novembre 1961 a Menzel Temine (Tunisia)

AL-WAZ, Najib Ben Mohamed Ben Salem, nato il 12 aprile 1960 a Hekaima AlMehdiya (Tunisia)

AOUADI, Mohamed Ben Belgacem, nato l’11 dicembre 1974 in Tunisia

BAAZAOUI, Mondher, nato il 18 marzo 1967 a Kairouan (Tunisia)

BANK SEPAH


BEN SOLTANE, Adel, nato il 14 luglio 1970 a Tunisi (Tunisia)

BENDEBKA, L'Hadi (alias "ABD AL HADI"; alias "HADI"), nato il 17 novembre 1963 a Algeri (Algeria)

BOUCHOUCHA, Al-Mokhtar Ben Mohamed Ben Al-Mokhtar (alias BOUCHOUCHA, Mokhtar; alias BUSHUSHA, Mokhtar), nato il 13 ottobre 1969 in Tunisia

BOUGHANEMI, Faycal (alias BOUGHANMI, Faical), nato il 28 ottobre 1966; a Tunisi (Tunisia)

BOUYAHIA, Hamadi Ben Abdul Aziz Ben Ali (alias GAMEL MOHAMED), nato il 22 maggio 1966; o nato il 29 maggio 1966 in Tunisia.

CABDULLAAH, Ciise Maxamed, nato l’8 ottobre 1974 in Somalia; arrestato 31 marzo 2003

CANKO, Ali; nato il 1° gennaio 1960; nazionalità turca.

DARRAJI, Kamal Ben Mohamed Ben Ahmed (alias DARRAJI, Kamel), nato il 22 luglio 1967 a Menzel Bouzelfa (Tunisia)

DERAMCHI, Othman (alias "YOUSSEF, Abou"), nato il 7 giugno 1954 a Tighennif (Algeria)

DRISSI, Noureddine Ben Ali Ben Belkassem, nato il 30 aprile 1969; o nato il 30 aprile 1964 a Tunisi (Tunisia); arrestato il 1 aprile 2003

EL AYASHI, Radi Abd El Samie Abou El Yazid (alias "MERA'I"), nato il 2 gennaio 1972 a El Gharbia (Egitto); arrestato 31 marzo 2003

EL BOUHALI, Ahmed (alias "ABU KATADA"), nato il 31 maggio 1963 a Sidi Kacem (Marocco)

EL HEIT, Ali (alias KAMEL, Mohamed; alias "ALI DI ROMA"), nato il 20 marzo 1970; o nato il 30 gennaio 1971 a Rouba (Algeria)

ELSSEID, Sami Ben Khamis Ben Saleh (alias ESSID, Sami Ben Khemais), nato il 10 febbraio 1968 in Tunisia

ES SAYED, Abdelkader Mahmoud (alias ES SAYED, Kader), nato il 26 dicembre 1962 in Egitto

ESSAADI, Moussa Ben Amor Ben Ali, nato il 4 dicembre 1964 a Tabarka (Tunisia).


FETHI, Alic (alias MNASRI, Fethi Ben Rebai Ben Absha; alias "ABU OMAR"; alias "AMOR"), nato il 6 marzo 1969 a Baja (Tunisia)

FETTAR, Rachid,  nato il 16 aprile 1969 a Boulogin (Algeria)

HADDAD, Fethi Ben Assen Ben Salem, nato il 28 marzo 1963; o nato il 28 giugno 1963 a Tataouene (Tunisia)

HAMAMI, Brahim Ben Hedili Ben Mohamed, nato il 20 novembre 1971 a Goubellat (Tunisia); o a Koubellat (Tunisia)

HAMMID, Mohammed Tahir (alias "ABDELHAMID AL KURDI"), nato il 1 novembre 1975 a Poshok (Iraq)

HAMRAOUI, Kamel Ben Mouldi Ben Hassan (alias "KAMEL"; alias "KIMO"), nato il 21 ottobre 1977 a Beja (Tunisia)

JAMMALI, Imed Ben Bechir Ben Hamda, nato il 25 gennaio 1968 a Menzel Temine (Tunisia); attualmente in carcere in Tunisia.

JARRAYA, Khalil (alias JARRAYA, Khalil; alias "ABDEL' AZIZ BEN NARVAN"; alias "AMR"; alias "AMRO"; alias "BEN NARVAN ABDEL AZIZ"; alias "OMAR", nato l’8 febbraio 1969; o nato il 15 agosto 1970 a Sfax (Tunisia); o a Sreka (ex-Jugoslavia)

JARRAYA, Mounir Ben Habib (alias JARRAYA, Mounir Ben Habib Ben Al-Taher; alias "YARRAYA"), nato il 25 ottobre 1963 a Sfax (Tunisia)

JENDOUBI, Faouzi Ben Mohamed Ben Ahmed, nato il 30 gennaio 1966 a Beja (Tunisia)

KAMMOUN, Mehdi (alias KAMMOUN, Mehdi Ben Mohamed Ben Mohamed), nato il 3 aprile 1968 a Tunisi (Tunisia)

KIFANE, Abderrahmane, nato il 7 marzo 1963 a Casablanca (Marocco)

LAAGOUB, Abdelkader, nato il 23 aprile 1966 a Casablanca (Marocco)

MOHAMED, Daki, nato il 29 marzo 1965 a Casablanca (Marocco), arrestato il 4 aprile 2003

MOSTAFA, Mohamed Amin, nato l'11 ottobre 1975 a Karkuk (Iraq); arrestato 31 marzo 2003

NADA, Youssef Mustafa (alias NADA, Youssef; alias NADA, Youssef M.), nato il 17 maggio 1931; o nato il 17 maggio 1937; a Alessandria (Egitto); cittadinanza tunisina

OUAZ, Najib (alias AL-WAZ, Najib Ben Mohamed Ben Salem), nato il 12 aprile 1960 a Hekaima Al-Mehdiya (Tunisia)

RIHANI, Lotfi Ben Abdul Hamid Ben Ali (alias "ABDERRAHMANE"), nato il 1° luglio 1977 a Tunisi (Tunisia)

ROUINE, Al-Azhar Ben Khalifa Ben Ahmed (alias ROUINE, Lazher Ben Khalifa Ben Ahmed; alias "LAZHAR"; alias "SALMANE"), nato il 20 novembre 1975 a Sfax (Tunisia); arrestato 30 settembre 2002

SALEH AL-SAADI, Nassim Ben Mohamed AlCherif ben Mohamed (alias "ABOU ANIS"), nato il 30 novembre 1974 a Haidra Al-Qasreen (Tunisia); arrestato 30 settembre 2002

SALEH, Nedal (alias "HITEM"), nato il 1° marzo 1970 a Taiz (Yemen)

TRABELSI, Chabaane Ben Mohamed, nato il 1 maggio 1966 a Rainneen (Tunisia)

WADDANI, Habib, nato il 10 giugno 1970 a Tunisi (Tunisia)

ZARKAOUI, Imed Ben Mekki Ben Al-Akhdar (alias "NADRA"; alias "ZARGA"), nato il 15 gennaio 1973 a Tunisi (Tunisia); arrestato il 30 settembre 2002

Tesi di laurea riempita di “copia e incolla” abusivi: la parte civile può chiedere di accendere un falò

La Stampa

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La Corte d’appello di Catania condanna un imputato per il reato previsto dall'articolo 171 della legge 633/1941: "è punito chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un'opera dell'ingegno protetta, o parte di essa". L’uomo aveva abusivamente riprodotto, nella sua tesi di laurea, parte del testo pubblicato dalla parte civile costituitasi nel processo. La stessa parte civile ricorreva in Cassazione, contestando ai giudici di merito di non aver ordinato la distruzione della tesi di laurea, mentre si erano limitati a disporre la pubblicazione della sentenza sul sito web su cui era stata pubblicata la tesi di laurea.

La Cassazione (sentenza 1984/15) sottolinea che gli artt. 158, comma 1, e 159, comma 1, della legge 633/1941 dispongono che chi venga leso nell’esercizio di un diritto di utilizzazione economica a lui spettante può agire in giudizio per ottenere, oltre al risarcimento del danno, che, a spese dell’autore della violazione, siano distrutti gli esemplari o copie illecitamente riprodotti o diffusi. Secondo l’art. 174, la sanzione della distruzione può essere richiesta al giudice penale dalla persona offesa costituitasi parte civile.

Nel caso, la Corte d’appello di Catania non si era espressa sull’esplicita richiesta della parte civile. Inoltre, la pubblicazione della sentenza sullo stesso sito in cui era presente la tesi non poteva avere gli stessi effetti della distruzione dell’elaborato, in quanto questo era ancora leggibile da chiunque. Considerando che l’art. 160 l. n. 633/1941 prevede dei limiti al diritto dell’interessato alla distruzione, la Corte di Cassazione non può pronunciarsi direttamente nel merito, ma accoglie il ricorso e rimanda la decisione ai giudici di merito.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Cane sotto il treno salvato dalla Polfer. I proprietari dovranno risarcire le Ferrovie per il ritardo

La Stampa

L’episodio sulla ferrovia Alessandria-Pavia all’altezza di Valmadonna

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Vagava lungo i binari e ha rischiato di essere travolto da un treno. Il macchinista è riuscito a fermare il convoglio e lui è rimasto accucciato sotto una carrozza, impaurito, finché è stato portato in salvo dalla polizia ferroviaria. È un pastore tedesco di una famiglia abitante a Valmadonna, sobborgo di Alessandria lungo la linea che collega la città a Valenza e Pavia.

Gli agenti della Polfer hanno raggiunto il treno, che si era fermato poco dopo la galleria sotto la Colla, con un carrello messo a disposizione dalle Ferrovie. Hanno individuato l’animale sotto un vagone e hanno poi fatto intervenire una ditta specializzata, che ha recuperato il cane. Il pastore tedesco è stato restituito ai proprietari, che dovranno ora risarcire le Ferrovie per il ritardo accumulato dal convoglio. 

Con Windows 10 potrebbe arrivare la compatibilità con le app Android

La Stampa

valerio mariani

Diventa sempre più plausibile la questione aperta da un anno: su Windows Phone potrebbero girare le app concorrenti, senza emulazione.
 
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Il 21 gennaio è il grande giorno di Microsoft. La casa di Redmond, fedele da un po’ ai principi della spending review più rigorosa, presenta in sede e senza grandi squilli di tromba Windows 10, il suo ultimo sistema operativo. Si tratta della prima prova importante per il Ceo Satya Nadella che festeggia così il suo primo anno a capo dell’azienda. Windows 10 è un prodotto che dovrà dimostrare se la vena innovativa del colosso americano è definitivamente esaurita e se dalle parti di Redmond sono capaci di sviluppare un sistema operativo realmente indipendente dal device.

Perché, assumendo che l’ambito enterprise gli rimanga in mano, è sul consumer che si giocherà la battaglia più importante. Continuum, la funzionalità che riconosce e si adegua automaticamente alla piattaforma, anche nel caso dei Pc ibridi, è il segnale più evidente del tentativo di proporre un unico sistema operativo, sia per computer desktop che per dispositivi mobile. Ma non è l’unico.

Secondo voci non ufficiali, che in fondo riprendono una questione aperta da un anno , domani 21 gennaio, Microsoft potrebbe proporre l’apertura della sua piattaforma Windows Phone per smartphone alle app originariamente sviluppate per Android. In teoria, l’utente potrebbe scaricare da Google Play una app nativa per sistema operativo Android, installarla sul suo Windows Phone e utilizzarla.

D’altra parte, lo sviluppatore potrebbe contare su un potenziale mercato ancora più vasto.
Windows Phone e il suo marketplace sono, dalla nascita, il tallone d’Achille di Microsoft, l’evidente segnale che la casa di Redmond ha perso un treno che ora si trova affannosamente a inseguire. I numeri parlano da soli: a fronte di circa 1,3 milioni di app disponibili sull’App Store e di altrettante disponibili su Google Play, Microsoft risponde con un “misero” 340mila (app disegnate esclusivamente per Windows Phone). Nonostante le iniziative, anche remunerative, volte a convincere gli sviluppatori a votarsi(anche) a Windows Phone.

La mossa è del tutto simile a quella messa in campo da BlackBerry. Mossa che nei pensieri della casa canadese dovrebbe portare qualche frutto sui nuovi device, il Passport e il Classic, che montano l’ultima versione del sistema operativo proprietario e che propongono in alternativa al BlackBerry World, la app per l’accesso all’Amazon Store.

Se tutto dovesse funzionare, e non è assolutamente detto visti i precedenti a questo proposito, l’utente consumer, nella sua veste di dipendente aziendale, potrebbe continuare a usare le sue app preferite su un Windows Phone, magari imposto dall’azienda.

Tecnicamente il gap è già stato colmato da emulatori di terze parti, come Bluestacks, che permettono l’utilizzo di app Android su Windows e su Mac ma, a seconda di come sia stata progettata la app, il trucco presenta alti rischi di crash. Inoltre, è da ricordare che le app Android sono pensate per funzionare con processori Arm e, visto che, nonostante qualche timido tentativo, Microsoft continua a preferire i chip basati su x86, architettura molto diversa, questo potrebbe essere un serio problema tecnico, insieme alla necessità di avere una certa quantità di memoria a disposizione.

Secondo i più introdotti, insomma, le mosse essenziali di Microsoft sarebbero due, un piano che prevede l’unificazione tra lo sviluppo su Windows e su Windows Phone (Universal App Model) e/o quello, appunto, che apra la piattaforma alla compatibilità con Android. Infine, che nei corridoi di Redmond se ne parli è certo, che l’annuncio venga fatto domani meno, perché sembra che i disaccordi siano ancora troppi.

Il cognato di Fini fa i milioni con la casa di Montecarlo

Stefano Filippi - Mer, 21/01/2015 - 08:13

L'immobile è in vendita, "Oggi" becca Tulliani mentre tratta. Eppure il leader di An giurava: l'appartamento non vale nulla

La casa di Montecarlo passata da Alleanza Nazionale al cognato di Gianfranco Fini attraverso i paradisi fiscali caraibici è in vendita.

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Giancarlo Tulliani chiede 1.600.000 euro: così si legge sul sito internet fr.luxuryestate.com che pubblica undici foto degli interni, compresa la famosa cucina Scavolini. E come rivela il settimanale Oggi in edicola da stamattina, è lo stesso parente dell'ex presidente della Camera a condurre le trattative: un paio d'immagini pubblicate dalla rivista lo ritraggono seduto al tavolo di un bar monegasco a tirare sul prezzo con un tizio interessato all'acquisto.

L'annuncio di vendita dell'agenzia Mirage Estate porta la data del 13 gennaio scorso ma l'affare era nell'aria: il Giornale ne aveva scritto il 24 novembre indicando che la richiesta era proprio di un milione 600mila euro. Oltre cinque volte più dei 300mila incassati da An nel 2008, quando cedette l'appartamento a una società con sede a St Lucia, la Printemps Ltd, che la girò alla Timara Ltd per 330mila euro con un guadagno di 30mila euro, il 10 per cento, il prezzo dell'intermediazione. Sul campanello esterno non appare più il nome della nobildonna romana che lasciò il quartierino di Palais Milton al partito per «la buona battaglia»: ora la targhetta è uguale a quella accanto alla porta d'ingresso, Tulliani.

Le foto mostrano interni ristrutturati con gusto e senza badare a spese, come rivelò al giornale Luciano Garzelli, l'impresario edile di Monaco cui Tulliani affidò i lavori di rifacimento. Domina il bianco di mobili, infissi e pareti, un tavolo di cristallo, il bagno rivestito di marmo. L'annuncio parla di un «magnifico appartamento bilocale di 60 metri quadrati interamente rinnovato» con ingresso, angolo cottura («una superba cucina all'americana con elettrodomestici»), ampio salone, un terrazzino coperto, «una sontuosa sala da bagno in marmo», camera da letto «ampia e luminosa».
Il prezzo è in linea con i valori di mercato: nel piano seminterrato è in vendita un bilocale alla stessa cifra.

È la prova definitiva che An svendette l'immobile avuto dalla contessa Annamaria Colleoni. Eppure Gianfranco Fini sostenne il contrario quando il Giornale portò alla luce lo scandalo nell'estate 2010. L'allora presidente della Camera registrò un videomessaggio in cui disse che «il valore stimato era di circa 230mila euro». In appena sette anni quel valore ha subito un'impennata pazzesca: tutto merito della ristrutturazione? Fini tentò di ironizzare: «Non è una reggia anche se sta in un principato». E fingendo meraviglia ammise che la Printemps Ltd gli fu presentata da Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, la sua compagna.

«Con il senno di poi mi si può rimproverare una certa ingenuità», disse la terza carica dello stato. Altro che ingenuità: fu un vero regalo alla Printemps e a chi stava dietro quella società offshore . Il cognato di Fini è un semplice affittuario, si disse. In realtà era il regista dell'operazione, come hanno documentato atti del governo di St Lucia e ha accertato la procura di Roma ipotizzando il reato di truffa. Tulliani seguì la ristrutturazione come fosse il proprietario e ora, stando a Oggi , si occupa anche della vendita.

Il cognatino ha una seconda casa a Montecarlo in Avenue des Citronniers 2 , Palais Mirabeau , a poche decine di metri dal casinò, dieci minuti a piedi da Boulevard Princesse Charlotte e non lontano da Avenue Dunant dove si trova l'agenzia immobiliare Mirage. Abita in una zona prestigiosa, vicina al mare e con vista sulle strade dove si corre il Gran premio di Formula 1.