giovedì 22 gennaio 2015

Un corso di islam per i sacerdoti milanesi

Sabrina Cottone - Gio, 22/01/2015 - 07:00

Sacerdoti a lezione di Islam, per una conoscenza seria del Corano, della Sunna, della Sharia, del tema complesso dei matrimoni misti.
 
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Nella speranza che approfondire ciò in cui credono i musulmani, e i modi spesso diversi con cui lo mettono in pratica, aiuti a salvarci dal fanatismo e dalla violenza. La prima lezione ieri mattina, nel Salone degli Archi della parrocchia di Santa Maria Incoronata, in corso Garibaldi. A scuola cinquantuno persone: oltre ai preti, anche numerosi laici, responsabili delle attività in carcere e nelle scuole.

«A tutti interessa sapere di più. Riflettere sulla violenza che arriva dall'Islam, certamente per condannarla, ma soprattutto per studiare vie di uscite, ci sembra la strada migliore» spiega don Giampiero Alberti, responsabile dell'iniziativa e del Cadr, il Centro ambrosiano di dialogo con le religioni. Dieci incontri di due ore e mezza, per confrontarsi con ciò che è diverso e evitare che diventi nemico. I musulmani che vivono a Milano sono circa centomila. Ma a colpire è soprattutto il numero di bambini di fede islamica che frequentano gli oratori della Diocesi: uno su quattro. Cifre che fanno riflettere sull'urgenza di trovare percorsi condivisi.

Un'iniziativa in sintonia con le parole dell'arcivescovo, Angelo Scola, che sabato scorso, a un convegno su Paolo VI, ha insistito sul bisogno di riflessione per uscire da questo uso della violenza «in nome di Dio», mantenendo il rispetto dell'Islam, perché esistono «differenti Islam». Gli interrogativi aperti sono molti: «E qui ci devono ovviamente soccorrere molto gli islamici stessi: molti di essi sono tra di noi, ci devono far capire le loro storie, le loro tradizioni, e noi dobbiamo insistentemente interloquire con loro».

Don Alberti si fa forte di venticinque anni di esperienza di dialogo «che ha già dato alcuni frutti». Agli ultimi due appuntamenti saranno invitati a parlare alcuni imam di Milano «per chiedere loro che cosa insegnano ai loro giovani per portarli alla fede». Teoria ma soprattutto pratica: «Vogliamo aiutare le coppie miste nel discernimento, a fare scelte mature e serie, conoscendo le difficoltà e sapendo che possono essere profezia per gli altri».

Un obiettivo non facile, in un momento in cui a prevalere sono differenza e paura. E il timore che la situazione degeneri è forte. Paura giustificata? Don Alberti non ha dubbi: «Certamente è giustificata. Ma la cosa più importante adesso è metterci noi subito, adesso, a fare qualcosa. Sono incontri per sacerdoti, ma facili e accessibili a tutti». Prossimi appuntamenti il 28 gennaio, 4, 11 e 25 febbraio, 4, 18 e 25 marzo, 8 e 15 aprile.

Il sindaco che "cita" Mussolini: "Sparare ai delinquenti? Un diritto"

Ivan Francese - Gio, 22/01/2015 - 11:00

L'opposizione di centrosinistra insorge contro il primo cittadino di Vailate, nel Cremonese: "Mai sottovalutare l'intolleranza"

Una foto di Mussolini sul profilo del sindaco, con tanto di pseudo-citazione inneggiante alla violenza: "Difendere la famiglia non è reato. 




Sparare ai delinquenti è diritto di ogni italiano!" Queste le parole attribuite al Duce nell'immagine pubblicata su Facebook dal sindaco di Vailate (Cremona), Paolo Palladini.

Uno scatto che ha suscitato le ire dell'opposizione di centrosinistra in consiglio comunale. La minoranza ha sottoscritto una lettera aperta indirizzata al centrodestra e la lista civica "Muoviamoci" ha chiesto la rimozione della foto del Duce. "È dovere di ogni rappresentante istituzionale ed in primis del sindaco evitare di sottovalutare i fenomeni di violenza e di intolleranza", spiega il consigliere dell'opposizione Lorenzo Ravizza.

Nella vignetta pubblicata il 28 dicembre sul profilo personale del sindaco Palladini si fa riferimento a una rapina in villa avvenuta in Abruzzo ad opera di alcuni stranieri. Da qui la citazione attribuita a Mussolini in cui si invoca il diritto all'autodifesa.

Patente sospesa a gay, la Cassazione condanna la pubblica amministrazione a un maxirisarcimento

La Stampa

“Vero e proprio comportamento omofobico intollerabilmente reiterato” nei confronti di un giovane che si era dichiarato omosessuale alla visita di leva.

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C’è stato «un vero e proprio comportamento omofobico» oltre che «intollerabilmente reiterato» da parte della pubblica amministrazione nella vicenda della patente sospesa a un giovane che si era dichiarato gay alla visita di leva. Per questo la Cassazione ha disposto che il ragazzo discriminato riceva un congruo risarcimento.

A giudizio della Terza sezione civile della Cassazione - sentenza 1126 - sono troppo pochi i 20 mila euro cui il ministero dei Trasporti e quello della Difesa sono stati condannati dalla Corte d’appello di Catania nel 2010. Per questo gli `ermellini´ hanno disposto il rinvio del caso, per riquantificare al rialzo il risarcimento, del giovane siciliano che aveva chiamato in causa le due amministrazioni per violazione della privacy e discriminazione sessuale.

Nel 2001 il giovane, D. M. G. all’epoca ventenne, si era sottoposto alla visita medica di leva all’ospedale militare di Augusta, e lì aveva dichiarato di essere omosessuale. Era stato esonerato dal servizio e qualche mese dopo la Motorizzazione civile di Catania gli aveva notificato il provvedimento di revisione della patente di guida, richiedendo una nuova visita medica di idoneità. Il provvedimento era stato disposto per effetto della comunicazione dell’ospedale militare per verificare l’esistenza dei requisiti psico-fisici alla guida.

Il ragazzo si rivolse quindi al tribunale chiedendo un risarcimento di mezzo milione di euro. Il giudice di primo grado aveva accolto l’istanza, disponendo però un risarcimento più basso, di 100mila euro. Con l’appello dei due ministeri, la corte catanese aveva ancor più ridotto la cifra abbassandola a 20mila euro, ritenendo «esorbitante» la somma riconosciutagli in primo grado, dato che la discriminazione sessuale e la concorrente violazione della privacy - ad avviso dei magistrati di secondo grado - «si erano risolte unicamente nell’apertura delle procedura di revisione della patente», e l’illegittima violazione sarebbe «rimasta circoscritta ad ambito assai ristretto». Per questo «non vi era stato pubblico ludibrio» e la vicenda era rimasta «riservata».

Il caso ebbe rilievo sulla stampa, dopo che lo stesso giovane lo aveva denunciato mostrando tra l’altro il certificato con la diagnosi, «disturbo dell’identità sessuale», in base al quale era stata avviata la pratica.

Nel riaprire il caso affinché la vittima ottenga un equo risarcimento e non una `miseria´ rispetto a quanto patito, la Cassazione bacchetta la decisione d’appello. «Nonostante il malaccorto tentativo della Corte territoriale di edulcorare la gravità del fatto, riconducendola ad aspetti endo-amministrativi», è innegabile - scrive la Suprema Corte - che «la parte lese sia stata vittima di un vero e proprio (oltre che reiterato) comportamento di omofobia». È quindi certa «la gravità dell’offesa», fatto rilevante per la quantificazione del danno.

Circum, la rivolta dei ferrovieri per non lavorare

Il Mattino

di Francesco Gravetti


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NAPOLI - «Macchinisti e capitreno controllori dei ticket nelle ore di lavoro non utilizzate». È bastato l'annuncio del programma aziendale di riorganizzazione della produttività per riportare la fibrillazione, anzi, la tensione in casa Circum. «Controllore a me?». Peggio di una bestemmia deve essere risuonata la scelta. Come se non esistesse la crisi. Come se non ci fosse stato il rischio in questi anni di finire senza stipendio con la Eav che arranca per far quadrare i conti, salvare i posti rendendo produttive aree del personale che sono fuori dal circuito delle nuove esigenze di resa.

Alla fine del piano di ricerca Circum si è trovata un anno fa 40 dipendenti che per certificazione medica, indiscutibile, per carità, sono idonei solo a lavori di ufficio. Altri 13 invece inidonei a tutto. Allora, quelle due ore di disponibilità nell'arco di sette e mezza sono sembrate un pozzo a cui attingere per cercare di arginare il fenomeno del mancato pagamento del biglietto. Tanto è bastato per rimettere tutto in fibrillazione, con la prospettiva di paralisi nelle stazioni come è successo da due anni a questa parte. Insomma, aleggia lo spettro degli ostacoli per il servizio e dei disagi per i viaggiatori.

giovedì 22 gennaio 2015 - 03:24   Ultimo agg.: 11:02

Nel 2030 i musulmani in Italia saranno 3 milioni

Francesco Curridori - Gio, 22/01/2015 - 14:17

Secondo il Centro antiterrorismo israeliano il più a rischio è il Nord Italia

Nel 2030 gli immigrati musulmani in Italia saranno 3 milioni. A dirlo è uno studio del Centro internazionale antiterrorismo israeliano elaborato con la collaborazione di Michele Groppi, che ha aggiornato uno studio del 2011 presso l’ICT di Herzliya, che ha raccolto i dati sull’immigrazione italiana e ha visto che queste cifre potrebbero raddoppiare nel giro dei prossimi anni.



I musulmani nei prossimi anni potrebbero registrare un incremento del 102% arrivando al 5,4% dell’intera popolazione nazionale.

Nel 2013, il 6,6% del totale dei bambini nati in Italia sono di fede islamica pari al 42% delle nascite dei cittadini stranieri e nel 2014 gli stranieri provenienti da Paesi musulmani sono stati circa 1.650.000, pari al 33% del totale degli stranieri e al 2% della popolazione italiana. A questi si aggiungono i 60-70.000 italiani convertiti, (pari al 4-5% della popolazione musulmana). Rispetto al 2011 i musulmani sono cresciuti del 5% equivalenti a oltre 71mila unità.

“I musulmani in Italia - si legge nel rapporto - sono divisi su linee culturali, politiche e religiose. Stati stranieri, moschee ed organizzazioni culturali competono per avere una loro rappresentanza e status quo. Il risultato è una miriade di organizzazioni sparse per tutto il Paese”. “Tale frammentazione – spiegano dal Centro internazionale antiterrorismo - incide sulla rappresentanza istituzionale dell’Islam ed il suo rapporto con lo Stato italiano, con cui, a causa della costante competizione tra loro, le maggiori organizzazioni islamiche non hanno ancora trovato un’intesa”.

La comunità musulmana è composta al 58% da uomini ma dal 2011 a oggi le donne hanno registrato una crescita maggiore. La metà dei cittadini musulmani presenti in Italia sono del Nord Africa, prevalentemente da Egitto, Tunisia e dal Marocco da cui proviene la seconda più grande comunità musulmana in Italia (454.773 persone, 29% dell’intera comunità islamica), dietro solo a quella albanese (495.709 unità, 32% totale).

Nel Nord Italia si concentra la maggior parte dei musulmani: in Lombardia (26,5% del totale dei musulmani), Emilia-Romagna (13,5%), in Veneto e in Piemonte (9%). Sempre nel Nord si trovano il maggior numero di moschee, soprattutto quelle considerate ad alto rischio. E dai 2001 a oggi sono state arrestate circa 200 persone accusate di terrorismo. A rischio sono soprattutto Milano, Napoli e Bologna. Nel capoluogo lombardo sono state arrestate 106 persone su 200 (20 fermi solo nel 2007), a Napoli e a Bologna rispettivamente il 12% e il 10% dei terroristi.

Valle D’Aosta, Emilia-Romagna e Liguria - rispettivamente col 42%, 39% e 37% - vantano le percentuali maggiori di cittadini musulmani se messe a confronto con il resto della popolazione straniera. L’Emilia-Romagna vanta, poi, il tasso percentuale maggiore di musulmani in rapporto al totale della popolazione in quanto 4,7% dei suoi abitanti è di fede islamica. In termini assoluti le provincie di Milano, Roma, Brescia, Bergamo e Torino contano il maggior numero di residenti provenienti da Paesi musulmani. Nella provincia di Milano sono quasi 120.000, (44.981 egiziani), in quella di Roma quasi 90.000 (32.245 del Bangladesh) e in quella torinese 53.007 (27.626 marocchini).

Ecco la verità sui rapporti tra le ragazze e i loro rapitori

Fausto Biloslavo - Gio, 22/01/2015 - 08:13

Dubbi sui tempi nel caso di Greta e Vanessa, "innamorate della rivolta" e partite per la Siria. Il Copasir: nuove norme per chi va in Paesi a rischio

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«Le due ragazze erano delle “innamorate” della causa siriana, ma non corrisposte dai gruppi armati anti Assad, che le hanno usate», spiega una fonte al Giornale , dopo l'audizione sul rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli presso il Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica (Copasir).

Ieri mattina è intervenuto il direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, che unifica gli sforzi dei servizi segreti, l'ex ambasciatore Giampiero Massolo.Il gruppo che ha tenuto in ostaggio le due ragazze lombarde fin troppo vicine alla guerriglia siriana, è sempre stato lo stesso. Una specie di costola criminale di Al Nusra, la propaggine di Al Qaida in Siria. «Avevano già rapito otto occidentali, compreso un americano rilasciato di recente. Forse all'inizio le ragazze pensavano ad un giochino con i sequestratori, ma poi il sequestro è diventato lungo e serio», spiega la fonte del Giornale .

Durante il rapimento sono giunte diverse prove dell'esistenza in vita delle italiane ed in tutta la vicenda siamo stati aiutati dai servizi alleati. L'inchiesta dell'autorità giudiziaria è coperta dal segreto istruttorio e molti dettagli non sono stati rivelati per questo motivo.

Dopo aver sentito l'audizione il deputato di Scelta Civica, Paolo Vitelli, si è chiesto «perché Greta e Vanessa sono entrate in Siria illegalmente, mentre il loro accompagnatore no?». Il riferimento è al giornalista del Foglio , Daniele Raineri, che è sempre andato in Siria con i ribelli, ma in maniera più attenta scampando al sequestro. «Perché tempi così brevi tra il loro ingresso in terra siriana e il rapimento, quasi a sottintendere che non si sia trattato solo di un sequestro ad opera di un'organizzazione criminale, ma di un'operazione pianificata a tavolino?», si chiede Vitelli evidenziando i punti oscuri.

Ed infine aggiunge: «La necessità del massimo impegno di tutte le istituzioni affinché si chiariscano subito tutti i termini della vicenda “rapimento”, che potrebbe causare ulteriori danni, in primis il rischio di emulazione, oltre a quello forse già procurato alla casse dello Stato». L'audizione ha confermato che le ragazze portavano aiuti ai civili, ma pure ai ribelli, compresi i kit sanitari «mimetici».

Per evitare ulteriori sequestri di volontarie e attivisti fai da te il Copasir «concorda sull'urgenza di approvare nuove disposizioni normative che regolamentino la presenza di cittadini italiani nelle zone ad alto rischio e più delicate del mondo, anche in termini preventivi». Il Comitato parlamentare ha pure sottolineato la necessità di «un significativo aumento delle risorse da mettere a disposizione del Comparto intelligence al fine di poter assumere nuovo personale da impiegare fin da subito nelle operazioni più delicate». I fondi dovranno servire anche «per nuove attrezzature informatiche e tecnologiche tali da permettere i migliori risultati possibili nel contrasto al cyberterrorismo».

Sul fronte dei volontari della guerra santa il Giornale ha scoperto, che l'altra ragazza italiana partita per la Siria, oltre a Maria Giulia Sergio, è diventata da poco maggiorenne. Padre italiano della zona di Treviso e madre tunisina, ha deciso di arruolarsi quando non aveva ancora 18 anni. Il cambiamento è avvenuto dopo la separazione della madre tornata in Tunisia. La ragazzina è rientrata in Italia per studiare completamente radicalizzata e con il velo integrale. Poi è sparita verso la Siria e lo stesso genitore ha denunciato la scomparsa della figlia nella spirale jihadista.



Il mistero della chat del migliore amico siriano di Greta e Vanessa

Libero

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Il nome con cui si è registrato sui social network è di pura fantasia:Maxemiliano Maximo. Di lui si sa che viene dalla città siriana di Homs e che sulla rete di conversazioni chat di Paltalk, la più utilizzata dal mondo arabo, si fa chiamare “Abu Victor Shamia”. Da tempo è probabilmente il migliore amico siriano di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due volontarie il cui rapimento si è felicemente concluso grazie al probabile pagamento di un riscatto versato dal governo italiano a un gruppo aderente ad Al Qaeda.

Nella rete è restata traccia delle sue conversazioni con le ragazze, di cui c’è evidenza fotografica insieme a molti post-preghiera in ricordo dei “martiri” di Homs. Lo stesso profilo FB di Abu Victor Shamia riporta come immagine identificativa un biglietto commovente scrittogli in inglese a caratteri stampatello un momento difficile da Greta. Come ha spiegato a un amico arabo che gliene chiedeva l’origine, lei lo consolava: “Soffrendo molto, Dio ci ama più di quel che ci immaginiamo. Diffondi amore, dai pace. Il meglio deve ancora venire, riceverai grandi cose. Non sentirti solo, perchè Dio è qui. E anche io sono qui”.

A consolare il ragazzo siriano aveva pensato anche Vanessa. Lui ha postato una conversazione chat avuta con lei su FB. Anche in questo caso per l’amico siriano ci sono parole tenere. Vanessa gli dice di non potere “paragonare le mie sofferenze alle tue. Ma voglio solo farti sapere che c’è gente come me che vorrebbe realmente prendere metà del tuo dolore e condividerlo, soffrire insieme ed essere forti insieme, perchè la gente siriana è come la mia famiglia e ora ho gli occhi pieni di lacrime mentre scrivo…”. Nella foto postata è indicato solo l’ora di trasmissione del messaggio di Vanessa: le 23 e 43, e l’indicazione della provenienza della chat: era un messaggio personale su facebook.

L’amico siriano però l’ha postato il 9 novembre scorso, quando da più di tre mesi Vanessa era nelle mani dei rapitori. Il post ha subito attirato l’attenzione di altri amici siriani delle due ragazze, desiderosi di sapere la data di quel messaggio: proveniva dalla prigionia? Era a quelle sofferenze che si riferiva Vanessa? E se no, perchè renderlo pubblico in quel momento, a tante settimane dal rapimento? Abu Victor Shamia agli amici non ha risposto. Ma dopo che mercoledì 21 gennaio sul quotidiano Libero sono stati citati sia il biglietto di Greta che la chat di Vanessa, ha ripulito il suo profilo FB. La foto del biglietto di Greta è stata sostituita da una con un tulipano arancione. La chat con Vanessa e le reazioni degli amici sono state in fretta furia cancellate dal profilo alle 10 del mattino. Quando probabilmente qualcuno dall’Italia lo ha avvisato. Il mistero così è ancora più grande.



Greta e Vanessa, le cattive compagnie via chat che le hanno fregato

Libero
22 gennaio 2015


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La procura di Roma ha confermato, come aveva scritto Libero domenica scorsa, di avere aperto un fascicolo sulla rete dei siriani del bolognese, collegato al rapimento avvenuto proprio in Siria di quattro giornalisti italiani nell'aprile 2013. È in quel fascicolo che sono contenute le intercettazioni dei Ros che avevano pizzicato al telefono con i siriani di Bologna anche Greta Ramelli. I magistrati hanno fatto sapere che il fascicolo non ha al momento indagati, e che quindi non lo è nemmeno il pizzaiolo siriano Mohammed Yaser Tayeb, titolare della “L’è bon da mat” di Anzola dell’Emilia.

Una volta esclusa la sua iscrizione nel registro degli indagati, lo stesso Tayeb - che aveva parlato con Greta del kit di primo soccorso che le ragazze portavano ai combattenti siriani nella missione in cui poi sono state rapite - ieri ha tenuto a dire: «Sono un siriano incensurato che dallo scoppio della repressione in Siria si è adoperato per aiutare la popolazione civile duramente perseguitata dal regime di Bashar Al Assad.

Non sono colpevole di alcun reato, se non quello di aver resistito e di essermi opposto ad un regime sanguinario unicamente aiutando la popolazione civile siriana più sfortunata di me che ho avuto il privilegio di vivere in Italia». A proposito di un altro dei “ragazzi siriani” del bolognese - lo studente della scuola di ingegneria e architettura della università di Bologna, Maher Alhamdoosh, che fece da interprete ai giornalisti italiani rapiti con lui nel 2013, è stata resa pubblica anche la precisazione della onlus Time4Life per cui lavorava.

Ad intervenire, dopo un articolo di Libero, è stata la presidentessa italiana della Ong, Elisa Fangareggi. Prima ha precisato di non avere mai aiutato quel ragazzo ad accreditarsi alla Farnesina o presso altre amministrazioni pubbliche come interprete, poi ha preso nettamente le distanze da Maher: «Time4Life si è avvalsa per ragioni organizzative e di traduzione, dell’apporto come volontario del signor Maher Alhamdoosh fino al marzo 2014.

Da quel momento, per divergenze di natura organizzativa e una volta venuto meno il rapporto di minima fiducia con lui sono terminati tutti i contatti e qualsiasi rapporto fra il direttivo di Time4Life, il signor Maher e i suoi collaboratori al campo di Baba el Salam». Parole pesanti, se si pensa che chi oggi le pronuncia, la Fangareggi, negli anni scorsi girava le scuole della provincia bolognese spesso insieme ad Alhamdoosh per coinvolgere gli studenti nel dramma della Siria.

Non c’è dunque poca confusione sulla rete di rapporti attraverso cui Greta e Vanessa avevano organizzato il loro viaggio clandestino in Siria. È la procura di Roma ad indagare, così come è sempre avvenuto per tutti i casi di sequestri di cittadini italiani all’estero. La vecchia informativa dei Ros è già allegata al nuovo fascicolo, proprio per le intercettazioni telefoniche che dimostrano come fu organizzato quel viaggio. Ma gli inquirenti hanno avuto l’impressione di una grandissima leggerezza e ingenuità delle due ragazze nell’organizzazione del loro viaggio attraverso una rete di persone che consideravano "amiche", pure avendole incontrate

al massimo una volta in un precedente viaggio e in alcuni cosi conosciute esclusivamente attraverso i social network. Non sarà facile indagare, perchè questa rete siriana di Greta e Vanessa poggiava soprattutto sulle fila della resistenza ad Assad nella città di Homs, dove si mischiava un po’ di tutto: la resistenza degli universitari e degli abitanti della zona, arruolati e armati alla bell’e meglio nell’Esercito libero siriano, e gruppi fondamentalisti islamici in vari modi collegati ad Al Qaeda (non all’Isis).

Uno degli amici di facebook delle ragazze citato domenica in un servizio su Libero, Yahya Alhomse, dirigente del Fronte Al Nusra nella città di Homs, deve essere stato avvisato di quanto scritto, perché in fretta e furia ha tolto la foto di Bin Laden che identificava il suo profilo. Ma è in quella impalpabile rete che oggi si inizia ad indagare con tutte le difficoltà del caso. E’ possibile che ci fossero rapporti di amicizia vera, come sembra essere quello che entrambe le ragazze avevano con un ragazzo siriano islamico che non rivela la sua identità sui social network (dove si è registrato come Maxemiliano Maximo e con nome arabo Abu Victor Shami).

Sia Greta che Vanessa si sono molto legate a lui, che celebra ogni giorno i martiri islamici della resistenza, e che sul proprio profilo ha come immagine proprio un biglietto scritto in stampatello da Greta, che lo consola spiegandogli che Dio è con lui e lei pure. Il ragazzo però ha postato il 9 novembre scorso anche una chat tenuta con Vanessa che dice di non volere «paragonare le mie sofferenze alle tue.

Ma solo farti sapere che c’è gente come me che vorrebbe realmente prendere metà del tuo dolore e condividerlo, soffrire insieme ed essere forti insieme, perchè la gente siriana è come la mia famiglia e ora ho gli occhi pieni di lacrime mentre scrivo...». Un post che ha stupito perfino gli altri amici siriani che gli hanno chiesto, senza avere risposta: «Ma quando te l’ha scritto?». E che ora interessa gli inquirenti come tutta la rete di amicizie di Homs.

di Fosca Bincher

Arturo e il Supercanguro

La Stampa

massimo gramellini


Provo a mettermi nei panni di una persona non particolarmente interessata al racconto del potere (chiunque faccia un mestiere diverso dal politico o dal giornalista). Questa persona, chiamiamola Arturo, accende il computer sul lavoro, se ne ha ancora uno, e in tutti i principali siti di informazione trova scritto a caratteri cubitali: «Italicum, sì al Supercanguro». Immagino che Arturo oscillerà tra perplessità e smarrimento. Chi è Italicum? Ed è davvero tanto importante che abbia detto sì al Supercanguro? La sera, tornato in famiglia, se ne ha ancora una, compulsa freneticamente i telegiornali e vede occhi torti e volti disfatti che si insultano come al solito ma con insolita partecipazione emotiva, come se stavolta si trattasse veramente di vita o di morte. Arturo apprende che Italicum è un mostro mutante.

E infatti ha appena cambiato nome, diventando Espositum. «Espositum!», ripetono voci ansiose dentro lo schermo. «Gotor!», gridano altre, e con ogni probabilità deve trattarsi di un manga giapponese o di un’esclamazione sacra, pronunciata in una lingua della Terra di mezzo nota soltanto a Tolkien. Arturo è scosso soprattutto dal sovraffollamento degli scranni parlamentari. Quando si discuteva di terrorismo o disoccupazione erano desolatamente vuoti, mentre per il Supercanguro c’è il pienone. Come è potuto accadere? L’illuminazione gli arriva durante il monologo di un sottosegretario: e se il Supercanguro fosse il marito della Supercazzola?
Proprio così, Arturo, e purtroppo hanno fatto molti figli.

Gli ebrei romani (e i carabinieri) a caccia della biblioteca trafugata

Corriere della sera

di Paolo Conti

Nel 1943 la razzia nazista per documentare la «civiltà scomparsa». Perse le tracce di 7 mila volumi. Il sospetto che siano ancora tutti insieme, forse nell’Est

 

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ROMA - «I o sono convinta che lo straordinario tesoro costituito dalla biblioteca della nostra Comunità non sia andato distrutto. E che sia ancora chiuso in chissà quale deposito. Ora il nostro compito è rintracciarlo. Ci vorrà tempo. Ci vorranno energie umane ed economiche. Ma ci riusciremo».
La storia
Alessandra Di Castro, raffinata antiquaria romana (l’attività di famiglia risale al 1878 e il suo negozio affaccia su piazza di Spagna), storica dell’arte, dirige da due anni il Museo ebraico di Roma. Ovvero il luogo che testimonia le radici della Comunità degli ebrei romani, radicata a Roma prima ancora della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, che nel 1943 subisce l’atroce rastrellamento del 16 ottobre: 1.259 deportati nei campi di sterminio. Ne torneranno appena 16, di cui una sola donna. E nessun bambino.
Nel Museo Ebraico fra gli antichi libri sacri della comunità
Nel Museo Ebraico fra gli antichi libri sacri della comunità
Nel Museo Ebraico fra gli antichi libri sacri della comunità
Nel Museo Ebraico fra gli antichi libri sacri della comunità
Il sequestro
La ferita mortale inferta alla Comunità ebraica dai nazisti nel 1943 non è solo umana, solo di sangue e di vite. Il 30 settembre negli uffici della Comunità si presentano due ufficiali nazisti che analizzano e mettono sotto sequestro sia i 7 mila pezzi storici della biblioteca della Comunità sia il fondo del Collegio rabbinico italiano.
L’unità speciale
Non sono ufficiali qualsiasi: sono Pohl e Grunewald, studiosi di filologia semitica, membri dell’Err, l’ Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg , unità speciale incaricata di saccheggiare materiale di interesse culturale e politico nei Paesi occupati. Forse già conoscono l’importanza di quella miniera di sapere. Devono collaborare a uno dei folli progetti del regime nazista, la futura documentazione di una «civiltà scomparsa», quella ebraica destinata a perire con la Endlösung der Judenfrage , la Soluzione finale della questione ebraica, ovvero la Shoah.

Il 14 ottobre arrivano i facchini della ditta di trasporti Otto e Rosoni per un primo carico dei libri, che si conclude il 23 dicembre. Il fondo del Collegio rabbinico riappare fortunosamente nel 1949, grazie alla Missione Italiana per le Restituzioni diretta dal quel formidabile intellettuale-detective che fu Rodolfo Siviero. Dei 7 mila volumi della Comunità chiusi in due vagoni partiti da Roma si perdono le tracce. Ne restano solo 25, tra cui un magnifico codice di T orà e Haftarot del XVI secolo. Erano chiusi in una cassaforte e oggi sono gelosamente protetti nel Museo ebraico.
La biblioteca
Cosa conteneva la biblioteca? Lo sa bene la studiosa Serena Di Nepi, storica moderna a La Sapienza, autrice del saggio Sopravvivere al Ghetto , edito da Viella: «Un patrimonio unico, messo insieme nel primo Novecento quando vennero riunite le diverse raccolte delle antiche Cinque Scole con la costruzione del Tempio maggiore. Manoscritti miniati romani del XIII secolo, incunaboli, edizioni veneziane cinquecentesche, almeno il 25% della produzione totale dei famosi stampatori Soncino, volumi arrivati a Roma dalla Spagna e scampati ai roghi dell’Inquisizione spagnola prima e poi di quella romana, Talmud e testi cabalistici, edizioni del primo ‘500 provenienti dalla Istanbul musulmana e risalenti all’unico periodo in cui fu permesso nella città di stampare testi ebraici». Manca un catalogo per una ragione storica legata all’atavico timore della Comunità ebraica romana di certificare i beni librari: risale al 1553, quando Paolo III Farnese ordinò il rogo delle copie del Talmud e di tutti i libri in ebraico.
La commissione
Nel 2002 il governo italiano istituì una Commissione speciale per il recupero che svolse una minuziosa e preziosissima indagine, stabilendo contatti con studiosi di mezzo mondo ma senza approdare a risultati. Nel 2009 il documento conclusivo raccomandava il proseguimento delle indagini e delle ricerche. Così ha deciso di fare oggi il Museo ebraico di Roma. Domenica 25 gennaio Alessandra Di Castro annuncerà al Jewish Heritage Museum di New York, durante una giornata di studi organizzata dal Primo Levi Center, la ripresa delle ricerche in collaborazione col Comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale.
Le casse chiuse
Dice Alessandra Di Castro: «Intendiamo coinvolgere centri di studi, università, collezionisti privati. Abbiamo segnalazioni di volumi conservati in due importanti università americane, che potrebbero essere romani. Così come dobbiamo approfondire voci su intere casse ancora chiuse nell’area ex sovietica, tra Kiev, Minsk e Mosca. Non sappiamo dove arrivarono i due vagoni partiti da Roma con i nostri libri. Ma non è da escludere che siano finiti nelle mani degli allora sovietici quando liberarono i territori occupati dai nazisti. Il materiale può essere riconoscibile sia per il timbro della nostra Comunità sia per l’abitudine tipicamente ebraica di annotare a mano i volumi, lungo gli anni e i secoli».
La caccia
Scrive nella sua relazione Serena Di Nepi: «Con l’eccezione di due volumi “sospetti” conservati al Jewish Theological Center di New York e di un volume clamorosamente ricomparso ad Amsterdam nel 2006, nessun altro volume è emerso né in collezioni pubbliche o private né sul mercato librario. Ciò induce a credere che la biblioteca si trovi da qualche parte, ancora tutta insieme e probabilmente nelle mani di qualcuno che ne intuisce il valore».

22 gennaio 2015 | 08:26

Corona, la perizia della difesa: «In carcere ora rischia la psicosi»

Corriere della sera
di Giuseppe Guastella

Giovedì la richiesta di domiciliari: «Personalità narcisista, i farmaci non bastano più». All’ex paparazzo, rinchiuso nel carcere di Opera, restano da scontare 6 anni e 8 mesi

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Chiuso nella sua cella nel carcere di Opera Fabrizio Corona rischia di avvilupparsi in una psicosi dalle conseguenze imprevedibili che si aggrava sempre di più e che finora è stata tenuta a freno solo dai farmaci che gli sono stati somministrati e dai trattamenti psicologici ai quali è stato sottoposto. Per questo oggi l’ex re dei paparazzi chiederà al Tribunale di sorveglianza di Milano la detenzione domiciliare, di continuare, cioè, a scontare a casa o in una comunità di trattamento i sei anni e 8 mesi di carcere che deve ancora fare.

È una perizia a confermare quello che chiunque sospettava dopo aver assistito per anni agli scatti d’ira e alle «mattane» di Corona, capace di litigare con qualsiasi agente di polizia che si «permetteva» di fermarlo per strada mentre invariabilmente guidava senza patente, o di pagare in autostrada un benzinaio con banconote false dopo aver fatto il pieno alla sua Bentley fiammante e riconoscibilissima, e tutto mentre era sotto processo per reati molto gravi.

La perizia è stata depositata in Tribunale dai suoi legali, gli avvocati Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra, ed è firmata dal dottor Riccardo Pettorossi, specialista in psichiatria dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano, il quale, dopo aver visitato Fabrizio Corona e aver consultato la sua cartella clinica, conclude che l’ex re dei paparazzi ha una personalità «narcisistica» e «borderline». Il primo disturbo lo fa sentire superiore alle altre persone dalle quali ha bisogno di essere ammirato e per le quali non ha quasi alcuna sensibilità; il secondo gli fa provare emozioni eccessive e variabili.

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Corona, a parere del perito, vive la sua vita in un quadro complesso che fonda le radici in parte nella sua costituzione genetica e in parte nel suo vissuto, facendolo galleggiare in una situazione che in carcere gli causerebbe disturbi d’ansia con attacchi di panico e depressione, acuiti e amplificati dopo due anni in cella dove non può gratificare se stesso con gli eccessi, la grandiosità e l’assenza di vincoli e controlli. Tutti elementi che, sottolinea il perito, sono stati delineati anche dai medici di Opera che hanno già sottoposto Fabrizio Corona a trattamenti specifici.
 
Il primo campanello d’allarme è scattato la scorsa estate, quando il Tribunale di sorveglianza dichiarò inammissibile la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali perché il reato principale tra quelli per i quali Corona stato condannato, l’estorsione aggravata a colpi di foto compromettenti ai danni del calciatore Trezeguet, impedisce la concessione di questo beneficio. Su questo punto la difesa, con l’avvocato Ignazio La Russa, parlamentare di Fratelli d’Italia ed ex ministro della Difesa, ha anche fatto domanda di grazia «parziale» al presidente della Repubblica. Corona ha cominciato a non uscire più dalla sua cella, a chiudersi in se stesso, a interrompere perfino gli esercizi in palestra ai quali non rinuncia mai. In continuazione accusava i giudici di avercela con lui, di odiarlo e di accanirsi contro di lui.

I medici decisero che dovesse essere tenuto sotto controllo a vista dalla polizia penitenziaria in regime di «grande sorveglianza», quello riservato a chi rischia di suicidarsi, prescrivendogli anche farmaci «antipsicotici» e trattamenti psicologici che sono ancora in corso e che hanno migliorato leggermente le sue condizioni. «Sta male, sono preoccupato» ha dichiarato di recente don Antonio Mazzi, pronto ad accoglierlo nelle strutture della sua Fondazione Exodus, le stesse che hanno ospitato in passato Lele Mora, l’amico dei tempi d’oro. «Ho paura che possa perdersi del tutto», ha detto la madre, Gabriella Corona. Per curare la «malattia» che avrebbe attaccato la psiche di Corona, dice il dottor Pettorossi, l’unica strada è «scollegarlo» dal circuito carcerario. La parola ai giudici.

22 gennaio 2015 | 07:21

Ufo, X-Files aeronautica Usa ora on-line: 701 casi restano un mistero

Il Mattino


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Oltre 130mila pagine di documenti declassificati sugli Ufo sono ora disponibili online. Il tutto grazie ad un appassionato dei misteri americani, John Greenewald, il quale per anni ha continuato a bombardare di richieste l'aeronautica militare perchè fossero pubblicate. I documenti del cosiddetto "Project blue book" - riferite a notizie sull'avvistamento di Ufo e altri 'oggetti extraterrestrì registrate dall'aeronautica - sono ora visibili in un database online e si basano su almeno 12.618 avvistamenti registrati fra il 1947 e il 1969 nella base aerea dell'Ohio.

Di questi, almeno 701 rimangono 'non identificatì. Anche se i documenti non fanno luce sugli avvistamenti Ufo, non cancellano comunque il fascino sulle teorie di cospirazione che anche il telefilm 'X-Files' ha contribuito ad alimentare. «La gente è sempre colpita da queste storie», ha detto Greenewald. I documenti di 'Project blue book' sono sempre stati disponibili presso gli archivi di Washington, ma questa è la prima volta che la collezione completa declassificata è disponibile su un database. Una delle cose che forse scontenterà i fan è il fatto che nei documenti si fa solo un breve cenno a Roswell.

La cittadina situata nel deserto nel New Mexico è considerata la capitale americana degli Ufo a causa di un misterioso incidente avvenuto nel 1947 - un oggetto caduto dal cielo immediatamente sequestrato dai militari - che ha fatto nascere miriadi di teorie sul ritrovamento di alieni extra-terrestri. Un caso insabbiato dai militari Usa, accusati anche di cover-up, secondo le teorie di cospirazione.

giovedì 22 gennaio 2015 - 10:16   Ultimo agg.: 11:00

EBay in crisi, taglia 2.400 posti di lavoro

Il Mattino


(Teleborsa) - Nonostante ieri il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, abbia annunciato la rinascita dell'America, la crisi continua a colpire duramente.
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Questa volta tocca al colosso statunitense, eBay che ha annunciato l'intenzione di ridurre la forza lavoro del 7%, pari a 2.400 posti, nei primo trimestre dell'anno. Il sito di aste online ha anticipato inoltre che intende esplorare alcune opzioni strategiche, tra cui una vendita o un'IPO. ”Guardando avanti al 2015 semplificheremo le strutture organizzative per focalizzarsi maggiormente sul business ed essere pronti per competere e vincere”, ha detto eBay in una nota. Lo scorso settembre il gruppo ha annunciato la separazione da payPal, il servizio di pagamenti online.

Quanto ai conti, il quarto trimestre si è chiuso con un utile netto di 1,11 miliardi di dollari, pari a 90 cent per azione, rispetto ai 1,06 miliardi dello steso periodo di un anno prima. Il giro d'affari è cresciuto del 9% a 4,92 miliardi. Poco brillante l'outlook: eBay si attende per i primi tre mesi del 2015, vendite comprese tra 4,35-4,45 miliari inferiori alle stime degli analisti che hanno indicato un giro d'affari per 4,71 miliardi.

giovedì 22 gennaio 2015 - 10:10   Ultimo agg.: 10:22