lunedì 2 febbraio 2015

Google Earth Pro diventa gratuito

La Stampa
andrea nepori

La versione a pagamento del servizio, è diventata gratuita. Il programma, che offre funzioni avanzate pensate per i professionisti, costava 399 dollari all’anno.

Google Earth Pro, versione potenziata del famoso software di rendering geografico, è sempre stata alla portata di pochi, principalmente aziende, professionisti, università o istituzioni scientifiche. In cambio di un abbonamento da 400 dollari all’anno si potevano stampare immagini ad alta risoluzione, misurare edifici in 3D o registrare video HD dei propri voli virtuali. Funzioni esclusive che dalla fine della settimana scorsa sono alla portata di tutti.

“A partire da oggi un numero maggiore di persone potrà avere accesso a Google Earth Pro: lo rendiamo disponibile gratuitamente”, scrive Stafford Marquart, Product Manager di Google Earth Pro, nel post sul blog ufficiale di Google Maps con cui l’azienda di Mountain View ha ufficializzato la decisione. 

Google Earth Pro permette inoltre di localizzare in automatico le immagini georeferenziate (GIS) importate nel software, di visualizzare dati demografici e sul traffico, di mappare simultaneamente più punti e di misurare l’area reale di un poligono o di un cerchio disegnato sulla mappa. 
Gli utenti che avevano sottoscritto un abbonamento non dovranno fare nulla, potranno continuare ad utilizzare Google Earth Pro senza rinnovare il pagamento annuale. Tutti gli altri possono scaricare il software dal sito ufficiale e attivarlo con una chiave che si può ottenere previa registrazione gratuita al servizio

Google Earth, nato nel 2004, è il frutto dell’acquisizione strategica di Keyhole Inc., azienda finanziata dalla CIA che commercializzava il software con il nome di Earth Viewer 3D.

Il governo, i magistrati e il (vero) pericolo nel pasticcio delle ferie

Corriere della sera
di Luigi Ferrarella

Al di là dei giudizi sulla sua bontà, l’obiettivo di tagliare il periodo di inattività delle toghe è stato tradotto dall’esecutivo in un decreto legge scritto in modo da avere risultati contraddittori. E che va riformulato

Il testo o la testa: l’ordine impartito da una legge è descritto da ciò che sta nel testo della legge o da ciò che sta nella testa del legislatore? Il muro contro muro tra governo e magistrati sulla riduzione delle ferie dei togati, che dopodomani approderà al Csm per una indicazione definitiva agli uffici giudiziari, rischia di compromettere qualcosa di più generale e ben più importante delle impuntature decisioniste del governo o dei riflessi corporativi delle toghe: minaccia il senso stesso delle leggi, insidia la certezza che il loro contenuto precettivo sia ricavabile dal loro testo secondo i canoni interpretativi fissati dalle Preleggi, anziché dall’oracolare ricerca di una presumibile volontà del legislatore dedotta da indicatori estranei al testo di legge come interviste tv, conferenze stampa, dichiarazioni postume.

Appropriato o demagogico che lo si ritenga, infatti, dall’estate scorsa il governo intende ridurre le ferie dei magistrati da 45 a 30 giorni, che è cosa diversa dal periodo di sospensione feriale dei termini dei vari provvedimenti (anch’esso ridotto di 15 giorni), che a sua volta è cosa diversa dal periodo di sospensione delle udienze ordinarie, che a sua volta è cosa diversa dalla chiusura degli uffici giudiziari che in realtà d’estate non avviene mai per le attività urgenti, i turni, gli arresti, i processi con detenuti o a rischio prescrizione, le «direttissime». Si può discutere all’infinito di quanto ridurre di 15 giorni le ferie dei magistrati sia utile o ininfluente, solo simbolico o persino controproducente rispetto all’obiettivo dichiarato di incrementare la produttività di tribunali e procure, tanto più se la riduzione non viene coordinata con una rivisitazione dell’architettura dei depositi dei provvedimenti in scadenza.

Ma una volta che questa è la volontà del governo, l’impasse nasce dal fatto che uno sbrigativo decreto legge l’ha tradotta in un testo che fallisce l’obiettivo perché, invece di modificare direttamente la norma sulle ferie, in un altro tessuto normativo ha aggiunto un articolo 8 bis «dopo l’articolo 8». Il risultato è che, se ci si attiene al testo nel quale dunque gli articoli 8 e 8 bis coesistono, le ferie dei magistrati ordinari resterebbero di 45 giorni, e solo quelle dei magistrati fuori ruolo scenderebbero a 30.

L’esito sarebbe paradossale, visto che invece l’intenzione del legislatore di ridurle per tutti i magistrati a 30 giorni era ed è chiara nella relazione che accompagna il decreto, nei comunicati, nelle conferenze stampa, nelle slide e nei tweet, ai microfoni tv. Per venire incontro a questa volontà per così dire materiale, non basterebbe però soltanto forzare il testo formale così tanto da far finta di considerare normale una simile svista legislativa: si dovrebbe anche sposare una interpretazione larghissimamente teleologica ispirata da ardite «istanze di razionalità ed economicità dei mezzi giuridici», e cioè si dovrebbe dare valore alla circostanza che l’articolo 8 bis, voluto dal governo, peggiorerebbe l’efficacia dell’ordinamento giudiziario qualora non comportasse anche l’implicita abrogazione dell’articolo 8.

Solo che questa controversa ipotesi di abrogazione implicita (promossa a sorpresa dal parere dell’Ufficio studi del Csm, bocciata dalla proposta della VII commissione Csm, e rimessa dopodomani al giudizio finale appunto del plenum Csm) contrasta con l’articolo 15 delle Preleggi, che contempla che le norme siano abrogate solo «da leggi posteriori per dichiarazione espressa del legislatore, o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti »; e contrasta con l’articolo 12 che prevede che, se la norma è completa, «non si può attribuire alla legge altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse».

Ma soprattutto, persino a prescindere dal caos determinato dall’accoglimento della prevedibile pioggia di ricorsi delle toghe al Tar e al Consiglio di Stato, per il sistema sarebbe devastante l’idea che l’abrogazione implicita di una norma si possa far discendere non dall’esistenza di un’altra regola incompatibile con essa, ma da una generica presuntiva sensazione postuma del legislatore, espressa altrove rispetto al testo di legge, e relativa a un indefinito rischio che la disciplina di una certa materia sia indebolita dalla coesistenza di due norme vergate dal legislatore stesso.

Se dunque il governo ritiene irrinunciabile il taglio delle ferie dei magistrati, per non sfasciare il sistema ha una strada maestra: riscrivere senza svarioni le due righe della legge. Un rimedio che avrebbe già potuto attuare mesi fa, se durante l’iter di conversione del decreto legge non avesse ignorato l’allerta proveniente dall’Ufficio studi della Camera e contenuta anche in un emendamento correttivo mai messo ai voti.

lferrarella@corriere.it
2 febbraio 2015 | 10:05

Margherita Hack, il caso della badante unica erede

Corriere della sera
di Giusi Fasano

Il suo testamento modificato dal marito. Lei avrebbe voluto lasciare soldi agli animalisti

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Pare di vederla, l’«amica delle stelle». China su un foglio intestato al Dipartimento di Fisica dell’Università a scrivere il testamento: «Lascio tutto il patrimonio mobiliare e immobiliare...». Era il 2003. Margherita Hack aveva 81 anni, dieci ancora da vivere. Nel 2011 aggiunse a quel testamento poche righe per nominare (oltre a suo marito Aldo De Rosa) nuovi eredi, fra i quali tre associazioni animaliste di Trieste, la sua città. Soldi all’Enpa, al gattile, al rifugio Astad. Disposizioni da eseguire «alla morte mia e di Aldo», scrisse la scienziata, poiché finché lui fosse vissuto avrebbe avuto «la piena proprietà» di tutto.

Ma le cose, alla fine, sono andate diversamente e i desideri dell’astrofisica sono diventati carta straccia. Un giallo. Perché chi li ha conosciuti non riesce a credere che il compagno di una vita abbia potuto tradirla così. Il suo amatissimo Aldo, morto a settembre del 2014, ha lasciato tutto (quindi anche i beni avuti in eredità da lei) a Tatjana Gjergo, la donna considerata da sempre la badante di Aldo e Margherita. Lei, Tatjana, si è sempre ritenuta molto più di una badante, come spiegava al Piccolo che in questi giorni ha ripescato un’intervista rilasciata quando Margherita morì: «Fra noi c’era un lungo rapporto di affetto e amicizia», disse Tatjana. E ancora: «Considerava me e mia figlia parte della famiglia e sto cercando di rispettare il suo desiderio di stare vicino ad Aldo».

È stata lei stessa a presentarsi dal notaio con il nuovo testamento di Aldo: erede unica, con buona pace degli animalisti che avevano sempre avuto il sostegno di Margherita, nota vegetariana. «Non mangio carne perché amo gli animali e li rispetto» aveva ripetuto lei mille volte. Un argomento che suo marito conosceva fin troppo bene e che rende inspiegabile questo ignorare le volontà sui contributi animalisti, piccole somme (poche decine di migliaia di euro) rispetto all’ammontare del patrimonio che comprende proprietà immobiliari e depositi per oltre 500 mila euro. E adesso, gli esclusi affidano alla stampa locale la loro amarezza: «Non era quel Margherita avrebbe voluto».

2 febbraio 2015 | 08:48

Macché badge: l’azienda che innesta un microchip ai dipendenti

Corriere della sera
di Elmar Burchia

Inserito tra pollice e indice, serve per aprire porte, fotocopiare documenti o pagare il caffè al bar. E’ impiantato su base volontaria

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Macché badge, chiavi o codici di sicurezza: a Stoccolma, in Svezia, i dipendenti entrano in ufficio grazie a un microchip impiantato sottopelle. Un trasmettitore per l’identificazione a radiofrequenza (RFID) grande come un chicco di riso e «iniettato» nella mano. Come funziona? Basta sfiorare la mano vicino ai lettori sparsi qua e là e le porte si spalancano. Di più: è anche possibile azionare la fotocopiatrice o pagare il caffè al bar.
Tra pollice e indice
Succede all’Epicenter di Stoccolma, un grande complesso di uffici che lavora nel settore high tech. Il reporter della Bbc, Rory Cellan-Jones, è andato a vedere come funziona la nuova frontiera della tecnologia indossabile. Per il suo servizio, il giornalista si è fatto innestare sotto la cute un chip Rfid. Un intervento di pochi minuti e quasi indolore (si installa tramite una siringa tra pollice e indice). Ebbene, con una semplice alzata di mano l’impianto permette di aprire le porte d’ingresso, di sicurezza e quelle degli uffici. Ma pure l’ascensore e la fotocopiatrice aziendale. Le possibilità di utilizzo sono numerose: il chip può sbloccare ogni tipo di dispositivo, dal computer allo smartphone fino alla bici. Presto sarà possibile pagare pure il panino o il caffè al bar. Nel complesso nel centro di Stoccolma entreranno a breve circa 700 dipendenti. E a loro verrà chiesto se vogliono o meno essere chippati. Per capirci: il chip in questione è simile a quelli impiantati negli animali domestici.
Comodità e complotti
«Oggi è tutto un po’ caotico, abbiamo bisogno di PIN e password - non sarebbe più facile toccare tutto semplicemente con una mano», ha spiegato Hannes Sjoblad, a capo della società svedese BioNyfiken, che ha impiantato i chip ai dipendenti dell’Epicenter. Aggiunge: «Vogliamo comprendere a fondo questa tecnologia prima che grandi aziende e governi vengano da noi e ci dicano che tutti dovrebbero essere chippati - il chip dell’ufficio delle imposte, il chip di Google e il chip di Facebook». Al momento pare che non tutte le persone all’interno dell’Epicenter siano entusiaste all’idea di farsi impiantare il microchip. «Assolutamente no», ha detto un giovane dipendente al giornalista della Bbc. Questi strumenti, leggibili a distanza con la tecnica delle radiofrequenze, sono da sempre oggetto di una serie di angosce (riguardo la privacy e la sorveglianza onnipresente) e di tante teorie cospirative che su Internet circolano parecchio.

1 febbraio 2015 | 12:51

Forza Nuova contro le moschee, il questore vieta il raduno

Ivan Francese - Lun, 02/02/2015 - 10:18

"Troppo alto il rischio di scontri con i centri sociali". E il questore vieta il corteo di Forza Nuova. Ma la sinistra viene lasciata libera di sfilare

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La questura di Milano ha vietato il raduno convocato da Forza Nuova per questo pomeriggio alle 17.30 davanti a Palazzo Marino per protestare contro la decisione di Pisapia di aprire nuove moschee all'ombra della Madonnina.

Troppo alto il rischi di incidenti, hanno stabilito dagli uffici di via Fatebenefratelli: collettivi e centri sociali di sinistra avevano indetto una contromanifestazione per la stessa ora, sempre davanti al Teatro alla Scala. "Forza Nuova chiama tutti i milanesi che ancora considerano Milano la propria terra – si poteva leggere nell’annuncio dell'associazione di estrema destra – al presidio indetto lunedì 2 febbraio davanti a Palazzo Marino per dire no alla moschea a Milano. Alzeremo al cielo le bandiere col simbolo dei nostri fratelli cristiani massacrati in Iraq, Siria e Nigeria".

Mentre il raduno della destra è stato vietato, il presidio dei centri sociali si terrà lo stesso, questo pomeriggio alle 16.30 sotto le finestre del sindaco Pisapia. Il clima in città è già teso da diversi giorni. Sabato mattina uno studente del liceo scientifico Leonardo da Vinci è stato aggredito da tre militanti di Lotta Studentesca, associazione vicina proprio a Forza Nuova. Che ora protesta contro la censura ravvisata nella decisione del questore ambrosiano:

"Tutti, da destra a sinistra a piangere l’assalto alla libertà di parola ed espressione – scrivono i ragazzi di Fn sul loro gruppo Facebook – a fare moine all’islam 'moderato' o a dire: 'Fate le moschee, ma vi riempiamo di burocrazia', ma il presidio di Forza Nuova davanti Palazzo Marino non s’ha da fare. Lunedì quindi tutti tranquilli. Il tempo è galantuomo e ci darà il modo e lo spazio per tornare in piazza."