martedì 3 febbraio 2015

Uffici pubblici, cambia la foto del Presidente: che fine farà il ritratto di Napolitano?

La Stampa
francesco olivo

L’Istituto poligrafico dello Stato ha già scattato la foto del nuovo Presidente, la tiratura sarà decisa dal ministero dell’Economia. Ecco come i Comuni gestiranno l’avvicendamento

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La lunga permanenza sul Colle di Giorgio Napolitano ha, oggi, una ricaduta pratica negli uffici pubblici. Il dilemma, non grave, ma non di complessa soluzione, è questo: cosa fare con le foto istituzionali del presidente uscente affisse nelle sedi istituzionali? Si buttano? Si archiviano? Una regola non esiste e si procede in ordine sparso, d’altronde è passato molto tempo dalla rimozione dell’immagine di Ciampi e quasi nessuno si ricorda il destino di quelle foto.

L’Istituto poligrafico e zecca dello Stato, poco dopo l’insediamento, ha inviato un fotografo al Quirinale per immortalare il nuovo inquilino del Colle. Poi la foto verrà scelta, autorizzata, firmata e, solo in ultimo momento, stampata. La tiratura sarà stabilita dal Ministero dell’Economia (che copre le spese), gli uffici principali la riceveranno per posta, gli altri (le scuole e le università, ad esempio) la potranno acquistare alla Libreria dello Stato. Esporre la fotografia ufficiale non è un obbligo di legge, ma una consuetudine, talvolta messa in discussione dai partiti (la Lega, soprattutto: «Basta culto della personalità»). 

Negli uffici pubblici, intanto, sono certi di una sola cosa: la cornice resterà la stessa. «Stiamo risparmiando su tutto, mi sembra il minimo», rispondono da cerimoniale del Comune di Torino, dove, in attesa di una decisione ufficiale, si prevede di conservare soltanto la foto presente nella stanza del sindaco e non quelle sparse per gli uffici. A Bologna, mentre si aspettano i nuovi scatti di Mattarella in posa, hanno deciso di non buttare quelli di Napolitano:

«Anche perché nella stanza del sindaco non c’è la foto classica, ma quella della visita che il Presidente fece a Bologna qualche anno fa. Per noi è un bel ricordo e lo custodiamo volentieri». A Trieste sono già pronti per la novità: «Ho chiamato stamattina la nostra sede a Roma per sapere quando arriva la foto di Mattarella – racconta il capo del cerimoniale della Regione Friuli, Claudio Sardo - Quelle vecchie? Francamente non vedo il motivo di conservarle. Qui teniamo soltanto quelle di tutti i presidenti della Regione». 

Tutto il contrario di quanto avverrà al Consiglio regionale del Lazio, dove la foto di Napolitano, insieme a quella dei predecessori, verrà incorniciata e affissa in una sorta di galleria istituzionale in una sala antistante l’ufficio del presidente Daniele Leodori. A Milano sono netti: «Qui non si butta mai via niente – spiegano da Palazzo Marino, sede del Comune – figuriamoci la foto di Napolitano, sarebbe uno sgarbo, verrà archiviata». «Noi le teniamo tutte, è pur sempre un senatore a vita – rispondono dall’efficiente cerimoniale di Palazzo Vecchio a Firenze –, il sindaco Nardella la terrà in un cassetto. La cornice resterà la stessa, è molto bella, di radica». 

Quei guerriglieri che arrivano con le carrette del mare

Francesco Alberoni - Lun, 02/02/2015 - 16:01

E' una vergogna che l'Europa non abbia mai affrontato il problema degli immigrati


Il grande sociologo francese Gaston Bouthoul nel suo libro Le guerre ci dice che è sbagliata la nostra idea secondo cui la società è normalmente in pace ed entra in guerra a causa di pericoli e minacce. Le guerre ci sono perché ci sono molti maschi giovani aggressivi a cui piace la lotta e sono pronti a seguire demagoghi e capi che danno luogo a rivolte, guerre e rivoluzioni.

Oggi in Cina e in Russia i giovani sono pacifici perché rigorosamente inquadrati. In Europa perché organizzati in scuole e imprese, negli Stati Uniti perché hanno uno sfogo nell'esercito. Ma vi sono zone, in Africa ed in Asia, in cui vivono trecento milioni di giovani senza uno Stato forte e disciplinato che li educhi alla pace. È da lì che sono usciti gli islamisti del Boko Haram e quelli che fanno massacri nelle Filippine, nel Pakistan, in Afghanistan, in Somalia, in Irak, nello Yemen, in Egitto, in Libia, nel Maghreb.

In Italia, negli ultimi anni, sono arrivati duecentomila giovani maschi provenienti da quelle aree. Li vediamo scendere dalle carrette del mare: sono alti, forti robusti, orgogliosi. Non credo che fra di loro ci siano combattenti dell'Isis, ma si vede che sono potenzialmente dei guerrieri. Dovrebbero essere messi subito al lavoro, istruiti, inseriti in un sistema disciplinato e autorevole. Ma il nostro Paese è debole, in recessione. Perciò molti restano senza lavoro, ai confini della legalità. Non parlano la nostra lingua, non leggono i nostri libri, non conoscono la nostra storia, disprezzano la nostra cultura, non ci stimano, non ci amano, diffidano di noi e alla fine si organizzano attorno alla moschea dove creano una «patria islamica». E qualcuno va col califfo delle bandiere nere.

È una vergogna che le nazioni europee non abbiano mai affrontato il problema delle migrazioni mediterranee. La Libia e la Turchia ne hanno addirittura fatto uno sporco affare. Gli Stati europei e quelli mediterranei dovevano accordarsi per vigilare le coste, esaminare chi arriva e stabilire delle quote per sesso, religione, età, gruppo etnico. E poi organizzare l'accoglienza. Invece niente, inerzia totale.

Mattarella presidente: un'ammucchiata con feriti

Alessandro Sallusti - Dom, 01/02/2015 - 17:09

I voti a Mattarella non sono frutto di adesione convinta a un candidato irresistibile, ma figli di paure e intrighi di partito 

Onore al nuovo presidente. Ma non è vero -– come dicono i numeri - che Sergio Mattarella, nel segreto dell'urna, ha ottenuto una maggioranza ben più ampia di quella dei proponenti, cioè della sinistra tutta, dai renziani ai comunisti.



Il centinaio e passa di voti che si sono aggiunti non sono infatti un atto di adesione convinta a una presunta candidatura irresistibile, ma figli di paure e intrighi di partito. Hanno avuto paura di perdere il posto al sole Alfano e la maggioranza dei suoi. Hanno avuto paura di dover chiudere anzitempo l'avventura del Nazareno – potenzialmente foriera di buone cose – i deputati e i senatori di Forza Italia che hanno – almeno ufficialmente, forse Berlusconi sapeva e ha lasciato fare – disobbedito all'ordine di votare scheda bianca. Quella che ha eletto ieri Mattarella è la quarta maggioranza che convive sotto lo stesso tetto. La prima è quella di governo (Pd e centristi), la seconda è quella per le riforme del Nazareno (Pd e Forza Italia), la terza è quella che ha proposto Mattarella (Pd più ala sinistra), la quarta – che ha eletto il presidente – è una ammucchiata informe.

Del resto non poteva che essere così. E tanta bolgia non è casuale. Questo Parlamento è stato dichiarato illegale dalla Corte costituzionale (quindi da Mattarella stesso) che ha cassato la legge elettorale con la quale è stato eletto; la sua maggioranza si regge quindi su 140 deputati del Pd abusivi perché entrati con il premio di maggioranza e la sua composizione è frutto di tradimenti del mandato elettorale da parte di un pezzo di Forza Italia oltre che di un consistente gruppo di grillini. Se aggiungiamo che il presidente del Consiglio non è stato eletto ma ha scalzato con la forza e l'inganno un premier, Enrico Letta, che a sua volta non aveva titoli per stare lì, ecco che non possiamo certo parlare di un trionfo della democrazia.

Il bilancio dell'elezione di ieri è il seguente: Renzi si è messo nelle mani dei comunisti che già avanzano pretese di incidere sul governo, il partito di Alfano – alleato di governo - esce a pezzi e in molti preparano la valigia, Forza Italia – alleata di riforme - sbanda e non è chiaro come si posizionerà nelle prossime settimane. Matteo Renzi esulta, secondo lui tutto questo è un grosso successo. Lo sconfitto – a suo dire – sarebbe Berlusconi, il quale peraltro ha gareggiato con la palla al piede della limitazione della libertà personale e politica. Non per pregiudizio, ma fatichiamo a capire. Ormai il premier ha esaurito alleati e amici da tradire. E a quel punto rimarrà solo. Le mogli insegnano che quando il marito le tradisce possono anche fingere di ignorare, sopportare e pure recitare la parte delle stupide per convenienza economica e sociale. Ma perdonare mai. E alla prima occasione sanno vendicarsi, fino a spennare il pollo fedifrago. E Renzi – da sinistra a destra – di mogli abbandonate ne ha collezionate una quantità.

I rom rubano la luce a Roma

Francesco Curridori - Mar, 03/02/2015 - 10:20

I rom rubano il rame e parte del Grande Raccordo Anulare è priva di illuminazione da mesi


Roma ai rom? È di ieri la proposta di Francesca Danese, assessore alle politiche sociali al Campidoglio, di impiegare i nomadi per la raccolta differenziata dei rifiuti.
Z63
“C'è un problema di riconciliazione con la città - ha spiegato l'assessore al termine di una visita al centro d'accoglienza Best House Rom - li accusano di essere quelli che vanno rubare e invece dobbiamo fare un lavoro diverso, ridisegnare le politiche dell'accoglienza, parlare con le persone, vedere quali sono i loro bisogni. Sono molto bravi nel recuperare i rifiuti e i materiali in disuso - ha aggiunto - sarebbe importante riuscire a dare loro la possibilità di fare un lavoro per la comunità e per la città di Roma, prendendo questi rifiuti e selezionandoli”.

Una proposta lodevole per alcuni ma che lascia interdetti i tanti romani che vivono nelle periferie della Capitale (e non solo) e che si trovano a camminare in strade completamente buie a causa dei continui furti di rame da parte proprio dei rom, generando problemi di insicurezza.

Una situazione di degrado che perdura da mesi (in alcuni casi anche da anni), denunciata più volte dai concittadini che non mancano di manifestare contro la scarsa illuminazione, come avvenuto recentemente anche in quartieri non proprio periferici come Balduina, Montemario e Torrevecchia. Francesco Aracri, senatore di Forza Italia, e membro a Palazzo Madama della commissione trasporti e lavori pubblici, interpellato dal giornale.it, accusa apertamente la giunta Marino “che si prodiga per registrare le unioni civili e non muove un dito per la sicurezza dei cittadini e per offrire loro servizi adeguati e proporzionati alle altissime aliquote che versano nelle casse del Comune”. Il senatore mette in evidenza anche come pure il grande raccordo anulare versi in condizioni fortemente critiche e come “a nulla serva piangere i morti sul Gra in cui manca l’illuminazione da mesi, se poi non si mettono in atto misure adeguate”.

Sono, infatti, frequenti gli incidenti sul raccordo dove anche due giorni fa, a causa della forte grandinata che ha colpito Roma, ci sono stati dieci feriti. Come se non bastasse il maltempo è proprio la scarsa illuminazione il problema principale della grande arteria autostradale per via dei furti di rame compiuto dai rom in estate. Un’inchiesta di fine agosto di “Quattroruote” evidenziava il mancato funzionamento di metà dei lampioni che rende buia il Gra e il tratto sulla Roma-Fiumicino. Per quanto l’Anas si affretti a riparare i lampioni con nuovi cavi, spiegava il giornale specializzato, i ladri di rame riescono a colpire nuovamente eludendo le telecamere di sorveglianza per un totale di sei milioni di euro di danni solo nella Capitale.

Da agosto a oggi la situazione non pare essere cambiata di molto come dimostrano le continue lamentele dei romani che frequentemente denunciano il degrado sui social network e sui quotidiani romani, il Tempo e il Messaggero, ma anche sulle sezioni locali del Corriere della Sera e di Repubblica.

Mattarella, il fratello e quelle indagini dimenticate

Libero

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Con la schiena dritta». Eccola la formula più usata, dai sostenitori della sua candidatura al Quirinale, per descrivere Sergio Mattarella. «Un politico per bene», twittava il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Un ex popolare con un rigore morale, a leggere i ritratti comparsi sui giornali, La Repubblica in primis, da fare invidia a Oscar Luigi Scalfaro.

Nelle biografie ufficiali e non, Sergio Mattarella risulta avere un solo fratello: Pier Santi, l’ex presidente della Regione Sicilia assassinato a Palermo da Cosa Nostra il 6 gennaio 1980. In realtà il neo presidente della  Repubblica  di fratello ne ha anche un altro. Si chiama Antonino ed è balzato agli onori delle cronache alla fine degli anni Novanta nell’ambito di un’inchiesta della procura di Venezia per riciclaggio di denaro sporco e associazione mafiosa. Procedimento poi archiviato nel 1996 per mancanza di prove.

Le cronache dell’epoca consentono di ricostruire la vicenda. Secondo l’allora sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Andrea De Gasperis, citato dal Giornale di Sicilia del 18 ottobre 1999, Antonino Mattarella, insieme al commercialista trapanese «Giuseppe Ruggirello, avrebbe convogliato nella perla del Cadore (Cortina d’Ampezzo, ndr) un’ingente massa di soldi sporchi, riconvertendo in multiproprietà alcuni grandi alberghi».  Tra gli indagati ci furono anche Enrico Nicoletti, il «cassiere» della banda della Magliana, Riccardo Lo Faro, legale rappresentante della «Cortina Sport», proprietaria di una delle strutture acquisite (l’hotel Mirage), e un imprenditore di Frosinone, Mario Chiappisi. Indagine chiusa per mancanza di prove sulla presunta provenienza illecita del denaro.

A macchiare l’immagine di Sergio, invece, c’è la confessione di aver accettato, alla vigilia delle Politiche del 1992, un contributo elettorale di tre milioni di lire - sotto forma di buoni benzina - dall’imprenditore agrigentino Filippo Salamone, noto in Sicilia per essere vicino a Cosa Nostra.  Il padre di Pier Santi e Sergio, Bernardo, è stato pure lui in politica. Deputato per cinque legislature, oltre che uno dei leader della Dc siciliana nel Dopoguerra. Un ruolo di primo piano, alla guida della corrente morotea dell’isola, che emerge anche dalla relazione di minoranza che nel 1976 depositò in Parlamento l’allora deputato comunista Pio La Torre, assassinato a Palermo il 30 aprile 1982 per mano di Cosa Nostra.

Dal nonno al nipote. Il figlio di Sergio, Bernardo Giorgio, docente di Diritto amministrativo (all’università di Siena e alla Luiss di Roma), è capo dell’ufficio legislativo della Funzione pubblica al ministero della Pubblica amministrazione guidato da Marianna Madia. Quella Madia che è stata fidanzata con Giulio Napolitano, il figlio dell’ex presidente Giorgio.

Forse è anche in nome di questi legami che ieri Napolitano senior ha fatto per la prima volta il suo ingresso nell’Aula di Montecitorio nella nuova veste di senatore a vita. L’ex capo dello Stato non ha nascosto di tifare per l’elezione di Mattarella: "È persona di assoluta lealtà, correttezza, coerenza democratica, alta sensibilità costituzionale". Un endorsement in piena regola che testimonia l’attivismo di Napolitano per l’ascesa del giudice costituzionale - nominato alla Consulta dal Parlamento proprio sotto la sua presidenza - al Colle. «Io lo conosco bene, da quando era deputato», ripete il presidente emerito in Transatlantico prima di lasciare il Parlamento.

Tommaso Montesano

Qui il personale è residente» Il logo del Comune svizzero per non far lavorare gli italiani

Corriere della sera
di Claudio Del Frate, inviato a Claro

A Claro, in Ticino, un bollino pensato per aziende e negozi
Il sindaco: «Non è razzismo, ma trasparenza. Noi un modello»

 

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C’è chi considera etico certificare che i suoi prodotti hanno una provenienza «doc»; chi invece si fa vanto di lavorare rispettando l’ambiente. Nel comune di Claro da qualche giorno è titolo di merito per aziende e negozi dimostrare con tanto di «logo» da esporre a consumatori e clienti che tra i propri dipendenti ci sono residenti svizzeri e non manodopera importata dall’Italia. «Lo so, l’iniziativa inevitabilmente apparirà antipatica specie se vista da parte italiana. Ma noi l’abbiamo adottata in un’ottica di trasparenza. Il razzismo non c’entra niente»: Roberto Keller, sindaco di Claro, indossa la toga dell’avvocato del diavolo e prova a mettere ordine.

Il luogo, innanzitutto: Claro è un comune di 2.700 abitanti a nord di Bellinzona, sotto i primi contrafforti delle Alpi. Il confine italiano non è vicinissimo, una sessantina di chilometri, ma l’onda lunga del fenomeno che da un decennio sta trasformando il mercato del lavoro in Canton Ticino arriva fin qui. Anche nel 2014 il numero dei pendolari italiani che varcano ogni giorno la frontiera per lavorare accettando paghe più basse rispetto agli elvetici è cresciuto del 5,3%, sfondando il tetto delle 60 mila unità (nel 2001 erano la metà). E benché il tasso di disoccupazione ufficiale sia poco più del 4%, benché le imprese locali ripetano a ogni occasione che i lavoratori provenienti da oltreconfine sono indispensabili, la vulgata degli «italiani che rubano il lavoro» monta sempre più.

A Claro si sono inventati il marchio delle imprese «patriottiche», se così le possiamo chiamare. Il Comune ha lanciato una settimana fa una campagna in cui non solo invita le aziende di ogni settore a privilegiare residenti svizzeri nelle assunzioni ma anche a rivendicare la scelta esponendo un logo con la scritta «noi impieghiamo personale residente». Corollario: sul logo compare anche una sorta di pagella in cui l’imprenditore indica qual è la percentuale (da 20 a 100) di elvetici al lavoro nella sua azienda; sconti fiscali o altri premi non sono ammessi dalla legge, il titolo è puramente onorifico. Una sorta di «white list» commerciale, la definiscono in municipio, in contrapposizione alla «black list» dei Paesi considerati complici degli evasori fiscali in cui il governo italiano continua a includere la Svizzera.

«Il problema lavoro per noi era gravissimo ed è peggiorato dopo che franco svizzero ed euro hanno raggiunto la parità - racconta il sindaco Keller - ma si sa che di fronte a vantaggi di costo le imprese scelgono sempre di risparmiare. Però molte persone da tempo mi ripetono: sarei disposto a pagare merci o servizi qualche franco in più se almeno sapessi che vanno ad arricchire l’economia ticinese e non quella italiana. E così è nata l’idea della campagna a favore delle assunzioni locali. Claro è un comune piccolo, non sposteremo certo gli equilibri ma lanciamo un segnale: l’invito è destinato anche alle aziende dei centri più vicini al confine perché facciano altrettanto».

Obiezione scontata: un segnale del genere presta il fianco all’accusa di xenofobia... «Obiezione respinta - ribatte Keller - perché l’appello è ad assumere residenti, che non significa necessariamente svizzeri ma anche stranieri che vivono stabilmente in Ticino. È una questione innanzitutto di equilibrio: da quando il numero dei frontalieri è esploso sono nate storture nel mercato del lavoro. Ma anche di trasparenza: il negozio o l’azienda espone il logo e si assume il rischio, il cliente può fare la sua scelta. Non sta avvenendo la stessa cosa in Italia con i prodotti doc o la concorrenza sleale dei cinesi?».

I cinesi stavolta siamo noi, sono i lavoratori italiani che accettano impieghi in Svizzera per un salario più basso del 15-20% rispetto agli elvetici e che ormai sono arrivati a occupare un quarto dei posti di lavoro disponibili in Ticino. Il problema insomma tiene banco ben al di fuori dei piccoli confini di Claro: dopo la tempesta valutaria di due settimane fa i sindacati hanno cominciato a denunciare casi in cui gli imprenditori hanno decurtato la busta paga degli italiani (ultimo caso in un’azienda di autotrasporti); in più ieri si sono incontrati per la prima volta la presidente della Confederazione elvetica Simonetta Sommaruga e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Oggetto del vertice: la decisione svizzera di porre un tetto all’arrivo di immigrati e lavoratori stranieri così come stabilito dal referendum del 9 febbraio 2014.

La volontà popolare fa però a pugni con i trattati internazionali sottoscritti da Berna con Bruxelles e la soluzione è in alto mare. E allora non resta che affidarsi alle soluzioni «fai da te», come a Claro.

@cdelfrate
3 febbraio 2015 | 08:06

Monopoli festeggia gli 80 anni con un'edizione speciale, ricca di banconote vere

Il Messaggero
 di Stefania Piras

Monopoli festeggia gli 80 anni con un'edizione speciale, ricca di banconote vere


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Il Monopoli, il gioco da tavolo inventato da un disoccupato caduto in rovina dopo la crisi del 1929, festeggia 80 anni. Come? Da oggi solo in 80 scatole (sulle 30 mila dell' edizione francese) si troveranno banconote vere. Si possono vincere dai 150 ai 20 mila euro. “Abbiamo voluto creare un’operazione unica – ha detto all’AFP Florence Gaillard, numero uno del marchio Hasbro– quando abbiamo interpellato i francesi sono stati loro a dirci che avrebbero sognato di trovare banconote vere nelle scatole del Monopoly” La società che produce il famoso gioco da tavolo spera che si scateni la corsa per trovare la scatola fortunata.

Tra le 80 confezioni esposte negli scaffali francesi, 69 contengono cinque biglietti da 10 euro e altrettanti da 20. Una decina di scatole, invece, hanno cinque ciglietti da 20, due da 50 e una banconota da 100 euro. Ma una sola conterrà tutto il kit da perfetto monopolista con solo euro veri. Praticamente una piccola, vera banca per la gioia dei lanciatori di dadi che sognano di costruire in lungo e in largo e diventare gli ultimi “finanzieri” in partita dopo che tutti gli altri hanno fatto bancarotta. Nella scatola infatti ci saranno 20.580 euro ripartiti in 41 biglietti da 500 euro, e una banconota da 50, 20 e poi 10 euro.

In tutto ci sono 30 mila confezioni in commercio. L’ultima versione è il Monopoly vintage che si ispira all’edizione originale del 1935. Piccolissimo problema: le scatole colme di bigliettoni veri hanno fatto gonfiare impercettibilmente le scatole, ma hanno superato i test di fabbrica. Ora si tratta solo di scoprire dove sono. Il Monopoli è distribuito in 114 paesi e vende 500 mila scatole tutti gli anni.

Raspberry Pi, non solo Linux: la nuova versione del micro-pc funziona con Windows 10

La Stampa
dario marchetti

Con il doppio della memoria e un processore quad-core, il piccolissimo computer include una versione gratuita del nuovo sistema operativo Microsoft. E costa 35 dollari


Il mondo dei micro-pc è stato da sempre legato a doppio filo a quello di Linux, un sistema operativo aperto e facilmente modificabile, a disposizione di tutti gli smanettoni che usano Raspberry Pi e simili per realizzare progetti inediti. Ora però le cose stanno per cambiare: l’annuncio del nuovo modello Pi 2, disponibile da oggi in Rete a 35 dollari (circa 30 euro), non ha portato solo novità a livello hardware. Certo, una memoria RAM da 1GB, il doppio rispetto al modello precedente, e un processore quad-core ARMv7, che garantirebbe performance sei volte migliori, sono componenti che migliorano sensibilmente le possibilità d’uso del micro computer. Le porte USB rimangono quattro, così come la singola porta HDMI per trasmettere segnali video e audio.

Ma la novità più importante è quella della compatibilità con Windows 10, il prossimo sistema operativo sviluppato in casa Microsoft. “Negli ultimi sei mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con Redmond per portare Windows su Pi 2.”, si legge nel blog ufficiale di Raspberry. E non solo: la versione di Windows 10 sviluppata per il Pi sarà completamente gratuita per chi acquisterà il computer, nella speranza di iniziare a erodere lentamente il primato di Linux nel mondo dei makers e ampliare la possibile clientela di questo tipo di dispositivi. E anche se non è la prima volta che Microsoft punta sui computer tascabili, come dimostra il progetto Sharks Cove realizzato con Intel, regalare una copia di Windows 10 a tutti gli sviluppatori che acquisteranno un Pi 2 dimostra che la compagnia guidata da Satya Nadella non vuole farsi sfuggire questa fetta di mercato.

Dalla Panda alla Lancia Flaminia Cabrio: Mattarella sale al Colle con un simbolo italiano

Il Messaggero

E' la più prestigiosa delle vetture del Quirinale e viene tradizionalmente usata il giorno dell'insediamento per andare dall'Altare della Patria al palazzo presidenziale scortata dai corazzieri.

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ROMA - Gli italiani possono ammirarla soltanto per le grandi occasioni, come la Festa del 2 giugno e il giuramento del neo-presidente della Repubblica. Ormai la Lancia Flaminiacabrio Landaulet 335 è un simbolo della Nazione, come i Corazzieri o le Frecce Tricolori.

L'elegante modello che abbiamo imparato a conoscere e ad amare, soprattutto nel corso del doppio mandato di Giorgio Napolitano, sfilerà - tempo permettendo - domani per le vie di Roma accompagnando Sergio Mattarella nel tragitto che separa l'altare della Patria dal Quirinale. Quel che è certo è che le poche volte che esce dal garage del palazzo, la Flaminia è ammiratissima, e non potrebbe essere altrimenti. Si tratta di un gioiello carrozzato Pininfarina derivato direttamente dall'ammiraglia torinese nata nel 1957, realizzato nel 1960 secondo le specifiche indicazioni dell'allora capo dello Stato, Giovanni Gronchi.

Di questo emblema nazionale ce ne sono 47 esemplari. Ce n'è per tutti i gusti e per tutte le tasche, dall'esclusiva Flaminia Aurelia B24 Spider da oltre un milione di euro, rarissima e con tutti i requisiti per partecipare alla 1000 Miglia, alla Flaminia Appia III serie da 2.500 euro. Fra questi due modelli, ma sempre per pochi fortunati, l'elegantissima Flaminia Touring Gt convertibile superleggera da 170 mila euro, molto simile all'auto presidenziale e che è stata realizzata in soli quattro esemplari, due ancora a disposizione della presidenza della Repubblica.

Nel garage del colle più alto di Roma, molti esemplari delle icone della produzione automobilistica italiana. Ogni presidente amava dare un tocco personale al parco auto del Quirinale. Luigi Einaudi usava un'Alfa Romeo 1900 come del resto Antonio Segni che, però, fece arrivare diversi modelli Fiat, la 1300, la 1500 e la 1800. Il torinese Giuseppe Saragat usava soltanto le Fiat 130 mentre il napoletano Giovanni Leone un'Alfa Romeo 2500, marchio milanese ma di origini partenopee come il suo fondatore, l'ingegnere Nicola Romeo. Sandro Pertini amava la Maserati Quattroporte, mentre Oscar Luigi Scalfaro viaggiava a bordo di una Lancia Thema blindata, come Francesco Cossiga, il primo a rispolverare la mitica Flaminia per le grandi occasioni. Carlo Azeglio Ciampi riporta al Quirinale la Maserati Quattroporte, rigorosamente blindata e completa di ogni optional.

Churchill contro l'Islam: "È pericoloso per l'uomo come la rabbia per i cani"

Giovanni Masini - Lun, 02/02/2015 - 16:48

In uno scritto di inizio secolo, lo statista britannico attaccava la religione dei musulmani: "Se non ci fosse la Cristianità, la civilità occidentale collasserebbe"


"L'Islam? Per l'uomo è pericoloso quanto la rabbia per il cane": a dirlo fu un uomo tra i più celebrati genii politici e militari del XX secolo, Winston Churchill.
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Poco più di cent'anni fa il maggiore statista britannico del secolo scriveva, sull'Islam, parole talmente violente da venire autocensurate per tutti i decenni successivi. Era il 1899, e nella prima edizione della sua relazione della guerra tra anglo-egiziani e Sudan Mahdista ("The River War") i toni del futuro primo ministro di Sua Maestà britannica non potevano essere più espliciti - né più denigratorii:

"Quale maledizione si abbatte sui Maomettani! Oltre alla frenesia fanatica, che è pericolosa nell'uomo quanto la rabbia lo è per il cane, vige qui un'apatia fatalistica e timorosa. Abitudini sconsiderate, sistemi agricoli trascurati... tutto questo vige dove vi sia presenza o governo dei seguaci di Maometto. Una sensualità depravata priva la loro vita di ogni grazia e raffinatezza", scriveva Churchill.

Certo, concedeva, i musulmani "possono diventare splendidi soldati per la regina: a migliaia hanno dimostrato di saper morire. Ma - concludeva - l'influenza della religione ne paralizza ogni progresso sociale." Insomma, per Churchill l'Islam "è una religione di proselitismo militante, ma è anche la più grande forza retrograda al mondo. Se non fosse per la Cristianità, potenziata dalle armi della scienza - proseguiva lo statista - la civiltà dell'Europa moderna crollerebbe, proprio come è crollato a suo tempo l'Impero romano."

Parole molto nette. Tanto da venire censurate da ogni edizione successiva delle opere di Churchill e giudicate eccessive dal loro stesso autore: un'omissione che però non è sfuggita all'occhio vigile dell'inviato dell'Independent Robert Fisk, che nell'edizione di ieri del foglio britannico le ha riportate alla luce dal buio degli archivi.

D'altro canto che il politically correct non fosse nelle corde del vincitore della Seconda guerra mondiale è cosa nota: tuttavia, nella retorica per le celebrazioni del cinquantenario della morte (che è caduto il 24 gennaio), qualcuno, forse, aveva preferito dimenticarlo.

La doppia spia ebrea che ingannò i nazisti "liberando" Malta

Nicholas Farrell - Mar, 03/02/2015 - 08:18

Ingaggiato dai tedeschi, fece il doppio gioco a favore degli Alleati. Contribuendo al salvataggio dell'isola e alla sconfitta dell'Asse

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Uno degli 007 inglesi più importanti della Seconda Guerra mondiale fu un ebreo italiano nato a Genova nel 1902 che «salvò» Malta dai nazifascisti e che «fece vincere» Montgomery ad El-Alamein. La sua storia - basata su una ricerca approfondita compiuta negli archivi inglesi - ora è raccontata per la prima volta non da un fantasista qualunque, ma da uno dei maggiori storici dei servizi segreti britannici. L'autore si chiama Rupert Allason, ex deputato conservatore, il quale firma i suoi libri con lo pseudonimo Nigel West. Il libro, Double Cross in Cairo , è stato pubblicato l'11 gennaio scorso a Londra dall'editore Biteback.

Il James Bond ebreo del Mediterraneo, protagonista del libro, si chiamava Renato Levi, era figlio di un padre inglese e di un'attrice italiana, Dolores Domenici, la quale era la proprietaria dell'Hotel Select a Genova e dell'Hotel Miramare a Rapallo. Levi, educato in Svizzera, aveva un passaporto inglese grazie al padre, ed era anche un gran donnaiolo e un bon vivant . Scoppiata la Guerra, nel 1939 fu assunto in Italia come spia dai tedeschi, ma subito dopo si presentò ai servizi segreti inglesi tramite il Consolato inglese a Genova, rivelando tutto.

Così, diventò un double-agent , cioè: faceva finta di spiare per conto dei tedeschi quando in realtà spiava per gli inglesi. I tedeschi gli avevano dato il nome in codice «Roberto», gli inglesi invece lo chiamavano «Cheese» (formaggio), ovvero l'esca tradizionale usata per catturare i topi. Fu spedito prima a Parigi dai tedeschi, fino alla sconfitta della Francia nel maggio 1940, e quando tornò in Italia cominciò a lavorare anche per i servizi segreti italiani.

Nel febbraio 1941 i tedeschi lo mandarono dall'Italia in Egitto, al Cairo, dove si mise presto in contatto con i servizi segreti inglesi che decisero di sfruttarlo per creare una finta rete di spie allo scopo di ingannare i tedeschi e gli italiani. Si trattava, fra l'altro, di inventare un radio operator inesistente, chiamato Paul Nicosoff e una sua amante cretese, inesistente pure lei, nome in codice «Blonde Girl Moll». Nicosoff suona come «Knickers off», vale a dire: «cavati le knickers», cioè le mutande.

L'ufficiale dei servizi inglesi al Cairo che gestiva Levi e che aveva inventato questa finta rete di spie si chiamava Evan Simpson, prima della guerra lavorava come giornalista per il famoso settimanale inglese The Spectator ed era anche autore di alcuni romanzi. In un rapporto ai suoi superiori, Simpson scrisse a proposito di Levi: «È un bugiardo nato e capace di inventare qualsiasi storia falsa all'improvviso per evitare guai. Ama l'avventura e adora le donne. Questo lavoro gli dà la possibilità di viaggiare e di avere in tasca somme enormi di denaro che altrimenti non avrebbe mai».

Nella primavera del 1941, gli inglesi rimandarono Levi dal Cairo in Italia, dove però fu arrestato dagli italiani non perché ebreo, e neppure per le sue attività di double agent , bensì per le sue attività di contrabbando. Così fu incarcerato prima alle Isole Tremiti, e poi a San Severo, in Puglia, fino alla caduta di Mussolini, avvenuta nel luglio del 1943. Nel frattempo, però, la sua finta rete di spie era rimasta in piedi e né i tedeschi, né gli italiani si resero mai conto di nulla. Così, la rete di «Cheese» mandò all'Abwehr, il servizio d' intelligence militare tedesco, quasi 500 messaggi in codice - un record assoluto, per un double agent inglese - e secondo i tedeschi la rete «Cheese» fu la loro principale fonte di notizie in tutto il Medio Oriente.

L'attività principale della rete «Cheese» era l'inganno. In particolare, esagerava alla grande sui numeri delle forze britanniche presenti nel Nord Africa. «Grazie alla rete Cheese nel luglio del 1942, ad esempio, l'Asse credeva nell'esistenza di 14 divisioni britanniche immaginarie», scrive West. «L'Asse accettò tutte queste notizie come completamente attendibili. \ Di conseguenza, Rommel rimandò il suo assalto contro le forze britanniche nel Nord Africa fino alla fine di agosto 1942, quando ormai Montgomery aveva accumulato le forze necessarie per sconfiggerlo».

La rete «Cheese» - che diventò sempre più vasta, anche se di fatto inesistente - aveva anche persuaso i nazifascisti, nella stessa estate del 1942, ai primi di agosto, che un attacco britannico all'isola di Creta fosse imminente. Dopodiché gli italiani trasferirono gran parte della loro flotta da Malta a Creta il che consentì a un massiccio convoglio di navi inglesi di raggiungere Malta. Il convoglio, soprannominato Pedestal, consisteva in una trentina di navi della «Royal Navy» (fra queste c'erano anche quattro portaerei), che faceva scorta a una flotta di navi mercantili carica di petrolio, armi e alimentari.

L'operazione di depistaggio riuscì, e così Malta - e tutto il mondo libero - era salva. Ma a un costo altissimo: una ventina di navi inglesi furono distrutte (compresa una portaerei) e si contarono 400 morti. Chi controllava Malta, però, controllava tutta l'Africa del Nord, e anche l'Europa. Se ne rese ben conto Mussolini, a differenza di Hitler, ormai ossessionato com'era dalla Russia sovietica. La mancata conquista di Malta da parte dai nazifascisti fu un errore fatale per le sorti dell'Asse.

Allo stesso tempo Rommel, e per lo stesso motivo - cioè per paura di un'invasione nemica di Creta -, aveva deciso di lasciare gran parte delle sue truppe sull'isola greca, invece di portarle in Africa. Era stato ingannato pure lui dai messaggi radiofonici in codice spediti da «Cheese» all'Abwehr. Per lo stesso motivo, convinto dell'esistenza di tante divisioni di soldati inglesi in più in Egitto, rimandava la sua offensiva contro l'Ottava Armata britannica.

E così, con sempre meno benzina, grazie al controllo alleato del Canale di Sicilia tramite Malta, e con mezzi ridotti il destino di Rommel fu segnato. Quando attaccò finalmente gli inglesi alla fine di agosto 1942, loro nel frattempo si erano davvero rinforzati. Renato Levi, il quale aveva sposato un'australiana e aveva gestito la fabbrica di barche della sua famiglia a Bombay, in India, morì nel 1954, all'età di 52 anni, e il suo ruolo chiave nella Seconda guerra mondiale rimase ignoto. Evan Simpson, il giornalista-romanziere che gestiva la rete «Cheese» dal Cairo mentre Levi fu incarcerato in Italia, si era suicidato nel 1953, sparandosi in faccia con una doppietta. Lui pure morto nell'oblio totale.