giovedì 5 febbraio 2015

I tweet tra i risultati delle ricerche di Google

Corriere della sera

di Federico Cella

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Twitter ha stretto un accordo con Google per mostrare i tweet tra i risultati delle ricerche fatte sul web. Stando a quanto riferisce Bloomberg, citando fonti ben informate, dalla prima metà del 2015 i tweet inizieranno a comparire sul motore di ricerca non appena saranno postati dai 284 milioni di utenti del microblog, grazie a un’intesa che dà a Google l’accesso al database dei cinguettii. Con la mossa Twitter punta a incrementare il traffico e di conseguenza le entrate pubblicitarie.

Comparire tra i risultati delle ricerche su Google, infatti, dovrebbe consentire di portare più internauti sul microblog. Dal canto suo, la compagnia di Mountain View potrà indicizzare milioni di cinguettii non appena saranno pubblicati dagli utenti. Accordi simili tra le due compagnie erano già stati siglati nel 2009 e nel 2011, poi interrotti per la volontà di Twitter di mantenere il controllo sui suoi contenuti. Un maggiore traffico sul sito aiuterebbe Twitter ad attirare0 l’attenzione degli inserzionisti, obiettivo perseguito dal social network. La compagnia ha ha appena siglato una partnership con Flipboard e con Yahoo Japan grazie a cui i cinguettii sponsorizzati, chiamati `promoted tweet´, usciranno dal microblog e saranno visualizzati sulle piattaforme dei due partner.

(Ansa)

Lo scienziato e la cittadina vaticana La Procura chiude i gialli «storici»

Corriere della sera
di Fabrizio Peronaci

L’archiviazione sulla scomparsa del fisico catanese precede la conclusione di un’altra indagine pluridecennale, quella sulla «ragazza con la fascetta». Analogie e retroscena

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Le analogie - dando per scontate le ovvie specificità dei due casi - sono numerose: le scomparse di Ettore lo scienziato catanese e di Emanuela la figlia del messo pontificio hanno segnato periodi importanti del Novecento italiano; su entrambe ha aleggiato lo spettro di deviazioni e di oscure ragioni di Stato; sia per l’uno sia per l’altra si è fatta l’ipotesi di una segregazione in ambiente religioso, fosse esso un monastero in Calabria o un convento di clausura sperduto tra l’Alto Adige, il Lussemburgo e il Liechtenstein; in ambi i casi sono state offerte consistenti somme di danaro (30 mila lire da Mussolini, un miliardo dagli Orlandi) a chi fosse stato in grado di fornire notizie utili e decisive; le relative inchieste sono andate avanti per decenni.
Nessun indagato per Ettore, sei per Emanuela
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Ora, per un bizzarra coincidenza che forse proprio casuale non è, il caso Majorana e il caso Orlandi arrivano nello stesso periodo al loro esito giudiziario presso la stessa Procura, quella di Roma. Per il giallo del fisico svanito nel nulla dopo aver lasciato Napoli nel 1938 a bordo di un piroscafo diretto a Palermo i magistrati, dopo averne accertato la presenza in Venezuela negli anni Cinquanta, hanno optato per la richiesta di archiviazione, sentendosi certi di poter escludere «condotte delittuose o autolesive», vale a dire l’omicidio o il suicidio.

Appurato che il genio degli studi sull’atomo era in vita molti anni dopo, e non essendo emersi elementi sospetti, il giallo è stato insomma considerato chiuso, anche se la fine non è nota. Diverso, almeno nel paradigma conclusivo, appare il quadro investigativo legato alla scomparsa della «ragazza con la fascetta», avvenuta nel giugno 1983. L’inchiesta per sequestro aggravato dalla morte dell’ostaggio (che sta per concludersi con la richiesta di rinvio a giudizio davanti a una Corte d’assise o, al contrario, con un’archiviazione) ha infatti portato nel corso degli ultimi sette anni all’iscrizione di sei persone sul registro degli indagati.
Lo scontro tra fazioni contrapposte
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Lo scenario di un’azione violenta ai danni della vittima, nell’ambito di un presunto ricatto attuato contro il Vaticano di Giovanni Paolo II e del capo dello Ior Marcinkus, con la partecipazione «operativa» di elementi della banda della Magliana, è stato ritenuto concreto, sulla base di precisi indizi. Tre dei sei indagati erano infatti agli ordini del boss «Renatino» De Pedis: uno avrebbe guidato la macchina in cui c’era Emanuela, al Gianicolo, prima della consegna a un non meglio specificato prelato, mentre gli altri due «sgherri» avrebbero pedinato la ragazza nei giorni precedenti il rapimento. Oltre a monsignor Pietro Vergari, discusso rettore della basilica di Sant’Apollinare dove fu poi inspiegabilmente sepolto il boss, e Sabrina Minardi, l’ex amante di «Renatino»che ha confusamente ricordato di aver visto gettare due sacchi (con dentro, forse, il corpo di Emanuela), in una betoniera, la conta degli indagati chiama in causa l’ultimo arrivato (nel 2013), il più sorprendente, reo confesso: quel Marco Fassoni Accetti che si è autoaccusato di aver avuto un ruolo come organizzatore e telefonista nel sequestro Orlandi (e in quello collegato di un’altra quindicenne, Mirella Gregori), per conto di un gruppo di laici ed ecclesiastici favorevoli alla Ostpolitik del cardinale Casaroli, all’epoca impegnati in una guerra di potere contro il fermo anticomunismo di papa Wojtyla e la (mala) gestione dello Ior da parte dello spregiudicato Marcinkus.
La sequenza: attentato al Papa, morte di Calvi, rapimenti
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Erano i tempi – giova ricordarlo, per inquadrare il duplice fronte di tensioni all’ombra del Vaticano – delle indagini sull’attentato al Papa polacco avvenuto due anni prima (maggio 1981) per mano del turco Alì Agca e del crack dell’Ambrosiano dal quale era derivata la morte del banchiere Calvi sotto il ponte londinese dei Frati Neri, l’anno precedente (giugno 1982). Il duplice sequestro Orlandi-Gregori, secondo il supertestimone più recente, che ha detto di aver atteso le dimissioni di papa Ratzinger per farsi avanti, sarebbe dovuto durare pochi giorni con un primo obiettivo concreto: indurre Agca a ritrattare l’accusa ai bulgari di essere stati i mandanti dell’attentato, in cambio della falsa promessa di una sua scarcerazione in tempi brevi attraverso la grazia, ottenibile proprio in seguito al ricatto operato su Santa Sede e Stato italiano con il rapimento delle quindicenni.
La valutazione finale di prove e indizi
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Sta di fatto che, sei giorni dopo la scomparsa di Emanuela, il 28 giugno 1983, effettivamente il Lupo grigio cambiò versione, «scagionando» la Bulgaria (e quindi la Russia) da uno degli eventi più drammatici del periodo della Guerra Fredda. Ma questo è solo uno dei tanti passaggi al vaglio dei magistrati, in questa inchiesta-monstre anch’essa degna della penna di Leonardo Sciascia. Per sciogliere l’enigma Orlandi, adesso, la Procura di Roma è chiamata a valutare uno ad uno centinaia di indizi, riscontri, prove; dovrà essere definito il ruolo avuto dagli indagati o, in caso di archiviazione, andrà motivata la loro uscita di scena dalla cerchia dei sospettati. Procedere per sottrazione, come nel caso Majorana, non è possibile. Anche perché, purtroppo, quella ragazzina dal viso simpatico e i lunghi capelli scuri nessuno l’ha mai più rivista.

Infortuni nella notte di sesso e la morte del criceto: le scuse più usate per non andare in ufficio

Il Messaggero

di Federica Macagnone


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Fantasia senza freno che però spesso non mette nei guai l'assenteista imbroglioni. Da terribili allucinazioni improvvise ai pantaloni che si rompono sulla strada verso l'ufficio, al dito incastrato nel rubinetto, fino alla nuova fidanzata troppo 'mordacè, sono molte e fantasiose le scuse propinate al capo per giustificare l'assenza di un giorno sul lavoro. A censire le 25 motivazioni peggiori è uno studio condotto Oltremanica su 1.000 lavoratori e 1.000 capi, commissionato dal provider di assistenza sanitaria integrativa britannica no profit Benenden Health.

Ebbene, tra le spiegazioni più insolite spiccano quelle legate alla salute: un dipendente ha chiamato il capo per spiegargli che non poteva andare al lavoro quel giorno perché era in pronto soccorso con un piolo sulla lingua. Ci sono poi i lutti, con lo stesso parente morto più volte, o le scuse legate agli animali domestici: «Il mio cane ha avuto paura e non voglio lasciarlo», e «Mi è morto il criceto».

O addirittura notti erotiche particolarmente focose: «Mi sono fatto male durante un rapporto» e «La mia nuova fidanzata mi ha morso in un punto delicato». I risultati - riportati dal Telegraph - hanno rivelato che sei capi su dieci non credono alle scuse dei dipendenti quando chiamano per mettersi in malattia. E se si guarda l'elenco delle 25 peggiori spiegazioni addotte dai dipendenti per assentarsi per un giorno, non è difficile capire perché:

1) Una lattina di fagioli è atterrata sul mio alluce;
2) Nuotavo troppo veloce e ho sbattuto la testa sul bordo della piscina;
3) Sono stato morso da un insetto;
4) La mia auto aveva il freno a mano ed è rotolata giù per la collina contro un lampione;
5) Il mio cane ha avuto un grande spavento e non voglio lasciarlo;
6) Il mio criceto è morto;
7) Mi sono fatto male durante il sesso;
8) Sono scivolato su una moneta;
9) Ho avuto una notte insonne;
10) La mia mamma è morta (scusa usata dalla stessa persona due volte);
11) Sto avendo delle allucinazioni;
12) Sono bloccato in casa mia, perché si è rotta la porta;
13) La mia nuova ragazza mi ha morso in un punto delicato;
14) Mi sono bruciato la mano sul tostapane;
15) Il cane mi ha mangiato le scarpe;
16) Il mio pesce è malato;
17) Ho ingoiato l'acquaragia;
18) Il mio alluce è rimasto incastrato nel rubinetto bagno;
19) Sono in pronto soccorso con una molletta da bucato sulla lingua;
20) Ho bevuto troppo e mi sono addormentato sul pavimento di qualcuno, non so dove mi trovo;
21) I miei pantaloni si sono rotti mentre stavo venendo al lavoro;
22) Sto utilizzando una nuova soluzione per lenti a contatto e mi lacrimano gli occhi;
23) Ho il naso chiuso;
24) Ho fatto un disastro con la tintura per capelli; 25) Ho un dito dolorante.

Ebbene, secondo la ricerca i lavoratori dovrebbero pensarci due volte prima di fare una chiamata di questo tipo, se non hanno una scusa ragionevole. È emerso infatti che un manager su tre setaccia i social media dopo aver ricevuto una chiamata, per vedere se lavoratore è abbastanza in forma da inviare aggiornamenti. Lo studio ha anche scoperto che un boss su quattro mette in discussione chi non sembra abbastanza malato o dà scuse deboli, e anche fattori come una giornata di sole o il fatto che il giorno prima il dipendente sembrava star bene suscitano molti sospetti.

Alcune scuse, poi, reggono meglio di altre: chi cita influenza intestinale, virus e dolori addominali ha più chances di essere creduto, mentre va peggio a mal di collo, mal di schiena o stiramenti muscolari.

Isis Horror Picture Show

La Stampa

massimo gramellini

Siamo le cavie di un esperimento senza precedenti. Un gruppo di tecno-trogloditi sta usando i media per trascinare il resto del mondo sul suo terreno preferito, l’odio e la disumanità. Non esiste nefandezza dell’Isis di cui qualche altra comunità di fanatici non si sia già ampiamente macchiata in passato. Da Neanderthal in poi è capitato mille e mille volte che un nemico venisse arso vivo dentro un gabbia e che un omosessuale venisse gettato da una rupe o lapidato da folle inferocite. La differenza è che gli aguzzini di oggi non si limitano a fare l’indicibile. Lo ostentano e lo diffondono, con un copione cucito su misura intorno alla sensibilità televisiva dell’opinione pubblica.

Sanno che la notizia di cento morti lontani è un numero freddo che scivola davanti alle pupille assuefatte del telespettatore bombardato da infiniti stimoli. Mentre l’immagine di una sola persona decapitata, o bruciata viva dopo un referendum in Rete sul tipo di condanna a morte da infliggergli, procurerà a quello stesso telespettatore un soprassalto di disgusto e di panico. E assieme alla paura gli farà montare la rabbia, il desiderio di rispondere alla violenza con altra violenza. Lo indurrà a fare il loro gioco. 

Per questo La Stampa di ieri non ha pubblicato in prima pagina la foto del pilota giordano divorato dalle fiamme, preferendo mostrarne una che lo ritraeva da uomo libero. Perché gli sgherri del califfo possono tentare di imporci il terrore, ma non le regole del gioco. Quelle, a casa nostra, le decidiamo noi. 

Lite europea sulla bresaola “made in Italy”

La Stampa
marco zatterin

Braccio di ferro sull’etichetta con l’origine della carne:“Difende i consumatori”. Ma le lobby alimentari frenano

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Le domande sono più che legittime. Ci si chiede se sia giusto dire ai consumatori che i prosciutti prodotti in Italia sono di gran lunga più numerosi del doppio dei maiali allevati dalle nostre parti. E se sia opportuno far sapere attraverso l’etichetta che la quasi totalità della bresaola Igp valtellinese ha origini da zebù brasiliani che le Alpi non le hanno viste neanche in cartolina.

Interrogativi elementari, certo, e pure ragionevoli, salvo che sulle risposte all’Europarlamento è in corso un duello all’arma bianca. L’industria e i centristi del Grande Nord sostengono che non c’è bisogno di cambiare le regole, perché graverebbero su chi vende e chi compra. I popolari mediterranei, con socialisti e liberali, giurano il contrario: «Chi fa la spesa deve sapere».

La discussione
Si discute da settimane e siamo solo all’inizio. Gli eurodeputati devono decidere se chiedere alla Commissione Ue di mettere in cantiere un’iniziativa legislativa sull’etichettatura delle carni trasformate, in modo da rendere esplicita l’origine della materia prima, come avviene già coi prodotti freschi, polli, manzi e affini. Non è un meccanismo antifrode, sia chiaro. Esistono norme precise che rendono l’utilizzo di bovini sudamericani sicuro, dunque la salute pubblica non è a rischio. «E’ un sistema che consentirebbe di fare acquisti in modo più consapevole e trasparente», argomenta Giovanni La Via (Ncd), presidente della commissione Ambiente che si è già pronunciata in favore a metà gennaio.

I gruppi divisi
Il gruppo popolare è spaccato. Italiani, francesi, austriaci, romeni vogliono l’etichetta. Gli altri, soprattutto i tedeschi, no. Elisabetta Gardini, capogruppo della squadra di Forza Italia, ritiene si debba procedere verso la trasparenza, «predisporre il testo e poi indicare una soluzione che tenga conto di ogni esigenza». Il collega di schieramento Massimiliano Salini la pensa diversamente, vorrebbe che non si cominciasse nemmeno. «Nessuna pregiudiziale in campo socialista», assicura Paolo De Castro (Pd), che precisa: «Quando saremo nel concreto, sarà diverso: ad esempio, bisognerà limitare l’intervento ai monoingredienti».

Dunque, prosciutti si, lasagne no, salami forse. Due numeri spiegano perché siamo arrivati sino a qui. Un sondaggio della Commissione Ue rivela che oltre il 90% dei consumatori vorrebbe conoscere l’indicazione di origine della carne sull’etichetta dei prodotti trasformati. Mentre uno studio afferma che il 30-50% delle carni macellate finisce come ingrediente di altri prodotti alimentari. Per questo l’esecutivo Ue immagina tre scenari: legislazione invariata, con origine dichiarata su base facoltativa; obbligo di indicare se l’origine della bestia è europea o meno; e/o di specificare la provenienza.

Le lobby in campo
La lobby alimentare, anche italiana, è furibonda. «Mi hanno chiamato quelli della bresaola dicendo che se passa sono morto», sospira un eurodeputato italiano, che ovviamente riporta una metafora e non rischia la vita. Fonti industriali riferiscono che «l’obbligo di etichettatura avrebbe effetto sui costi, soprattutto dei piccoli produttori, che consumatori non sono disposti a sostenere». Le imprese puntano sull’autoregolamentazione, tanto che è in arrivo una piattaforma online - «Salumi trasparenti» - che permetterà di verificare il contenuto di centinaia di delizie suine. Basterà?

L’Europarlamento vota l’ordine del giorno la prossima settimana. La sua risposta sarà probabilmente «no». Comunque vada, resta il discorso sul senso del «made in». E’ italiano il prodotto fatto all’italiana e in Italia, o quello al cento per cento nostrano? Le imprese propendono per il primo caso. Confronto interessante per il futuro, col volontarismo che avrà senso e seguito solo se tutti saranno trasparenti e faranno bene il loro mestiere. 

Il sesso debole su Wikipedia è più debole: l’enciclopedia online accusata di sessismo

La Stampa

Uno studio tedesco ha analizzato le singole parole di cui sono composte le voci e trovato che le donne sono descritte utilizzando termini come `signora´ o `femmina´, o con riferimenti alla famiglia che mancano quando si parla di un uomo

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Non c’è pace per Wikipedia, l’enciclopedia on line che è il massimo esempio di democrazia su web ma che ogni tanto incappa in qualche problema di immagine. L’ultima accusa in ordine di tempo viene da uno studio condotto da Claudia Wagner del Leibniz Institute for the Social Sciences di Colonia, che applicando algoritmi che scandagliano le singole parole di cui sono composte le voci ha trovato un sessismo intrinseco, con le donne descritte utilizzando termini come `signora´ o `femmina´, o con riferimenti alla famiglia che mancano quando si parla di un uomo.

«Questo tipo di discriminazione - spiegano i ricercatori, che hanno messo a disposizione lo studio sul sito Arxiv - è dovuta alla pratica, da parte dei redattori di Wikipedia, di considerare il maschio come il genere di default, o in altre parole di assumere che un articolo sia su un uomo a meno che non sia specificato». Per arrivare a questa conclusione, Wagner e colleghi hanno prima di tutto confrontato sei versioni differenti di Wikipedia con altri tre database su uomini e donne degni di nota, compreso uno del Mit con oltre 120mila voci.

Sono state poi studiate le connessioni e i rimandi tra le varie voci di Wikipedia, e l’algoritmo elaborato dal team ha analizzato tutte le voci per verificare la frequenza con cui venivano usate parole identificative del genere. «Gli articoli sulle donne - hanno concluso - tendono ad enfatizzare il fatto che sono su una donna utilizzando eccessivamente termini come `donna´, `femmina´, o `signora´, mentre articoli che parlano di uomini non contengono voci equivalenti al maschile. Anche parole come `sposata´, `divorziata´, `bambini´ o `famiglia´ sono usate molto più di frequente».

Su altri aspetti lo studio promuove invece l’enciclopedia, che ad esempio non trascura nessun personaggio femminile importante, anche se i rimandi degli articoli sulle donne sono molto più spesso ad articoli su uomini e non viceversa. L’accusa di discriminazione di genere era già stata formulata nel 2011 dal New York Times, sulla base di una statistica che vedeva solo il 9% di autrici donne a fronte di un 50% di lettrici. Per cercare di arginare il problema, la Wikimedia Foundation aveva lanciato un piano, comprendente la creazione di un forum apposito chiamato Teahouse, per arrivare al 25% entro il 2015. 

L'ascesa di Pegida, il movimento dei “patrioti europei anti-islam” su Facebook

Il Messaggero
di Giulia Aubry

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C’è un movimento che ogni volta che accade qualcosa di terribile a opera di organizzazioni o soggetti riconducibili ad ambienti islamici – dalla strage di Charlie Hebdo alla morte orribile del pilota giordano Muat al-Kaseasbeh – guadagna consensi e tantissimi click su Facebook.

Si tratta di Pegida (acronimo per Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, in italiano Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente), il movimento anti-Islam nato a Dresda nell’ottobre del 2014, che ha portato oltre 20.000 persone in piazza in Germania e che si sta rapidamente diffondendo in tutta l’Europa, in Australia e negli Stati Uniti. Il movimento è salito agli onori delle cronache più che per i suoi desiderata politici anti-immigrazione, per la foto del suo fondatore, Lutz Bachmann, vestito da Adolf Hitler. L’immagine, diffusasi rapidamente sui social dopo i fatti di Parigi, ha costretto Bachmann a dimettersi da leader del movimento, seguito da altri membri del consiglio direttivo.

Nonostante le accuse di neo-nazismo e lo scandalo creato da questa vicenda, però l’ascesa di Pegida è continuata inesorabile, soprattutto in termini di rapidità nell’acquisizione di consensi. Se i numeri infatti sono ancora relativamente bassi (la pagina Facebook ufficiale in tedesco conta circa 160.000 likers, ma è in linea solo dal 29 dicembre dello scorso anno, poco più di un mese scarso), l’incremento quotidiano, soprattutto in coincidenza con eventi di particolare rilevanza, è tra i più impressionanti se comparato con altri movimenti con caratteristiche più pacifiche e dialoganti.

Anche le pagine locali – ufficiali, affiliate o di simpatizzanti – si stanno moltiplicando. Quelle in Gran Bretagna e in Austria contano più di 10.000 likers e sono in costante e rapida ascesa. Anche le pagine facenti capo ai gruppi locali dei “patrioti anti-islamisti” nella Repubblica Ceca e in Olanda stanno guadagnando terreno. Mentre negli Stati Uniti il movimento ufficiale annovera “solo” 2.620 likers e fatica ad affermarsi.

Ma il fenomeno Pegida non conosce davvero frontiere. A colpi di breaking news su ostaggi occidentali decapitati da Isis, attacchi in Francia, video agghiaccianti, denunce di presunti sospetti terroristi nelle principali città europee, questa generazione di autoproclamatisi “patrioti” con tendenze islamofobiche sta monopolizzando Facebook (che al momento non vi ravvede una natura razzista o violenta) con decine e decine di pagine aperte in Australia, Svezia, Scozia, Norvegia, Danimarca, Polonia, Spagna e così via. Ce ne sono anche di specifiche per singole città o regioni, la Vallonia per esempio, o anche Lipsia e Lione. Persino l’Islanda ha una pagina dedicata a Pegida (in rapporto con la popolazione è persino quella più di successo, ma comunque non raggiunge l’1%). E anche l’Italia.

La pagina italiana di Pegida è seguita da 2.201 likers che se la prendono, naturalmente, con gli immigrati, affonderebbero i barconi nel mediterraneo, criticano Renzi e il Pd, amano Putin e Papa Francesco (ma non sempre, sempre), vogliono uscire dall’Europa. Nei credits rimandano al sito tedesco. Alla fine la loro non è l’Europa di Bruxelles, ma è quella dei “veri patrioti”, come continuano a ripetere all’infinito. Un infinito che per adesso li pone più, però, come un fenomeno virtuale che non come una realtà di piazza. Visto che le recenti manifestazioni organizzate in Danimarca e in Austria hanno visto più poliziotti che manifestanti.

E intanto qualcuno ha aperto la pagina Facebook PegidaWatch, che si pone come un osservatorio sul movimento. al fine di contrastarlo e prevenirne una deriva che, dicono sulla pagina, potrebbe essere pericolosa se sottovalutata.

Roberto Calderoli: "Cécile Kyenge mi ricorda un orango". Negata l'autorizzazione a procedere

Libero

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Vince Roberto Calderoli. La questione è quella ormai un po' stagionata dell'insulto rivolto all'allora ministro dell'Integrazione, Cécile Kyenge: "Quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango", disse Calderoli nel corso di un comizio della Lega Nord a Treviso. Apriti cielo. Ma oltre alle polemiche, chi dalle parole passò ai fatti, fu il Movimento 5 Stelle, che ha chiesto l'autorizzazione a procedere contro il Senatore per il reato di istigazione al razzismo e diffamazione.

Ora, però, sul caso si è espressa la Giunta per le immunità del Senato, che ha rifiutato di concedere l'autorizzazione a procedere contro Calderoli.

New York, i super-ricchi contro la rampa per disabili: “Ci rovina la vista”

Corriere della sera
di Benedetta Argentieri

I residenti dell’Upper East contestano la costruzione che faciliterebbe l’attraversamento dell’East rvier :«Abbiamo pagato milioni di dollari per quel panorama» 

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Il progetto era semplice: costruire una rampa per disabili sul ponte che collega l’81esima strada dell’Upper East Side al parco davanti al fiume - East River Park. In mezzo c’è una tangenziale. L’attuale ponte non ha uno scivolo ed è obsoleto.
La rampa costruita davanti a un parcheggio pericoloso
Ma i residenti del quartiere hanno bloccato il progetto con un voto, non vincolante, al consiglio di zona (Community Board 8). La ragione? «Avrebbe rovinato la vista per cui noi abbiamo pagato milioni di dollari», hanno spiegato i condomini del palazzo davanti al fiume. La controversia è cominciata nel 2012 quando il comune di New York ha deciso che il ponte era da rifare perché obsoleto e cadeva a pezzi. Presentato il progetto che include uno scivolo lungo 130 metri e una rete protettiva alta due, i residenti che vivono al 45 East River hanno presentato una mozione per bloccarlo. E con un voto, tenuto a dicembre scorso, sono riusciti a spostarlo tre blocchi sulla 78esima strada. Risultato: la rampa verrà costruita davanti all’ingresso di un parcheggio ritenuto pericoloso da molti.
«Sembra una gabbia»
«La vista sul fiume per cui ho pagato un sacco di soldi, sarebbe oscurata e avrei visto solamente una rete. Il progetto sarebbe stato ingiusto nei confronti delle persone che hanno fatto un investimento per vivere qui», ha spiegato Paul, 52 anni, al New York Post. . Nel palazzo un appartamento con quattro camere da letto costa 2.8 milioni di dollari. «Sembra una gabbia», ha spiegato un’altra residente del complesso multimiliardario aggiungendo che attraversare davanti al parcheggio «non sarebbe poi così pericoloso». La costruzione del ponte dovrebbe cominciare a marzo. Il progetto costa circa 12 milioni di dollari. Tra le proposte del comitato anche quello di costruire la rete in plexiglass così da non disturbare la vista.

4 febbraio 2015 | 16:48