venerdì 6 febbraio 2015

Sanremo, i provini Rai delle future star della musica

Corriere della sera

di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

Dagli archivi della Rai sbucano fuori i provini delle future star della musica italiana e, a sorpresa, i giudizi degli esaminatori si rivelano a volte ben poco lungimiranti. Giovani talenti





in cerca di un posto al sole nella neonata tv di Stato, vengono duramente esaminati dai funzionari Rai e i giudizi oggi risultano piuttosto divertenti, come quello sul giovane Adriano Celentano che con la sua imitazione di Jerry Lewis raccoglie un tranchant «Non interessa». Ecco allora alcuni dei volti che hanno fatto sognare e cantare l’Italia di Sanremo nelle schede di valutazione della Rai: apre questa carrellata un giovane Adriano che parteciperà al Festival per la prima volta nel 1961, piazzandosi al secondo posto in coppia con Little Tony con la canzone “24mila baci”: il primo rock’n’roll del Festival è un trionfo.

Adriano si esibirà alla kermesse della canzone italiana per cinque volte, aggiudicandosi nel 1970 il primo posto in coppia con la moglie Claudia Mori, con cui canta“Chi non lavora non fa l’amore”. Nella foto il dettaglio del giudizio sul “molleggiato”: provino: rivista - varietà. Celentano Adriano, luogo di nascita Milano il 6/1/1938; domicilio: via Cesare Correnti, 11; n. telef. 800-721; data provino: 13/6/1956. Giudizio: «giovane dilettante di parodie. Ha una maschera abbastanza interessante, di estrema somiglianza con Jerry Lewis. Tenta di fare la imitazione parodistica di Jerry Lewis, ma ne esce qualcosa di disordinato, e inconsistente, da ragazzo esuberante. Non interessa. Esaminato in data: 7/2/1957; giudizio: Giovane dilettante di/canto. Esegue il genere “Rock and Roll” e presenta notevole somiglianza fisica con Jerry Lewis. (Immaturo e disordinato) Non interessa»
(Reporters Associati)





Provino: rivista- varietà. Cesari Elio (conosciuto in tutto il mondo con il nome d’arte di Tony Renis), luogo di nascita Milano; domicilio via Cesare Correnti 20, Milano; n. telef. 874934; data provino: 16/11/’56. Giudizio: «Giovane cantante chitarrista. Ancora immaturo, non presenta motivi di interesse. Come cantante non ha estensioni, né qualità di voce, né di espressione. Non interessa». Un giudizio che non lascia molte speranze. Tony Renis debutta a Sanremo nel 1961 con “Pozzanghere”, ma la rivincita arriva con il Festival del 1962, nonostante il quarto posto, la canzone “Quando quando quando” raggiungerà i vertici delle classifiche internazionali
(Reporters Associati)







Provino: drammatica - rivista- varietà. Leali Fausto, luogo di nascita Nuvolento il 28/10/1944; titolo di studio 5a elementare; domicilio: via Marsala, 31/c. Brescia; data provino: 24/11/’58. Giudizio: «giovanissimo cantante 14enne di genere rock’n’roll moderno americano. Ha un viso interessante e possiede una musicalità sicura nel genere moderno. Sa anche muoversi e si accompagna correttamente alla chitarra. Da tenere presente». Partecipa al Festival di Sanremo ben 13 volte. Debutta sul palcoscenico dell’Ariston nel 1968 con “Deborah” che si piazza quarta. Il primo posto arriva nel 1989 in coppia con Anna Oxa con la canzone “Ti lascerò”
(Reporters Associati)







Provino: musica. Aprile 1960; Baudo Giuseppe di anni 24; fantasista; buona presenza; buon video; discreto nel canto; suona discretamente il pianoforte. N.B. può essere utilizzato per programmi minori. Antonello Falqui Lino Procacci. Pippo Baudo entra nella tv di Stato negli anni ‘50, ma la svolta avviene nel 1966 quando per un problema tecnico la Rai è obbligata a mandare in onda la puntata pilota della trasmissione “Settevoci” giudicata “intrasmissibile” dai vertici dell’azienda che si rivela un successo clamoroso, la carriera di Pippo decolla improvvisamente.

È il conduttore che ha presentato il Festival di Sanremo più volte, ben tredici dal 1968 al 2008 diventandone anche direttore artistico. Conduce memorabili serate del Festival della Canzone italiana: nell’edizione del 1995 con gran sangue freddo, convince un aspirante suicida a mettersi in salvo, anche se resteranno molti dubbi sull’autenticità del tragico gesto, indimenticabile poi quando Roberto Benigni lo rincorre per tutto il palcoscenico dell’Ariston per testare la sua mascolinità
(Reporters Associati)







Provino: rivista- varietà. Enzo Jannacci, luogo di nascita Milano il 3/6/1935; domicilio Via Sismondi 22 Milano; n. telef. 722535; data provino: 30/11/’61. Giudizio: «Si presenta come cantautore. Buon pianista e autore di motivi non spiacevoli; appare tuttavia insufficiente vocalmente per cui si ritiene che non sia idoneo a essere presentato come interprete di canzoni in un programma televisivo (il che non esclude che in una rassegna di cantautori possa essere presentato sullo stesso piano di molti altri suoi colleghi)». Il suo esordio in televisione risale al 1964 nella trasmissione di Mike Bongiorno “La fiera dei sogni”, tre anni prima aveva debuttato a Sanremo come autore del brano “Benzina e cerini” cantato dal suo grande amico Giorgio Gaber. Jannacci si terrà lontano dal Festival di Sanremo fino al 1989 e due anni dopo con la canzone “La fotografia” raccoglie l’importante Premio della Critica, il brano è considerato da molti esperti una delle canzoni più profonde mai presentate al Festival
(Reporters Associati)







Provino: rivista- varietà. Minù Bertè (conosciuta col nome d’arte di Mia Martini), luogo di nascita: Bagnara Calabra il 20/09/1947; domicilio Corso Carlo Alberto 8, Ancona; n. telef. 53203; data provino: 6/5/’64. Giudizio: «Video - Giovanile ma banale. Voce un po’ nasale ma incisiva. Stile moderno, tipo urlatori alla Celentano. In quel genere ha una certa aggressività e può essere utilizzata.» Mia Martini partecipa per la prima volta al Festival della Canzone italiana nel 1982 con “E non finisce mica il cielo” di Ivano Fossati. In quella edizione i critici istituiscono appositamente per lei il Premio della Critica, che oggi porta il suo nome.

Dopo un periodo difficile in cui abbandona le scene, nel 1989 ritorna a Sanremo con “Almeno tu nell’universo” che le vale per la seconda volta il Premio della Critica: un trionfo assoluto che la consacra definitivamente. Nel 1992 Luca Barbarossa le soffia il primo posto al Festival, la sua “Gli uomini non cambiano” era stata data come super favorita dalla stampa per tutta la settimana della kermesse canora. Tornerà l’ultima volta al Festival nel 1993 con “Stiamo come stiamo” cantato con la sorella Loredana Bertè
(Reporters Associati)







Provino: Dori Ghezzi; luogo di nascita Lentate sul Seveso (MI) il 30/03/1946; domicilio Via Monte Ceneri 78, Milano; n. telef. 395786; data provino: 31/10/’67. Giudizio: «Video - Grazioso e telegenico. Voce di mezzi limitati ma garbata e abbastanza educata che denota già una certa intelligenza nell’interpretazione. Giudizio complessivo - Può essere utilizzata in programmi musicali minori e per giovani. Ha cantato: “Non dimenticar” e “Vivere per vivere”.» Debutta al festival nel 1970 con “Occhi a mandorla” senza arrivare in finale, tornerà al Festival nel 1983 con “Margherita non lo sa”, che si piazzerà al terzo posto della kermesse canora
(Reporters Associati)







Provino: rivista- varietà. Marcella Bella; data di nascita 18/6/1952; domicilio Galleria del Corso 4, Milano; n. telef. 702327; data provino: 25/10/1971. Giudizio: « Video - Gradevole, sottolineato da una particolare acconciatura estremamente giovanile e moderna. Con capelli crespi. Timbro della voce - Intonato, abbastanza musicale, con qualche durezza. Si rifà un po’, nelle sue interpretazioni, a cantanti di successo. Maturità artistica - Denota un certo mestiere. Giudizio complessivo - Idonea. La commissione ritiene di registrare la sua prova in audio. Ha cantato “Love story” e “Io e te, da soli” ».

Il suo esordio a Sanremo è nel 1972 con “Montagne Verdi” che la consacra definitivamente, tornerà poi nel 1977 come ospite d’onore e nel 1986 si classificherà terza con “Senza un briciolo di testa”, litigando in diretta con Donatella Rettore per un’infelice battuta di quest’ultima. Sarà ancor sul palco dell’Ariston nel 1990, per la sesta volta, con “Verso l’ignoto” in coppia col fratello Gianni Bella, quindi con “Uomo bastardo” nel 2005, che le varrà il secondo posto nella categoria Classic. Nel 2007 Marcella Bella presenta “Forever per sempre” con il fratello Gianni, la critica classifica il brano con un punteggio bassissimo e il pubblico dell’Ariston si scatena in una protesta fragorosa
(Reporters Associati)








Provino: rivista- varietà. Gianpiero Anelli (in arte Drupi); luogo di nascita Pavia il 10/08/47; domicilio Pv- Via Lunga 1; data provino: 26/4/73. Giudizio: « Video - Gradevole, con volto scavato, interessante e piuttosto espressivo. Dizione - Normale, con qualche imperfezione di origine dialettale. Timbro della voce - Rauco e scarsamente intonato. Giudizio complessivo: Il candidato dichiara di presentarsi in condizioni di affrettata preparazione. È il tipico cantante di complesso che preso isolatamente dà una scarsa prova di sé. In considerazione del fatto che il candidato, che pure incide dischi ed esercita professionalmente l’attività di cantante, la commissione ritiene di riascoltarlo quando le sue condizioni vocali saranno normali. Ha cantato “Vado via”». Drupi debutta al Festival di Sanremo nel 1973 con “Vado via”, arrivando ultimo, ma il brano avrà un discreto successo internazionale. Con “Soli”, nel 1982, si piazza al terzo posto e dopo due anni al Festival presenta “Regalami un sorriso” uno dei suoi maggiori successi
(Reporters Associati)





Provino: rivista- varietà. Gianna Nannini; data 21 anni; domicilio Largo Scalabrini 1-C Majonchi; data provino: 5/11/1975. Giudizio:« Video - Interessante. Timbro voce - Gradevole. Maturità artistica - Discreta, si accompagna al pianoforte (lo studia da sei anni al Conservatorio di Firenze). Giudizio complessivo - Ha personalità anche se non si sottrae alla moda di cantare con grinta e voce rauca, quasi raschiante. Si può utilizzare come cantautrice». Gianna Nannini, tra i pochi a non essere mai stata in gara, sarà ospite al Festival di Sanremo 2015 nella serata finale della kermesse
(Reporters Associati)

Testo universitario fotocopiato: non si può togliere il pane di bocca all’autore

La Stampa

La riproduzione per uso personale di volumi o fascicoli è possibile, ma col limite del 15% dell’intero scritto e la corresponsione di un compenso forfettario agli aventi diritto. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione nella sentenza 44919/14.

1La Corte d’appello di Milano condanna un'imputata per aver illecitamente duplicato per uso non personale e per la vendita di testi universitari e dispense universitarie riprodotti abusivamente in fotocopia. La donna ricorre in Cassazione.

La Suprema Corte ripercorre il percorso logico seguito dai giudici di merito: la ricorrente gestiva un esercizio commerciale in cui erano stati ritrovati numerosi testi universitari, una dispensa ed un hard-disk pieno di testi universitari e dispense. La detenzione del materiale rinvenuto era, quindi, di sicuro destinata ad una remunerativa attività commerciale, per cui era inverosimile la versione della ricorrente, secondo cui gli studenti fotocopiavano i testi (e riproducevano quelli conservati nell’hard- disk) all’insaputa del proprietario.

La legge (633/1941) individua l’ambito di liceità della riproduzione per uso personale di volumi o fascicoli, con l’espresso limite quantitativo del 15% dell’intero scritto e la corresponsione di un compenso forfettario agli aventi diritto. La riproduzione destinata ad uso personale viene punita con la sospensione dell’attività di riproduzione ed una sanzione amministrativa. È prevista, poi, un’ipotesi aggravata, che punisce chi riproduce abusivamente opere letterarie tutelate dal diritto d’autore per uso non personale e per trarne profitto: condotta non occasionale e destinata all’utilizzo di terzi.

Nel caso, era stato accertato senza dubbio che le opere erano state riprodotte per uso non personale, come dimostrato dal numero di copie, che dimostrava il fine commerciale dell’abusiva riproduzione. Per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il nipote e la verità su Majorana: non si uccise, io credo a Sciascia

Corriere della sera

di Massimo Sideri

«Lui in Venezuela? Non escludiamo nulla, aveva capacità enormi». «Giocava a calcolare chi avrebbe vinto una guerra: un umorismo para-matematico»

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MILANO «Non credo che il mio prozio Ettore Majorana si sia ucciso, nessuno di noi lo ha mai pensato. Ha voluto fare una scelta precisa - è questa l’opinione in famiglia - più in linea con le sue capacità intellettuali, i fatti che conosciamo e anche l’opinione delle persone che gli erano più vicine al tempo, cioè la zia Maria, sua sorella». Salvatore Majorana, 43 anni nato a Catania dove quel cognome ancora oggi rappresenta una dinastia (Salvatore Majorana Calatabiano, nonno di Ettore, era stato ministro dell’Agricoltura e dell’Industria ai tempi di Giolitti) è il pronipote del famoso fisico scomparso nel ‘38 e lavora all’Iit di Genova dove guida l’ufficio di Technology Transfer. Rassomiglia a Ettore in maniera impressionante.

Come avete reagito alla notizia che secondo la Procura di Roma Ettore Majorana fosse vivo tra il ‘55 e il ‘59 in Venezuela? «Era noto che ci fosse un’indagine sulla scomparsa di Ettore ma non pensavo che fosse ancora aperta e che fosse in mano alla Procura. Comunque l’ipotesi della scomparsa di Ettore era già circolata da anni e anche la fotografia non è nuova. Ciò che è nuovo è il collegamento della fotografia all’amico meccanico, Francesco Fasani, tant’è che sarei curioso di vedere il fascicolo».

Veniamo agli elementi probatori. La fotografia: lei rassomiglia moltissimo al suo prozio. Ritrova i tratti della sua famiglia in questa foto scattata in Venezuela?
«Non mi ci ritrovo neanche un po’. Ettore era del 1906 dunque nella fotografia avrebbe 49 anni. Anche ipotizzando che possa avere avuto una vita difficile non trovo in quel volto un legame con la foto diffusa che se non ricordo male era quella del libretto universitario. La sensazione è che ci sia la voglia di attribuire una soluzione al confronto».

Però le conclusioni della Procura sono compatibili con la vostra convinzione, cioè che Ettore Majorana quel giorno non si sia ucciso.
«Non discuto il risultato finale ma siamo perplessi sul metodo».

Il cognome Bini, usato secondo Fasani dal suo prozio, vi dice qualcosa in famiglia? «Su due piedi no».

Altro elemento usato dalla Procura è una cartolina del 1920 di Quirino, zio di Ettore, altro famoso fisico.
«Non trovo plausibile che avesse quella cartolina in automobile 35 anni dopo».

In famiglia avete cercato delle prove su cosa possa avere fatto dopo la scomparsa nel ‘38 Ettore Majorana?
«Tutti noi in famiglia siamo sempre stati persuasi delle sue grandissime capacità di collegare i suoi studi agli eventi bellici. Ricordiamoci che stiamo parlando degli anni poco prima della Seconda guerra mondiale. I cargo che portavano le persone in America erano diffusi. In quell’epoca se volevi sparire ci riuscivi anche senza essere un genio».

L’ipotesi di Sciascia era che potesse essersi ritirato in un convento della Calabria. Cosa ne pensa?
«Dopo il libro qualcuno andò anche a controllare. Dai registri non risultava nulla. Ma questo, evidentemente, non significa che non ci sia stato. Di certo Sciascia fece un lavoro di inchiesta».

Un testimone ha raccontato di averlo incontrato a Roma, nell’81, insieme al fondatore della Caritas romana, monsignor Luigi Di Liegro. «Sono tutte ipotesi che hanno del verosimile. Mi sembra strano però che la famiglia non abbia avuto traccia di una sua permanenza in Italia».

Un aneddoto che vi tramandate in famiglia?
«Faceva giochi matematici per calcolare come sarebbe andata a finire una guerra sulla base di cannoni e navi: aveva un suo umorismo para-matematico».

6 febbraio 2015 | 08:43

Da Oled a 4K, il vocabolario della Tv hi-tech

La Stampa
francesco zaffarano

Cosa significano le sigle misteriose nelle schede tecniche e nelle pubblicità delle ultime tv? Ecco una piccola guida per districarsi tra le offerte e capire quello che davvero serve

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Sarà meglio un display Lcd o un Oled? Che differenza c’è tra Uhd e Suhd? E cosa vuol dire 4K? È già abbastanza difficile acquistare un televisore dovendo scegliere tra un’infinita di modelli diversi ma a complicare la questione si aggiungono una serie di termini da addetti ai lavori che difficilmente vengono spiegati per filo e per segno al momento dell’acquisto. Ecco quindi un piccolo glossario per non perdersi tra Led e cristalli liquidi, aggiornato alle ultime novità.
Oled

La tecnologia Oled, che significa diodo organico a emissione di luce, permette di realizzare schermi che, a differenza dei display a cristalli liquidi, non hanno bisogno di essere retroilluminati. Gli schermi Oled, realizzati con materiali elettroluminescenti, emettono luce propria e garantiscono alte prestazioni per la resa dei colori e un nero eccellente. Ma se da un lato può vantare alte prestazioni (ottimi i contrasti e il nero) e una struttura sottile, leggera e soprattutto flessibile, dall’altro l’Oled rimane una tecnologia con alti costi di produzione e vendita.

Quantum Dot, i nanocristalli
Il Quantum Dot è una variante dei televisori Lcd retroilluminati a Led che permette un’alta resa dei colori. La differenza rispetto ai vecchi schermi consiste nell’utilizzo di nanocristalli illuminati da raggi di luce Led blu. Per i modelli precedenti, infatti, si utilizzavano i Led bianchi, che producono però uno spettro di colori troppo ampio. Quello riprodotto dai quantum dot, invece, è più ristretto e permette, quindi, di riprodurre colori più vivi e definiti, ad esempio con una maggiore saturazione delle tonalità di verde e rosso. Il tutto con un ridotto dispendio di energia e a un costo inferiore rispetto alle tecnologie Oled.

HDR (High Dynamic Range)
L’Hdr non è una novità, dal momento che molti smartphone hanno già integrato questa tecnologia all’interno delle fotocamere. L’Hdr (High Dynamic Range) permette di ottenere più immagini di uno stesso soggetto con esposizioni differenti, che vengono poi unite in modo da conservare i dettagli migliori e correggere le zone esposte troppo o troppo poco alla luce. Lo stesso meccanismo vale per quelle tv Oled (le uniche, per il momento, a sfruttare l’Hdr) che sono così in grado di illuminare le immagini troppo scure e compensare quelle sovraesposte.

Il 4K, o Ultra Hd
Anche qui non parliamo di una vera e propria novità: il 4K ormai è in commercio da diversi mesi e, nonostante non abbia avuto un seguito enorme, ormai è uno standard. Si tratta fondamentalmente di un display con una risoluzione di 3840 x 2160 pixel. Per capirci, il nome 4K si riferisce al numero di pixel , che è quattro volte quello totale dell’HD, cioè (1920 x 1080 pixel). Fino a qui abbiamo parlato di specifiche tecniche che sono già uno standard di mercato, anche se commercializzato con diversi nomi il mercato. La novità però riguarda l’UHD Alliance, un gruppo di sigle tra cui Samsung, LG, Panasonic, Sharp ma anche Netflix e molti studios cinematografici, che punta allo sviluppo di contenuti che per il nuovo standard Ultra Hd.

SUHD
A scanso di equivoci, diciamo subito che con la sigla SUHD non si indica una particolare tipologia di display. O meglio, non una diversa dal già citato UHD (l’Ultra Hd, o 4K, di cui abbiamo già parlato). La “S” davanti alla sigla è un’aggiunta di Samsung, che ha deciso di contraddistinguere in questo modo la propria linea di display 4K da tutte le altre. Come ha spiegato Joe Stinziano, vice presidente esecutivo di Samsung, la “S” viene usata «quando sentiamo di aver raggiunto un vero e proprio salto qualitativo per il consumatore». Anche in questo caso, insomma, non una vera e propria novità ma un fatto noto da tempo: Samsung ha un buon ufficio marketing.

L’8K (sì, c’è anche l’8K)
Se il 4K equivale a una risoluzione quattro volte più grande dell’Hd, l’8K raddoppia ancora e arriva a una risoluzione di 7680 x 4320 pixel. La domanda è: a occhio nudo siamo in grado di percepire la differenza tra 4K e 8K? La risposta è sì, ma solo a una distanza estremamente ravvicinata, come può essere quella a cui guardiamo un video o delle immagini sullo schermo di un telefono. Al contrario, per notare la differenza su un grande schermo bisogna prendere un display da circa 120 pollici. Fatto sta che l’8K esiste, anche se si fatica a parlare di un vero lancio commerciale. Al Ces 2015 è stato presentato un prototipo prodotto da Sharp, che punta a un debutto nel 2016 con l’inizio delle prime trasmissioni in 8K dell’emittente giapponese NHK.

I sistemi operativi: Android, Tizen e WebOs
L’ultimo di cui si è parlato è Tizen, il sistema operativo che Samsung vorrebbe sfruttare per ridurre la sua dipendenza da Android e, quindi, da Google. Ma cosa se ne fa un televisore di un sistema operativo? Molto, se parliamo di smart tv e non di un semplice monitor. Ampliando le funzioni del display, infatti, gli spettatori possono personalizzare l’accesso ai contenuti, a partire da quelli in streaming e aggiungere app con nuove funzionalità scaricandole da uno store, proprio come accade con smartphone e tablet. Samsung ha annunciato che equipaggerà tutte le tv del 2015 con Tizen, mentre già l’anno scorso Lg aveva lanciato le sue smart tv con webOs, anche questo basato su Linux. 

3D, una prece
C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui le magnifiche sorti e progressive della televisione sembrava dovessero passare per il 3D. Oggi è morto. Ucciso da standard diversi (attivo, più preciso ma con occhiali a batteria, oppure passivo, più leggero ma meno realistico), contenuti che non sono arrivati in quantità e qualità sufficienti, marketing fuorviante. I modelli più recenti e più costosi ancora qualche volta lo riportano, nei depliant o nelle schede tecniche, ma di nascosto, tra mille altre sigle che oggi sono molto più di moda. Alcune rimarranno, altre, c’è da scommettere, le dimenticheremo presto. 

Quando Rock Hudson chiese aiuto a Reagan, ma la First Lady glielo negò

La Stampa
francesco semprini

L’attore rivolse un disperato appello a salvarlo all’amico Ronald: “Aiutami a entrare in quella clinica”. Ma lo staff di Nancy Reagan respinse la richiesta: “Non era opportuno, ma il fatto che fosse malato di Aids non c’entrava”.

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Rock Hudson, poco prima di morire, rivolse un disperato appello a salvarlo all’amico Ronald Reagan, ma la First Lady Nancy, si oppose. A ricostruire le ultime fasi della vita dell’attore è un telegramma ritrovato negli archivi della Casa Bianca, un messaggio di aiuto che Hudson inviò al presidente degli Stati Uniti, amico dai tempi di Hollywood. Era il 24 luglio 1985, e l’attore era malato di Aids, malattia contratta anni prima e di cui si sapeva ancora molto poco. Un argomento per certi versi tabù, specie negli ambienti più conservatori, perché veniva sovente associato all’omosessualità. 

Dinanzi alle difficoltà affrontate in America, una speranza per la cura della malattia, o quanto meno per la mitigazione della sofferenza, era rappresentato da un dottore che lavorava presso una struttura francese, Dominique Dormant. Il punto è che la struttura faceva capo al ministero della Difesa di Parigi, e l’accesso di un non francese era fuori discussione. Tuttavia Hudson pensò che una buona parola messa dal presidente americano avrebbe permesso di aggirare l’ostacolo, ed ecco allora che chiede al suo amico e rappresentante, Dale Olson, di inviare il telegramma, la cui copia, 30 anni dopo, è stata ottenuta dal sito «BuzzFeed». 

«Solo un ospedale al mondo è in grado di offrire le cure mediche necessarie per salvare la vita di Rock Hudson, o almeno per alleviare la sua sofferenza», scrive Olson, nel telegramma indirizzato a Pennsylvania Avenue. A ricevere il messaggio fu Marc Weinberg, tra i più giovani membri dello staff della Casa Bianca, che si rivolse direttamente a Nancy Reagan per valutare l’opportunità di dare una mano all’amico del marito. Ma il diniego della First Lady fu netto, e l’ascendente sul marito tale da farlo allineare alla sua decisione.

«Ho parlato con la signora Reagan riguardo al telegramma - risponde lo stesso Weinberg - Non crede che quanto richiesto sia qualcosa in cui debba entrare la Casa Bianca, e ha accettato il mio suggerimento di indirizzarvi all’ambasciata degli Stati Uniti a Parigi». Interpellato oggi, Weinberg ha motivato così la decisione: era legata «all’opportunità di riservare un trattamento speciale ad un amico o ad una celebrità. Non aveva niente a che fare con l’Aids o con l’allora politica sull’Aids. E’ una questione completamente diversa». 

Tuttavia non pochi sono convinti che la decisone di negare l’aiuto fu dettata da un certo imbarazzo per l’omosessualità dell’amico del presidente e per la stessa malattia. Basti pensare che nell’estate del 1984, l’allora presidente di American Airlines aprì una conferenza alla Convention repubblicana dicendo che gay era l’acronimo di «Got Aids yet?”, non avete ancora preso l’Aids. Nonostante il Center for Disease Control, la massima autorità sanitaria in Usa, avesse pubblicato il suo primo rapporto sul virus dell’Hiv nel giugno del 1981, tre anni dopo la malattia era ancora considerata qualcosa che colpiva solo i gay e chi faceva uso di droga per via endovenosa.

Inoltre nonostante 5.500 persone morirono per colpa della malattia già all’inizio del 1985, l’amministrazione Reagan propose un taglio di dieci milioni di dollari sul budget da 86 milioni per la lotta all’Aids. Lo stesso Rock Hudson morì nel 1985, il 2 ottobre, meno di tre mesi dopo quel telegramma. Nancy Reagan, interpellata da BuzzFeed sulla vicenda, si è limitata a far sapere, tramite il portavoce Joanne Drake, «di non ricordare affatto l’episodio in questione».

Fai la cosa ingiusta

La Stampa
massimo gramellini

Ogni giorno dal monte dei paradossi della burocrazia si stacca una pietra e rotola a valle, dove qualche tignoso la raccoglie e la mostra alla luce del sole, nell’ingenua convinzione che il suo gesto serva a qualcosa. L’ultima pietra raccolta dai colleghi della cronaca di Torino si chiama Kassim, un fruttivendolo di Porta Palazzo fermato per clandestinità dallo stesso corpo di vigili urbani che pochi mesi prima lo aveva premiato come cittadino esemplare.

La sua storia sembra scritta da De Amicis e rifinita da Stephen King. Kassim arriva dal Marocco munito di permesso di soggiorno. Commette un reato e finisce in carcere, dove si converte al cristianesimo. Torna in libertà e il destino lo mette alla prova, presentandosi sotto forma di un borsello smarrito che contiene la pistola di un vigile urbano. Kassim restituisce la pistola e diventa quello che nel linguaggio emotivo dei nostri tempi si definisce «un eroe». I vigili di Torino lo invitano alla loro festa e gli consegnano un orologio che nel quadrate reca lo stemma della città. Kassim ringrazia, anche se si accontenterebbe di un dono più banale.

Il rinnovo del permesso di soggiorno, che da tempo i suoi avvocati chiedono invano al giudice di pace: per un convertito al cristianesimo, il ritorno in Marocco significherebbe la galera. Invece del rinnovo, al fruttivendolo arriva un controllo. Lo affronta senza paura poiché a compierlo sono i vigili urbani. I suoi amici. Che infatti lo sbattono subito nel centro di espulsione più vicino. Secoli di ottusità hanno eretto un sistema dove per rispettare le leggi si compiono le ingiustizie. 

IPhone a rischio: scoperto software spia che ruba foto, dati e messaggi

Corriere della sera
di Martina Pennisi

Applicazioni distribuite da terzi potrebbero prendere il controllo dei Melafonini con sistema operativo iOs 7 o iOs 8. Ecco come difendersi

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Melafonini a rischio intrusione. È la società di sicurezza Trend Micro a lanciare l’allarme. Nell’ambito dell’operazione di cyber-spionaggio Operation Pawn Storm è stato individuato un software malevolo, «spyware» il termine tecnico, che è in grado di prendere il controllo dello smartphone, impossessarsi di messaggi di testo, fotografie, rubrica telefonica, registrare le conversazioni e agire sulla connessione wi-fi. Non solo, una volta installato, il programma denominato XAgent può trasformare il telefonino in uno strumento di attacco hacker verso altri dispositivi o piattaforme.
Come difendersi
La cattiva notizia è che anche gli iPhone non sbloccati sono bersagli potenziali. Quella buona è che per mettersi al riparo è sufficiente scaricare applicazioni esclusivamente dall’App Store ufficiale della casa della Mela. XAgent si insinua infatti nel dispositivo solo attraverso il metodo di distribuzione utilizzato dagli sviluppatori per far testare le versioni beta della loro iconcine o in ambito aziendale. Per scaricarlo è necessario cliccare su un link inviato da terzi, quindi, e non fra le opzioni del canonico negozio ufficiale di app. Caso in cui Apple avvisa i suoi utenti del potenziale pericolo della decisione, e c’è quindi una schermata in più per verificare che la provenienza sia davvero sicura. I bersagli dell’attacco sono sia quelli dotati di sistema operativo iOs 7 sia iOs 8.

I primi sembrerebbero più esposti, con XAgent che continua a lavorare senza che venga mostrata alcuna icona e a riavviarsi autonomamente. Problemi anche in casa Android con Avast che ha scovato tre applicazioni presenti, in questo caso, sullo store ufficiale Google Play e in grado di spingere l’utente verso portali pericolosi. Le due app, al momento non più disponibili su Google Play, sono il gioco di carte Durkan e il test IQ-Test. Una volta avviate invitano il proprietario del dispositivo a visitare altre pagine mediante messaggi pubblicitari o l’avviso di problemi tecnici. Chi dovesse cadere nel tranello rischia di vedersi sottrarre i dati o di inviare a sua insaputa messaggi a pagamento.

A Marsiglia, sulle tracce di Don Camillo

Il Messaggero

Nel capoluogo provenzale dove nacque l'attore Fernandel
 
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Marsiglia non è soltanto il trafficato porto, le fabbriche di sapone famose nel mondo e la squadra di calcio dell'Olympique. Il capoluogo della Provenza è anche, un poco,il nostro don Camillo. Perché qui nacque, l'8 maggio del 1903, Fernand Joseph Désiré Contandin, in arte Fernandel, conosciuto in tutto il mondo per aver interpretato a fianco di Gino Cervi-Peppone, i cinque film tratti dai racconti di Giovannino Guareschi girati a Brescello, in Emilia.

Uno dei modi per visitare la città francese, allora, può essere proprio quello di seguire le tracce di questo attore comico che ancora resta nel cuore di molti francesi (per gli oltre 150 film che ha interpretato) e di noi italiani che lo abbiamo conosciuto al cinema e in televisione nei panni del manesco pretone guareschiano. La casa natale di Fernandel si trova al n. 73 di Boulevard Chave, vicino Canebiére, la via principale di Marsiglia con negozi alla moda, palazzi ottocenteschi e chiese, situata tra il porto e la stazione ferroviaria Gare de la Blancarde. Sulla proménade, all'altezza del civico, un busto di bronzo dell'attore con cappello e largo sorriso e, a fianco del portone, una targa di marmo, ricordano il luogo dove nacque. Ma nella casa non si può entrare.

L'Alcazar, in cours de Belsunce 58, era la platea più rinomata di Marsiglia all'inizio del secolo scorso per il music hall, genere in cui Fernandel eccelleva: chiuso nel 1964, il teatro è stato restaurato per accogliere la Biblioteca Municipale (che in ogni caso ha un suo appeal e vale la pena visitare). Il futuro attore frequentava la scuola elementare di rue Alexandre Copello 8 e andava a messa nella parrocchia intitolata a Timon David, della congregazione del Sacro Cuore di Gesù, opera religiosa presente a Marsiglia dal 1852 che si occupa di educazione dei giovani (la chiesa infatti risale a quell'epoca).

Da ragazzo Fernand andò a lavorare nella fabbrica di sapone Bellon & Dramard di rue Sainte-Cécile, fece il commesso alla cartoleria Grangier in rue Paradis e lo scaricatore di zucchero al porto vecchio, luogo caratteristico della città insieme all'antico rione Le Panier. Nel quartiere Les Trois Lucs, al 138 di avenue Fernandel, si trova la sontuosa villa Mille Roses, dove l'attore visse con la moglie e i figli. Sul monte più alto di Marsiglia (a 162 metri di quota) si trova Notre-Dame-de-la-Garde, una basilica in stile neo-bizantino con cupola e campanile svettanti.

In un'isola del golfo, davanti al porto, ecco il Castello d'If, l'ex carcere dove venne rinchiuso il Conte di Montecristo, secondo quanto racconta Alexandre Dumas nell'omonimo romanzo. A Carry-le-Rouet, nella vicina Costa Azzurra, vicino alle bocche del Rodano, sorge la casa dove Fernandel e la sua famiglia trascorrevano le vacanze.