domenica 8 febbraio 2015

Anonymous: così abbiamo violato la rete dell’Isis

La Stampa
davide lessi (agb)

Il collettivo dichiara di aver hackerato le identità digitali di attivisti e reclutatori jihadisti. Bloccati profili Twitter e Facebook di propaganda. «Voi siete un virus, noi siamo la cura»

a.it
Il gruppo di attivisti Anonymous dice di aver “spento” centinaia di profili Facebook e Twitter appartenenti a militanti dell’Isis. «Siamo musulmani, cristiani, ebrei», dice una voce metallica in un video diffuso in rete venerdì. E spiega: «Siamo hacker, attivisti, agenti, spie o magari il ragazzo della porta accanto...amministratori, dipendenti, commessi, disoccupati, ricchi e poveri». Una comunità che ha dichiarato guerra alla galassia di propaganda jihadista e ha pubblicato un elenco di siti da bloccare e hackerare. La campagna per “spegnere” l’Isis era partita dopo la strage di Parigi nella redazione della rivista satirica Charlie Hebdo. Ma in queste ore l’operazione anti-Stato Islamico (#OpIsis) è passata alla seconda fase. 

«Voi il virus, noi l’antidoto»
«L’Operazione Isis continua», recita il comunicato pubblicato dal collettivo. Il fronte di guerra è quello di Internet e delle identità digitali. «Combatteremo i vostri siti, ruberemo le vostre mail, i vostri account. Da ora in avanti non ci sarà più un posto sicuro per voi online. Perché voi siete il virus, noi siamo l’antidoto. Noi possediamo Internet». Nell’esercito di Anonymous ci sono «vecchi, giovani, gay, eterosessuali», un’umanità che comprende «tutte le razze, le religioni e le appartenenze etniche». Un’umanità pronta a combattere: «Noi siamo una Legione (sic), non perdoniamo e non dimentichiamo. Aspettateci».

La dichiarazione di guerra (digitale)
Il collettivo hacker aveva già dichiarato guerra ad Al Qaeda e ai terroristi dell’Isis dopo il massacro alla rivista satirica francese Charlie Hebdo. «Attaccheremo e metteremo offline tutti i siti della galassia jihadista», avevano annunciato in un video. E oggi, come riporta MintPressNews, si è passati alla fase due. 

Cile, trovato l’aereo caduto 53 anni fa A bordo c’era una squadra di calcio

Corriere della sera

I resti del velivolo individuati da un gruppo di alpinisti sulle Ande a oltre 3.000 metri. La squadra del Green Cross rientrava a Santiago dopo una trasferta: morirono in 24

Un gruppo di alpinisti ha ritrovato i resti di un aereo precipitato sulla catena delle Ande, in Cile, oltre mezzo secolo f: trasportava un’intera squadra di calcio cilena, la Green Cross. Nel disastro aereo, uno dei maggiori al mondo che hanno coinvolto squadre di calcio e che ricorda la tragedia di Superga (in cui, nel 1949, scomparve il Grande Torino), persero la vita tutte le 24 persone che erano a bordo, quasi tutti calciatori e tre arbitri.

Ritrovato l’aereo precipitato nel 1961 in Cile con a bordo la squadra del Green Cross 
Ritrovato l’aereo precipitato nel 1961 in Cile con a bordo la squadra del Green Cross 
Ritrovato l’aereo precipitato nel 1961 in Cile con a bordo la squadra del Green Cross 
Ritrovato l’aereo precipitato nel 1961 in Cile con a bordo la squadra del Green Cross
Fusoliera intatta
Una spedizione di alpinisti ha ritrovati i resti del velivolo e il capo spedizione, Leonardo Albornoz ha raccontato: «Gran parte della fusoliera è ancora intatta, di trova ad oltre 3000 metri di altitudine e nella zona sono sparsi resti umani e materiale di vario genere». Gli alpinisti non hanno però voluto rivelare il luogo esatto del ritrovamento perché non vogliono che l’aereo diventi un’attrazione turistica.
L’incidente
L’incidente avvenne il 3 aprile 1961. Alle 23.57 il Douglas DC-3 della compagnia aerea Lan con a bordo gran parte della squadra del Green Cross si schiantò sul monte Lastima, nella provincia di Lineares. I giocatori si imbarcarono a Osorno per rientrare a Santiago dopo la partita (terminata 1-1) valevole per la Copa Chile. La squadra, troppo numerosa, venne divisa su due voli e la maggior parte dei calciatori scelse il secondo volo, quello fatidico, poiché il primo effettuava troppi scali. Il volo aveva una durata prevista di due ore e mezza ma un’ora e un quarto dopo il decollo il pilota chiese ai controllori di volo di poter volare a un’altitudine minore a causa del ghiaccio. Il permesso fu negato perché sulla rotta c’era un altro aereo. Quando la torre di controllo di Santiago tentò di ricontattare il pilota per fornire indicazioni su un percorso alternativo da parte dell’equipaggio non ci fu più alcuna risposta.

8 febbraio 2015 | 16:25

Heidegger: «Gli ebrei si sono autoannientati»

Corriere della sera
di Donatella Di Cesare

Nei nuovi «Quaderni neri» del filosofo l’interpretazione choc della Shoah

Qui sopra, due pagine dei con le note scritte di suo pugno da Martin Heidegger (nella foto a destra) dal 1931 al 1969. In basso a destra, alcuni dei 34 , la cui pubblicazione è cominciata nel 2014 e verrà completata nei prossimi anni dall’editore Klostermann 
Qui sopra, due pagine dei con le note scritte di suo pugno da Martin Heidegger (nella foto a destra) dal 1931 al 1969. In basso a destra, alcuni dei 34 , la cui pubblicazione è cominciata nel 2014 e verrà completata nei prossimi anni dall’editore Klostermann

La Shoah è «l’autoannientamento degli ebrei». Questa tesi di Heidegger affiora nel nuovo volume dei Quaderni neri, curato da Peter Trawny, che sta per essere pubblicato in Germania dall’editore Klostermann (Gesamtausgabe 97, Anmerkungen I-V). Si tratta delle Note risalenti al periodo cruciale che va dal 1942 al 1948. Fa parte del volume, di 560 pagine, anche il quaderno del 1945/46, che sembrava fosse andato perduto e che è stato recuperato la scorsa primavera.

Gli ultimi anni del conflitto planetario, la sconfitta della Germania, la presenza delle forze alleate sul suolo tedesco sono gli eventi che fanno da sfondo a quella che, anche altrove, Heidegger chiama «storia dell’Essere», il cammino della filosofia in grado di aprire un varco per la salvezza dell’Occidente. Dopo il 1945 il cammino non si interrompe, ma si ripiega su di sé, fra tornanti e vie traverse. Heidegger non smette di cercare l’«altro inizio», l’alba dell’Europa, sebbene orientarsi sia divenuto quasi impossibile.

Le macerie della Germania attestano, senza equivoci, il fallimento della missione affidata al popolo tedesco. Insieme a questo naufragio epocale Heidegger vive anche il proprio tracollo accademico: l’ex rettore di Friburgo nel 1946 viene interdetto dall’insegnamento. Il volume 97 dei Quaderni neri offre, dunque, una prospettiva inedita sul pensiero di Heidegger. Tanto più che, come quelli già pubblicati, coniuga riflessione filosofica e analisi puntuale degli avvenimenti storici.

Ma questo volume è destinato a lasciare il segno soprattutto perché cancella un luogo comune della filosofia del Novecento: il «silenzio di Heidegger» dopo Auschwitz. Se gli ebrei hanno un ruolo di primo piano nei precedenti Quaderni neri, che vanno dal 1931 al 1941, se la «questione ebraica» è strettamente connessa alla questione dell’essere — come ho cercato di mostrare nel mio libro recente — non può sorprendere che Heidegger parli della Shoah e la consideri sia sotto l’aspetto filosofico sia sotto quello politico.

Selbstvernichtung, autoannientamento è la parola chiave: gli ebrei si sarebbero autoannientati. Nessuno potrebbe allora essere chiamato in causa, se non gli ebrei stessi. Già nei quaderni del 1940 e del 1941, quando viene avanzata l’esigenza di una «purificazione dell’Essere», fa la sua inquietante comparsa il termine «autoannientamento».

La quarta parte dei Quaderni neri di Martin Heidegger (1889-1976), di cui Donatella Di Cesare anticipa i contenuti più scottanti in questo articolo, comprende le note scritte dal filosofo nel periodo dal 1942 al 1948. Sta per pubblicare questo materiale, a cura di Peter Trawny, l’editore tedesco Klostermann, come volume 97 delle Opere complete (Gesamtausgabe) di HeideggerLa quarta parte dei Quaderni neri di Martin Heidegger (1889-1976), di cui Donatella Di Cesare anticipa i contenuti più scottanti in questo articolo, comprende le note scritte dal filosofo nel periodo dal 1942 al 1948. Sta per pubblicare questo materiale, a cura di Peter Trawny, l’editore tedesco Klostermann, come volume 97 delle Opere complete (Gesamtausgabe) di Heidegger

Rigoroso e coerente, Heidegger non fa che trarre la conclusione da tutto quel che ha detto in precedenza. Gli ebrei sono gli agenti della modernità; ne hanno diffuso i mali. Hanno deturpato lo «spirito» dell’Occidente, minandolo dall’interno. Complici della metafisica, hanno portato ovunque l’accelerazione della tecnica. L’accusa non potrebbe essere più grave.

Solo la Germania, grazie alla ferrea coesione del suo popolo, avrebbe potuto arginare gli effetti devastanti della tecnica. Ecco perché il conflitto planetario è stato anzitutto la guerra dei tedeschi contro gli ebrei. Se questi ultimi sono stati annientati nei lager, è per via di quel dispositivo, di quell’ingranaggio che, complottando per il dominio del mondo, hanno ovunque promosso e favorito. Il nesso fra tecnica e Shoah non deve sfuggire. Ed è proprio Heidegger ad avervi fatto allusione altrove. Che cos’è infatti Auschwitz se non l’industrializzazione della morte, la «fabbricazione dei cadaveri»?

In linea con il suo antisemitismo metafisico, Heidegger vede dunque nello sterminio un «autoannientamento». La Judenschaft, la «comunità degli ebrei» — scrive nel 1942 — «è nell’epoca dell’Occidente cristiano, cioè della metafisica, il principio di distruzione». Poco più avanti aggiunge: «Solo quando quel che è essenzialmente “ebraico”, in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell’autoannientamento nella storia».

La Shoah avrebbe allora un ruolo decisivo nella storia dell’Essere, perché coinciderebbe con il «sommo compimento della tecnica» che, dopo aver usurato ogni cosa, consuma se stessa. In tal senso lo sterminio degli ebrei rappresenterebbe quel momento apocalittico in cui ciò che distrugge finisce per autodistruggersi. Culmine «dell’autoannientamento nella storia», la Shoah rende quindi possibile la «purificazione dell’Essere».

Ma si raggiunge questo culmine? Si autoannienta l’ebraismo mondiale ad Auschwitz? Al termine non dovrebbero esserci vincitori e vinti — categorie ancora metafisiche. Piuttosto l’Ebreo è la fine che deve semplicemente finire; solo così può emergere l’«altro inizio» e intravedersi il nuovo mattino europeo.

Quando Heidegger scrive, nel 1942, le officine hitleriane della morte funzionano a ritmo serrato. Eppure, dopo la guerra, il «culmine dell’autoannientamento» non sembra raggiunto. Gli agenti della macchinazione — malgrado i milioni di morti — potrebbero persino apparire vittoriosi. Allora costituirebbero un pericolo immane per i tedeschi, perché li trascinerebbero nel loro «ingranaggio di morte».

Dopo il 1945 Heidegger osserva: gli «elementi estranei» continuano a deturpare la «nostra defraudata essenza». E si interroga sui tedeschi, sulla «facilità con cui si lasciano sedurre dagli stranieri», sulla loro «incapacità politica», sulla «radicalità con cui compiono anche gli errori più eclatanti».
In fondo la posizione di Heidegger non è dissimile da quella di Carl Schmitt e di molti altri tedeschi che si sentono sconfitti, ma solo militarmente e solo in forma temporanea. Gli ebrei, eliminati dal corpo della nazione, vengono avvertiti come una presenza spettrale e ingombrante.

Nel volume 97 dei Quaderni neri compare, a questo proposito, una lunga annotazione di Heidegger che farà certo discutere. L’occasione è offerta dai volantini distribuiti alla popolazione tedesca dal comando alleato, nei quali, sotto le foto dei lager liberati, è scritto: «Queste azioni infami sono colpa vostra!».

Heidegger replica: «Il mancato riconoscimento di questo destino (il destino del popolo tedesco), l’averci repressi nel nostro volere il mondo, non sarebbe forse, una “colpa”, e una “colpa collettiva” ancor più essenziale, la cui enormità non può essere misurata all’orrore delle “camere a gas”, una colpa più terribile di tutti i “crimini” ufficialmente “stigmatizzabili”, della quale nessuno si scuserà nel futuro? Si intuisce già ora che il popolo e la terra tedeschi non sono che un solo campo di concentramento (ein einziges Kz) — quale il mondo non ha ancora visto e che il mondo non vuole vedere — un non-volere ben più volente e consenziente della nostra assenza di volontà verso l’inselvatichirsi del nazionalsocialismo».

Gli alleati non hanno compreso la missione dei tedeschi e li hanno fermati nel loro progetto planetario. Questo crimine sarebbe ben più grave di tutti gli altri crimini, questa colpa non avrebbe termini di paragone, neppure con le «camere a gas» (espressione inserita tra virgolette!). Per la storia dell’Essere il vero incommensurabile misfatto è quello compiuto contro il popolo tedesco che avrebbe dovuto salvare l’Occidente.

Ma Heidegger non crede che sia tutto finito — proprio perché il «culmine dell’autoannientamento» non è stato raggiunto. C’è ancora un futuro per la Germania, e per l’Europa guidata dal popolo tedesco. Si moltiplicano allora gli interrogativi. Heidegger pensava a un Quarto Reich? E perché, a metà degli anni Settanta, ha progettato la pubblicazione dei Quaderni neri? Che cosa si aspettava dall’Europa in cui noi oggi viviamo?

Certo sarebbe semplice — come sembra suggerire Emanuele Severino — lasciare da parte i Quaderni neri. Ma a vietarlo è lo stesso Heidegger. Qui non si tratta infatti di documenti storici (come nel caso aperto decenni fa da Victor Farías), bensì degli scritti stessi del filosofo, strettamente connessi con il resto della sua opera. Si può capire allora l’esigenza di rileggere ad esempio Essere e tempo — come ha fatto al convegno di Parigi il giovane filosofo israeliano Cédric Cohen-Skalli, paragonando Heidegger a Walter Benjamin. Il che non vuol dire, come pretenderebbero alcuni, proscrivere o bandire Heidegger, ma confrontarsi con la complessità della sua riflessione in modo aperto e critico. Sarebbe questa forse, per la filosofia, l’occasione per pensare nella sua profondità abissale la Shoah.

8 febbraio 2015 | 08:25


Il caso Heidegger divide gli studiosi

Corriere della sera

L’interpretazione choc della Shoah del filosofo tedesco affiora con l’imminente pubblicazione della nuova parte dei «Quaderni Neri». E l’associazione si spacc

L’imminente pubblicazione, in Germania, del nuovo volume dei Quaderni neri di Martin Heidegger (nato a Messkirch nel 1889 e scomparso a Friburgo nel 1976) riapre un capitolo molto complesso e spinoso: la posizione del celebre filosofo
Martin Heidegger Martin Heidegger
tedesco nei confronti della Shoah. Come dimostra la lunga riflessione di Donatella Di Cesare che proponiamo qui e sulla «Lettura», i testi scritti dall’allora rettore dell’ateneo di Friburgo dimostrano in modo pressoché inequivocabile il suo pensiero sull’Olocausto, cancellando quella che per molti anni è stata la convinzione di innumerevoli specialisti, ossia il «silenzio di Heidegger» dopo Auschwitz.
In particolare, nella nuova parte dei Quaderni Neri, il pensatore di Essere e Tempo parla espressamente di «autoannientamento», riferendosi al popolo ebraico. Non solo: nei testi composti tra il 1942 e il 1948, dice in sostanza che l’azione degli alleati nel fermare i tedeschi è stato un «crimine» più grave delle «camere a gas». Dettagli niente affatto scontati per chi conosce bene la questione, e molto importanti. Dettagli che, anche in Italia, negli ultimi mesi, ha alimentato il dibattito.
Se Livia Profeti, sul «Corriere» sintetizza che «Gli ebrei, nei Quaderni neri, non appartengono nemmeno ad un mondo diverso (si legga inferiore) da quello tedesco, ma sono senza mondo, esclusi dall’Essere», per Guido Ceronetti, sempre sul nostro quotidiano, la prova massima dell’antisemitismo di Heidegger sta nel suo «silenzio su Spinoza, l’ebreo portoghese cacciato e maledetto dalla sinagoga di Amsterdam, il pensatore che ha visto Dio più da vicino, intossicato, drogato, malato dell’Essere anche più, forse, dello stesso Heidegger».
Insomma, dai nuovi taccuini che il professore scrisse dando l’ordine che venissero pubblicati postumi e nascosti, emerge una posizione molto netta che ha finito per spaccare anche l’associazione che porta il suo nome: il presidente della «Società Martin Heidegger» tedesca, Günter Figal, si è infatti dimesso dall’incarico, dicendo di non voler più in alcun modo rappresentare una figura capace di affermazioni che ritiene di natura patologica. In dissenso la vice presidente, la stessa Di Cesare, che ha detto: «
Il nostro compito è promuovere una discussione critica». Infine, a riportare a galla la «questione Heidegger» è anche il recente film di Margarethe von Trotta su Hannah Arendt, la studiosa che fu sua allieva e che egli amò. Le stesse posizioni di Arendt, ebrea tedesca poi trasferitasi in America, furono contestate da più parti perché, raccontando il processo al criminale di guerra nazista Eichmann, coniò l’espressione «banalità del male», descrivendo un mediocre burocrate e destando le ire di chi avrebbe voluto una condanna più esplicita.
8 febbraio 2015 | 08:24