martedì 10 febbraio 2015

Il “divorzio facile” non piace agli italiani. E costa anche troppo

La Stampa
grazia longo

Solo chi non ha figli può usare la procedura davanti ai sindaci


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Il divorzio facile piace solo davanti al sindaco. Per il resto, la «negoziazione assistita», prevista dalla legge 162/2014 per separazioni e divorzi consensuali, è un mezzo flop. 
Da Torino a Roma, passando per Torino e Genova, il sostegno di due avvocati, saltando il passaggio al tribunale civile, non convince affatto gli italiani. Sarà perché i tempi non si riducono poi così tanto, le spese legali non diminuiscono o perché il sistema è ancora nuovo, il risultato non cambia. Per ora si preferisce archiviare le bomboniere del matrimonio alla vecchia maniera.

Ma c’è un ma, e riguarda quegli addii definitivi che, grazie alla nuova legge, possono essere risolti in Comune a costo zero. Peccato, tuttavia, che siano vincolati a due condizioni: non avere figli a carico, né un accordo patrimoniale da siglare. Per chi invece ha prole oppure beni da dividere e alimenti da concordare, il sindaco non basta. E allora si scopre che il tanto sbandierato divorzio facile, così semplice non è.

Non solo l’attesa rivoluzione è ancora lontana, ma si è anche causato un carico amministrativo in più alle procure che hanno dovuto attrezzarsi, con personale e mezzi informatici, per far fronte al nuovo iter giudiziario che le vede coinvolte. Parlano chiaro i numeri di tre città campione: Torino, Milano, Roma e Genova. Si tratta, è evidente solo di uno spaccato circoscritto, sufficiente però a rendere l’idea del fenomeno. 

Il mese in esame è lo scorso gennaio. La procedura di conciliazione cogestita dagli avvocati delle due parti é stata richiesta da 10 coppie a Torino, 15 a Milano, 30 a Roma, 35 a Genova. Mentre il vecchio modo di separarsi o divorziare ha registrato 177 casi a Torino, 264 a Milano, 580 nella capitale e 150 nel capoluogo ligure. 

Un successone incassa invece la nuova pratica in municipio. Ben 144 coppie a Roma, 130 nel capoluogo piemontese, 90 a Milano e 70 a Genova. Il sindaco, ufficiale di stato civile, assegna un tempo di trenta giorni agli sposi per riflettere sulla scelta: se un mese dopo non si ripresentano, l’accordo salta. Altrimenti è fatto, saltando la parcella per gli avvocati (che restano comunque una scelta facoltativa), tribunali e estenuanti attese di udienze.

«Vanno in Comune le coppie che non possono permettersi un legale - osserva l’avvocato matrimonialista Francesca Zanasi -, ma non devono avere figli minori a carico, né alimenti o beni da contrattare. Si tratta comunque di un traguardo importante che è non stato invece raggiunto con la negoziazione assistita dei due avvocati e il coinvolgimento di un sostituto procuratore baipassando il tribunale». Solo il 3,15% dei torinesi ha intrapreso questa scelta (il 55,83% ha preferito il vecchio metodo e il 41%, molto più che nelle altre tre città campione, è andato in Comune).

Poca gente in procura anche tra i romani, solo il 3,97%, (mentre il 76,92% ha optato per la vecchia separazione e il 19,09% ha inoltrato richiesta allo stato civile del Campidoglio). Idem con il 4,06% dei milanesi (il 71,54% ha optato per la vecchia separazione o divorzio e il 24,39% è andato in Comune). Più in controtendenza è Genova: ben il 13,72% ha preferito l’ accordo conciliativo, contro il 58,82% di tradizionalisti e il 27,45% di chi ha chiesto aiuto al sindaco.

Ma perché le coppie non amano la nuova legge? I motivi possono essere molteplici. A partire dal prezzo. La negoziazione prevede infatti due avvocati sia per la separazione sia per il divorzio, mentre con la procedura classica non è obbligatorio l’avvocato per separarsi e ne basta solo uno per i divorzi consensuali. Ci sono poi questioni legate agli aspetti professionali dei legali che rischiano un’ammenda fino a 10 mila euro se non comunicano l’accordo raggiunto entro 10 giorni all’ufficio di stato civile del Comune. Per non dimenticare le eventuali lungaggini in presenza di figli, per il passaggio obbligatorio dal pubblico ministero.

Spetta a lui valutare se l’accordo tra i due ex risponde all’interesse dei bambini. Solo così autorizzerà il documento, altrimenti dovrà trasmetterlo entro cinque giorni al presidente del Tribunale. Quest’ultimo dovrà poi convocare le parti entro 30 giorni per valutare la situazione. E i tempi si allungano.

La prova del contatto tra noi e i Neanderthal

Corriere della sera
di Edoardo Boncinelli

Nei resti fossili trovati in una grotta di Israele la storia di quando vivevamo insieme

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L’albero genealogico della nostra specie è tutt’altro che lineare. Anzi è dubbio che sia un albero. Sappiamo da qualche tempo che le specie quasi umane che hanno popolato la terra qualche decina di migliaia di anni fa sono ben più di una. Più che di un albero, si tratta cioè di un cespuglio. Anche solo 50 mila anni fa le specie in questione erano almeno quattro: i nostri diretti antenati, i Neanderthal, quelli che prendono il nome dall’isola di Flores e i cosiddetti Denisoviani. Di questi siamo rimasti solo noi, o per gravi malattie che hanno colto gli altri o perché li abbiamo progressivamente sterminati.
Geni Neanderthal
L’analisi del nostro genoma rivela anche che quello contiene tratti di Dna presumibilmente presi dal genoma dei Neanderthal a seguito di accoppiamenti diretti fra membri della nostra specie e Neanderthal. Ma si sono mai trovati contemporaneamente nello stesso luogo esseri umani e Neanderthal? Altrimenti la ricostruzione è puramente ipotetica. Ora sembra di sì. Una recentissima scoperta in una zona del Medio Oriente individua resti fossili di Homo sapiens vicini a resti di Neanderthal. Questo avveniva 55 mila anni fa in un luogo archeologico chiamato Manot Cave e la scoperta è riportata dall’ultimo numero della rivista Nature, che vi dedica un editoriale.
L’origine africana
La nostra specie si è originata in Africa orientale più o meno 200 mila anni fa e a un certo punto alcune tribù si sono spostate dall’Africa all’Eurasia. Qui la datazione si fa più complessa, perché dipende essenzialmente dalla domanda se stiamo parlando dell’Europa o del Medio Oriente. In entrambi i posti i nostri sembrano aver trovato i Neanderthal che preesistevano, mentre 40 mila anni fa di loro non c’è più traccia. In questo moto di espansione i nostri antenati hanno travolto e sterminato tutti i concorrenti più diretti, restando gli unici padroni del campo, fatta eccezione per fasce territoriali molto ristrette, come l’isola di Flores in Indonesia dove quella specie di piccoli umani si è conservata fino a tempi relativamente recenti.
Genoma
Parallelamente agli studi sul materiale fossile, sono state condotte analisi e comparazioni sui genomi delle diverse specie ogni volta che è stato possibile. Il nostro genoma conserva frammenti tipici di quello dei Neanderthal: ci devono essere stati perciò ripetuti accoppiamenti, ma per fare questo i nostri antenati diretti e i Neanderthal devono aver vissuto fianco a fianco per qualche tempo: finora non c’erano prove di un fenomeno del genere e adesso ci sono.
Animali tra gli animali
Due sono gli aspetti rilevanti di tale scoperta, sul piano conoscitivo e su quello culturale. Per quanto riguarda il piano conoscitivo, non ci dovrebbero essere più limiti alla formulazione di ipotesi e alla relativa verifica sperimentale - tanto archeologica quanto genetica - del nostro cammino nel mondo a partire dalla nostra culla nelle diverse regioni dell’Africa già giù fino all’Oceania e le Americhe. Sul piano culturale, è estremamente interessante notare come sono cambiate e come stanno cambiando le idee sulla nostra propria origine. Per prima cosa ci dobbiamo considerare animali fra gli animali, prodotto della selezione naturale, con i suoi alti e i suoi bassi, le sue espansioni e le sue contrazioni di popolazioni e le immani lotte per la sopravvivenza che stanno in tutti i libri di testo, ma non nella nostra testa.

Specie compaiono, specie si espandono, specie si accoppiano e si accoppano, specie scompaiono e specie rimangono dominatrici, anche se nessuna è mai stata dominatrice, nel bene e nel male, come la nostra. Noi siamo insomma gli ultimi frutti di una lunga storia, che è tutto fuorché lineare. Altro che creati separatamente e ad hoc!

Privacy, Samsung ammette: attenti, la tv vi ascolta

Corriere della sera

di Federico Cella


Non è una questione di educazione né di inquinamento acustico: prima di parlare di temi familiari o personali o comunque “sensibili”, spegnete la televisione. Perché ascolta (e riferisce). L’allarme sta rimbalzando da diverse ore sui siti di news a stampo più tecnologico e nasce direttamente in casa di quello che viene bollato come il nuovo Grande Fratello del momento: Samsung. Il cui supplemento alla policy di utilizzo delle SmartTv pubblicato di recente è stato letto come un’ammissione di colpa. «Siate consapevoli che se le parole pronunciate includono informazioni personali o sensibili, queste informazioni saranno tra quelle acquisite e inviate a una società esterna per il fatto che state usando il riconoscimento vocale». Lo scopo di tale raccolta dati è quello di “valutare e migliorare” il servizio di riconoscimento vocale delle tv intelligenti dei coreani – quello che si attiva con il simbolo del microfono sul telecomando (simbolo che compare poi anche sullo schermo tv per avvisarci che la funzione è attiva) -, ma stupisce il fatto che il colosso tech con i nuovi termini d’uso abbia voluto mettere le mani avanti.



Si è ovviamente scatenata ogni forma di dietrologia, tra cui non poteva mancare il riferimento al 1984 di Orwell (sopra il divertente tweet che mette a confronto i due testi). Ma è indubbio che la mossa preventiva di Samsung, e le strane righe scritte sul proprio sito, hanno fatto scattare il campanello-privacy a molti. Nel mirino è soprattutto la questione che tira in ballo una società esterna non meglio specificata, così come non lo è il metodo di trasmissione di questi dati. I nostri dati, per la precisione. Niente di drammatico, per carità: basta spegnere il riconoscimento vocale e tutto quanto viene detto rimane tra le pareti domestiche.

Ma l’invasività degli oggetti smart e connessi è un tema non solo sempre interessante, ma che con l’esplosione della Internet of Things diventerà sempre più di attualità. Come sempre la “lotta” per la propria privacy viaggia sul confine tra la comodità (dai cookies dei siti al frigorifero che ci avverte che lo yogurt è finito) e appunto la difesa del nostro ambiente personale. Microsoft un anno fa era dovuta tornare sui propri passi con il Kinect della Xbox One, l’occhio (e l’orecchio) di Redmond sempre acceso e sempre connesso. E una frase sui termini d’uso quantomeno poco felice: «L’utente non dovrà aspettarsi alcun livello di protezione dei dati personali che riguardano l’utilizzo delle funzionalità di comunicazione dal vivo offerte tramite il Servizio Xbox Live». Temi non dissimili aveva suscitato anche il “magico” Echo di Amazon, con i suoi 7 microfoni puntati sulla nostra vita domestica. Come detto, niente di cui allarmarsi sul serio. Ma bisogna comunque porre un pizzico d’attenzione alla nostra dotazione tecnologica, perché diventa sempre meno un modo dire la frase “anche i muri hanno orecchi”.

Foto porno, Skype e pizzini a mano Così comunicano i terroristi di Isis

Corriere della sera
di Carlo Biffani (esperto di sicurezza) e Guido Olimpio

Delle telecamere GoPro a Twitter al telefono: ecco come i militanti si scambiano messaggi in codice. L’importanza di chi gestisce le tecnologie



Oggi i militanti di Isis usano qualsiasi piattaforma, social network, sistema. Il corriere che porta il minuscolo “pizzino” è sempre il più sicuro ma la recente inchiesta in Belgio ha dimostrato che prendono anche dei rischi utilizzando il telefono. Il referente in Grecia delle cellula di Verviers comunicava tranquillamente con i suoi uomini in Nord Europa e infatti li hanno individuati, probabilmente con l’aiuto delle “antenne” della Nsa americana.
Hayat Boumeddiene, moglie di Amedi Coulibaly, ha scambiato nel solo 2014 ben 500 telefonate con la compagna di un altro terrorista. Non certo una condotta prudente. Per non dire di quei militanti che hanno lasciato le tracce su twitter, dal Canada fino alla Siria. Vere coordinate geografiche.
Come le spie russe
Le molte indagini hanno rivelato come gli aspiranti terroristi ricorrano spesso a Skype: la domanda a voce, la risposta con un messaggio. O ancora alla piattaforma Viber. A volte lasciano un commento sotto innocuo video su Youtube ma che in realtà cela messaggi in codice. Nulla di strano: era il metodo impiegato anche da una coppia di spie tedesche al servizio dei russi. E poi qualsiasi chat è buona, da Facebook a WhatsApp. Ovviamente su livelli diversi.
Le telecamere GoPro
Si diffondono foto, comunicati, annunci e, qualche volta, passano ordini. Imitando quanto fanno i mujaeddin in Siria e in Iraq, i loro “fratelli” nelle città europee vogliono documentare gli attacchi. Coulibaly, il responsabile della presa d’ostaggi nel negozio kosher di Parigi, ha spedito a qualcuno - per ora rimasto ignoto - un video di sette minuti registrato con la sua telecamera GoPro. Era assediato dalla polizia e il suo portatile aveva problemi di connessione ma è riuscito a inviare il file sfruttando un computer trovato nel locale.
Foto porno
Sempre gli investigatori francesi stanno riesaminando il vecchio dossier del 2010, quando Cherif Kouachi e Coulibaly sono stati indagati per un piano d’evasione di un loro complice. La polizia scova nei loro computer delle immagini porno che hanno tentato di cancellare, ma nessuno perde tempo a fare delle verifiche. Forse un errore. Non si esclude che quelle foto potessero nascondere dei segnali in codice. La replica di un’operazione organizzata dai qaedisti nel 2011. Avevano affidato ad un emissario una chiavetta Usb contenente alcuni files pornografici: in realtà celavano piani di attacco da condurre in Europa. La polizia tedesca lo ha però fermato ed è riuscita a decifrare il materiale.
Le riviste online
L’intelligence presta molta attenzione alle riviste online diffuse in rete dalle formazioni estremiste. Servono alla propaganda, dettano la linea, celebrano i militanti, ma è possibile che talvolta racchiudano delle indicazioni più precise. Insomma, non solo “risoluzioni strategiche” o consigli per i “lupi solitari” ma qualcosa di ancora più pericoloso in termini tattici. Una foto può essere l’invito o l’ordine a colpire un certo obiettivo? Hanno inventato un codice di comunicazione?
La conversione
E’ una realtà estremamente agile. Quello che sotto questo aspetto è accaduto in questi ultimi anni potrebbe essere raccontato dicendo che all’inizio i seguaci della dottrina qaedista parlavano utilizzando i sistemi messi a disposizione dalla tecnologia e da internet in maniera ortodossa, si spedivano cioè email e creavano siti web. Successivamente, per cercare di diventare invisibili hanno evitato in ogni modo di utilizzare la tecnologia, i telefoni, il web, la posta elettronica, tornando ai messaggi vergati a penna, dal centro alla periferia o viceversa, mentre ora, nell’epoca dei social network si sono dedicati alla destrutturazione. E ovviamente, quando possono, ricorrono ad uno scudo tecnologico. L’esperto “manovra” gli account, distribuisce alla rete le informazioni necessarie al loro utilizzo e poi dopo qualche ora, al massimo qualche giorno, li fa sparire o li cambia.
Il dominus
Il gestore-tecnico del sistema è diventato il vero dominus, ovvero è colui che informa i proseliti e gli operativi sui passaggi che vanno fatti per ottenere uno standard di sicurezza accettabile, prodigandosi di volta in volta, con consigli quali quello di evitare di usare metodi che consentano la tracciabilità in termini di geo-localizzazione. La sua importanza, nella gerarchia della struttura terroristica, è cresciuta enormemente, tanto da rendere il suo lavoro, tanto importante quanto quello di chi sta sul terreno, armi in mano.
Contromisure
Fondamentale è l’attività di controspionaggio seguita dai terroristi. Nelle aree sotto un controllo (pieno o parziale) conducono una caccia alla spia elettronica. Sono ossessionati dalle “cimici” piazzate in auto o in un’abitazione, segnali che possono guidare il missile sparato da un drone o captare conversazioni delicate. Per questo si ritiene che il Califfo Abu Bakr al Baghdadi abbia creato un cerchio di sicurezza dove l’uso di apparati è vietato o quasi mentre uomini di fiducia del leader potrebbe aver acquisito sistemi criptati. Il tempo dirà la contromisura ha funzionato.