venerdì 13 febbraio 2015

Grecia, abbracciati da 6 mila anni: i resti di una coppia preistorica trovati in una grotta

Corriere della sera


Abbracciati da seimila anni. I resti di una coppia preistorica sono stati trovati in Grecia, nella zona del Peloponneso. Secondo un comunicato del ministero della Cultura greco gli scheletri appartengono a un uomo e di una donna e risalgono a circa 6000 anni fa. La scoperta è stata fatta nella grotta di Diros e secondo gli archeologi che stanno lavorando nello scavo i due avrebbero vissuto nel 3800 avanti Cristo

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A(fp)

I 18 magistrati impegnati per il piccione ucciso

Corriere della sera
di Giuseppe Guastella

Già sei gradi di giudizio per la vicenda del volatile colpito col fucile ad aria compressa da un legale

Per quasi 5 anni 18 magistrati si sono occupati della morte di un piccione in un andirivieni di processi che è la dimostrazione lampante di come la giustizia italiana possa riuscire a perdere tempo pestando acqua in assurdi bizantinismi. E non è ancora finita. Tutto comincia il 6 giugno 2010 quando un avvocato di 50 anni si affaccia ad una finestra della sua villetta nella zona est di Milano e con un colpo di fucile ad aria compressa centra un piccione che cade morto nel cortile del palazzo a fianco. I vicini, secondo i quali da due anni l’avvocato sparava agli uccelli, chiamano i Carabinieri.

Ai militari che bussano alla villetta si presenta un uomo «in palese stato di ebbrezza alcolica», scrivono nel verbale firmato in quattro, che dice di avere sparato perché anni prima suo figlio si era ammalato ed era «entrato in coma a causa di uno di questi volatili». Per rimuovere la carcassa dell’animale deve intervenire un mezzo speciale del Comune. Uccisione di animali con crudeltà e «getto pericoloso di cose» (il proiettile) in luogo privato di uso altrui, recita l’accusa formulata dal pm della Procura al gip Bruno Giordano, che quattro mesi e mezzo dopo il fatto emette un decreto penale condannando il reo confesso a ottomila euro di multa.

L’imputato non ci sta, si oppone e chiede di essere giudicato con il rito abbreviato. Per quei reati la prescrizione è di cinque anni. I primi due vanno via ancor prima che il fascicolo arrivi sul tavolo del giudice Andrea Ghinetti che il 6 marzo 2012, su richiesta di un secondo pm, condanna l’avvocato a un mese e 20 giorni di arresto con la condizionale.

La cosa potrebbe finire qui, ma anche stavolta lo sparatore non si ferma e, avvalendosi di ogni suo diritto, fa appello perché, sostengono i suoi due difensori, le prove erano insufficienti, nessuno ha visto sparare, i Carabinieri non hanno «redatto un verbale per constatare lo stato del piccione» e, poi, chi l’ha detto che l’uccello è stato ucciso dal proiettile? Non potrebbe essere che si è fatto male da solo andando a sbattere contro un ramo? E «se fosse davvero morto per cause naturali?». E la confessione? «Inutilizzabile» perché resa senza la presenza di un avvocato.

Il processo d’appello (tre giudici e un sostituto procuratore generale per l’accusa) l’ 8 ottobre 2012 conferma la condanna dopo aver analizzato il caso da capo a piedi. Neppure questo basta a far desistere gli avvocati che spostano la battaglia in Cassazione. La prescrizione continua a correre.
Bisognerà aspettare 16 mesi prima di sapere cosa 5 giudici della terza sezione penale rispondono al pm che, manco a dirlo, chiede la conferma della condanna. Gli ermellini approfondiscono anche loro il caso, quasi ci si appassionano. Vergano tre pagine di motivazioni che confermano come al solito la condanna. Ma attenzione, solo per l’uccisione dell’animale rimandando indietro la questione del «getto pericoloso» perché non era stata sufficientemente motivata dall’Appello. Si torna a Milano il 30 gennaio 2015, Corte d’appello, sezione quarta. Il ricordo del piccione continua a vivere solo nelle aule di giustizia.

Tre giudici e il sostituto pg Gaetano Amato Santamaria, che con tutti gli altri che li hanno preceduti fanno la bellezza di 18 magistrati con i quali hanno lavorato qualche decina di cancellieri e impiegati, per l’ennesima volta analizzano la sorte dell’animale finendo perfino a disquisire se il «getto» potesse riguardare la caduta «del corpo stesso del piccione ferito e agonizzante precipitato tra le persone» e non il pallino che lo ha trapassato ad un’ala.

Sentenza confermata di nuovo anche per il secondo reato. Ci vorrebbero 30 giorni per le motivazioni, ma il presidente Francesca Marcelli le deposita il 10 febbraio. Il gong finale della prescrizione suonerà a giugno 2015, ma c’è ancora la possibilità di un ricorso in Cassazione: altri sei magistrati. Resta la condanna definitiva per il primo reato, ammesso che ci sia un magistrato dell’esecuzione che tra i fascicoli che gli sommergono l’ufficio abbia anche lui tempo da dedicare al povero piccione e al suo uccisore.

13 febbraio 2015 | 09:04

Facebook dopo la morte: da oggi si può lasciare l'account in eredità

Il Mattino


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Da oggi, ogni utente statunitense potrà decidere il destino del proprio account su Facebook dopo la morte. I 186 milioni di statunitensi presenti sul social network potranno lasciare un testamento: scegliere la cancellazione dell'account, non fornire alcuna indicazione - lasciando che il proprio profilo sia congelato da Facebook con le impostazioni sulla privacy già scelte - o lasciarlo 'in eredita« a una persona, che avrà la possibilità di pubblicare un ultimo post, rispondere alle richieste di amicizia, aggiornare la foto del profilo e la cover e archiviare i post e le foto pubblicati.

Finora, quando un familiare comunicava la morte di un utente, Facebook verificava la notizia e 'congelavà l'account, che continuava a essere visibile, ma senza la possibilità di essere gestito o modificato da altre persone. L'erede, però, avrà un accesso limitato e non potrà, per esempio, cancellare o modificare dei post pubblicati in passato dal deceduto, o decidere di cancellare l'account.

giovedì 12 febbraio 2015 - 17:34   Ultimo agg.: 17:40

Il manager della Fiera licenziato e la demagogia sugli stipendi d’oro

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Il dg è stato licenziato in tronco perché ha rifiutato il taglio della retribuzione da 280 a 81 mila euro

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ROMA - Segno dei tempi. Il direttore di Investimenti spa, una società pubblica controllata dalla Camera di commercio di Roma, di cui sono azionisti anche la Regione Lazio, il Comune e la Provincia di Roma,è stato licenziato per essersi rifiutato di ridurre il proprio stipendio. Le agenzie di stampa che hanno dato la notizia informano che la sua retribuzione era stata già ridotta da 300 mila a 280 mila euro l’anno, ma la richiesta del consiglio di amministrazione era quella di allineare il compenso al livello di quello dell’amministratore delegato: 81 mila euro.
Paghe astronomiche e demagogia
Fino a un anno fa, c’è da giurarci, una decisione del genere non sarebbe mai stata presa. Ma il direttore generale di un’azienda pubblica non avrebbe neppure ricevuto una richiesta simile in termini tanto perentori. E la dice lunga pure il fatto che Vincenzo Alfonsi, questo il suo nome, non verrebbe rimpiazzato: fatto dal quale si potrebbe dedurre che quella poltrona è ritenuta di scarsa utilità. Segno dei tempi, dunque. Tempi segnati dalla crisi più grave da un secolo a questa parte e dalla giusta necessità di farla finita con certi privilegi quali le paghe astronomiche e non di rado ingiustificate di manager e burocrati pubblici. Segnati però, in certi casi, anche da una discreta dose di demagogia.
Legare stipendi ai risultati
Non conosciamo nei dettagli il caso di Alfonsi, quali fossero le sue competenze specifiche e le sue responsabilità. Abbiamo però contezza di quale macigno abbia sulle spalle l’amministratore delegato di un’azienda come l’Atac: basta dire che il numero dei dipendenti è superiore a quello dell’Alitalia e i problemi di sicuro non sono molto inferiori. Ebbene, le norme stabiliscono che chi la guida non può guadagnare più dell’80 per cento del sindaco. Ovvero, 67.500 euro lordi l’anno. E dato che il bilancio è strutturalmente in perdita, l’amministratore delegato dell’Atac non può incassare premi di produttività.

Accontentandosi quindi di portare a casa meno di un quarto di uno degli avvocati dipendenti del Comune di Roma. Assurdo. La cosa più logica sarebbe modificare il sistema introducendo la regola che i pubblici amministratori vengano retribuiti non secondo tetti prestabiliti ma sulla base dei risultati reali ed effettivi: non soltanto quelli dei bilanci aziendali ma anche sul fronte dell’efficienza e della qualità dei servizi. Sappiamo che cedere alla demagogia, soprattutto in momenti come questo, è molto più facile. Ma con la realtà, alle volte, bisogna fare i conti.

13 febbraio 2015 | 08:23

Signore si nasce

La Stampa
massimo gramellini


Perché, dopo tante belle parole, Renzi non ha ancora fatto le riforme e rottamato gli oppositori? E perché, con sedici anni di condanna sul groppone, Schettino resta a piede libero mentre tanti presunti innocenti vengono sbattuti in carcere durante le indagini preliminari? Sono le classiche domande che un giornalista si sente rivolgere per strada e alle quali non riesce a rispondere con la spiccia sicurezza di un tweet di Salvini. Per togliersi dall’impaccio prova a spiegare che anche un premier risoluto ai limiti della prepotenza è condizionato dai rapporti di forza e costretto a mediare su tutto con tutti.

E che la legge prevede il carcere prima della sentenza definitiva soltanto se esiste un effettivo pericolo di fuga o di inquinamento delle prove. Insomma, che la democrazia non è un moto istintivo dell’animo, ma una costruzione complessa e fragile, fasciata da imbracature che si chiamano regole e a volte fungono da sostegno e altre da intralcio.

L’ascoltatore scuote la testa perplesso. Ma con scarsa coerenza, appena dismette i panni del cittadino e torna a indossare quelli della corporazione cui appartiene, si trasforma nel geloso paladino di interessi di parte. E, come i vigili urbani di ieri, marcia su Roma per difendere il buon nome di una categoria accusata di accogliere nei suoi ranghi una quota di schettini.

La sensazione è che per l’italiano medio la forma preferita di governo rimanga la Signoria rinascimentale. Un insieme di corporazioni arroccate intorno ai propri privilegi che delegano a un Capo il compito di amministrare la politica e la giustizia, tagliando la testa a chi sbaglia oppure osa anche solo dire beh.