lunedì 16 febbraio 2015

Smartphone, tariffe voce e dati: cambiando operatore si risparmia

Corriere della sera
di Martina Pennisi

I costi passano da una media di 36,33 euro a 28,4. Un risparmio del 22%

 


La fedeltà non è conveniente, se si parla di telefonia mobile. Il risparmio garantito dal passaggio da un operatore all’altro non è una novità, ma i dati di SosTariffe.it mostrano come la variazione sia aumentata esponenzialmente a cavallo del nuovo anno. Si può andare oltre il 300%. “Si nota quanto il mercato delle offerte si sia aprendo alle esigenze dei consumatori che sempre più utilizzano lo smartphone per chiamare e navigare”, commenta Alberto Mazzetti, amministratore delegato del portale di comparazione delle tariffe.
I pacchetti considerati
I pacchetti presi in considerazione comprendono infatti sia il traffico vocale sia la connessione a Internet in mobilità. Il risparmio più consistente si ottiene con tariffe da più di 1000 minuti di telefonate al mese. Chi passa da un operatore all’altro spende il 22% in meno, da un costo medio mensile da 36,33 euro a uno da 28,4 euro. La convenienza rispetto a quella messa sul piatto nel 2014 è cresciuta del 352%. Lo stesso tipo di sottoscrizione senza “tradire” un marchio vede invece un aumento del canone medio dell’89%, da 20,29 euro a 38,28 euro, anche perché i GB di navigazione a disposizione sono cresciuti, sempre mediamente, da 2,5 a 3,1.

Chi ha un rapporto meno simbiotico con lo smartphone gode di tariffe più basse del 50% anche senza cambiare bandiera. Fino a 300 minuti di conversazione al mese, nel 2014 doveva spendere una media di 21,54 euro, mentre in questi primi mesi del 2015 può arrivare a 10,73. A rimetterci i GB: 2,5 nelle offerte dello scorso anno e 1,2 in quelle odierne. Svariate le possibilità per chi spazia dai 300 ai 1.000 minuti. Si risparmia sia passando da un’operatore all’altro, 12,31 euro al mese invece di 14,63, sia senza alcuna promozione, da 22,78 euro a 17,26. Anche in questo caso, però, i GB diminuiscono da 2,7 a 1,5.

16 febbraio 2015 | 18:08

Calma e gesso”. E alla fine Renzi frena gli interventisti

La Stampa
fabio martini

Intervento del Professore, il premier adotta la dottrina-Prodi

L’ex premier Romano Prodi ieri ha contribuito a orientare meglio sulla Libia il governo di Matteo Renzi

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La parola chiave che poteva resuscitare il Nazareno era stata già coniata, si chiamava «emergenza nazionale» e l’avrebbe pronunciata nelle prossime ore Silvio Berlusconi. Alle sette della sera però Matteo Renzi ha capito che l’abbraccio bellicista del Cavaliere in nome della guerra in Libia, rischiava di portarlo fuori strada. E ha aggiustato la linea.

Dopo aver lasciato correre nei giorni scorsi dichiarazioni impegnative dei suoi ministri di punta, il presidente del Consiglio ha affidato la frenata ad una di quelle note informali («ha detto ai suoi...») che gli servono per non metterci direttamente la faccia. Renzi ha fatto sapere: «In Libia c’è bisogno di responsabilità e non di fughe in avanti. La priorità è raddoppiare gli sforzi Onu nella iniziativa politica e diplomatica e su questo stesso terreno, non quello militare, l’Italia è pronta ad assumersi le sue responsabilità». E Renzi ha sintetizzato la sua posizione in una di quelle frasi semplici che rendono l’idea: «Calma e gesso».

Naturalmente il capo del governo non fa totalmente macchina indietro, spiega che «priorità non significa fretta, ma kairos, momento opportuno, per costruire a livello diplomatico condizioni minime di vivibilità». In definitiva, dopo aver assecondato l’ardore interventista di alcuni suoi ministri, Renzi ha capito la cosa lo avrebbe portato su due binari morti: la rinascita su una linea bellicista del patto del Nazareno; la rottura col vasto mondo pacifista.

E a quel punto Renzi ha preferito adottare la “dottrina Prodi” che nelle ultime ore è tornato in prima linea con alcune esternazioni molto chiare. «No alla guerra», aveva detto il Professore, perché prima va esperito «ogni tentativo di dialogo». E ancora: «Nulla si può fare senza l’Onu, ma l’Onu ha poche armi», eppure «in questo caso siamo nella situazione ideale per l’intervento delle Nazioni Unite, perché tutte le grandi potenze hanno paura dell’Isis». Prodi conosce molto bene il “campo” e Renzi lo sa.

Nella estate del 2014, il primo ministro libico e il leader di gran parte delle tribù locali scrissero due lettere riservate a Matteo Renzi nelle quali auspicavano con toni accorati la chiamata di Prodi, indicato come la personalità più adatta a fare da mediatore, per l’autorevolezza e la conoscenza delle parti in causa. Quell’appello, lanciato quando ancora l’Isis non era penetrato in Libia, era stato lasciato cadere da Renzi e Prodi, interrogato sulla questione, ieri ha risposto così: «Non so perché sulla richiesta del governo libico di essere io il mediatore con la comunità internazionale, non sia stato effettivamente coinvolto» ma «io sono sempre stato a disposizione del mio Paese e della pace».


Ancora ieri alcune delle fazioni in lotta in Libia hanno chiesto a Prodi le ragioni dell’incertezza dell’Italia a coinvolgerlo in una mediazione che ovviamente è diventata molto più complicata di quanto lo fosse sette mesi fa. Ora Renzi sa di doversi gestire la partita libica su due fronti, interno e diplomatico. Il premier sa che la contro-svolta di ieri di Berlusconi, il suo ponte verso un “Nazareno-2” in queste ore ovviamente trova d’accordissimo tutta l’ala dialogante di Forza Italia (Verdini, Romano, Gelmini, Carfagna) ma sa altrettanto bene che nella mossa berlusconiana c’è anche una scommessa politica: l’apertura di una frattura dentro la sinistra, che da decenni si dilania sull’asse guerra-pace.

I primi segnali di una contestazione da sinistra, Renzi li ha visti ieri, con dichiarazioni di Pippo Civati, di Sel, del Cinque Stelle. E prima che gli infilassero l’elmetto, Renzi ha virato rapidamente. E oggi, davanti alla direzione del Pd si attesterà su una posizione di interventismo ma dentro le regole internazionali.

Il Parlamento Europeo: «Non usate l’app di Outlook»

La Stampa
antonino caffo

L’accesso alla nuova applicazione di Microsoft per iOS e Android è stato sconsigliato ai membri di Bruxelles a causa di «dubbi sulla privacy»

1Due settimane fa Microsoft aveva lanciato la sua nuova app Outlook per iOS e Android. Si è trattato in entrambi i casi di un ritorno visto che sia su App Store che Google Play Outlook era già presente seppur sotto forma di vari surrogati non proprio riusciti. A detta di molti utilizzatori finalmente l’azienda di Redmond ha prodotto un software mobile degno del suo nome in grado di gestire non solo gli indirizzi di posta del gruppo ma anche quelli dei concorrenti, iCloud, Yahoo e Gmail tra tutti. Purtroppo a Bruxelles non l’hanno presa così bene.

Come scrive PcWorld , il dipartimento di informatica del Parlamento Europeo ha infatti vivamente consigliato di non utilizzare l’app di Outlook sia per iPhone che per dispositivi Android spiegandone il motivo con un preoccupante avviso: “Per favore non istallate l’applicazione, e in caso lo abbiate già fatto per la vostra email aziendale procedete subito con la cancellazione e poi con un cambio di password”.

Dovessimo fermarci qui penseremmo subito all’ennesima scoperta sull’accesso indiscriminato alle caselle email di politici e cittadini da parte di agenzie di sicurezza e governi spioni, incuranti delle norme di privacy che sussistono ancora per l’utilizzo di strumenti informatici. Questa volta invece tutto si traduce in una precauzione più che dovuta per un organo istituzionale come il Parlamento Europeo sulle cui reti viaggiano ogni giorno documenti e informazioni più che riservate.


Come la maggior parte delle aziende che offrono servizi di posta elettronica, anche Microsoft riceve i dati dell’app così come le credenziali di accesso direttamente sui suoi server conservandoli poi su piattaforme cloud di terze parti su cui il Parlamento Europeo non ha controllo. Acompli, compagnia che ha sviluppato l’app con Microsoft, spiega come queste informazioni e i relativi metadati, ovvero il mittente del messaggio, la data di invio/ricezione e la dimensione degli allegati ma non il testo in chiaro, “potrebbero essere memorizzate temporaneamente sia sui nostri sistemi che sui vostri dispositivi”.

Sul sito del partner di Microsoft si legge che il nome utente e la password di accesso ad Outlook sono crittografate con una duplice forma di sicurezza che può essere sbloccata solo con le chiavi ottenute in tempo reale dai server di Outlook, da quelli dell’azienda che fornisce l’indirizzo email e dallo smartphone certificato sui cui è installata l’app. Una procedura che secondo il Parlamento Europeo non è abbastanza forte per prevenire eventuali furti o perdite di informazioni.

La risposta di Microsoft non si è fatta attendere. Un portavoce dell’azienda ha detto che la sicurezza e la privacy di Outlook soddisfano i requisiti di Redmond sia dal punto di vista tecnico che giuridico. Il team ha però suggerito una via alternativa per fugare i dubbi mossi da Bruxelles pur continuando ad utilizzare Outlook: disinstallare l’app e controllare le email navigando sulla versione web del programma attraverso i browser di smartphone e tablet.

Festa e cena in pizzeria fino a notte, 50 rom scappano senza pagare

Il Mattino

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MOIMACCO (Udine) - Mangiano e bevono di tutto per tutta la sera poi scappano. E' il colpo di un folto gruppo di nomani, circa una cinquantina e di etnia rom, usciti senza pagare il conto poi inseguiti in modo rocambolesco fino a Udine dagli stessi titolari del ristorante.

È venerdì sera a Moimacco, al ristorante “Le 3 Pietre” gestito da Roberto Marchitelli e da sua moglie Sofie Dorotea, residenti a Romans d'Isonzo. «La festa era iniziata già nel pomeriggio con la musica e il dj – raccontano i due titolari –, poi a cena hanno mangiato carne, pesce e pizza». Verso mezzanotte gli ospiti cominciano ad andarsene lasciando il locale, un po’ alla volta.

Sono restati in sette e l’uomo che aveva prenotato chiede il conto che era di 2.800 euro, la metà costituita da bevande. Ma tutti i rom sono fuggiti salendo al volo sulle loro Mercedes sotto gli occhi stupiti degli altri clienti. «Sono scattati come missili – continuano i proprietari – li abbiamo inseguiti e uno lo abbiamo fermato, ma per poco non ci ha investito. Alcuni risiedono in via Argentina, ma siamo arrivati fino al campo nomadi di viale Vat: era l’una di notte, a quel punto non siamo entrati e abbiamo chiamato i Carabinieri denunciando tutto» spiegano al Messaggero Veneto.

Il titolare, in Friuli dal 2008, gestisce il locale da circa un anno e mezzo con una ventina di dipendenti e riesce ad arrivare a «400 coperti al giorno». Nell’altro ristorante di Cormons, ora dato in affitto, gli era successa la stessa cosa «con gente di Gorizia, sempre di quella etnia. I soldi ormai sono persi, mai più nella mia vita clienti rom: non mi fido più».

Anno 1929, interrati i Navigli Quando le acque facevano paura

Corriere della sera
di Dino Messina

Amati da Stendhal, Manzoni li definì fogne. Coperti per tutelare la salute. Da Turati a Beltrami, le reazioni alla «tombinatura» ordinata da Mussolini

via Fatebenefratelli via Fatebenefratelli

Far rivivere il Naviglio di Milano, ovvero scoperchiare quel lungo tratto di «fossa interna» che dal Ponte delle Gabelle e da via San Marco, attraverso via Fatebenefratelli, raggiunge piazza Cavour e via Senato, e poi lungo la circonvallazione interna, arriva in via De Amicis e fino alla Darsena, per ricongiungersi con i grandi canali. Sarebbe come dar corpo a un sogno, anche ai sogni della letteratura, che ha cantato i Navigli attraverso le pagine di Stendhal e di Bacchelli o anche li ha detestati, come il più milanese (e il più italiano) di tutti gli scrittori moderni, Alessandro Manzoni, che in un epigramma antologizzato in un volume a cura di Franco Brevini si era così lamentato di quelle «fogne a cielo aperto»: «

Del sole il puro raggio / rotto dall’onda impura / sulle vetuste mura / gibigianando va». In epoca di espansione (e speculazione) edilizia quel romantico canale che soprattutto nei periodi di secca e di caldo portava olezzi e sporcizia non piaceva più alla parte più illuminata della città. Tanto che un altro grande spirito milanese, il riformista socialista Filippo Turati, cantava ironicamente sempre in versi il tombone, anzi il Tumbùn, di San Marco: «Sul gorgo viscido / chiazzato e putrido / sghignazza un cinico raggio di sol... carmami squallidi di vecchi, macabre / parvenze, ruderi / d’umanità». Turati alludeva ai troppi suicidi che la cronaca registrava proprio in quel cantone, all’angolo con il complesso industriale del Corriere della sera di via Solferino.

I Navigli prima della «copertura» 
I Navigli prima della «copertura» 
I Navigli prima della «copertura» 
I Navigli prima della «copertura»
Fu così che i giornali del 1929 (certo all’epoca non c’era grande libertà di critica) accolsero con articoli di giubilo la decisione del Comune di chiudere la «fossa interna»: «Il Naviglio è un pericolo sociale per l’attrazione esercitata sui deboli e sui vinti di una grande metropoli, i suicidi. È un pericolo pubblico nelle notti invernali, nebbiose, per uomini e vecchi che vi possono precipitare. Del resto nella nuova vita italiana voluta dal fascismo le ragioni di affermazione e miglioramento della razza debbono avere il sopravvento su ogni altra considerazione...». Per un paradosso la chiusura del Naviglio interno mise d’accordo un positivista come Turati, che fu costretto dal regime a fuggire in Francia, con l’irregimentato clinico Baldo Rossi che sul Popolo d’Italia , giornale di Benito Mussolini, plaudì in latino all’impresa: «Salus publica, suprema lex».
Non mancavano comunque voci di dissenso: la protesta del sovrintendente alle belle arti Ettore Modigliani, anche a nome degli «Amici del Naviglio» durò il tempo della breve udienza concessa dal podestà Giuseppe Capitani d’Arzago. Un diktat del ministero mise tutto a tacere. Così in lunghi articoli, per esempio sul Corriere del 19 agosto 1929, si potevano leggere elogi della «città che si rinnova»: «i vecchi milanesi possono testimoniare quanto opportuna sia stata l’opera del piccone»... «c’è una poesia dei ricordi ma ce n’è anche un’altra a saperla intendere, quella del lavoro che si afferma, del vecchio che non sempre scompare, perché spesso si tramuta migliorandosi. E sopra tutto c’è quella della nuova luce, della maggiore aria dell’accresciuta difesa igienica, che le esigenze di una grande città impongono a un certo momento della loro vita, inderogabilmente».

Per esprimere il proprio dissenso l’architetto Luca Beltrami, autore del restauro del Castello Sforzesco, nonché padre della sede del Corriere , dovette chiedere l’ospitalità del fiorentino «Marzocco». La copertura della «fossa interna» costò 27 milioni di lire, oltre ai 20 milioni necessari per realizzare un nuovo canale di scolo. La copertura del Naviglio non resse a lungo all’usura del tempo se già negli anni 60 cominciarono a comparire delle pericolose crepe. Così il Corriere sulle pagine milanesi del 16 settembre poteva annunciare: «La fossa dei navigli sarà riempita di terra con una spesa di 800 milioni». E in una foto pubblicata il 10 febbraio 1968 si vedevano il sindaco Aldo Aniasi e l’ingegnere capo del Comune Antonio Columbo in visita al cantiere sotterraneo.

Intanto sempre per motivazioni igieniche e per incompatibilità con la nuova vita di Milano, nel 1963 era stato deciso di chiudere la Darsena («non fa respirare per 40 giorni»), considerata per tonnellaggio delle merci il «sesto porto d’Italia», scriveva l’edizione milanese dell’ Avanti! del 25 luglio. Le esigenze del traffico erano diventate più urgenti di quelle igieniche, così il 16 ottobre 1970 il Corriere annunciò la scomparsa del Ponte delle Gabelle per collegare con una sopraelevata via Melchiorre Gioia. Addio alle chiuse progettate da Leonardo da Vinci, non restavano che i ricordi letterari come quello spiritoso di Giuseppe Marotta che in «A Milano non fa freddo» si chiedeva: «Batto col piede sull’asfalto di via Francesco Sforza e dico: vecchio Naviglio, ma ci sei davvero qui sotto?».

O le rievocazioni di giornalisti cultori della memoria come Leonardo Vergani e Gaetano Afeltra, che in splendidi articoli (da antologia) ricordavano l’ultimo barcone che il 15 marzo 1929 scaricò i rotoli di carta per la stampa del Corriere al Tombone di San Marco e poi «svoltò definitivamente dalla cerchia verso la conca di Viarenna».

15 febbraio 2015 | 11:19

Marinai soccorrono 2.100 immigrati in mare: gli scafisti li minacciano coi mitra

Sergio Rame - Dom, 15/02/2015 - 21:30

Sale l'allerta nel Mediterraneo. Dodici barconi alla deriva a Sud di Lampedusa. Motovedetta italiana li soccorre ma finisce sotto il tiro degli scafisti


A largo di Lampedusa, alle prime luci dell'alba, sono stati avvistati una dozzina di barconi stracarichi di clandestini che puntavano dritto all'Italia.
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Su queste carrette erano presenti oltre 2.100 clandestini che la Guardia Costiera ha subito soccorso e portato in Sicilia. Una delle motovedette è stata, però attaccata da scafisti armati di mitra che hanno obbligato i nostri marinai a farsi ridare il barcone per riutilizzarlo. L'esodo dalla Libia è iniziato. Non appena il maltempo e il mare grosso lasceranno spazio al sole e alla bonaccia gli sbarchi si moltiplicheranno a dismisura riversando sulle coste italiane decine di migliaia di disperati che, nelle ultime settimane, si sono spinti lungo le coste libiche per tentare la via del mare.

Barconi e gommoni al largo di Lampedusa. Da giorni sfidano il maltempo per riuscire a sbarcare in Italia. In molti non ce la fanno. Ma la maggior parte riescono a raggiungere le coste siciliane grazie all'intervento della Marina Militare. Anche oggi il Centro nazionale di soccorso della Guardia Costiera ha coordinato le operazioni di soccorso per trarre in salvo altri dodici barconi. Si tratta di circa un migliaio di clandestini recuperati in alto mare.

"Dodici barconi carichi di immigrati (tutti pacifici?) sono stati segnalati a Sud di Lampedusa - commenta il leader della Lega Nord Matteo Salvini - fosse per me li aiuterei, li curerei e darei loro cibo e bevande. Li soccorrerei ma li terrei al largo e non li farei sbarcare. 


Ne abbiamo abbastanza". Non è, infatti, un mistero che tra i clandestini che partono dalla Libia ci siano anche pericolosi jihadisti infiltrati dallo Stato islamico per attaccare l'Europa. Tanto che oggi pomeriggio, mentre l’equipaggio della motovedetta della Guardia Costiera portava in salvo alcuni clandestini da un barcone davanti alle coste libiche, si è avvicinato un barchino veloce con a bordo quattro persone armate di kalashnikov. Gli scafisti hanno minacciato i nostri marinai per riprendersi il barcone vuoto e riportarlo indietro per poterlo riutilizzare. "È un ulteriore salto di qualità nell’orrendo traffico di donne, uomini e bambini nel Mediterraneo", ammette il ministro Maurizio Lupi.

Le testimonianze di chi arriva fotografano una realtà che sembra farsi sempre più drammatica. Tra gli immigrati sbarcati oggi a Pozzallo anche un giovane centroafricano ferito da un’arma da fuoco: alla polizia ha raccontato che a sparargli sono stati i trafficanti, sulle coste libiche, per costringerlo a salire sui gommoni. Pure i numeri di gennaio dimostrano che la situazione è peggiore di quella del 2014, quando alla fine sono stati 170mila i migranti accolti: 3.538 persone arrivate nei primi 30 giorni del 2015 contro 2.171 sbarcate l’anno scorso. E quello degli sbarchi potrebbe non essere l’unico problema.

Se l’Isis dovesse prendere in mano il traffico degli esseri umani, nessuno può escludere che i barconi possano essere utilizzati per far arrivare in Europa potenziali terroristi. Il governo Renzi ha già chiesto a Bruxelles un rafforzamento di Triton. Richiesta che puntualmente è rimasta inascoltata. Con l'avanzata dei miliziani fedeli al Califfato e l'occupazione di Sirte, a meno di 300 miglia marine dalla Sicilia, si teme il moltiplicarsi dei naufragi di immigrati, della necessità di soccorsi che già vedono in affanno mezzi e uomini dell’operazione Frontex. A breve potrebbe, infatti, esserci un'impennata nelle richieste di aiuto. Una emergenza di cui l’ultima tragedia è solo un’avvisaglia.



"Lasciate gli immigrati al largo". E scoppia la bufera su Salvini

Sergio Rame - Dom, 15/02/2015 - 19:28

Non si fermano gli sbarchi dalla Libia. SIl leader della Lega: "Gli immigrati non vanno fatti sbarcare in Italia". Cori di indignazione dal Pd e dagli alfaniani

Sinistra e alfaniani uniti contro Matteo Salvini. A dividere la politica è, ancora una volta, l'allarme immigrazione.

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L'instabilità in Libia e l'avanzata dei jihadisti dell'Isis fino a Sirte hanno spinto migliaia di disperati a prendere il mare per raggiungere le coste siciliane. Nonostante le centinaia di morti degli scorsi giorni, oggi sono stati soccorsi altri dodici barconi al largo di Lampedusa. La Marina Militare ha tratto così in salvo un migliaio di clandestini che nelle prossime ore verranno fatti sbarcare in Italia. "Fosse per me li aiuterei, li curerei e darei loro cibo e bevande - commenta il leader della Lega Nord su Facebook - li soccorrerei ma li terrei al largo e non li farei sbarcare. Ne abbiamo abbastanza".

Una posizione netta che ha scatenato l'indignazione del Partito democratico e del Nuovo centrodestra.
Mentre in Libia e in Siria la situazione sta precepitando di giorno in giorno, Salvini chiede al governo Renzi un cambio di passo, sia nella politica estera sia nella lotta all'immigrazione clandestina. "Sono davvero tutti pacifici gli immigrati che arrivano in Italia?", si chiede l'esponente lumbard. L'emergenza nasconde, infatti, due diversi ordini di problemi: da una parte l'invasione, dall'altra la sicurezza nazionale. Se il 2014 è stato l'anno col peggior bilancio in termini di sbarchi, il 2015 rischia di fare anche peggio. Tra le centinaia di extracomunitari che affollano i barconi c'è poi il pericolo di infiltrazioni jihadiste.

Lo Stato islamico controlla, infatti, i barconi che possono partire dalle coste libiche. "La Libia ha una lunga costa davanti all'Europa meridionale, che si può raggiungere facilmente con semplici barconi - spiega un rapporto dell'Isis - che 'i frequenti viaggi dell'immigrazione clandestina, con circa 500 persone al giorno. Molti di loro - prosegue - possono superare i punti di sicurezza marittimi e raggiungere il cuore delle città. Se potremo sfruttare questo canale e svilupparlo in modo strategico come si deve, la situazione in questi Paesi del sud dell'Europa si trasformerà in inferno".

Nel 2014 gli arrivi di immigrati sulle nostre coste sono triplicati rispetto al biennio 2012-2013, con 170.081 persone sbarcate; nei due anni precedenti si erano contati appena 56.192 sbarchi. L'operazione Mare Nostrum ha sicuramente attratto i disperati che contano sulla Marina Militare italiana per essere tratti in salvo in alto mare. Con Triton le regole d'ingaggio della missione non sono cambiate.

E gli sbarchi stanno continuando. "Se avessi un uomo da impiegare, non lo manderei ai confini con la Russia ma in Libia o meglio ancora in Siria e nel califfato", spiega Salvini dando dei "cretini" ai vertici della Nato per aver schierato 5mila uomini ai confini con la Russia. Meglio, infatti, un’operazione militare contro l'Isis. "Questi ci hanno dichiarato guerra - continua Salvini - se arrivano a ritenere pericoloso il ministro Gentiloni vuol dire che è gente pericolosa veramente e vanno bloccati sul nascere".

Le dichiarazioni di Salvini ha subito fatto scoppiare la polemica. "La delicatissima situazione in Libia e gli attentati di Copenaghen non siano strumentalizzati per mettere in piedi una becera polemica politica volta a conquistare qualche voto", commentao il deputato piddì Andrea Cozzolino accusando Salvini di essere "irresponsabile". "Mi auguro che questa demagogia populista termini quanto prima - conclude - perché proprio la situazione di queste ore impone senso di responsabilità e serietà". Stessa linea anche dal Nuovo centrodestra. Con Gaetano Quagliariello che accusa i leghisti di "posizioni strumentali".

Samantha, lei che può, tenga le distanze

Corriere della sera

Salvate il capitano Cristoforetti: non deve diventare prezzemolina dello spazio

di Aldo Grasso

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Salvate il capitano Cristoforetti, Samantha Cristoforetti! Samantha è il nostro orgoglio, è la prima italiana a volare nello spazio. Pilota dell’Aeronautica militare e astronauta dell’Agenzia spaziale europea, è protagonista della missione «Futura»: sei mesi nel più grande laboratorio orbitante a 400 km dalla Terra. Samantha è bella e buona, non sa dire di no ai collegamenti tv. A Natale ha fatto gli auguri al presidente Napolitano che commosso le ha detto: «Non la chiamerò capitano Cristoforetti: lei è Samantha per tutti gli italiani». Poi si è collegata con «Che tempo che fa», poi gli auguri a Mattarella, poi l’inflight call con gli studenti, poi telecamera su Sanremo, con diretta farlocca.

Si sa come vanno queste cose: Samantha come fai galleggiare bene il microfono, Samantha mandaci un tweet, Samantha facci la capriola, Samantha, ti prego, una foto dell’Italia, Samantha mostraci cosa mangi stasera, Samantha di qua, Samantha di là... La troppa confidenza fa perdere la riverenza e così entrano in scena i social: ad @AstroSamantha manca solo il telecomando; il seno di @AstroSamantha sfida le leggi di gravità; @AstroSamantha si deve sorbire Sanremo dallo spazio; @AstroSamantha non capisce la «gravità» della situazione; la valletta ha lo stesso taglio di capelli di @AstroSamantha... Insomma, Samantha rischia di diventare la prezzemolina dello spazio. Lei che può, capitano Cristoforetti, mantenga le distanze!

15 febbraio 2015 | 09:23

Regala panino a invalido, commerciante multato: non ha fatto lo scontrino

Ivan Francese - Dom, 15/02/2015 - 15:55

Salumiere di Marigliano regala un panino a un disabile con gravi problemi economici, ma i finanzieri lo multano


Multato per aver regalato un panino a un uomo invalido in gravi difficoltà economiche.
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Questa, racconta il Mattino, l'assurda storia capitata a un giovane salumiere di Marigliano, in Campania, sanzionato dalla Finanza per aver offerto un panino a Gigi, un disabile affetto da deficit cognitivi. Un aiuto concreto ma anche un sostegno morale, che il commerciante offriva volentieri, e quasi tutti i giorni.

Almeno fino a quando non sono intervenuti tre finanzieri che hanno fermato Gigi fuori dall'esercizio commerciale, chiedendogli lo scontrino di quel pasto regalato. Anche di fronte alle spiegazioni del disabile, però, tutto è stato vano: la sanzione è scattata lo stesso. Da questo episodio è scaturita una vera e propria rivolta di tutti i commercianti della zona, che gridano all'indecenza. Per sapere come finirà questa storia bisognerà attendere la decisione dell'agenzia delle entrate, che potrà comminare al salumiere una multa che va da un minimo di 150 euro a un massimo di 2500 euro.

Terrore, tasse e mercenari: così l'islam prese Bisanzio ultimo bastione d'Europa

Matteo Sacchi - Dom, 15/02/2015 - 16:48

Costantinopoli difese a lungo il sogno di Roma. Ma la guerra infinita con gli ottomani la svuotò di ogni risorsa. Nessuno le andò in aiuto

Loro chiamavano se stessi «oi romaioi», i romani. Sino all'ultimo si sentirono i custodi di un Impero che semplicemente aveva spostato il suo centro dalle rive del Tevere alle rive del Bosforo. Gli europei preferivano chiamarli bizantini.



Li consideravano più spesso pretenziosi e pericolosi imperialisti invece di un fondamentale tassello per il bilanciamento dei poteri nel Mediterraneo. Tanto per dire, i Veneziani non si fecero grossi problemi nel 1204 a spingere l'esercito crociato, teoricamente alleato, a inserirsi nelle questioni dinastiche di Costantinopoli e a mettere al sacco la città. E quando invece furono i turchi a giungere sotto le mura della città, due secoli dopo, nessuno mosse un dito. Ma non è una questione solo geopolitica.

Nonostante il ruolo decisivo dei dotti bizantini nella trasmissione della cultura greca, Costantinopoli non ha mai goduto di buona pubblicistica. Ancora oggi un bizantinismo è, in senso lato, un atteggiamento inutile e pedante. Eppure, per secoli, Costantinopoli è stata il bastione dell'Occidente. Contro i persiani e i bulgari prima, contro gli arabi e i turchi poi. Dopo la sua caduta nel 1453, le forze del sultano trasformarono i Balcani in terra di conquista, giunsero alle porte di Vienna.

Questa storia di bastione d'Europa è ben raccontata da Bisanzio in guerra (600-1453) di John Haldon pubblicato dall'editore Leg (pagg. 160, euro 18) e che sarà in libreria a partire dalla prossima settimana. Innanzitutto sfata il mito della opulenta ma un po' imbelle città, piena di funzionari drappeggiati in sete preziose ma incapaci di fare il loro dovere sul campo di battaglia. Va bene per le canzoni di Guccini ma non per la Storia.

Le terre dell'Impero erano per lo più montagnose e povere. Difficili da percorrere per gli eserciti. Difficili da tassare e controllare. E i nemici erano ovunque, potevano premere su qualunque confine. Il devastatore di oggi poteva diventare l'alleato di domani e viceversa. La compagine fragile di popoli sottomessi alla corona del basileus poteva insorgere e dar vita alla guerra civile alla prima indecisione dinastica o alla prima crisi economica che facesse diventare insostenibili le imposte.

Ecco che allora l'Impero si affidò a una burocrazia d'acciaio. Mantenere le strade, le fortificazioni era un'esigenza primaria. Anche la capacità di trattare divenne fondamentale. Uomini accorti giocavano su tavoli geopolitici pericolosi, decidendo cosa prendere e lasciare. Bastava poco per trasformare una scaramuccia in disastro. Fu una sconfitta da nulla nella battaglia di Manzicerta, nel 1071, a far perdere per sempre l'Asia minore centrale. E se nella memoria collettiva il generale bizantino più famoso resta il trionfale Belisario (500-565 d.C.) - che regalò a Giustiniano il sogno di recuperare l'unità mediterranea - l'arte strategica dei magister militum che servirono Costantinopoli fu molto spesso volta alla difesa.

Nei secoli, mentre l'Impero si espandeva e si contraeva, vennero prevalentemente usate due strategie diverse. Spesso si ricorreva a milizie locali che fornivano una forza numericamente consistente e facile da reperire (venivano reclutate in reparti chiamati turmae ). Molto simile ad una proto leva militare, la scelta aveva pregi e difetti. Le truppe venivano arruolate in ogni Themata (circoscrizione dell'Impero) con bassi costi ma poca mobilità, grossi numeri ma scarso addestramento.

In altri casi si ricorreva a forze di mercenari altamente specializzate. A volte assoldate tra gli stessi «nemici». Spesso la guardia imperiale veniva dai principati Rus' (ovvero era scelta tra quei vichinghi che avevano occupato i territori attorno all'attuale Kiev), gli altri reparti erano racimolati un po' dovunque: turchi, normanni di Sicilia, europei del continente in cerca di soldo come Roussel di Bailleul (che, dandosela a gambe, provocò il tracollo di Manzicerta).

I mercenari avevano un livello di efficienza bellica più alto. Il fatto che gli stranieri potessero militarmente farsi le ossa nelle fila bizantine non sempre era un bene. Alla lunga i «contractor» svuotarono le casse bizantine. E la creazione dell'Impero turco ottomano rese sempre più difficile il traccheggio diplomatico utile alla sopravvivenza di Bisanzio. Gli scontri con il mondo islamico erano una costante da secoli ma a quel punto la battaglia totale divenne inevitabile.

Bisanzio non aveva più alcun vantaggio tecnologico, i suoi territori erano stati spremuti sino al limite del possibile. I cristiani europei diffidavano degli ortodossi. E quando si presentavano sui territori dell'Impero avevano altri interessi. Uno degli esempi più calzanti è quello della compagnia catalana di mercenari che, reclutata nel 1303 da Andronico II, si trasformò in forza di occupazione.

Non ci volle molto perché i civili stremati da queste scaramucce interne preferissero la sottomissione (in stile Houellebecq) ai sultani. Meglio un sultano (turco) magnanimo che un mercenario (spesso sempre turco) fuori controllo. Nel 717 d.C. l'assedio degli arabi a Costantinopoli si ridusse ad una terrificante sconfitta per le forze islamiche, con le navi incendiate dall'inestinguibile fuoco greco. Nel 1453 l'attacco alle mura, un tempo imprendibili, della città andò in tutt'altro modo. Maometto II aveva accuratamente preparato le sue forze.

Aveva giganteschi cannoni costruiti da Maestro Urban, un fonditore di campane ungherese. Da Occidente nessuno si mosse, arrivarono pochi rinforzi genovesi e veneziani, quasi delle iniziative private. Prima di venire massacrato nell'impossibile tentativo di difendere la Porta d'oro, l'ultimo Basileus , Costantino XI Paleologo, mandò questo messaggio a Maometto II, che voleva la sua resa: «Darti la città non è decisione mia né di alcuno dei suoi abitanti; abbiamo infatti deciso di combattere, e non risparmieremo la vita». Maometto II lo prese in parola e lasciò i suoi liberi di uccidere e saccheggiare.