mercoledì 18 febbraio 2015

Contro l’Isis mandiamo Boldrini, Vendola e Kyenge

Il Giornale

ISIS in Libia? Italia a portata di Scud? Immigrazione incontrollata? Niente paura. Ci sono gli uomini dell’ A-CHIC

1
Qualche anno fa gli uomini di un commando specializzato operante in Italia, vennero condannati ingiustamente a dire la loro. Evasi da una fumeria d’oppio di massima sicurezza si rifugiarono a Roma, vivendo in piena istituzionalità. Sono tuttora in libertà, ma se avete un problema che tutti vogliono risolvere, un Isis di troppo o flussi immigratori incontrollati e più che mai pericolosi, potete ingaggiare il famoso A-CHIC.

Fanti addestrati all’assalto col nulla, efficace strumento di disarmo culturale. L’A-CHIC, opera in condizione di istituzionalità in teatri di conflitto tra logica e buon senso. Nucleo sceltissimo, come le fettine al Supermarket di fiducia, del 1 Reggimento Pacifinti intitolato alla Colonnella Laura Boldrini, nome in codice “Presidenta”, che per prima ispirò il folleggiante vuoto retorico dal mix di sapori vagamente francescano e dal gusto di pizza con brie e smarties, la cui contro saggezza appare all’ingresso della rossa caserma in cui è di stanza l’A-CHIC, come motto del corpo sciolto: “Non si può offrire servizi di lusso ai turisti e trattare male i migranti”.

2
Oggi, l’A-CHIC, assieme agli uomini del Reggimento Pacifinti, saranno impiegati per il non contrasto all’immigrazione selvaggia. Questa la volontà di Matteo Renzi, il quale, nell’attesa di scegliere se essere interventista o menefreghista e appresa la notizia che i miliziani jihadisti dell’Isis, conquistata Sirte sulla costa Libica, ad appena 500 chilometri dalle coste italiane a portata dei loro missili SCUD (Siluri Colorati Unici e Divertenti), abbiano la vaga intenzione di infiltrare tra le nuove migliaia di immigrati in rotta verso l’Italia dei martiri pronti al sacrificio, pare… pare abbia iniziato a sentire l’urgenza di proiettare nel cielo notturno di Roma, un fascio di luce con il simbolo di Twitter, segnale inconfondibile di una richiesta di aiuto.

Stando alle prime fonti, l’A-CHIC, percepito il messaggio inequivocabile, avrebbe risposto, iniziando a prepararsi per la guerra totale. In una nota, vengono dichiarate le prime contromosse del nucleo combattente:non difendere i confini del Sud, giammai in assetto armato, non intervenire militarmente in Libia, bandire le letture di Oriana Fallaci, chiedere (in goni caso) le dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio, cambiare le parole della Canzone del Piave in “Il Piave mormorò, passa lo straniero” – per non disturbare le trattative e non turbare la sensibilità dei migranti con rigurgiti d’odio fascista, a cento anni dall’interventismo italiano nel primo conflitto mondiale, ma soprattutto, non bloccare assolutamente, irreggimentare, neanche lievemente e in nessun modo possibile, l’immigrazione eccessiva, dagli effetti, ora più che mai, pericolosi e incontrollabili, che proviene proprio dalla Libia.

Soddisfazione dal mondo istituzionale. I servizi segreti italiani, nel frattempo, rendono noto che “Mai il nostro paese è stato così esposto (al pericolo diretto)”. Parole che pesano come macigni, astratte da un dossier (non più) segreto, reso pubblico dal Corriere della Sera: “Le ultime stime: parlano di 600mila stranieri presenti in Libia, 200mila già sistemati in cinque campi di raccolta e pronti a imbarcarsi, ma parlano soprattutto di circa 7mila combattenti di Ansar Al Sharia che hanno aderito all’appello del Califfo e stanno marciando per conquistare il Paese“.

“Siamo a Sud di Roma”, questa la spaventosa contro dichiarazione degli incappucciati jihadisti. Nell’attesa che superino indenni il traffico del Raccordo Anulare, il Governo, ha reso nota la necessità di organizzare una controffensiva verso i macellai del califfato, convinti a maltrattare il Papa come i lanzichenecchi nel Cinquecento, distruggendo, estirpando, uccidendo, freddando la coscienza civile e culturale millenaria del Vecchio Continente cattolico.

La residua dignità italica, quindi, è in mano al nucleo istituzionale A-CHIC, forte di uomini e donne in tutto il Paese. Armati di tutto punto con AK-Quarantaniente, fiori nei cannoni – scelti accuratamente tra piante a cinque punte tipiche delle zone caraibiche -, retorica da eccessi di progresso multiculturale ed equo-solidale, valore del valore, sembra che il gruppo sia pronto alla controffensiva.

3
Gli Sniper, cecchini scelti, addestrati in anni di retorica senza fondo, Vendola e Kyenge, nome in codice “Zeppola e cime di rapa” e “Leghista del Sud”, stanno effettuando tiri per calibrare fiori e fucili: “Contro Isis mettere in campo strategia vera, si ragioni con serietà. #Onu e diplomazia internazionale si muovano rapidamente” ed ancora: “Libia in guerra, Europa pronta a difendersi in mezzo il mare e le vittime! O cadi nelle mani #scafisti o finisci in fondo al mare o #Salviamo”. Già da tempo nel nucleo di non intervento, fanti addestrati come Gino Strada che, fulgido esempio, si vergogna di essere italiano: “Io mi vergogno di essere italiano, mi vergogno di far parte di questa Europa indifferente alle sofferenze e complice di stragi” e Romano Prodi, nome in codice “Mortadella”: “Un’azione militare rischiosa e non sostenibile”.
Il team “sinistro” è pronto con il suo niente istituzionale, culturale, con la sua illogica da combattimento a difendere i confini d’Italia ma soprattutto a “spezzare la reni alla Libia”, parola, di Mussoliniana memoria, dello stratega del gruppo combattente, l’improvvisato e sempre fuori luogo, Beppe Grillo, esperto di disarmo col nulla, micidiale armamento in dotazione alla feroce falange “Pentastellata”, da lui stesso governata.
Un bombardamento a tappeto, con mezzi leggeri e superficiali, quello degli uomini dell’A-CHIC che ha mietuto già le prime vittime italiane.

Israele: 2 mila monete d’oro trovate in mare

Corriere della sera
di Elmar Burchia

La maggior parte risalenti all’XI secolo, ma ce n’è anche una coniata a Palermo nella seconda metà del IX secolo

Monete d’oro sul fondo del mare, un tesoro «inestimabile». In un primo momento il gruppo di subacquei ha pensato di essersi imbattuto in monete finte, da gioco. Invece ha trovato il più grande tesoro di monete d’oro mai scoperto in Israele, quasi 2 mila pezzi dal peso complessivo di diversi chili e risalenti per la maggior parte all’XI secolo. È stata una pura coincidenza: cinque subacquei dilettanti hanno scoperto un vero e proprio tesoro a 12 metri di profondità davanti alla città costiera di Cesarea, a metà strada tra Tel Aviv e Haifa. Dai fondali del porto all’inizio di febbraio hanno infatti trovato migliaia di monete risalenti al periodo del califfato fatimide,ha annunciato la Israel Antiquities Authority (Iaa).

Il tesoro trovato in mare a Cesarea 
Il tesoro trovato in mare a Cesarea 
Il tesoro trovato in mare a Cesarea 
Il tesoro trovato in mare a Cesarea
La sorpresa
«All’inizio», hanno raccontato i sub agli organi d’informazione locali, «pensavamo fossero monete finte. Poi ne abbiamo raccolto un paio, le abbiamo portate al responsabile del centro immersioni che ha subito informato le autorità». L’Autorità israeliana delle antichità (corrispondente alla nostra Soprintendenza per i beni archeologici, ndr) ha inviato specialisti subacquei che hanno poi recuperato il resto grazie anche all’utilizzo di un metal detector. Con ogni probabilità è stata una forte tempesta invernale a smuovere il fondo del mare e portare alla luce il tesoro. Le moneta sono di tre valori: un dinaro, mezzo dinaro e un quarto di dinaro, di varie dimensioni e peso. La più antica venne coniata a Palermo nella seconda metà del IX secolo, la più recente risale al 1036. Molte monete hanno evidenze di denti e morsi, segno che all’epoca qualcuno aveva voluto «verificare» se fossero veramente d’oro.
Diverse ipotesi
Kobi Sharvit, direttore della divisione di archeologia marina della Iaa, ha spiegato che le monete potrebbero provenire dal relitto di una nave che, tra il 909 e il 1171, aveva nella stiva le entrate fiscali della regione dirette al governo fatimide in Egitto. Ma l’esperto non è sicuro: potrebbe anche trattarsi di un mercantile affondato o delle paghe per i soldati di stanza a Cesarea, importante roccaforte del tempo. «Le monete sono in ottime condizioni, sebbene siano rimaste sul fondo del mare per quasi mille anni», ha detto Robert Cole, esperto di numismatica. Nel luogo del ritrovamento sono previsti ulteriori scavi. In ogni caso, Sharvit ha ringraziato i subacquei: «Sono cittadini modello», ha detto. «Hanno trovato l’oro e hanno un cuore d’oro che ama il Paese e la sua storia». Non è chiaro se potranno pure rallegrarsi di una possibile ricompensa.

Quirinale: il segretario che lavora per lo Stato senza stipendio

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Esiste una norma in base a cui i titolari di una pensione pagata dallo Stato non possono cumulare redditi derivanti da altri incarichi pubblici

1
In cinque minuti il consiglio dei ministri di ieri ha «condiviso» la nomina di Ugo Zampetti a segretario generale della Presidenza della Repubblica. Decisione annunciata il giorno prima dal Quirinale con la precisazione che «il dott. Zampetti eserciterà le sue funzioni senza compenso alcuno».
La spiegazione
La festosa evidenza che subito ha meritato questo dettaglio impone di spiegare il motivo per cui l’ex segretario generale della Camera non può prendere uno stipendio. Da un anno esiste infatti una norma in base a cui i titolari di una pensione pagata dallo Stato non possono cumulare redditi derivanti da altri incarichi pubblici oltre a una somma di 300 mila euro annui. Non conosciamo i contorni esatti dell’assegno previdenziale spettante a Zampetti, pensionato della Camera dal mese di gennaio. Ma siccome la sua ultima retribuzione lorda non era troppo distante dal mezzo milione, siamo portati a ritenere che questo sia ben superiore a 300 mila euro. Il che esclude la possibilità di una retribuzione pubblica aggiuntiva. La norma, del resto, è stata già applicata ad alcuni consiglieri di Stato con pensioni elevate, i quali da un anno lavorano anche loro praticamente gratis.
Anomalia italiana
Si tratta di un’anomalia oggettiva, senza riscontri in nessun altro Paese. Logica vorrebbe che anziché allo stipendio, gli alti burocrati chiamati a ricoprire ruoli così importanti dovessero rinunciare alla pensione per la durata dell’incarico. Cambia poco, si argomenterà: è sempre lo Stato che paga. Cambia invece moltissimo se si crede che le retribuzioni pubbliche, anche quelle più elevate, debbano essere legate al merito. Applicare questa regola a uno stipendio sarebbe possibile; a una pensione, no. Ma prima bisognerebbe far capire a tutti che fra lavorare per il pubblico ed essere pensionati c’è una bella differenza. Tutti: compresi quelli che scrivono le leggi.

Grinzane, accuse dell’ex patron Soria Augias: sono sconvolto, una vendetta

Corriere della sera
di Luca Mastrantonio

Michele Placido: «Ha detto solo fesserie, sporgerò querela»

1
«Guardi, è una tale enormità, Madonna... sfiora l’indecenza!». Finisce così la conversazione telefonica con Corrado Augias, iniziata nella tarda mattinata di martedì, quando il giornalista e scrittore aveva appreso, filtrata nei toni, l’accusa di Giuliano Soria. L’ex patron del premio letterario Grinzane Cavour, condannato a 14 anni e sei mesi per peculato e violenza sessuale, all’apertura del processo di appello, martedì, ha indicato Augias nella lista di presunti destinatari di pagamenti in nero per il premio.

«La cosa mi ha sorpreso - esordisce Augias -, stiamo parlando di alcune migliaia di euro ricevute per rimborso spese o come premio letterario, di cui ho dato conto all’Agenzia delle entrate. E poi sono passati, quanto? Dieci anni? Per dire: Soria mi chiese di presentare Orhan Pamuk, premiato nel 2002; autore che per altro non conoscevo. Ecco, il valore del Grinzane era la capacità d’intercettare anzitempo grandi autori mondiali».

Come Pamuk, che riceverà il Nobel nel 2006, altri futuri Nobel sono stati premiati con il Grinzane internazionale: Gunther Grass, J. M. Coetzee, Doris Lessing, V. S. Naipaul e Mario Vargas Llosa. In trasferta a New York, il Grinzane premiò anche Philip Roth, del quale, al processo, martedì, Soria ha detto: «Per farlo venire non bastavano 30 mila dollari». Le cronache dell’epoca parlavano di un assegno da 25 mila euro. Ma più delle presunte cifre, colpiscono i giudizi di Soria.

L’atteggiamento di Augias, infatti, cambia dopo aver appreso che in aula è stato descritto da Soria come «il più vorace, assillante sui pagamenti in nero. Sfiorava l’indecenza». A questo punto Augias sbotta: «Guardi, non è assolutamente vero, mi sgomento, cado dalle nuvole. Si tratta di un insulto personale. Non so, sembra una vendetta personale. Nella mia lunga vita nessuno mi aveva detto qualcosa del genere, siamo alla calunnia». Quale può essere il motivo di un tale attacco? «Non riesco a seguire nessun ragionamento, sono sconvolto, devo assorbire la cosa».

In serata, Augias scrive una lettera in cui si riserva di «esaminare gli atti processuali per valutare un’azione di risarcimento danni». C’è spazio anche per un ricordo personale, ora amaro: «Anni fa, nella casa di Quai St. Michel a Parigi, alla presenza tra gli altri di sua madre, Soria ebbe parole di così grande apprezzamento e simpatia da spingersi a offrire a mia moglie Daniela Pasti di lavorare per lui».

Chi non ha ricordi, né amarezza, è Giancarlo Giannini, anche lui indicato da Soria: «Chi? Sorìa, Sòria, Sorél non so chi sia. Un premio? Mi coprono di premi! Alla carriera, sperando che io muoia. Comunque se insiste - dice accelerando la voce - lo querelo, così mi prendo i suoi soldi... Neri!».
L’ha presa molto sul serio Michele Placido: «Sporgerò querela. A Sorì, che vuol dire che nel mondo dello spettacolo si paga tutto in nero? Che vuol dire? Che il Piccolo di Milano che ospiterà la mia compagnia mi pagherà in nero?

Che fesseria!». Certo, aggiunge, ci sono delle ambiguità: «Per Romanzo criminale ho ricevuto il Premio di Qualità del ministero della cultura: 20 mila euro. Esentasse, uno dice: lo Stato che fa, si tassa sui premi che dà? Sì! La Guardia di Finanza mi ha fatto un controllo e una multa da diecimila euro. Soria forse ha giocato su queste ambiguità per intascare meglio, ma a me non mi frega».

@criticalmastra

Grillo, si inceppa la macchina da clic Blog crolla nelle classifiche mondiali

Corriere della sera
di Alessandro Trocino

Nel 2006 il sito era nella top ten internazionale, al comando in Italia:
oggi è 7.447esimo nel mondo e solo 154esimo nel nostro Paese

1
Molto tempo è passato da quando un Grillo luddista prendeva a martellate i computer sul palco. Ma molto ne è passato anche dal giugno del 2006, quando il suo sito era nella top ten mondiale, guardando da non molto lontano Cnn, Bbc e Usa Today e al comando incontrastato in Italia. Ora «www.beppegrillo.it» è precipitato al numero 7.447 nel mondo e al 154esimo in Italia. Sembrano finiti gli anni d’oro per il blog creato e gestito dalla Casaleggio associati e diventato nel tempo il principale organo (non solo informativo) del Movimento a 5 Stelle.

La classifica che certifica la caduta libera del blog è di Alexa, gruppo Amazon, tra le principali aziende mondiali che si occupano di statistiche Internet e partner di Google nel determinare il ranking (la classifica e la popolarità) di un sito. Le stime, rivelate dal settimanale «Oggi», sono confermate da altre importanti società del settore: Traffic Estimate fa passare le visite dai 5 milioni di giugno ai 2,2 di oggi. E Calcustat.com gli assegna un ranking di classe C, contro la A di Corriere e Repubblica.

C’è da chiedersi se il crollo della popolarità del blog sia una causa o un effetto dell’impegno in politica dei due fondatori del Movimento a 5 Stelle. O se sia il risultato di una disaffezione dei sostenitori internet di Grillo, seguita a un’assuefazione ai post roboanti e ai colonnini pubblicitari e parapubblicitari con titoli ammiccanti, che alternano spot a presunti scandali politici. Solo ieri sulla home page si susseguivano senza soluzione di continuità titoli come «Come farsi passare il singhiozzo», «Non mangiate mai la parte verde delle patate!» e «Sondaggio Mentana, un partito cola a picco».

Soltanto che questa volta la macchina da clic sembra essersi inceppata, lasciandosi dietro molte domande irrisolte sulla gestione e sul funzionamento del blog. Qualche mese fa, fu la trasmissione di Milena Gabanelli «Report» a chiedere conto alla Casaleggio Associati e a Grillo degli spot: «Dove vanno a finire i soldi?». E molti fuoriusciti hanno contestato la gestione di un sito che non solo dà la linea politica al Movimento (e non di rado anche ai parlamentari), ma che ospita anche i voti online degli attivisti, oltre ai sondaggi.

L’ultima polemica è recentissima, risale alla settimana scorsa quando fu pubblicata una registrazione (fatta illegalmente in Aula) di una conversazione tra la fuoriuscita Mara Mucci e il deputato di Scelta Civica Mariano Rabino. Se il sito appare in difficoltà, la popolarità del lìder maximo Beppe Grillo resta incontrastata su Facebook, dove è il primo politico per numero di mi piace: un milione 776 mila. Tra i primi undici ci sono anche Alessandro Di Battista, Luigi di Maio e Paola Taverna.

Sorpresa online: disponibile una propria foto privata. Condannato colui che ha condiviso l’immagine

La Stampa

Il diritto alla privacy deve rapportarsi agli strumenti offerti oggi dalla tecnologia. Esemplare la vicenda che ha visto ‘protagonista’, suo malgrado, una donna, che ha ritrovato una propria immagine privata sul web, attraverso un programma finalizzato alla condivisione di files. Responsabile della diffusione in rete è un uomo, che si è visto condannare, senza tentennamenti, per il reato di diffamazione (Cassazione, sentenza 6785/15).

1Linea di pensiero comune per i giudici di merito, i quali, difatti, ritengono sussistenti i presupposti per la condanna dell’uomo «per il reato di diffamazione, commesso mediante il caricamento in internet, in condivisione con altri utenti della rete, di un file contenente un’immagine attinente la vita privata» di una donna. Unica ‘vittoria’, per l’uomo, è la caduta dell’accusa relativa agli ipotetici «reati di interferenza illecita nella vita privata della persona offesa, aventi ad oggetto l’acquisizione e l’illecita divulgazione dell’immagine».

Ciò, ovviamente, comporta una riduzione del «trattamento sanzionatorio». Ma chiedere di più, come fatto dall’uomo, è davvero assurdo. Per i giudici di Cassazione, difatti, la contestazione relativa all’applicazione della «aggravante» dell’«uso di un mezzo di pubblicità» è assolutamente legittima. Nessuna critica è possibile, quindi, nei confronti delle valutazioni compiute dai giudici di merito, i quali, viene sottolineato ora, hanno tenuto adeguatamente conto delle «modalità di diffusione della foto mediante il caricamento sulla rete pubblica telematica».

E queste «modalità» non sono affatto irrilevanti, soprattutto perché è acclarato che «la diffamazione tramite internet costituisce un’ipotesi di diffamazione aggravata» perché «commessa con un mezzo idoneo a determinare quella maggior diffusività dell’offesa, che giustifica un più severo trattamento sanzionatorio». Condanna confermata, quindi, in via definitiva, per l’uomo, così come stabilita dai giudici della Corte d’Appello.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Equation group”, una spia nell’hard disk

La Stampa
carola frediani

Emersa una clamorosa operazione di spionaggio informatico che utilizzava malware nascosto nei dischi rigidi, sia quelli tradizionali che a stato solido. Kaspersky Lab non indica i colpevoli, ma sulla National Security Agency americana si addensano nuovi sospetti

1
È probabilmente una delle operazioni di spionaggio informatico più sofisticate emerse negli ultimi anni, ed è stata scoperta a partire da un computer di un centro di ricerca in Medio Oriente. Che deve aver destato l’interesse di molteplici attaccanti, al punto da essersi conquistato l’appellativo di “calamita delle minacce”. Il pc in questione si era infatti attirato addosso una carrellata di software malevoli da far impallidire gli esperti di cybersecurity: nomi come Turla, Careto, Itaduke e il più noto Regin, una piattaforma, una serie di software - attribuiti all’intelligence americana e britannica - in grado di infettare e controllare da remoto la rete delle organizzazioni prese di mira.
La scoperta di Kaspersky Lab - Ed è proprio analizzando questo computer così pesantemente bersagliato che i ricercatori russi di Kaspersky Lab hanno riscontrato la presenza di un nuovo malware sconosciuto e potente, di cui in questi giorni hanno rivelato una serie di dettagli.

Ecco a voi l’Equation group
Si tratta per la precisione di un insieme di programmi malevoli - una campagna ribattezzata Equation group, con riferimento alle notevoli abilità matematiche e crittografiche di chi la gestisce - tra cui un software spia in grado di nascondersi negli hard drive prodotti da note aziende - come Western Digital, Seagate, Toshiba, Ibm, Micron Technology, Samsung - di infettare e riprogrammarne il firmware, di sopravvivere a eventuali formattazioni e di creare un’area di archiviazione nascosta impossibile da rintracciare. In pratica, secondo gli analisti di Kaspersky Lab, l’unico modo per neutralizzare l’infezione sarebbe distruggere il disco.

Le vittime
I ricercatori russi ne hanno trovato traccia in 500 computer in 30 Paesi, anche se è interessante notare quali siano quelli maggiormente colpiti: Iran, Russia, Pakistan, Afghanistan, Cina, Mali, Siria e Yemen. In questi Stati i soggetti presi di mira sono stati: governi e istituzioni diplomatiche, aziende aerospaziali, telco, imprese del settore energetico, organizzazioni militari e finanziarie, media, attivisti e accademici islamisti.

Sebbene Kaspersky Lab non indichi esplicitamente chi sia dietro a quella che appare come una profonda campagna di spionaggio su larga scala, l’analisi dei target e una serie di elementi tecnici evidenziati dagli stessi ricercatori - ad esempio la parentela di questo malware con Stuxnet, il noto virus-worm che ha mandato in tilt il programma nucleare iraniano e ormai attribuito a Stati Uniti ed Israele - puntano il dito verso la Nsa, l’Agenzia di sicurezza nazionale americana già protagonista in questi anni del Datagate.

Campagna pluriannuale
Le operazioni risalirebbero addirittura al 2001, forse anche prima. Ma si sono protratte, con successivi aggiornamenti nella capacità di attacco, fino ai nostri giorni: e alcuni moduli di malware impiegati dall’Equation group supererebbero per complessità quelli di Regin. Quest’ultima piattaforma, va ricordato, è stata utilizzata per hackerare la telco Belgacom.

Come avveniva l’infezione da parte dei malware dell’Equation group? Attraverso la diffusione di worm, exploit – codici malevoli - veicolati via Web, ma anche mediante supporti fisici, in particolare chiavette Usb e CD-ROM. In quest’ultimo caso era necessaria una tecnica nota come “interdiction”, che consiste nell’intercettare e infettare i dispositivi fisici in questione prima che arrivino ai destinatari. Tecnica che, come sappiamo dai documenti rivelati da Edward Snowden, non è affatto disdegnata dalla Nsa.

I ricercatori di Kaspersky Lab hanno individuato almeno un caso in cui dei CD-ROM infetti sono stati recapitati ai relatori di una conferenza scientifica tenutasi a Houston. Come hanno notati vari commentatori, la notizia di una simile campagna di spionaggio - che arriva a infettare alla radice gli hard drive di molteplici aziende - potrebbe portare a una reazione di rigetto verso le tecnologie di aziende occidentali, specie statunitensi, da parte di vari Paesi, a partire dalla Cina.

“Ci potrebbero essere conseguenze negative per gli interessi americani”, ha commentato Peter Swire, uno dei membri del gruppo per la revisione sull’intelligence e le tecnologie di comunicazione approntato da Obama dopo gli scandali sulla macchina di sorveglianza globale americana. Chissà se l’Equation group aveva calcolato anche questo.

La Finanza e la multa per il panino: «Il salumiere ha sbagliato, lo sa»

Il Mattino

1
Il web si è scatenato sulla multa al salumiere per il panino donato a un anziano disagiato. Parlano tutti, dai politici ai blogger, c’è chi si indigna e chi ironizza. «Continuerò a fare beneficenza nonostante tutto, nonostante l’errore di non avere battuto lo scontrino», insiste Salvatore Picardi, negoziante a Marigliano, ex caporalmaggiore dell’Esercito, amico di Gigi che tutti in paese conoscono per il suo disagio, una persona che però si presenta ben curata, difficile dall’apparenza intuire le sue difficoltà.

«Giusto aiutare.La solidarietà oltre che un bene è un dovere, un gesto di autentica umanità. Disponibili a incontrare sia il commerciante che Gigi»: sono le parole del tenente colonnello Carmine Virno, comandante del gruppo della Guardia di Finanza di Torre Annunziata. Che c’entra Torre Annunziata con Marigliano? C’entra eccome. Anzi è la chiave di quel si presenta come una paradossale ingiustizia. La pattuglia che ha multato il salumiere veniva da Torre del Greco mentre la compagnia di competenza di Marigliano è quella di Casalnuovo.

«Non è un caso ma un metodo - spiega il tenente colonnello Virno -. Le pattuglie che vengono impegnate in questo tipo di operazioni di controllo sul commercio non sono quelle in genere competenti per territorio. Nel caso di Marigliano era una pattuglia di Torre del Greco. Questo per evitare le immaginabili difficoltà per chi opera nelle stesse zone, una forma di garanzia sia per i commercianti che per i consumatori. Insomma, chi va a fare le verifiche a campione in un comune è chiamato ad applicare la legge e basta, non conosce le persone, non ha dimestichezza con il territorio. La premessa di quanto è accaduto è questa».

Che cosa significa? «Bisogna mettersi nei panni dei militari della Guardia di finanza che sono stati impegnati a Marigliano - risponde il comandante del gruppo di Torre Annunziata -. Il cliente controllato all’uscita della salumeria aveva in mano una busta, all’interno un panino e un pezzo di pizza. Gli è stato chiesto se gli avessero rilasciato lo scontrino. Ha risposto di no.

Una persona in apparenza normale, non conosciuta, ripeto, dai militari, nessun segno di disagio evidente. Dunque, credibile. In questi casi chi controlla ha l’obbligo di eseguire - continua il tenente colonnello Virno - le disposizioni di legge. Poi, bisogna aggiungere che anche quando si dona si ha l’obbligo di emettere lo scontrino, errore ammesso dallo stesso salumiere. In una situazione del genere è facile che si possano avanzare pretesti, chi ha esperienza di lavoro sui territori lo sa bene. Siamo dispiaciuti, ma non possiamo che ribadire la correttezza del lavoro dei nostri uomini».

Gigi è conosciuto a Marigliano, è benvoluto, ma è anche ben curato dai familiari. «È apprezzabile - insiste il colonnello Virno - l’affetto che il salumiere e tanti altri gli riservano». Intanto, il salumiere s’è beccato una multa... «Certo, i militari hanno applicato la legge - risponde il comandante Virno -. Ma è anche giusto che si dica le cose come stanno. Gigi non ha detto il panino mi è stato regalato quando gli è stato chiesto dello scontrino. Ha risposto: non mi hanno dato nulla. Tutto è stato verbalizzato.

C’è la multa da 516 euro, che si riduce a 129 con il pagamento nei termini fissati. Ma il commerciante, se lo riterrà opportuno, potrà ancora fare valere le sue ragioni all’Agenzia delle entrate. Noi non abbiamo potuto fare altro che applicare la legge. Anche chi fa del bene rispetti le regole. Da parte nostra siamo pronti a incontrare sia il commerciante che Gigi».

mercoledì 18 febbraio 2015 - 08:49   Ultimo agg.: 08:52