lunedì 23 febbraio 2015

Cambio operatore, arriva la penale «Si rischiano anche più di 100 euro»

Corriere della sera
di Martina Pennisi

Nel disegno di legge Concorrenza rispuntano i costi per il passaggio a un contratto all’altro abolite dalla Bersani. Altronconsumo: «Saranno cifre non da poco»



Tradire un operatore diventerà costoso. La pratica di passare da un marchio all’altro per godere di offerte più convenienti, che nel caso della telefonia mobile può rivelarsi particolarmente interessante (ne abbiamo parlato qui), è tuttora tutelata dalla legge 40 del 2007, altrimenti detta legge Bersani, secondo cui “i contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso un altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore”.

Adesso è il disegno di legge sulla Concorrenza approvato venerdì 20 febbraio dal Consiglio dei Ministri a (provare a) scompaginare le carte: “Nel caso di risoluzione anticipata […] l’eventuale penale deve essere equa e proporzionata al valore del contratto e alla durata residua della promozione offerta”. Torna quindi, nero su bianco, la penale che la Bersani aveva eliminato lasciando esclusivamente i costi tecnici dovuti alla eventuale disattivazione.
Doppio passo indietro
Quanto dovuto, secondo il testo, dovrà essere coerente con il valore dell’accordo e i mesi restanti in base a quello che è stato pattuito nel momento della firma. “Così facendo”, spiega al Corriere della Sera il responsabile dei rapporti istituzionali per Altroconsumo Marco Pierani, “l’operatore può far pesare sulla fine anticipata del contratto, che non può essere superiore ai 24 mesi, l’investimento in marketing per promuovere l’offerta”. Se il decreto dovesse concludere inalterato tutto l’iter necessario per entrare in vigore, quindi si “rischierà di andare oltre al centinaio di euro. Un doppio passo indietro considerando che aspettavamo addirittura un limite concreto all’entità dei costi di disattivazione”, prosegue Pierani.
Il 20% del mercato delle Sim
Nonostante la Bersani, infatti, in questi anni il Garante delle comunicazione è dovuto intervenire con multe da centinaia di migliaia di euro per ribadire quanto previsto dalla legge 40. Si tratta nel caso specifico di linee fisse, segmento che secondo Pierani “rischia di dare i maggiori problemi”. Per quello che riguarda la telefonia mobile, da un lato la concorrenza e la maggiore agilità del settore hanno garantito condizioni più favorevoli, dall’altro proprio il “ritorno delle penali rischia di peggiorare la situazione” a fronte dei costi comunque applicati per la chiusura dei rapporti.

A quali vanno eventualmente aggiunte le rate restanti dei telefonini compresi nell’accordo. Quando si parla di cessazione anzitempo dei contratti si prende in considerazione poco più del 20% del mercato delle Sim, con la percentuale restante che sceglie la ricaricabile. Secondo l’ultimo spaccato trimestrale Agcom, a fine settembre le linee trasferite hanno superato i 74 milioni.

23 febbraio 2015 | 17:47

Lettera del “Giorno” a Pisapia

Il Giorno

di Giancarlo Mazzuca, direttore de "Il Giorno"


CARO SINDACO, ho letto che una commissione di assessori ha detto no a una copia della Madonnina in piazzetta Reale. La Veneranda Fabbrica del Duomo ha preso atto del pollice verso e sta ora valutando di collocare la statua all’interno della cattedrale: così avremmo una Madonnina, quella originale, sulla più alta guglia, vicino al cielo, e l’altra nascosta nell’oscurità di una navata. È strano che qualche solerte assessore del Comune abbia deciso che l’immagine più cara ai milanesi, quella Madonnina di Giuseppe Perego, che dal 1774 protegge dall’alto la nostra città, non possa stare anche al centro di una piazza, in modo da essere immediatamente vista dai tanti milioni di turisti che, da maggio, invaderanno la metropoli per l’Expo.

MI AUGURO, signor Sindaco, che lei non sia stato informato preventivamente della decisione e l’abbia saputa a cose già avvenute, perché la bocciatura della Madonnina in piazza assume il sapore dell’autolesionismo. Il progetto di un bis della statua (in realtà un tris perché una copia è, dal 2010, sulla sommità di Palazzo Lombardia, sede della Regione) è stato, giustamente, varato alla vigilia dell’Esposizione Universale: la prima Madonnina, lassù in alto sulle guglie (i fatidici 108,5 metri), non potrà essere facilmente ammirata, perché tanti non saranno in grado o non avranno il tempo di salire in cima al Duomo. Ecco, quindi, l’idea di poter vedere, comunque, da vicino la famosissima statua in rame dorato (che viene fusa, proprio in questi giorni, in un’officina di Nola, in Campania) simbolo della religiosità e delle tradizioni milanesi.

QUALCUNO DI PALAZZO MARINO ha, però, messo una croce sul progetto in piazzetta Reale. Per questi signori, non ci possono essere due statue gemelle a così breve distanza l’una dall’altra: per loro il “derby della Madonnina” è solo quello calcistico. Noi del “Giorno” non ci stiamo: invitiamo, quindi, i nostri lettori a farci sapere il loro punto di vista sull’assurda vicenda che - di questi tempi, con i problemi che abbiamo tutti - potrebbe anche essere considerata un fatto marginale, ma non lo è, di certo, per un milanese doc. A lei, signor Sindaco chiedo d’intervenire per rimettere la statua in vista: se proprio la Madonnina non potrà essere collocata in piazzetta Reale, mettiamola, allora, in piazza Fontana o, come dice Sgarbi, nei cortili di Palazzo Reale o dell’Arcivescovado.

Tutti noi siamo orgogliosi del simbolo di Milano che Giovanni D’Anzi, nel 1935, celebrò così: «O mia bela Madunina, che te brilet de luntan tuta dora e piscinina, ti te dominet Milan sota ti se viv la vita, se sta mai coi man in man canten tucch “luntan de Napoli se moeur” ma poe vegnen chi a Milan». Ecco perché, Sindaco Pisapia, contiamo molto sul suo intervento.
giancarlo.mazzuca@ilgiorno.net





Piazzetta Reale concessa a cannoni e aerei da guerra. E la Madonnina resta fuori 

Il Giorno
Il Comune nega lo spazio per la mostra della copia


In un rendering l’immagine della struttura ideata per ospitare la mostra dedicata alla Madonnina 
In un rendering l’immagine della struttura ideata per ospitare la mostra dedicata alla Madonnina
 
Milano, 23 febbraio 2015 - Ci sono stati aerei da guerra e cannoni, una montagna di sale targata Paladino e i nuovi autobus dell’Atm. Ma in piazzetta Reale non ha trovato ospitalità una copia della Madonnina che troneggia sul Duomo, il simbolo di Milano. L’idea della Veneranda Fabbrica del Duomo di posizionare proprio lì, in piazzetta Reale, a pochi passi dalla Cattedrale, una statua «gemella» della Madonnina durante i sei mesi dell’Expo è stata bocciata dal Comune e dalla Sovrintendenza ai beni architettonici. L’assessore alla Cultura Filippo Del Corno e il sovrintendente Alberto Artioli dicono all’unisono «no a piazzetta Reale, sì a piazza Fontana». Un’alternativa che non ha convinto i responsabili della Veneranda Fabbrica, che hanno deciso di esporre la copia della Madonnina all’interno del Duomo. Caso chiuso? Macché. Giorgio Cioni, ideatore del progetto della «seconda» Madonnina, ha parlato di «decisione miope» da parte degli enti pubblici.

La mostra delle forze armate di fianco al Duomo

Artioli motiva così l’indicazione della Sovrintendenza: «È vero, abbiamo sollevato perplessità sull’occupazione di piazzetta Reale con un allestimento del genere durante l’Expo. L’architettura della piazzetta Reale non va “oscurata’’. La piazzetta ormai è frequentata da migliaia di visitatori che devono accedere al polo espositivo all’interno di Palazzo Reale. Alla Veneranda Fabbrica è stata proposta in alternativa piazza Fontana, che andrebbe benissimo. Si tratta di una valutazione condivisa con il Comune». L’assessore De Corno è sulla stessa posizione di Artioli. E quando gli si fa notare che piazzetta Reale, nel corso degli anni, ha ospitato persino caccia da guerra e montagne di sale, replica: «Durante l’amministrazione Pisapia non sono mai stati previsti lì allestimenti tanto invasivi. Mettere in piazzetta Reale aerei da guerra è stato un obbrobrio, mentre la montagna di sale di Paladino era un bell’allestimento, ma è stato realizzato in un momento in cui a Palazzo Reale non c’erano tutte le mostre attualmente in programma».

massimiliano.mingoia@ilgiorno.net

Affittopoli, la sinistra "protegge" il circolo gay dalla svendita

Francesco Curridori - Lun, 23/02/2015 - 15:37

Nella lista dei fortunati affittuari del Comune di Roma non potevano mancare i gay.
 
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E infatti anche la sede del circolo di cultura omosessuale "Mario Mieli" di via Efeso, organizzato da circa vent’anni dei gay Pride di Roma e della festa di autofinanziamento del locale Muccassassina. L’associazione difende i diritti degli omosessuali e, tradizionalmente vicina alla sinistra, paga 235,61 euro di affitto mensile, ossia circa il 40% in meno della media dei canoni della zona. Qualche giorno fa la consigliera comunale di Sel (ex Pd) Imma Battaglia, che per anni ha guidato il circolo, ha presentato degli emendamenti alla delibera sulle dismissioni del patrimonio comunale “affinché venga vietato qualsiasi tipo di agevolazione all’acquisto per tutti quegli inquilini che hanno frodato la pubblica amministrazione". La Battaglia, insomma, sta cercando, insieme al resta della sinistra capitolina che si battono per le unioni civili, di salvare il "Mario Mieli" non essendo edificio di pregio.

Pugni in faccia ad anziani: "Sono un clandestino e faccio ciò che voglio"

Luca Romano - Lun, 23/02/2015 - 12:35

È successo sabato scorso ad Ancona dopo le 20 all'uscita del cinema Goldoni, in pieno centro

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"Sono clandestino e faccio quello che voglio". Urlando queste parole, ha aggredito una coppia di anziani italiani prendendoli a pugni in faccia. È successo sabato scorso ad Ancona dopo le 20 all'uscita del cinema Goldoni, in pieno centro. Uno straniero, clandestino, si è avvicinato a due coppie di anziani che erano andate a vedere un film e ha iniziato a urlare contro di loro: "Sono clandestino e faccio quello che voglio". E così ha sferrato un pugno in faccia a una 70enne. E poi ne ha dato un altro a un 80enne che aveva provato a difendere l'altro italiano. Dopo l'aggressione lo straniero è scappato facendo perdere le sue tracce.

Arriva HTTP 2: ecco come cambia il web

La Stampa
antonino caffo

A sedici anni dalla nascita, è pronta la nuova versione del protocollo che fa muovere la Rete, con numerosi miglioramenti in termini di velocità e sicurezza. E già si lavora alla prossima release

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Dietro la sigla che precede gli indirizzi web che si digitano ogni giorno c’è tutta la storia di internet. Alla fine del 1980 Tim Berners-Lee sviluppò le basi di internet all’interno dei laboratori del Cern di Ginevra, realizzando la prima versione dell’HTTP conosciuta con la numerazione 0.9. L’HyperText Transfer Protocol serviva, e serve ancora, come strumento per veicolare le informazioni sul web sfruttando le autostrade che partono dai server e passano per i computer delle persone.
Il primo protocollo realmente funzionante e pronto per essere testato al di fuori del bunker svizzero arrivò nel 1991 con la versione 1.0 a cui seguì l’aggiornamento del 1999 alla 1.1. Da quel momento il suffisso non è stato più modificato anche se attorno a lui la rete diventava più veloce e protetta, grazie ad implementazioni come l’HTTPS.

Aggiornamento storico
Con una premessa del genere, è chiaro che l'aggiornamento dell’HTTP alla versione 2.0 diventa un momento da ricordare e tramandare alle nuove generazioni di informatici. Il responsabile dell’Internet Engineering Task Force HTTP Working Group ha diffuso di recente  sul proprio blog la notizia dell’imminente chiusura dei lavori sullo sviluppo dell’HTTP 2.0 che diventerà presto il nuovo standard del web. Niente paura: non dovremo digitare nessun numero in più dopo il suffisso per poter navigare; i cambiamenti saranno visibili ma non comporteranno alcuna modifica nella modalità di scrittura degli indirizzi. Come si legge sul sito della Task Force , il processo di aggiornamento ha richiesto più di due anni di lavoro, 200 analisi e 17 bozze che hanno portato ad oltre 30 miglioramenti che hanno coinvolto anche Twitter, Google, Mozilla e Microsoft.

I vantaggi maggiori: la velocità
Il più grande aggiornamento di internet in sedici anni porta notevoli vantaggi nell’utilizzo quotidiano della rete. Prima di tutto un caricamento più veloce delle pagine grazie a una migliore gestione dei dati trasferiti, grazie a una tecnologia chiamata “server push” con cui il browser riceve la struttura generale di un sito prima che avvenga il vero e proprio scambio di dati con il server; in questo modo ad ogni pagina viene riservata una potenza di banda adeguata, così da caricare in tempo minore quelle più complesse.

Più sicurezza alla navigazione
Una delle novità in ambito sicurezza è la possibilità per i browser più conosciuti, come Chrome e Firefox, di consentire la navigazione solo sui siti web che supportano l’HTTP/2 in aggiunta alla crittografia TLS. Si tratta di un protocollo che garantisce una comunicazione sicura tra il server che ospita la pagina web e il computer che la visualizza; un’ulteriore forma di prevenzione contro portali che potrebbero contenere codice maligno sotto forma di virus nascosti dietro link, immagini e video. Proprio Google qualche giorno fa aveva annunciato dal blog del progetto Chromium il passaggio al protocollo appena verrà reso disponibile.

Ma non è tutto: a quanto pare gli sviluppatori dell’Internet Engineering Task Force HTTP Working Group hanno intenzione di recuperare gli anni spesi a studiare come migliorare l’HTTP 1.1 concentrandosi già sulla terza versione del protocollo che, secondo PC World, punterebbe ancora di più sulla privacy con una nuova forma di controllo per quei siti che richiedono un accesso con nome utente e password. 

Sono tornate in strada le 30 schiave tolte al racket. Tranne Laura

Corriere della sera

di Andrea Galli
 La polizia le aveva salvate arrestando i loro aguzzini. Ma solo una sta cambiando vita: le altre sono corse a cercare altri clan e hanno rifiutato di collaborare con la polizia

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«Io sempre fatto put..., lo faccio da nove anni e ne ho ventisette... Sono romena, il mio paese è Grozavesti, lì abbiamo ancora quartieri senza la luce e senza le strade, certe case non hanno nemmeno il bagno, per farla ci sono delle baracche fuori, nel campo... Il nome vero non è Grozavesti, ma abitavo vicino, era per farti capire la zona, siamo a Craiova, a sud... Mi ricordo ancora il primo che mi aveva fatto salire in macchina, il mio primo cliente, si era arrabbiato perché volevo tenere su il maglione, avevo freddo... Mi ricordo tutte le macchine che si fermano, ho imparato a tenere a mente le targhe, quelle che sono difficili le segno sul cellulare...

Ci hanno insegnato così perché se succede qualcosa di brutto poi lo cercano e lo vanno a prendere... All’inizio piangevo, non volevo più andare.. Alcune ragazze quando piove stanno senza ombrello, sperano di ammalarsi... Ma ti mandano anche con la febbre, anche con le tue cose, ti mandano sempre... Una volta a Natale mi avevano dato un cappello da Babbo Natale e avevamo litigato, non volevo metterlo... Non sono mai scappata perché questo faccio, faccio la put..., e mi sono abituata, uno di quelli che ci comandano mi ha preso in simpatia, faccio giochi per lui e lui mi dà la possibilità di andare nei negozi, di spendere dei soldi, e mi sta bene... Se lo sanno al mio paese? Si che lo sanno, lo sanno tutti, come fanno a non saperlo...».

Eppure qualcuna riesce a scappare. O almeno ci sta provando. Della trentina di ragazze romene tra i tredici e i trent’anni liberate tre settimane fa dalla polizia che ha arrestato 16 aguzzini rom romeni, 3 albanesi e 2 italiani, una soltanto è sopravvissuta. Nel senso che le altre sono sparite, sono corse a cercare altri clan, hanno rifiutato di collaborare con la polizia, hanno detto no all’offerta di un aiuto, non sono tornate a casa in Romania, non hanno chiesto ospitalità in una parrocchia o in un’associazione che combatte la tratta.

Una soltanto è sopravvissuta: ha ventiquattro anni e ha intrapreso il difficile percorso che la potrebbe o dovrebbe portare in una comunità protetta. Non è detto che avvenga. Più che aver paura, non si fida. Per prima di se stessa. Racconta l’ostinato vicequestore Angelo De Simone, che ha condotto l’inchiesta (le donne erano prigioniere, vittime di stupri di gruppo, costrette alla strada anche subito dopo un aborto, sfregiate in viso con la lama dei coltelli, picchiate a calci e pugni), racconta De Simone degli abissi della resa, della convinzione di un destino ineluttabile, della forza che non c’è più di cambiare esistenza.

Perché appunto, come ci ha detto una prostituta rintracciata dal Corriere grazie alla comunità romena e anche lei, un anno e mezzo fa, invano liberata da un’operazione di polizia, una cosa soltanto queste ragazze hanno fatto in vita fin da ragazzine. E pure quando lo volessero, abbandonare per sempre il giro comporta dei rischi: di ritorsioni sui genitori a casa, anche se, come successo nell’ultima indagine, s’è scoperto che ci sono state madri che se si sono vendute le figlie. Per un prezzo medio tra i cinque e i settemila euro.

La sopravvissuta si chiama Laura, era stata a lungo nel commissariato Scalo Romana nelle ore successive agli arresti. I poliziotti avevano ascoltato il suo pianto e le sue obiezioni. Prima e dopo Laura, altre quattro ragazze avevano alzato le spalle di fronte alla proposta di un’assistenza. Erano prevalse, ha raccontato chi c’era, la rassegnazione, un senso di condanna, una certa consapevolezza che tanto nessuno cambierà niente.

S’era parlato, in quell’occasione, di un ragazzo, un «cliente», un venticinquenne bancario di via Friuli, il quale s’era innamorato di una donna che pagava per il sesso, s’era messo in testa di far la rivoluzione, di riscattarle come succede nei film. I rom gli avevano chiesto un anticipo di tremila euro; al saldo della somma pattuita, la donna sarebbe stata sua. Il bancario si era presentato al campo nomadi con i soldi, i rom avevano preso il denaro, l’avevano aggredito e minacciato. Il bancario era scomparso e avrà scelto altre strade, altre ragazze, altre infatuazioni.

Di chi è la colpa? Le strutture ci sono e ugualmente gli operatori, che per la verità hanno tanti casi da seguire. L’emergenza abitativa, a Milano, ha generato un esercito di sfrattati che a volte diventano occupanti abusivi, vengono sgomberati e a quel punto non sanno più dove andare; il continuo arrivo di migranti che attraversano il Mediterraneo ha creato sovraffollamento nelle strutture che negli ultimi anni hanno ospitato insieme i barboni, i divorziati, quelli che perdono il lavoro.

C’è spazio per Laura? L’inchiesta di De Simone è durata tre anni, è stata faticosissima come forse nemmeno le indagini di ‘ndrangheta: a causa, proprio sul modello delle cosche, della capacità degli aguzzini di impermeabilizzare la struttura tanto che qualsiasi tipo di «vertenza» veniva risolta da uno speciale tribunale. Se si litigava per la proprietà di una ragazza era il gran consiglio formato dai vecchi a decidere senza possibilità di appello. Il grosso delle bestie che avevano schiavizzato le ragazze viveva in un insediamento abusivo a Muggiano. Per il blitz sono serviti ottanta agenti. I nomadi avevano costruito avallamenti nel terreno per impedire gli accessi e avevano cinto il perimetro con bambini vedette. In una specie di cella costruita con assi di legno e lamiere c’erano cinque ragazze segregate, in mezzo ai loro escrementi.

Urinò sui cadaveri dei talebani: funerali da eroe per il marine

Rachele Nenzi - Dom, 22/02/2015 - 21:52

A oltre due anni di distanza da quell’increscioso episodio Rob Richards è morto per overdose. Nonostante la corte marziale condannò le sue azioni, gli è stato riservato un funerale di Stato

Funerali da eroe per uno dei marine che fu ripreso in Afghanistan mentre urinava insieme ad altri tre commilitoni sui resti di alcuni talebani appena ammazzati.



Era il gennaio 2012 e quelle immagini postate su YouTube scioccarono l’America, misero in imbarazzo la Casa Bianca e rischiarono di innescare reazioni pericolosissime. Tanto che il presidente Barack Obama fu costretto a intervenire, e l’allora segretario di stato Hillary Clinton espresse "sconcerto" per quanto accaduto. Mentre l’ex capo del Pentagono Leon Panetta parlò di atti "assolutamente vergognosi".

I marine urinano sui cadaveri dei talebani

Ora Rob Richards, cecchino scelto, a oltre due anni di distanza da quell’increscioso episodio è morto per overdose. E, come a molti reduci dell’Afghanistan, gli è stato riservato un funerale con tutti gli onori nello storico cimitero di Arlingon, dedicato ai caduti di tutte le guerre combattute dall’America. Una cerimonia con tanto di carro che trasporta la piccola bara, contenente le sue ceneri, ricoperta dalla bandiera americana. E un gruppo di marine in alta uniforme che sfoderano le sciabole.

Eppure Richards è stato giudicato da una corte marziale che ha definito le sua azioni come "portatrici di discredito alle forze armate americane e all’intero Paese". Una delle tante contraddizioni, anche morali, che nascono quando si parla di guerra. "Ma forse stavolta - è l’amara considerazione del Washington Post - si è forse superato il limite". E proprio mentre Obama afferma con forza che l’America non è in guerra contro l’islam, e cerca di rafforzare un’immagine del suo Paese civile e tollerante, contro la barbarie dell’Isis.

La leggenda del Santo Presidente

Marcello Veneziani - Gio, 19/02/2015 - 07:00

In seguito al successo riscosso per aver scelto come un comune mortale un aereo di linea per volare a Palermo, vi raccontiamo la prodigiosa settimana da cittadino qualunque del Presidente Mattarella

In seguito al successo riscosso per aver scelto come un comune mortale un aereo di linea per volare a Palermo, vi raccontiamo la prodigiosa settimana da cittadino qualunque del Presidente Mattarella.
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Giovedì notte è stato avvistato mentre usciva dal Quirinale con due sacchi d'immondizia che ha depositato uno nell'umido e l'altro nella plastica. Venerdì mattina il Presidente è stato sorpreso sul bus di linea 62 mentre obliterava il biglietto e accarezzava un bimbo rom. Sabato pomeriggio ha destato stupore alla coop vedere il Presidente far la fila alle casse col carrello della spesa e poi caricarsi di buste dirigendosi a piedi verso il Quirinale. Domenica all'ora di pranzo il Presidente è uscito con la famiglia e ha comprato la pizza al taglio per tutti; lui ha diviso la sua margherita con la figlia e si è lavato la mani alla fontanella, bevendo poi a cannella.

Lunedì il Presidente ha risposto di persona al citofono del Quirinale e ha aperto lui il portone ai visitatori, indicando pure i bagni. Martedì il Presidente, dopo aver comprato una ricarica di 10 euro al suo Motorola del '94, è entrato nel bar del dopolavoro con De Mita e ha ordinato un orzo in tazza grande, pagando alla romana (commuove pensare che il suo capocorrente sia sindaco di Nusco e il gregario invece sia Capo dello Stato). Mercoledì il Presidente era a messa per assistere al suo processo di beatificazione, ma ha preferito sedersi ai banchi in fondo a destra, come se la santità non lo riguardasse. La leggenda del Santo Presidente.

Per colpa di Woodcock la repubblica paga il "re"

Stefano Zurlo - Lun, 23/02/2015 - 08:00

A Vittorio Emanuele di Savoia, prosciolto da tutte le accuse, è stato riconosciuto un risarcimento di 40mila euro per i sette giorni in cella

La repubblica risarcisce la monarchia. Sembra uno scherzo del destino, è il risultato di un clamoroso flop giudiziario.

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L'Italia deve chiedere scusa a Vittorio Emanuele, principe di quella casa Savoia che avevamo spedito in esilio dopo il disastro della guerra. Ora a doversi vergognare è lo Stato che ha messo le manette a Vittorio Emanuele, l'ha tenuto in una cella, nel carcere di Potenza, poi l'ha umiliato agli arresti domiciliari, infine ha visto evaporare una dopo l'altra tutte le accuse che l'avevano ricoperto di fango. Qualche tempo fa il Ministero dell'economia ha staccato l'assegno: quasi 40 mila euro per voltare pagina e cancellare l'ignominia sulla testa coronata. «Il principe – racconta l'avvocato Francesco Murgia – era amareggiato per quel che era successo in patria. Ora è più sereno».

Tutto comincia il 16 giugno 2006, quando Vittorio Emanuele viene ammanettato sulle rive del lago di Como, chiuso dentro una Punto e portato di volata a Potenza. Il pm Henry John Woodcock conduce un'inchiesta clamorosa che contempla una sfilza di capi d'accusa: Vittorio Emanuele deve rispondere di una caterva di reati. In sostanza gli si contesta mezzo codice penale: associazione a delinquere, lui e i suoi presunti complici pure in manette, finalizzata alla corruzione e al gioco d'azzardo; ancora associazione a delinquere finalizzata, addirittura, allo sfruttamento della prostituzione, altri illeciti. Lo scettro di casa Savoia è nel fango, il mondo intero assiste al declino che pare irreversibile di una delle famiglie più blasonate d'Europa. Il 23 giugno, dopo una settimana, il principe ottiene gli arresti a casa, dove resta blindato fino al 21 luglio quando torna in libertà.

La sua reputazione pare compromessa, ma i colpi di scena non sono finiti. L'inchiesta, tanto per cominciare, viene divisa per competenza in tanti pezzi: una parte resta in Basilicata, alcuni fascicoli prendono la strada di Como, altri approdano a Roma, altri ancora in Umbria. Un guazzabuglio in cui è difficile districarsi. E lo spezzatino già visto in tante indagini firmate da Woodcock. In breve le contestazioni perdono forza, si rivelano esili, perché i pm hanno fra le mani solo centinaia di pagine di intercettazioni,andate avanti un anno e mezzo-due, in cui gli indagati dicono tutto e il contrario di tutto.

Il principe diventa una barzelletta per i giornali, ma della corruzione del sindaco di Campione e dei funzionari dei monopoli si perdono le tracce, cosi come dello sfruttamento delle escort. I ncredibile, ma a Como non si arriva nemmeno a processo: i Pm mandano tutto in archivio. I diversi segmenti in giro per l'Italia si perdono, solo un filone resiste fino al dibattimento e all'assoluzione con formula piena, sollecitata addirittura dall'accusa. Un fiasco senza precedenti.

«Ho fatto richiesta di indennizzo alla corte d'appello di Roma –spiega al giornale l'avvocato Murgia – era giusto che l'Italia risarcisse Vittorio Emanuele per l'incredibile disavventura, per i 7 giorni in cella, per il disastro d'immagine, per l'imbarazzante espulsione da alcuni circoli esclusivi. Al termine di un'estenuante battaglia, il riconoscimento è arrivato: il principe è felice per questa pronuncia. Era rimasto sconvolto per quello che alcuni magistrati del suo Paese, ma lui preferisce la parola patria, gli avevano fatto». Ora la patria, matrigna, ha rimediato. E la cronaca si è presa una rivincita sulla storia.

Le campane sono troppo rumorose: multa di 1.300 euro al parroco

Il Mattino

PRAMAGGIORE - Monsignor Giuseppe Gianotto, legale rappresentante della Parrocchia di Pramaggiore, dovrà pagare una multa di 1.312 euro inflittagli dall'Arpav Veneto (Agenzia regionale protezione ambientale) perché le campane della chiesa sono state ritenute troppo rumorose. Lo ha reso noto lo stesso parroco durante l'omelia della messa domenicale. La sanzione è scattata dopo controlli sui decibel seguiti all' esposto di un cittadino, disturbato dalle frequenti scampanate.



Il parroco ha espresso un grande stupore per la contravvenzione, precisando che le campane sono le stesse da tantissimo tempo e non sono state fatte modifiche recenti all'impianto di diffusione del suono. «Probabilmente si tratta di un cittadino stabilitosi da poco in paese - ha ipotizzato, raggiunto nel pomeriggio - per arginare il problema e non incorrere in altre multe così pesanti, ho limitato la durata del suono delle campane, prima di alcuni minuti come da tradizione secolare. Adesso è stato fissato in soli sessanta secondi: secondo gli esperti, in questo modo riusciamo a restare nei limiti consentiti dalla normativa sull'inquinamento acustico».

Il sacerdote non si dà comunque per vinto ed è convinto di poter aver ragione tramite un ricorso che è già stato affidato ad un legale, grazie anche ai fedeli che si sono messi a disposizione per aiutarlo nel patrocinare la causa difensiva. «Le rilevazioni - ha fatto sapere Mons.Giuseppe, Canonico del Capitolo della Cattedrale nella Diocesi di Concordia-Pordenone - sono state effettuate tra sabato 25 e lunedì 27 ottobre scorsi, accertando uno sforamento dei limiti massimi consentiti, seppur di pochi decibel».

Don Gianotto ha poi spiegato che non era sua intenzione «creare un caso nazionale, ma nell'ottica della trasparenza non potevo tacere ai parrocchiani l'esborso di 1.032 euro per la multa e di altri 280 euro per diritti di notifica e altre voci che mi sono state imputate. Così stamani li ho messi al corrente che dovremo sostenere questa spesa», ha concluso.

Gino Paoli accusato di evasione fiscale. Scegliete una sua canzone...

Libero



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Una falsa autorità morale

Corriere della sera
di Ernesto Galli della Loggia

Solo da noi mi pare l’Onu è considerata quasi una sorta di sede della coscienza universale, di unica titolare autorizzata a giudicare che cosa è bene e che cosa è male

Meglio chiarirlo subito: per sbarrare la strada all’Isis va benissimo cercare ogni possibile via diplomatica (puntare al «dialogo» mi sembra davvero un po’ troppo); egualmente giustissimo non affrettare in alcun modo un’eventuale soluzione militare della questione Libia. Tutto ciò per dire che in vista di qualunque decisione nel merito di tale questione mi sembra più che sensato guardare alle Nazioni Unite. Considerare cioè il Palazzo di Vetro come una sede preliminare ineludibile di qualunque via futura si scelga. Tuttavia, da ciò a celebrare il culto dell’Onu, a proclamarne obbligatoria l’osservanza in ogni circostanza, come sono inclini a fare da sempre una parte dell’opinione pubblica italiana e la totalità della classe politica, ce ne corre (o dovrebbe corrercene).

Invece solo da noi, mi pare, l’Onu è considerata quasi una sorta di sede della coscienza universale, di unica titolare autorizzata a giudicare che cosa è bene e che cosa è male negli affari del mondo. Solo nel nostro discorso pubblico o quasi le sue pronunce sono generalmente accolte come l’inappellabile voce della giustizia. Da qui la necessità - sentita in Italia come assoluta - di un consenso dell’Onu stessa per attestare la liceità di qualsivoglia uso della forza: non già, come invece è, per dichiararne semplicemente la conformità formale al deliberato dell’organizzazione. Deliberato - bisognerà pur ricordarlo - che non proviene però da nessuna autorità imparziale (tipo tribunale o gruppo di «saggi» o esperti super partes ), bensì da un’assemblea di Stati.

Di quei «freddi mostri», come li definì a suo tempo un grande europeo, i quali sono soliti giudicare legale o meno l’uso della forza (come del resto qualunque altra cosa) sempre e comunque in base a un solo criterio: il proprio interesse politico (o, ciò che è la stessa cosa, il proprio schieramento ideologico di appartenenza). Quale autentico valore morale abbia una simile pronuncia può essere oggetto perlomeno di qualche dubbio. Del resto il carattere moralmente spurio perché fondamentalmente solo politico delle pronunce delle Nazioni Unite è attestato dal suo stesso statuto, quando istituisce il diritto di veto. Cioè la regola per cui qualunque verdetto dell’Assemblea generale degli Stati è di fatto reso inoperante e perciò nullo dal diritto riconosciuto ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna) di opporre la loro volontà contraria.

Che razza di accertamento legale, e tanto più etico, è mai quello che può concludersi in questo modo? Un’ulteriore riprova della base in realtà assai debole su cui poggia l’autorità delle Nazioni Unite è data dagli stessi che per un altro verso si presentano come i loro più convinti paladini. Cioè da coloro che si riconoscono nelle culture politiche che maggiormente auspicano in ogni occasione il ricorso all’Onu e l’ossequio alle sue risoluzioni. Per esempio i cattolici in generale e le gerarchie vaticane: gli uni e le altre sempre pronti a sostenere l’opportunità dell’intervento del Palazzo di Vetro, l’uso delle sue istanze e l’adeguamento alle sue direttive quando si tratta di tensioni e scontri politici tra gli Stati, di minacce di guerra.

Quando però si tratta di questioni di diversa natura come l’aborto, la definizione di genere o il matrimonio tra persone dello stesso sesso - questioni dove l’etica conta davvero - allora, invece, all’Onu e ai suoi meccanismi decisionali non vengono più attribuiti, chissà perché, alcuna autorità e alcun valore. Così come del resto una vasta parte dell’opinione pubblica occidentale non attribuisce neppure lei alcun valore alle varie, pazzotiche (per non dir peggio) delibere delle Nazioni Unite in materia di razzismo, sionismo e via dicendo. La verità, come non è difficile capire, è che dietro il ritornello del ricorso all’Onu che domina la politica estera dell’Europa c’è innanzitutto l’inconsistenza di quella politica. E subito dopo il deperimento del concetto tout court di politica in senso forte: come decisione per l’appunto sulla pace e sulla guerra, sulla vita e sulla morte.

E questo è, a sua volta, l’effetto dell’incertezza che regna nella nostra coscienza su che cosa siamo e sul suo senso, su che cosa dunque ci è consentito di volere e sui mezzi da impiegare per volerlo. Ormai anche il concetto primordiale di autodifesa ci appare un concetto problematico. Per qualunque cosa o quasi abbiamo bisogno del consenso degli altri, e per metterci a posto la coscienza ci diciamo che è così perché sono gli altri meglio di noi a sapere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Anche se dentro di noi sappiamo benissimo che gli altri, in realtà, ci indicheranno solo ciò che sembrerà più utile per loro.



Un test sull’identità dell’Occidente
La Stampa
gianni riotta


Isis dall’Iraq alla Libia, offensiva delle milizie filo Putin in Ucraina, con la caduta di Debaltsevo nel Mercoledì delle ceneri dopo la tregua di Carnevale, rivolta fondamentalista islamica contro l’Europa, frenetica trattativa Grecia-Germania sul debito, con il ministro Varoufakis che annuncia di voler «cambiare con un diverso sistema… il ripugnante capitalismo europeo… da marxista vagabondo» ma poi accetta la realtà con Tsipras, come prevedibile, e ora gli tocca vendere l’accordo ai suoi compagni. Viviamo giorni tumultuosi, privi di interpretazioni razionali nel caleidoscopio blogosfera.

Europa e Usa, la comunità che un tempo si chiamava Occidente – ma ha senso oggi un’espressione che il filosofo Spengler giudicava «al tramonto» già nel 1918? –, stentano a ritrovare una strategia efficace nel disordine globale, perché non comprendono come mai, soggetti storici diversi tra loro per motivi e ideali, la Russia di Putin, i ribelli islamici, i populisti, vogliano ribaltare l’ordine seguito alla Guerra Fredda.

Nel tormentato esame di coscienza in corso, compresi i tre giorni di Conferenza sull’estremismo alla Casa Bianca, notate un perenne errore di postura intellettuale. Per decidere, pur in buona fede, sul da farsi ci chiediamo sempre in che cosa l’Occidente abbia sbagliato o sbagli, certi che se solo non avessimo commesso quegli errori, Ordine e Benessere sarebbero ristabiliti per incanto. Destra e Sinistra si dividono sugli «errori» passati, scambiandosi accuse, «Troppo permissivi!», «Troppo repressivi!», insieme ostaggi dell’angustia teorica «Se solo!». «Se solo Bush figlio non avesse invaso l’Iraq», «Se solo i giovani arabi avessero lavoro», «Se solo controllassimo l’emigrazione», «Se solo facessimo guerra a Isis», «Se non avessimo troppo pressato Mosca», «Se avessimo fatto i duri quando Mosca era in ginocchio»…

È pura illusione presumere un nostro controllo totale. L’insorgenza islamica nasce intorno alla Prima guerra mondiale, con intellettuali come al Banna, che detestano il liberalismo europeo cristiano e i regimi coloniali. Putin contesta, e ci riesce benissimo, l’egemonia europea sul continente (con gli Usa è assai più cauto), manda aerei a violare i cieli britannici, rapisce a settembre un doganiere estone (ancora detenuto senza spiegazioni): Europa ed Usa non ne controllano la spinta ancestrale, panslava, che non dipende affatto dalle loro mosse, giuste o sbagliate. Il generale inglese Sir Adrian Bradshaw, numero 2 della Nato, dichiara di aspettarsi un prossimo attacco militare russo contro paesi europei «per guadagnare territorio ai danni dell’alleanza», per esempio occupando Narva, regione russofona dell’Estonia. Contro tale disegno, l’Europa, dalla sconfitta della Costituzione comune del 2005, è classe indisciplinata, zittita a fatica dalla severa Maestra Germania, senza valori condivisi.

Il presidente Obama resta il leader più sincero e facondo della scuola «È colpa nostra, che possiamo fare ora?» e al seminario di Washington ripete che la rivolta islamica si batte con «scuola e lavoro». Giusto ma purtroppo insufficiente, i ribelli non cercano gamelle miserabili di rancio, sono rivoluzionari militanti, spesso lasciano un lavoro o la scuola per la guerra, perché odiano cristianità, democrazia, economia aperta, diritti civili, libere identità sessuali. In breve: odiano noi tutti. Putin, quando la sua economia andava bene e ora che il rublo crolla, non muta strategia. Qualunque cosa faremo, tirerà dritto nell’offensiva.

La domanda da porsi non è dunque, «Che errori abbiamo commesso?», ma «Chi siamo? Per cosa siamo disposti a batterci e sacrificarci?». L’identità disperata russa la vedete nel film «Leviathan» del regista Andrej Zvjagincev, quella dei fondamentalisti nei video sanguinari, ma noi in cosa crediamo? «La visione eroica dei terroristi può essere vinta solo da un’altra, più nobile, visione eroica» scrive, in aperta antitesi con il proprio giornale, il commentatore del New York Times David Brooks. Dove per «visione eroica» non dovete solo pensare alle scene belliche di Clint Eastwood in «American Sniper» ma anche alla civiltà dei musulmani norvegesi che a Oslo danno vita a catene umane di solidarietà, proteggendo le sinagoghe «In nome della fratellanza religiosa».

Putin e gli islamisti sfidando l’ordine mondiale, su diversi fronti, mettono a prova la nostra identità, noi stessi. Un test storico che non si vince con convegni accademici e social media ben pixelati, ma dando prova di virtù acclarate. Oppure si perderà alla fine, dando ragione a Spengler, un secolo dopo, sul «Tramonto dell’Occidente».

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