mercoledì 25 febbraio 2015

Violazione dei brevetti, maxi multa a Apple

La Stampa

Una giuria texana ha condannato la casa di Cupertino a versare 532,9 milioni a Smartflash

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Multa da oltre mezzo miliardo di dollari per Apple. Una giuria texana ha condannato la casa di Cupertino a versare 532,9 milioni a Smartflash, società specializzata nel dare in licenza brevetti, per aver usato senza permesso, nel software iTunes, tre invenzioni brevettate. Smartflash aveva chiesto 852 milioni di dollari di danni, mentre Apple, che ha annunciato ricorso, aveva quantificato il danno in 4,5 milioni. Oltre che alla Mela, Smartflash ha fatto causa a Samsung, Google e Amazon.

«Smartflash non fa prodotti, non ha dipendenti, non crea posti di lavoro, non ha una presenza negli Stati Uniti e sta sfruttando il nostro sistema di brevetti per cercare royalty sulla tecnologia che Apple ha inventato», ha dichiarato Kristin Huguet, un portavoce di Apple, secondo quanto riportato da Bloomberg. «Ci siamo rifiutati di pagare questa azienda per le idee che i nostri dipendenti hanno trascorso anni ad innovare, e sfortunatamente non c’è stata data altra scelta che intraprendere questa lotta attraverso il sistema giudiziario».

Società texana fondata nei primi anni del 2000 dall’inventore Patrick Racz, Smartflash ha fatto causa per violazione di brevetti anche al primo rivale di Apple nel settore degli smartphone, la coreana Samsung, ad Amazon e a Google. Quest’ultima sta tentando di far spostare il caso dal Texas a una corte della California.

Willy, il primo clochard sepolto nel cimitero tedesco in Vaticano

La Stampa

Il Papa ha dato il ok per tumulare la salma dove sono sepolti principi e cavalieri teutonici. L'80enne fiammingo viveva di elemosine vicino a San Pietro

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E’ vissuto di elemosine, riposerà in pace tra principi e cavalieri. E' la strano destino del clochard Willy Herteller, conosciuto da tutti in Vaticano e trovato morto tra dicembre e gennaio. Amico del monsignor Amerigo Ciani, è stato quest'ultimo a celebrare il funerale e a chiedere a Papa Francesco di tumulare la salma nel cimitero tedesco all'interno del Vaticano, alle spalle della Basilica, dove sono sepolti principi e cavalieri tedeschi. E' il primo senzatetto ad avere questo onore.

Era da tutti conosciuto nella Santa Sede e tutti gli volevano bene, racconta Il Messaggero. L'80enne fiammingo viveva di elemosine vicino a San Pietro. Partecipava alla Messa e, seduto tra i porticati, guardava a lungo il via vai della gente.Tra dicembre e gennaio qualcuno ha notato quell'uomo sdraiato per terra senza segni di vita. E' stato trasportato in ambulanza in ospedale dove è morto. E' stato monsignor Ciani ad accorgersi della sua assenza: dopo qualche ricerca, ha scoperto la verità. E' stato lui a intercedere presso il Pontefice: ora Willy riposerà davvero in pace.

Monaci e monache, ospitate i poveri nelle vostre celle

Il Giornale
Nino Spirlì


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Facce toste ne incontro a decine ogni giorno. La mia, poi, è da premio Oscar. Ma c’è chi merita il Nobel per la dotazione corposa di quella faccia lì. Quella tonaca amaranto che sa di bagnacauda e Dolcetto d’Alba, per esempio. Anzi, levateglielo, al signor Luciano Pacomio, vescovo di Mondovì, il vino. Anche dall’altare. Magari, è un periodo di forte stress e non ne sopporta il benché minimo effetto. Eviterà così di fare incetta di milioni di vaffa da parte di altrettanti italiani che patiscono la fame, piangono la mancanza di lavoro, perdono la casa per colpa dello Stato spietato e delle banche senza sentimento, e che non riescono a portare in tavola nemmeno un panino al giorno. Figuriamoci a condividerlo.

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A loro, senza il minimo di decenza, il corpulento pastore alla crema gianduia chiede, anzi, quasi comanda di ospitare un immigrato a testa. Qualunque sia la grandezza della casa e il numero dei componenti la famiglia, magari. Cose da pazzi! Direbbe mia nonna Concetta. E aggiungerebbe, in pura lingua calabra, “U saziu non canusci o dijiunu” (Il sazio non comprende l’affamato).

Come fa, mi chiedo, infatti, un pastore che dovrebbe essere attento al proprio gregge e alle sue esigenze, a offendere chi, invece, dovrebbe proteggere. Da dove nasce quell’invito sgangherato “Ospitate i profughi nelle vostre case!”, sapendo che proprio #santamadrechiesa è strapiena di conventi vuoti o , al limite, occupati al 10%?

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Solo nel paese dove vivo attualmente, c’è un convento di clausura di qualche migliaio di metri quadrati, che ospita, ormai, appena 5 o 6 monache anziane; poi, c’è un enorme convento di suore abbandonato, per il quale il Tribunale si è espresso, da qualche mese, su una diatriba che vedeva contrapposti preti, monache e municipio, e c’è, ancora, un convento di francescani (3), con diverse centinaia di metri quadrati inutilizzati; infine, o forse no, case e case di proprietà di SmC, a malapena usate per attività parrocchiali. E, come Taurianova, migliaia di parrocchie e affini in Tutta Italia. Milioni, nel mondo.
Giusto come consiglia e ordina Papa Francesco, siano i religiosi ad aprire i portoni dei loro  conventi e delle loro proprietà. Se proprio ci deve essere qualcuno chiamato ad ospitare.


E si ricordino, aggiungo io se il Santo Padre non si offende, che, prima di ogni forestiero, vengono i milioni di ITALIANI che stanno soffrendo le mortificazioni della povertà.
Il resto è arroganza da fariseo.
Fra me e me. Senza casa da offrire.

La verità dopo dieci anni: Arafat finanziò gli attentati

Fiamma Nirenstein - Mer, 25/02/2015 - 08:25

Giustizia per le famiglie di decine di vittime di origini americane. Anp e Olp devono pagare 655 milioni di dollari. Ma l'Italia vuole riconoscerli come Stato

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Gerusalemme - «Mia figlia aveva due anni quando suo padre fu ucciso da un attacco palestinese a Gerusalemme; non ha parlato fino a tre anni, quando all'improvviso ha detto: «Qualcuno ha ucciso mio padre?».

L'ha raccontato Karen Goldberg testimoniando al processo conclusosi due giorni or sono a New York. Come in un film, è finito con il riconoscimento dei veri colpevoli. Piangendo Karen ha ricordato che suo marito Scotty saltò per aria su un autobus durante la seconda Intifada. Tante altre testimonianze hanno fatto rivivere quei giorni terribili fra il 2000 e il 2004, in cui gli ebrei venivano fatti a pezzi nei caffè, sugli autobus, nei supermarket soprattutto a Gerusalemme.

Ne furono uccisi più di mille. Negli Stati Uniti, due giorni fa è stata fatta un po' di giustizia per alcune vittime di origine americana che sono coperte da una legge antiterrorismo del 1992. Un tribunale di Manhattan, su richiesta di dieci famiglie i cui cari sono stati in parte feriti gravemente, in parte uccisi, ha riconosciuto colpevole di terrorismo omicida l'Autorità Palestinese (sì, quella di Arafat e di Abu Mazen, stavolta non Hamas) e l'Olp per il loro coinvolgimento diretto in sei attacchi e li ha condannati a pagare dalle casse che in genere vengono rifornite dalle donazioni del mondo intero la bella somma di 655 milioni e mezzo di dollari.

Avvocati bravissimi del gruppo Shurat haDin (Centro legale di Israele) hanno combattuto una battaglia decennale, portando oltre alle storie terribili delle famiglie anche precisi documenti, molti verificabili su Pmw, Palestinian Media Watch, che dimostrano come l'Autorità palestinese abbia motivato, armato, organizzato, fornito la culla genetica di tanti terroristi. Svariati erano impiegati dell'Autorità e dell'Olp. La cronista a suo tempo pubblicò un documento che provava che Arafat, oltre a invitare al martirio, ovvero al terrorismo, forniva consapevolmente i soldi per le cinture esplosive e la preparazione degli attentati alle Brigate di al Aqsa di Marwan Barghuti, che adesso è in carcere con cinque ergastoli e più

quarant'anni. Abu Mazen, il moderato su cui il mondo punta, chiama le piazze con i nomi dei terroristi, loda gli shahid, lascia che le sue tv e i suoi siti siano pieni di incitamento, paga in carcere stipendi a tutti i terroristi tanto più alti quanto più lunga la condanna. E tutto il mondo seguita a tassare (un miliardo 400milioni di dollari nella prima metà del 2009, 1,9 nel 2008) i propri cittadini per beneficare una leadership autoritaria e arricchita.

L'autorità palestinese si è dichiarata molto delusa dal verdetto, dopo che hanno testimoniato alcuni fra i suoi più famosi leader come Hanan Ashrawi per dimostrare una inveterata propensione alla moderazione, il mantra su cui si basa la propaganda filopastinese. Su questa narrativa, del tutto falsa e basta verificare su Pmw, si basa anche la rinnovata decisione del Parlamento italiano di calendarizzare per il prossimo venerdì il riconoscimento dello Stato Palestinese. Un gesto sconsiderato contro Israele e il processo di pace, una pura prova di fanatismo senza basi in un momento difficile per gli ebrei di tutto il mondo e per la lotta contro il terrore.

Quale Stato? Quello di cui sia Abu Mazen che Hamas sono parte? Quello che ha fomentato l'episodio per cui Robert Coulter ha visto in tv dopo l'esplosione della Caffeteria dell'Università di Gerusalemme, il corpo della figlia uccisa, con i suoi lunghi capelli biondi? Il terrorismo non è un fantasma, ha sempre un nome e un cognome, e in questo caso è stato identificato con prove, documenti, testimonianze. I parlamentari italiani vorranno finalmente capire che di fronte a un simile episodio e proibito far finta di non vedere, di non sentire, di non capire? O non ci importa del terrorismo?

Emanuele Filiberto di Savoia: «Woodcock paghi, va cacciato»

Corriere del Mezzogiorno

«Dovrebbe pagare lui i 40mila euro di risarcimento per mio padre, non i cittadini italiani che non c’entrano nulla»

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ROMA - «Woodcock? Dovrebbe pagare lui i 40mila euro di risarcimento per mio padre, non i cittadini italiani che non c’entrano nulla». Così Emanuele Filiberto di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele, a La Zanzara su Radio 24, attaccando il pubblico ministero che condusse le indagini sul padre, qualche anno fa ingiustamente detenuto in carcere per una settimana e poi prosciolto da ogni accusa. «Woodcock - dice Emanuele Filiberto - non lo considero nemmeno, è un niente, un vuoto, e la cosa peggiore è vederlo ancora al suo posto a fare danni, non c’è un processo che è riuscito a portare a buon fine».

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E il giovane Savoia prosegue: «Woodcock dovrebbe essere cacciato e pagare lui il risarcimento invece dello Stato». «Un cittadino normale - aggiunge - sa che se fa una cazzata viene punito, lui ha messo qualcuno in prigione ed è ancora lì». Poi racconta: «Papà fu preso alla frontiera svizzera, portato a Potenza, fece qualche giorno di carcere, un mese di arresti domiciliari e tre mesi di divieto di espatrio, più uno sputtanamento sulla stampa mondiale. Ma la cosa più vergognosa è che fece mettere cimici e telecamere nella cella, lo sedarono con dei pilloloni per farlo parlare del processo di Cavallo, sapendo che non avevano in mano nulla. Erano calmanti per spiarlo nella cella. Quando è uscito dal carcere non l’ho riconosciuto, quella vicenda lo ha segnato profondamente».

24 febbraio 2015 | 17:56

La guerra dei sette giorni dei «repubblichini» traditi

Rino Cammilleri - Mer, 25/02/2015 - 09:00

Dopo il 25 aprile del 1945, i tedeschi sacrificarono gli italiani per proteggere la propria ritirata verso il Brennero. E per gli uomini della Rsi il conflitto proseguì fino al 2 maggio

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Nel 70º anniversario del «25 aprile» l'editore D'Ettoris ha pubblicato un libro che mancava: Il gladio spezzato. 25 aprile-2 maggio 1945: guida all'ultima settimana dell'esercito di Mussolini (pagg. 144, euro 14,90). L'autore, Andrea Rossi, dottore di ricerca in Storia Militare, colma una lacuna. Sì, perché, come dice Francesco Perfetti nella prefazione, permane «la convinzione che il 25 aprile 1945 siano cessate definitivamente le ostilità in Italia». Ma «il conflitto durò ancora per una settimana provocando perdite fra militari e civili almeno fino al 2 maggio 1945. Questi sette giorni sono stati poco esplorati dalla storiografia».

Con una precisione da consumato studioso, Rossi ci informa nel dettaglio su ciò che avvenne in quella settimana fatale. Che conobbe il caos, le diserzioni, il «si-salvi-chi-può», i voltagabbana, ma anche pagine di autentico valore e di lotta disperata. Già, perché fu subito chiaro, a chi voleva vederlo, che «i tedeschi intendevano sacrificare gli italiani per proteggere la propria ritirata verso il Brennero», cosa che fin dal febbraio 1945 era stata decisa in una riunione a Parma dei vertici militari tedeschi.

Del resto, che cosa questi pensassero degli italiani era stato bene espresso in un giudizio del generale Eugen Ott, ispettore della Wehrmacht per le divisioni della Rsi: «Conoscendo la qualità militare e la mentalità dell'italiano \ non ci si può aspettare molto da questa truppa». Così, i repubblichini furono praticamente lasciati a vedersela con l'avanzata anglo-americana e i partigiani. E i fedeli del Duce sapevano bene che questi ultimi non erano inclini a fare prigionieri.

«Come bene aveva intuito Renzo De Felice (e, a onor del vero, assai prima Beppe Fenoglio) nella sua opera postuma e, purtroppo, incompleta, fu guerra civile “senza se e senza ma”, e il solo fatto che se ne parli a quasi settanta anni di distanza accalorandosi come se tali eventi fossero di attualità, dimostra a volumi - se ancora ce ne fosse bisogno - che come tale essa è percepita ancora oggi da molti italiani».

Fenoglio nel 1949 aveva intitolato una sua prima raccolta di scritti Racconti della guerra civile , ma l'editore Einaudi l'aveva modificato in Racconti barbari . Il termine «guerra civile» dilagò solo dopo la pubblicazione, nel 1991, del libro di Claudio Pavone Una guerra civile (Bollati Boringhieri). In quei giorni parossistici il destino dell'agonizzante repubblica fascista e delle sue forze armate era l'ultimo dei pensieri non solo dei tedeschi, ma anche degli Alleati, per i quali l'Italia rappresentava un teatro di guerra secondario nello scacchiere europeo.

Inoltre «i leader occidentali (Winston Churchill su tutti) temevano una replica dell'amara esperienza greca, dove alla liberazione era seguita una feroce guerra civile fra nazionalisti e comunisti nella quale le truppe britanniche erano rimaste pesantemente coinvolte». La guerra era ormai praticamente conclusa e l'evitare un insensato sacrificio di vite umane fu il problema che occupò le lunghe trattative in Svizzera tra Karl Wolff, plenipotenziario delle forze armate tedesche, e Allen Dulles, responsabile dell'Oss (Office of strategic service), che negoziarono la resa tedesca in Italia. Ma che fare dei prigionieri repubblichini? «Questi ultimi erano considerati dagli Alleati alla stregua dei tedeschi, ossia reparti combattenti i cui componenti ricadevano pienamente sotto la convenzione di Ginevra».

Così non la pensava Giovanni Messe, capo di stato maggiore del regio esercito, per il quale, essendo l'Italia di Vittorio Emanuele III ufficialmente in guerra con la Germania dall'ottobre 1943, i soldati di Salò erano colpevoli di tradimento per aver collaborato in armi «con il tedesco invasore». E dire che il Messe era stato a suo tempo decorato dai tedeschi con la croce di ferro di prima e seconda classe e, per giunta, era l'unico Maresciallo d'Italia ad avere ottenuto l'ambitissima Ritterkreuz che neanche Graziani, capo delle forze armate repubblichine, aveva.

Per quanto riguardava il Cln, questo aveva stabilito l'instaurazione di tribunali straordinari che avrebbero dovuto giudicare i «collaborazionisti». Il Cmrp (Comitato militare regione Piemonte), da parte sua, decise di passare subito per le armi tutti coloro che avessero militato nelle forze armate di Salò. Né i fascisti, d'altro canto, si comportavano in modo granché diverso con i partigiani catturati. I marò repubblichini furono abbandonati dal generale tedesco Eccard von Gablenz, che contrattò il ritiro dei suoi uomini con i partigiani senza dirlo agli italiani.

Questi, decimati dall'aviazione alleata durante la fuga, il 26 aprile 1945 decisero di sciogliersi. Tutti a casa (forse). Quelli di Brescia, responsabili di una rappresaglia, nello stesso giorno «con poca accortezza» si consegnarono al Cln di Lumezzane. Con il risultato che il loro comandante, tenente colonnello Mario Zingarelli, e venticinque marò furono fucilati il 10 maggio. E così via. Italiani contro italiani. Più guerra civile di così...

Il sobrio tram blu di Mattarella ci è costato più di una limousine

Sergio Rame - Mer, 25/02/2015 - 11:04

Il capo dello Stato snobba l'auto blu. I media applaudono, ma i pendolari s'infuriano: la corsa è provata. Ecco quanto ci è costato

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È piaciuto a Sergio Mattarella il "tranvai" elettrico che da Firenze lo ha portato a Scandicci. Il nuovo corso "ecologico" del presidente è stato confermato anche oggi nella sua velocissima visita alla Scuola superiore di Magistratura. Poche ore passate per lo più in un treno "Freccia argento" preso alla stazione Termini di Roma e poi nel tram che in circa 20 minuti lo ha portato dalla stazione di santa Maria Novella a Scandicci. Non è la prima volta che decide di viaggiare come un italiano qualunque. A Palermo è andato con un aereo dell'Alitalia. I media applaudono, i pendolari vanno su tutte le furie.

Quello di Scandicci era un appuntamento dal sapore istituzionale (anche Napolitano si era recato alla scuola superiore della Magistratura) che però è stato segnato dall'ennesima novità di cerimoniale: il capo dello Stato ha scelto infatti di usare per questa trasferta toscana quasi esclusivamente i mezzi pubblici. Tra i motivi che sarebbero all'origine della scelta del Presidente c'è certamente quello di evitare disagi al traffico, sempre intenso, tra Firenze e Scandicci: uno dei tragitti più utilizzati per gli spostamenti tra il capoluogo toscano e le cittadine della sua cintura.

Ma a influenzare la decisione del capo dello Stato, è stato spiegato, è anche la natura ecologica del mezzo di trasporto: la tramvia fiorentina è infatti alimentata completamente ad energia elettrica. Peccato che, quando hanno provato a salire a bordo, i normali passeggeri sono stati bloccati dagli uomini della sicurezza. Eppure la linea Firenze-Scandicci, gestita dai francesi di Gest, è stata pagata dal comune di Firenze con un contributo di esercizio pari a circa 60 euro per ogni corsa effettuata su quella tratta (che è di circa 7,5 km).

Ma quanto ci è costata la trovata del capo dello Stato? Tenendo presente che il biglietto costa 1,20 euro e che la tranvia trasporta 164 passeggeri medi a tratta, il viaggio ecosostenibile del presidente è stato di 720 euro tra andata e ritorno. La bellezza di 720 euro per percorrere appena una quindicina di chilometri: tre o quattro volte il prezzo del noleggio di una limousine. Eppure il capo dello Stato continua a voler svolgere una vita il più normale possibile e il più possibile simile a quella dei cittadini. Proprio per questo scelse di fare disciplinatamente la fila all'interno del finger che conduce dentro l'aereo, tra lo stupore dei passeggeri e lo sconcerto degli addetti Alitalia.

Ieri i fiorentini hanno assistito alla stessa scena. Superata la prima sorpresa nel vedere il presidente della Repubblica attraversare a piedi la stazione di Santa Maria Novella in compagnia del sindaco Nardella, un gruppo di cittadini, dopo avergli riservato un applauso, lo ha seguito fino alla fermata del tram, alle spalle della stazione. Qualcuno ha anche tentato di salire insieme al presidente ma gli è stato fatto notare che quella corsa era riservata. E a quel punto la sorpresa si è trasformata in un "leggero" fastidio.