mercoledì 4 marzo 2015

Diritti (e doveri) dei nuovi italiani

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella




Mohamed Emwazi, il boia dell’Isis detto «Jihadi John», ha dato una coltellata anche ai sogni di tutti quei bambini e ragazzi figli di immigrati che sono nati in Italia, parlano italiano, tifano per la nazionale italiana e aspirano a diventare italiani. La riforma della legge sulla cittadinanza del ‘92, quando a Palazzo Chigi stava Andreotti e gli immigrati erano un decimo di oggi, rischia infatti di arenarsi nella poltiglia della rissa politica.

Di qua quanti vedono in ogni immigrato, fosse pure buddista, indù o cristiano, un potenziale tagliagole. Di là quanti credono che sia irragionevole pretendere dei «buoni cittadini senza cittadinanza» ma anche che, di questi tempi, occorra andar coi piedi di piombo. Tanto che lo stesso Renzi sembra aver un po’ accantonato questo che gli pareva «un problema urgente».


Peccato. Non solo perché l’avventura «a cercar la bella morte» nel nome dell’Isis, come si è visto anche negli occhi delle ragazzine fotografate in fuga all’aeroporto, c’entra forse con la crisi di identità culturale e poco coi documenti di identità personale. Ma perché noi stessi abbiamo bisogno che quanti più nuovi italiani possibile si riconoscano nei nostri valori, nel nostro sistema di diritti, nella nostra Patria.

Certo, tanto più coi flussi caotici in arrivo dalle aree di guerra, occorre andar cauti con lo ius soli automatico. Come dice uno studio di Graziella Bertocchi e Chiara Strozzi, solo gli Stati Uniti hanno conservato il diritto al passaporto a chi nasce sul loro territorio. Tutti gli altri Paesi che l’avevano (il 47% degli Stati censiti nel ‘48) hanno via via abbandonato lo ius soli integrale per un sistema misto. Scelto anche da chi, come la Germania, veniva come noi dallo ius sanguinis . Ormai indifendibile. E bene ha fatto il premier fiorentino a battere sulla necessità di uno ius soli che tenga conto di un certo numero di anni di residenza, del percorso scolastico, della padronanza della lingua, dell’obbligo di giurare fedeltà.

Insomma, è bene che i paletti siano ben conficcati. Ma come ha detto Napolitano non possiamo rinviare in eterno «la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati. Negarla è un’autentica follia, un’assurdità». Gli stessi italiani del resto, dice una ricerca Istat di pochi giorni fa, sono sì preoccupati per i nuvoloni minacciosi spinti su di noi dai venti di guerra e in tanti vorrebbero che fosse data la precedenza ai «nostri» nelle case popolari e sul lavoro. Ma allo stesso tempo sono in larghissima maggioranza a favore della cittadinanza agli immigrati inseriti e ai loro figli. Prova provata che, non andando a caccia di voti, loro non fanno di ogni erba un fascio...

4 marzo 2015 | 08:17

L’Isis si batte staccandogli la spina sui media

Corriere della sera
di Guido Olimpio




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Twitter ha lanciato la sua guerra all’Isis. Centinaia e centinaia di account della «piattaforma» fatta di brevi messaggi sono stati chiusi perché legati a simpatizzanti o membri del movimento jihadista. I militanti hanno replicato con minacce di morte, tutte da verificare ma che danno l’idea di quale sia il campo di battaglia.

Lo Stato islamico vive delle sue conquiste, però si alimenta con una propaganda formidabile. Attacchi, attentati, combattenti sono celebrati con raffiche di post su Internet. I video delle esecuzioni diventano un’arma per sottolineare la forza, terrorizzare il nemico e creare difficoltà ai governi. Tutto questo però è reso possibile dalla visibilità che noi concediamo ai terroristi. Una foto truculenta, le immagini feroci sono pubblicate - in forme diverse - ovunque per poi essere rilanciate all’infinito. E spesso, quando il movimento ha patito sconfitte militari, ha cercato la rivincita con una sortita su Internet. Tattica agile quanto efficace perché ha comunque catturato l’attenzione.

Se vogliamo togliere l’ossigeno all’Isis è necessario imporre un blackout sulla propaganda dei tagliagole. Si può raccontare quello che fanno senza mostrare il filmato o lo scatto. Non è necessario mostrare il pilota nella gabbia. Il problema è come arrivarci. Tv e giornali possono imporsi un codice, ma gli islamisti hanno a disposizione gli altri canali sul web, da Facebook a YouTube. È qui che serve una risposta ancora più decisa in quanto l’Isis reagisce alla chiusura aprendo nuovi profili in un duello digitale che non ha limiti o confini.

È chiaro che c’è un prezzo da pagare, si tratta pur sempre di limiti alla circolazione delle notizie, esiste il timore della censura preventiva. In realtà proprio la presenza di molti strumenti mediatici, a disposizione di tutti, permette di restare informati senza fare un regalo a chi vuole distruggere e gioisce dei suoi massacri.

4 marzo 2015 | 07:38

Perché l’Isis minaccia Twitter

La Stampa
carola frediani

Il social network sta chiudendo profili dell’Isis. Ecco come è arrivato a scontrarsi con il Califfato e che strategia usano i pro-jihad



I social media, e in particolare Twitter, sono il megafono privilegiato della propaganda jihadista, ci ripetiamo da mesi (dimenticando forse il ruolo degli stessi mass media). Ma in questi giorni improvvisamente sono emerse online pesanti minacce, da parte di presunti membri dell’Isis, contro il social network americano, a partire dal suo cofondatore Jack Dorsey per arrivare a tutti i suoi dipendenti. «La vostra guerra virtuale contro di noi causerà una guerra reale contro di voi», è scritto in un documento postato online e segnalato domenica dalla testata Buzzfeed.

Il giro di vite di Twitter
Come si è giunti fino a qua? Il fatto è che il sito di cinguettii ha iniziato un silenzioso e anche un po’ oscuro giro di vite contro profili jihadisti a partire già dall’uccisione del giornalista James Foley, avvenuta la scorsa estate.

Sui numeri sappiamo ancora poco, e soprattutto ci sono poche cifre ufficiali. Ma secondo la società di web intelligence Recorded Future, a partire dal maggio 2014 sarebbero stati creati ben 60mila account Twitter di simpatizzanti dell’Isis. Dopo la morte di Foley, però, la piattaforma americana ha iniziato a chiuderne a ripetizione per violazione dei termini di servizio.

E sarebbero quindi stati dimezzati, scendendo a 30mila. Il numero potrebbe essere risalito negli ultimi mesi, se è vero, come riportato in un documento sull’evoluzione della propaganda terrorista sui social media presentato a gennaio al Congresso americano dallo studioso J.M. Berger che nell’autunno 2014 c’erano 45mila profili Twitter di sostenitori dell’Isis.

Duemila profili chiusi in pochi giorni
Di oggi è invece la notizia, riportata da ABC citando «fonti informate sui fatti», che nella sola ultima settimana Twitter avrebbe chiuso ben 2mila profili di questo tipo. Insomma, per quanto il social network dei 140 caratteri non si sbilanci e sia molto parco di informazioni ufficiali, appare chiaro come sia in atto da parte sua uno sforzo crescente per silenziare le voci pro-Isis che sfruttano i cinguettii. Secondo lo studio di Berger, tra l’autunno 2014 e il gennaio 2015 sono stati chiusi 800 account di evidenti sostenitori dell’Isis. Ma altri 18mila, in qualche modo collegati al Califfato, anche se non tutti in maniera così diretta, nello stesso periodo sarebbero stati spazzati via. Il che spiegherebbe l’ira dei sostenitori dell’Isis e le minacce esplicite a Dorsey.

La campagna social dell’Isis
Ad esasperare i pro-jihad è stato anche il fallimento di una curiosa campagna social lanciata qualche giorno fa, il 26 febbraio. In pratica gli jihadisti online volevano protestare contro il trattamento ricevuto da Twitter e dare uno sfoggio di forza usando due hashtag: #IslamicStateMedia and #الحملة_العالمية_لنصرة_الدولة_الإسلامية . Ma i loro tweet sono stati sopraffatti dalla reazione ostile e organizzata di diversi gruppi di utenti.

Da Charlie Hebdo passando per Anonymous
Una svolta ulteriore nel giro di vite di Twitter è probabilmente avvenuta dopo la strage di Charlie Hebdo. Tra l’altro a partire da quel momento anche il movimento di hacktivisti Anonymous ha intensificato una campagna online per silenziare siti e profili jihadisti, nel caso specifico di Twitter, segnalando in massa account individuati come pro-Isis e arrivando a far chiudere fino 2 mila utenti.

Ma è soprattutto la piattaforma di 140 caratteri che, pur giovandosi delle segnalazioni dal basso, ha deciso di fare una guerra agli account della jihad. E tutto ciò mentre si moltiplicava l’attenzione pubblica verso l’Isis, e aumentavano i tweet che parlavano dell’argomento (quindi non solo quelli dei simpatizzanti ma anche di tutti gli altri), come mostra questo grafico di Recorded Future ottenuto da La Stampa in cui si vede come a febbraio ci sia stato un picco di discussione, con 1,2 milioni di menzioni dell’Isis.



La reazione dell’Isis
Come hanno reagito gli jihadisti? Di fronte al ritmo serrato delle chiusure, utilizzano varie strategie. Una è far rinascere il profilo con piccole differenze nel nome, in genere aggiungendo un numero finale progressivo, in modo che sia facilmente rintracciabile dai “seguaci” (modalità utilizzata da tempo da gruppi hacker come il Syrian Electronic Army); un’altra è creare dei profili Twitter impegnati soprattutto nel rilanciare e pubblicizzare account che sono appena rinati, dopo essere stati sospesi.

Uno di questi account era, fino a qualche giorno fa, @zonegraphite, attualmente sospeso, insieme a una serie di altri profili jihadisti che La Stampa aveva individuato e che ora non esistono più: a dimostrazione che il giro di vite, negli ultimi giorni, è stato ampio ed effettivo.
Qui un profilo minore che dopo essere stato chiuso ed aver riaperto chiedeva di essere rilanciato:


Al di là di questi luoghi che fanno da centrali di retweet di utenti rinati, un po’ tutti i profili jihadisti contribuiscono a rilanciare i “nuovi”.


L’attività di sospensione ha comunque un effetto depressivo sulla macchina di propaganda jihadista. Oggi, secondo lo studio di Berger, gli account Twitter a favore dell’Isis hanno meno seguaci rispetto al 2014: attualmente il 73 per cento di questi ha meno di 500 followers. Perché comunque non avrebbero il tempo di ricostituire del tutto le loro interconnessioni.

Apple lavora a un suo motore di ricerca?

La Stampa
federico guerrini

Quest’anno scade il contratto con Google. Cupertino dovrà affidarsi ai rivali o adottare un software proprietario

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Colpire Google dove fa più male. Se le voci fossero confermate, ed Apple stesse davvero lavorando un proprio motore di ricerca, sarebbe senza dubbio una piccola rivoluzione. D’accordo, a combattere l’egemonia di Google in questo settore, ci si sono già provati in tanti – Microsoft con Bing su tutti – e senza molta fortuna, finora, ma quella della Mela, non è un’azienda qualsiasi e se decidesse davvero di invadere il campo del rivale, di sicuro lo farebbe in forze, e con qualcosa di memorabile. 

Per ora si tratta comunque soltanto di speculazioni, originate da un annuncio di lavoro apparso qualche tempo sulla sezione del sito Apple dedicata alle opportunità di carriera. La società di Cupertino cercava un manager per gestire un progetto relativo ad una “piattaforma di ricerca in grado di supportare centinaia di milioni di utenti”. L’offerta è stata da allora ritirata, segno che probabilmente l’azienda ha trovato il candidato desiderato. Poco più di un indizio, ma sufficiente per accendere la fantasia di molti, e che si somma ad altri segnali simili. 

Per esempio, il fatto che il contratto di collaborazione fra Apple e Google, in base al quale la prima propone come scelta predefinita il motore di ricerca della seconda sul proprio browser Safari, scada quest’anno, e pare non via sia da parte della società fondata da Steve Jobs l’intenzione di prolungare l’intesa. Il che potrebbe significare che Apple preferisce affidarsi a Bing o Yahoo; oppure che sta lavorando a un proprio prodotto. Altro indizio: lo scorso novembre, lo sviluppatore Jan Moesen affermava di aver scoperto le tracce di un misterioso crawler (un programma che legge e indicizza il contenuto dei siti web) proveniente da server di Apple. 

Notizia poi confermata da altre fonti. Alcuni citano poi, come “prova” del possibile cambio di rotta, un rapporto del 2010 della società di analisi Piper Jaffray, secondo cui ci sarebbe il 70% di probabilità che entro il 2015 Apple sviluppi un proprio motore di ricerca. Altri fanno notare che l’analista in questo caso è lo stesso che ha continuato a preconizzare per anni il boom della Apple Tv, per cui forse non è il caso di prendere ogni stima per oro colato. 

Esiste anche la possibilità che la “piattaforma di ricerca” menzionata nell’annuncio sia Siri, l’assistente virtuale che aiuta a trovare soluzioni per problemi specifici, oppure si faccia riferimento alla funzione di ricerca “Spotlight” introdotto nell’ultimo sistema operativo per Mac, OS X Yosemite. Spotlight non cerca soltanto all’interno del singolo computer, ma anche su Web, mappe e Wikipedia. In sostanza, certezze non ce ne sono. 

Ma la possibilità di un motore di ricerca made in Apple è di sicuro affascinante. Purché non un eventuale esordio non assomigli a quanto accaduto col servizio di mappe. In quel caso, rimpiazzare le cartine geografiche di Google si è rivelato, almeno inizialmente, ben più difficile del previsto, dando vita a non pochi lazzi ed ironie. Se davvero Apple ha in mente di fronteggiare Mountain View sul suo terreno, questa volta farà meglio a prepararsi a puntino. 

La famiglia di Jihadi John è costata ai contribuenti britannici 550mila euro

Raffaello Binelli - Mer, 04/03/2015 - 10:01

Oltre cinquecentomila euro, in venti anni, per l'affitto delle cinque case dove ha vissuto la famiglia del tagliagole dell'Isis

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Grandi polemiche, nel Regno Unito, dopo che il Daily Mail ha svelato che la famiglia di Jihadi John, il "tagliagole" dell'Isis, è costata ai contribuenti britannici 400.000 sterline (550.000 euro). Ma a cosa si riferisce questa cifra? Per capirlo bisogna fare un passo indietro.
Nel 1996 la famiglia di Mohammed Emwazi (questo è il vero nome di Jihadi John) ottiene l'asilo politico in Gran Bretagna. In virtù di questo riconoscimento giuridico l’affitto delle case in cui la famiglia ha vissuto nel corso di 20 anni (ben cinque in tutto), più altri benefit, sono a carico dello Stato. A pagare il conto, come rivela il quotidiano, è la municipalità di Westminster, che ancora sta versando l’affitto di 450 sterline a settimana (23.400 l’anno pari ad oltre 32.000 euro) dell’ultima casa della famiglia Emwazi, nonostante le regole prevedano che questo tipo di sostegno possa durare al massimo 13 settimane.

Il Mail cita tra l’altro l’appartamento del valore di 1,4 milioni di sterline dove la famiglia Emwazi ha vissuto nel quartiere signorile di Maida Vale dal 2005 al 2007. Prima di allora vivevano in un a casa da 600.000 sterline vicino al campo di cricket più celebre del mondo, il "Lord’s Cricket Ground". Insomma, un trattamento di favore per questa famiglia proveniente dal Kuwait.

Ieri intanto un altro quotidiano britannico, il Telegraph, ha pubblicato il contenuto di una telefonata che il padre del terrorista, Jaseem Emwazi, ha fatto al telefono con un collega. L’uomo racconta che il giovane, nel 2013, prima di varcare il confine con la Siria e diventare il boia dello Stato Islamico, chiamò dalla Turchia per invocare la benedizione e il perdono dei genitori. "Vaff..... Spero tu muoia prima di arrivare in Siria", fu la risposta del padre. Che definisce il figlio "un cane, un animale, un terrorista". A rivelare il contenuto della telefonata tra il padre (he oggi lavora come commesso in un supermercato in Kuwait) e il figlio terrorista è Abu Meshaal, collega di Jaseem.

L'uomo, come racconta Meshaal al quotidiano britannico, era in lacrime durante la telefonata nella quale ieri spiegava i motivi della sua assenza dal lavoro. Troppa la vergogna e lo sconcerto per aver scoperto la verità sul figlio. Altri amici e colleghi dell’uomo riferiscono delle sue preoccupazioni per la svolta jihadista intrapresa dal figlio ben prima che venisse svelata la sua vera identità. I suoi datori di lavoro non lo ritengono responsabile per le azioni di Jihadi John e gli hanno detto che può riprendere il suo posto in qualsiasi momento. La moglie Ghania, scrive ancora il Telegraph, vive invece a Londra, la città nella quale è cresciuto e si è radicalizzato il figlio Mohammed.



Il padre di Jihadi John: "Un cane, spero lo uccidano"

Mario Valenza - Mar, 03/03/2015 - 22:18

Così Jaseem Emwazi, padre di Mohammed, alias Jihadi John, parla del figlio al telefono con un collega: "Spero venga ammazzato"
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"Un cane, un animale, un terrorista". Così Jaseem Emwazi, padre di Mohammed, alias Jihadi John, parla del figlio al telefono con un collega. L’uomo racconta che il giovane, nel 2013, prima di varcare il confine con la Siria e diventare il boia dello Stato Islamico, chiamò dalla Turchia per invocare la benedizione e il perdono dei genitori. "Vaff..... Spero tu muoia prima di arrivare in Siria", la risposta del padre. A rivelare il contenuto della telefonata tra il 51enne Jaseem Emwazi, che oggi lavora come commesso in un supermercato in Kuwait, e il collega Abu Meshaal, è il Telegraph.

Jassem Emwazi era in lacrime durante la telefonata nella quale ieri spiegava i motivi della sua assenza dal lavoro, spiega Meshaal al quotidiano britannico. Troppi la vergogna e lo sconcerto per aver scoperto la verità sul figlio, ripreso nei video dell’Is nei quali vengono decapitati sette ostaggi britannici, statunitensi e giapponesi. Una "catastrofe" per la famiglia, dice.

Il padre di Jihadi John è stato interrogato domenica dalle autorità kuwaitiane. Altri amici e colleghi dell’uomo riferiscono delle sue preoccupazioni per la svolta jihadista intrapresa dal figlio ben prima che venisse svelata la sua vera identità. I suoi datori di lavoro non lo ritengono responsabile per le azioni di Jihadi John e gli hanno detto che può riprendere il suo posto in qualsiasi momento. La moglie Ghania, scrive il Telegraph, vive invece a Londra, la città nella quale è cresciuto e si è radicalizzato il figlio Mohammed.

Cremona, Vaticano nega a Procura atti don Inzoli: "sub secreto pontificio" per prete pedofilo

Il Messaggero


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«Gli atti istruttori e processuali sono sub secreto pontificio» perciò lo Stato Vaticano non collaborerà con la procura della Repubblica di Cremona nell'indagine a carico di don Mauro Inzoli, già referente di Comunione e Liberazione per il territorio cremonese, condannato dalla giustizia religiosa per pedofilia. È la risposta giunta dalla Santa Sede al procuratore della Repubblica di Cremona, Roberto di Martino.

Il 23 gennaio scorso, la Segreteria di Stato vaticana aveva respinto la rogatoria chiesta dal capo dei pm di Cremona, attraverso il ministero della Giustizia. Dalla procura si voleva sapere che cosa avesse accertato l'autorità ecclesiastica su don Inzoli. È stato lo stesso ministero ad informare, in questi giorni, il procuratore, ma l'indagine aperta a Cremona su don Inzoli, di 64 anni, per 15 presidente del Banco alimentare (l'onlus assistenziale fondata da don Giussani) prosegue.

Il religioso amava viaggiare su auto lussuose - era soprannominato don Mercedes - fumava sigari cubani, frequentava ristoranti alla moda e aveva amicizie politiche importanti. Il procuratore Roberto di Martino ha già messo a verbale le testimonianze di diverse persone per fare luce sui fatti che sfociarono nello scandalo esploso per la denuncia fatta dal preside di un istituto scolastico superiore non all'autorità giudiziaria, ma al vescovo di Crema (Cremona).

In seguito a quell'atto, il 12 giugno 2014 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha condannato don Inzoli alla «pena medicinale perpetua»: gli ha lasciato gli abiti sacerdotali, ma lo ha riconosciuto responsabile di abusi sui minori. Perciò don Inzoli è stato invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Non può celebrare e concelebrare in pubblico l'eucarestia e gli altri sacramenti nè predicare, ma solo celebrare l'eucarestia privatamente.

Inoltre il sacerdote deve intraprendere, per almeno cinque anni, una terapia adeguata. L'inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. «Delude profondamente la scelta del Vaticano di non trasmettere alla Procura di Cremona gli atti inerenti i casi di abusi su minori che hanno visto protagonista Don Mauro Inzoli e accertati dalle stesse autorità ecclesiastiche» ha commentato il deputato di Sinistra ecologia libertà Franco Bordo.

«La decisione della Santa Sede - ha aggiunto l'esponente di Sel - di apporre ai carteggi richiesti dalla giustizia italiana il 'sub secreto pontificiò è una contraddizione rispetto al nuovo corso che aveva annunciato lo stesso Papa Francesco». «Auspichiamo - ha concluso Bordo - che ci sia un ripensamento. I tempi dell'omertà su temi del genere sono finiti e oggi ancor più di ieri il silenzio non è accettabile nè comprensibile».

Emergency fa cassa con i morti : chiede le eredità dei sostenitori. E nel bilancio Gino Strada può sorridere

Libero


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A Emergency fanno cassa anche sui morti. La nuova iniziativa dell'organizzazione sanitaria non governativa fondata nel 1994 da Gino Strada e operante in zone di guerra tra Africa e Medio Oriente, è una vera e propria campagna testamenti che punta su uno slogan ad effetto: "Guarda al futuro anche dopo di te". Come sottolinea il Giornale, la strategia (condivisa anche da altre aziende) è chiaro: invitare i sostenitori e i simpatizzanti a devolvere i loro lasciti ed eredità ad Emergency affinché "i tuoi valori possono continuare a vivere nel lavoro dei nostri medici e dei nostri infermieri". Iniziativa peraltro non nuova, visto che già nel 2013 Strada aveva lanciato il medesimo appello riscuotendo un grande successo.

Tutti i numeri dell'azienda Strada - Nel 2013, anno dell'ultimo bilancio disponibile, Emergency ha incassato 31,2 milioni di euro, (2,4 in più rispetto al 2012), con risultato di esercizio di 3,4 milioni. Si è trattato della "raccolta fondi più alta di sempre", hanno fatto sapere da Emergency. Un incremento legato "principalmente alle maggiori entrate ricevute nell'anno dai contributi del 5 x 1000 (11 milioni, in aumento rispetto ai 10,7 del 2012, ndr), dai fondi istituzionali (governativi e non) e dai lasciti testamentari". Ecco, appunto, oltre alle donazioni e iniziative private (che hanno fruttato 10,2 milioni rispetto ai 9,9 del 2012) ci sono i lasciti, che hanno fatto guadagnare a Strada e compagni 1,9 milioni di euro (il 30,5% in più rispetto agli 1,4 del 2012). Parallelamente, i testamenti sono cresciuti come incidenza sugli incassi, rappresentandone nel 2013 il 6,03% contro il 5% del 2012.

India, una legge vieta la macellazione delle mucche nello Stato di Maharashtra

La Stampa

Si attendeva la sua promulgazione da 19 anni.

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Il presidente indiano Pranab Mukherjee ha firmato oggi una legge, rimasta in sospeso per quasi 20 anni, che proibisce la macellazione delle mucche nello Stato centrale di Maharashtra. Lo scrive l’agenzia di stampa Pti. In base alla normativa che ora entra in vigore, chiunque commerci carne bovina, o ne sia in possesso, sarà passibile di una pena fino a cinque anni di carcere e ad una multa di 10.000 rupie (144 euro).

Mukherjee ha firmato la legge dopo un incontro con sette deputati dell’Assemblea del Maharashtra che gli hanno presentato un memorandum da cui emergeva che essa era in attesa di promulgazione da 19 anni. In base alla nuova normativa, quindi, è categoricamente proibita la macellazione in questo Stato di mucche, tori e vitelli, mentre resta possibile quella dei bufali, la cui carne è considerata di livello inferiore.

Come è noto, la mucca è un animale sacro in India per l’induismo, principale religione del Paese. Il consumo della sua carne è quindi largamente proibito in molti Stati dell’Unione, con importanti eccezioni riguardanti il Nord-Est e il Sud indiano.

twitter@fulviocerutti
(Fonte: Ansa)

Il gianduiotto compie 150 anni di dolcezza

La Stampa
rocco moliterni

Un mix nato quando Napoleone bloccò le importazioni di cacao e firmato da Caffarel-Prochet. Oggi l’erede è il «tourinot» di Gobino

Una leggenda (dubbia) vuole che a inventare il primo cioccolatino, il diablotin, diavoletto, sia stato Cagliostro di passaggio a Torino

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Alcune settimane fa per manifestare il loro entusiasmo nei confronti di Christian De Sica sul palco del teatro Concordia di Venaria con lo spettacolo Cinecittà, alcune signore si sono messe a lanciargli dei gianduiotti. Chissà se sapevano così di chiudere un cerchio: 150 anni fa durante la sfilata dei carri di Carnevale il battesimo del simbolo della cioccolateria subalpina avveniva proprio con il lancio di una pioggia di quelle prelibatezze da parte di Gianduja, la popolare maschera torinese. Nasceva così il mito del cioccolatino la cui storia si intreccia con quella della città. Già prima del gianduiotto (o a rigore «giandujotto» perché la maschera si chiama Gianduja, ossia Gian d’la Duja, letteralmente Giovanni del boccale) Torino era una delle capitali del cioccolato e una leggenda (dubbia) vuole che a inventare il primo cioccolatino, il diablotin, diavoletto, sia stato Cagliostro di passaggio in città. 

La svolta
Il gianduiotto rappresenta una svolta per due motivi: il primo è che vede il matrimonio del cacao con la nocciola tonda gentile di Alba, il secondo è che il cioccolatino, cosa fino ad allora mai avvenuta, viene avvolto nella carta stagnola. Sulla sua forma a barchetta le discussioni sono ancora aperte, la tesi più accreditata (poco convincente però: la maschera portava il tricorno) è che ricordi quella del cappello di Gianduja. Il merito di entrambe queste innovazioni di prodotto e di «packaging», come direbbero le odierne teorie industriali, è di una coppia affiatata di cioccolatieri: Michele Prochet e Ernesto Alberto Caffarel, che avevano intrecciato i loro destini nell’azienda Caffarel-Prochet.

Il primo già nel 1852 aveva inventato la pasta gianduia e un cioccolatino che si chiamava givu (mozzicone), il secondo erede di una dinastia di cioccolatieri di origine valdese contribuì alla diffusione del prodotto non solo in Italia. Non bisogna dimenticare che in questa storia mette lo zampino anche Napoleone, perché il suo blocco alle importazioni di cacao dall’Inghilterra, a inizio secolo, aveva spinto i cioccolatieri piemontesi a sperimentare l’uso della nocciola in sostituzione di parte del cacao.

Il futuro
Oggi, anche se non sono soci, gli epigoni della coppia Prochet-Caffarel potrebbero essere i due Guidi, ossia Guido Gobino e Guido Castagna, che firmano gianduiotti d’autore. Il primo ha inventato il tourinot, ossia un mini gianduiotto che ha ridato slancio e forza propulsiva al marketing di un prodotto che un po’ d’anni fa aveva perso parte del suo appeal. Ma prima di arrivare a loro, la storia è lunga. C’è da dire ad esempio che dall’800 il tipo di lavorazione è cambiato: alle origini la pasta di cacao e nocciola era talmente morbida da non potersi mettere in stampi così veniva tagliata rigorosamente a mano. Poi arrivò l’invenzione del concaggio: ossia la pasta si rafforzò con il burro di cacao e si poterono usare degli stampi da produzione su larga scala, mentre a metà strada è la lavorazione ad estrusione: dove il taglio non è più a mano ma con una speciale macchina.

Oggi non c’è cioccolatiere che non abbia una gamma di gianduiotti (al caffè, al latte, alla menta, aromatizzati, con percentuali varie di cacao di diversa provenienza), il che permette anche di fare bella figura con i clienti. D’altronde essendo il cioccolato una delle eccellenze cittadine, l’espressione «fare la figura del cioccolataio» ha perso a Torino la sua originaria accezione negativa: secondo l’ennesima leggenda c’era una cioccolataio talmente «spatusso», ossia talmente desideroso di ostentare la propria ricchezza, da circolare in una carrozza più appariscente di quella dei Savoia (cosa per il moralismo torinese inaccettabile). 

Opere d’arte
Oltre a essere un’opera d’arte nel campo della cioccolateria il gianduiotto ha intrecciato la sua storia anche con gli artisti tout court. Per rimanere in epoca recente si possono citare il neodada Aldo Mondino: allievo del futurista Gino Severini alla fine degli Anni 90 usava i gianduiotti (se li faceva fare appositamente da Peyrano, un altro marchio storico del cioccolato torinese) come tessere di mosaico per le sue coloratissime composizioni. Ugo Nespolo oltre a realizzare nel 2007 una tavola per Giandujottomania (la bibbia sull’argomento scritta da Gigi e Clara Padovani) ha preparato in questi giorni la scatola per Chiarlo (famoso produttore di Barbera) che intende così festeggiare i 150 anni del cioccolatino.

Da citare anche Andy Warhol che una volta dichiarò che di Torino amava due cose: la ‘600 e i gianduiotti: forse un modo sottilmente perfido per manifestare indifferenza nei confronti dell’Arte Povera, nata a Torino proprio in polemica con la Pop Art di cui Warhol era il padre. Il gianduiotto è finito anche nelle tavole a fumetti di Topolino: agli inizi degli Anni 2000 uscì un numero della rivista con la storia di Papermicca, che sarebbe stato anche creatore del gianduiotto. Per finire non si può non ricordare che a innamorarsi del cioccolatino sono stati anche chef famosi e pluristellati, da Cannavacciuolo a Enrico Crippa, che con i gianduiotti hanno creato alcuni piatti. Insomma il Gianduiotto ha 150 anni ma proprio non li dimostra.