sabato 7 marzo 2015

Torino, assegno per i poveri al boss con le ville

La Stampa
giuseppe legato

Riceveva 500 euro al mese in cella


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Questa è la storia di un boss della ‘ndrangheta a carico dei contribuenti italiani. Poverissimo, ma con ville. Assistito dallo Stato e - al contempo - proprietario (di fatto) di una trifamiliare a due piani in provincia di Torino. Per anni ha usufruito di un assegno sociale riservato ai cittadini in condizioni economiche disagiate. Dalla fine del 2010 al secondo semestre del 2013, ha ricevuto – recluso in carcere - 550 euro al mese. Secondo il pool antiriciclaggio della Procura non ne aveva diritto «e ora - dice Vincenzo Ciriaco, direttore dell’area metropolitana Inps di Torino - dovrà restituirli».

Bruno Raschillà, 70 anni, nato a Portigliola, pochi chilometri da Locri (Reggio Calabria), è affiliato secondo la Dda alla ‘ndrangheta di Torino, con l’alto rango di “santista”. E’ stato condannato in primo grado a 7 anni nel processo Minotauro e ha anche precedenti per ricettazione (7 condanne tra il 1986 e il 1987). Nel 2013, mentre è in galera, il gruppo di lavoro del procuratore aggiunto Alberto Perduca si accorge che qualcosa non va nella sua contabilità.. 

I pm trasmettono gli atti all’Inps, che vaglia la posizione “fiscale” e “contributiva” dell’arrestato (e di altri 20 presunti mafiosi). Quella del boss di San Francesco al Campo è sembrata sospetta fin da subito. Dal 1972 al 2010 lui e la moglie hanno dichiarato 75 mila euro circa. Mediamente: 1940 euro all’anno. 

«Ma in tutto questo lasso di tempo, fatta eccezione, per brevi periodi – racconta Flavia Pivano avvocato di Raschilla – non ha mai versato contributi». Non avendo diritto a una pensione tout court, ha chiesto e ottenuto quella sociale. Intanto però lo hanno arrestato per mafia. Dopo lo stop deciso dall’Inps ha fatto ricorso al Tribunale del Lavoro che pochi giorni fa – giudice Silvana Cirvilleri – ha confermato la revoca dell’assegno. E Raschillà che cosa dice? «Nei miei confronti è stata perpetrata una grossa ingiustizia. Non sono mai stato un boss, tantomeno uno ‘ndranghetista. Il mio avvocato ha già presentato Appello». I giudici hanno confiscato anche la villa intestata alla ex moglie «perchè la separazione – scrivono i magistrati – era fittizia», inscenata per non incorrere nei sequestri.

Caso Moro, il Papa fa testimoniare il confessore dello statista

Corriere della sera
di Maria Antonietta Calabrò

Antonio Mennini secondo Cossiga avrebbe incontrato l’esponente della Dc durante la prigionia nelle mani delle Br e subito prima della morte. Sarà ascoltato dalla commissione parlamentare d’inchiesta

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ROMA - Papa Francesco, in qualche modo, riapre il caso Moro. La decisione di far testimoniare l’ attuale nunzio apostolico nel Regno Unito, l’arcivescovo Antonio Mennini, lunedì prossimo, 9 marzo, davanti alla nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso, è stata infatti presa direttamente da Bergoglio. Francesco ha scelto di far prevalere la ricerca della verità sulle regole della immunità diplomatica di cui godono i nunzi (gli ambasciatori vaticani), come del resto il personale diplomatico di tutti i paesi del mondo. Ed è stata sempre di Papa Francesco la decisione di far venire a Roma l’arcivescovo a deporre a San Macuto, sede della Commissione, senza che l’organismo parlamentare dovesse spostarsi in trasferta a Londra, ad ascoltarlo «a domicilio», in considerazione del suo status. Si tratta di una svolta senza precedenti, visto che tra pochi giorni saranno esattamente trentasette anni dal rapimento dello statista democristiano.
La rivelazione di Cossiga
«Don Antonello», al tempo dei 55 giorni del sequestro Moro, era un giovane prete della diocesi di Roma (31 anni, viceparroco a Roma, nella chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giochi Delfici, a poche centinaia di metri dall’abitazione di Moro), e secondo quanto affermato dall’ex capo dello Stato Francesco Cossiga prima di morire (2010), sarebbe stato vicino a Moro durante la prigionia. Lo avrebbe addirittura confessato e gli avrebbe impartito l’estrema unzione all’interno della prigione delle Br prima della uccisione. «Don Antonello Mennini raggiunse Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse e noi non lo scoprimmo.

Ci scappò don Mennini», disse Cossiga. Secondo alcune ricostruzioni, il nunzio (figlio di Luigi allora numero 2 dello Ior, di cui era presidente Paul Marcinkus) sarebbe stato «il canale segreto» di comunicazione tra i terroristi e la Santa Sede (il pontefice era Paolo VI, amico personale di Moro) per tentare di salvare il prigioniero. Subito dopo la tragica conclusione del sequestro, Mennini fu destinato dal Vaticano alla carriera diplomatica e mandato all’estero: prima in Turchia, poi Bulgaria, Federazione Russa, Uzbekistan, infine Gran Bretagna (2010).
Il lungo silenzio del nunzio
Monsignor Mennini non ha mai deposto. Il Vaticano, fino ad oggi, lo ha tenuto lontano dai tribunali e dalle precedenti Commissioni d’inchiesta. Il prelato del resto, anche per gli incarichi di grande responsabilità che ha sempre avuto nel corso della sua carriera, è stato lontano dai riflettori, tenendo un totale riserbo sulla vicenda: non si ricorda mai nessuna sua dichiarazione in relazione al sequestro brigatista. Nelle ultime settimane, la svolta. Nello scorso mese di gennaio, Mennini è stato chiamato dalla Santa Sede e gli è stato detto di rendersi disponibile a deporre, concordando data e modalità dell’audizione con Giuseppe Fioroni,presidente della Commissione Moro che ha avviato i suoi lavori nell’ottobre 2014.
La scelta del Vaticano
Le motivazioni di Papa Francesco non solo nel dare il disco verde all’audizione, ma in qualche modo a deciderla, dopo aver avuto la richiesta di Fioroni, sono state due. Innanzitutto aprire alla possibilità che nuova luce possa essere fatta sul caso, per collaborare con la giustizia. E poi la convinzione che solo il chiarimento di alcuni snodi importanti della storia italiana, permetteranno anche al Vaticano di voltare pagina. Il nunzio Mennini resterà a Roma solo il tempo necessario per essere ascoltato, rientrando subito dopo in Inghilterra. Raggiunto dal Corriere non ha voluto in alcun modo commentare. Vista la delicatezza della testimonianza, che comunque impegnerà molte ore, non si può escludere che essa venga secretata, anche perché potrebbe dare luogo a molti approfondimenti nella ricostruzione di una pagina fondamentale della storia del dopoguerra.

L’arcivescovo - come ha dichiarato il presidente Fioroni, quando ha annunciato che ci sarebbe stata l’audizione - è «l’uomo che più di tutti fu spiritualmente vicino ad Aldo Moro». «Tanti i punti che potrà affrontare: il suo ruolo in quei giorni, i suoi contatti, l’impegno enorme di Paolo VI ad avviare una trattativa per restituire Moro vivo al Paese e alla sua famiglia e perché questo tentativo non andò in porto». «Con Bergoglio - aggiunge - adesso Mennini è libero di parlare».

7 marzo 2015 | 07:43



Caso Moro, riparte l'inchiesta sulla moto Honda in via Fani
Il Messaggero




Un mistero che dura da 37 anni. Uno dei tanti, troppi, che ancora oggi circondano la vicenda del sequestro e l'omicidio di Aldo Moro nonchè l'eccidio della sua scorta: la presenza di una moto Honda con due persone a bordo il 16 marzo 1978 in via Mario Fani. Chi erano quei due? Esponenti delle Brigate Rosse? Fiancheggiatori? Curiosi?

Ad oggi non c'è una verità e, fino a poco tempo fa, sembrava che il caso dovesse finire in archivio per l'impossibilità di fare chiarezza sul punto. Perlomeno questa era stata la sollecitazione dell'ex procuratore generale presso la corte di appello di Roma Luigi Ciampoli, il quale, peraltro, riteneva di aver identificato uno dei due uomini sulla moto, ma di non aver potuto esercitare l'azione penale poichè, nel frattempo, quell'uomo era morto.

Ma il successore, anche se pro tempore, di Ciampoli, Antonio Marini - magistrato che in passato ha dedicato molte delle sue energie proprio sul caso Moro - non è stato d'accordo. Ed il gip Donatella Pavone, alla quale era finita la richiesta di archiviazione, ha condiviso le su argomentazioni e gli ha restituito oggi gli atti per la prosecuzione delle indagini. Due giorni fa Marini, in un'audizione in Commissione Moro, aveva spiegato perchè riteneva necessarie ulteriori accertamenti: «Per quanto riguarda - aveva spiegato - la vicenda della moto Honda di via Fani è ancora avvolta nel mistero ed il non essere riuscito a individuare i due che erano a bordo mi ha tormentato per anni».

«Il fatto che quei due restino ancora impuniti - aveva aggiunto - mi spinge ad occuparmi del fatto al fine di contribuire con tutte le mie forze e fino a quando mi sarà possibile, all'accertamento di quanto accaduto quel giorno». Un «grande cruccio», quello di Marini, accompagnato da un dramma personale: «Sto per terminare - aveva detto - la mia esperienza giudiziaria e, per inciso, anche la mia esperienza di vita, essendo stato colpito dal cancro che mi sta divorando giorno per giorno. Ma ci sono delle nuove emergenze processuali che giustificano l'esigenza di approfondire un capitolo che rappresenta uno dei misteri di via Fani». La richiesta di archiviazione firmata da Ciampoli era stata oggetto di opposizione da parte dei familiari della scorta, assistiti dall'avvocato Walter Biscotti.

Era stata fissata un'udienza per il 20 marzo prossimo, ma alla luce della restituzione degli atti quell'appuntamento è stato annullato. L'avvocato Biscotti ha apprezzato l'operato di Marini: «ha fatto una scelta molto coraggiosa e solitaria», ha detto. E ha aggiunto: «Se questo è stato possibile, lo si deve anche agli atti di opposizione alla richiesta di archiviazione che insieme al collega Imposimato, che rappresenta Maria Fida Moro, abbiamo presentato».

L’ultimo desiderio

La Stampa
massimo gramellini

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Mia compagna adorata, l’immagine della malata terminale olandese che chiede di visitare la mostra di Rembrandt mi ha allargato il cuore. Ma quella del malato terminale belga che chiede di portare la figlia alla partita del Bruges me lo ha straziato. Credimi, cara, ho ammirato anch’io la scelta della signora. Però è nel tifoso ossessivo che mi sono identificato. In questa foto vedo tre bambini, e il più piccolo è l’adulto che prima di andarsene altrove (in Belgio si può) ha voluto prendere per mano la figlia e concederle un’ultima passeggiata. Avrebbe potuto portarla alle giostre o a una mostra di Rembrandt.

Invece l’ha trascinata allo stadio perché probabilmente suo padre aveva fatto lo stesso con lui. È la visita iniziatica dentro la manona di papà che poi ci frega per tutta la vita. Un rito insulso. E allora come mai mi viene da piangere? Capire tu non puoi, direbbero Battisti e Mogol. Io aggiungo: per fortuna. Ti amo perché pensi, giustamente, che chi visita un museo sia più evoluto di chi va allo stadio. Ma, per quanto mi sforzi, io non sono evoluto. Sono un maschio. E il mio virus preferito rimane quello che si condivide con la propria tribù e che un padre trasmette ai figli in un campo puzzolente, prendendoli per mano. 

Account bloccato senza ragione? In Francia è possibile fra causa a Facebook

La Stampa

Lo ha deciso la Corte di grande istanza di Parigi, definendo «abusiva» la clausola che prevede che per qualsiasi diatriba legale in tutto il mondo siano competenti solo il tribunale del distretto Nord della California o le corti di Stato della contea di San Mateo
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La giustizia francese potrà mettere sotto processo Facebook per aver bloccato l’account di un utente, in modo secondo lui illegittimo. Lo ha deciso il tribunale di grande istanza di Parigi, definendo «abusiva» la clausola contenuta nelle condizioni di utilizzo del social network che prevede che per qualsiasi diatriba legale, qualunque sia la collocazione geografica di chi la intenta, siano competenti solo il tribunale del distretto Nord della California o le corti di Stato della contea di San Mateo.

«È veramente una vittoria, mi pare che Davide abbia sconfitto Golia - ha commentato l’avvocato dell’internauta che ha fatto causa a Facebook, Stéphane Cottineau - Questo caso farà giurisprudenza, per Facebook ma senza dubbio anche per altri giganti del web». La decisione apre infatti la porta a ulteriori possibili procedimenti giudiziari in Francia a carico del social network, e potenzialmente di diverse altre società attive su Internet con sede negli Stati Uniti. Comprese le class action, come quella che già è in preparazione da parte dell’associazione dei consumatori Ufc-Que Choisir, che vuol portare in tribunale Facebook, Twitter e Google+ per le condizioni d’utilizzo poco chiare, che a suo parere sono contrarie alla legge francese.

La vicenda era cominciata nel 2011, per una semplice condivisione di un link. Un professore parigino, appassionato di arte moderna, aveva postato sulla sua pagina Facebook un link a una mostra dedicata al pittore Gustave Courbet, la cui anteprima mostrava uno dei suoi quadri più noti, L’origine del mondo, che rappresenta il pube di una donna nuda. Immagine contraria alle regole del social network, secondo i suoi moderatori, che hanno subito sospeso la pagina per pubblicazione di immagini pornografiche. L’utente, però, non ha voluto cedere a una censura che riteneva ingiusta: prima ha scritto diverse mail ai responsabili del sito, e non avendo ottenuto risposta ha deciso di rivolgersi al tribunale, denunciando una violazione della libertà di espressione.

La sua causa si era però scontrata con l’opposizione di forma da parte di Facebook e dei suoi avvocati, secondo cui solo un tribunale americano sarebbe stato competente per sentenziare sulla questione. Tesi sconfessata oggi dal tribunale parigino, che si è giudicato competente sulla vicenda. I legali di Facebook per il momento non commentano, né fanno sapere se si opporranno al verdetto. «Il nostro team sta attualmente esaminando la decisione della corte», si è limitata a dire una portavoce dell’azienda. 

Il ladro tenuto d’occhio con la videosorveglianza del market non può essere arrestato per furto

La Stampa
silavana mossano

Per la Cassazione, se i sorveglianti notano che il cliente nasconde della merce e lo tengono d’occhio in tutti i suoi movimenti, quando poi lo fermano, oltre la cassa, non possono accusarlo del reato di furto, ma di tentato furto

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I ladri golosi di tonno - ne hanno rubato una cinquantina di scatolette per 400 euro - dopo due notti in camera di sicurezza sono tornati liberi, perché il giudice non ha convalidato gli arresti. Questione giuridica: secondo una recente sentenza della Cassazione-Sezioni Unite, se i sorveglianti del market notano che il cliente nasconde della merce e lo tengono d’occhio in tutti i suoi movimenti, quando poi lo fermano, passato lo sportello cassa, non possono accusarlo del reato di furto, ma di tentato furto, per il quale non è obbligatorio l’arresto. 

Dumitru Costea ed Elena Popa, in Italia senza fissa dimora, erano stati fermati sabato, all’Esselunga di Tortona, dai carabinieri allertati dagli addetti alla sorveglianza del supermercato. Avevano notato la coppia che, nel fare la spesa, riponeva parte dei prodotti nel carrello e convogliava in una borsa una bella scorta di bocconi prelibati: 49 grandi scatolette di tonno pregiato, in vendita a circa 8 euro ciascuna. Fermati e arrestati, sono comparsi ieri, per la convalida, davanti al giudice, difesi da Federico Pellegrino di Tortona e Marianna D’Antona, di Nizza.

Solo denunciati
Ma, mutata la contestazione da furto a tentato furto semplice (secondo l’interpretazione della Cassazione), i due sono tornati liberi con a carico solo la denuncia a piede libero. Un giorno, certo, potrebbero essere rinviati a giudizio, ma, se al processo risultassero irreperibili, il procedimento verrebbe sospeso per avviarne le ricerche. E, se non si facessero più trovare, potrebbero rimanere impuniti. Per fortuna, almeno, il tonno è stato subito recuperato e rimesso in vendita.

La triste hit parade della Pedofilia: Europa vergognosa vincitrice

Libero

La realtà drammatica del fenomeno degli abusi sui minori rivela ogni anno dei numeri sconvolgenti. Quest'anno sono state scoperte 574.116 foto pedopornografiche di bambini dai 3 ai 13 anni, mentre i video sono 95.882. Il dramma aumenta in quanto dietro queste immagini ci sono stupri e sodomizzazioni. Questo è quanto emerge da rapporto annuale 2014 "Pedofilia- Crimini contro l'infanzia", redatto dall'associazione Meter dalla parte dei bambini-onlus di don Fortunato di Noto.

Europa triste vincitrice - Innanzitutto la pedopornografia è condivisa attraverso gli archivi telematici dei singoli utenti che mettono a disposizione i file in rete. Sono stati monitorati e denunciati i seguenti archivi: 353 Dropbox (5.496 foto, video 2.975), 36 iCloud (1.348 foto, video 3.873), 3 Box.com (6.676 foto e 1336 video). L'analisi dei dati indica come l'Europa sia «il continente col record negativo. Il 46,62% delle segnalazioni pone il “Vecchio Continente” in testa alla classifica, seguita da Africa (24,67%), America (16,98%), Asia (12,93%), Oceania (1,8%)». Il primo posto, nel 2013, era dell'Africa. Il numero dei siti segnalati negli anni è aumentato ma Meter invita a prestare attenzione: «Questo è il punto di partenza e non la fine, perché l'“offerta” pedofila ha scoperto un nuovo modo di comunicarsi rappresentato da altri canali che non sono necessariamente i siti. Oggi ci sono, infatti, i social network e gli archivi telematici».

La classifica - In Europa vince questa deplorevole classifica la Slovacchia con 764 (61,41%), seguita dalla Russia con 117 (9,92%), Montenegro 96 (8,14%), Lettonia 69 (5,85%), Groenlandia 32 (2,71%). «Da notare che la Germania, con 44 siti, ha il 3,73% delle segnalazioni e l'Italia con 14 (1,19%)». Il totale è di 1.179 segnalazioni. In Africa prevale la Libia con 701 (89,99%), Mauritius 77 (9,88%), Zambia 1 (0,13%). Il totale è di 779 segnalazioni. In America al primo posto c’è la Colombia con 492 (67,03%), poi la Georgia del Sud con 198 (26,98%) e gli Usa con 41 (5,59%). Il totale è di 734 segnalazioni. In Asia «la fa da padrone» il Giappone con 287 (70,34%), seguito da India con 113 (27,7%) e Micronesia 4 (0,99%). Totale: 408 segnalazioni.

L'identikit del pedofilo - I rischi di molestia e adescamento per minori su Facebook e Vkontakte sono in crescita. Questo perché il social network permette al pedofilo di fornire false identità eliminando differenze d'età o culturali che normalmente pongono limiti nelle relazioni tra minori e adulti. Inoltre, ricordiamo che Facebook richiede un'età minima di 13 anni, ma molto spesso i ragazzini di età inferiore riescono comunque ad accedere al social. Meter indica poi che sui social «si possono incontrare tre tipi di pedofili: il seduttore, che è molto affettuoso e fa molti regali al bambino ottenendo il silenzio del piccolo grazie alle sue capacità manipolatorie; l'introverso, che comunica pochissimo con i bambini e utilizza difficilmente approcci seduttivi; il sadico, ossia il pericoloso.

È un pedofilo che trae piacere nel vedere soffrire fisicamente e psicologicamente: tende trappole e utilizza la forza per rapire e uccidere la vittima nei casi più estremi». E ancora, c’è «il voyeur pedofilo o telematico, che non abusa dei bambini ma usufruisce del materiale pedopornografico che trova in rete o tramite il commercio sommerso di foto e filmati».