domenica 8 marzo 2015

La Légion Étrangère, mito inossidabile da 200 anni

Enrico Silvestri - Dom, 08/03/2015 - 13:49

Fondata il 9 marzo 1831 da re Luigi Filippo, in questi due secoli ha combattuto ovunque dall'Europa all'Africa, dal sud America all'estremo Oriente. Ancora oggi i suoi uffici di arruolamento sono affollati da giovani affascinati dalle memorie di uno dei più gloriosi corpi militari del mondo

La sua recluta più celebre fu senza ombra dubbio Alain Delon, arruolatosi a 17 anni nel 1952 e poi spedito in Indocina dove rimase fino al 1957, vivendo così la disfatta di Dien Bien Phu. Andando ad aggiungere il suo nome a una per altro lunga lista di illustri reclute, come il musicista Cole Porter o il gerarca fascista Giuseppe Bottai.

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Per spirito d'avventura, per rifarsi una vita, per ritrovare se stessi o banalmente per sfuggire alla giustizia del loro Paese, tutti con una sola mete: la Legione straniera. Un reparto militare diventato immediatamente un mito, sin dalla sua fondazione il 9 marzo 1831 per volere di Luigi Filippo. Una fama poi consolidata nei mille campi di battaglia, dal Messico all'Algeria, dalla Norvegia al Libano.
Re dei francesi dal 1830 al 1848, Luigi Filippo, un anno dopo la sua ascesa al trono, si trovò ad avere disperato bisogno di uomini per riportare alla ragione i riottosi algerini. Una spina che del resto rimarrà nel fianco della Francia fino al 1962 quando ottenne la sua indipendenza. Dunque quando si deve mandare qualcuno a morire al fronte, non si va tanto per il sottile e chiunque ebbe la possibilità di arruolarsi fornendo il nome e la nazionalità che gli faceva più comodo.

In cambio, dopo aver servito il nuovo Paese per almeno cinque anni, il legionario poteva ottenere la cittadinanza francese e cominciare una nuova vita senza che più nessuno lo potesse andare a reclamare. E quasi sempre si trattava della giustizia della nazione d'origine. Un po' quello che succede adesso negli Stati Uniti dove una ferma nelle forze armate garantisce la cittadinanza americana. Fin da subito «Légion étrangère» si propose come corpo d'èlite, per la preparazione che i suoi uomini dovevano subire.

E ancor oggi la selezione è durissima, chiunque, tra i 17 e i 40 anni, può presentarsi al «Centre de Présélection» di Aubagne presso Marsiglia, ma dopo due settimane di test psicofisici, solo uno su sei otterrà il sospirato via libera ai corsi d'addestramento. Seguono quattro mesi infernali, quindi la consegna del sospirato «Kepi blanc», uno dei principali tratti distintivi del legionario e l'aggregazione ai reparti operativi. Perché alla Legione vengono sempre affidati i compiti più difficili e pericolosi. Prima in Algeria, con il battesimo del fuoco a Maison Carrée, dove il reggimento si comportò tanto bene da meritare le spalline rosse e verdi dei Granatieri e il tricolore francese. Poi la Crimea, l'Italia, Magenta, Solferino e Montebello, il Messico, in soccorso dell'imperatore Massimiliano d'Austria, dove presero la prima batosta.

Il 30 aprile 1863, nel villaggio di Camerone, una piccola colonna della Legione, al comando del capitano Jean Danjou, fu attaccata e decimata dai messicani. La resistenza fu eroica e per questo la giornata di lutto divenne una ricorrenza da commemorare ogni anno. Durissima fu anche la lezione che i legionari subirono un secolo dopo nella guerra di Indocina, a cui partecipò appunto anche Alain Delon, in particolare a Dien Bien Phu dove lasciarono quasi 20mila uomini tra morti, feriti e prigionieri.

Nel frattempo la legione aveva ospitato personaggi di tutti i tipi, delinquenti, sognatori, disillusi, avventurieri e avventurosi. Come Giuseppe Bottai, arruolatosi con il nome di Andrea Battaglia «Per espiare le mie colpe di non aver saputo fermare in tempo la degenerazione fascista» spiegò più tardi nelle sue memorie. Inquadrato nel 1º Reggimento di cavalleria con il grado di «brigadier chef», combattè contro i tedeschi dallo sbarco in Provenza fino nel cuore della Germania. Hugo Geoffrey, ebreo austriaco, vi entrò invece nel 1938 per combattere i nazisti: partito da soldato semplice, terminò la carriera nel 1979 con il grado di generale.

Unico a percorrere tutti i gradi insieme all'italiano Vittorio Tresti, arruolatosi nel 1958 a Sidi Bel Abbes e congedato negli anni '90. Legionari celebri furono anche Pal Nagy Bocsa y Sarközy, padre dell'ex presidente della Repubblica Nicolas e Christian Simenon, politico belga, fratello del noto scrittore Georges. Nella classifica per nazioni il primo posto spetta alla Germania con 200mila arruolati, seguita sorprendentemente dall'Italia con 60mila. Ma non mancano i più disparati Paesi come il Giappone o l'Egitto anche se con solo 100 reclute.

Ancor oggi la Legione rimane avvolta un'aurea di gloria, onore e avventura, anche l'accesso è attualmente vietato a chi commesso crimini troppo gravi. Rimane la vita in caserma: sveglia alle 4.55, addestramento, lavoro, sport fino alle 22.30 quando si spengono le luci in camerata. Attualmente il Corpo è diviso in 11 reggimenti, di cui 8 sul suolo francese e 3 oltremare, per un totale di 7.700 uomini, mentre in passato era arrivato a contarne fino a 30mila. I suoi effettivi sono soliti sfilare per ultimi durante la parata del 14 luglio, festa nazionale francese, lungo gli Champs-Élysées. Passo lento e cadenzato, grembiule e ascia sulla spalle, per ricordare che il soldato è anche un «costruttore».

Identico è rimasto il leggendario spirito di fratellanza che accomuna tutti i legionari che prevede anche istituzioni per accogliere i suoi reduci. La «Casa del legionario» in Provenza, fin dall'8 luglio del 1934 accoglie gli ex anziani legionari celibi, autonomi fisicamente e dotati di un certificato di buona condotta. Mentre a Puyloubier una casa dedicata al capitano Danjou, ospita i Legionari feriti o disabili. Qui, i veterani si dedicano all'agricoltura, con la produzione limitata di un ottimo vino, e a lavori artigianali. Tra i vari ospiti si ricorda Siegfried Freytag, asso dell'aviazione tedesca durante la seconda guerra mondiale, arruolatosi nel 1952.

Terminato l'arruolamento nel 1971, si ritirò a Puyloubier, dove morirà il 1º giugno 2003. Ma la Legione non è solo storia, è anche presente. E ancora oggi i suoi «kepì blanc» spuntano in tutte le aree di crisi del mondo, anche se ormai impegnate quasi esclusivamente in missioni di pace. Come in Guyana, a Mayotte, a Gibuti, in Afghanistan e in Costa d'Avorio. A rinverdire le eroiche gesta dei tanti Danjou, morti combattendo per la Francia.

80 anni fa moriva Hachiko, cane simbolo di fedeltà

La Stampa

Quando morì in Giappone venne dichiarato un giorno di lutto nazionale


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L’8 marzo del 1935 moriva Hachiko, il cane di razza Akita Inu diventato simbolo di fedeltà famoso in tutto il mondo. Nato a Odate (Giappone) nel novembre del 1923, Hachiko - il cui vero nome era Hachi, il numero otto, considerato benaugurante - era stato adottato a soli due mesi da Hidesaburo Ueno, professore del dipartimento agricolo dell’Università Imperiale di Tokyo. Per due anni il cagnolino ha accompagnato quotidianamente il professore alla stazione del quartiere Shibuya e giorno ne attendeva anche il ritorno dall’università.

Ma il 21 maggio 1925 succede il dramma. Ueno viene stroncato da un ictus durante una lezione e muore improvvisamente. Hachiko ha però continuato per quasi 10 anni a recarsi alla stazione di Shibuya verso le 17, orario di arrivo del treno del suo amico umano. Fermo e instancabilmente devoto, il cane non ha mai mancato un giorno. La sua storia, con il passare del tempo, ha iniziato a diffondersi in tutto il Giappone diventando il simbolo vivente della fedeltà canina. Nel 1934, quando era ancora in vita, venne realizzata una statua in bronzo in suo onore, posizionata proprio nella stazione ferroviaria che lo rese celebre. Un’altra statua gli è stata dedicata a Odate, sua città natale, e lo stesso cane è stato presente all’inaugurazione.

Il lutto nazionale e la ricorrenza
Hachiko si è spento all’età di 15 anni, colpito da filariosi. Una notizia che è finita su tutte le prime pagine dei giornali nipponici e venne dichiarato un giorno di lutto nazionale. Il corpo del cane è stato poi impagliato e ed esposto al Museo Nazionale di Natura e Scienza di Tokyo, mentre alcune ossa sono state sepolte nel cimitero di Aoyama, accanto alla tomba dove riposa il padrone.

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L’8 marzo di ogni anno, in ricordo dell’anniversario della morte del fedele cane, davanti alla statua di Hachiko viene organizzata una cerimonia per ricordarne l’infinita devozione al padrone. Quest’anno, per gli 80 anni dalla sua morte, l’Università di Tokyo ha voluto ricordarlo con un’altra statua (guarda le immagini), questa volta, però, insieme al suo proprietario. Un’immagine commovente, attesa 90 anni. 
Anche l’Italia ha il suo caso di grande fedeltà a quattrozampe. In Italia è nota la storia di Fido, il cane che, fino alla sua morte, nel 1958, aspettò alla fermata del bus che il proprio padrone Carlo Soriani, morto sotto un bombardamento nel 1943, tornasse dal lavoro.

Ma questo Fido non lo sapeva e per 14 anni, circa 5000 volte, andò ad attenderlo. Il 9 novembre 1957 il sindaco di Borgo San Lorenzo conferì a Fido una medaglia d’oro. Un monumento in bronzo venne posto poco dopo la morte dell’animale davanti al comune, con la dedica: «A Fido esempio di fedeltà».


- VIDEO: LA STORIA RACCONTATA IN UN VIDEO DELL’ISTITUTO LUCE

twitter@fulviocerutti

Un Paese invivibile

Livio Caputo


Nei due mesi scorsi mi sono dedicato a un esercizio che si è rivelato molto deprimente: ho chiesto a cinquanta amici e conoscenti quanti di loro avessero subito, negli ultimi tre anni, scippi, furti in casa o in strada, truffe, vandalismi, violenze,richieste di pizzi o tangenti, o altri “attacchi” da parte dei vari tipi di delinquenza, organizzata e non. Ebbene, il risultato è stato 47, cioè quasi il 95 cento.

Tra i racconti che ho raccolto c’era di tutto e di più, perfino quello di due sedicenti dipendenti comunali che si sono introdotti con un pretesto nell’abitazione di una signora e, forse ipnotizzandola, forse drogandola, l’hanno persuasa a consegnare “spontaneamente” tutti i suoi preziosi. Comunque, il campionario dei reati subiti, che peraltro avrei potuto mettere insieme anche compulsando attentamente la cronaca nera dei giornali, era talmente vario da poterci scrivere un trattato di criminologia. 

L’impressione complessiva, comunque, era che il Paese, nonostante le statistiche che danno un certo numero di reati in calo, sia sempre più fuori controllo e che un senso di insicurezza si sia ormai impadronito della maggioranza dei cittadini. Un altro dato inquietante emerso dalla mia indagine è che buona parte delle vittime ha ormai rinunciato a denunciare i reati subiti se non ci sono esigenze assicurative di mezzo.

Che senso, infatti, ha perdere tempo a denunciare il furto di una bicicletta, lo scippo subito in un parco, una casa svuotata dagli zingari, quando le possibilità di recuperare la refurtiva sono pari a zero? E, comunque, che soddisfazione ricava il cittadino se l’autore del reato, nell’ipotesi remota che venga individuato e arrestato, viene poi subito messo in libertà, libero di reiterare il suo crimine anche l’indomani?

O, se anche viene processato, se la cava con pene lievi con la condizionale, o esce comunque di galera assai prima di quanto dovrebbe per condoni, buona condotta, eccessivo affollamento delle carceri o quant’altro? Una delle mie interlocutrici si è particolarmente infuriata leggendo che una donna rom che l’aveva derubata è stata arrestata – mi pare – una dozzina di volte e sempre rilasciata. In effetti, una delle cause principali per cui non solo aumenta la delinquenza nazionale, ma bande di ladri, rapinatori e scassinatori arrivano da ogni parte d’Europa per operare nel nostro Paese è la quasi impunità di cui, alla fine, finiscono di godere.

Come reagiamo di fronte a questi fenomeni, che ci rendono tutti più timorosi e insicuri?  Riducendo i mezzi a disposizione delle forze dell’ordine, abbastanza numerose se confrontate con quelle degli altri grandi Paesi occidentali, ma spesso impegnate in altre funzioni, come le scorte a politici, ex politici e compagnia cantante, che li distolgono dai loro compiti primari. Depenalizzando una serie di reati cosiddetti minori, che in realtà colpiscono la cittadinanza nella sua esistenza quotidiana anche peggio di altri.

Svuotando periodicamente le carceri perché eccessivamente affollate e non in grado di garantire i diritti dei detenuti, invece di costruirne di nuove o utilizzando quelle già esistenti, ma lasciate vuote per carenza di guardie penitenziarie. Tenendoci gli innumerevoli stranieri che delinquono (la loro percentuale tra i detenuti è molto superiore a quella degli italiani) invece di espellerli appena espiata la pena. Se la percentuale di cittadini carcerati rispetto alla popolazione è metà di quella della Francia e della Gran Bretagna e addirittura un decimo di quella degli Stati Uniti non ci si può poi meravigliare se il tasso di delinquenza, denunciata e non denunciata, è così alto.

Un altro scandalo è quello dello scarsissimo numero di cosiddetti colletti bianchi, e in particolare di esponenti di rilievo della burocrazia e della finanza, anche accusati di reati infamanti, di furti e truffe milionari o di reati particolarmente dannosi per la comunità che finiscono effettivamente in galera. Tra appelli, prescrizioni, condoni, sono pochissimi, e nei (rari) casi in cui ciò avviene fa addirittura notizia. La maggior parte, anche se, sulla carta, condannata ad anni di reclusione, continua a godersi la vita in perfetta libertà, con un effetto negativo sulla credibilità della giustizia, specie tra i giovani, che può riuscire devastante.

La durata infinita dei processi, e i mille cavilli che la nostra legislazione consente di usare agli avvocati difensori, non fanno che rendere la situazione ancora più insostenibile. Potrei continuare per pagine e pagine, riprendendo episodi incredibili che si incontrano quasi ogni giorno sui giornali, ma sarebbe superfluo. La conclusione sarebbe comunque la stessa, che la qualità della vita dei cittadini onesti va continuamente peggiorando. Ricordo che, ormai molti anni fa, un mio amico inglese, corrispondente di un grande giornale da Roma, soleva dirmi:”Il vostro è il Paese in cui si vive meglio in Europa, basta non avere a che fare con l’autorità (intendendo fisco, burocrazia, vigili, tribuanli, ecc.). Oggi non è più vero. Bisogna aggiungere “….se si ha la fortuna, sempre più rara, di non imbattersi in qualche malfattore”.

Un fax salvò il Leonka dallo sgombero»

Maria Sorbi - Sab, 07/03/2015 - 07:00

Un fax cambiò la storia di Milano. E salvò i Leoncavallini. Altrimenti «quei bravi ragazzi» dei centri sociali sarebbero stati sgomberati nel giro di mezza giornata.



Invece, dopo oltre dieci anni da quel giorno, invece, stanno per essere regolarizzati. A raccontare come andarono realmente le cose, nel 1994, è Paolo Scarpis, allora vice questore vicario e questore dal 2004 al 2006. L'occasione per farlo è stata la sua audizione davanti ai consiglieri comunali delle commissioni Sicurezza e Urbanistica a Palazzo Marino. Gli abusivi, che per sei mesi erano stati autorizzati ad occupare un capannone in via Salomone, furono sgomberati.

«Quel giorno cominciarono un lungo corteo in giro per la città - ricorda Scarpis - Ci furono scontri e disordini. Quando entrarono nella sede di via Watteau, noi eravamo pronti a sgomberarli all'istante, anche se loro dicevano di essere autorizzati a stare lì. Poi in questura arrivò un fax. E lo sgombero non ci fu». Quel fax era firmato dalla società immobiliare L'Orologio srl. Quindi indirettamente dalla famiglia Cabassi. In sostanza, la storia del Leoncavallo non cominciò con un illecito. Solo due anni dopo i Cabassi chiesero di liberare la loro proprietà.

Scarpis ricorda gli anni Novanta come anni di «accesissimo dibattito», a cominciare dall'occupazione abortita al parco Lambro, l'occupazione e lo sgombero (l'ultimo) da via Salomone, le perquisizioni all'interno del Leonka per sospetto di spaccio e di coltivazione di sostanze stupefacenti. E poi le manifestazioni. «Non tutte - spiega l'ex questore - finivano in scontri, tutte però erano molto vivaci e più di una volta si è dovuta usare la forza, con qualche contuso. Le manifestazioni di certo non avevano nulla di culturale, il centro sociale in sé non so. Sappiamo che c'erano personaggi vicini alla criminalità che commettevano regolarmente reati e che l'ala più dialogante cercava di isolarli». «Ecco, appunto - insorge il vice del Consiglio, Riccardo De Corato (Fdi) -

Stiamo parlando di violenza e illegalità. Non certo di un circolo ricreativo come vorrebbe farci credere l'assessore De Cesaris». Dai banchi del centrodestra viene sollevata un'altra questione: «Se l'occupazione del Leoncavallo nasce con un'autorizzazione dei privati, perché il Comune deve farsi carico della questione e regolarizzare il centro sociale con quella che chiama operazione urbanistica?». In parecchi chiedono a Scarpis perché non ci fu più nessuno sgombero. «Semplice - risponde lui - La società l'Orologio aveva messo per iscritto che li ospitava. Giuridicamente la questione era morta lì». Martedì prossimo starà all'assessore all'Urbanistica Ada Lucia De Cesaris spiegare come si intende procedere con la «regolarizzazione» entro, si dice, marzo.

Sprechi, doppioni e flop, ecco come spende la Rai

Il Messaggero
di Claudio Marincola


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Il fatto risale al settembre dell’anno scorso. Ed è un esempio di come la Rai in tempi di spending review gestiva le sue risorse. Siamo a Napoli. Nei giorni in cui parenti e amici di Davide Bifolco, il 17 enne del rione Traiano ucciso dopo un inseguimento da una pattuglia di carabinieri, scendono in strada per protestare. Davide era in motorino, non si era fermato all’alt ed era stato colpito a morte. Il Cptv di Napoli è il centro che gestisce il personale di regia e di ripresa.

Mette a disposizione una stazione satellitare completa di camera e operatore ed è pronto a supportare i servizi tecnici e a dare assistenza. Ma l’offerta viene ignorata. Una dopo l’altra, fulgido esempio di pianificazione produttiva, vengono appaltate ai privati sei troupe, rispettivamente per la Vita in diretta, Tg1, Tg2, Tg3, Tgr e RaiNews24. E non è finita: anche Radiorai è presente con un inviato e un suo tecnico. È appena il caso di ricordare che il centro Rai di Napoli può contare su oltre 100 dipendenti compresi operatori e giornalisti (nel cui organico fino a qualche tempo c’era anche Clemente Mastella). Un esercito che non è bastato per coprire l’evento.

La vicenda finì su un volantino fatto stampare dalla segreteria regionale dello Snater, un sindacato autonomo interno. Il dg Luigi Gubitosi a distanza di mesi lo ha fatto fotocopiare e nell’ultima audizione lo ha messo sotto il naso della commissione di Vigilanza Rai. Esempio lampante di duplicazione o meglio sarebbe dire «sestuplicazione» produttiva.

CHI PAGA?
«Chi paga questa follia»?, si chiedeva ai tempi lo Snater. Domanda a cui si sta cominciando a dare una risposta perché la Rai del futuro per stare sul mercato dovrà cambiare registro. Ma senza disperdere il patrimonio di professionalità e competenze interne si riuscirà a far tornare i conti? Il cda di viale Mazzini ha di recente approvato un piano di ristrutturazione cui è allegato un dossier di 130 pagine - che Il Messaggero ha potuto consultare in esclusiva - che illustra con dovizia di particolari un andazzo allegro, indifferente alle ragioni di chi paga il canone e della corretta gestione dei fondi disponibili.

Per la messa in onda del telegiornale, di una normale edizione del Tg1 ad esempio, la tv di Stato mobilita 19 persone: 2 tecnici audio; 2 tecnici video; 1 mixer video; 1 regista; 1 assistente regia; 1 coordinatore tecnico: 2 specializzati di ripresa per microfoni e luci: 3 operatori di ripresa; 1 titolatore, 1 tecnico e assistente redazionale; 1 impiegato di redazione, 1 coordinatore giornalistico, più un vicedirettore e naturalmente il conduttore.

Io, ebreo per un giorno nella Milano musulmana

Nino Materi - Dom, 08/03/2015 - 08:16

Basta una kippah in testa e il quartiere etnico si trasforma in territorio ostile Sguardi torvi, qualche parolaccia, una donna velata allontana la figlia da me


Da via Padova (Milano) - Alla fermata dell'autobus due donne musulmane (probabilmente madre e figlia), entrambe con il volto velato, mi osservano. Poi la donna più grande prende per il braccio la ragazzina e la trascina via. Il nostro cronista davanti a una macelleria islamica. Si allontanano. Come se io avessi la lebbra. Invece ho solo una kippah sulla testa. Appena due grammi di stoffa rasata. Che però possono pesare come un macigno.

La kippah è il copricapo usato dagli ebrei maschi osservanti. La indosso, anche se l'ebraismo non è la mia fede. Inizio il mio «esperimento» di finto jewish in via Padova, periferia milanese ad alta densità musulmana. Sono da poco passate le ore 13, a decine sciamano dalla Centro di preghiera islamico. Chiedo a un ragazzo di fede islamica: «Scusa, sai l'ora?». Un attimo di indecisione. Poi lo sguardo cade sulla mia kippah bianca e la risposta è sferzante: «Che cazzo vuoi?».

A poca distanza c'è un collega, Giovanni Masini, che con una telecamera nascosta riprende tutto: per un'intera mattinata, ha immortalato gli sguardi ostili che mi sono piovuti in testa come una pioggia acida. Per strada, nell'autobus, nei bar. Nulla di traumatico, per carità. Nessuna minaccia. Nessuna violenza. Anche se nei due giorni precedenti - in assenza però di telecamera nascosta - il «test» era andato anche peggio. Con il borsino dell'intolleranza che ha registrato contro il sottoscritto uno sputo (fortunatamente lanciato per terra); un insulto; un «Allah akbar» urlato in faccia; un propagandistico «Palestina libera!»; un ironico «Ciao, giudeo». Ma anche nei momenti più critici (come quello dello sputo o dell'insulto) non mi sono mai sentito in pericolo.

Milano, a passeggio con la kippah nel quartiere arabo

Davanti al Sultan Kebab, all'altezza del civico 95, un tizio mi invita a «cambiare marciapiede»: un episodio dinanzi al quale l'afflato al dialogo interreligioso sembra un po' vacillare... Da dietro le spalle arriva una ragazza (italiana) con un cane. Mi affianca, si gira, e dice: «Palestina libera!». La maggioranza si limita a guardarmi tra disappunto e disinteresse; nel caso dell'ambulante marocchino che mi sussurra all'orecchio «Allah akbar» il disappunto, probabilmente, prevale sul disinteresse. Idem per il «gentleman» che prima butta l'occhio sulla kippah e poi butta uno sputo (sul marciapiede per mia fortuna). Fin qui il fixing dell'insofferenza, l'indice dow jones dell'antisionismo.

Che a Milano non è certo ai limiti di guardia, ma che in vista dell'Expo non va comunque sottovalutato. Come dimostra anche la relazione dei nostri servizi segreti, rispetto al pericolo di attentati terroristici di matrice islamica. Ma per fortuna nella biblioteca comunale di via Crescenzago, si incontrano anche musulmani come Muhammed, 21 anni, studente di Filosofia all'Università Statale. Da navigato navigatore del web non gli è sfuggita la videoinchiesta fatta di recente da un cronista ebreo francese che è andato in giro, con la kippah, per un quartiere a maggioranza musulmana di Parigi, registrando le frasi di scherno di cui è stato fatto oggetto.
«Un'operazione mediatica molto discutibile - sostiene Muhammed -. Quel giornalista lavora per il quotidiano Maaariv , tradizionalmente vicino al premier israeliano Netanyhau. La sua inchiesta non è stata obiettiva, anzi mirava a sostenere le tesi di Netanyhau che, all'indomani dell'attentato contro Charlie Hebdo , ha invitato gli ebrei europei a trasferirsi in Israele. Avvalorare un presunto clima d'odio contro gli ebrei che vivono a Parigi era funzionale a questo schema. E il giornalista Zvika Klein che ha firmato il servizio, si è prestato al gioco». Un gioco sporco, considerato che il cronista ha ricevuto in un minuto e 36 secondi sette diversi tipi di insulti: da «cane» a «fatti fottere», da «frocio» agli sputi.

Intanto nella nostra discussione, in via Padova, interviene anche un amico di Muhammed, anche lui studente universitario: «Attenti al terrorismo informativo. In paesi ad alta presenza musulmana come Francia e Germania, Hollande e Merkel affermano che in Europa la sicurezza per le comunità ebraiche è garantita». E in Italia? «Nelle nostre città non corriamo nessun pericolo - sostiene Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma -. Tutti i giorni giro per strada con la kippah, il clima è tranquillo. Noi stiamo bene in Italia, ci sentiamo protetti. Andremo in Israele in libertà e non costretti». Isis permettendo.



"Aggressioni da islamici e condanne poco nette"

Giovanni Masini - Dom, 08/03/2015 - 08:19

Walker Meghnagi: "Solo casi isolati, ma alcuni leader musulmani su Facebook fanno peggio"

Walker Meghnagi, presidente uscente della Comunità ebraica di Milano, prova a raccontare i timori degli ebrei italiani: «Senza fare allarmismi, perché in Italia la situazione è migliore che altrove, ma sicuramente il clima è teso».

C'è davvero il rischio di una nuova ondata d'odio?
«La tensione è alta in tutta Europa. Da noi però, non c'è antisemitismo latente. Grazie a Dio non siamo in Francia o Scandinavia…».

Lì gli ebrei sono in pericolo?
«I francesi, al di là degli immigrati, hanno questo antisemitismo, inutile negarlo. Gli Scandinavi no, ma lì c'è una tale affluenza di musulmani che in molti posti comandano loro».

In Italia com'è la situazione?
«Violenze sporadiche. Purtroppo anche a Milano, città di Expo».

Che tipo di aggressioni?
«Insulti e sputi a chi va in giro con la kippah. Ma anche episodi ben più sgradevoli».

Ad esempio?
«Nella zona di piazzale Lotto a un rabbino hanno tirato la barba. Un uomo che aveva dato due euro a un senegalese si è visto restituire il denaro perché ebreo».

Episodi in aumento?
«Un po', anche se in termini assoluti non sono tanti».

A chi tocca fermarli?
«Noi lottiamo per promuovere la cultura ebraica. Ma gran parte del lavoro va fatto in moschea».

Ci spieghi meglio
«Non c'è nettezza nella condanna dell'antisemitismo. Sarebbe bello un incontro interreligioso per dire un no chiaro all'odio per gli ebrei».

I musulmani potrebbero fare di più in questo senso?
«Assolutamente sì. Se leggeste certe frasi che i responsabili delle comunità islamiche scrivono su Facebook.… Diciamo che non aiutano certo il dialogo».

Che intende, scusi?
«Provocazioni. Esultanze al rapimento dei tre ragazzi israeliani, per esempio».

Nella comunità islamica ci sono frange dialoganti?
«Per carità, è una realtà articolata. Con il Coreis abbiamo ottimi rapporti. L'imam Pallavicini è una persona splendida».

Milano sta per vedere le due prime moschee. Come vede questa novità?
«Costruire le moschee è giusto. L'importante è controllare bene a chi vengono affidate».

Lei ha proposte?
«Avrei fatto gestire la questione agli Stati che si erano offerti. Il Marocco, la Giordania. Con il Comune abbiamo un ottimo rapporto, ma ci avrebbe fatto piacere sedere a un tavolo di confronto e chiedere di non consegnarle a imam arrivati da chissà dove, senza che si capisca quel che dicono».

Un registro degli imam e l'obbligo della lingua italiana: due proposte avanzate da più parti
«Mi pare il minimo. Lei sa che i nostri rabbini devono essere italiani per statuto? Siamo in Italia, bisogna rispettare le leggi».

Parliamo di politica: ci sono reticenze nella condanna dell'antisemitismo?
«Molta parte della sinistra sovrappone antisionismo e antisemitismo. Ma la società italiana ha i giusti anticorpi per reagire».

Gli ebrei italiani si sentono sicuri?
«La sensazione è di malessere, non di insicurezza. C'è un po' di timore nelle scuole. La chiave sta nel dialogo interreligioso».

Perché il Papa non parla ​del peccato originale

Piero Ostellino - Gio, 05/03/2015 - 17:33

Papa Francesco pare credere all'idea di Rousseau che l'uomo nasca innocente e si corrompa vivendo in società


Un amico mi fa notare che papa Francesco non parla mai del peccato originale. Non credo non ne parli per una sorta di adesione a una modernità che non mette più il peccato della carne al centro della vita morale individuale e collettiva.

Non siamo neppure alla conferma della profezia di Nostradamus secondo la quale sarebbe salito al soglio pontificio un «uomo della Compagnia» (un gesuita) che avrebbe immesso veleno nella dottrina. Ma un conto è attribuire l'umana malvagità al peccato di superbia di Adamo e Eva - come sosteneva Sant'Agostino e aveva sostenuto la Chiesa fino a ieri - un altro attribuirla, come fa questo Papa, al rapporto fra ricchi e poveri, al mondo moderno - che dell'autonomia della politica rispetto alla religione è il superamento; un mondo modellato sul concetto di utilità, su quello di produzione di ricchezza e sulla ricerca della felicità.

Papa Francesco pare credere all'idea di Rousseau che l'uomo nasca innocente e si corrompa vivendo in società; in particolare, nella società democratico-liberale e capitalista, dove la libertà e la proprietà privata produrrebbero, a suo avviso, solo diseguaglianze generatrici di ingiustizie. È la stessa idea che aveva ispirato ai gesuiti il progetto di una società perfetta, regolata da un'Autorità morale, nella quale gli uomini assolvessero alle loro esigenze naturali, comprese quelle di mangiare e di procreare, al suono di una campana manovrata dagli stessi gesuiti; insomma, è l'idea di una società perfetta che ha ispirato gli autoritarismi e i totalitarismi del XX secolo.

Che piaccia o no, Papa Francesco più che ubbidire a un principio teologico, ripropone un modello reazionario di convivenza politica della specie di quelli che hanno tenuto l'uomo nell'oscurantismo medievale e negli schemi di un progetto razionalista il cui difetto è consistito proprio nel non tenere conto degli uomini come sono, ma di fondarsi sugli uomini come dovrebbero essere.

Questo Papa, terzomondista, demagogo e pauperista, non mi piace e non piace neppure a molti cattolici. Forse, conquisterà qualche nuovo credente nelle zone del mondo, come l'America Latina, da dove viene e dove più forti sono le diseguaglianze sociali. Ma temo che, col suo soggettivismo, farà più danni che apportare vantaggi alla religione. Capisco e rispetto quei credenti che vedono in lui l'autorità che la storia del cattolicesimo gli attribuisce.

Ma se la forza (storica e politica) della Chiesa è sempre consistita nella sua capacità di adeguarsi alle circostanze, la sistematica rottura, da parte del Papa, di gran parte delle circostanze storiche nelle quali la cristianità vive minaccia di essere ora più un danno che un vantaggio. Quello che il papato sta attraversando non è un momento di rinnovamento, come qualcuno vuole far credere, ma di oscurantismo.

piero.ostellino@ilgiornale.it

Vaticano, rubata lettera di Michelangelo: un ex dipendente chiede 100mila euro

Mario Valenza - Dom, 08/03/2015 - 10:05

Chi ha messo a segno il colpo non poteva che conoscere molto bene i locali attigui alla basilica in cui sono conservati i documenti dell'edificio

Un furto dimenticato per anni. Tre, quattro, cinque anni o forse più, chissà. In Vaticano la storia affiora solo ora.

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Qualcuno, in un periodo ancora da precisare, ha pensato bene di fare sparire dagli archivi della basilica di San Pietro un oggetto singolare, unico, raro. Prezioso, più che per il suo valore commerciale, per la memoria storica della Città del Vaticano e dell'arte mondiale: la lettera olografa di Michelangelo Buonarroti, probabilmente l'unico esemplare conservato al di là del Tevere, che l'architetto e artista toscano scrisse interamente di suo pugno, dall'inizio alla fine. Una vera rarità, come sottlinea il Messaggero, per il patrimonio culturale del Vaticano e non solo, considerando che normalmente "Michelagnolo" apponeva la sua firma nervosa su testi che dettava ai suoi collaboratori.

Chi ha messo a segno il colpo non poteva che conoscere molto bene i locali attigui alla basilica in cui sono conservati i documenti dell'edificio, dal 1506 in poi, quando Papa Giulio II creò la Fabbrica per seguire le fasi di cantiere e poi per assicurare la manutenzione del nuovo edificio. Documenti di cantiere, lettere, pergamene, disegni dello stesso Buonarroti e di altri artisti, affreschi, testimonianze di Vasari e di Bramante. Il ladro apeva bene come muoversi, dove andare a cercare, come orientarsi. Non è facile. Pochi, infatti, possono avere l'accesso diretto, visto che gli archivi della Fabbrica non sono nemmeno consultabili al pubblico. Ora è scattata la caccia all'uomo. Ma dopo tutto questo tempo recuperare il manoscritto non sarà un'impresa facile. Intanto si sarebbe fatto vivo un ex dipendente che chiede un riscatto di 100 mila euro.