martedì 10 marzo 2015

Mastella: "De Magistris mi deve 20mila euro". Ma l'ex pm: "Non li ho..."

Sergio Rame - Mar, 10/03/2015 - 17:00

L'ex Guardasigilli: "Dovrebbe vergognarsi e andare a casa, non fare il sindaco di Napoli". La replica: "Non ho soldi, sono un umile sindaco di strada"

 Duro botta e risposta a distanza tra Luigi de Magistris e Clemente Mastella.


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"Giggino mi deve 20 mila euro - tuona il leader dei Popolari per il Sud - non glieli chiedo perché aspetto che ci sia la definizione sul piano della seconda istanza". L'ex Guardasigilli ha ottenuto dal tribunale di Roma il riconoscimento di una richiesta risarcitoria nell’ambito del processo che ha condannato De Magistris per abuso d’ufficio in relazione all’incarico di pm nella procura di Catanzaro. "Mastella farebbe bene a essere più cauto nel cantare vittoria - ha replicato il sindaco di Napoli - i 20mila euro non ce li ho e non glieli devo dare".

De Magistris non intende sganciare un euro per i pasticci fatti con Why not. "Per quello che ha fatto con me avrebbe dovuto vergognarsi e andare a casa, non fare il sindaco di Napoli", aggiunge Mastella a margine della presentazione dell’intesa con il movimento dei Pensionati in vista delle Regionali. "Ritengo che lui abbia fatto delle cose sconnesse e sgarbate - rimarca l’ex Guardasigilli - è un sentenziato, mi deve 20mila euro". Dura la replica di De Magistris che guarda ai successivi gradi di giudizio: "Il tempo è galantuomo e in qualche modo alla fine la verità si riesce a stabilire anche pagando prezzi pesanti".

Per De Magistis la condanna è "ingiusta e assurda" e, per questo motivo, dice di non temere "azioni risarcitorie". Anche perché sulla cifra stabilita ribadisce di non averla a disposizione. "Sono un umile sindaco di strada - ironizza - e non ho gli stipendi d’oro di parlamentari e boiardi di strada che ogni tanto vengono pubblicati. Mi sono anche dimesso dalla magistratura 15 giorni prima di maturare la pensione".

Wikipedia fa causa alla Nsa: “Basta spiare i nostri utenti”

La Stampa
carola frediani

Mentre emerge che per anni la Cia ha provato a violare gli iPhone. E Londra vuole avere libertà di hacking.

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«Basta spiare gli utenti di Wikipedia». Jimmy Wales, fondatore dell’enciclopedia online più famosa del mondo, non usa mezzi termini. E - in un editoriale pubblicato qualche ora fa sul New York Times - va dritto al sodo: «Oggi facciamo causa alla National Security Agency per proteggere il diritto di 500 milioni di persone che usano Wikipedia tutti i mesi. Lo facciamo perché è in gioco un pilastro fondamentale della democrazia: il libero scambio di conoscenza e idee».

Dunque Wikipedia - anzi, tecnicamente Wikimedia, l’organizzazione noprofit che gestisce l’enciclopedia gratuita, accessibile da chiunque e scritta dagli stessi utenti - oggi inizia una quanto mai simbolica azione legale contro il Dipartimento di giustizia americano e contro l’agenzia statunitense che gestisce i molti programmi di sorveglianza elettronica di massa emersi con il Datagate. Secondo Wikipedia, infatti, la sorveglianza di massa del traffico internet effettuata negli Stati Uniti dalla Nsa viola il primo emendamento della Costituzione americana, che protegge la libertà di espressione e di associazione, così come il quarto emendamento, che tutela i cittadini da perquisizioni o sequestri irragionevoli.

I programmi upstream e Wikipedia
Nel mirino si sono dunque quelli che in gergo si chiamano programmi di sorveglianza “upstream”, che raccolgono il traffico internet in transito lungo la Rete. In particolare la Nsa intercetta e ricerca tutto il traffico internazionale che passa all’interno degli Stati Uniti attraverso il backbone di internet, cioè i cavi che fanno da ossatura e arteria della Rete.

“Il risultato di ciò - scrive Wales - è che, quando qualcuno all’estero guarda o edita una pagina di Wikipedia, è probabile che la Nsa tracci quell’attività, incluso il contenuto di quanto letto o digitato, così come altre informazioni che possono essere collegate alla localizzazione fisica e all’identità dell’utente”.

Queste informazioni, specifica ancora, sono sensibili e private. Possono rivelare le credenze religiose e politiche, le abitudini sessuali, malattie e molto altro. Perché il tema sia sensibile per Wikipedia lo si capisce dal riferimento esplicito alla Primavera Araba: molti utenti da Paesi in rivolta allora contribuirono alle voci dell’enciclopedia. Ma lo farebbero ancora oggi sapendo che la Nsa può monitorare la loro attività e che l’intelligence americana si parla con quella dei loro Stati?, si chiede Wales.

“Intercettando la spina dorsale di internet, la Nsa deforma quella della democrazia”, ha commentato Lila Tretikov, direttrice della Wikimedia Foundation. “Violando la privacy dei nostri utenti, la Nsa minaccia la libertà intellettuale che è centrale per la capacità delle persone di creare e comprendere la conoscenza”. L’azione legale - che Wikimedia porta avanti insieme ad altre otto organizzazioni di difesa dei diritti umani e digitali, come Amnesty International e Human Rights Watch - chiese ai giudici di fermare la sorveglianza di massa, a pesca a strascico, della Nsa.

iSpy: il regalo della Cia ad Apple
Tra l’altro l’azione legale arriva in contemporanea a una notizia che mette ancora sotto la lente l’intelligence statunitense. La quale per anni, rivela The Intercept, avrebbe profuso molti sforzi, convegni segreti e ricerche per violare gli iPhone e gli iPad. In particolare la Cia avrebbe cercato di violare le chiavi di sicurezza usate per cifrare i dati conservati sugli apparecchi Apple e di impiantare dei malware sui dispositivi. L’agenzia avrebbe anche cercato di modificare il meccanismo di aggiornamento di OS X, il sistema operativo per desktop, per installare di nascosto del software spia nel computer target.
Non è chiaro, dai documenti pubblicati, quanto questi sforzi siano andati a buon fine, ma certo non sono una buona notizia per il marketing di Apple, che negli ultimi anni ha puntato molto sulla sicurezza e che proprio ieri ha presentato nuovi modelli e dispositivi, incluso l’Apple Watch.

Hackerare senza restrizioni in UK
Tutto ciò mentre in UK, stretto partner degli Stati Uniti nei programmi di sorveglianza delle comunicazioni via internet, sta facendo discutere un nuovo codice, attualmente in bozza, sui poteri investigativi delle autorità di polizia e dell’intelligence. La proposta infatti renderebbe molto più semplice violare telefoni, reti e computer senza un controllo dell’autorità giudiziaria e sta allarmando le associazioni per i diritti civili.

Tor non è il paradiso dei pedofili
In questo quadro, l’unica notizia positiva per il fronte dei diritti digitali arriva sempre dalla Gran Bretagna: il Parlamento britannico ha infatti pubblicato un rapporto in cui affronta il tema dell’anonimato online e delle darknet, le reti che lo favoriscono, dicendo essenzialmente due cose: - c’è un largo consenso sul fatto che mettere al bando sistemi di anonimato online non sia una scelta politica accettabile né tecnicamente fattibile; - Tor, il software e la darknet più nota, gioca un ruolo minore nella visione e distribuzione di materiale perdopornografico. Sarebbero infatti molti di più i siti con materiale di quel tipo trovati sul web “aperto” che quelli rinvenuti nella darknet. Nel 2013 la Internet Watch Foundation ha preso misure contro 36 siti di questo tipo, “nascosti” su Tor, contro 1624 ospitati in chiaro.

Mussolini, la dichiarazione d'amore di Hitler: "Se il solo amico che ho al mondo"

Libero


"Vi considero il mio migliore, e forse il solo amico che ho a questo mondo". Questo disse Hitler a Mussolini dopo l'attentato subito il 20 luglio del 1944 da cui si salvò per il rotto della cuffia. Un'amicizia "mostruosa" tra due personaggi altrettanto "mostruosi" che viene raccontata nel libro di Pierre Milza che uscirà a giorni per i tipi della Longanesi.

Un rapporto durato dieci anni, dal giugno del 1934 al luglio del 1944 in cui il Duce, svela Mirella Serri che ha recensito "Mussolini e Hitler" per la Stampa, subì tutte le decisioni del Führer senza quasi mai obiettare. Da parte sua, Hitler, persino nei momenti in cui si manifestava tutta l'ignavia e l'incapacità del suo amico, per esempio nella fallimentare invasione della Grecia, lo lusingava e lo blandiva senza alcun risentimento. Dai documenti recuperati dallo studioso francese emerge che era il leader nazista a dettare l'agenda, il luogo e la durata delle discussioni:

"Vengo considerato", osservava Mussolini, "un domestico che, al suono del campanello, non ha altra scelta che obbedire". Hitler però aveva un effetto antidepressivo, galvanizzante sul capo del fascismo. "Il Führer rovesciava addosso a Mussolini", scrive l' interprete Paul Otto Schmidt, "un diluvio di cifre sulle perdite, le riserve, l'artiglieria, le armi e l' aviazione… i grandi occhi scuri dell' italiano sembravano schizzare fuori dalle orbite". Sedotto da una valanga di notizie, Mussolini si faceva convincere.

All'inizio non era così. "Hitler ride quando Mussolini ride, si acciglia quando lui si acciglia… un vero spettacolo di mimetismo", scriveva l'ambasciatore francese a Berlino André-François Poncet. Ma poi tutto cambiò. "C' era il timore di ritrovarsi il Führer come avversario", osserva Milza, "e una sorta di sentimento mafioso dell' onore nel mantenere i patti".



Dittatori e disturbi alimentari: le flatulenze di Hitler, la stitichezza di Mussolini
Libero


Le flatulenze di Hitler, la stitichezza di Mussolini, i chicchi di riso di Kim Il-sung. Dalle ossessioni alimentari ai disturbi intestinali, il passo è breve. E se è vero, come pensava il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, che l’uomo è ciò che mangia, è altrettanto vero che è importante anche come mangia e con chi. Almeno secondo Victoria Clark e Melissa Scott, autrici britanniche del libro ’Dictators’ dinners: a bad taste guide to entertaining tyrants’. Secondo le autrici, infatti, anche se malvagità e manie di grandezza non possono essere attribuiti a ciò che questi tiranni hanno consumato durante i loro pasti, nel libro sono emersi alcuni modelli riconoscibili sul rapporto tra dittatori e cibo. Uno su tutti, l’ossessione per la purezza di ciò che era nei loro piatti.

Ossessioni - Il dittatore nordcoreano Kim Il-sung, nonno dell’attuale leader Kim Jong-un, mangiava solo chicchi di riso selezionati uno per uno. Una volta compiuti 65 anni, ha creato un istituto di ricerca incaricato di escogitare modi per prolungargli la vita. Gli studiosi hanno così analizzato le proprietà benefiche di oltre 1.750 erbe, catalogate nei libri di medicina orientale, e le piante più promettenti sono state coltivate e usate per gli esperimenti. Il leader del partito comunista romeno, Nicolae Ceausescu, non viaggiava mai senza portare con sé il suo cibo, irritando spesso i leader stranieri a cui faceva visita. Tra questi, si racconta nel libro, il dittatore jugoslavo Tito rimase sconvolto dall’insistenza di Ceausescu nel voler bere succo di verdura cruda con la cannuccia.

Feci come medicina - Dittatori come Adolf Hitler e Benito Mussolini hanno vissuto sui loro apparati digerenti il peso delle responsabilità politiche, in modi opposti: dalla flatulenza cronica del Fuhrer - che lo spinse al vegetarianesimo e a prendere 28 differenti farmaci, tra cui un estratto di feci di contadini bulgari - alla stitichezza del Duce. Il dittatore portoghese Antonio Salazar amava le sardine, perché gli ricordavano la sua infanzia povera mentre Mao Tse-tung, carnivoro insaziabile, ha sofferto per tutta la vita di spiacevoli movimenti intestinali. Così come il colonnello Muammar Gheddafi.

Veleno - Ma i turbamenti dei tiranni non erano solo conseguenza del precario benessere fisico o di un’alimentazione paranoica: quasi tutti, infatti, avevano paura di essere avvelenati. Tanto che in molti disponevano di assaggiatori. Solo Hitler aveva una squadra di 15 assaggiatrici e nulla era messo sul suo tavolo fino a quando una delle ragazze scelte non fosse sopravvissuta per i 45 minuti successivi al primo morso.

Dai contatti dei Br ai baffi di Morucci Gli enigmi del prete di Moro

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

La deposizione di monsignor Mennini: «Non sono mai entrato nel covo, ma tanto non mi crede nessuno»

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Assicura il testimone: «Io purtroppo non sono mai stato nella prigione di Aldo Moro, né ho confessato il presidente. La stessa signora Moro commentò con me che se ciò fosse davvero accaduto sarebbe avvenuto tramite un amico di questi mascalzoni». Cioè un prete vicino ai brigatisti. Poi il testimone sbotta: «Ma poi quel pover’omo, ma che se doveva confessà dopo tutto il martirio che aveva subito?».


Don Antonello Mennini, il «prete di Moro» che 37 anni fa era un giovane viceparroco e oggi è nunzio apostolico in Gran Bretagna, ha studiato dai gesuiti e ha fatto una brillante carriera nella diplomazia della Santa Sede. Ma di fronte alle insistenze dei parlamentari che cercano di fargli ammettere ciò che non può o non vuole dire (dopo sette deposizioni tra magistrati e commissioni d’inchiesta) tradisce le sue origini romane.

E una certa rassegnazione tipica di chi è nato e cresciuto tra i vizi e le virtù della capitale: «Tanto lo so che non ho convinto nessuno, perché questa storia è diventata una leggenda non più metropolitana ma intercontinentale, visto che me la sono portata dietro anche in Africa e in Russia. Ma non ci posso fare niente. Magari avessi potuto farlo, lo direi anche se in teoria sono segreti pure i luoghi e le circostanze delle confessioni. E in tal caso non sarei stato imbelle come qualcuno mi ha dipinto, avrei cercato di individuare il covo, o addirittura proposto ai carcerieri di prendere me e lasciar andare il presidente».

C’era chi riteneva che sarebbe stata la deposizione della svolta per l’indagine avviata dalla nuova commissione parlamentare sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro (marzo-maggio 1978). Invece è stata solo la ripetizione di ciò che il sacerdote utilizzato come «postino» per recapitare alcuni messaggi di Moro dalla «prigione del popolo» aveva già raccontato nelle precedenti audizioni. Forse reticenti e forse no, ma non sono domande reiterate all’infinito a poter scardinare l’eventuale cortina di omertà. L’effetto è semmai di provocare risposte che - a quasi quarant’anni di distanza dai fatti - rischiano di sollevare elementi di confusione e nuovi misteri, veri o presunti.

Per esempio quando «don Antonello» dice che nella telefonata del 5 maggio ‘78, il brigatista che lo chiamò per fargli avere l’ultima lettera di Moro alla moglie aggiunse: «Dica alla signora che non abbiamo trovato la persona da lei indicata e quindi ho dovuto chiamare nuovamente lei», cioè don Mennini. Questa, per il presidente della commissione Fioroni, «è un’importante novità che conferma l’esistenza di un canale di ritorno», dalla famiglia Moro ai sequestratori, «interrotto pochi giorni prima del ritrovamento del cadavere». Può darsi. Ma può darsi pure che, come accaduto altre volte, i terroristi avessero prima cercato un altro collaboratore di Moro segnalato dallo stesso ostaggio, che non aveva il telefono sotto controllo, e non trovandolo abbiano ripiegato sul prete sotto intercettazione.

Non a caso gli portarono la busta praticamente davanti alla parrocchia dove viveva, per evitare che arrivasse prima la polizia com’era avvenuto nella consegna precedente. E del resto, se ci fosse stato un «canale di ritorno» tra la famiglia e i brigatisti, avrebbe avuto poco senso la telefonata fatta il 30 aprile dal capo delle Br Mario Moretti alla signora Moro - il cui apparecchio era controllato - per una lunga e pericolosa conversazione. Poi il sacerdote ricorda che quando andò a recuperare il primo plico di tre lettere, il 20 aprile ‘78, «vidi uno coi baffi che mi guardava, e l’anno dopo quando fu preso lo riconobbi nel brigatista Valerio Morucci, proprio dai baffi». Solo che Morucci, nel ‘78 e al momento dell’arresto, non portava i baffi.

Don Mennini non sa spiegarsi perché l’ex ministro Cossiga ha ripetuto più volte che a suo giudizio il prete era andato nel covo br sfuggendo alla polizia, «ma io dopo l’ho incontrato tante volte e non me l’ha mai detto. Strano, no?». E sui circa 10 miliardi di lire messi insieme dal Vaticano nella speranza che i brigatisti si accontentassero dei soldi dice: «L’ho saputo dopo. Paolo VI voleva che Moro fosse liberato, che si trattasse, ma il clima non era favorevole; qua c’è gente giovane, ma nun ve ricordate le manifestazioni oceaniche contro le Br e La Malfa che voleva la pena di morte? Che poteva fà ‘sto povero papa ? C’era un clima ostile, tutti per la fermezza. Che poi, per carità, siamo tutti patrioti, ma ‘sta fermezza è andata a fasse benedi’ poco dopo col sequestro Cirillo, e prima era già andata sulla luna col sequestro Sossi. Che ve devo di’ ?».

10 marzo 2015 | 08:48

Il patron di Esselunga Caprotti batte i figli anche in Tribunale

Corriere della sera
di Francesca Basso

La sentenza: improcedibile il ricorso dei figli sulla proprietà delle azioni del gruppo, già materia dell’arbitrato del 2012

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Si aggiunge un nuovo capitolo nella saga che ha come protagonista il patron di una delle catene di supermercati più grandi d’Italia: Esselunga, un gruppo con oltre 20 mila dipendenti e un fatturato da 6,957 miliardi (nel 2013). Bernardo Caprotti, 90 anni il prossimo ottobre, ha ottenuto ragione anche nell’azione giudiziaria civile promossa dai figli Violetta e Giuseppe presso il Tribunale di Milano. La sentenza è di venerdì scorso. Al centro della causa civile vi erano le stesse richieste oggetto del lodo arbitrale sulla proprietà delle azioni del gruppo, che nel 2012 ha dato ragione al padre. 

I figli avevano ricorso in Appello, ma nel marzo scorso la Corte aveva confermato con una sentenza di 45 pagine, depositata a luglio, le conclusioni del lodo arbitrale. I figli hanno quindi fatto ricorso in Cassazione e l’udienza potrebbe essere convocata a breve. Intanto Caprotti padre, difeso dagli avvocati Salvatore Trifirò, Massimo Dattrino e Giorgio De Nova, ha incassato l’ulteriore vittoria sul fronte civile. Venerdì scorso il Tribunale di Milano ha dichiarato «improcedibili tutte le domande esperite da Giuseppe e Violetta Caprotti nei confronti del padre Bernardo ad eccezione di quelle di usucapione e di decadenza dell’usufrutto», che la sentenza considera «infondate».

Il cuore della vicenda sta negli accordi del 1996 tra Bernardo Caprotti e i figli: una scrittura privata in cui si stabiliva che le azioni del gruppo erano intestate a Violetta e Giuseppe in via meramente fiduciaria e potevano essere reintestate al padre senza alcun avviso o preavviso, con una semplice comunicazione alla società fiduciaria.

In quell’anno Caprotti aveva deciso di procedere a una razionalizzazione del gruppo: con una serie di operazioni, il 92% della holding che controlla Esselunga è diventato di proprietà di Unione Fiduciaria, che aveva ricevuto mandati fiduciari di gestione dai tre figli. Lo scopo era trasmettere ai discendenti buona parte del patrimonio come anticipo sull’eredità. La scrittura privata attribuiva la holding, formalmente intestata a Unione Fiduciaria, in usufrutto al padre e ai figli in proprietà. E così è stato fino al 2011 quando Bernardo Caprotti ha chiuso il contratto fiduciario e ha ripreso il pieno controllo delle azioni di Supermarkets Italiani.

I figli non l’hanno presa bene e hanno avanzato una richiesta di sequestro giudiziario delle azioni, che è stata rigettata. A quel punto il padre è ricorso all’arbitrato, secondo la clausola compromissoria contenuta nelle scritture fiduciarie del 1996. Le tappe successive sono cosa nota. Il collegio arbitrale composto da Pietro Trimarchi, Natalino Irti e Ugo Carnevali ha dichiarato nel 2012 la piena ed esclusiva proprietà di Bernardo Caprotti delle azioni Supermarkets Italiani e la validità, efficacia e legittimità delle istruzioni date a Unione Fiduciaria nel 2011 per ottenere la reintestazione dei titoli.

Decisione confermata dalla Corte d’Appello. Ora il Tribunale di Milano respinge l’azione di Violetta e Giuseppe perché quasi tutte le domande poste nei confronti del padre sono già state giudicate davanti agli arbitri e dunque vanno dichiarate improcedibili visto che il lodo non è ancora passato in giudicato ma hanno lo stesso oggetto. Mentre le domande nei confronti di Unione Fiduciaria sono «infondate» perché si deve riconoscere che la società ha agito «in forza di istruzioni impartite sulla base di una procura realmente esistente». Rigettata l’azione civile, il Tribunale di Milano ha condannato Giuseppe e Violetta Caprotti a pagare le spese legali, per un totale di circa 200 mila euro. Ora dovranno valutare se fare ricorso, in attesa di sapere cosa avrà deciso la Cassazione.

@BassoFBasso
10 marzo 2015 | 07:40

Dal 31 marzo fattura elettronica obbligatoria per i servizi alle PA

La Stampa
lorenza castagneri

L’obiettivo è duplice: razionalizzare la spesa pubblica e spingere verso l’innovazione

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Dimenticatevi di carta, penna e calcolatrice. Dal 31 marzo, per tutti i fornitori della Pubblica amministrazione, diventa obbligatoria la fattura elettronica. L’importo da fatturare per servizi prestati oppure beni ceduti a qualsiasi ente pubblico dovrà essere trasmesso in forma esclusivamente telematica. Si tratta del secondo step del percorso di digitalizzazione della Pa cominciato l’anno scorso.

Il 6 giugno 2014 l’obbligo di fatturare in forma elettronica era entrato in vigore per le amministrazioni centrali: ministeri, agenzie fiscali, enti previdenziali, scuole, caserme di polizia e carabinieri, centrali di vigili del fuoco, sedi della guardia forestale, uffici di esercito, aeronautica e polizia penitenziaria. Adesso tocca alle regioni, alle Asl e agli oltre ottomila comuni italiani e a tutte le altre pubbliche amministrazioni. 

Ciò significa, per esempio, che il fabbro che cambia la serratura della porta del municipio non potrà più battere cassa presentando un semplice foglio di carta con riportato l’importo della sua prestazione ma dovrà fare tutto via Internet, seguendo il procedimento messo a punto dall’Agenzia per l’Italia digitale. L’obiettivo è duplice: tenere sotto controllo e razionalizzare la spesa pubblica e spingere le imprese e la Pa verso l’innovazione.

COME FARE? ECCOLO SPIEGATO NELLA FOTOGALLERY

«La prima fase di prova riservata alle amministrazioni centrali ha funzionato. E siamo ottimisti anche sulla riuscita di questo secondo step», spiega Maria Pia Giovannini, dirigente AgID e responsabile dell’area pubblica amministrazione. Finora sono state gestite attraverso il sistema web oltre due milioni e 600mila fatture elettroniche delle quali l’82 per cento, cioè due milioni e 125 mila sono state inoltrate in maniera corretta.

«Il restante 18 per cento è stato scartato dalla piattaforma a causa di errori nella compilazione». Ciò significa che il fornitore può dire addio ai suoi soldi? Niente affatto. «Oltre al codice di identificazione, esiste un “numero di sicurezza” che permette di far arrivare comunque a destinazione la fattura». Fino a oggi tutte le regioni e quasi tutti i comuni hanno svolto le operazioni di base richieste dall’Agenzia per l’Italia digitale per poter reperire fatture elettroniche. 

«Ciò purtroppo non vuol dire essere pronti a gestire tutto il processo. Gli enti locali, però, anche i più piccoli, si sono registrati sull’Ipa, il registro delle pubbliche amministrazioni, una sorta di anagrafe che ci permette di identificarle e di aiutarle a gestire il passaggio. E’ necessario anche sapere come conservare i documenti. E’ ovvio che servirà, specie nei piccoli comuni, fare un po’ di pratica». I nuovi obblighi riguardano, infatti, non solo la compilazione e la trasmissione ma anche l’archiviazione dei dati.

Va anche ricordato che, a partire dal 31 marzo, nessuna fattura emessa in formato non elettronico potrà più essere pagata. E i fornitori? Per loro l’obbligo è dotarsi di un software per emettere e inviare le fatture elettroniche e provvedere alla loro conservazione. Per le piccole e medie imprese, che hanno pochi rapporti con le Pa, sono state messe a punto delle piattaforme gratuite. 

Perché ci fanno vergognare se entriamo da Mc Donald’s

Corriere della sera
di Pierluigi Battista


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Dicono che il fatturato McDonald’s sia in forte crisi, schiacciato dalla dittatura del biologico, dalla tirannia del vegano, dall’esclusivismo del vegetariano. Dicono che sotto una delle insegne più famose del mondo siano preoccupati, perché tutto quello che sembrava all’avanguardia della modernità con il simbolo McDonald’s si è trasformato in una cosa vecchia, superata dai tempi, un po’ come il fumo delle sigarette, che un tempo faceva figo e adesso è appannaggio dei “portoricani” e degli strati di retroguardia della società. Però che nostalgia. Un tempo, quando si entrava in uno dei tanti punti quella catena, ti sembrava di aver fatto ingresso nel tempio del non convenzionale, del non tradizionale. Ti sentivi cittadino del mondo, un pizzico di cosmopolitismo al ketchup, un grano di universalismo con il cetriolino che immancabilmente guarniva l’hamburger.

Sono entrato per la prima volta in un McDonald’s a New York, e lì dentro era come trovare i grattacieli, il ponte, Times Square. Una cosa lontanissima dall’Italia e dagli spaghetti e dalla pizza. Era il primo posto gastronomicamente globale visto nel mondo. La pizza, negli Stati Uniti, non c’era perché non arrivava la mozzarella: nemmeno a Little Italy la potevi trovare. I tedeschi mangiavano gli spaghetti, scotti e sconditi, come contorno.

In Italia non esistevano ancora i ristoranti etnici. Bisognava andare a Londra o a Parigi per conoscerli. Da noi, al massimo qualche cinese (che comunque era molto diverso dai cinesi di Chinatown a New York). Mangiare quelle polpette chiamate hamburger dentro quel pane, confezionato in quel modo, ordinato in quella maniera ti faceva sentire un secolo avanti. Un tempo si diceva addirittura che mai due Paesi in cui comparisse il simbolo McDonald’s: purtroppo non è più così.

Quando si decise di aprire a Piazza di Spagna a Roma il primo ristorante McDonald’s d’Italia, i tradizionalisti romani, di destra e di sinistra, fautori del nazional-popolare, odiatori dell’Amerika, trattarono gli invasori come se fossero gli antenati degli hooligans olandesi che hanno devastato la città e la Barcaccia del Bernini. Fecero pure un esorcismo a base di maccheroni per scacciare la spazzatura globalizzata che si stava impossessando della Città eterna. Tanto che quelli del McDonald’s dovettero ricorrere alla bravura degli architetti perché dessero un toco di classe e di italianità a locali che nel resto del mondo erano rigorosamente standardizzati.


Poi cominciarono i primi scricchiolii. Sempre meno sicura di sé la polpetta globale venne affiancata da variegate insalate che dessero un tocco “verde”, naturale, quasi dietetico. McDonald’s cominciò ad essere accusata come la causa principale dell’obesità di massa. Un film mise al corrente il mondo di quanto fosse ingrassato un tizio che aveva mangiato per un mese intero da McDonald’s mattina e sera. Come se uno che mangiasse per un mese intero salsiccia e spaghetti alla carbonara restasse smilzo e snello, solo perché non globalizzato.

Oggi siamo quasi alla disfatta. McDonald’s è economico e veloce, ha differenziato il suo menu, ha strizzato l’occhio alla moda contagiosa del biologico, ma resta pur sempre qualcosa vissuta come un senso di colpa. Ci si va con i bambini, che ancora si divertono con i pupazzetti regalati dalla ditta globalizzata. Ma gli adulti, che prima varcavano la soglia del McDonald’s per sentirsi più spigliati, oggi quasi se ne vergognano. Con quella polpetta che non è chilometro zero, che imbarazzo. Si sentono come l’ultimo dei portoricani: con la sigaretta puzzolente tra le labbra.

Così Pisapia ha creato il Bronx tra rom, furti e pestaggi

Matteo Carnieletto - Mar, 10/03/2015 - 10:02

Il sindaco ha rimosso i soldati impiegati nell'operazione Strade sicure e ha installato un centro di accoglienza per i nomadi. I furti e le aggressioni sono aumentati. I cittadini sono esasperati

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Era il 2013 quando il Comune di Milano decise di trasferire oltre 90 rom nel nuovo centro di accoglienza di viale Cesare Lombroso, zona Forlanini. L'obiettivo del Comune era quello di integrare i nomadi nel tessuto della cittadinanza milanese. Un'integrazione impossibile, come ci raccontano alcuni abitanti del quartiere: tempo fa decisero di aiutare una rom, che si pensava fosse una donna per bene.

La portarono a casa, come badante per la madre. In poco tempo, però, cominciarono a sparire orologi e collane d'oro. A partire dall'agosto di due anni fa, la vita all'interno del quartiere è diventata insostenibile: i furti, complici anche gli abusivi del campo rom in via Alfonso Gatto, sono aumentati in maniera esponenziale, come ci raccontano alcuni abitanti.

I quartieri Forlanini, Monluè e Attilio Regolo, fino al 2013, erano infatti zone assolutamente tranquille, abitate per lo più da anziani e da famiglie per bene. Ora, però, i rom e altre persone provenienti dall'est Europa stanno facendo terra bruciata. Si sono specializzati nei furti, soprattutto all'interno delle abitazioni. Ma non disdegnano rubare anche macchine e moto. Hanno sviluppato una tecnica precisa: prelevano la plancia delle auto e in pochissimi minuti compiono il colpo. O le moto: tolgono il bloccasterzo e le caricano, in fretta e furia, su un camioncino.

Abbiamo incontrato una famiglia che ci ha raccontato dei furti che, in solo un anno, ha dovuto subire: prima la 500, poi la moto e, infine, la plancia della macchina. Qui i gruppi nomadi la fanno da padrone. In una notte sola hanno aperto all'incirca 80 box, in via Facchinetti, angolo via Bellosio. La forze dell'ordine non possono far nulla, nonostante la caserma dei carabinieri si trovi in via Numidia, a pochissimi metri dal centro di accoglienza.

Sono impotenti, non sanno più cosa fare. Chiedono di denunciare il più possibile i furti. Ma poi basta. Forse non ci sono i mezzi, anche perché è stato lo stesso Pisapia a togliere dal quartiere i soldati che operavano nell'ambito dell'operazione Strade Sicure, perché "Milano non è in guerra". Certo, Milano non sarà in guerra, ma manca davvero poco.

Il consigliere Pd Marco Cormio ha dato pochi (e sbagliati) consigli agli abitanti del quartiere: non scaricate la colpa "sui 4 rom che girano per la zona" e organizzate eventi pubblici per riconquistare il quartiere. Ma come si possono portare i bambini fuori quando, proprio l'altro giorno, una nonna, accompagnata dal proprio nipotino, è stata aggredita da un uomo dell'Est ubriaco?

I cittadini si sono riuniti in un "Comitato per la sicurezza" dei quartieri Forlanini, Monluè, Mecentate e Attilio Regolo. Sono stufi dei continui scippi, rapine e aggressioni. Cercano quella sicurezza che il sindaco di Milano non è mai riuscito a dare. Ma, si sa: "Milano non è in guerra".