mercoledì 18 marzo 2015

Vendola si confessa a Chi: «Vorrei sposare Eddy, poi penso ai figli»

Corriere della sera

Le rivelazioni del governatore della Puglia, che dice di voler convolare a nozze con lo storico compagno dopo che avrà lasciato l’incarico in Regione

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«Ho vissuto questi dieci anni da governatore della Puglia al cardiopalma, ma da maggio tutto cambierà. Vorrei sposarmi con Ed (Eddy Testa, suo compagno da dieci anni, ndr)». È la confessione del leader di Sel, Nichi Vendola in un’intervista a “Chi” in edicola mercoledì 18 marzo. «Ma non mi trasferirò in Canada come hanno detto: per un uomo del Sud come me fa troppo freddo», dice ancora Vendola. «Appena lasciato l’incarico di governatore rifletterò anche se affrontare la paternità o no: è un pensiero che riposa in un angolo della mia vita e che ho sempre rimandato. Sicuramente ho sempre amato il mondo dell’infanzia e vorrei scrivere un libro di filastrocche per bambini», aggiunge il governatore pugliese. Nell’intervista Vendola commenta le parole di Dolce e Gabbana sulla difesa della famiglia tradizionale: «Credo che dall’alto del loro rango sociale non comprendano davvero che cosa vuol dire vivere in un paese dove l’omofobia uccide e il deficit di diritti pesa su molte vite».

Gay Pride, anche Nichi Vendola testimonial
 
Gay Pride, anche Nichi Vendola testimonial
 Gay Pride, anche Nichi Vendola testimonial
Gay Pride, anche Nichi Vendola testimonial
Fattore Umano
E riguardo al suo progetto «Fattore Umano» che ha presentato a Caserta e con il quale vorrebbe riformare la sinistra italiana spiega: «Mi interessa la centralità dei diritti delle persone, la partita e non il partito e vorrei che questo principio fosse al centro di tutto: è da quando ho fondato Sel che ci penso».

17 marzo 2015 | 16:31

I maestrini del giornalismo ora vogliono zittirci sull'islam

Fausto Biloslavo - Mer, 18/03/2015 - 08:40

Un gruppo di "tagliapenne" firma un appello contro il Giornale, Il Fatto e Libero: "Alimentano l'islamofobia". Fra loro gli ex ostaggi Sgrena e Ricucci


I politicamente corretti con il patentino in tasca, le vestali dell'informazione con la schiena dritta, i maestrini del giornalismo hanno detto «Basta, Khalas» alla «cattiva informazione che i media italiani stanno veicolando (...) su tutto ciò che riguarda il mondo arabo e l'islam».
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L'appello sta circolando in rete dal 20 gennaio, dopo gli attacchi del terrore a Parigi. Nel mirino è finito soprattutto il Fatto quotidiano per un articolo scoop sul rapimento di Greta e Vanessa in Siria. Una volta tanto il giornale diretto da Peter Gomez è accomunato nel pubblico ludibrio alla nostra testata e a Libero .

Nella lettera aperta si annuncia che l'appello all'informazione corretta sull'Islam «sarà la base di un esposto all'Ordine dei Giornalisti in merito all'articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano e da altri apparsi sul Giornale e Libero , che hanno fomentato (...) odio, pregiudizio, islamofobia».

E ci risiamo con i tagliapenne, anche se solo tre giornalisti noti hanno aderito alla petizione e gran parte degli altri sono illustri sconosciuti. Fra i primi firmatari spiccano gli ex rapiti, Amedeo Ricucci, inviato Rai catturato in Siria, e Giuliana Sgrena del Manifesto che fu presa in ostaggio in Irak. L'altra giornalista nota è Anna Migotto di Mediaset , che lavora per il settimanale Terra! , in realtà poco politicamente corretto.

«Ho firmato l'appello in cui credo, ma ero contrario a presentare un esposto all'Ordine dei giornalisti, che è in alto mare. Non so se verrà mai presentato» spiega Ricucci. Migotto, consigliere di disciplina a Milano, garantisce che all'Ordine lombardo non è arrivato ancora nessun esposto.

Forse basta la dura lezioncina impartita in rete ai media cattivoni e manipolatori di notizie. L'articolo nel mirino, intitolato «Greta e Vanessa, la cooperante ai migranti siriani: “Ecco come aggirare i controlli”» è stato firmato da Angela Camuso sul Fatto quotidiano . Uno scoop basato su un rapporto dei Ros dell'Arma, che gettava pesanti ombre sul sequestro delle due giovani volontarie, amiche della ribellione siriana.

Per i firmatari di «Basta, khalas» è «solo l'ultima di una lunga serie di esempi di pessimo giornalismo». I giornalisti del Fatto , Giornale , Libero , che secondo i maestrini scrivono in maniera esagerata di islam, sono colpevoli «di grave violazione di tutte le norme di deontologia professionale». In pratica siamo islamofobi. L'appello che vorrebbe tagliarci le penne è firmato da un'armata Brancalone dell'islam «corretto». Molti sono attivisti della fallita primavera araba come Fouad Roueiha, che si definisce «rivoluzionario siriano». L'attivista Shadi Siria ricorda come «la primavera siriana fiorisce ogni anno». Peccato che sboccino sempre più bandiere nere.

Nabil Salameh è un ex giornalista di Al Jazeera , non proprio un esempio di informazione equilibrata, oggi cantautore. Lunga la schiera di esperti che sanno tutto sull'islam e si improvvisano maestrini di giornalismo. Felicetta Ferraro, «iranista presidente dell'Associazione Ponte 33», è stata nel 2008 addetto culturale della nostra ambasciata a Teheran. Gianluca Solera, «autore e attivista trans Mediterraneo» ha scritto un volume sulle primavere arabe presentato da Leoluca Orlando sbagliando tutte le previsioni. «Un libro che invita a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sia l'inizio di un percorso sociale, culturale e politico comune - si legge - Più giusto, più onesto, più democratico, più creativo. Più mediterraneo».

Vignettisti, mediatori culturali e per sordi si sono aggiunti ai firmatari. Non mancano la parrucchiera, la criminologa, il poeta e l'artista di tatuaggi che vive al Cairo.

Il controspionaggio dei nomadi Video per sorvegliare la polizia

Corriere della sera
di Cesare Giuzzi

Telecamere scoperte nel campo di via Chiesa Rossa. In funzione anche la notte

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Gli occhi elettronici erano piazzati nei «punti cardinali» del campo. Il vialetto d’ingresso, il solo accesso per le auto che arrivano da via Chiesa Rossa. I due lati del campo, nord e sud, per essere certi che a nessuno venisse la strana idea di tendere un’imboscata. E, infine, il sentiero che dai campi porta al Gratosoglio, via di fuga preferita in caso di controlli delle forze dell’ordine. Ma anche «tallone d’Achille» del campo perché la stradina tra le sterpaglie è servita anche ai poliziotti per mimetizzarsi, appostarsi, dare il via ai blitz nell’insediamento-fortino di via Chiesa Rossa, 351.

L’ultimo è di mercoledì mattina, quando una cinquantina di poliziotti ha perlustrato il campo comunale creato nel 1999 al confine tra Milano e Rozzano. Ma appena gli agenti del commissariato Scalo Romana hanno varcato il perimetro dell’area per gli abitanti non c’è stato alcun effetto sorpresa. Perché, in realtà, l’arrivo della polizia era già stato segnalato per tempo. Non dai bambini-sentinella che giocano nei vialetti interni, ma da un sistema di videosorveglianza collegato direttamente con alcuni edifici. Cinque telecamere agganciate ad assi di legno e mimetizzate accanto alla recinzione che rimandavano le immagini su alcuni monitor (in parte di vecchia costruzione, in parte nuovissimi) che si trovavano nelle casette prefabbricate abitate da circa 250 sinti.

Telecamere abusive, il «controspionaggio» dei nomadi Telecamere abusive, il «controspionaggio» dei nomadi
Telecamere abusive, il «controspionaggio» dei nomadi 
Telecamere abusive, il «controspionaggio» dei nomadi
Gli investigatori del commissariato Scalo Romana, guidati dal vice questore aggiunto Angelo De Simone, hanno verificato che gli impianti non avevano alcuna autorizzazione e che tutto era stato realizzato in modo artigianale. Seguendo i cavi di connessione tra le telecamere - in grado di funzionare anche di notte - gli agenti hanno scoperto i vari allacciamenti con i monitor nelle case. Nel campo vivono soprattutto membri delle famiglie Deragna e Hudorovic. E proprio un componente di quest’ultimo gruppo ha cercato di giustificare la presenza dell’impianto abusivo sostenendo che le telecamere erano state installate per «prevenire» attacchi da parte di clan rivali. In particolare i Braidich di via Idro, al centro nel recente passato di una sanguinosa faida tra famiglie rom. In realtà, per gli investigatori gli occhi elettronici erano un vero sistema di «controspionaggio» utilizzato per monitorare polizia e carabinieri.
Anche per assicurare l’assenza di intrusi durante le quasi quotidiane aggressioni e rapine a camionisti e spedizionieri «indirizzati» al civico 351 di via Chiesa Rossa con acquisti truffa e successivamente derubati del carico dei camion: la specialità di molti degli abitanti del campo comunale (esclusi i minori di 14 anni, non imputabili, tutti gli altri hanno precedenti penali e di polizia). Dopo il blitz del commissariato Scalo Romana, venerdì pomeriggio intorno alle 14.30, una volante della polizia ha scoperto una nuova telecamera installata abusivamente. Gli impianti sono stati portati via dalla polizia in attesa di un eventuale sequestro. Il caso è stato invece segnalato in Procura, per il momento non sono emersi veri reati ma solo la violazione delle disposizioni del garante della privacy perché l’impianto non aveva autorizzazioni né cartelli che ne segnalassero la presenza. Ma le indagini sono solo all’inizio.

Niente foto con l’eclissi. Gli oculisti avvertono: si rischia la cecità

Corriere della sera
di Emanuela Di Pasqua

Il rischio di fotografare l’eclissi solare senza alcuna precauzione è altissimo. La retina si può danneggiare irreversibilmente causando gravi danni agli occhi

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L’eclissi di venerdì prossimo certamente scatenerà la corsa al selfie, alla fotografia o più semplicemente stimolerà molti di noi ad alzare gli occhi verso il cielo. Benché comprensibile, questo tipo di comportamento nasconde però un serio pericolo per la salute dei nostri occhi.
Eclisse parziale
Quella del prossimo 20 marzo sarà per noi italiani e per buona parte dell’Europa soltanto un’eclissi parziale (sarà totale solo per chi vive lungo le coste dell’Atlantico settentrionale, alle Isole Faeroer o alle Isole Svalbard) e proprio questa caratteristica la renderà potenzialmente pericolosa per chi, tramite uno smartphone, una fotocamera o a occhio nudo, rivolgerà troppo a lungo lo sguardo verso il Sole. L’eclissi è un oscuramento parziale o totale del disco solare causato da un evento piuttosto raro: l’allineamento perfetto di Sole, Luna e Terra. L’ultima visibile dall’Italia si è verificata l’11 agosto 1999. Ma mentre osservare un’eclissi totale non comporta alcun rischio per gli occhi, è bene ricordare che, sebbene parzialmente oscurato, durante un’eclissi parziale il Sole continua a emettere raggi ultravioletti, infrarossi e onde radio e che una prolungata osservazione può danneggiare la retina e in alcuni casi portare alla cecità.
Maculopatia solare
Un’esposizione prolungata dell’occhio alla luce solare può causare infatti quella che viene definita cecità da eclissi o maculopatia solare. In pratica la radiazione solare va a colpire e danneggiare i fotorecettori, vale a dire i neuroni specializzati che si trovano sulla retina deputati a «tradurre» lo stimolo luminoso in informazioni per il cervello. Negli esseri umani esistono due tipi di fotorecettori: i coni e i bastoncelli. Il pericolo è dato anche dal fatto che i danni alla retina avvengono senza alcuna sensazione dolorosa e che gli effetti sulla vista vengono avvertiti diverse ore dopo che il danno è stato provocato, mentre in principio si avverte solamente una sensazione di abbagliamento.
Come osservare l’eclissi
Sono molti i metodi diffusi nella cultura popolare per osservare un’eclissi, ma sfortunatamente sono pochi quelli che veramente offrono una seria garanzia di salute all’occhio. Tra quelli inefficaci vale la pena ricordare il vetro affumicato con una candela, indossare uno o più paia di occhiali da sole, guardare attraverso pellicole fotografiche o radiografie (le uniche pellicole fotografiche che davvero garantiscono la protezione sono quelle in bianco e nero che però prima dell’uso vanno esposte alla luce e sviluppate alla massima densità). Il Sole va osservato e fotografato utilizzando appositi filtri specifici o grazie all’uso di occhiali da saldatore con indice di protezione 14, reperibili nella maggior parte dei negozi di ferramenta.
L’eclissi in Italia
Nel nostro Paese l’eclissi sarà parziale e la copertura del disco solare varierà dal 50 per cento al Sud fino al 70 per cento al Nord e durerà all’incirca un paio d’ore. Il massimo di copertura si avrà alle 10.32 a Milano, alle 10.31 a Roma e alle 10.26 a Palermo.

Medaglia al bersagliere della Rsi che combattè i titini: scoppia il caso

Corriere della sera
di Alessandro Fulloni

Paride Mori, capitano di reparto di Salò schierato in Friuli e ucciso dai partigiani. Gli concedono onorificenza caduti Foibe. Ma l’Anpi: era un fascista. Possibile dietrofront

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Ufficiale e repubblichino. Bersagliere impiegato con il reparto formato da lui stesso - in prossimità dell’8 settembre e intitolato a «Benito Mussolini» - sul confine tra Friuli e Slovenia. Paride Mori, questo il suo nome, originario di Parma, venne ucciso il 18 febbraio 1944. Se chiedete di lui al figlio Renato, che oggi è un pensionato residente a Milano, 82 anni, vi dirà che fu «ammazzato in un agguato organizzato dai partigiani titini, quelli con cui stava combattendo aspramente da mesi. Ma di certo mio padre non era un delinquente. Era un idealista, l’Italia veniva prima di tutto». Settant’anni dopo, esattamente il 10 febbraio scorso -

«Il Giorno del ricordo» delle vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata - per mano del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, al militare della Rsi, un fascista, è stata dedicata una medaglia di onorificenza «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria». Fregio concesso proprio grazie alla legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Questa la procedura: una commissione valuta le richieste, in genere provenienti da familiari delle vittime e da associazioni. E se il caso dà il via libera. Ma adesso lo stesso governo sta pensando al dietrofront, dopo le obiezioni pesantissime alzate dall’Anpi (l’Associazione nazionale dei partigiani) e di Sel, che per bocca del deputato Giovanni Paglia chiede «il ritiro dell’onoreficenza concessa alla memoria del repubblichino».




 


«Fascista al fianco di nazisti»
Il bersagliere «combatté al fianco dei nazisti col battaglione Mussolini e fu ucciso in combattimento dai partigiani». Scenario diverso, a dire di Paglia: non agguato. Ma conflitto a fuoco. E italiani contro. Repubblichini da una parte e Resistenza dall'altra. Ecco il perché dell'onoreficenza da rimuovere. Il governo dunque «si scusi» mentre i membri della commissione devono essere «destituiti da ogni incarico». C’è «un’unica memoria che i fascisti meritano oggi come domani. Quella della loro ignominia». Il presidente Anpi Carlo Smuraglia chiede invece che si faccia «chiarezza assoluta» e «al più presto» su chi ha deciso di consegnare una medaglia alla memoria di «un fascista della Repubblica di Salò». «È veramente difficile accontentarsi della prospettazione di un "errore", a fronte di situazioni che imporrebbero una vera sensibilità democratica».
Il ripensamento di Delrio
Il ripensamento è partito proprio da Delrio. «Se la commissione che ha vagliato centinaia di domande ha valutato erroneamente, il riconoscimento dovrà essere revocato» è il tweet del sottosegretario. La retromarcia del governo ha però lasciato di stucco Renato Mori. «Quando ho ricevuto l’invito di palazzo Chigi ho pensato che finalmente si rendeva giustizia a una persona che aveva perso la vita per difendere il suo Paese. Mio padre era sicuramente un fascista, questo ci vuol poco a dirlo - ha raccontato alla Gazzetta di Parma -. Ma fascista non significa delinquente. Ha fatto il suo dovere. Mio padre, che si trovava in servizio al confine in Friuli, ha deciso di andare avanti, con altri 400 bersaglieri, e di continuare a combattere contro Tito, per la Patria».
«Tu preparati a servire l’Italia quando sarai grande»
Il figlio del capitano Mori a Corriere.it aggiunge che il padre «mi scriveva spesso dal fronte». Parole come queste, «conservate da quando avevo 9 anni»: «Renato come vedi io faccio il bravo soldato e servo la Patria con le armi ben salde nel pugno e tu devi fare il bravo ragazzo amando l’Italia. Tu preparati a servirla quando sarai grande». E ancora, alla moglie Rosi: «Se Dio ha segnato sul quadrante della mia vita l’ora suprema vuol dire che, in pace o in guerra, io me ne debba andare e lasciarti il peso dei miei figli. Ma se quest’ora dovesse essere prossima, ti ho già detto tante volte che preferirei morire con l’arma in pugno, di fronte al nemico, per la salvezza della mia Patria, che tu sai quanto io ami».
L’agguato ai due bersaglieri. Cadaveri fatti a pezzi
Come sia stato ucciso il bersagliere è il punto dirimente di tutta la polemica in qualche modo indirizzata da ciò che prevede la legge dedicata al Ricordo. Renato Mori, forte di alcuni studi storici, parla di agguato. «C’erano spie tra i bersaglieri. Riferivano ai partigiani, anche ai titini. Che vennero a sapere del passaggio di mio padre in sidecar lungo una strada della val Beccia. Doveva portare dei documenti al comando. Ma sia lui che il suo motociclista - il bersagliere Costantino Di Marino che ha ugualmente ricevuto il riconoscimento alla memoria assieme ad altri repubblichini del reparto comandato da Mori, ndr - caddero nell’imboscata. E i loro cadaveri furono fatti a pezzi». «Mio padre combattè esclusivamente contro i titini - è ancora il ricordo del figlio del bersagliere - e si oppose ferocemente, assieme ai suoi soldati, alle rappresaglie sui civili chieste dalla Wehrmacht. L’obiettivo militare dei bersaglieri era uno solo: la difesa dei confini italiani dall’avanzata delle forze di Tito».
La legge sul Giorno del Ricordo: così vengono date le medaglie
Quanto alla medaglia, Mori chiarisce che è la stessa legge istitutiva del Giorno del Ricordo a chiarire come venga concessa. «I fatti devono essere accaduti nelle zone del confine orientale tra l’8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947. E il caduto da commemorare deve essere morto per cause riconducibili agli infoibamenti». Testuale: «"torture, annegamenti, fucilazione, massacri, attentati in qualsiasi modo perpetrati": il caso di mio padre». Solo quattro anni fa Renato Mori ha saputo che le spoglie dell'ufficiale erano seppellite da circa 25 anni al «Sacrario Militare di Bari». «Me lo comunicò l’Esercito dopo che nel 2002 il comune di Traversetolo (nel Parmense, dove il bersagliere era nato) gli revocò la dedica di una strada, dopo che l’allora sindaco scoprì che era un combattente Rsi: ne nacque una polemica grazie alla quale si attivò l’ufficio militare di Studi Storici. Io sino ad allora ero convinto che di mio padre non restasse più nulla, se non il ricordo conservato dalla nostra famiglia».

@alefulloni
17 marzo 2015 | 00:16

Romeo e Giulietta di Kabul sfidano l’odio e tornano a casa

La Stampa
francesca paci

Lui sciita, lei sunnita, dopo un anno in fuga, ora vivono assieme nel loro villaggio. Ma dalla Bosnia al Medio Oriente la rivalità tra clan ed etnie continua a dividere

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C’è qualcosa che l’odio settario non può distruggere neppure in una regione come Bamian, mutilata dall’ottusità dei taleban che nel 2001 la privarono (e ci privarono) dei due giganteschi Buddha patrimonio Unesco. Qui, nel cuore esangue dell’Afghanistan, Zakia e Mohammed Ali difendono il loro amore «bastardo» dalle rispettive famiglie che, novelli Montecchi e Capuleti, hanno lacerato il piccolo e misero villaggio a 250 km da Kabul. 

Lui, 22 anni, è sciita di etnia hazara, lei, 19 anni è sunnita di origine tajika: un’unione tabù secondo quell’impietosa legge del sangue che la vita reale smentisce di continuo. Zakia e Mohammed, ha raccontato il «New York Times», si sono visti attraverso i mille veli della società tribale, si sono innamorati e un anno fa, braccati da fratelli molto agguerriti, sono scappati sui monti. Oggi, dopo un vano pellegrinaggio tra gli uffici rifugiati di Tajikistan, Pakistan e India, hanno fatto ritorno a casa: Mohammed lavora la terra tenendo una mano sulla pistola, Zakia non mette il naso fuori, il cibo è poco e l’ostilità tanta, ma la gracile Ruqia nata durante la «fuitina» cresce portando almeno in dote la certezza che sarà lei a scegliersi il marito. 

Tutti Romeo e Giulietta
Quando mesi fa l’attore siriano Nawar Bulbul decise d’iniziare al teatro i suoi piccoli connazionali del campo profughi giordano di Zaatari per curare i traumi del conflitto, la scelta cadde subito su «Romeo e Giulietta». La tragedia di Shakespeare infatti, non si presta solo a rappresentare bene la sanguinaria guerra civile in cui è annegata la rivolta contro il dittatore Assad, ma, come tutta l’opera del grande bardo, parla di noi, uomini e donne di ogni epoca, ogni religione e ogni nazionalità.

In principio fu Sarajevo
I Montecchi e i Capuleti, le due nobili famiglie veronesi nemiche al punto di rinunciare ai propri figli piuttosto che vederli insieme, incarnano un paradigma immortale. Sono loro, «mutatis mutandis», a sbarrare la strada alla bosniaca Admira Ismic e al serbo Bosko Brkic, gli innamorati simbolo della Sarajevo sotto assedio uccisi da un cecchino sul ponte di Vrbana e rimasti lì 8 giorni, cadaveri irrecuperabili sotto i tiri incrociati dei miliziani irriducibili al cessate il fuoco. 

Era il 1993, si udiva ancora l’eco della presunta fine della Storia. Dieci anni dopo, ennesima fenice risorta dal ’900, la II guerra irachena avrebbe gettato le basi del nuovo proibito amore tra il tassista sunnita Hassan e la casalinga sciita Zahara che nel 2013, dopo aver attraversato insieme gli anni più bui a Baghdad (una bomba ha portato via una gamba a Zahra), si guardano ancora le spalle dai rispettivi parenti.

Dal 1200 veronese a oggi
In trincea o sotto terra, gli eredi dei tragici eroi di Shakespeare legano con un filo rosso i conflitti etnico-settari contemporanei. Come la musulmana Amreen e l’indù Lokesh, avvelenatisi nel 2009 dopo il no dei genitori alle nozze e l’avversità del villaggio di Phaphunda, in Uttar Pradesh. Come i giovani blogger iraniani Nahal Sahabi e Behnam Ganji, noti come Giulietta e Romeo di Evin (il famigerato carcere degli oppositori di Teheran), suicidatisi misteriosamente nel 2011 dopo presunte pressioni della polizia per testimoniare uno contro l’altra e contro altri dissidenti. O come la fiera saudita 22enne Huda al-Niran, immigrata illegalmente in Yemen nel 2013 per sposare contro il parere del padre il suo Arafat Mohammed Tahar e incarcerata con accuse che prevedono l’estrazione e, secondo Human Right Watch, la morte. Non è vero ahinoi che «amor omnia vincit» (Romeo e Giulietta vincono o no?). Ma amor è un dover essere che oggi come ieri resiste all’imperativo dell’odio. 

Mani Pulite? Un colpo di stato a favore del Pci!

Bruno Giurato


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“Ci sono tre mestieri che ti permettono di diventare un altro: il giornalista, lo psicanalista e l’attore. Il giornalista diventa l’intervistato, lo psicanalista diventa il paziente, l’attore diventa il personaggio” E lui, Paolo Guzzanti, a settant’anni ha deciso di spostarsi dal ruolo di giornalista (penna elegante e all’occorrenza feroce di Repubblica, poi de La Stampa, ora de Il Giornale) a quello di attore. Lo era sempre stato, un po’. C’è più che un sospetto che il primo motore del talento dei figli, Sabina, Corrado, Caterina, sia lui. Le sue imitazioni sono memorabili, il suo Pertini ha ingannato Renzo Arbore in una celebre diretta Rai, e una serie di personalità istituzionali, in scherzi al confine tra goliardia e sovversione carnascialesca.


Ora Paolo Guzzanti arriva a teatro davvero. Solo sul palcoscenico del Brancaccino (dal 26 al 29 marzo) a duettare con se stesso sul canovaccio dell’ autobiografia Senza più sognare il padre. Lo spettacolo si chiama La ballata del prima e del dopo. La regia è di Francesco Sala. “E’ uno spettacolo metà buffo e metà serio” racconta Guzzanti a Il Giornale, “ comincia con la mia intervista a Franco Evangelisti, ministro e uomo di Andreotti, quella di “A Fra che te serve”. Lui resta come voce di contrasto. E mi serve per fare un discorso sulla memoria. Evangelisti 13 anni prima di Tangentopoli aveva detto “qui abbiamo rubato tutti” Eppure tutta la faccenda fu insabbiata derubricandola a questione di “colore”, il romanesco, il “politico alla vaccinara” ecc ecc. Si doveva salvare il compromesso storico Andreotti-Berlinguer…” Conclude.

Succede ancora oggi? Quando leggiamo le fenomenologie sulla felpa di Salvini o sull’inglese di Renzi stiamo assistendo all’uso del “colore” a fini di distrazione?
Be’ certo, sono costruzioni di fondali scenografici. Si costruiscono personaggi. Anche se l’inglese di Renzi, bisogna dire, grida vendetta a Dio…

Sostanziale omogeneità della politica tra Prima, Seconda, Terza Repubblica?
“Seconda Repubblica”, come racconta il libro The Italian Guillotine di Stanton H. Burnett e Luca Mantovani  (mai tradotto in italiano), è stato un tentato colpo di stato che doveva concludersi con la vittoria di Occhetto. E lì fu la volta che Berlusconi è impazzito. Trovo l’espressione Seconda Repubblica ridicola, come Terza repubblica

Siamo ancora negli anni Sessanta, insomma
Mah, sì. Le persone sono sempre le stesse, quelle arrivate dopo fanno parte dei soliti potentati. Il carattere degli italiani sta tutto in Machiavelli, e anche in Pinocchio. Quale Prima e Seconda Repubblica….

Come è iniziata la sua carriera? Fu Giacomo Mancini a darle l’accesso alla professione giornalistica?
Ero socialista dai 17 anni. Nei primi anni 60 andai a lavorare senza essere pagato, al Punto della settimana. Settimanale fichissimo: ci scrivevano da Kennedy a Pietro Nenni. Poi andai a fare l’operaio tipografo, per quattro anni, all’Avanti. Poi finalmente mi assunsero. E nel ’72, con Mancini, andai a lavorare al Giornale di Calabria. Tre anni interessanti e anche devastanti. Poi conobbi Serena Rossetti, la compagna di Scalfari. Mi assunsero all’Espresso.

Ecco, Scalfari. Lei è stato un po’ il suo figlioccio…
Ammetto che gli devo tantissimo, e umanamente gli voglio ancora bene.

E’ un maestro di pensiero come si sente di essere, o è un viveur e inventore di giornali?
La seconda. Gli piace essere visto come un grande filosofo: e’ un uomo colto, che ha letto moltissimo, e ha letto bene. Come filosofo, però, non mi pare sia memorabile.

Lei è stato a contatto molto stretto anche con Cossiga. Qual è stato il motore della sua trasformazione, da politico compassato a picconatore?
Gli sembrò che i suoi amici, De Benedetti e Scalfari, da cui andava a pranzo tutte le settimane, avessero l’intenzione di farlo fuori. Che a occhio mi sembra esatto. I due furono gli autori degli articoli in cui si chiedeva che fosse sospeso dalle funzioni di Presidente della Repubblica, sostituito da una comitato di saggi, e ricoverato.

Su De Benedetti lei ha scritto un libro intervista…
Dopo il libro mi chiese se volevo rientrare a Repubblica. Ma dopo un po’ mi disse che c’erano dei problemi. Gli dissi: perché sono berlusconiano? Mi rispose “quello si supera, il guaio è che hai fatto la commissione Mitrokhin”. Mi indignai. Repubblica aveva scritto una serie incredibile di falsità su di me. Dicevano che mi fabbricavo i documenti in un ufficetto a Napoli.

Cazzullo ha scritto che la Mitrokhin metteva in imbarazzo tutti, post comunisti e neoputiniani.
Plausibile. Mi trovai con la commissione piena di comunisti, postcomunisti, paracomunisti. Ero praticamente solo. Scoprimmo un sacco di cose, che sono state tutte insabbiate. Non gliene è fregato niente a nessuno.

Il suo contrasto con Berlusconi, nel 2009, è derivato dal libro Mignottocrazia o dal legame del Cav. con Putin?
Per Putin. Invece Mignottocrazia lo dissi solo per dare un avvertimento a Berlusconi. C’era questo girovagare di sgallettate, anche a sinistra beninteso. Scrissi un libro-sberleffo. Non fu un atto di vendetta, fu un messaggio: “occhio o ti incastreranno”.

Qual è stata la maggiore difficoltà della destra berlusconiana?
Una volta dissi al Cav. “Con giornali, libri e Tv non possiamo creare un’alternativa alla sinistra”. Mi rispose: “le mie reti sono commerciali. Non puoi allontanare parte dei committenti con contenuti che li possono infastidire”.

Avere un’impresa implica il rispetto forzato del pluralismo…
Certo. Il Cav. ha ideali (liberalismo, socialismo democratico), ma da imprenditore non può fare quello che vuole.

E chiudiamo sulla sua vita personale. Nello spettacolo racconta di quando la perseguitavano per i capelli rossi…
Mi dicevano “Roscio malpelo schizza veleno”. Oppure: “A roscio passa domani che è moscio”. Mio padre mi insegnò a fare in modo che nessuno ti notasse. Mettere il cappello in testa in modo che non si vedessero i capelli. E’ anche divertente.

Viene da lì la sua capacità di calarsi in altre personalità?
Strategie mimetiche. Rifare le voci. Essere gli altri. Io sono un ventaglio di identità anche geografiche. Amo il nord, sono pazzo di Napoli, amo la Sicilia. Cerco di rifare il verso a tutti.

Salviamo la Lingua Italiana. Cancelliamo i forestierismi. Facciamo partire una crociata in difesa della nostra lingua.

Carlo Franza


images.jpg1
imagesWH607OMSimagesJ2TBT5VEimagesI9Q31222imagesimages.jpg3Dobbiamo urlare tutti che in Italia, nella nostra nazione e nei nostri confini, vogliamo parlare italiano e solo italiano. Salviamo la Lingua Italiana. Non ci aiuta neppure il Presidente del Consiglio Matteo Renzi con il suo uso di “Jobs Act”, quando avrebbe potuto dire “Riforma del Lavoro”. Mettiamo al bando i forestierismi, le parole straniere. Non ci portano nulla. E poi sono orribili. C’ è da ricordare con rincrescimento la politica linguistica del Fascismo, e al bando conseguenziale che vi fu delle parole straniere (basti ricordare le insegne dei negozi). Oggi molte parole inglesi, ma anche francesi, potrebbero essere comodamente tradotte in italiano.

Brand, sponsor, flop, killer, fan, ceo, spread, blogger, escort, meeting, new media, target, twittare, work in progress, outlet,.… e la lista potrebbe continuare. Per anni è stato consigliato che imparare l’inglese era una conquista importante e ora, ci troviamo la lingua italiana “contaminata” dall’anglosassone. La ricerca di Federlingue è chiara: l’uso di parole anglosassoni è aumentato del 773% negli ultimi otto anni. I mezzi di comunicazione, certo “responsabili” della commistione di lingue e dell’ingresso degli anglicismi nella lingua italiana, ogni giorni ci propinano termini in inglese che potrebbero comodamente essere tradotti in italiano. Ormai siamo talmente abituati ad usare termini inglesi che a volte stentiamo a tradurre in italiano.

La storia insegna che i popoli colonizzati hanno scimmiottato la lingua dei colonizzatori; nell’Impero Romano per i provinciali parlare latino era un privilegio come in Grecia dove i Romani riconoscevano la superiorità della lingua latina. Ora noi sudditi – non mi fate dire di chi- parliamo l’inglese pur avendo una Lingua -l’italiano- nettamente superiore all’inglese sia dal punto di vista sintattico, fonetico e soprattutto per la ricchezza di vocaboli; basti pensare che l’80% dei vocaboli inglesi è di origine latina.

Intanto la petizione di Annamaria Testa esperta di comunicazione, pubblicitaria e docente universitaria, su change.org raccoglie moltissimi consensi ed è condivisa in pieno anche dall’Accademia della Crusca.
Nella petizione si legge: “Una petizione per invitare il governo italiano, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese a parlare un po’ di più, per favore, in italiano. La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo. Oggi parole italiane portano con sé dappertutto la cucina, la musica, il design, la cultura e lo spirito del nostro paese. Invitano ad apprezzarlo, a conoscerlo meglio, a visitarlo. Le lingue cambiano e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (“manager” viene dall’italiano maneggiare, “discount” da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio a mortadella, da soprano a manifesto.
imagesWH607OMSLa stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso. Ha invece senso che ci sforziamo di non sprecare il patrimonio di cultura, di storia, di bellezza, di idee e di parole che, nella nostra lingua, c’è già. Ovviamente, ciascuno è libero di usare tutte le parole che meglio crede, con l’unico limite del rispetto e della decenza.

Tuttavia, e non per obbligo ma per consapevolezza, parlando italiano potremmo tutti interrogarci sulle parole che usiamo. A maggior ragione potrebbe farlo chi ha ruoli pubblici e responsabilità più grandi. Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato?

Chiediamo all’Accademia della Crusca di farsi, forte del nostro sostegno, portavoce e autorevole testimone di questa istanza presso il Governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese. E di farlo ricordando alcune ragioni per cui scegliere termini italiani che esistono e sono in uso è una scelta virtuosa.

1) Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
2) Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
3) La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese.
4) Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
5) In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio.
6) Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività.
7) Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
8) L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.”

Programma questo che aspetta la firma di tutti i veri italiani. Come giustamente sostiene l’illustre linguista prof. Tullio De Mauro, anche l’abuso dell’inglese è una delle conseguenza della dealfabetizzazione in cui versa la scuola, l’università e la società italiana. Pensate che il portale del Ministero Beni Culturali voluto per l’Expo 2015 dal Ministro Franceschini si chiama “VeryBello”. Inglese docet. E’ la controprova di quel che sono venuto dicendo.