mercoledì 25 marzo 2015

Permettete che vi dica?…

Il Giornale


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“PER ORA NON VOGLIAMO TORNARE IN SIRIA, MA BISOGNA CONTINUARE AD AIUTARE” Il 17 Gennaio titolava  così Il Giornale.

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Cara Vanessa e Cara Greta, che sia vero o meno il fatto che voi vogliate tornare in Siria a due mesi dalla vostra liberazione, mi sembra una decisione del tutto irresponsabile (e ciò sta solo a confermare la vostra giovane età) .

La vostra esperienza, per quanto nobile e altruista, non vi autorizza a tornare in un paese sommerso dalle bombe, tanto più dopo la vostra turbolenta vicenda.

A vostra difesa si può dare solo il riconoscimento della buona volontà e dell’entusiasmo, ma, purtroppo, bisogna riconoscervi una certa incoscienza nell’esservi mosse autonomamente.
Il fatto di essere volontarie di Croce Rossa non vi autorizza ad usare il suo simbolo per iniziative personali, dal momento che la CRI si muove in modo strutturato ed organizzato nel rispetto delle convenzioni internazionali.

Si può fare molto anche stando qui, cercando di collaborare con le Associazioni umanitarie che già operano in loco.

Io per prima affermo che il Popolo Siriano non vada abbandonato, (come molti hanno già fatto), ma la vostra esperienza vi deve portare ad agire diversamente, se volete veramente aiutarlo.
L’attenzione non deve ricadere su di voi, ma sul massacro siriano che persiste da 4 anni!

Vi invito allora a riflettere, perché, senza esporvi in prima persona, potreste sensibilizzare in modo costruttivo l’opinione pubblica raccontando ciò che avete visto da vicino, in modo da poter far comprendere il dramma di una guerra civile spietata e sanguinaria, mossa da interessi internazionali.

Difficile addentrarsi in un regime dittatoriale e comprendere le vere ragioni di un popolo che soffre!
Io, che sono siriana, vorrei realmente essere lì per poter essere di aiuto, ma sento tutta l’impossibilità di penetrare in un mondo che conosco veramente da vicino e che in questo momento è pieno di contraddizioni per l’ambiguità di patti ed accordi che non vengono mai rispettati.

Ogni massacro, ogni distruzione che vedo sono pugnalate al mio cuore e a quello di ogni siriano, che aspira alla libertà di vivere.

Sicuramente voi porterete questa esperienza nel cuore, ma voglio sperare che vi sia servita per comprendere meglio la sofferenza di un popolo rispettandone il dolore, ma senza sentirsene protagoniste.

Fanno sloggiare i disabili per far posto ai clandestini

Andrea Riva - Mer, 25/03/2015 - 14:04

L'incredibile vicenda di don Lupino, costretto a ospitare a tempo indeterminato degli immigrati nigeriani nei locali della parrocchia destinati ai minori disabili

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Il savonese è da tempo al centro di una grande polemica sulla gestione degli immigrati. Il parroco di Lavagnola, don Lupino, infatti, come scrive il Secolo XIX, ha preso carta e penna per scrivere al prefetto, "segnalando le problematiche davanti a cui la parrocchia si è trovata dovendo ospitare, forzatamente, due coppie di nigeriani".

Secondo quanto raccontato dal parroco, i profughi, affidati alla cooperativa "Il Faggio" sarebbero dovuti essere accolti "all’interno di una struttura per cui la cooperativa sociale paga regolarmente l’affitto, Villa Raggio".Il sindaco, però, avrebbe rifiutato l’accoglienza di nuovi immigrati profughi, "a causa della presenza massiccia sul territorio valbormidese di stranieri, inviati dalla Prefettura in occasione dei diversi sbarchi".

Così i nigeriani sono stati trasferiti nella canonica di Lavagnola, "all’interno di un’abitazione destinata ai minori disabili". Così don Lupino ha scritto al prefetto: "Ora devo confessarle che i parrocchiani di San Dalmazio sono generosi ma non fessi, e che non hanno intenzione di continuare a mantenere gratuitamente degli stranieri che per altri sono un affare. 

Sono un cittadino che, quando è stato interpellato, ha risposto prestando la propria disponibilità e rispondendo all’emergenza. Ora, sono io a chiedere, a chi di dovuto, di assumersi le proprie. In primis al signor Prefetto, che non ha risposto alla mia lettera. In secondo luogo, mi chiedo come un sindaco di Sinistra non accolga, nelle strutture presenti sul proprio territorio, profughi inviati dalla Prefettura stessa".

E ha aggiunto: "Ho ristrutturato i locali della canonica per creare una comunità diurna per disabili minorenni: tutto a norma, alla perfezione. Mi sta bene rimandare l’apertura se c’è un’emergenza, ma non può superare i due mesi. E non è giusto che sia la comunità di Lavagnola ad accollarsi le spese dei profughi che, ad altri, fruttano quattrini. Le parole che ho usato sono chiare: i miei parrocchiani sono bravi, ma non sono fessi".

I marmi del mondo migliore

La Stampa

Atene e Londra dovrebbero smetterla di litigare sui fregi e le sculture del Partenone. Tsipras dovrebbe astenersi dal chiederli. E i britannici dovrebbero restituirli di propria iniziativa. C'è bisogno di gesti importanti, di questi tempi.

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Bisognerebbe accettare che il passato è passato - senza scordarlo, naturalmente - e provare a impararne le lezioni e comportarsi di conseguenza. Per questo appare un buon segnale il fatto che nella riunione berlinese fra Merkel e Tsipras di lunedì si sia - così dicono - messo da parte il contenzioso sollevato da Atene sui debiti di guerra tedeschi.

Berlino ha delle colpe, come ne hanno i greci, del fatto che la crisi ellenica si sia protratta troppo a lungo e non sia ancora risolta. Ma riesumare vecchie dispute fra partner che vogliono fare della strada insieme non aiuta a trovare la soluzione e gli equilibri migliori. 

In compenso continua il braccio di ferro sui Marmi del Partenone. Si legge che un misterioso miliardario - se è greco probabilmente non paga tutte le tasse - ha deciso di coprire la parcella dell’avvocatessa libanese Amal Alamuddin Clooney, la moglie di George, che aiuta lo stato greco nella causa contro il British Museum. Il governo Tsipras aveva trovato il suo onorario troppo salato. Ora, dunque, si può procedere. 

Riassume Wikipedia che i marmi del Partenone sono una raccolta di sculture greche di età classica in marmo (per lo più opera di Fidia e dei suoi assistenti), iscrizioni ed elementi architettonici che in origine facevano parte del Partenone e di altri edifici collocati sull'Acropoli di Atene. Nel 1811 Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, ottenne dai turchi che governavano la Grecia il permesso molto controverso di «non rimuovere le statue, ma solo quello che avesse scoperto in uno scavo specifico». 

Elgin traslocò circa la metà delle sculture superstiti del Partenone insieme con altri elementi architettonici e scultorei dei Propilei e dell'Eretteo. Con furbizia, se non con l’inganno. I britannici hanno sempre fatto così nella storia dell’archeologia, ma questa è un’altra storia.  Fatto sta che a seguito di un dibattito pubblico in Parlamento e al conseguente scagionamento di Elgin, i marmi vennero acquistati dal governo britannico nel 1816 e trasportati al British Museum, dove ora si trovano disposti nella galleria Duveen, costruita appositamente per essi. "Acquistati", va sottolineato. E, con tutto quello che è successo dopo, probabilmente anche salvati. 

In modi diversi, la Grecia chiede la restituzioni dei marmi da anni e l’Unesco s'è offerto come mediatore nel 2014. Bisognerebbe farla finita. Come? Per una volta, Grecia e Regno Unito, soci nel club dell’Ue costruito su valori e aspirazioni comuni, dovrebbero comportarsi come se vivessero nel migliore dei mondi possibili. 

Atene dovrebbe smettere all’istante di invocare la restituzione delle magnifiche statue. E Londra dovrebbe decidere di sua spontanea volontà di renderle ai greci. Il British Museum ne ha meno bisogno di quanto il nostro continente a rischio necessiti di un bel gesto di concordia. 

Manifesti funebri e una cerimonia per il cane impiccato in Campania

Il Mattini

Una fine orribile, un ricordo indelebile.



Sarà cremato domenica 29 marzo alle 10.30 nel cimitero degli animali di Baiano, in provincia di Avellino, il cane "Fiume".

L'animale fu trovato impiccato qualche giorno fa a Montemiletto, in Irpinia. La cerimonia ci sarà al Riposo di Snoopy, il cimitero per animali che ha organizzato l'iniziativa. Sarà presente il Sindaco di Baiano.

mercoledì 25 marzo 2015 - 08:59   Ultimo agg.: 14:32

Che orrore il gender: confonde i diritti di tutti, anche dei gay

Marcello Foa

BVLGARI At amfAR's 21st Cinema Against AIDS Gala Presented By WORLDVIEW, BOLD FILMS, And BVLGARIProvate a chiedere a un bambino se vuol giocare alle bambole. Nove volte su dieci risponderà di no e si ritrarrà scandalizzato. Provate a domandargli se ha una fidanzatina : spesso rispondono con un espressione di disgusto : « Io non ho una fidanzatina, a me le bambine non piacciono », urlerà. E provate a chiedere a una bambina se ama giocare al calcio, se desidera fare giochi di guerra, se vuole azzuffarsi. Vi guarderà con un’aria sconsolata. E se le domandate se preferisce trascorrere le vacanze estive con una femmina o con il figlio della vostra amica, nove volte su dieci non avrà dubbi : meglio, molto meglio l’amica.

E’ così da sempre, eppure domani potrebbe non essere più così. Già, perché nel mondo occidentale si diffonde sempre di più la cosiddetta ideologia gender (in italiano identità di genere) che in nome di una causa apparentemente sacrosanta, quella della lotta alla discriminazione sessuale, impone norme di comportamento ed educative estreme. Come narrato nei giorni scorsi dai giornali, in alcune scuole italiane, ad esempio, i bambini vengono costretti a travestirsi da femmine e a giocare alla mamma, mentre alle bambine vengono imposti giochi di ruolo decisamente maschili.

Nel frattempo si impongono modelli che tendono a sradicare identità centrali insite nella natura umana. In certi Comuni italiani ed europei – ma fortunatamente non dappertutto, ad esempio non ancora in Svizzera –  quando si iscrive il proprio figlio a scuola o all’anagrafe le autorità non richiedono più di indicare padre e madre, bensì genitore 1 e genitore 2. E alcuni Paesi stanno anche abolendo la voce « sesso » sui documenti da sostituire con quella « genere » ; il tutto in difesa dei diritti degli omosessuali.

E qui dobbiamo intenderci : chi scrive sostiene da sempre l’emancipazione degli omosessuali, non solo in teoria ma – ed è l’aspetto più importante – nella quotidianità. In famiglia abbiamo amici gay e lesbiche e mai sul lavoro ho giudicato una persona considerando le sue tendenze sessuali, rimandando al mittente qualunque pettegolezzo. Non mi importa se un collaboratore è omosessuale per la semplice ragione che non sono affari miei.

Ritengo che un vero Stato liberale debba permettere a ogni cittadino di vivere in libertà e nella tutela della privacy la propria sessualità e sono lieto nel poter dire: ormai ci siamo. Gli omosessuali non devono più nascondersi e men che meno vergognarsi. Una vittoria civile. Il problema, però, è che una battaglia giustissima e nei suoi tratti salienti conclusa, si sta trasformando in qualcosa di ben diverso; assume dimensioni inaspettate e per molti versi ingiustificate, al punto che talvolta si ha l’impressione che a essere diversi siano gli eterosessuali e che avere una famiglia normale sia quasi scandaloso.

Mi riferisco, lo avete capito, alle rivendicazioni più oltranziste e all’isteria quasi intimidatoria che accompagna certe pretese e che recentemente ha indotto gli stilisti Dolce e Gabbana a protestare pubblicamente. Il loro « Basta ! » è risuonato alto, ma pur essendo omosessuali sono stati messi alla gogna mediatica in nome del politicamente corretto.

Il problema nel problema – e veniamo al punto – è che l’estremismo progay viene usato come ariete mediatico e legislativo per propagare e imporre l’ideologia gender. Ideata dallo psichiatra americano John Money, sostiene che le differenze sessuali tra maschio e femmine non sono naturali, biologiche, come peraltro avviene in tutto il mondo animale, bensì culturali : dunque gli uomini sarebbero tali solo perché educati da maschi e le donne sarebbero donne solo perché educate da femmine.

E che attraverso gli opportuni condizionamenti sociali, a cominciare dall’educazione nelle scuole, accompagnato da un vero e proprio bombardamento mediatico, si possa convincere chiunque a decidere a quale sesso appartenere o a vivere l’ambiguità sessuale come un fatto naturale. E’ il ribaltamento del mondo: una battaglia a tutela della minoranza gay viene usata per tentare di sradicare l’identità sessuale naturale della stragrande maggioranza delle persone e convincere le nuove generazioni che ognuno può scegliere se diventare omosessuale o bisessuale o transessale. Diciamola tutta : è un’aberrazione, che però si afferma sempre di più, agendo su più livelli.

Il potere di emulazione del mondo dello spettacolo e del cinema è noto. Pensate all’ambiguità sessuale di Lady Gaga (che omosessuale non è ma si presenta come icona trans) o della barbuta Conchita, ai messaggi reiterati dei film di Hollywood o dei serial tv dove addirittura la Disney propone alcuni classici in versione gay. Osservate il mondo della moda: si scelgono sempre di più modelle androgine e modelli effeminati, al punto che talvolta non si capisce più se a sfilare è un uomo o una donna. Non è un caso che a Londra sia stato aperto pochi giorni fa il primo negozio gender.

Ma ancor più inquietante è il fatto è che i casi italiani non sono affatto isolati. Nelle scuole francesi è diventato obbligatorio un corso di insegnamento per promuovere la libertà dei sessi e per combattere l’omofobia che si propone di « sostituire categorie mentali come quella di ‘sesso’ con il concetto di ‘genere’ che mostra come la differenze tra uomo e donna non siano basate sulla natura ma siano prodotte storicamente e replicate dalle condizioni sociali ». Corsi analoghi vengono insegnati nelle scuole inglesi.

E’ una battaglia subdola perché, schermandosi dietro alle rivendicazioni gay, inibisce un dibattito normale. Si impedisce alla gente di capire cos’è l’ideologia gender, di interrogarsi e in un’ultima analisi di decidere. Come dovrebbe accadere in democrazia.

Cinque secoli dopo l'Inghilterra omaggia il suo re più cattivo

Eleonora Barbieri - Mer, 25/03/2015 - 08:58

Riccardo III sarà seppellito domani a Leicester. Per lui migliaia in processione, cavalli neri, cannoni e un messaggio di Elisabetta

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Solo gli inglesi possono ritrovare uno scheletro in un parcheggio, condurre analisi per mesi sul Dna fino a coinvolgere diciassette generazioni di presunti discendenti, proclamare al mondo che si tratta di Riccardo III e, un annetto dopo, riseppellire con tutti gli onori del caso il vecchio re, l'ultimo dei Plantageneti, cinquecentotrenta anni dopo la sua morte.

E fare di tutto ciò non una immensa farsa bensì un evento per il quale Leicester ha attirato migliaia di persone da tutto il mondo (Australia e America comprese): soltanto domenica erano in trentacinquemila ad assistere alla processione della bara trainata da cavalli e scortata da cavalieri in armatura che ha sfilato dal luogo in cui fu ucciso, durante la battaglia di Bosworth del 1485 contro il futuro Enrico VII, il primo re della dinastia Tudor, fino alla cattedrale di Leicester, dove il feretro è esposto agli omaggi dei sudditi fino a domani, quando ci sarà il «funerale».

Più che altro una sepoltura dei suoi resti, del suo scheletro con quella «s», quella curva inconfondibile che era la sua leggendaria gobba, per i suoi detrattori da Tommaso Moro in poi una deformità fisica che era segno di quella morale e spirituale, simbolo della malvagità del più crudele dei re, l'uomo che Shakespeare ha reso sinonimo di ambizione mostruosa e azioni terribili (una su tutte, la mai provata uccisione dei giovani nipoti, i «principi nella Torre»), il villain menzognero e mistificante, il condottiero spietato, il machiavellico scalatore di troni (anche se il Principe è posteriore) a qualunque prezzo, a qualunque costo, anche del proprio stesso Regno però, quello che avrebbe ceduto per un cavallo durante la carneficina di Bosworth, quando il suo acerrimo rivale Tudor riuscì a sconfiggerlo e a fare scempio del suo corpo già martoriato dalla natura, infierendo con dieci colpi, otto dei quali alla testa (tutto rivelato dagli scienziati assoldati dalla Richard III Society).

Riccardo III ha vissuto solo 33 anni, ultimo sovrano inglese a morire sul campo di battaglia (si batteva come un leone, sempre in prima linea) e il suo è stato uno dei regni più brevi d'Oltremanica, solo ventisei mesi, eppure il suo mito tormenta il mondo da cinque secoli, e ora che è tornato, ed è stato riabilitato, dimostra che la sua cattiveria, la sua perfidia shakesperiana, anche se falsa, anche se forse era solo «propaganda di epoca Tudor», è stata la sua fortuna, e l'ha reso immortale.

Dopo i colpi di cannone di domenica, domani avrà un funerale «quasi» di Stato, con un messaggio della Regina e la diretta tv, anche se Philippa Langley, la donna che ha guidato le ricerche sul Dna, ne aveva chiesto uno «come Margaret Thatcher, che in fondo era solo un primo ministro». Il sindaco di Leicester ha detto: «Questa volta seppelliamolo con dignità e onore» (forse anche per giustificare la spesa: 2,5 milioni di sterline), visto che l'ultima era stato accolto di traverso a un cavallo, con la testa penzoloni.

E la città si è riempita di rose bianche, il simbolo della casata di York, posate sulla lapide, mostrate dalla folla in coda per ore e ore, apparse su migliaia di souvenir e ricordini perché il fascino old England è anche business, si calcola che l'effetto Riccardo III possa valere circa 45 milioni di sterline, e poi la sua bara in legno di quercia di una pianta del Duchy of Cornwall (le terre del principe Carlo) è stata costruita da Michael Ibsen, canadese che di solito crea librerie o mobili su misura, ma il destino vuole sia uno dei due discendenti viventi di Riccardo III, e abbia prestato il suo Dna per svelare chi fosse quello scheletro nascosto in un parcheggio. Perché solo gli inglesi sanno farlo così.

di Eleonora Barbieri

Comunicazione di servizio


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Alberto Bagnai


Scusate, mi rendo conto che questo a qualcuno potrà sembrare un uso un po’ irrituale del blog, ma, come dire, essendomi consegnato in giovane età alla missione di educatore, mi tocca bere l’amaro calice fino in fondo, e spiegare (o meglio: mettere agli atti) alcune cose. Dico “mettere agli atti” perché a quanto sto per dirvi temo si applichi quella che ho battezzato “prima legge della termodidattica”:

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CI SONO COSE CHE SE POTESSERO ESSERE CAPITE NON ANDREBBERO SPIEGATE

Qualcuno (una minoranza rumorosa) continua a non capire cos’è un blog.
Incredibile dictu!

Mi scuso quindi con la maggioranza silenziosa se perdo un attimo di tempo a dire l’ovvio.
Un blog è un posto dove una persona si esprime.

Punto.
Non vuole convincere nessuno (almeno, non io), non vuole necessariamente essere letto, non vuole far proselitismo, non vuole battibecchi. Se chi scrive dice cose interessanti, sarà letto da molti, susciterà dibattito, reazioni, ecc. Se invece è mediocre, non se lo filerà nessuno, e nel caso avesse voluto essere letto, si rammaricherà.

È il mercato, bellezza!
Questo è un blog, è il mio blog, è il posto dove mi esprimo io, io me, ego, Ich, moi. Sì, certo, è egotismo. D’altra parte, è un blog: non è un libretto di istruzioni, non è un call center, non è il bugiardino di un farmaco, non è una perizia giurata, non è un manuale universitario, non è un decreto legge: un po’ di personalità ce la si può mettere. Dopo di che, siccome forse sarò un mòna, ma (purtroppo) non una monade, va da sé che anche questo blog, come tanti altri, è aperto alla possibilità di lasciare una riflessione o un commento.

Commenti che però non possono essere tutti “Americano facce Tarzan” o “professorechennepenza”! Amici, scusate, io voglio bene a tutti (a me un po’ di più): posso sommessamente farvi notare che da più di tre anni ogni giorno dico quello che penso? Ce l’avrete Google a tiro, se mi state leggendo, no?
“Bagnai dimmi questo, Bagnai dimmi quello, Bagnai qui, Bagnai lì…”

La risposta spontanea non la riferisco, ma credo ve la immaginiate. Se qualcuno venisse da voi, nel vostro negozio, o nel vostro ufficio, o sul vostro camion, o dov’è, a dirvi: “Fai così, no, fai così, e poi devi fare così, perché te lo chiedo io”, voi come reagireste?

Forse sfugge un dettaglio: le idee per voi saranno un passatempo. Per me sono anche un lavoro. E esattamente come se fra voi c’è un dentista non accetterebbe (per fortuna) da me che gli dicessi come fare una cura canalare, alla stessa stessissima identica stregua io non accetto (per fortuna) di essere guidato in discussioni sterili e sepolte dalla storia.

Vi piacciono i pezzettoni di metallo giallo? Mangiateveli! Odiate lo Stato? Andatevene in Somalia! Pensate che tutti i vostri connazionali siano dei cialtroni corrotti e neghittosi? Andate a dirglielo in faccia!

Insomma: fate come vi pare, basta che lo facciate fare pure a me.
Io dico quello che mi pare, quando mi pare e se ho tempo. Alcune riflessioni sono interessanti, altre meno, alcuni sinceramente inutili (comprese le mie!), e se io rispondo con tre righe a uno che ha scritto una cartella di “lievi imprecisioni”, e quello rincara con tre cartelle, bè, amici, sapete che c’è? Il discorso finisce lì.

Eh già!
Perché forse c’è una cosa che non sapete (ma non credo sia un segreto). Siccome io, come tanti altri blogger di questo giornale, ho una certa visibilità (nel mio caso del tutto immeritata), questo blog è una vetrina, e, come dire, non si può lasciare che chiunque passi vi deponga in bella vista il dolce peso della sua anima (o del suo corpo) in assenza di qualsiasi controllo. E se passa un matto che comincia a vomitare ingiurie? Succede, succede: anche qui, oggi…

Quindi il blog va moderato, cioè tutti i commenti devono essere approvati da qualcuno.
Sul Fatto Quotidiano questo lavoro lo fa una redazione particolarmente amica dei troll (così sostengono quelle malelingue dei miei lettori, che si lamentano sempre: io sono in ottimi rapporti). Ne sono lieto e soddisfatto: più scemenze si dicono in coda a un mio articolo, e più la panna monta. No problem. Anzi, no, scusate, un problem c’è, ed è questo. Quando ho chiesto ad Andrea Pontini di esprimermi su questo Giornale, nella certezza poi pienamente soddisfatta di trovare un pubblico interessante e stimolante (nota: qui interagisco, sul Fatto no, il livello è veramente troppo basso), non sapevo che la moderazione l’avrei dovuta fare io. Va benissimo, sono solo una trentina di email al giorno in più, e che ci vuole?

D’altra parte, un blog è anche un modo per avere firme di richiamo senza pagarle, no?
Ah, non lo sapevate?
Bè, ora lo sapete!

Per cui, quando arriva un commento tipo questo:

Un nuovo commento all'articolo "La rivincita del comunismo" è in
attesa della tua approvazione
http://blog.ilgiornale.it/bagnai/2015/03/21/la-rivincita-del-comunismo/

Autore: LordBB 
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Commento:
...Bagnai poi mi spiegherá perché vado in moderazione...
senza nessun problema posso anche nn scrivere se non
gradisce i miei interventi)
Approvalo: 
Cestinare: 
Marca come spam: 
Attualmente sono presenti 3 commenti in attesa di approvazione.
Visitare il pannello di moderazione:

…ecco, quando arriva un commento da fidanzatina delle medie gelosa come questo, a me verrebbe spontaneo fare una precisazione che non faccio perché l’ho già fatta sul mio blog, e chi vuole può andare a vederla lì.

I motivi per i quali potrei non avere tempo di sbloccare immediatamente i vostri commenti possono essere i più svariati (oggi sto preparando il mio discorso per questa conferenza, poi ne darò qualche anticipazione sul mio altro blog), ma hanno tutti una cosa in comune: non sono fatti vostri, e io non sono la vostra segretaria.

Considero “Bagnai fai questo…” o “Bagnai perché non mi sblocchi…” due profonde mancanze di rispetto, e come tali le tratterò: con la più profonda indifferenza. C’è un bel “Cestinare” che aspetta! Io desidero avere un rapporto con voi, sono qui apposta, e rispondervi nella misura del possibile (il che non significa intavolare discussioni chilometriche), ma non accetto questi toni ultimativi. Se altri miei colleghi blogger li accettano, fatti loro: è un problema di sensibilità individuali.

Caro LordBB, mi eri molto simpatico, ma hai fatto un errore e la nostra strada comune finisce qui. Quando farò un errore io, vedrai che non me lo perdoneranno, anche perché io, rispetto a te, ho una differenza non trascurabile: ci metto la faccia, e lo faccio per dire cose che nella mia professione non sono esattamente accettate da tutti (cosa della quale mi infischio, ma che non è così usuale).

Quindi, carissimi, visto che ora mi accingo a passare qualche giorno in Romania (dove fra l’altro dovrò organizzare quest’altra conferenza con i miei tanti amici di tutta Europa – e oltre), voglio sperare che non vi offendiate se la vostra segretaria non sarà sollecita come al solito nel prendersi cura delle vostre missive.

Niente è per sempre. Se vi sta bene, è così. Altrimenti, vuol dire che non siete poi così tanto liberali, e i liberali me li andrò a cercare da un’altra parte.

O meglio, andrò a cercarci la libertà, della quale non so fare a meno.

Dei liberali, in fondo, sì!