martedì 31 marzo 2015

Cosa serve un laser in uno smartphone?

La Stampa
valerio mariani

OnePlus Two previsto per la seconda metà del 2015 e il prossimo Oppo lo integreranno ma per scopi diversi.
 
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La nuova generazione di smartphone, attesa alla prova del mercato già da quest'anno, punterà a funzionalità molto originali, e non potrebbe essere altrimenti se si vuole sperare in un posto tra i grandi. Tra i protagonisti della nuova ondata i modelli OnePlus e quelli Oppo, che, ormai è risaputo, sono attorcigliati da complessi legami di parentela ( qui si spiega come). 

La notizia che rimbalza tra Reddit, social network e incomprensibili blog cinesi è che OnePlus Twodovrebbe essere pronto per il terzo trimestre del 2015, ovvero in qualche data compresa tra giugno e settembre. 
OnePlus Two si propone di fare almeno quanto il suo predecessore – un milione di pezzi distribuiti nonostante il sistema a inviti – evitando proprio il vincolo di esclusività e, di conseguenza, aprendo un canale di vendita. Non possiamo sapere in che modo sarà commercializzato OnePlus Two ma è probabile che l'azienda privilegi l'online, un po' come Xiaomi e la stessa Google, con buona pace degli operatori.

D'altronde, per l'azienda che produce OnePlus urge fare cassa e il sistema a inviti non è certo l'ideale. Altre costanti della strategia, con molta probabilità, saranno il prezzo concorrenziale – anche se più alto dei (circa) 300 euro dell'One - e il design.

OnePlus Two, infatti, sarà molto simile al modello precedente – che provammo qui- o, se si vuole, a Oppo Find 7, e sarà basato sulla versione alternativa di Android, la CyanogenMod – di cui raccontammo a suo tempo. Il processore sarà un Qualcomm Snapdragon 810 mentre lo schermo non dovrebbe, come si è letto precedentemente, essere più piccolo di quello del OnePlus One. 

L'unica vera nuova funzionalità dell'OnePlus Two sarà un “ sensore biometrico con sistema di focalizzazione laser”, in parole povere un sistema di riconoscimento dell'impronta basato su un lettore laser. E, sempre secondo le stesse fonti, anche Oppo potrebbe adottare un laser nel suo prossimo modello, ma in questo caso per migliorare le prestazioni della fotocamera. 
Laser, dunque, potrebbe essere uno dei mantra degli smartphone della prossima generazione, un elemento che andrebbe ad aggiungersi ai nuovi sensori previsti già da quest'anno e di cui abbiamo scritto

Ma, esattamente, cosa ci dovremmo fare con un laser dentro lo smartphone oltre a tentare di accecare un portiere che prova a parare un rigore o di entrare in casa altrui tagliando il vetro di una finestra? 
Tra tutte le caratteristiche dei raggi laser, la monocromaticità e la coerenza (fisica) che permettono misurazioni accuratissime sembrerebbero le più opportune per gli smartphone, in particolare se sfruttate per migliorare l'autofocus della fotocamera integrata. 

Su Kickstarter, per esempio, la neozelandese Ike ha ragranellato più di 200mila dollari per sviluppare Spike (Smart Phone ike) un piccolo device laser che, in abbinata con uno smartphone permette misurazioni precise e veloci di distanza, direzione e dimensioni di un oggetto fino a 200 metri semplicemente scattando una foto. 

Ovviamente, se il laser si integra direttamente nello smartphone e si usa la app Ike, si evita l'utilizzo del dispositivo separato ma si ottiene lo stesso risultato. Oltre agli utilizzi professionali, dall'ambito militare all'ingegneria, è facile immaginare anche un uso ludico, per esempio nel golf perché no, nel quale la fotocamera di uno smartphone diventa uno strumento molto più utile e divertente. L'accuratezza nella misurazione, poi, avrebbe un riscontro anche nel riconoscimento dell'impronta digitale e risulterebbe molto più affidabile degli attuali sistemi biometrici.

L'introduzione del laser in uno smartphone, dunque, conferma che i produttori si indirizzano verso un paio di evoluzioni. In primo luogo la sicurezza, poi l'utilizzo professionale – è ora di smetterla di pensare a uno smartphone come un oggetto ludico – e, strizzando l'occhio alla realtà virtuale, un'evoluzione delle app, ideate per usare strumenti pro (anche) per divertirsi.

Il carteggio falsificato

Corriere della sera
di Paolo Mieli

Tra Mussolini e Churchill non vi fu mai un preteso scambio di lettere segrete

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La prima insinuazione fu lasciata cadere in un trafiletto pubblicato il 7 ottobre 1945 dal quotidiano romano «Il Tempo»: «Si apprende che durante la sua permanenza a Como, Churchill sarebbe venuto in possesso delle lettere da lui scritte a Mussolini». Nasce di qui uno dei casi più clamorosi di storiografia complottista d’Italia. Winston Churchill, secondo l’autore di questa insinuazione, in quello e successivi viaggi sarebbe stato intenzionato a recuperare lettere che avrebbero potuto dimostrare una sua complicità con Mussolini mai venuta meno, neanche ai tempi della feroce guerra mondiale che avrebbe visto i capi del governo inglese e italiano battersi su fronti opposti.


Churchill lasciò correre e quella «notizia» divenne nel tempo un clamoroso caso giornalistico e non solo. All’amo dei falsari abboccarono addirittura i due più importanti editori italiani del Novecento: Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli. Mondadori il 19 ottobre del 1953 si precipitò a Milano da Sankt Moritz e versò un milione e mezzo di lire (cifra per l’epoca sbalorditiva) pur di assicurarsi «una parte» della «corrispondenza segreta» tra Winston Churchill e Benito Mussolini. Stessa cosa farà Rizzoli, il quale, a fine aprile 1954, darà alle stampe su «Oggi» una prima serie di lettere (false), facendo impennare le vendite del settimanale.

Tutto ciò nonostante fosse evidente che le missive di Churchill erano del tutto poco plausibili, per di più scritte in un inglese maccheronico. Lo rilevò Arrigo Levi in quegli stessi giorni: «Le formule di commiato, “Your sincerely devoted” e “Believe me sincerely yours” sono tipici casi di traduzione letterale di una formula italiana in un pessimo inglese» scrisse sulla «Settimana Incom Illustrata» il 22 maggio 1954. Stessa impressione da parte dell’ambasciata del Regno Unito a Roma: «L’inglese attribuito a Sir Winston Churchill è così scorretto da rivelare come ovvio che i “documenti” sono assolutamente delle grossolane contraffazioni».

Ma, a dispetto di tale evidenza, la leggenda di questo scambio epistolare tra due dei principali antagonisti della Seconda guerra mondiale ha messo radici e ancora oggi viene presa per buona. Come dal libro di Ubaldo Giuliani-Balestrino Il carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi (Edizioni Settimo Sigillo), da Uccidete il «Grande Diavolo» di Filippo Giannini (Greco & Greco), da Dear Benito, caro Winston (Mondadori) di Arrigo Petacco. Perfino il più grande studioso italiano del fascismo, Renzo De Felice, non se l’è sentita di scartare l’ipotesi che quelle lettere siano realmente esistite.

E invece si è trattato di un falso, un clamoroso falso che non ha neanche un aggancio con ciò che è realmente avvenuto. Neanche uno. Come dimostra in termini inconfutabili Mimmo Franzinelli in L’arma segreta del Duce. La vera storia del Carteggio Churchill-Mussolini («Carteggio» è scritto con la maiuscola proprio per distinguerlo dal vero, scarno scambio di lettere ufficiali che vi fu tra i due), che la Rizzoli si accinge a mandare in libreria.

Di lettere a Mussolini, Churchill ne scrisse una, il 16 maggio del 1940, sei giorni dopo essere diventato il capo del governo. «È troppo tardi» chiedeva lo statista inglese «per impedire che scorra un fiume di sangue fra i popoli britannico e italiano?». E non era certo la domanda di un uomo sull’orlo della disperazione. «Sono sicuro» proseguiva Churchill « che qualunque cosa possa accadere sul continente (la Francia stava crollando, ndr ), l’Inghilterra proseguirà fino alla fine, anche se completamente sola, come abbiamo già fatto altre volte, e io ritengo con qualche buon motivo che saremo aiutati in maniera crescente dagli Stati Uniti d’America e anzi da tutte le Americhe». Una lettera del tutto in linea con quello che era stato l’atteggiamento di Churchill nei confronti del Duce per tutto il ventennio, in particolare negli anni più recenti, quando aveva provato a dividerlo da Hitler.

Il 21 gennaio del 1927, Churchill aveva dichiarato al «Times», rivolto a Mussolini: «Fossi italiano, mi sarei certamente schierato con tutto il cuore al vostro fianco sin dall’inizio della vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo». Poi, il 18 febbraio del 1933, al rientro da una vacanza in Italia, Churchill definiva Mussolini un «genio incarnato». E negli anni che seguirono la presa del potere di Hitler, lo statista inglese tenne sempre a distinguere la sua avversione al dittatore tedesco dall’ammirazione per quello italiano. Come del resto facevano David Lloyd George, Lord Edward Wood, sir Austen Chamberlain e il commediografo George Bernard Shaw.

Almeno fino al 1937, quando - in una conversazione con Frank Owen, politico liberale e direttore dell’«Evening Standard» - definì Hitler e Mussolini «These men of microphone and crime», «uomini della propaganda e dell’assassinio». E la lettera del 16 maggio 1940 conteneva traccia di questi mutamenti d’umore. Risultano così stravaganti le tesi che emergerebbero dalle «lettere segrete», secondo cui «Churchill avrebbe proposto a Mussolini di entrare in guerra con gli angloamericani» o di «combattere a fianco dei tedeschi per poi condizionarli nelle trattative di pace». In ogni caso Mussolini il 18 maggio rispose alla «vera» missiva di Churchill con una lettera altrettanto «autentica» (e pubblica) in cui affermava che per «senso dell’onore» avrebbe schierato l’Italia al fianco della Germania nazista. «In entrambi i messaggi», fa notare Franzinelli, «non un cenno a contatti pregressi né a patti in elaborazione».

Bizzarri sono i protagonisti di questa «operazione Carteggio»: il sedicente comandante dei servizi segreti della Rsi Tommaso David («in realtà», puntualizza Franzinelli, «capo di un servizio di spionaggio repubblichino collegato all’Abwehr, lo spionaggio tedesco»), il «custode degli epistolari» Enrico De Toma (colui che riuscì a vendere le «carte» ad Angelo Rizzoli) e l’aristocratico falsario Ubaldo Camnasio de Vargas. Sul fronte dei creduloni moltissime personalità di primo piano dell’Italia repubblicana. Scettici furono invece Alcide De Gasperi, preso di mira (come Giovanbattista Montini e Benedetto Croce) da un’altra opera di falsificazione di lettere, Giulio Andreotti e il repubblichino Giorgio Pisanò, il quale, in contrasto con la sua parte politica, per primo denunciò le contraffazioni.

Tommaso David entrò in azione nell’estate del 1944, al servizio della Repubblica di Salò, fabbricando un biglietto che avrebbe dovuto coinvolgere Pietro Badoglio nell’uccisione, l’estate precedente, dell’ex segretario del Partito nazionale fascista Ettore Muti. Il governo Bonomi inserì il nome di David nel «Bollettino delle ricerche», qualificandolo come «delinquente» e descrivendone minuziosamente i connotati: «Altezza m. 1,83, corporatura grossa, capelli e occhi grigi, denti falsi». Si occupò di lui anche il controspionaggio statunitense, mettendo in evidenza che aveva preteso «prestazioni sessuali dalla ventunenne Marianna Sgabelloni» e aveva «soggiornato» nel settembre 1944 con la diciassettenne Carla Costa in un albergo di Maderno «in gita di piacere».

La «divisione» di David, peraltro, era piena di «personale femminile». Il suo vice, Renato Pericone, lasciò scritto che Tommaso David reclutava «le donne unicamente per motivi sessuali». L’Office of Strategic Services lo definì «un vecchio mandrillo». Nessuno, insomma, fino a quando tirò fuori il Carteggio, lo aveva preso sul serio. Un personaggio di secondo piano, David, dedito alla disinformazione, fino a un giorno di inizio aprile 1945, quando il Duce lo ricevette nel suo ufficio a Gargnano, sulla sponda bresciana del lago di Garda, e gli affidò due borse in pelle, una gialla e l’altra bruna, salvo poi richiamarlo a farsi restituire la valigia scura.

Di qui inizia la storia che verrà alla luce il 13 maggio 1951, allorché un giornale, «Asso di Bastoni», pubblicherà con grande evidenza in prima pagina la notizia dell’esistenza del Carteggio in mano a David. Piovono interrogazioni parlamentari da parte dei socialdemocratici Bruno Castellarin e Luigi Preti, si entusiasma l’ispettore generale degli Archivi di Stato, Emilio Re. Re affida il caso a un suo emissario di Bolzano, il quale fa appena in tempo a conoscere l’uomo e già esprime i primi dubbi: «Il David, già agente segreto della polizia dell’ex Repubblica di Salò, è un esaltato e uno squilibrato e la sua affermazione di possedere le lettere predette può essere del tutto falsa, pur non escludendo che egli ne possa essere veramente in possesso», afferma in un rapporto del 16 giugno 1951.

Chi invece prende la cosa molto sul serio è il ministro delle Finanze Ezio Vanoni, sensibilizzato da un amico di Merano, Pietro Richard. Più che scettico, come si è detto, è invece Andreotti, il quale sostiene trattarsi di «una pura e semplice falsificazione». Ma è isolato e la credibilità del falsario non è scalfita, tant’è che David può diventare un «eroe» della guerra fredda e il 29 marzo del 1957 (due anni prima di morire) sarà addirittura decorato con una medaglia d’oro quale «comandante del Corpo volontario anticomunista della Dalmazia».

Nel Carteggio, Dino Grandi sarebbe il mediatore tra Mussolini e Churchill, «intermediario infido», rileva Franzinelli, «poiché tradirebbe la patria ancora prima dell’entrata in guerra». In realtà Churchill scrisse a Grandi una sola lettera, peraltro assai cordiale, in risposta al messaggio dell’11 ottobre 1939 con il quale il conte gli comunicava la conclusione della propria missione londinese. Il resto delle lettere di Grandi e Churchill, che coinvolgerebbero Vittorio Emanuele III, sono ad ogni evidenza false. Churchill avrebbe scritto a Grandi nei panni di primo ministro un mese prima di essere nominato alla guida del governo inglese per proporre uno strano patto tra Italia e Gran Bretagna.

Se davvero «esistesse un Patto italo-britannico e Grandi e Vittorio Emanuele ne fossero a conoscenza», si domanda Franzinelli, «perché non ricorrervi mentre l’Italia va in rovina» nel 1943? Nella Rsi, inoltre, Mussolini fa di tutto per screditare Grandi: «Se disponesse del Carteggio, non esiterebbe a servirsene, invece di chiuderlo in una borsa ad ammaestramento dei posteri». Quando nel 1953 vedrà questi documenti, Grandi li definirà «assolutamente falsi e per giunta grottescamente inverosimili, il che si rileva immediatamente da chi abbia conoscenza della lingua inglese, degli usi diplomatici, dei rapporti protocollari». Ma i falsari reagiranno sostenendo che Grandi parlava in difesa di se stesso.

E a questo punto Franzinelli solleva la «questione Bastianini». Giuseppe Bastianini, sottosegretario agli Esteri nel 1936-39 e poi successore di Grandi all’ambasciata di Londra sino all’entrata in guerra dell’Italia (giugno 1940), è uno dei pochissimi «cui non sfugge l’inadeguatezza bellica nazionale» e infatti «cerca invano di convincere il Duce a protrarre la neutralità». «L’incarico londinese e l’orientamento antigermanico», fa notare Franzinelli, farebbero di Bastianini «il personaggio chiave per trattative segrete con Churchill, di cui però non vi è cenno nelle sue memorie». E, se si ritiene che questo mancato cenno possa essere motivato dall’imbarazzo, stupisce che mai il nome di Bastianini sia fatto nel Carteggio.

Secondo Franzinelli, Bastianini «è assolutamente ignorato dal Carteggio, onde evitare che smentisca eventuali apocrifi a lui attribuiti, guastando l’opera dei falsari». «Il blackout su Bastianini (come su Ciano) è eloquente, specie se raffrontato all’ipertrofica produzione sull’ex ambasciatore Grandi (preso di mira con evidente intento polemico)». Tanto più che dal 5 febbraio 1943, dopo che Mussolini ha liquidato Ciano e ha assunto personalmente la guida del ministero, Bastianini ridiventa sottosegretario agli Esteri.

Quando, nella prima metà di luglio del 1943, «in preda alla disperazione Mussolini accondiscende al desiderio di Bastianini di allacciare trattative segrete, è troppo tardi». Se «Mussolini disponesse di carte segrete, saprebbe di doverle giocare mentre è ancora in tempo». Bastianini, che da tempo avrebbe voluto riaprire quel canale con gli inglesi, sarebbe stato l’uomo giusto per questa iniziativa, se solo Mussolini lo avesse messo al corrente dell’esistenza di quelle carte. Ma così non fu.
Eppure ancora oggi, «qualsiasi panzana viene presentata come possibile dai sacerdoti del Carteggio». Tra «i creativi inventori di astrusi teoremi vi sono pure ex partigiani ultraottuagenari quali Luigi Carissimi Priori di Gonzaga (nome di battaglia «Cappuccetto rosso») che in tarda età ha divulgato storie assurde sul Carteggio, passato naturalmente anche dalle sue mani».

La «logica del complotto creata ad arte sui fatidici documenti rovescia ogni evidenza d’inesistenza in prove di autenticità». I mitici carteggi, scrive Franzinelli, sono «bugie con la velleità di diventare storia». Coloro che hanno partecipato all’impresa di inventarli erano «quasi tutte persone prive di scrupoli, imbroglioni matricolati premiati da distrazioni e lentezze della magistratura». Fossero ancora vivi «constaterebbero sbalorditi come quelle loro lontane falsificazioni si siano radicate nonostante le evidenti falle... Una costruzione dalle facciate vivaci, dietro le quali c’è il vuoto». Miracoli della storiografia complottista.

paolo.mieli@rcs.it
30 marzo 2015 | 12:24

La grande retromarcia: musica gratis addio su Internet?

La Stampa

Major e artisti sembrano d'accordo: il modello "freemium" dello streaming va cambiato, limitando le offerte di musica gratis e favorendo gli abbonamenti premium. Il nuovo servizio di Apple sarà solo a pagamento, mentre Spotify – chiamata direttamente in causa – risponde: così si rischia il ritorno alla pirateria.

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Il 2015 potrebbe essere l'ultimo anno in cui la musica in streaming verrà offerta gratis su Internet. Quantomeno quella disponibile legalmente, in quantità illimitata e finanziata dalla pubblicità su servizi come Spotify e YouTube. Diversi segnali, tutti lanciati nelle scorse settimane, sembrano andare in questa direzione: dai commenti rilasciati dai dirigenti delle tre major (Universal, Sony, Warner) alle manovre in corso attorno alle nuove piattaforme di Apple e YouTube, alle rimostranze pubbliche di artisti di prima fila nel panorama internazionale (dopo Taylor Swift, la crociata anti-Spotify è stata rilanciata da Bjork).

I colpi più rumorosi arrivano dai piani alti dell'industria. A pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, quasi come in una strategia coordinata, i capi di tutte le major hanno espresso le loro perplessità sul modello freemium (quello che permette al pubblico di scegliere tra un'offerta gratuita e un abbonamento a pagamento e di cui Spotify è l'incarnazione più popolare). In un intervento alla conferenza Code/Media 2015, a febbraio, l'amministratore delegato di Universal Music Lucian Grainge (nella foto, fonte: Re/Code) ha detto che gli

abbonamenti gratuiti con annunci pubblicitari “non sono sostenibili sul lungo termine” ; più pesante è stato l'affondo di Doug Morris, CEO di Sony Music, che ha dichiarato a Hits Daily Double che dal suo punto di vista “il gratis coincide con il declino dell'industria musicale” ; il ruolo del poliziotto buono è stato invece interpretato dal CEO di Warner Music Steve Cooper, che a dicembre ha confermato di amare lo streaming, chiedendo però ai gestori dei servizi di differenziare maggiormente l'offerta gratuita da quella a pagamento .
 
Per una battuta che si fa in pubblico, molto di più avviene dietro le quinte. Secondo il Financial Times , Universal Music starebbe concretamente facendo leva sul rinnovo delle licenze relative al suo catalogo per spingere Spotify ad accelerare le pratiche di depotenziamento del modello freemium, penalizzando gli utenti free del suo servizio. In particolare, le pressioni riguarderebbero il ripristino di limitazioni che permettono un ascolto gratuito di musica solo per alcune ore al mese (come accadeva in precedenti versioni dell'applicazione: oggi gli utenti free non hanno più limitazioni su computer, mentre devono rinunciare all'ascolto on demand su smartphone e tablet). Come hanno sottolineato diversi addetti ai lavori, forse non è un caso che il radicale cambio di direzione di Universal sia avvenuto in contemporanea con l'addio di Rob Wells, ex-responsabile del global digital business della major e sostenitore del modello freemium.

Un altro fronte caldo è quello degli artisti. Non esiste ancora una vera alleanza contro lo streaming gratuito e la maggior parte dei nuovi album vengono tuttora distribuiti sia sui servizi in abbonamento che su quelli pagati dalla pubblicità, ma le voci individuali contrarie al freemium si fanno sempre più numerose e rilevanti. Sono cambiati anche l'approccio e la filosofia della protesta: se un paio d'anni fa Thom Yorke dei Radiohead si scagliava contro il controllo sulla musica dell'alleanza Spotify/major in una battaglia dal sapore politico, oggi le lamentele degli artisti hanno un carattere più squisitamente economico e si allineano alle perplessità dei big della discografia.

L'esempio che negli ultimi mesi ha sollevato il maggior clamore è stato quello di Taylor Swift, che ha rimosso il suo intero catalogo da Spotify (compreso il recente bestseller 1989) lamentando il fatto di non poter decidere personalmente a chi fare ascoltare il suo album: se solo agli abbonati a pagamento o anche a quelli free. Tra i nuovi dischi del 2015, sono ancora assenti da Spotify pezzi grossi come Shadows in the Night di Bob Dylan e Vulnicura di Björk (in un'intervista a Fast Company l'artista islandese ha espresso la sua insofferenza verso l'intera “streaming thing”, definendola “insana”)

C'è poi un terzo settore che, a osservarlo bene, lascia immaginare un futuro in allontanamento dal freemium: ed è proprio quello della tecnologia. In questi giorni si sta parlando molto del nuovo servizio in streaming di Apple, che nascerà in estate dalle ceneri di Beats Music (la piattaforma rilevata da Cupertino lo scorso anno). Nel suo DNA c'è un legame stretto con gli artisti: da Dr. Dre, il produttore-rapper che lo ha fondato e che oggi si gode i soldi della maxi-vendita ad Apple, a Trent Reznor, il frontman dei Nine Inch Nails, ex-ribelle antimajor e oggi perfettamente inserito nei meccanismi corporate della Silicon Valley, al punto da coordinare i lavori sul lancio della piattaforma.

Pur sfidando Spotify sul terreno dello streaming, si sa già che il servizio non ne ricalcherà la strategia freemium: niente opzione gratuita e nemmeno l'annunciato abbonamento low cost a 7,99 dollari al mese (l'industria discografica avrebbe bocciato l'idea, scrive il New York Times , costringendo Apple a rispettare lo standard dei 9,99 dollari al mese). La linea dura mantenuta dalle major nei confronti di Cupertino lascia pensare che anche per Spotify si apra una fase piuttosto complicata sul terreno delle trattative per il rinnovo delle licenze. 

C'è poi da vedere cosa succederà in casa YouTube. Sebbene la moda attuale prescriva di puntare i propri cannoni contro Spotify, non pochi addetti ai lavori sottolineano come il vero simbolo della musica gratis su Internet sia la piattaforma di video controllata da Google. Con il suo miliardo di utenti mensili, in molti paesi - Italia compresa - YouTube è oggi il maggior fornitore di musica online. E nel suo caso non si può nemmeno parlare di freemium: le canzoni sono praticamente tutte gratis.

Secondo Doug Morris di Sony, YouTube è il “biggest culprit” (il responsabile principale) della diffusione del free legale e da alcuni mesi il sito sta sperimentando una nuova piattaforma di streaming musicale, a pagamento, che dovrebbe inserirsi sui binari di Spotify, Deezer, Rdio e del frutto dell'operazione Apple/Beats. Scendendo a piani più bassi ma in grande fermento, non si vede traccia di freemium nemmeno negli orizzonti di Tidal, il servizio di streaming ad alta qualità audio appena acquistato in Europa dal rapper americano Jay-Z. Anzi, l'abbonamento mensile viene proposto a un prezzo addirittura doppio rispetto alla media: 19,99 euro al mese (ed è arrivato subito l'endorsement di Taylor Swift che ha concesso tutti i suoi album tranne 1989). 

Insomma, sono numerosi gli indizi che portano a un progressivo abbandono del freemium, anche se non tutte le opinioni sono favorevoli. Tra le reazioni più critiche, come è naturale, c'è quella di Spotify. I dirigenti della società svedese ripetono che dal loro punto di vista il modello ha funzionato alla perfezione per recuperare utenti dall'oceano della pirateria e riportarli gradualmente verso gli abbonamenti a pagamento. Nel valzer dei numeri che danzano attorno all'industria musicale online, ce ne sono alcuni che sembrano dare ragione ai detrattori del freemium. Per esempio, quelli che provengono dal confronto tra la distribuzione degli utenti streaming e quella degli effettivi guadagni.

Spotify dichiara circa 60 milioni di utenti, di cui 15 milioni a pagamento. La web radio Pandora, molto popolare negli USA, ha 80 milioni di utenti di cui solo 3,5 milioni a pagamento. Eppure negli USA nel 2014 il profitto maggiore è arrivato nettamente dallo streaming a pagamento: 799 milioni di dollari, contro i 294 milioni provenienti dallo streaming gratuito. L'utente che paga la musica, insomma, rende all'industria una quantità di soldi molto più alta rispetto a quello che la ascolta gratis con pubblicità.

Ma i dati presentano anche altre chiavi di lettura: secondo Mark Mulligan, analista di MIDiA Research, Spotify è l'azienda che concretamente ha svolto il lavoro migliore nel “convertire” utenti gratuiti in abbonati a pagamento. E il passaggio attraverso l'offerta gratuita è stato quasi obbligatorio: l'80% dei suoi utenti paganti, dice Spotify, ha provato prima l'offerta free

A confondere e annebbiare il paesaggio nella sfera di cristallo ci si mettono anche gli scenari industriali e finanziari che potrebbero schiudersi nei prossimi mesi. Da anni ormai si ventila l'ipotesi di una quotazione in borsa di Spotify. Le major detengono una quota della società e potrebbero essere interessate a non penalizzare troppo la sua strategia di business, per non rischiare di perdere i ricchi guadagni che arriverebbero nel momento dell'ingresso al Nasdaq. Un'altra voce che circola periodicamente è quella di una super-acquisizione della stessa

Spotify: all'inizio della settimana scorsa il sito Digital Music News ha gettato un nuovo sasso nello stagno, scrivendo che il Wall Street Journal avrebbe pronta la storia di un acquisto dell'azienda per il valore di 14 miliardi di dollari da parte di un compratore sconosciuto. La notizia non è confermata (e al momento la pagina non è più raggiungibile), ma è chiaro come una simile eventualità rimescolerebbe tutte le carte nel mazzo, soprattutto nel caso dell'intervento diretto di un'altra big della Silicon Valley (chi potrebbe permettersi un acquisto da 14 miliardi di dollari? Facebook? Google? Amazon? Microsoft?). 

Infine, sullo sfondo c'è un altro importante aspetto che rischia di essere sottovalutato: le abitudini del pubblico. Se si è arrivati a un modello freemium in cui una buona porzione di musica viene offerta gratis è perché l'industria musicale ha dovuto stravolgere il modus operandi del Novecento e riavvicinare quelle generazioni (vecchie e nuove) che nel decennio 1999-2009 hanno scaricato in massa MP3 dalle reti peer-to-peer, abituandosi a considerare la musica come un bene da consumare e condividere gratuitamente.

Nel racconto dell'evoluzione della musica online, per un paio d'anni gli streaming di YouTube e (soprattutto) Spotify sono stati portati a esempio della possibile trasformazione del mercato “ufficiale”, conciliando le attese del pubblico, le ragioni economiche e lo stato della tecnologia. Avrebbe senso, in questo momento storico, una retromarcia improvvisa dell'industria? In caso di scomparsa del free streaming, gli utenti metterebbero davvero mano alla carta di credito o tornerebbero invece a rifornirsi nel serbatoio del file sharing? È vero che il contesto tecnologico è molto diverso rispetto a cinque anni fa e che il trionfo dei dispositivi mobili (smartphone, tablet) e dello stesso streaming ha restituito un po' di controllo ai produttori di contenuti.

Ma è anche vero che il P2P non è mai scomparso del tutto e che le reti digitali hanno dimostrato una certa malleabilità di fronte alla fantasia creativa e alla capacità di adattamento di pirati e sviluppatori di software. Come dice Charles Caldas, amministratore delegato di Merlin (agenzia americana che gestisce le licenze di decine di migliaia di etichette indipendenti), il rischio è di riportare a galla un ricordo che a molti discografici di sicuro risveglia un forte mal di stomaco: “Trattare i consumatori come bambini e dir loro che i servizi streaming che si sono abituati a usare scompariranno perché non piacciono alle major vuol dire ripetere lo stesso errore degli anni di Napster”.