sabato 4 aprile 2015

Tra coop e grande impresa, ecco chi finanzia Italianieuropei

La Stampa
jacopo iacoboni gianluca paolucci





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«D’Alema faccia i nomi di tutti i suoi donatori, cosa che non fa quasi nessuno. Così si potrebbe tramutare una cosa sgradevolissima in una grande sfida». L’altra sera, ospite di Lilli Gruber in tv, Fabrizio Barca ha offerto questo spunto interessante. E dunque come nacque, chi finanziò, quanto, e chi finanzia oggi Italianieuropei, la fondazione inaugurata nel ’99 da Massimo D’Alema e Giuliano Amato, e oggi presieduta da D’Alema?

Sulla scia delle polemiche sollevate dall’inchiesta di Ischia, ieri a Italianieuropei c’è stata una riunione importante. Alla fine la fondazione, con la portavoce Daniela Reggiani, annuncia una notizia: «Stiamo discutendo tra noi e stiamo valutando le modalità con cui rendere noti i nomi dei nostri sostenitori, naturalmente nel rispetto della normativa e della loro privacy. Ad esempio, potremmo cominciare con i soci fondatori».

Insomma, si discute di «come» render noti i nomi, non «se» renderli noti. D’Alema spinge per diffondere quella lista, che però ancora non c’è; altri sono più prudenti. Per capire quali mondi hanno finanziato quello che è stato ed è un importante strumento politico-culturale non solo dell’ex premier, ma di molta parte del centrosinistra italiano (nel comitato d’indirizzo, per dire nomi diversi, siedono Gianni Cuperlo, Anna Finocchiaro, Ignazio Marino, Franco Marini), bisogna risalire alla nascita.

Nel 1999
Furono 22 - da quanto risulta alla Stampa - le persone o le società che finanziarono il patrimonio iniziale, che oggi sarebbe pari a 517.456 euro (un miliardo di lire, allora). Il primo socio fu la Lega delle Coop, guidata da Ivano Barberini: la catena di supermercati Coop, con 103 mila euro, e poi 100 mila euro la Cooperativa estense, 50 mila l’Associazione nazionale cooperative e la Lega coop di Modena, 25 mila la Lega coop di Imola.

Subito dopo, una serie di grandi imprese del capitalismo italiano - con cifre tra i 25 mila e gli 80 mila euro - tra cui Romed di Carlo De Benedetti, Fiat, Pirelli; la svedese Ericsson; o singoli imprenditori come Guidalberto Guidi, gli Angelucci con Tosinvest, Francesco Micheli, Vittorio Merloni. Tra i finanziatori principali c’era Alfio Marchini (sopra i 25 mila euro), c’era Claudio Cavazza, fondatore della Sigma-Tau. Ma anche il discusso consulente aziendale Leonello Giuseppe Clementi.

L’amministratore e i finanziatori principali
Chi gestisce i conti è il segretario, uomo di grande fiducia di D’Alema, Andrea Peruzy, che abbiamo contattato senza ottenere informazioni. Peruzy - che siede anche nei cda di una dozzina di importanti imprese - è un manager capace di mediare tra mondi, mettere in contatto l’ex premier con l’universo-Renzi o quello Caltagirone. Uno snodo per nomine delicate, o per la gestione di importanti partite economiche. Siamo in grado di dire che ancora nel 2012 Italianieuropei era finanziata da soggetti istituzionali come Finmeccanica e Poste, con cifre oltre i 25 mila euro annui.

Che attualmente grandi inserzionisti sulla rivista sono Piaggio, Fs, British american tobacco, Finmeccanica. Che alcuni finanziatori sono stati assai discussi, soprattutto Viscardo Paganelli (ad della compagnia aerea Rotkopf) e Pio Piccini (ad di Omega): Italianieuropei li ha espunti negli ultimi due anni, dopo che finirono a processo per una storia (anche) di licenze aeree, e per i voli concessi a D’Alema (che fu assolto).

Di certo c’è che negli ultimi anni le fonti di finanziamento si sono ristrette: quando il consiglio d’amministrazione approva i conti del 2011 e il budget del 2012 - un documento ufficiale che è stato possibile reperire, una sorta di «Gronchi rosa» del mondo delle fondazioni - D’Alema e Peruzy scrivono: «La Fondazione ha subito una diminuzione dei contributi per specifiche attività». Proprio quell’anno, alcuni storici finanziatori come Telecom Italia hanno chiuso in tutto o in parte i finanziamenti. Così D’Alema illustra le attività internazionali del 2012, «che saranno svolte in collaborazione con la Feps - Foundation for European Progressive Studies», think-tank di Bruxelles che coinvolge molti nomi illustri della sinistra europea. Presieduto da D’Alema. 

La pubblicità
La fondazione avrebbe oggi un milione e duecentomila euro di fatturato, ha una dozzina di dipendenti, un sito, e s’è data sedi nobili e dall’affitto costoso (Palazzo Borghese, piazza Farnese). Molti dei soldi arrivano come pubblicità alla rivista, che ha sempre avuto una pubblicità assai superiore al valore dei suoi (circa) mille abbonamenti. Lo spiegò Peruzy: pacchetti da 30 mila euro comprati da investitori tipo Mps, Enel, Eni, Unicredit, Rai, Aeroporti di Roma, per citare i principali.

Se il bilancio della fondazione non è noto, lo sono i bilanci della Solaris, la srl che edita libri e riviste della fondazione. Il bilancio negli ultimi tre anni ha chiuso sempre in perdita (-115.941 euro nel 2011, -214.671 nel 2012, -154.150 nel 2013), ma Italianieuropei interviene sempre e ripiana. Cala la pubblicità (nel 2009 gli introiti furono 615.520 euro, nel 2013 sono 375.460), calano le vendite (32 mila euro nel 2012, 16 mila nel 2013), calano gli abbonamenti. Consentono però a chi li riceve di restare pur sempre - sia pure nel declino politico - un crocevia tra politica, imprese e affari.

E ora l’Islam deve uscire dall’ambiguità

La Stampa
stefano stefanini
Illustrazione di Irene Bedino


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A volte le notizie arrivano direttamente dal futuro. Una breve corrispondenza da Stoccolma, sulla «Stampa» di oggi, racconta che in Inghilterra sono stati concepiti artificialmente tre bambini. Il ministro della Salute pubblica britannica, Willink, ha manifestato molto imbarazzo, dichiarando di non essere mai stato informato della cosa. L’autore dell’articolo spiega che i bambini sono stati concepiti con «tubo di esperienza». Che cos’è un «tubo di esperienza»? Il corrispondente non lo dice, si limita a porre altro genere di domande, facendo eco a quelle di un’agenzia di stampa britannica: chi sono i donatori? Sono essi conosciuti o sono anonimi?

Questi bambini saranno legittimi o illegittimi? Come devono essere registrati? Se vengono dichiarati figli dei mariti delle loro madri, e non dei donatori, non è questa una dichiarazione illegale? Ma le domande più ridicole arrivano in fondo: quale sarà la loro posizione come eredi? Un bambino come questi sarà riconosciuto vero discendente del suo ceppo?è una guerra. Il nemico l’ha dichiarata e attacca su più fronti: Università di Garissa, Kenya; Museo del Bardo, Tunisi; Charlie Hebdo, Parigi; Tourou, Camerun - solo dall’inizio dell’anno. Nei territori sotto controllo fa propaganda con stragi di civili, esecuzioni in massa, decapitazioni, indicibili episodi di violenza, regolarmente filmati e messi in rete.

È terrore certo. Chiamarlo semplicemente «terrorismo internazionale» è però falsamente rassicurante perché lo assimila a minacce sperimentate e domate in passato. Questi invece non sono i singulti violenti di società in trasformazione, come la Baader Meinhof, le Brigate Rosse o le Pantere Nere americane. Non sono opera di ali estremiste di liberazione nazionale, come l’Ira o l’Irgun, le cui rivendicazioni, sia pure al caro prezzo del sangue versato, possano ricomporsi in soluzioni politiche. Hamas e Hezbollah rientrano forse in questa seconda categoria.

Non gli indiscriminati attacchi jihadisti, portatori spesso di antisemitismo, ma che poco o nulla hanno a che vedere con la causa palestinese. La galassia di filiali, Isis, Daesh, Boko Haram. Al-Shabab, e, naturalmente, la casa madre, Al Qaeda, riflettono anche realtà locali diverse. La matrice tuttavia è unica, com’è unica la volontà di colpire indiscriminatamente e inaspettatamente, com’è unica la capacità d’infiltrazione senza confini. Sotto attacco è il resto del mondo, da Bali a Casablanca. Tuttavia gli attacchi più recenti tendono ad addensarsi ai confini o alla periferia sotto controllo jihadista.

Dopo l’11 settembre la difesa passiva si è rivelata efficace, specie nel proteggere gli obiettivi più spettacolari. Nel frattempo però il nemico si è avvicinato, ha notevolmente allargato la base territoriale e ha cambiato tattica. Colpisce dove può arrivare con minimo sforzo logistico e organizzativo. E’ giunto sulle sponde mediterranee. Questo pone un problema per l’Europa e per l’Italia. E’ una guerra - asimmetrica, atipica, ma senza quartiere - o comunque una sistematica aggressione. Come difendersi?

Il nemico sfugge alle risposte militari, anche se interventi puntuali e tempestivi, come quello francese in Mali, possono avere successo. Lo stesso dicasi di operazioni limitate come quella anti-pirateria nell’Oceano Indiano; si possono immaginare blocchi navali e messa in sicurezza di punti nevralgici della sponda Sud.

Dal 2001 l’avanzata territoriale del jihadismo militante è stata impressionante. Vi sono due aspetti su cui riflettere. Il primo è l’occupazione di zone dove viene meno il controllo di un’autorità statale. Lo Stato fallito è patria ideale del terrorismo. La seconda è l’incredibile capacità di proselitismo sia dentro che fuori le aree d’insediamento. I «combattenti stranieri» ammontano solo a qualche centinaio, migliaio di elementi, ma l’insidia terrorista nei Paesi di provenienza è la più elevata.

Vanno messi in discussione anche alcuni tabù politici. Innanzitutto è necessario ristabilire il controllo di autorità statali responsabili. Può darsi che questo avvenga ad opera di regimi autoritari e illiberali. E’ una triste constatazione, ma la barbarie del «califfato» è un’alternativa molto peggiore. Potrà rendersi necessario modificare la carta geografica: nella storia in confini non sono mai stati immutabili. Inutile abbarbicarsi alla finzione di Stati unitari dilaniati da guerre civili e rivalità etniche inconciliabili.

La jihad costa. Ha bisogno di armi e mezzi. Non potrebbe prosperare senza rilevanti finanziamenti, da fonti private e non, sui quali intervenire. Molti traffici possono essere contrastati. In Italia l’industria dei rapimenti è stata stroncata quando è stato reso pressoché impossibile il pagamento dei riscatti. La stessa autodisciplina è necessaria in campo internazionale. Il nemico non è certo l’Islam. Ma usa spregiudicatamente ed efficacemente il veicolo della religione islamica.

Sta all’Islam bandire ed espellere dalla moschea chi predica e pratica il terrorismo. Troppo spesso nelle condanne del terrorismo da parte del mondo musulmano echeggia una comprensione che ricorda quella per «i compagni che sbagliano» di cui l’Italia, e questo quotidiano, portano un tragico ricordo. E’ ora che quell’Islam di pace di cui parlava su queste colonne Roberto Toscano faccia sentire la sua voce con tolleranza zero verso la violenza. Altrimenti lo scenario di scontro di civiltà diventerà un epilogo inevitabile, malgrado l’impegno degli uomini di buona volontà, alla Mecca come a Gerusalemme, a Roma come a Teheran.

La minaccia e la barbarie di Daesh e di Boko Haram sono il filo rosso che percorre quest’inizio di secolo. La comunità internazionale deve decidersi a fare finalmente fronte comune, senza i tentennamenti e tatticismi che hanno caratterizzato la condotta di non pochi Stati.
In questa guerra, oggi, non c’è più spazio per ambiguità.

Il paese nelle mani dei Tar

Corriere della sera
di Angelo Panebianco

La procura di Caltagirone e l’ordine del sequestro dell’impianto satellitare

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Non sembra una storia vera ma una barzelletta inventata da qualcuno che ce l’ha con gli italiani. Solo poche settimane dopo la sentenza del Tar di Palermo che ha dato ragione al Comune di Niscemi e ai vari comitati ambientalisti, ecco che la procura di Caltagirone ha ordinato il sequestro dell’impianto satellitare Muos della locale base americana. Il Muos (Mobile User Objective System) è il più avanzato sistema americano di comunicazioni satellitari a scopi militari. Una volta funzionante dovrebbe essere dislocato in permanenza su quattro stazioni di terra (oltre a Niscemi, oggi in forse, in Virginia, nelle Hawaii e in Australia). È un sistema di comunicazione concepito per accrescere la capacità di individuazione dei pericoli. Ma ciò, a quanto pare, non ha importanza. Il sindaco di Niscemi, i 5 Stelle, i verdi, e persino il locale «comitato delle mamme» hanno comunicato al mondo il loro entusiasmo per la decisione della procura.
Ci sono tre aspetti sconcertanti. È sconcertante che la nostra sicurezza nazionale (di cui gli impegni con l’alleato americano sono un’essenziale componente) sia appesa alle decisioni di Tar e procure. È sconcertante, inoltre, che tali decisioni siano prese sotto la spinta di una mobilitazione cosiddetta ambientalista contro presunti, e tutti da dimostrare, «rischi per la salute», proprio in una fase in cui si profilano minacce gravissime per la vita (e dunque - si suppone - anche per la «salute») degli italiani, in una fase in cui andrebbero accresciuti, e non indeboliti, tutti gli strumenti possibili di difesa, nonché la capacità del Paese di dimostrarsi un partner affidabile per i suoi alleati militari.

Nessuno legge i giornali o guarda la televisione da quelle parti? Nessuno sa che cosa stia accadendo in Libia? Nessuno ha mai sentito parlare del Califfo? Nessuno si rende conto che la Sicilia è la parte del territorio italiano più esposta, quella che viene prima nella linea di tiro, il bersaglio più vicino? La memoria storica, da quelle parti, è così evanescente che nessuno si ricorda più dei missili di Gheddafi lanciati contro l’Italia nel 1986 e fortunatamente caduti al largo dell’isola di Lampedusa?

Infine, è sconcertante il silenzio delle autorità nazionali. Il nostro loquace premier non ha detto una parola. E nemmeno le altre autorità dello Stato. E molti mezzi di comunicazione, con l’eccezione del Corriere e di pochi altri, hanno preferito ignorare la notizia. Eppure, il tema meriterebbe una discussione più intensa e appas-sionata di quelle che vengono riservate a tanti altri argomenti.

«Sovrano - diceva il giurista Carl Schmitt - è colui che decide sullo stato d’eccezione». In Italia le decisioni sullo stato d’eccezione, e dunque la sovranità, appartengono ai Tar e alle procure? Alla luce di quanto è accaduto in questo Paese negli ultimi trent’anni eravamo in molti a sospettarlo. La vicenda Muos è la conferma? Questa storia è una variante di un fenomeno più generale, di quella «terribile alleanza» che si è ormai da tempo consolidata in tante parti d’Italia. Di solito, la terribile alleanza vede coinvolti «soggetti ambientalisti» che puntano alla deindustrializzazione del Paese, sfruttano la combinazione di ignoranza e paure irrazionali che si manifesta nella sindrome «non nel mio giardino», e trovano, troppo spesso, l’avallo e il sostegno di tribunali amministrativi e procure.

Nel caso Muos c’è una differenza. Qui l’ambientalismo, verosimilmente, è la copertura di un movimento di opposizione all’alleanza militare fra Italia e Stati Uniti, e la posta in gioco è la sicurezza nazionale. Nel nostro Paese, lo scarto fra gli auspici e i disegni dei nostri governanti, e dei professionisti della politica estera e di difesa che li coadiuvano, e la realtà dei processi decisionali, non potrebbe essere più forte. Così forte da danneggiare, se non neutralizzare del tutto, quegli auspici e quei disegni.

L’interesse nazionale italiano ci spinge a chiedere un impegno della Nato sul fronte Sud assai maggiore di quello attuale, un rafforzamento della difesa collettiva dalle minacce che arrivano dal Vicino e Medio Oriente. Ciò richiede, ovviamente, e prima di tutto, che si riescano a convincere gli Stati Uniti. È vitale, infatti, per gli italiani, ottenere che l’attenzione della Nato non sia concentrata soltanto sull’Ucraina e su quanto accade ad Est. Fin qui i propositi, le strategie geopolitiche, eccetera. Ma poi ci sono i processi decisionali, quelli veri. Dopo la vicenda Muos, con che faccia, con che credibilità, potremo sostenere tali richieste?

Forse, stabilire finalmente quali confini non possano e non debbano essere mai attraversati, superati, dalle magistrature, in quali ambiti siano soltanto i governi nazionali (in virtù di un mandato elettorale) a decidere, aiuterebbe a impostare politiche di sicurezza più efficaci. E poiché le politiche di sicurezza hanno a che fare con la vita e con la morte, decidono chi sopravviverà, è bene che, almeno in questa materia, sia chiaro a tutti dove risieda la sovranità .

4 aprile 2015 | 08:17

Palestinesi in testa al corteo: gli ebrei disertano il 25 aprile

Sergio Rame - Ven, 03/04/2015 - 18:47

Ebrei ed ex deportati non saranno presenti al corteo di Roma: "Durante la guerra i palestinesi erano alleati dei nazisti"

Un'assenza che sarà ricordata negli annali dal 25 aprile. Per la prima volta ebrei ed ex deportati non saranno presenti al corteo che tradizionalmente sfila a Porta San Paolo. Il motivo, accennato ieri dall’Aned, è oggi spiegato apertis verbis dal presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: "Dato che sarà Shabbat non saremo presenti, ma non ci saremo anche perché i palestinesi, che chiedono di essere al corteo, durante la guerra erano alleati dei nazisti".
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Pacifici ricorda le tensioni dello scorso anno tra la Brigata ebraica e gli esponenti dei centri sociali e delle associazioni a sostegno della Palestina.

"È stato l’epilogo di una sommatoria di incidenti, insulti e tensioni che ogni anno si ripetono - spiega il presidente della Comunità ebraica di Roma - mi hanno anche chiamato fascista. Eppure il 25 aprile dovrebbe essere una giornata di festa. Le organizzazioni pro Palestina - aggiunge - pretendono che non ci sia quel giorno il simbolo della brigata ebraica che liberò l’Italia dal nazifascismo insieme alle truppe alleate e ai partigiani. 


E sulla rete si stanno organizzando scrivendo che se ci saranno ci picchieranno. Tutto questo è assurdo". Già ieri l’Aned aveva parlato di decisione sofferta arrivata al termine di un’assemblea tenutasi presso la Casa della Memoria durante la quale, "ci sono state discussioni in cui le minacce e gli insulti hanno prevalso, e hanno evidenziato gli stessi inaccettabili presupposti che, nelle passate edizioni, hanno dato luogo a veri e propri episodi di intolleranza". E avevano ribadito:

"Noi che rappresentiamo gli ex deportati, sommersi e salvati, nei campi nazisti, sia politici che razziali non possiamo accettare che lo spirito e i significati del 25 aprile, della Resistenza e della Liberazione vengano così totalmente snaturati e addirittura fatti divenire atto di accusa contro le vittime stesse del nazifascismo. Non possiamo accettare che rappresentati della lotta partigiana, della Liberazione, siano messi al bando solo ed esclusivamente per intolleranza".

Non sono solo i pro Palestina che, secondo la Comunità ebraica e l’Aned, non dovrebbero essere presenti al corteo. Non sono graditi nemmeno centri sociali e Patria socialista, una sigla che alcuni definiscono "i fascisti rossi". "Bisogna lasciare fuori i protagonismi e le strumentalizzazioni - commenta il presidente dell'Anpi romano, Ernesto Nassi - parleranno dal palco solo coloro che hanno combattuto nella guerra di Liberazione. Questo 70esimo deve essere svolto come ricordo di una delle pagine più bella della storia italiana, e non permetteremo a nessuno di rovinarlo.


Siamo stanchi di subire quello che accade ogni 25 aprile, che è la festa dei democratici e degli antifascisti. Per tutti quelli che si riconoscono in questi valori, non ci sono preclusioni - conclude - fermo restando che la cosa più importante è tenere nel cuore chi ha partecipato alla Guerra di Liberazione. Alzare la tensione non è certamente utile alla buona riuscita di questa festa". E si chiede: "Non è che si tratta di un tentativo di delegittimare l’Anpi e la sua storia?".

Ecco la "rivoluzione Microsoft"

Clarissa Gigante - Ven, 03/04/2015 - 09:41

La preview (gratuita) del pacchetto Office per Mac è solo l'ultima mossa della nuova strategia. Ne abbiamo parlato con Paola Cavallero, direttore Marketing & Operations di Microsoft Italia

Microsoft cambia. E non solo perché per la prima volta lancia un sistema operativo gratuito per tutti (Windows 10 sarà disponibile anche per chi ora ha una copia piratata da Seven in poi) e abbandona il suo storico browser Internet Explorer.

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Può sembrare un paradosso, ma il colosso di Redmond ha deciso di partire da Apple. Sono proprio i dispositivi di Cupertino a poter provare (anche in questo caso gratuitamente) la nuova suite Office 2016, il pacchetto di programmi pensati per l'ufficio ma ormai usati da chiunque abbia un pc. La versione definitiva uscirà a giugno, ma gli utenti Mac possono già testare i nuovi applicativi, da Word a Excel, da PowerPoint a Outlook, fino a OneNote, che permette di prendere appunti ovunque e in ogni momento.

Ma non solo: da qualche tempo Microsoft porta le sue app anche sui dispositivi iOs e Android. Insomma, siamo davanti a una piccola rivoluzione nella strategia dell'azienda fondata da Bill Gates. Ne abbiamo parlato con Paola Cavallero, direttore Marketing & Operations di Microsoft Italia.

Microsoft si apre al multipiattaforma, un cambiamento che possiamo definire storico. Come mai?
Stiamo compiendo un percorso che renderà accessibile il nostrro pacchetto da più device. Partiamo dalla constatazione che oggi l'utente è cambiato: la mobilità diventa sempre più importante e prende forma in due aspetti. Il primo è quello del cosiddetto cloud, il sistema che permette di accedere ovunque ci si trovi a una nuvola in cui trovare tutti i propri documenti. L'altro è la necessità di modificare i propri documenti in ogni momento e da qualsiasi dispositivo. Per esempio, si può iniziare un lavoro in ufficio e continuare in treno o a casa.

Come dicevamo, una vera e propria rivoluzione...
Il nostro motore è la produttività. Ma non con la vecchia definizione. Oggi sempre più la distinzione tra vita privata e lavoro è sfumata: non esistono più le otto ore lavorative. Per questo vogliamo mettere a disposizione di tutti gli strumenti per fare di più e meglio in ogni momento della giornata e quando se ne ha bisogno.

Anche in questo senso è sempre più importante - per Microsoft, ma per il settore in genere - il concetto di "cloud". Come mai?
Il valore del cloud ha due aspetti. Innanzitutto permette di avere sempre a disposizione il proprio mondo, non solo i documenti, ma anche foto e video privati. E poi introduce la possibilità di condividere il nostro lavoro e permettere agli altri di collaborare alla sua stesura in tempo reale, saltando quei passaggi che venivano richiesti prima, come scambio di mail, di messaggi, ecc. e snellendo il processo produttivo.

E quali altre novità dobbiamo aspettarci da Microsoft?
Abbiamo in serbo tante novità importani in continuità con il percorso intrapreso. Alcune sono state annunciate a gennaio come Windows 10. Al di là dell'annuncio in sé, in questo caso la grossa novità è un sistema operativo che “parla” con tutti i tipi di device. Dal cosiddetto "internet delle cose" che permette a qualsiasi oggetto di essere connesso attraverso dei chip, alla piattaforma su cui girano gli smartphone, fino a tablet, pc e console di gaming. Quindi si tratta di un'unica piattaforma con un unico punto d'accesso e con app universali che possono essere utilizzate su qualsiasi device. E in più possibile scaricarlo gratuitamente su tutti i dispositivi con Seven, 8 o 8.1

E poi c'è Hololens...
Sì, con Hololens Microsoft fa il suo ingresso nella “computer holografic”. La tecnologia è sempre più trasparente, naturale, totalmente integrata con il nostro modo di agire. Un esempio concreto di questa evoluzione è Cortana, l'assistente personale virtuale già installato sui Windows phone che presto arriverà anche sugli altri dispositivi. Permette di interagire con i dispositivi semplicemente parlando. E soprattutto, come le migliori assistenti personali impara a conoscere l'utente e proattivamente elabora le informazioni che condividiamo con lei. Ad esempio sa che strada faccio per andare a casa, sa quanto traffico c'è in quel momento, conosce i miei appuntamenti ed è bravissima a dirmi a un certo punto della giornata: "Paola, è ora di partire2.

Ecco questo è un tema caro a molti: quanto è giusto che la tecnologia “invada” le nostre vite?
Beh, è sempre l'utente che decide quanto affidarsi all'assistente virtuale. Ad esempio Cortana lascia segliere a me quanto può sapere della mia vita. Per cui io ho la possibilità di selezionare quali elementi condividere con lei. C'è chi lo usa solo per farsi raccontare le barzellette e chi per pianificare l'intera giornata.

Più in generale, in particolare dopo lo scandalo Nsa, quello della privacy è un tema sempre più dibattuto. Cosa ne pensa?
I nostri studi ci confermano che è un tema molto sentito in particolare in Italia. L'approccio Microsoft da sempre ha dato grandissima importanza al consentire agli utilizzatori dei nostri servizi da un lato la massima garanzia di sicurezza dei dati, dall'altra la possibilità di gestire i propri dati, di poter scegliere cosa e quanto condividere. È chiaro che rispetto alla lotta al terrorismo è importante anche la possibilità di usare strumenti informatici e intercettazioni per garantire una maggiore sicurezza ai cittadini.

Ma su questo abbiamo posizioni abbastanza chiare: per esempio non è un mistero che siamo ritenuti dalle autorità Usa e Ue ai massimi livelli per il rispetto della privacy. Allo stesso tempo stiamo sfidando da tempo il sistema giuridico Usa che ci chiede di condividere con le autorità informazioni che si trovano su server europei. Una richiesta che rifiutiamo perché crediamo che le autorità e le normative europee siano sufficientemente forti per tutelare e garantire la sicurezza dei cittadini.

Quando si parla di tecnologia si pensa agli Stati uniti o alla Cina e alla Corea. E l'Italia che ruolo ha nel settore?
Ha un ruolo importante per due aspetti. Innanzitutto i consumatori italiani sono molto attenti rispetto all'innovazione tecnologica. Inoltre abbiamo molte startup formate da giovani brillanti che ci fanno brillare nel mondo. Lo spirito imprenditoriale degli italiani sta confluendo in questo nuovo settore e ha un mercato ormai mondiale.