giovedì 9 aprile 2015

Londra spiava Buenos Aires dal 2008 per le Malvinas

Il Nodo di Gordio - Gio, 09/04/2015 - 12:36

I documenti di Snowden rivelano gli appoggi degli Usa alla Gran Bretagna e l’intromissione inglese in altri Paesi latino americani per evitare di cedere il petrolio delle isole

La Gran Bretagna rafforza la sua presenza militare nelle isole Malvinas (Falkland, secondo la lontanissima Londra), di fronte alle coste dell’Argentina, con la scusa di una improvvisa ritrovata volontà di Buenos Aires di metter fine alla dominazione coloniale britannica nel sud del continente americano.

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Più militari per tutelare la bandiera ed i pochi abitanti? In realtà non è proprio così. Innanzi tutto perché l’oggetto del contendere non è la difesa degli allevamenti di pecore sulle isole, ma lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi individuati al largo delle coste argentine. Una scoperta, a circa 170 km a nord delle isole, che varrebbe svariati miliardi di sterline. E poi perché l’offensiva di Londra contro Buenos Aires è scattata ben prima. Con l’operazione Quito, svelta dai documenti resi noti da Edward Snowden. Un’operazione organizzata già nel 2008 ed avviata l’anno successivo. Con l’obiettivo dichiarato di impedire all’Argentina il recupero delle isole. Gli strumenti individuati dall’intelligence inglese (Jtrig) non prevedevano, fortunatamente, nuovi attentati in Argentina ma “la manipolazione delle persone attraverso l’utilizzo delle reti sociali”.

Dai documenti emerge, tra l’altro, che nonostante la sostanziale indifferenza dimostrata ufficialmente da Barak Obama a proposito delle vicende delle isole Malvinas, in realtà la statunitense Nsa (l’agenzia della sicurezza nazionale) ha offerto piena collaborazione all’intelligence britannica (Gchq). A preoccupare Londra, che pregusta mega affari con il petrolio argentino, non è ovviamente un’offensiva militare di Buenos Aires, ma il clima che si sta creando in tutta l’America Latina, con un crescente consenso per la richiesta di Cristina Fernandez Kirchner di avviare un negoziato per una soluzione pacifica del problema con la sovranità argentina sulle isole di fronte alle proprie coste.

Si vuole evitare, da parte argentina, il ripetersi della tragica guerra del 1982 che costò a Buenos Aires oltre 700 morti (un terzo le vittime inglesi). Per questo nei documenti svelati da Snowden emerge anche il tentativo della Gchq di interferire nelle vicende degli altri Paesi latino americani in modo da creare tensioni che penalizzassero l’immagine esterna dei vari governi locali. Manovre che toccavano anche gli aspetti economici, proprio per impedire una crescita complessiva dell’area. Perché un’America Latina più forte e più unita avrebbe maggior peso nel sostegno a Buenos Aires.
Alessandro Grandi e Mauro Margoni

www.NododiGordio.org

Il capo ha la tessera Pd. E i nomadi la casa gratis

Fabrizio Boschi - Gio, 09/04/2015 - 18:49

Dal Comune una villa da 680mila euro. "Mi chiamano per per portargli i voti"

Prato - Ci hanno abituato a tutto. Hotel a cinque stelle per immigrati, resort per extracomunitari, stanziamenti milionari per nomadi, ma questa trovata batte ogni record e la Regione Toscana si aggiudica il titolo dell'insulto al buonsenso.



Il Comune di Prato ha concesso una casa colonica gratis ai rom abusivi sgomberati da un campo andato a fuoco, nella zona di Mezzana, ridotto dopo il loro abbandono a un letamaio (per bonificare l'area serviranno 13mila euro). A scoprire l'insensato regalino è il capogruppo regionale di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli: nella delibera 67 della giunta regionale del 31 marzo 2015 compaiono, oltre alla colonica la cui ristrutturazione costerà 680mila euro coperti per l'80% con risorse regionali a fondo perduto e il resto dal Comune di Prato, anche altri tre immobili offerti gratuitamente ai rom. Una chiesa sconsacrata a San Giuliano Terme in provincia di Pisa, che verrà trasformata in alloggio per gli zingari della città, un immobile nella zona del Poderaccio alle porte di Firenze e alloggi dell'Erp acquistati a Montuolo nel Comune di Lucca e donati ai nomadi.

Ma fra tutti questi il vero scandalo resta quello pratese. Non fosse altro per il fatto che il portavoce del confinante campo sinti di Mezzana, Franco Lepidi, tiene in tasca la tessera di fondatore del Partito democratico di Prato e affermi con malcelato orgoglio: «Mi chiamano a tutte le primarie di Prato per portare rom e sinti a votare». Scambi di favore alla fiorentina. L'antica colonica di proprietà del Comune, risalente addirittura al 1500, diventerà dunque rifugio per «le famiglie - si legge nella delibera di giunta regionale - a forte rischio di emarginazione sociale, in particolare RSC», sigla che sta per rom sinti e camminanti. «Una delibera vergognosa che grida vendetta davanti alla dignitosa povertà di tanti cittadini pratesi che vivono in situazione d'indigenza, pagano le tasse e continuano a essere dimenticati dal Comune - grida Donzelli -. Quegli appartamenti vengano assegnati prima a loro che ne hanno bisogno».

Nella colonica di via Reggiana saranno realizzate sei unità abitative di cui quattro indipendenti. Le altre due - si legge sempre sulla delibera - saranno ricavate al pian terreno del fabbricato e saranno accessibili attraverso una scala condominiale. Le sei abitazioni andranno da un minimo di 30 metri ad un massimo di 55 metri. Tra i due edifici di cui si compone la colonica, c'è un'aia comune che sarà pavimentata e verrà persino realizzato un giardino e sei posti auto, nonchè un posteggio bici. Nel caso i rom volessero fare pure delle belle pedalate in campagna. «I cittadini non ne possono più di veder premiate persone che non rispettano le leggi, non lavorano e non pagano, passeggiando sui tappeti rossi stesi dalla sinistra». Il vicesindaco Pd di Prato Simone Faggi, con delega all'immigrazione, risponde sicuro si sé: «Razzista!». Poverino, non può dire molto altro.

I rom e le parole che fanno solo male

Corriere della sera
di Giangiacomo Schiavi

Le reazioni alle dichiarazioni del leader federale della Lega



M atteo Salvini è uno che parla chiaro. Anche troppo. Ogni suo commento è una rasoiata contropelo: in tv alza gli indici d’ascolto, nei sondaggi fa crescere la Lega. Sulla sicurezza ha il merito di dire quel che la gente pensa: c’è una paura diffusa che la politica ignora. Ma ogni tanto sbrocca per accarezzare il pelo del suo elettorato. C osì le parole gli scoppiano in bocca come un cic ciac. Qualche anno fa propose un rastrellamento a Milano, contro i clandestini di via Padova. Lo zittì un ministro del suo partito, Roberto Maroni: 
«Questa parola non la voglio sentire...». Ieri ha celebrato a modo suo la giornata internazionale dei Rom: al posto di Alfano e Renzi raderei al suolo tutti i campi nomadi, ha detto. Essendo diventato il segretario della Lega nessuno nel suo partito gli può dire di non esagerare. Lo hanno fatto altri, avversari politici e rappresentanti istituzionali, scioccati da un’inutile e gratuita esternazione. Il più efficace è stato il cardinale Antonio Maria Vegliò, capodicastero Vaticano per i migranti: «Sono frasi stupide e non varrebbe nemmeno perdere tempo per commentarle». Se ne parliamo non è tanto per allinearci al coro della disapprovazione pressoché unanime, ma perché sui campi rom serve un po’ di chiarezza. Dove ci sono, sono una vergogna.
Un bivacco disumano. Cresciuti nell’abusivismo e nell’incapacità politica, del centrosinistra e anche del centrodestra, di rispondere con modelli alternativi a un’emergenza sociale. Salvini ha il torto di usare le parole come armi contundenti. Ma il problema esiste. In questi campi abbiamo visto topi che ballano coi bambini, bici e auto rubate, zingari sfaccendati e carovane della disperazione, da dove partono i ladruncoli che infrangono il piccolo benessere della gente normale. Ma c’è stato anche un cardinale di Milano che ha camminato nel fango per pregare e aiutare una bimba tetraplegica dimenticata da tutti, e abbiamo visto maestre generose che hanno garantito l’istruzione a chi era tagliato fuori da una vita normale.

È doveroso chiedere protezione e sicurezza, conciliare accoglienza e legalità, confrontarsi con le altre città europee dove l’allarme dei campi rom è stato disinnescato con interventi concreti, senza buonismi e senza intrallazzi: l’esempio negativo della gestione affaristica di certi accampamenti, emerso con l’inchiesta Mafia capitale, dovrebbe far riflettere tutti, a prescindere dalle polemiche.
Poi c’è sempre qualcuno che esagera: ad Albettone, provincia di Vicenza, un sindaco ha scambiato l’Italia per l’Alabama e dorme con il fucile sotto il cuscino per paura dei rom, come un membro del Ku Klux Klan. «Se serve, sparo», dice. E nessuno ha chiamato un’ambulanza. I campi rom, ha detto qualcuno, convengono a molti: a chi li gestisce con appalti milionari e a chi spera di ricavarci consensi elettorali. Invece di accendere micce, bisognerebbe spegnerle. Purtroppo siamo ancora fermi alle parole.

9 aprile 2015 | 10:21

Salvini: «Sospeso da Facebook perché ho usato la parola “zingaro”»

Corriere della sera

Polemiche per la dichiarazione di voler «radere al suolo tutti i campi rom»,
il leader della Lega Nord replica su Radio Padania: «Italia ipocrita»

«Raderei al suolo i campi rom». All’indomani della frase di Matteo Salvini che non ha mancato di scatenare polemiche (incluse le critiche del Vaticano), il leader della Lega Nord torna sulla questione. Parlando a Radio Padania, definisce «ipocrita» l’Italia e racconta che «Facebook mi ha sospeso per 24 ore perché ho usato la parola zingari che usava mia nonna».
«Togliere i figli ai genitori rom»
Poi, anziché fare marcia indietro, sui campi rom Salvini rincara la dose: «Se andiamo al governo, mando il preavviso di sfratto e poi rado al suolo tutto», ribadisce su Radio Padania. Il segretario della Lega aggiunge anche di «pensare a quelle migliaia di minorenni costretti a rubare e a fare gli accattoni, che dovrebbero essere sottratti ai genitori. Mi chiedo dove sono gli assistenti sociali? Li manderei nei campi rom prima di chiuderli».
La risposta al Vaticano
Il leader del Carroccio risponde poi alle critiche dal mondo ecclesiastico. «Sentire certe parole in bocca a un vescovo mi fa tristezza. Se avessi peccato, compito di un vescovo sarebbe di riportarmi sulla retta via, non di insultarmi» dice Salvini. «Ma io - aggiunge - parlo coi parroci di provincia, non coi vescovoni che vivono in 300 metri quadrati, magari anche coi camerieri».
Il saluto a Boldrini
Più tardi, Salvini interviene a Omnibus su La7 e, in contemporanea, posta su Facebook: «Buona giornata a tutti, anche a Boldrini. O no..?». Il riferimento è alla presidente della Camera, che mercoledì aveva criticato le sue parole sui campi rom, definendole «inquietante propaganda». Quanto a Facebook, secondo fonti della Lega il profilo di Salvini a metà mattinata è ancora bloccato, nel senso che pur essendo visibili le sue due pagine (una come «politico» e l’altra «personale»), sarebbe stato reso impossibile inserire nuovi post dopo quello che annuncia proprio l’intervento a Omnibus e che dà il «buongiorno» a Boldrini.
No al reato di tortura
Passa poco tempo e l’onnipresente Salvini parla anche a La telefonata di Belpietro su Canale 5. Qui interviene sul G8 di Genova ela proposta di introdurre il reato di tortura: «È l’ennesimo regalo ai ladri e l’ennesimo attacco alle guardie. La Lega è l’unica contraria. Con questo reato basterà che qualunque delinquente appena arrestato denunci il poliziotto o il carabiniere anche per una violenza “psicologica”, e il poliziotto o il carabiniere passano i guai».

9 aprile 2015 | 10:42

Dei delitti e dei Le Pen

La Stampa
massimo gramellini

Sollevando lo sguardo Oltralpe, potete godervi lo spettacolo distruttivo ma anche istruttivo di un padre e di un figlia che si azzannano intorno alla propria creatura. Marine Le Pen ha ereditato dal padre Jean-Marie un partito fascista impresentabile e lo ha trasformato in una piattaforma di risentimenti che potrebbe issarla alla presidenza della Repubblica, a patto di depurarlo da elementi urticanti per la maggioranza dei francesi, quali l’antisemitismo.

Ma come reagisce il capofamiglia? Anziché gioire per la figlia, e goderne in disparte il trionfo sentendolo anche un po’ suo, si scaglia contro il sangue del suo sangue in un crescendo shakespeariano, riesumando opinioni impronunciabili sulle camere a gas naziste pur di scassare il giocattolo che aveva regalato a Marine. E lei? Lungi dal sopportare le paturnie dell’avo e manifestare quantomeno un po’ di riconoscenza filiale, gli si scaglia addosso senza pietà, arrivando a minacciare di espellerlo dal movimento da lui creato.

Vista da qui, la faida di monsieur e madame Le Pen appare un fenomeno incomprensibile. Il parricidio sta alla base di tante civiltà europee. Non della nostra, però. Gli italiani, scriveva il poeta Umberto Saba, non sono parricidi ma fratricidi: per informazioni rivolgersi a Romolo e Remo. Lungi dal pensare di ucciderlo, essi desiderano darsi al padre per avere da lui il permesso di uccidere gli altri fratelli. Renzi rappresenta un’eccezione, ma solo perché i suoi babbi politici si erano già uccisi tutti fra loro (e i pochi sopravvissuti continuano a farlo).

Skydevil: marchierà a vita la famiglia Lubitz


Cattura
Daniel Bulla

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Una mattina ti svegli e scopri che tuo figlio, dietro il mitico nickname Skydevil , conduceva le proprie ricerche su suicidio e sistemi di sicurezza in volo.
Ultimamente iniziare la giornata, scendere da quel letto, è diventata una fatica incredibile. Speri di svegliarti, ogni mattina, da un incubo terribile: hai sognato che tuo figlio ha volontariamente ammazzato 150 persone pilotando il suo aereo verso una montagna. Ma si, era solo un incubo.
E invece no. Anche stamattina ti sei svegliata. La consapevolezza cocente. Non è stato un brutto sogno.

Andreas-Lubitz-Afp

Anche stamattina i giornali parlano di Andreas, e lo descrivono come un mostro, che da tempo cercava il modo di compiere quel gesto terribile, e lo faceva nascondendosi dietro un nickname inquietante: Skydevil. Adesso sei tu che speri di non svegliarti più.
Nessuno parla di te, nessuno si chiede come stai, come sta una madre che combatte due lutti terribili. Il primo, quello che nessun genitore si augurerebbe mai, il suicidio del proprio figlio. Il secondo, quello che nessun genitore si aspetterebbe mai, l’omicidio commesso dal proprio figlio. Hai un doppio fardello sulle spalle, e ti stai piano piano rendendo conto che presto ne arriverà un terzo: lo stigma.

Gli occhi del mondo sono puntati su di te: come hai fatto a non accorgertene prima? Non vedevi che tuo figlio non stava bene? Come fa una madre a non scorgere tali turbamenti tra le pupille del figlio? Sono le stesse domande che tu fai a te stessa: ma come ho fatto a non accorgermene? Se me ne fossi accorta prima forse avrei potuto salvare mio figlio, e avrei salvato anche quelle vittime innocenti.
Il senso di colpa che questi pensieri ti causano ogni giorno sta diventando insopportabile, e sta spingendo via l’altro dolore, quello della madre che ha perso il figlio. No, non hai tempo ora per elaborare il tuo dramma. Ora è il tempo dell’accusa e del disonore.

Già, il disonore. Lo vedi negli occhi dei tuoi compaesani, quando esci furtivamente per comprare il pane. Loro si sforzano di mostrarti compassione, ma in te cercano solo la colpa e il disonore, ti scrutano attentamente pensando di scovare in te il seme di quella psicopatologia che hai trasmesso ad Andreas. Lo stigma: una brutta bestia. E’ la soluzione che il popolo bue adotta in caso di suicidio, omicidio o (peggio) di omicidio-suicidio. La malattia mentale viene vista esattamente come la peste: parola d’ordine allontanarsi da tutti i parenti il più possibile, per non venire contagiati.
E infatti ti hanno lasciata sola: poche telefonate imbarazzate all’inizio, ma poi dopo il ritrovamento della scatole nere, è calato il silenzio attorno a te.

Sei sola, con il tuo dolore. Senza un corpo, senza una lapide su cui versare lacrime. Non puoi nemmeno andare a portare dei fiori su quella maledetta montagna, perchè verresti mangiata viva da quei giornalisti di merda, che ti seguono ormai dappertutto. Non puoi fare molto. Puoi solo guardare le foto del piccolo Andreas, quando correva sorridente per casa con quel piccolo aeroplanino di plastica, sognando di fare il pilota.

Da grande. child air

Di quel "1992" ricordiamo tutto. Compresi i favori ai comunisti

Vittorio Feltri - Mer, 08/04/2015 - 18:54

Mani pulite non poteva che finire in fiction. Come mai i comunisti la scamparono? Perché erano onesti? Ma va' là

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Mani pulite non poteva che finire in fiction. A forza di parlarne e scriverne, travisando la realtà allo scopo di trarre vantaggi politici, con il trascorrere dei decenni se n'è perso il significato. Gli autori televisivi di Sky hanno realizzato la serie utilizzando il «sentito dire», com'era ovvio che fosse, più attenti allo spettacolo che alla verità storica. Cosicché hanno confezionato un programma digestivo. Ma quello che accadde nel 1992 e negli anni successivi fu ben altro. Tanto per essere precisi, l'inizio dell'inchiesta fu casuale, opera di Antonio Di Pietro, magistrato non particolarmente stimato e amato dai colleghi. I quali, anzi, alle prime battute delle indagini, lo presero sotto gamba, pensando che egli agisse per assicurarsi un fascio di luce sulla ribalta.

Solamente in un secondo tempo la Procura di Milano si accorse che lo scandalo si sarebbe gonfiato, provocando un terremoto micidiale, e si accodò volentieri al Pm molisano, accettandone la leadership assegnatagli dai media. Per alcuni mesi, da marzo 1992 alla fine dell'estate, giornali e tv non amplificarono - per scetticismo - la performance di Di Pietro nella convinzione che si trattasse di un fuoco di paglia. Poi, invece, compresero che Tonino era una tigre e lo cavalcarono.

Fui il primo a intervistarlo (per intercessione di comuni conoscenti) e mi confidò che faticava a intensificare le investigazioni: sospettava di essere boicottato, addirittura, all'interno di quello che era chiamato il pool. Di Pietro era preoccupato e mi chiese di dargli una mano a demolire il muro di diffidenza che lo circondava. Il mio giornale, L'Indipendente , divenne così trombettiere di Mani pulite.

Le notizie mi arrivarono copiose, e io le pubblicavo con grande evidenza, aumentando così le vendite in edicola, al punto che all'inizio dell'autunno di quell'anno il quotidiano da me diretto - dato per morto - passò da 20mila copie (di febbraio) a oltre 55mila. Qualche scemo ancora oggi mi chiede perché fui tanto cinico da diventare un bieco giustizialista. Se guidi una testata destinata al cimitero e scopri la terapia per tenerla in vita e rilanciarla, la applichi al meglio. Non ero e non sono un missionario: dovevo salvare l'azienda e i posti di lavoro, e li salvai grazie alle «prodezze» di Tonino, frattanto promosso dal popolo eroe della giustizia.

Avrò sbagliato a enfatizzare certe operazioni (arresti con larga profusione di manette), ma non fallii il bersaglio: la classe politica fu colpita al cuore e stesa. Lo stesso dicasi di Di Pietro: commise vari errori, tra cui quello di esagerare nell'uso della galera finalizzato a far cantare gli indagati, senza contare l'eccesso di sicurezza in se medesimo, una spavalderia ai limiti dell'arroganza. Ma, al di là di ciò, la materia per proseguire nell'inchiesta con effetti speciali era abbondante. I partiti rubavano indecentemente e gli imprenditori avevano la loro bella convenienza a sganciare mazzette.

Il sistema era vizioso e sembrava immodificabile, quando invece si poteva e si doveva aggiustare. A chi toccava emendarsi? Alla maggioranza di governo che, in quanto tale, avrebbe avuto la facoltà di legiferare per rendere legittimo il finanziamento della politica. Evidentemente, se il meccanismo illecito non venne eliminato, una ragione ci sarà. Questa: ai ladri faceva comodo incassare sottobanco non solo per fornire liquidi ai partiti, ma anche per distrarne in quantità per se stessi. Altrimenti non si giustificherebbe il fatto che molti onorevoli e senatori vivessero al di sopra del loro censo, per esempio abitando in ville sull'Appia antica (a Roma) la cui pigione mensile superava l'indennità parlamentare. Dove andavano a raccattare i soldi costoro se non nelle tasche degli italiani?

D'altronde, se il finanziamento alle segreterie fosse avvenuto alla luce del sole, sarebbe stato obbligatorio trascrivere gli introiti nei bilanci, e questo avrebbe impedito ai furfanti di trattenere una parte del bottino e spenderlo personalmente. Il concetto non mi sembra difficile da afferrare. Il volume delle tangenti era spaventoso. Dovunque cadesse l'occhio di Di Pietro, si manifestavano cifre ingenti che piovevano nel portafoglio di gente insospettabile. Pertanto è ridicolo pensare che Mani pulite sia stato un castello in aria fondato sul nulla. Altro che nulla: montagne di denaro.
Tonino fu beatificato, era l'uomo più famoso d'Italia, più ammirato. E la classe politica giudicata quale associazione per delinquere, tant'è che il pentapartito fu sgominato: la Dc, il Psi, il Pli, il Psdi e il Pri inghiottiti dalla melma. Rimasero in piedi il Pci (poi Pds), la Lega e il Msi. Il primo era l'unico attrezzato per vincere le imminenti elezioni, gli altri due, benché cresciuti di qualche punto, erano nani se paragonati al gigante rosso, uscito indenne dall'ondata giudiziaria.

Come mai i comunisti la scamparono? Perché erano onesti? Ma va' là. Proprio loro che si erano alimentati lustri e lustri con i rubli (tramutati in dollari, s'intende) di Mosca. Si dà il caso che sul declinare degli anni Ottanta fosse intervenuta un'elegante amnistia (votata entusiasticamente all'unanimità), equivalente a una pietra tombale sul reato. Inoltre, Mani pulite, così feroce con democristiani e socialisti, fu mansueta - diciamo non accanita - con gli ex amici dell'ex Urss, i quali anziché in galera si prepararono per andare al governo. Non osiamo affermare che le toghe rosse favorirono i compagni. Segnaliamo tuttavia che Di Pietro e Gerardo D'Ambrosio furono eletti in Parlamento coi voti della sinistra. Ma questo è un dettaglio che lasciamo valutare ai lettori.

Veniamo piuttosto a Silvio Berlusconi. Non è assolutamente vero che costui - contrariamente a quanto scritto ieri da Beppe Severgnini sul Corriere della Sera - fondò Forza Italia per sentirsi meno solo dopo l'abbattimento di Bettino Craxi. Il Cavaliere si inventò e costruì un partito in tre mesi per fronteggiare la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, che si apprestava a stravincere le elezioni in programma per la primavera 1994. Senza il contrasto formidabile del patron di Fininvest, il Pds, che allora sfoggiava nel simbolo una quercia, si sarebbe impadronito di Palazzo Chigi e di tutto il resto. Ecco perché Berlusconi si è ricoperto di una patina di odio: la sua colpa è quella di aver tardato di quasi vent'anni la conquista del potere da parte dei trasformisti comunisti.

Quello che è accaduto dopo è notorio, l'abbiamo vissuto. Qualcuno sostiene che Tangentopoli ha fatto un gran casino, ma non ha cambiato nulla. C'è del vero. Essendo sfuggito al repulisti, il vecchio Pci, pur sotto mentite spoglie, è rimasto quale incrostazione indistruggibile e ha impedito, morta la Prima Repubblica, lo sviluppo della seconda che in pratica è abortita. Ne paghiamo le conseguenze.

A rottamare i compagni d'antico pelo ha provveduto Matteo Renzi con un colpo di ramazza. Se questo non è un cambiamento... Chi ha ferito il Cavaliere, adesso sanguina a sua volta ed è obbligato a cedere spazio alla generazione verde, che del rosso non sa che farsene. Indubbiamente, l'Italia non è progredita avendo perso anni a combattere con ogni arma Berlusconi, e Berlusconi ne ha persi altrettanto per difendersi, debilitandosi. Ma questa è un'altra storia che la fiction ha preferito trascurare, come ha trascurato altre cose troppo importanti per essere tradotte in povere immagini televisive.