martedì 14 aprile 2015

Ferrari, a operai e impiegati premio record in busta paga

Corriere della sera

di Paola Pica

Raggiunti tutti gli obiettivi di competitività. Nella retribuzione di aprile 2.355 euro in più, il bonus più alto dall’introduzione del nuovo contratto tra anni fa. Nel 2014 premi per un totale di 4.355 euro. La soddisfazione dei sindacati



Per una volta la notizia non riguarda (solo) i manager. A prendere il miglior bonus nella storia del nuovo contratto di Maranello introdotto 3 anni fa sono tutti i lavoratori del Cavallino, a patto abbiano assicurato una (elevata) continuità lavorativa nel 2014. Nella busta di paga di aprile i dipendenti della Ferrari troveranno 2.355,04 euro in più. Si tratta del premio di competitività per il raggiungimento degli indicatori previsti . Ne hanno dato notizia i sindacati Fim-Cisl, Fismic, Uilm-Uil e la rsa, esprimono la soddisfazione per il premio più alto nei tre anni del contratto aziendale firmato il 30 maggio 2012.

«La direzione aziendale ci ha comunicato che l’anno scorso la Ferrari ha avuto un buon andamento produttivo - hanno annunciato i segretari provinciali Fim Claudio Mattiello, Fismic Massimo Mello e Uilm Alberto Zanetti - Questi risultati permetteranno a ogni lavoratore che l’anno scorso non abbia superato otto giorni di assenza di ricevere in aprile un saldo di 2.355,04 euro, dopo i due acconti di mille euro uguali per tutti ricevuti a giugno e ottobre 2014. Il totale annuo ammonta così a 4.355,04 euro; tale cifra media sarà modulata sulla base della maggiore-minore continuità lavorativa e potrà variare in base alla tabella definita in sede di contratto.

Per chi non ha fatto assenze è prevista una maggiorazione del 5% pari a ulteriori 217,75 euro». Le segreterie provinciali di Fim, Fismic, Uilm e la rsa di stabilimento «ritengono positivo il risultato, ottenuto grazie all’impegno di tutti i lavoratori che hanno condiviso l’accordo firmato tre anni fa».

14 aprile 2015 | 11:41

Diaz, uno dei poliziotti dell’assalto su Facebook: «Lo rifarei mille volte»

Corriere della sera

Lo status è del 9 aprile. Molti i commenti positivi. La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il reato di tortura in riferimento ai fatti della Diaz

Passa ancora dai social network, un commento - pare di un poliziotto - destinato a far discutere. Secondo quanto riporta il quotidiano online Next, un agente che era presente durante l’assalto alla caserma Diaz avrebbe postato su Facebook il seguente messaggio: «Io sono uno degli 80 del VII Nucleo. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte», la firma sul profilo social è di Fabio Tortosa che dice di essere stato in servizio come poliziotto la sera dell’irruzione alla caserma Diaz. Fioccano i commenti.

Molti positivi. Lo status è del 9 aprile. Poco dopo la condanna inflitta all’Italia dalla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo per i fatti della Diaz. Secondo la Corte le forze dell’ordine italiane inflissero delle vere e proprie torture ai manifestanti, sorpresi nel sonno e massacrati. Fabio Tortosa ribadisce che era nel VII Nucleo, ovvero il VII Nucleo Sperimentale, il gruppo antisommossa protagonista dell’irruzione nella scuola di Genove sotto il comando di Michelangelo Fournier, l’agente che depose in aula e definì quell’operazione un atto di «macelleria messicana».

14 aprile 2015 | 18:00

Mafia, Strasburgo su Contrada «Non andava condannato»

Corriere della sera

All’epoca dei fatti (1979-1988), reato non «era sufficientemente chiaro». Lo Stato deve versare a ex 007 10 mila euro per danni morali. Lui: «Sentenza sconvolgente»


Contrada libero dai domiciliari per fine pena, nel 2012 (Fotogramma)

Bruno Contrada, ex poliziotto, ex capo della mobile di Palermo, non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non «era sufficientemente chiaro». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. Lo Stato italiano deve versare all’ex numero tre del Sisde (l’ex servizio segreto civile, oggi Aisi) 10 mila euro per danni morali. A caldo, l’ex 007 dice: «Sentenza sconvolgente, dopo una vita devastata».

Bruno Contrada, dal Sisde alla condanna «Reato non sufficientemente chiaro»
Per la Corte, più in dettaglio, l’Italia ha violato l’articolo 7 della Convenzione europea per i diritti umani che stabilisce che non ci può essere condanna senza che il reato sia chiaramente identificato dai codici di giustizia. Nel caso della fattispecie di reato contestata a Contrada, il concorso esterno in associazione mafiosa, la Corte nota che essa «non era sufficientemente chiara e prevedibile per Contrada ai tempi in cui si sono svolti gli eventi in questione», e quindi ha riconosciuto la violazione, in quanto le pene non possono essere applicate in modo retroattivo.

Bruno Contrada in un’immagine del 2008 (LaPresse)
Condanna a 10 anni
L’ex funzionario del Sisde (tornato in libertà dopo avere scontato la pena) era stato condannato in via definitiva a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo le accuse di diversi collaboratori di giustizia di passare informazioni a Cosa nostra e di avere consentito la fuga di pericolosi latitanti, come il boss Totò Riina, ricevendo la «copertura» di non identificati vertici istituzionali.
L’arresto e la vicenda processuale
Contrada è stato arrestato la prima volta il 24 dicembre 1992 e detenuto in carcere fino al 31 luglio 1995. Dal 10 maggio 2007 al 24 luglio 2008 è stato nel carcere militare a Santa Maria Capua Vetere, dal 24 luglio 2008 è agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Palermo per il suo stato di salute. A giugno 2012 la Cassazione, ancora una volta, aveva detto «no» alla richiesta di revisione del processo. Contrada negli anni è stato un investigatore di punta dell’antimafia, a più riprese è stato capo della squadra mobile di Palermo negli anni 70, poi dirigente della Criminalpol, capo di gabinetto dell’Alto commissariato antimafia e, infine, «numero tre» del Sisde. La condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa risale al maggio del 2007.
«Sono frastornato, sconvolto»
«Sono frastornato, sconvolto, ansioso di sapere di più». Così Bruno Contrada parla della decisione della Corte di Strasburgo. Raggiunto al telefono dall’Agi, Contrada dice: «Lei sta parlando con un uomo la cui vita è stata devastata da 23 anni, dal 1992 ad oggi: ho subito sofferenza, dolore, umiliazione e devastazione della mia esistenza e della mia famiglia. Si può immaginare ed è intuibile qual è il mio stato d’animo in questo momento. Aspetto di leggere la sentenza -conclude l’ex numero tre del Sisde- per rendermi conto di cosa dice e per quale motivo è stato accolto il mio ricorso».
L’avvocato: «Chiesta ancora revisione»
«Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione del processo a Bruno Contrada e la Corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l’udienza il 18 giugno. La sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna». Lo dice l’avvocato Giuseppe Lipera, legale dell’ex agente Sisde. «Ora capisco perché nonostante le sofferenze quest’uomo a 84 anni continui a vivere», conclude Lipera che ha telefonato subito a Contrada per comunicargli la notizia.
Ingroia: «Strasburgo ha preso una solenne cantonata»
«Bruno Contrada è colpevole e resta tale, non ci sono nuove prove e, a mio parere, non esistono margini per alcune revisione». Così l’ex pm Antonio Ingroia che sostenne l’accusa nel primo processo a carico di Contrada. Processo concluso il 19 gennaio 1996, quando, al termine di una requisitoria durata ventidue udienze, l’allora pm chiese per lui la condanna a 12 anni. «La Corte ha preso una solenne cantonata sia in fatto che in diritto - aggiunge - I giudici parlano di una violazione dell’articolo 7 della Convenzione sui Diritti Umani, ma tutto nasce da un fraintendimento: hanno pensato che i fatti contestati a Contrada non fossero punibili in assenza del reato di concorso esterno ma non è così, perché sarebbero stati comunque punibili per favoreggiamento»

14 aprile 2015 | 10:32

Majorana visse in un convento del Sud Italia. Ecco le prove"

Rino Di Stefano - Mar, 14/04/2015 - 08:25

Foto mai viste e lettere inedite del genio della fisica scomparso nel 1938 aprono nuovi e clamorosi scenari Rolando Pelizza, che fu suo allievo: "Si nascose grazie al Vaticano"


Sciascia aveva ragione: Ettore Majorana non sarebbe morto suicida, né tanto meno sarebbe fuggito in Venezuela. Lo scienziato scomparso nel nulla il 27 marzo del 1938 a poco più di 31 anni, mentre era docente di Fisica teorica presso l'università di Napoli, non si sarebbe mai mosso dall'Italia. Per essere più precisi, avrebbe chiesto e ottenuto di essere ospitato in un convento del Sud Italia, dove sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni. A rivelare questa nuova verità su uno dei più grandi geni che l'Italia abbia mai avuto, è Rolando Pelizza, 77 anni, l'uomo che da sempre sostiene di essere stato l'allievo di Majorana e di averlo aiutato a costruire una macchina in grado di annichilire la materia, producendo quantità infinite di energia a costo zero.

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Pelizza, però, non si limita a raccontare la sua storia. Questa volta tira fuori delle prove concrete, e cioè lettere e foto, che dimostrerebbero, al di là di ogni ragionevole dubbio, che in effetti avrebbe realmente conosciuto e frequentato colui che, ancora oggi, chiama il «suo maestro». Le foto sono due: la prima risale ai primi anni Cinquanta, la seconda agli anni Sessanta. La somiglianza con il giovane Majorana è impressionante. La più importante delle lettere risale al 26 febbraio del 1964, quando in una missiva di sette facciate, lo scienziato scomparso riconosce al suo allievo il merito di aver terminato cum laude il ciclo delle lezioni che egli gli ha impartito.

La lettera ha un riscontro concreto. In data 28 gennaio 2015 è stata affidata alla dottoressa Sala Chantal, grafologa specializzata in ambito peritale/giudiziario, con ufficio a Pavia, la quale, paragonando la calligrafia degli scritti lasciati a suo tempo da Majorana con il testo della lettera stessa, ha effettuato una completa perizia calligrafica di 23 pagine, conclusa con le seguenti parole: «Detta lettera è sicuramente stata vergata dalla mano del sig. Majorana Ettore».

«Dal 1° maggio 1958 al 26 febbraio 1964 sono stato allievo di Ettore Majorana - racconta Rolando Pelizza - e negli anni successivi sono stato suo collaboratore nella realizzazione del progetto di costruzione della macchina produttrice di antiparticelle. Posso affermare senza tema di smentita che Ettore Majorana non è morto nel 1938: l'ho conosciuto e frequentato e mi ha insegnato la "sua matematica" e la "sua fisica" e poi mi ha accompagnato con i suoi insegnamenti per molti anni. Per onestà intellettuale, voglio affermare che la paternità dello studio che sta alla base della macchina è opera esclusiva di Majorana».

Prendendo dunque per buona e corretta la perizia della dottoressa Chantal, esaminiamo che cosa c'è scritto in quella lettera del 1964. Tanto per cominciare, il testo inizia con una dichiarazione che non lascia dubbi circa il ruolo di allievo che avrebbe avuto Pelizza. Singolare che, per evitare di dire dove si trovi, la lettera si apra con l'intestazione «Italia, 26-2-1964». Questo espediente verrà usato anche nelle altre lettere. «Caro Rolando - scrive il presunto Majorana - Ti ricordi il nostro primo incontro, avvenuto il 1° maggio 1958? Ne è passato di tempo. Oggi si può dire terminato il periodo delle mie lezioni. Ti promuovo a pieni voti, sia in fisica sia in matematica. Come ben sai, quanto hai appreso va molto oltre le attuali conoscenze; per tanto non misurarti con nessuno, perché potresti scoprirti.

Anche se qualcuno conoscendoti, ti provocherà, tu ascolta e fingi di non capire; so bene che questo sarà molto difficile, ma credimi: se, dopo aver sentito quello che ti dirò, accetterai di realizzare la macchina, dovrai fare questo e molto di più. Ora sei sicuramente pronto per affrontare il compito di realizzare la macchina; conosci perfettamente ogni particolare, hai appreso dettagliatamente la formula necessaria per il funzionamento della stessa; ora ti consegno disegni e dati per il montaggio. Solo una cosa ti chiedo: devi essere molto prudente. Disegni e dati non sono tanto importanti; la formula, invece, va ben custodita. Per nessun motivo deve cadere in mano di altre persone: sarebbe la fine, di sicuro».

A rendere ancora più verosimile il tono della lettera, sono le raccomandazioni che il professore rivolge al suo studente, in vista della realizzazione della macchina. Il mondo è quello che è, per cui lo invita alla prudenza: «Prima di decidere se accettare o meno il compito di realizzarla, devi sapere bene a cosa andrai incontro - avverte -. Almeno questo è il mio parere, ricordalo bene. Nonostante il mio desiderio di vedere questa macchina realizzata sia immenso (per il bene dell'umanità, che purtroppo sta andando incontro ad un terribile

disastro a causa del nefasto impiego delle varie scoperte), voglio che tu rifletta prima di decidere: da questo dipenderà la tua esistenza. Se, ultimata la macchina, sarai scoperto prima della sua presentazione, secondo i dettagli che più oltre ti fornirò, sarai sicuramente in pericolo di vita; potrai essere vittima di un sequestro, come minimo, ma ci potranno essere molte altre gravi ripercussioni. Se dopo tutto questo, deciderai di realizzarla comunque, te ne sarò eternamente grato e sono contento di aver intuito subito che tu eri la persona giusta».

Passati gli avvertimenti, il professore elenca nel dettaglio le precauzioni da prendere. Ed è molto scrupoloso nel farlo: «Dopo la riuscita del primo esperimento - spiega - dovrai predisporre vari dossier da depositare in luoghi ed a persone varie di piena fiducia. Dovrai costituire una fondazione alla memoria dei tuoi cari (in questo modo non solleverai sospetti). Di questa fondazione, tu sarai il fondatore e il presidente, mentre nel consiglio dovrai cercare di inserire nomi conosciuti e di fiducia; dovranno essere persone di varie categorie, ad esempio: un avvocato, un medico, uno psicologo, un professore di storia dell'arte, ed altre professioni; io ti farò avere il nome di uno o più fisici.

Dovrai organizzare almeno due o tre convegni differenti. Poi, un convegno di Fisica sull'argomento che io proporrò al fisico, o forse più fisici, del consiglio. Nel frattempo, dovrai presentare la macchina che hai realizzato, adducendo di aver effettuato il lavoro con la collaborazione dei sopra citati fisici (o fisico?). Penserò io ad informare questi ultimi su come comportarsi al momento opportuno. Poi presenterai il piano d'azione da intraprendere successivamente. La macchina sarà presentata solo dopo la realizzazione della seconda fase, che consiste nel riscaldamento della materia, una fonte inesauribile di energia sotto forma di calore».

A leggere la lettera si evince che il Majorana che si nasconde in convento non è poi così lontano dal mondo come sembrerebbe. A quanto pare, continua a tenere contatti con l'esterno e comunica con altri fisici che lo conoscono bene. Il professore continua ricordando all'allievo il giuramento fatto e gli ricorda che, al momento, la macchina è ancora in fase sperimentale. «Tieni sempre presente il giuramento che abbiamo fatto - ammonisce - per nessun motivo, anche a costo della vita, sarà ceduta come strumento bellico, ma dovrà essere usata esclusivamente al fine di migliorare la nostra esistenza».

Il professore non manca di mettere in guardia l'allievo dalle conseguenze che potrebbero aspettarlo: «Non pensare che siano manie mie - mette le mani avanti -. Se verrai scoperto prima del tempo, cosa che spero tanto non succeda, tutto quanto detto finora, che ora può sembrare paranoico, è solo la minima parte del reale pericolo a cui andrai incontro. Investimento: so benissimo che provieni da una famiglia benestante, però pensaci bene. Sai quanto materiale pregiato serve per una sola macchina. Inoltre, prevedi che certamente ne andranno distrutte parecchie e dalla loro distruzione non ricaverai nulla, perché nulla rimane se non circa il quattro per mille, del materiale, ecc.

Verificherai bene di quanto puoi disporre: è preferibile non iniziare che rimanere senza nulla e di conseguenza non poter terminare, per te e soprattutto per la tua famiglia, che andrebbe incontro a problemi molto seri. Avrei ancora molte altre cose da aggiungere per sconsigliarti di accettare, ma credo che bastino quelle dette, PENSACI BENE.

In attesa della tua decisione. Tuo amico e maestro, Ettore».

C'è da dire che, con un alto grado di preveggenza, il professore ha anticipato tutto ciò che è realmente accaduto a Pelizza nel corso degli anni. Infatti, dal 1976, anno in cui egli fece gli esperimenti che il professor Ezio Clementel, presidente del Cnen e ordinario di Fisica presso l'università di Bologna, gli commissionò per incarico del governo italiano, i guai di Pelizza non hanno avuto fine. A quel tempo era presidente del Consiglio Giulio Andreotti, al suo terzo mandato governativo. Anche se l'esperimento andò bene, e la macchina dimostrò tutta la sua efficacia, Andreotti decise di rompere ogni rapporto con Pelizza quando seppe che il governo americano, allora presieduto da Gerald Ford, si stava interessando al caso.

Il presidente Ford inviò in Italia il suo rappresentante personale, l'ingegner Mattew Tutino, per prendere contatti con Pelizza. Da notare che nella società di quest'ultimo, la Transpraesa, i servizi segreti italiani (per la precisione il Sid, Servizio informazioni difesa) avevano infiltrato due colonnelli dei carabinieri: Massimo Pugliese e Guido Giuliani. Nonostante il governo degli Stati Uniti avesse offerto un miliardo di dollari per entrare a far parte della società, Pelizza si rifiutò di collaborare con gli americani quando questi gli chiesero, a titolo di prova, di abbattere alcuni loro satelliti geostazionari. In altre parole, utilizzare la macchina come un'arma.

Subito dopo fu la volta del governo belga. Venne chiamata Operazione Rematon e prevedeva che Pelizza, il cui interlocutore era il primo ministro Leo Tindemans, brevettasse e depositasse il brevetto della sua macchina in Belgio. L'accordo fallì quando nell'aeroporto militare di Braschaat, nei pressi di Bruxelles, i belgi chiesero a Pelizza di distruggere un carro armato. Ancora una volta, dunque, la macchina veniva interpretata come un'arma.

Il risultato fu che Pelizza fece intenzionalmente implodere la sua macchina e pretese di essere riaccompagnato in Italia. Da allora la vita di Rolando Pelizza è trascorsa in modo molto movimentato, con l'emissione di tre mandati di cattura internazionali, tutti ritirati nel corso del tempo. Fece molto parlare l'accusa che nel 1984 gli rivolse il giudice Palermo per aver costruito illegalmente «un'arma da guerra chiamata il raggio della morte». Ma al processo Pelizza venne assolto con formula piena.

Di lui parlarono spesso anche i giornali. Ecco, per esempio, un brano tratto da un articolo della rivista OP del 15 luglio 1981: «Come non definire "l'operazione Pelizza" un best seller della letteratura gialla internazionale? Purtroppo si tratta di una vicenda vissuta, di una storia tutta italiana iniziata nel 1976 e non ancora conclusa. Siamo in possesso di informazioni dettagliate, con tanto di nomi e date, che ci inducono a ritenere che quella che può essere catalogata come "l'operazione Pelizza" non è il parto di Le Carré o di Fleming e che la sua scoperta non è "la macchina per fare l'acqua calda" come qualcuno ha voluto dire».

Ma ci fu anche chi lo attaccò duramente. Nel 1984, in una serie di articoli, La Repubblica definì Pelizza «fantasioso traffichino di provincia», paventando che dietro la presunta invenzione di quello che veniva definito «raggio della morte» ci fosse una colossale truffa. Ovviamente nessuno spiegava che, in presenza di un'eventuale truffa, ci dovesse essere anche un eventuale truffato. Ma il messaggio era comunque lanciato.

Stanco di questa continua battaglia, adesso Pelizza ha deciso di vuotare il sacco. Ed ecco quindi le lettere e le foto di Majorana in convento: «Già nel 2001 il mio maestro mi aveva autorizzato a rendere pubblico il mio contatto con lui. Non l'ho fatto perché speravo di far conoscere questa verità in modo molto più morbido e graduale. Ma purtroppo non è stato possibile: troppe maldicenze e calunnie sono state messe in giro contro di me in questi anni. Adesso, dunque, ho deciso di dire tutto e di far conoscere la verità sulla sorte di Ettore Majorana».

Una lettera illuminante, a questo proposito, è quella che Pelizza mostra con data 7 dicembre 2001. Gliela inviò, sostiene, il suo maestro proprio per autorizzarlo. «Da ora - si legge - se lo riterrai opportuno, sei libero di usare il mio nome, di divulgare i nostri rapporti, gli scritti e fotografie; se lo farai ti prego di rivelare i veri motivi che mi hanno spinto nel 1938 ad allontanarmi da tutti, per dedicarmi allo studio, nella speranza di arrivare in tempo e poter dimostrare al mondo scientifico che esistevano alternative importanti e senza pericoli. Purtroppo tu ben sai che non sono arrivato in tempo, pur avendo alternative migliori, che a tuttora non sono servite a nulla. Riservati l'ultimo segreto, dove e come mi hai conosciuto, il luogo e i fratelli che da sempre mi hanno segretamente ospitato».

Pelizza, infatti, si rifiuta categoricamente di dire in quale convento Majorana sia stato ospitato per oltre mezzo secolo e dove, ancora oggi, sarebbe sepolto. «Il mio maestro non ha mai preso i voti - sostiene Pelizza -. Egli è stato ospitato in convento e lì, grazie alla protezione del Vaticano, è riuscito a vivere e a studiare per tanti anni, senza essere disturbato. Conoscevano la sua situazione e sapevano del suo dramma interiore, che rispettavano. Comunque, so che anche durante la sua vita conventuale, si è messo in contatto con personalità scientifiche che si sono occupate di lui. Non so quanti abbiano realizzato che il loro interlocutore fosse proprio lo scomparso Ettore Majorana, ma così è stato».

A dimostrazione di questa corrispondenza tenuta con il mondo accademico, c'è la copia di una lettera che Majorana avrebbe scritto al professore Erasmo Recami, ordinario di Fisica presso l'università di Bergamo e conosciuto per essere il maggior biografo di Majorana. La data della lettera è del 20 dicembre del 2000: «Egregio Professor Erasmo Recami (...) mi permetto di rivolgermi a lei come un collega, chiederle un parere ed eventualmente un aiuto, nel caso lei ritenga valido il consiglio che ho dato al mio collaboratore e che leggerà nello scritto a lui indirizzato. Conoscendo molto bene il mio allievo, sono sicuro che dei miei consigli inerenti all'abbandono del progetto, non si curerà; quindi la pregherei di provare a convincerlo, per il suo bene.

Se proprio non sentisse ragioni e volesse continuare, veda se, una volta letti tutti i documenti inerenti ai rapporti tra me e lui fino ad ora, ritiene opportuno pubblicarli, per il bene futuro del nostro mondo. Quando parlo del futuro del nostro mondo, mi riferisco al surriscaldamento del pianeta, cosa che io avevo previsto già nel 1976, quando diedi a Rolando una relazione dettagliata sul tema, e le sue conseguenze: dai primi sintomi, all'inizio del 2000, all'incremento del problema a partire dal 2010, in seguito al quale è lecito aspettarsi delle vere e proprie catastrofi ambientali. Relazione che Rolando, a sua volta, consegnò al Dott. Mancini, il quale, in quel momento, era stato incaricato dal governo di occuparsi dello sviluppo della macchina.

«La macchina in oggetto, oggi è in grado di rigenerare l'ozono distrutto, semplicemente tramutando l'anidride carbonica in ozono nella quantità mancante, e l'eccesso in qualsiasi altro elemento da noi voluto. Ma le sue possibilità sono infinite: ad esempio, essa è in grado di produrre calore illimitato senza distruggere la materia, quindi senza lasciare residui di nessun genere. Con la pubblicazione di questi studi, l'umanità verrà a conoscenza che, per la volontà di poche persone (comportamento che a tutt'oggi non riesco ancora a comprendere) sta perdendo l'opportunità di un futuro migliore.

«Solo per il fatto di aver letto quanto da me scritto, le sono infinitamente grato. I miei più cordiali saluti, Suo Ettore Majorana».

Inutile dire che il professor Recami restò molto impressionato da questa lettera, ma come ci ha poi dichiarato, non basta una lettera a dimostrare che sia stata scritta proprio da lui. Insomma, mancando una precisa evidenza scientifica, non riusciva ad accettare l'idea di essere in contatto con colui che per anni è stato l'oggetto dei suoi studi.

Pelizza mostra un dossier di una dozzina di lettere inviate dal suo maestro tra il 1964 e il 2001, anno in cui smise di avere contatti. A quel tempo Majorana aveva 95 anni. Stanco e malato, si preparava a rendere la sua anima a Dio e non volle mai più ricevere il suo allievo in convento. Su sua precisa disposizione, le sue spoglie sarebbero state seppellite in terra consacrata, sotto una croce anonima, come si usa per i frati di clausura. Il Vaticano ha sempre mantenuto il segreto e non ha mai reso pubblico nulla sulla sua vita in convento. Pare invece che tutte le carte appartenenti a Majorana siano state spedite in Vaticano, dove ancora oggi sarebbero in corso di archiviazione.

Falso scoop su Boffo, condannata talpa: «accesso abusivo» ad archivio

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella

2 anni al cancelliere che violò casellario dell’ex direttore di «Avvenire». Mescolando decreto a finta informativa, «Il Giornale» costruì campagna a sfondo sessuale

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A quasi 5 anni dal falso scoop dell’allora neodirettore de Il Giornale Vittorio Feltri contro il direttore di Avvenire Di Boffo, inviso al centrodestra per tre editoriali critici dei comportamenti del premier Berlusconi, ieri una inattesa sentenza di condanna di primo grado svela a sorpresa che il killeraggio giornalistico utilizzò in maniera avvelenata i frutti di una «talpa» giudiziaria in una Procura della Repubblica, quella di Santa Maria Capua Vetere.

Dove ora si scopre che fu un cancelliere in servizio lì al Casellario Giudiziario - condannato appunto ieri a 2 anni dalla giudice Paola Lombardi per «accesso abusivo a sistema informatico» in concorso con un mandante «allo stato ignoto» - a estrarre illegalmente il 12 marzo 2009 dalla banca dati nazionale la copia del certificato penale di Boffo, poi stampato sul quotidiano il 28 agosto 2009 con qualche cancellatura, e attestante il decreto penale di condanna a Terni di Boffo nel 2004 a 516 euro di sanzione pecuniaria per la contravvenzione di «molestie alle persone» relativa ad alcune telefonate del 2001 (notizia che già Panorama aveva normalmente pubblicato).

Su questo documento, non ottenibile in quella modalità da alcun estraneo e nemmeno su richiesta di un ente pubblico o persino dell’interessato, a partire dal 28 agosto gli articoli de Il Giornale trapiantarono una clamorosamente falsa informativa di polizia ammiccante a inesistenti moventi sessuali. Quella che rendeva Feltri sicuro di possedere «documenti al sicuro nei nostri cassetti» e quindi «prove chiare e inequivocabili» che «Boffo è privo dei requisiti morali per fare il moralista», e «non lo affermiamo noi in base alle chiacchiere raccolte in portineria, ma il Tribunale di Terni.

Ecco che cosa risulta dal casellario giudiziale (riportiamo letteralmente)»: invece, di letteralmente inventato nell’editoriale e nelle cronache c’erano tutte le falsità - inesistenti nel procedimento vero di Terni - sul giornalista «attenzionato dalla Polizia come noto omosessuale», su «telefonate sconce», su «intercettazioni telefoniche», su «pedinamenti volti a intimidire» una donna «onde lasciasse libero il marito». È stata una pm della Procura di Monza, Caterina Trentini, a individuare e passare per competenza ai colleghi campani la traccia di 3 sospetti accessi abusivi al certificato di Boffo, che ieri con i suoi avvocati di parte civile Francesco Isolabella e Nicola Pietrantoni ha anche ottenuto il diritto a un risarcimento del danno.

Uno risultava operato da una cancelliera di Teramo, ma il giorno stesso dell’articolo di Feltri; e uno da una cancelliera di Brescia, ma il giorno dopo: insomma, sempre violazioni ma per curiosità. Il terzo accesso abusivo risaliva al 12 marzo 2009, quando il dipendente giudiziario Francesco Izzo, cancelliere nella Procura di Santa Maria Capua Vetere, risultava interrogato il sistema su «Dino Boffo». Incriminato dal pm Gregorio Scarfò, il cancelliere ha negato. Prima ha prospettato di aver dato in passato la propria password ad alcuni tecnici manutentori, che però lo hanno smentito. Poi ha detto che in ufficio si era soliti lasciare accesi i pc quando ci si allontanava, ma qui sono stati i colleghi a smentirlo.

Incursioni dall’esterno sono state esclude da una consulenza tecnica, che ha inoltre rilevato come il cancelliere, 1 minuto prima e 2 minuti dopo la ricerca su Boffo, avesse fatto due interrogazioni tra i propri normali adempimenti d’ufficio. Resta da scoprire chi gli abbia commissionato l’intrusione, e sia poi stato l’«informatore attendibile, direi insospettabile», per dirla con le parole abbozzate da Feltri nel 2009 - che «mi consegnò la fotocopia del casellario giudiziario» in realtà stravolta dall’innesto della velina anonima.

14 aprile 2015 | 09:48

Sparatoria al campo rom: i nomadi bloccano l'entrata e chiudono fuori la polizia

Ivan Francese - Lun, 13/04/2015 - 17:14

Un consigliere di zona: "Al campo di via Idro non riesce ad entrare nemmeno la polizia, i rom hanno bloccato gli ingressi con una catena umana". Secondo episodio in due giorni

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Meno di ventiquattr'ore dopo, un altro scontro a fuoco, questa volta all'interno del campo di via Idro, alla periferia nord-est del grande capoluogo lombardo. Protagonisti due distinti gruppi di rom, in azione in pieno giorno, dentro e fuori i campi che li ospitano. Incredibilmente, la polizia allertata dai residenti non è riuscita ad entrare nel campo per i necessari sopralluoghi dopo che i rom hanno formato una sorta di "catena umana" per impedire l'ingresso degli agenti.

"Le forze dell'ordine hanno la certezza della presenza di un vero e proprio arsenale all'interno e nelle aree limitrofe del campo nomadi, ma manca la volontà politica di intervenire“, scrive su Facebook il consigliere di zona 2 per la Lega Nord Samuele Piscina. "L’identikit di chi oggi chi occupa il campo rom di via Idro - conclude il leghista - non è quello di una povera persona emarginata che ha bisogno di aiuto. Anzi, sono presenti veri e propri criminali, molti dei quali con obbligo di firma e arresti domiciliari all’interno delle villette abusive costruite nel campo stesso."



Far West a Milano: sparatoria tra rom di fronte a un asilo

Andrea Riva - Lun, 13/04/2015 - 12:45

È una faida che dura da parecchi giorni. I rom si sono picchiati e poi hanno esploso colpi di arma da fuoco di fronte a un asilo nido
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Lo scorso venerdì, via Cratese a Milano, sembrava il Far West. Come scrive MilanoToday, questa via si trova molto vicino al campo rom di via Negrotto dove "recentemente, le forze dell'ordine avevano anche trovato delle armi nascoste".

Secondo quanto raccontato da un lettore di MilanoToday, "venerdì nel primo pomeriggio si sono fronteggiate almeno due famiglie con tanto di colpi di arma da fuoco, tanto che la vetrata al civico 10 della via è andata in frantumi. Il tutto nelle immediate vicinanze di un nido e di una scuola dell'infanzia, in via Brivio. La polizia è intervenuta denunciando otto persone e indagandone una. Secondo alcune testimonianze, si tratterebbe di una faida che prosegue da parecchi giorni".

Disfida tra Parco e ministero sul livello del Ticino: «Così restiamo senza acqua»

Corriere della sera

di Gian Antonio Stella

Fermo da 70 anni l’accordo Roma-Berna sulla regolazione della diga. «Un’estate di siccità potrebbe essere aggravata anche dai consumi per Expo»

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E se mancasse l’acqua non solo al raro rospo pelobate o alle risaie lombardo-piemontesi ma alla stessa Expo della terra, del cibo e dell’acqua? La prospettiva, da brividi, viene evocata dal Parco del Ticino. Assillato dall’ipotesi che un’estate di siccità possa essere aggravata dal consumo sup-plementare dell’esposizione mondiale. E il bello è che l’acqua, se non fosse per baruffe e ritardi vari, ci sarebbe per tutto e tutti... Per capirci qualcosa partiamo proprio dal Ticino, che dopo aver attraversato l’omonimo cantone svizzero dove nasce, entra nel Lago Maggiore e da lì prosegue fino a confluire nel Po.

Amato nei secoli dai cacciatori per l’abbondanza di «dordi, pernici, lepore, faggiani, caprioli...» ma più ancora da scrittori e poeti («Corre il Ticino fra selvette rare / verso la diga di roseo granito / corre, spumeggia su la china eguale...», intonò D’Annunzio), il fiume è secondo per portata d’acqua solo al Po. Ed è generosissimo non solo verso le aree più industrializzate del Paese (sei centrali idroelettriche) ma verso l’agricoltura di eccellenza che fra Piemonte e Lombardia vede la presenza di settemila aziende, a partire dalle risaie.

Non bastasse, il Parco naturale della Valle del Ticino, fondato nel 1974, è riuscito in quarant’anni a custodire e proteggere un patrimonio di migliaia e migliaia di ettari di pianura padana aiutando a crescere anche l’economia turistica. Nonostante il dimezzamento del personale. Nonostante le ingordigie cementizie di certi sindaci avventurieri. Nonostante i tagli che via via hanno ridotto i contributi della Regione a un milione di euro. Dieci centesimi per ogni lombardo. Briciole.

Il guaio è che sulla generosità del Fiume Azzurro ( copyright di Paolo Monelli) è in corso un braccio di ferro. Tutto nasce da un vecchio accordo tra Roma e Berna sulla gestione delle acque dopo la costruzione a Golasecca, nel Varesotto, della diga della Miorina che da oltre settant’anni regola la portata delle acque che escono dal Lago Maggiore determinando di fatto il livello dello stesso lago, che come noto appartiene al Canton Ticino, al Piemonte e alla Lombardia.

Dice questo accordo del 1938, ritoccato nel ‘44/45, che la diga (che qualcuno vorrebbe raddoppiare con appalti per 220 milioni di euro) deve garantire al lago un livello massimo delle acque in inverno fino a un metro e mezzo sopra lo zero idrometrico misurato a Sesto Calende. Quota che, passati i mesi più freddi, deve scendere a un metro. Patti chiari.

Dopo la siccità del 2006 che causò danni pesantissimi all’agricoltura italiana e in particolare padana, il Consorzio del Ticino (con sollievo del Parco) decise di forzare un po’ il vecchissimo accordo trattenendo nei mesi buoni più acqua di quanto fissato dall’intesa così da poterne smistare di più in caso di stagioni troppo secche. Effetto automatico: un livello più alto del lago anche nei mesi estivi in cui le spiagge, altrimenti deserte, sono frequentate. Bene per il Parco e gli agricoltori, scampati nel 2012 senza danni a un’estate avara d’acqua. Meno, stando alle loro denunce, per gli operatori turistici.

Finché nel marzo 2014 l’Ufficio federale dell’ambiente svizzero mandò al nostro ministero dell’Ambiente una (garbata) lettera di protesta manifestando la sua preoccupazione per «le ingenti quantità di neve accumulatesi», lamentando di non essere stato mai consultato sulla scelta di trattener più acqua nella diga e proponendo di «approfondire la questione». Due mesi dopo il nostro ministero dell’Ambiente rispondeva annunciando «un foro di regolare consultazione» e in attesa di nuove intese ordinava che la diga della Miorina rispettasse alla lettera gli antichi accordi.

Immediata sollevazione del Parco e degli agricoltori: perché correre rischi gravissimi, dati i cambiamenti climatici rispetto a settant’anni fa, se la scelta di trattenere più acqua per eventuali emergenze non causa «danni reali né a monte né a valle»? Risposta del ministro Gian Luca Galletti a un accorato appello («Salvare il Ticino, patrimonio Unesco da preservare») di Giulia Maria Mozzoni Crespi, battagliera anima del Fai: le intese bilaterali non dovevano essere toccate all’insaputa della Svizzera ma lui aveva comunque concordato col collega svizzero di «affrontare con spirito costruttivo il problema e trovare soluzioni soddisfacenti per tutti in tempi rapidi».

Rileggiamo: «tempi rapidi». Da allora sono trascorsi nove mesi e mezzo. Senza una sola avvisaglia di un nuovo accordo. Al punto che il Parco, un paio di settimane fa, ha presentato un’istanza al Tribunale superiore delle acque di Roma chiedendo (a giorni la risposta) «la sospensione immediata della direttiva del ministero dell’ambiente» e poi la sua cancellazione. «Si sta sprecando, giorno dopo giorno, una enorme quantità di acqua che potrebbe essere fondamentale per la riserva naturale e per le aziende agricole», accusano il vicepresidente del Parco Luigi Duse e il direttore Claudio Peja, «tanto più che quest’anno una eventuale siccità sarebbe resa ancora più grave dal consumo di acqua supplementare, enorme, dell’Expo».

Lo ha ammesso, in una lettera ufficiale, anche il Consorzio di bonifica Est Ticino Villoresi: «Qualora, per scarsa disponibilità d’acqua del Ticino, dovesse significativamente ridursi la portata derivata per il canale, stante la priorità di utilizzo per l’agricoltura dettata dalle norme vigenti, il Consorzio potrebbe trovarsi impossibilitato ad erogare la quantità d’acqua richiesta dalla società Expo per il regolare funzionamento del sito espositivo». E una Expo «verde» senza l’acqua rischierebbe di esporci a una figuraccia epocale. Mandando all’aria tutti gli sforzi compiuti in questi mesi per riscattare troppi ritardi...

14 aprile 2015 | 07:22