mercoledì 15 aprile 2015

Se un immigrato vale più di un operaio

Mario Valenza - Mer, 15/04/2015 - 12:30

L'accoglienza degli immigrati costa circa 32 euro al giorno: 975 euro al mese. Una "paga" che vale quanto uno stipendio


Le ondate di sbarchi sulle nostre coste non conoscono fine. Migliaia di migranti partono dalle coste del nord Africa per restare poi in Italia. Ma quanto ci costa ospitare i profughi e i migranti a casa nostra? Il ministro Alfano ha allertato le prefetture per far posto a migliaia di migranti che stanno per arrivare in Italia. Per chi parte il soggiorno è un "affare". Chi si occupa dell'accoglienza riceve per ogni ospite un rimborso di 30 euro più Iva al giorno comprensivo di vitto, alloggio, gestione amministrativa dell’ospite, mediazione linguistica, assistenza per la richiesta di asilo, fornitura di abbigliamento, biancheria, prodotti per l’igiene personale. In più 2,50 euro in contanti da dare quotidianamente all’ospite. Il conto è presto fatto: 32,50 euro a persona. Circa 975 euro al mese.

Il Viminale non ha mai chiarito la durata di questo trattamento assistenziale che potrebbe essere per un mese, per un anno. Magari sempre. Recentemente l’Eurostat ha pubblicato un dettagliato rapporto sul tema immigrazione. Secondo i dati dell'ufficio statistico europeo l’Italia, tra quelli maggiormente coinvolti nel problema immigrazione, è il Paese che respinge meno immigrati. Secondo l’Eurostat alla fine del 2013 l’Italia era al quarto posto in Europa per numero di richieste di asilo pendenti: 27.930. Il Paese europeo con più richieste pendenti era invece la Germania, con 125.705 seguita dalla Svezia con 54.270 e dalla Gran Bretagna con 29.875.

L’Italia, nel 2013, ha respinto il 36% delle richieste di asilo che sono state presentate rispetto al 74% della Germania, l’83% della Francia, il 47% della Svezia, l’82% della Gran Bretagna e il 68% del Belgio. L’Italia, nel 64% dei casi, accoglie gli immigrati: nel 12% dei casi riconoscendogli lo status di rifugiato, nel 30% dei casi per motivi umanitari e nel 22% assicurando alla persona una "protezione sussidiaria". Insomma da noi le porte sono sempre aperte. E chi ha la fortuna di mettere piede in Italia avrà un reddito assicurato che va oltre quello di uno stagista o di un operaio.



I padri separati che rischiano di essere sfrattati dai profughi

Sonia Bedeschi - Mer, 15/04/2015 - 08:16

Li definiscono i nuovi poveri: padri separati e abbandonati che nessuno tutela. Non sono un business né per lo Stato né per l'Europa. Ecco il loro grido disperato

Esiste una categoria di cittadini di cui non si parla mai, che sta diventando invisibile: quella dei padri separati. La società li chiama i "nuovi poveri", quelli che a stento arrivano a fine mese, che sono costretti a dormire in macchina, che pur di passare l'assegno di mantenimento all'ex moglie e gli alimenti ai figli arrivano a saltare i pasti o a indebitarsi con Equitalia.

Per loro non è previsto nessun sostegno dallo Stato e neppure dall'Europa. Proprio su questo la Corte dei Conti Europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per la mancata tutela dei genitori separati. Pensate che solo in Lombardia esiste circa un milione di famiglie di cui il 60% con figli. Questo significa che solo su territorio regionale ci sono circa 600.000 genitori separati. Non esistono vere e proprie strutture di accoglienza dedicate a loro.

Una situazione emblematica che ci viene raccontata direttamente dai padri "inquilini" è quella di via Saponaro 1/A a Milano. Una struttura di proprietà Aler convenzionata con il Comune che accoglie 40 ospiti. Per loro ci sono stanze da 30 metri quadrati formati da un cucinotto, un letto, un tavolo, due sedie e un bagno. Solo una lavatrice in comune. La partecipazione al bando prevedeva un percorso guidato al termine del quale veniva garantita una casa: ricerca sul territorio, assistenza sociale, appoggio psicologico. Nulla di tutto questo è stato fatto.

"Siamo discriminati come italiani e come padri separati"

Pagano un affitto mensile di 350 euro, fanno la spesa, lavano, cucinano, si autogestiscono e finanziano da soli. L'angoscia più grande è di essere sfrattati entro novembre, mese in cui scade il contratto. Nessuno si è più fatto vivo, l'affitto è aumentato, il servizio portineria è stato sospeso senza avviso ma continuano a pagare 24.000 euro all'anno. Tutti hanno paura di ritornare a dormire in macchina. Non sono arrabbiati, di più: "Siamo incazzati perché vediamo che gli stranieri vengono ospitati, mantenuti, coccolati, mentre noi, che siamo italiani, non abbiamo diritti. Mi sento discriminato come italiano e come genitore separato" - sbotta papà Marco.

Eppure questi papà fortunatamente un lavoro ce l'hanno: Roberto fa la guardia giurata, Agostino è un impiegato pubblico, Marco lavora come dipendente presso una grande azienda. In media guadagnano 1.200 euro al mese: "350 per l'affitto, 550 per il mantenimento di tre figli e il resto rimane a me!". Si scatena, in automatico, una guerra tra poveri, dove addirittura essere profugo e richiedere asilo politico conviene. Solo nel 2014 i dati parlano di circa 110 casi di suicidio/omicidio di padri legati alla separazione e di 20 madri. Ci sono giovani papà come Massimo impegnato come collaudatore di centrali termiche, 36 anni, separato con un figlio affetto da una grave malattia: "Appena chiamano io devo correre. Non posso rinunciare alla macchina".

I papà che non sono un business per lo Stato

Con gli occhi lucidi racconta di avere accumulato debiti per 64.000 euro con una rata mensile di ben 4.350 euro. Di fatto, come dice lui, "o pago i debiti oppure pago gli alimenti e l'affitto della mia camera". I padri si strozzano di prestiti e debiti pur di mantenere una dignità e non far capire ai propri figli che, alla peggio, torneranno a dormire in una macchina. Intanto i mesi passano e lo sfratto si avvicina. Ma a chi verranno affidati gli alloggi una volta mandati via i padri separati? Marco non ha dubbi: "Ho paura di essere sfrattato da profughi, rom e stranieri. Hanno già tentato di sfondare un appartamento vuoto".

Parallelamente a questa realtà che è in attesa da anni di tutele e fondi da parte dello Stato ci sono le ondate di profughi che transitano a Milano, per cui sono state messe a disposizione tutte le strutture del territorio, pubbliche e private. Pensate che da ottobre 2013, solo a Milano, sono stati accolti a ruota ben 57.000 profughi. Di questi 32.835 siriani, 12.757 eritrei, 2.057 palestinesi e 293 da altri paesi. Il dato certo conta 2 milioni 545 mila euro di fondi statali al 30 giugno 2014.

Per l'anno nuovo invece si contano 95 mila euro di spese per l'integrazione, 88 mila euro per emergenza in stazione Centrale ma solo da gennaio a marzo 2015. In totale quindi 184.077 euro in tre mesi per gli immigrati, oltre ai 5 milioni del ministero dell'Interno. I centri più attivi al momento sono: via Aldini, via Pollini e via Mambretti (Fondazione Progetto Arca), Casa Suraya e via Fratelli Zoia (Cooperativa Farsi Prossimo), via Saponaro e via Isonzo (Fratelli di San Francesco), viale Toscana e Palasharp (City Angels), via Ponti (Asp), via Palazzolo (Fondazione Don Gnocchi).

I profughi siriani sopravvissuti al viaggio della morte

Nel centro di via Aldini, gestito dalla Fondazione Arca, riusciamo a parlare con tre profughi siriani sopravvissuti al "viaggio della morte" come lo definiscono loro. Tutti partono incoraggiati da chi in Italia è già sbarcato: "Dicono che una volta arrivato a Milano sei salvo perché puoi arrivare nel nord Europa". Nessuno di loro è intenzionato a rimanere in Italia, puntano a Svezia, Francia, Germania o Regno Unito. Molti sono laureati (la Svezia si è presa la "créme" e non accetta più nessuno) o hanno intrapreso percorsi di studio. Chi ha dovuto pagare 6.500 dollari per il viaggio, chi 3.000, chi è stato derubato una volta sbarcato. Sono in Italia da 5 giorni e pensano a come raggiungere i paesi del nord: "O prendiamo il treno con il rischio di essere beccati e rispediti indietro, oppure ci mettiamo nelle mani dei trafficanti con il rischio che ci lascino a metà strada e ci derubino".

Mohamed ha 24 anni, ci mostra sul palmo della mano i segni che rappresentano i 48 giorni del suo calvario, da quando è partito da Damasco. Hanno rischiato la vita, sofferto la fame, eppure dicono "pittosto che rimanere in Siria siamo disposti ad andare incontro alla morte". In via Aldini l'accoglienza prevede una copertura da parte dello Stato alle associazioni pari a 30 euro al giorno per ogni ospite fino a un massimo di 250. Il termine di permanenza nel centro è di 8 giorni con la tolleranza di un mese. In sei mesi sono stati spesi 1,8 milioni di euro. Una volta arrivati vengono sottoposti a visite mediche, ricevono vestiti puliti, tre pasti giornalieri e farmaci. Non vogliamo fare i conti in tasca alle associazioni che li accolgono, certamente non si tratta di volontari.

10 milioni nelle tasche dei padri separati

Adesso, per i padri separati, rimane l'ultima speranza: la delibera (approvata settimana scorsa) di Regione Lombardia che prevede lo stanziamento di 10 milioni di euro capaci di sostenere 4.000 genitori separati. Si tratta di un contributo di 400 euro al mese per sei mesi per un totale di 2.400 euro. Un aiuto valido per chi non supera i 12.000 euro di reddito annuali. Basta fare domanda all'Asl e confrontare i requisiti. I padri riceveranno un bancomat con 400 euro. Soldi che dovrebbero arrivare direttamente nelle loro tasche, scavalcando le strutture, le associazioni, le cooperative che potrebbero "fare business" anche su questa categoria. "Sui padri separati non si può mangiare - commenta Antonio Saggese, vice Presidente dei padri separati Lombardia - a meno che non vengano previsti fondi per le strutture che li ospitano". E speriamo che questi fondi arrivino veramente.

Salvini ai sindaci: «Nuovi immigrati? Sindaci, non accoglieteli»

Corriere della sera

Il segretario federale: «La Lega Nord è pronta a occupare alberghi e scuole destinati ai profughi». Alla Guardia Costiera: «Non faccia sbarcare nessuno»

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Se fosse al governo Matteo Salvini, leader della Lega Nord, chiamerebbe «i comandi della Guardia costiera e della Marina militare e darei l’ordine alle navi di pattugliare le acque territoriali, soccorrere chi deve essere soccorso ma non far sbarcare assolutamente nessuno».
«Occupare alberghi»
E per sbarrare la strada agli immigrati sbarcati sulle coste italiane, ecco la soluzione del segretario federale: «Occupare alberghi e ostelli». «Alfano e Renzi cercano altri 6500 posti letto per gli immigrati. Chiedo ai governatori, ai sindaci, agli assessori e ai consiglieri della Lega di dire no, con ogni mezzo, a ogni nuovo arrivo. Come Lega siamo pronti a occupare ogni albergo, ostello, scuola o caserma destinati ai presunti profughi». Così Salvini su Facebook.
«Difendere i confini»
A Siena per manifestare davanti al Monte dei Paschi, il segretario della Lega ribadisce poi che le forze navali italiane dovrebbero «difendere i confini» perché più immigrati partono «più ne muoiono. Purtroppo abbiamo un governo complice», ha aggiunto ricordando che in pochi giorni «ne sono sbarcati settemila» e di questo passo «rischiamo di superare ogni record storico». Oltre a dover leggere notizie come quella di oggi «del morto dato in pasto agli squali».
Aiuti dall’Europa
Sostegno all’Italia è espresso dal Commissario Ue agli Affari Interni e all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, che a margine di un’audizione all’Europarlamento sottolinea che il nostro Paese si trova «in questo momento sotto pressione» per l’aumento dei flussi migratori provenienti dal Nord Africa. Per questo, ha sottolineato «dobbiamo sostenerlo e aiutarlo». La nuova emergenza immigrazione nel canale di Sicilia richiede un’azione immediata a livello europeo: Avramopoulos ha annunciato una viaggio «in Sicilia, la prossima settimana, per incontrare il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, e visitare i centri di accoglienza per gli immigrati».

«Gli Stati hanno già avuto fondi europei per affrontare l’emergenza» immigrazione, ha ricordato il commissario, «e siamo pronti a stanziarne altri, ma non si tratta solo di questo, quanto anche di mettere a punto una strategia a lungo termine».

Critica i rom in diretta tv: presa a calci dalla sinistra

IlGiornale - Mer, 15/04/2015 - 08:27

A Quinta Colonna Gabriele Mariani del Pd sferra un calcio a una cittadina per impedirle di raccontare i problemi che i rom portano a Milano

Chi denuncia il degrado rom viene azzoppato in diretta tv. È accaduto lunedì sera, durante il collegamento della trasmissione Quinta Colonna, condotta da Paolo Del Debbio, con uno dei quartieri milanesi in cui la convivenza coi campi nomadi è più difficile.



Gabriele Mariani del Pd (nella foto) avrebbe sferrato un calcio a una cittadina per impedirle di raccontare della delinquenza, della sporcizia e dei problemi che i rom portano nella periferia. Immediato il coro della gente in diretta: "Vergogna! Vergogna!".

A Milano le ceneri degli animali riposeranno con i padroni

La Stampa

Non sarà però possibile collocare le ceneri dell’animale d’affezione all’interno dello spazio per il feretro

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Nei cimiteri di Milano sarà possibile “riposare” con accanto le ceneri del proprio animale domestico. Dopo una serie di verifiche tecniche, il provvedimento è stato proposto dagli uffici comunali alla Giunta che ha dato il suo avvallo.
«Visto che non sono stare riscontrate, nelle normative vigenti in materia, prescrizioni che impediscano la collocazione delle ceneri di animali d’affezione nella immediate vicinanze della sepoltura del padrone defunto - spiega Rosaria Iardino (Pd), presidente della Commissione consiliare Benessere, competente in materia, che ha lavorato alla soluzione insieme ai tecnici - questa pratica è ora possibile anche a Milano».

Non sarà però possibile collocare le ceneri dell’animale d’affezione all’interno dello spazio per il feretro. Quindi, ad esempio, in caso di tomba su campo, il contenitore delle ceneri dell’animale potrà essere fissato al terreno sottostante, con accorgimenti che ne impediscano l’asportazione accidentale. O, ancora, per le cellette ossario e il colombaro l’urna potrà essere fissata alla lapide di copertura.
«Per prima cosa voglio ringraziare l’assessore a Commercio e Servizi civici, Franco D’Alfonso, e i suoi uffici - conclude Rosaria Iardino - per aver varato questo provvedimento, che avvicina ulteriormente Milano ai più importanti capoluoghi internazionali».

(Fonte: Ansa)

Ottant’anni fa la Conferenza di Stresa che avrebbe dovuto evitare la guerra

La Stampa
luca gemelli

Sull’Isola Bella nel 1935 si svolse l’incontro tra Mussolini e i primi ministri di Francia e Inghilterra

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Nasceva ottant’anni fa, dall’11 al 14 aprile 1935, la vocazione di Stresa come sede di incontri ad alto livello. Per quattro giorni, grazie alla presenza di Benito Mussolini e dei primi ministri di Francia e Inghilterra Pierre Laval e Ramsay Macdonald, impegnati nella Conferenza di Stresa che aveva lo scopo di fermare la crescente aggressività della Germania, la cittadina del lago occupò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Affollarono Stresa anche i corrispondenti dei principali giornali internazionali.

I tre primi ministri si incontrarono in un luogo unico, Palazzo Borromeo, nella sala della musica che ancora oggi mantiene l’arredamento usato in quell’occasione, mentre nella vicina sala delle medaglie si tenne il pranzo offerto dal duce a un centinaio di ospiti. Per l’occasione fu realizzato uno speciale attracco all’Isola Bella, immortalato da alcuni filmati dell’istituto Luce.

I giornali dell’epoca
Raccontano le cronache dei giornali dell’epoca, tra cui un lucido resoconto sulla prima pagina de «La Stampa» del 10 aprile 1935, che il palazzo dell’Isola Bella fu impreziosito per volontà della famiglia Borromeo con opere d’arte, tra cui quadri di Giorgione, Tiziano , Van Dyck, che si andarono ad aggiungere alla collezione di tesori normalmente ospitata. I padroni di casa misero a disposizione anche sessanta inservienti in storiche livree secentesche e settecentesche.

Tra i preparativi in vista della Conferenza tra i tre primi ministri, accompagnati da nutrite delegazioni, anche lo schieramento di ventotto autovetture Fiat a disposizione degli ospiti. La delegazione britannica giunse in aereo, mentre quella francese direttamente a Stresa in treno da Parigi, ma l’arrivo più spettacolare fu quello di Mussolini.

Il volo sull’idrotrimotore
I giornali, con i toni tipici del regime, raccontarono che dopo aver pilotato personalmente un aereo dalla Romagna fino al campo volo di Lonate Pozzolo, il duce si trasferì in auto a Sesto Calende per visitare la fabbrica di idrovolanti Savoia. Da lì pilotò personalmente un idrotrimotore per ammarare sulle acque del Lago Maggiore davanti all’Isola Bella, non prima di aver sorvolato la città. 
Al termine della Conferenza di Stresa fu siglato un accordo, che avrebbe dovuto evitare il rischio di una nuova guerra mondiale: una copia è ancora esposta nella sala della musica nel Palazzo Borromeo sull’Isola Bella.

Google, l’ Ue avvia doppia indagine su ricerche web e Android

La Stampa

Il motore di ricerca accusato di abuso di posizione dominante

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La Commissione europea ha aperto oggi due fronti legali con il colosso americano del Web, Google, inviando una lettera di accuse formali sull’abuso di posizione dominante nel mercato della ricerca online, e avviando un’indagine sulla possibile violazione delle regole antitrust Ue da parte del sistema operativo di Google per smartphones, Android. L’indiscrezione era stata confermata ieri in serata dal responsabile europeo per l’agenda digitale, il tedesco Oettinger. E il Wall Street Journal ha azzardato che la multa sarà di 6 miliardi.

Nel mercato delle ricerche, si tratta della conclusione di un’indagine Ue che va avanti da anni, e che con l’ex commissario alla concorrenza, Joaquin Almunia, sembrava prossima alla conclusione l’anno scorso in favore di Google. Il cambio dell’Esecutivo Ue da novembre ha avuto un impatto cruciale sull’indagine. Ora il nuovo commissario alla concorrenza, Margrethe Vetsager, accusa Google di abuso di posizione dominante in quanto «Google sistematicamente mostra in posizioni più visibili nei risultati di ricerca i suoi servizi di comparazione di prodotti, indipendentemente dal merito», si legge in una nota della Commissione. In sostanza, le ricerche di Google, che è di gran lunga il più usato motore di ricerca nell’Ue, favoriscono i suoi servizi e non garantiscono risultati neutri.

Su Android, si tratta dell’avvio di un’indagine formale. Google è sospettato di usare il sistema operativo Android, che è tra i più diffusi al mondo su smartphones e tablets, per guadagnare terreno in altri mercati adiacenti di servizi e applicazioni. Si tratta di un’accusa molto simile a quella rivolta dall’Ue a Microsoft qualche anno fa per gli abusi di posizione dominante attraverso il sistema operativo Windows, che domina il mercato dei computer. Google è sospettato, tra le altre cose, di aver usato la sua posizione di forza nel settore per costringere i produttori di smarthpones e tablets ad accettare «la pre-installazione esclusiva di applicazioni e servizi di Google»

Mio Diaz

La Stampa
massimo gramellini

Il poliziotto romano Fabio Tortosa rientrerebbe «mille e mille volte» nella caserma Diaz dove furono torturati i manifestanti pacifici del G8 di Genova. La sua rivendicazione pubblica suscita scalpore, ma non stupisce. Leggendo quella prosa irta di espressioni come «giovanile vigoria» ed «entusiasmo cameratesco», si comprende il clima che si respira in certe frange minoritarie della polizia di Stato. Loro sono i Buoni, costretti a difendere dal disordine del mondo la cittadinanza ingrata e smidollata che li contesta, ma felici di farlo per amore di Patria.

Eppure gli smidollati non vedono l’ora di cambiare opinione. Basterebbe che accanto ai Tortosa che ostentano lo spirito di corpo con linguaggio vittimista da ultrà, un poliziotto - uno solo - avesse il coraggio di scrivere quello che la maggioranza dei suoi colleghi pensa. «Cari Tortosa, avete torto. La Diaz è una pagina vergognosa della nostra storia. La polizia non è una masnada di pretoriani che agisce al di fuori della legge accanendosi sui più deboli per sfogare il rancore accumulato nella vana caccia ai veri colpevoli.

Noi siamo i custodi armati della democrazia. E democrazia è quando la polizia difende le persone, non quando le persone devono difendersi dalla polizia. Comprendo la vostra frustrazione, ma i valori che ogni giorno indosso assieme alla divisa mi impongono di prendere le distanze da chi, con linguaggio e comportamenti da esaltato, dimostra di non avere le basi culturali né la tenuta nervosa per sostenere questa missione. Noi siamo un corpo. E quando un corpo si ammala, bisogna curarlo. Anche a costo di amputarne la parte malata». 

Gli Usa rimuovono Cuba dalla “lista nera” dei Paesi che sostengono il terrorismo

La Stampa

Altro passo nel disgelo delle relazioni. Più vicina la riapertura delle rispettive ambasciate

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Un altro passo nel disgelo delle reazioni tra Stati Uniti e Cuba. Il presidente Usa Barack Obama ha dato il suo via libera per la rimozione di Cuba dalla lista dei Paesi che sostengono il terrorismo. La Casa Bianca ha trasmesso al Congresso i documenti e le certificazioni che indicano l’intenzione di rimuovere Cuba dalla lista. Il presidente degli Stati Uniti ha preso la decisione finale in seguito ad una revisione condotta dal dipartimento di Stato sulla presenza di Cuba nella lista. 
La lettera al Congresso con cui il presidente comunica la sua intenzione certifica che il governo di Cuba «non ha fornito alcun sostegno al terrorismo internazionale» negli ultimi sei mesi e che le autorità «hanno fornito assicurazioni sul fatto che non sosterranno atti di terrorismo internazionale in futuro». 

Si tratta di un passo fondamentale nel processo di ripresa delle relazioni diplomatiche tra Usa e Cuba. L’Avana è inclusa tra i Paesi sponsor del terrorismo dal primo marzo del 1982, assieme a stati come la Siria e l’Iran. Il passo ufficiale di Washington sbloccherebbe la riapertura delle rispettive ambasciate e si potrebbe così completare il processo di riavvio delle relazioni diplomatiche interrotte definitivamente il 3 gennaio del 1961, quando su ordine del repubblicano Dwight Eisenhower venne chiusa l’ambasciata a L’Avana



In una Cuba (già) postcastrista i dissidenti che ruolo avranno?
La Stampa
mimmo cándito

Ai “dissidenti” di Cuba, gli hanno sottratto proprio tutto, ormai, non soltanto lo spazio politico ma perfino il mestiere. Quella benedetta stretta di mano dell'altro ieri, infatti, tra Obama e Raùl Castro, è parsa la batosta che rischia di vanificare anche le ultime speranze d'una lotta politica lunga e tormentata, mai accompagnata da grandi successi: perchè, ora che il regime contro cui da sempre si sono battuti ha potuto appropriarsi d'una legittimazione anche da Washington, riaggiustare la linea dell'”azione politica”, come loro puntigliosamente chiamano le loro manifestazioni contro il castrismo, diventa un problema per la cui soluzione mancano strumenti d'uso.

“Eh sì, bisognerà capire anzitutto che cosa si son detti in quella mezz'ora di dialogo a porta chiusa, Raùl e Obama”, commenta uno dei dissidenti che comunque a Panama c'era, e ha incontrato il Presidente, e ha anche potuto manifestare in piazza la sua contrarietà ai fratelli Castro senza dover rischiare “el ripùdio popular” che comunque in patria sempre gli tocca, quando poi non è la galera.

Frammentato, diviso, litigioso, anche velleitario, il “dissenso” ha inciso davvero poco in questi 60 anni di regime, incapace sempre di costituirsi come forza organizzata di contestazione politica, per l'azione repressiva molto efficace d'una polizia presente dovunque, e per le gelosie e i particolarismi delle cento sigle che dovevano rappresentare un progetto politico ma spesso erano, invece, confusi programmi di interessi personali su cui le infiltrazioni aprivano agevolmente manovre squalificanti.

E' stato, comunque, un dissenso che ha pagato con migliaia di “prigionieri di coscienza” la sua opposizione al regime, prigionieri che hanno scontato anche lunghi anni di galera, perfino decenni, quando i loro nomi erano quelli di antichi compagni della lotta guerrigliera nella Sierra. Elisardo Sànchez, presidente da sempre della Commissione per i diritti umani, lo dice a parole chiare, oggi come ieri o anni fa: “Ci siamo dovuti muovere sempre sotto la minaccia della repressione, bollati come mercenari, o traditori. Forse, ora sarà ancor più difficile, se non sapremo essere noi l'espressione del disagio della nostra società”.

Prima di Obama, a rubare spazio e peso al “dissenso” era stata la Chiesa cattolica, cui il “progetto per un dialogo” del dissidente Osvaldo Payà era certamente legato ma che il cardinale Ortega aveva saputo trasformare in azione concreta, una volta che il riformismo di Raùl aveva segnalato che – se pur nessuno spazio poteva essere concesso a soggetti politici – c'era comunque attenzione verso altre forze rappresentative della società. La Chiesa aveva preso al volo questa opportunità, incrinando per la prima volta la “esclusività politica”del partito comunista (e non a caso, il Vertice di Panama è stato preceduto da un messaggio pubblico di papa Francesco). Nessun partito, insomma, a Cuba, ma sì a una Chiesa autorizzata a essere quasi-partito per le sue forti radici popolari.

Oggi il cardinale continua il suo lavoro di mediazione (sorretto da lontano dal Vaticano), ma il vero problema è come trasformare questo processo di mediazione in un atto dichiaratamente politico, cedendone la paternità progressivamente a alcune delle espressioni pubbliche della dissidenza. A Miami, dov'è la centrale del dissenso dell'esilio, molte cose sono mutate, dal passato, e c'è molta più apertura al dialogo e molta meno voglia di sangue. Questo aiuta certamente, però davvero tutto sta lì: “Che cosa si sono detti Obama e Castro in quella mezz'ora senza testimoni”. 

La polizia può espellere turisti e stranieri gay”. Egitto, la sentenza del tribunale diventa un caso

La Stampa
francesca paci

I giudici amministrativi: si potrà impedire agli omosessuali l’ingresso al Paese

L’Egitto non è mai stato un luogo “accogliente” per gli omosessuali, protagonisti a dicembre dell’ennesima retata in un bagno turco ripresa però stavolta dalla tv (e poi trasmessa sotto la definizione di “comportamenti debosciati”). La storia in quel caso finì in tribunale ma si risolse con l’assoluzione di tutti e 33 gli imputati. Invece la nuova sentenza di una Corte amministrativa del Cairo, secondo cui la polizia egiziana avrebbe il diritto di espellere gli stranieri gay e di impedire loro l’ingresso nel paese, è destinata a rimbalzare al di fuori dei confini nazionali soprattutto in un momento in cui Amnesty e le altre principali organizzazioni per i diritti umani tengono l’indice puntato contro le violazioni sistematiche del diritto nell’era Sisi.

La notizia, riferita dal quotidiano governativo al Ahram, è l’esito (negativo) di un ricorso amministrativo per l’espulsione di un cittadino libico omosessuale da parte del ministero dell’interno. I giudici, che pare abbiano respinto l’appello argomentando che aprire o chiudere le porte del paese a comportamenti ritenuti “devianti” è facoltà e diritto dell’esecutivo, si sono espressi sulla base di un articolo della legge contro la prostituzione (il rapporto tra persone dello stesso in sé non è un reato in Egitto).

La prima reazione internazionale arriva dall’Italia dove Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, ha già chiesto al governo italiano «una formale e dura condanna della decisione che viene dall’Egitto di espellere gli stranieri gay». Da quando nell’estate del 2013 l’ex ministro della difesa el Sisi depose il legittimamente eletto presidente Morsi per sostituirlo nel giro di pochi mesi dopo le elezioni del maggio 2014, l’Egitto si muove su un terreno minato.

Da una parte ci sono gli attivisti, i protagonisti della rivoluzione del 2011 contro Mubarak, che continuano a denunciare l’islamizzazione strisciante del paese perseguita dai Fratelli Musulmani fino all’intervento dell’esercito, invocato allora a gran voce dalla piazza. Dall’altra ci sono quegli stessi attivisti che sono finiti oggi nel mirino del nuovo regime allergico non solo alle spinte islamiste ma a qualsiasi forma di opposizione. Ci sono infine le sfide del futuro, prime tra tutte l’economia e il terrorismo, rispetto alle quali il nuovo presidente el Sisi ha chiesto all’Egitto (e al mondo) temporanea carta bianca nella gestione dei diritti umani.

Gli omosessuali, mai benvisti da una società per niente estremista ma piuttosto tradizionale (men che mai all’epoca di Mubarak, quando le retate si sprecavano) , sono finiti in mezzo a questa accelerazione della Storia. Poco conta che i giovani (la vera chiave di volta della infinita transizione egiziana) siano in buona parte cittadini del mondo e che in una discoteca poco visibile ma assai nota di Cairo Downtown la più gettonata dei djay sia una fiera lesbica cinquantenne.

La magistratura, che il governo egiziano vanta come modello d’indipendenza, fa politica (una politica che oggi coincide con quella del regime). Quanto poi le decisioni delle corti, che negli ultimi mesi hanno pronunciato una quantità di sentenze a morte da far invidia all’Iran, si traducano in pratica è tutto da vedere (finora la pena capitale è stata eseguita solo nel caso di Mah­mud Rama­dan, soste­ni­tore dei Fra­telli musul­mani ma reo della defenetrazione di due gio­vani defe­ne­strati da un palazzo di Alessandria). Per il momento l’Egitto non è un paese per gay.