giovedì 23 aprile 2015

Milano, al tribunale si entra armati dall'ingresso riservato

Mario Valenza - Gio, 23/04/2015 - 18:55

Chi passa dall’ingresso riservato, senza metal detector, può portare con sé un’arma: il racconto di un notaio

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Al tribunale di Milano si può entrare ancora con una pistola. Dopo la tragedia dello scorso 9 aprile quando Claudio Giardiello uccise il giudice Fernando Ciampi, l'avvocato Lorenzo Claris Appiani e Giorgio Erba, a quanto pare non è stato elevato in modo adeguato il livello di sicurezza, soprattutto agli ingressi.

Secondo quanto racconta il Corriere, al Palazzo di Giustizia un notaio è entrato dall'accesso pubblico di via Freguglia e ha mostrato agli addetti della security una pistola regolarmente detenuta con un porto d'armi. Gli addetti alla sicurezza hanno detto al notazio che dopo la sparatoria di Giardiello le regole non sono cambiate e che quindi dall'accesso pubblico non si può accedere al tribunale con un'arma seppur detenuta col porto d'armi. Ma il notaio poco prima era entrato ed uscito armato dal palazzo usando l'ingresso riservato per recarsi all'Archivio notarile.

Nell'ingresso riservato a quanto pare non ci sono metal detector e così le armi possono entrare con facilità. "Chi entra dall’ingresso riservato - ha spiegato uno degli uomini della security, protagonista dell’episodio - può farlo con un’arma. Conosco almeno quattro o cinque avvocati che lo fanno regolarmente".

Centinaia di migliaia di euro sui conti correnti ma vivevano nel campo rom

Sergio Rame - Gio, 23/04/2015 - 15:38

Una settantina di nomadi vivevano abusivamente nei container del campo: erano tutti finti poveri. Un bosniaco ammette: "Ho 100mila euro sul conto"

"Certo, certo che ho il conto alle Poste. Ho depositato in 35 anni di lavoro la somma di 100mila euro. 

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Faccio da sempre anche la dichiarazione dei redditi ed è tutto dimostrato. Perché il Comunedi Roma e Alemanno, all’epoca, non hanno fatto i controlli prima di ficcarci qua dentro nel campo?". Haakja Husovic è stato espulso, insieme ad altri 67 rom, sono stati sgomberati dal campo nomadi di via di Salone dopo l’accertamento patrimoniale su alcune famiglie ospiti. Sarebbero sbucati fuori conti nell’ordine delle decine di migliaia di euro.

Gli agenti della polizia municipale del gruppo Sicurezza pubblica emergenziale (Spe), guidato dal comandante Antonio Di Maggio, hanno allontanato dieci nuclei familiari composti da 68 nomadi che vivevano abusivamente nei container del campo autorizzato. L'operazione, che ha liberati quattordici moduli abitativi e li ha riconsegnati al Dipartimento politiche sociali, è la seconda tranche di quella iniziata a metà aprile. Gli allontanamenti, disposti dall’assessorato Politiche sociali guidato da Francesca Danese, hanno colpito solo finti indigenti che non hanno alcun diritto a usufruire dell’assistenza dell’amministrazione capitolina. Sui loro conti correnti o depositi postali sono state trovate centinaia di migliaia di euro.

È il caso, per esempio, di Husovic, bosniaco che vive in Italia da parecchi anni prima della guerra in Jugoslavia. Ha come tutti i rom una famiglia numerosa ("otto persone tra figli, nipoti e nuore") e dice di fare l'artigiano ("aggiusto qualsiasi oggetto"). Di tanto in tanto, ripulisce le cantine e fa i traslochi con il suo furgone. "Dovevano fare questi accertamenti prima non dopo tutti questi anni - continua Husovic - adesso molti dei nostri bambini che vanno ascuola dovranno interrompere le lezioni perché non abbiamo al momento unposto dove andare. Potevano almeno far finire l’anno scolastico". Ora ilrischio è quello di un flash back: i rom sgomberati hanno già fatto sapere che torneranno al Casilino 900.

Perché di comprarsi una casa o di pagare un affitto, anche se hanno i soldi per farlo, non se ne parla proprio.

Le trenta leggende su Shakespeare

La Stampa
alberto mattioli

Due ricercatrici di Oxford indagano sui miti più diffusi sul Bardo. Con un’unica certezza: le sue opere le ha scritte davvero lui

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Era un plagiario? Scriveva da solo? I suoi sonetti sono autobiografici? Aveva un vocabolario immenso? Le risposte sono, nell’ordine: dipende (l’epoca elisabettiana aveva una concezione della proprietà letteraria diversa dalla nostra), sì (almeno 32 opere su 38), non si sa e no (però arricchì l’inglese di una quantità enorme di parole). Passando dalle opere alla vita: era cattolico? Aveva viaggiato? Odiava sua moglie (e, secondariamente, era gay, come i sonetti farebbero pensare)? Oggi scriverebbe per Hollywood? E, quiz sommo, Shakespeare era davvero Shakespeare, insomma quel che viene rappresentato a suo nome lo scrisse davvero lui?

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C’è un libro da non perdere per chiunque ami il Bardo, il teatro o la vita, che sono poi la stessa cosa. S’intitola 30 grandi miti su Shakespeare (O barra O edizioni, pagg. 348, € 18) e l’hanno scritto due professoresse di Oxford, Laurie Maguire ed Emma Smith. Intanto, va subito detto che se i docenti universitari italiani scrivessero come quelli anglosassoni, fare l’università qui sarebbe più piacevole. Altro che la prosa sussiegosa dei nostri baroni tromboni. Qui si viene subito sedotti da una scrittura brillante, che nasconde una sterminata erudizione dietro un colorato velo di aneddoti e non disdegna perfino la cultura pop che si è ispirata al Bardo, con ghiotte citazioni dal cinema (Shakespeare in love), dalle serie tivù (i Tudors) e perfino dai cartoni animati (i Simpson).

Quanto al metodo, è semplice. Maguire & Smith prendono trenta affermazioni «correnti» su Shakespeare e le analizzano alla luce di quello che si sa di lui. Visto però che quel che si sa di lui, alla fine, è riassumibile con la celebre frase di George Stevens, «nacque a Stratford-upon-Avon, si fece là una famiglia, andò a Londra, fece l’attore e lo scrittore, tornò a Stratford, fece testamento e morì», quindi è molto poco, la risposta più frequente alle domande su Shakespeare è: boh. E tuttavia, fanno notare le autrici, benché non sia vero che «Shakespeare era lo scrittore più famoso del suo tempo» (mito 1, falso), non è vero nemmeno che «non sappiamo molto sulla sua vita» (mito 16, falso), perché ne sappiamo sì poco, ma in complesso di più che su tutti i drammaturghi suoi contemporanei. 

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Poi, si sa, luoghi comuni non sono necessariamente sbagliati: se è vero che non esistono più le mezze stagioni e che la pizza mangiata a Napoli è tutta un’altra cosa, è giusto dire che «le opere teatrali di Shakespeare sono senza tempo» (mito 22, vero) e «i ruoli femminili erano interpretati da ragazzi-attori» (mito 25, vero).

Altri miti dovrebbero essere più scientificamente definiti «bufale». Prendete il 23, «Macbeth è iellato in teatro», superstizione così radicata che ogni attore anglosassone si rifiuta anche solo di nominarlo, se non usando perifrasi tipo «the scottish drama», il dramma scozzese (fra parentesi, per la stessa ragione nessuno cita - e io mi guardo bene dallo scrivere - quell’opera di Verdi che porta veramente sfiga e che è meglio indicare come «La potenza del fato» o «L’opera di Pietroburgo»). 

Le dicerie su Macbeth cominciano nel 1898, con due straordinari articoli di Max Beerbohm sulla Saturday Review. Preso il posto di George Bernard Shaw, Beerbohm titolò il suo primo pezzo «Perché non sarei dovuto diventare critico teatrale» (come i tre quarti di quelli italiani!). Nel secondo, raccontò di aver letto in un memorialista del Seicento, John Aubrey, che alla «prima» del Macbeth l’attor giovane che doveva interpretare la Lady, tale Hal Berridge, si ammalò improvvisamente di pleurite «per cui Mastro Shakespeare in persona entrò in scena al suo posto». La storia di Shakespeare che recita la Lady è troppo bella per essere vera (infatti è falsa), ma intanto al Macbeth era stata assegnata «la patente». Si dovette aspettare il 2001 perché qualcuno, controllando il testo di Aubrey, scoprisse che Beerbohm si era inventato tutto, compresa l’esistenza di Hal.

Anche il fiorire di leggende è un attributo della grandezza. Che mito, questo Shakespeare.

Project Fi, Google lancia l’operatore telefonico per essere sempre connessi

La Stampa
francesco zaffarano

Il sistema permette allo smartphone di analizzare e scegliere il tipo di collegamento più efficiente in modo da non perdere mai il segnale. Per ora è disponibile solo negli Stati Uniti e solo sul Nexus 6

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Immaginate di uscire di casa, andare a lavoro in metropolitana, fermarvi in un parco, entrare in un negozio e tutto questo senza perdere mai la connessione: grazie a Project Fi di Google presto sarà possibile. L’ultima trovata di Mountain View è stata annunciata ieri e consiste in un innovativo sistema che promette di migliorare radicalmente la qualità della nostra navigazione. 

Project Fi permetterà ai telefoni in grado di supportarlo (al momento può solo il Nexus 6) di analizzare in ogni ambiente la connessione più efficiente in modo da saltare da un Wi-Fi a una rete 4G senza che ce ne si renda conto. Per garantire una copertura soddisfaciente del suo nuovo servizio, Google ha stretto un accordo con due dei più importanti operatori telefonici: Sprin e T-Mobile. A questi si aggiunge più di un milione di hotspot liberli e sicuri testati dall’azienda. 

Potenzialmente Project Fi è una rete di dimensioni infinite. Ma non è tutto: oltre a permettere il passaggio da una rete all’altra, Google ha voluto abbattere un’altra barriera della counicazione. Con Project Fi, infatti, non sarà neanche più necessario usare il nostro telefono per chiamare, dal momento che il nostro numero si appoggerà sul cloud di Big G. Per farlo basterà collegare il nostro numero di telefono a tutti i nostri dispositivi in grado di supportare Google Hangout e continuare a parlare in assoluta libertà. 

Tutto questo, ovviamente, ha un prezzo. Ma stando a quanto si legge sul blog ufficiale di Google, si tratterebbe di un costo abbastanza contenuto: 20 dollari al mese per accedere al servizio, con copertura internazionale in più di 120 Paesi, e altri 10 per ogni giga di traffico (con la possibilità di accumulare anche i singoli megabyte non consumati. 

Teddy vive solo 100 minuti, è il più giovane donatore di organi in Gb

La Stampa

La storia commuove il Paese. I genitori: “Ha vissuto ed è morto come un eroe”

È vissuto in tutto 100 minuti, meno di due ore. Ma ha fatto in tempo a donare i suoi piccoli reni, per volontà dei genitori, e a salvare un’altra vita per il futuro. È accaduto in Gran Bretagna, dove i media danno ampio rilievo a quella che viene raccontata come l’avventura di Teddy, il «più giovane donatore» d’organi nella storia del Paese. L’espianto è avvenuto a Cardiff, nel Galles. Il trapianto è stato eseguito invece a Leeds, in Inghilterra, dove quei reni sono serviti a ridare una speranza a un paziente adulto.

«Ha vissuto ed è morto come un eroe, è impossibile spiegare quanto siamo fieri di lui», ha detto al Daily Mirror il padre del piccolo, Mike Houlston, che con la moglie sembra aver anche voluto dare un senso a una tragedia altrimenti incomprensibile per dei genitori. La madre era in attesa di due gemelli, ma già durante la gravidanza le era stato detto che solo uno sarebbe sopravvissuto: l’altro era quasi certamente condannato da una grave malformazione cerebrale, un’anencefalia. Alla nascita la diagnosi ha trovato conferma. 

Di qui la decisione dei genitori, sostenuta a dispetto delle difficoltà tecniche e del dolore di quelle ore, di donare gli organi. Quando si è saputo che Teddy non ce l’avrebbe fatta «la nostra anima era distrutta», ha raccontato la donna, ma «abbiamo pensato che se anche avessimo potuto avere anche solo un momento con lui, 10 minuti o un’ora, sarebbe stato il tempo più prezioso della nostra vita». Poi il via libera al trapianto perché «la donazione è qualcosa che ho sempre sentito come importante fin da bambina», ha aggiunto.Diversi medici britannici elogiano in queste ore i genitori di Cardiff. E incoraggiano a seguirne l’esempio.

La Coalizione contro l’Isis è la vergogna dell’Occidente

La Stampa
domenico quirico

Caro Quirico, ormai da mesi è stata annunciata la coalizione di 40 nazioni, poi aumentata, contro l’Isis e il califfato. Fatto sta che non mi pare che la strategia adottata da questa «squadra», senza un esercito terrestre, stia risultando vincente visto che, a rimo cadenzato, il mondo dell’informazione ci propina filmati di carneficine messe in atto dall’Isis. A questo punto sorge il dubbio sulla compattezza di questa coalizione che, evidentemente, alle parole non fa seguire i fatti. Quali possono essere i motivi di questo quasi fallimento, almeno in questa fase? 
Giovanni Attinà



La cosiddetta Coalizione è il Baedeker delle vergogne dell’occidente e delle sue macerie eloquenti. I nostri alleati sono impresentabili: regimi pestiferi non diversi nella natura sozza e violenta dal califfato che dovrebbero combattere, finanziatori per vile tornaconto dei catecumeni del terrorismo, emiri gaglioffi e ayatollah assassini, europei in ordine sparso bigi, prudenti e pantofolai, che si preoccupano di esserci ma soprattutto di non correre rischi. Ecco la Coalizione. Che non abbia combinato nulla non dovrebbe stupire. Le guerre, come è noto, non sono né morali né immorali. L’importante è vincerle. Attività che sembra fuori portata per i coalizzati la cui strategia è un alfabeto di misteri. 

La propaganda bugiarda non appartiene, purtroppo, solo agli sgherri giulivamente comunicativi del califfo. Da mesi i telegiornali rigurgitano di filmati di scenografici bombardamenti ovviamente chirurgici. Posti comando, convogli di blindati, capi sottocapi e gregari di ogni ordine e grado islamista, depositi di armi, tutto è stato sbriciolato per le edizioni della sera. Non dovrebbe esistere più nulla, visto anche i numeri riferiti dalla solita intelligence, di quei forsennati tra il Tigri l’Eufrate e i monti del Libano. E invece la non metafisica presenza di quelle forze terribili e crudeli continua. Abu Bakr è già morto e risorto almeno quattro volte. Le annibaliche avanzate degli eroici peshmerga curdi e delle legioni sciite a comando persiano sono servite in realtà per qualche conferenza stampa di notabili mediorientali e statunitensi. 

Purtroppo sta per arrivare il primo anniversario della proclamazione del califfato di Mossul. Un anno. Un infinito tempo nella Storia: perché quella micidiale e sanguinaria costruzione politica si è conficcata nel territorio e nelle coscienze di coloro che vivono laggiù, sta pericolosamente diventando, ovvia, naturale e permanente nello spazio e nel tempo. Mentre i droni affilano i denti, il califfato con le giaculatorie sorrette dagli sgozzamenti amministra e plasma le coscienze di centinaia di migliaia di sventurati «sudditi».

Srotolando tappeti davanti all’Iran e affidandogli la «riconquista» del Nord dell’Iraq abbiamo garantito al califfo l’alleanza eterna delle tribù sunnite che costituiscono la massa delle sue fanterie. Cosa potrebbero fare di diverso? L’arrivo dei «liberatori» iraniani e sciiti significherebbe per loro la necessità di fuggire o di essere ridotti, al meglio, al ruolo di iloti. La Coalizione lambiccata da Obama per non far nulla pone già le premesse per massacri e caos per i prossimi trent’anni. Proprio ciò che serve al Califfato!

Domenico Quirico, inviato de «La Stampa», è stato capo-servizio degli Esteri e corrispondente da Parigi. Ha raccontato le tragedie africane, è affondato su un barcone di migranti nel 2011, è stato sequestrato dai soldati di Gheddafi e dai jihadisti siriani. Ha scritto numerosi saggi, tra cui il recente «Il grande califfato».

Lea, la caporale italiana che ha conquistato Israele

La Stampa
maurizio molinari

Arrivata in vacanza, si è arruolata e ha ottenuto la cittadinanza

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C’è un’italiana di 21 anni fra i soldati israeliani che vengono premiati oggi dal presidente Reuven Rivlin in una delle cerimonie più popolari dell’anniversario dell’Indipendenza. 
Arrivato a 67 anni dalla nascita, lo Stato ebraico si riconosce nei «militari eccellenti» scelti personalmente dal Capo dello Stato perché capaci di rappresentare «la voce di Israele» e Lea Calderoni ha saputo di essere stata prescelta solo pochi giorni fa.

«Non me lo aspettavo e sono molto felice» ammette, raccontando la sua storia: nata a Roma, padre italiano e madre belga, studi al liceo scientifico e al termine una vacanza in Israele con il gruppo di volontari «Taglit». «Sono bastate poche settimane per innamorarmi di questo Paese, al termine della vacanza ho scelto di rimanere e fare l’aliya» ovvero diventare un’immigrata. Era il 2013 e «da nuova israeliana, come avviene per tutti, è arrivato quasi subito il momento di arruolarmi». I primi sei mesi di addestramento «sono stati difficili e al tempo stesso divertenti perché ero con ragazze tutte non israeliane e nessuno capiva bene i comandi degli ufficiali in ebraico». 

Integrazione
Ma poi l’integrazione nei ranghi ha funzionato e «mi hanno designato "madricha” della Sar’el» ovvero istruttore della particolare unità dell’esercito che raccoglie i volontari giunti da ogni Paese del mondo. «Vengono per poche settimane o alcuni mesi, vogliono aiutare l’esercito e sono impiegati in mansioni logistiche o amministrative» spiega Lea, facendo come esempi «mettere in ordine i depositi o catalogare le scorte». «È un aiuto importante per Tzahal - aggiunge, parlando delle forze armate - perché consente di richiamare meno riservisti, facendoli rimanere nella vita civile, in famiglia e al lavoro».

Non ebrei
Ciò che ha subito colpito Lea è che «oltre il 20 per cento dei volontari stranieri non sono ebrei», vengono «da Stati Uniti, Canada, Sudamerica, Europa, India, Singapore» e «si sentono legati ad Israele per le ragioni più diverse, vogliono aiutare». Proprio con i non ebrei Lea ha debuttato come istruttore. «Era un gruppo di finlandesi ed olandesi, tutti cristiani, dai quali ho imparato molto in altruismo». Poi sono arrivati gli americani: «Un veterano dell’Afghanistan, 35 anni e senza gambe, che raccontava con il sorriso il trauma subito in guerra dando coraggio ai soldati nei momenti più delicati» e «un 70enne guru con il quale facevo yoga la mattina mentre mi spiegava le regole della vita». 

Le motivazioni
La capacità di entrare in sintonia con tali e tante identità diverse dall’ebraismo laico romano da cui proviene hanno valso a Lea i gradi di caporale con tanto di lodi da parte degli ufficiali che, risalendo la catena di comando di Tzahal fino ai gradi più alti, sono arrivate sul tavolo di Rivlin per la designazione finale. Fra le qualità che più gli vengono riconosciute c’è «la capacità di sorridere e interagire con tutti» anche nelle situazioni più difficili, impreviste. Quasi un riconoscimento alle origini italiane. Non a caso nel giorno della premiazione tiene a dire, con una punta di orgoglio, «sono israeliana e mi sento al tempo stesso italiana per l’educazione che ho ricevuto, per ciò che ho potuto apprendere, per ciò che sono».

Sei anni di matrimonio il triplo per lasciarci”

La Stampa
paolo colonnello

Viaggio nel “Corridoio degli addii” del tribunale di Milano nel giorno in cui cambia la legge. Il legale: “Sarebbe stato meglio un taglio netto”. Il giudice: “Aumenterà il lavoro”

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«Beh, allora… ciao». «… Ciao…». Quando tutto è già stato detto, vomitato, rinfacciato, sottoscritto, allora si arriva qua, al sesto piano del palazzo di giustizia milanese, nel “corridoio degli addii”», dove ogni mese almeno 350 ex coppie finiscono per firmare un foglio che sancisce la fine del loro rapporto. E dove, fuori da piccoli uffici che concedono viste sontuose su una Milano verticalizzata, ci si saluta con sguardi bassi, sussurri struggenti e nessuna stretta di mano.

È amarezza, dolore, rimpianto. Così il giorno del «divorzio breve», in questo luogo un po’ defilato, in realtà è un giorno come un altro: perché lasciarsi il più in fretta possibile sarà anche una liberazione ma è soprattutto un lutto, come spiega la presidente della nona sezione Gloria Servetti, donna di polso e raro equilibrio, il giudice che portò a termine la causa di separazione tra Silvio e Veronica. 

VELOCITA’? IN REALTA’ È LA MATURITA’ CHE MANCA
«Il problema non è la velocità, anzi occorre sempre del tempo per elaborare il lutto di una separazione. L’esperienza mi ha insegnato che il benessere non sta nel divorziare prima o dopo, ma nel separarsi in modo maturo e consapevole». Dunque 6 mesi o un anno di separazione non servono a nulla? «Dipende. In fondo, preferivo la stesura in cui si prevedeva anche il divorzio diretto. Soprattutto per le coppie più giovani e senza figli diventa inutile attendere altri 6 mesi». E per chi se ne accorge tardi? «Sei mesi o un anno non consentono comunque di capire come sarà meglio divorziare, soprattutto in presenza di figli e minori». Adulti sotto tutela? «Certe coppie avrebbero bisogno solo di grande aiuto. Da quando ho iniziato a occuparmi di questa sezione, nel 2009, ho notato un aumento del malessere. E i servizi sociali stanno esplodendo». 

LITIGI E LACRIME
Per rendersene conto basta camminare lentamente lungo i 200 metri del corridoio in linoleum dove su dure panche di legno si colgono gli echi di un’umanità dolente. Prevalgono le liti degli avvocati con i loro clienti («Se non vuole più separarsi me lo doveva dire prima!»), poi quelle tra gli ex coniugi («Toccava a te andare a prendere il bambino!»), quindi i pianti sommessi di chi in fondo è rimasto solo, i sorrisi di chi pensa di aver vinto una lotteria, i sospiri di chi sta iniziando a farsene una ragione. A Milano sono 3500 all’anno i divorzi «congiunti», più 1600-1800 contenziosi; 3500 separazioni consensuali e altre 1700 conflittuali. Ieri era giorno di «modifiche»: le udienze per rinegoziare accordi pregressi in costante aumento a causa della crisi economica.

Ma il «corridoio degli addii» diventa incandescente ogni secondo mercoledì del mese, quando si trattano in un giorno anche 250-300 cause: una bolgia infernale di «ex» che si rinfacciano qualunque cosa. Ridacchia un avvocato matrimonialista: «Qui ho visto cose che voi umani…». Per esempio: il giorno della sparatoria in tribunale, un giovedì dedicato ai divorzi «conflittuali», cioè i più difficili e litigiosi, quassù i carabinieri hanno dovuto sudare prima di convincere le ex coppie ad abbandonare gli uffici del loro tormento. 

«MEGLIO IL DIVORZIO DIRETTO»
«La verità è che il divorzio e la separazione sono un affare per ricchi. Per questo forse si sarebbe dovuta fare una legge più completa», spiega Cinzia Calabrese, presidente per la Lombardia dell’Associazione italiana avvocati per la famiglia e i minori (Aiaf): «La nuova legge inciderà solo sui tempi dello scioglimento del vincolo. Sarebbe stato meglio il divorzio diretto: in questo modo invece la coppia litiga durante la causa di separazione e ri-litiga quando divorzia».

Vero? «Verissimo, i problemi seri e i litigi si verificano soprattutto in fase di separazione», spiega Giorgio Melli, 50enne fresco di divorzio. «Per arrivare al divorzio, ed è stato consensuale, ci ho messo 18 anni, il triplo della durata del mio matrimonio: uno sfinimento. Certo sarei stato più contento di sapere che, mettendoci d’impegno, io e la mia ex moglie ci saremmo potuti reciprocamente liberare in 6 mesi».

Meglio ancora, all’istante: «Con i figli grandi e senza seri problemi di sostentamento, aver dovuto aspettare 3 anni prima di dirsi addio definitivamente non ha avuto senso», racconta Carla, separata e divorziata dopo 20 anni di matrimonio. «Credo anch’io che la soluzione dovrebbe essere il divorzio diretto, come nei Paesi anglosassoni. Ma qui siamo in Italia e l’ipocrisia cattolica prevale sempre». Il calcolo dei carichi però finora si è fatto sui 3 anni di separazione, con la nuova legge il rischio è che il tribunale esploda: «Aumenteranno le udienze - spiega la presidente Servetti - perché chi aveva già fatto passare un anno o due si precipiterà a divorziare. E non sempre sarà un bene». 



Ma la famiglia non va sciolta in un soffio, abbiamo perso l’eternità del “ti amo”

La Stampa
michele brambilla

Se pensiamo a come la legge italiana regolava il matrimonio e la famiglia fino a una cinquantina di anni fa, davvero non possiamo non rallegrarci degli infiniti passi in avanti compiuti. Un tempo il matrimonio non era una storia fortunata, virtuosa e felice, ma un obbligo di legge; l’adulterio era un reato, più grave se commesso da una donna; la violenza carnale poteva restare impunita se il colpevole si impegnava a sposare la vittima. 

Molti non ci crederanno, ma era davvero così e basterebbe questo a far capire quale perverso equivoco ci fosse allora sul valore del matrimonio. Il divorzio era, a quei tempi, possibile secondo le modalità del film di Pietro Germi, cioè accoppando la moglie - solo il marito aveva il diritto di accoppare - dopo averla beccata sul fatto con l’amante. Via via, uno dopo l’altra, tutte queste assurdità sono state per fortuna spazzate via: l’adulterio resta un reato solo nelle teocrazie, il delitto d’onore non c’è più ed è arrivato il divorzio. Fino al divorzio breve, con il quale bastano sei mesi non solo per chiudere per sempre un matrimonio ma anche per contrarne uno nuovo. Credo che nessuno possa avere nostalgia delle leggi e del costume che furono.

Ma premesso questo, premesso insomma che sicuramente nel cambiamento abbiamo guadagnato, è da conservatori, o peggio ancora da bigotti e reazionari, fermarsi un attimo a pensare anche - e sottolineo anche - che nel tempo abbiamo pure perso qualcosa?  Non lo dico da un punto di vista della giurisprudenza o della politica. La politica deve legiferare e le leggi devono regolare in gran parte fenomeni che sono già presenti nella società. Così, il divorzio breve è solo una legge che prende atto di come oggi la maggior parte di noi italiani, ma più in generale di noi occidentali, concepisce il matrimonio e la famiglia: come un qualcosa che si può mettere insieme e disfare anche nel giro di un anno, pur con dei figli di mezzo magari, tanto la legge dice che è giusto così.

Il rischio di essere fraintesi nel fare discorsi del genere è enorme, ma ri-pongo ugualmente la domanda: siamo sicuri di non avere perso qualcosa? Ad esempio l’idea che c’è pure una bellezza nello stare insieme nonostante le difficoltà che la vita inevitabilmente presenta. L’idea dunque che fare una famiglia è anche - pure qui l’anche è sottolineato - una storia di fatica, di sacrifici da compiere, di gesti e parole da perdonare, di rinunce, perfino di sopportazioni. Non è questione di chiedere l’eroismo.

È questione di discernere fra il matrimonio-martirio, che nessuno vuole, e il matrimonio banalizzato, il matrimonio che si sta insieme finché si prova quello che si prova nei romanzi di Moccia, in un’eterna adolescenza. Chiunque si innamora prova il desiderio che quel che sta provando non finisca mai: e certo non si può esigere l’eternità dell’amore per legge, ma il «ti amo» dei tempi nostri, cioè a tempo determinato, magari a tutele crescenti, beh insomma, forse un po’ di fascino l’ha perso. Non si vuole ovviamente giudicare nessuno, solo constatare che oggi molto spesso ci si lascia alla prima difficoltà.

Il divorzio breve, se giudicato in superficie, è certamente una legge utile, che semplifica molte situazioni che altrimenti si trascinerebbero per anni, con il loro codazzo di rancori. Se guardato un po’ più in profondità, è invece anche la spia di come siamo cambiati di fronte appunto a termini come fatica, sacrificio, rinunce, perdono, responsabilità, fedeltà a un impegno preso e a una parola data. Tutte cose che abbiamo smarrito non solo riguardo al matrimonio.

Sorveglianza: dentro le scatole nere che agitano la Francia

La Stampa
carola frediani

Perché la nuova legge francese sull’intelligence spaventa la società civile. E come intende monitorare la Rete.

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Il tricolore francese è oscurato da una scatola nera. Che rischia di inghiottire, come in un numero di magia, una tradizione secolare di diritti. E che soprattutto sta tracciando un solco profondo tra i deputati d’Oltralpe e i servizi di sicurezza da una parte, e la società civile dall’altra.

La questione è quella del disegno di legge sull’intelligence (loi sur le renseignement), che sarà votato dall’Assemblea nazionale il 5 maggio, e che - secondo i suoi numerosi critici - instaura l’era della sorveglianza di massa sotto la tour Eiffel. E infatti non mancano i paragoni con il Patriot Act, la legge americana varata dopo l’11 settembre che ha ristretto le libertà civili negli Stati Uniti aprendo la strada ai vasti programmi di monitoraggio delle comunicazioni della National Security Agency, emersi con il Datagate e le rivelazioni di Edward Snowden.

La nuova legge sull’intelligence
Il problema è che a essere nere, cioè oscure, non sono solo le scatole - su cui torniamo più avanti - ma anche le stesse leggi che le istituiscono, in un circolo vizioso che sembra mandare definitivamente al macero i discorsi sulla trasparenza dello Stato tanto di moda negli ultimi anni.

Ma veniamo al dunque. Cosa prevede la legge francese in corso di approvazione? L’obiettivo dichiarato è adottare delle misure per individuare comportamenti sospetti su internet in funzione antiterrorismo. Per farlo si chiede una cooperazione proattiva agli intermediari, in particolare i fornitori di connettività e di servizi web.

Che sono chiamati a tenere i dati di login dei loro utenti e a trasmetterli su richiesta ai servizi di intelligence; inoltre il tempo di conservazione dei dati sale da uno a 5 anni, con buona pace della Corte di giustizia europea che nel 2014 ha dichiarato illegittima la direttiva “Frattini” sulla data retention (che riguarda appunto il tempo di conservazione dei dati relativi alle comunicazioni) perché troppo sbilanciata a favore delle esigenze di pubblica sicurezza. E il limite massimo fissato dalla direttiva bocciata dall’Europa era di due anni.

Ma il disegno di legge francese vuole arrivare anche a una scrematura immediata, attraverso le reti degli operatori, dei dati di accesso degli utenti. Gli intermediari devono cioè rilevare, in modo automatico, connessioni ritenute sospette. O sequenze, comportamenti considerati tali, passando le segnalazioni all’intelligence. Che a quel punto potrebbe deanonimizzare i dati e approfondire l’analisi.

Cosa c’è nelle “scatole nere”?
Come saranno individuati questi comportamenti sospetti? Qui entrano in gioco le “scatole nere” (”boîtes noires”), che stanno facendo impazzire anche gli stessi esperti di tecnologia perché nessuno ha ben chiaro cosa dovrebbero fare. Anche la genesi dell’espressione non è limpida: attribuita a una improvvida uscita di qualche consulente del governo, è stata subito adottata polemicamente dagli attivisti pro-privacy e dagli oppositori della legge, un fronte ampio che va dalle aziende IT ad avvocati e magistrati passando per Amnesty International.

In sostanza queste scatole nere sono dei dispositivi che dovranno essere impiegati sulla rete dai vari intermediari, telco e compagnie internet, per filtrare il traffico individuando, attraverso i metadati, attività sospette. Quali potrebbero essere tali attività? L’esempio più scontato è visitare siti pro-terrorismo o contattare persone sotto indagine. Ma non è chiaro se l’analisi si limiti alle connessioni, o vada più nel profondo su altri tipi di informazioni.

«Il testo della legge parla di dispositivi tecnici algoritmici installati presso Isp e fornitori di hosting che dovrebbero registrare tutto il traffico in corso e quindi analizzare i “segnali deboli” (dei segnali di allerta, ndr), stabilendo pattern di traffico e di comportamento online e facendo emergere anomalie», spiega alla Stampa Antonio Casilli, ricercatore presso il Paris Institute of Technology (Paris Tech) e la Scuola di Studi Avanzati in Scienze Sociali (EHESS). «In tal caso si avvisano le autorità che identificano le persone, a quel punto divenute dei sospetti, intercettandone il traffico». Secondo il governo, spiega ancora Casilli, non si tratterebbe di sorveglianza di massa perché alla fine verrebbero conservati solo i dati sospetti.

La Deep packet inspection
Ma il dubbio è che per fare un’operazione del genere verranno guardate non solo le connessioni, ma anche molti contenuti del traffico. È un tipo di analisi tecnica che ha un nome specifico: Deep packet inspection (DPI), ispezione profonda dei pacchetti. Permette di guardare dentro ogni singolo pacchetto IP e di trattarlo diversamente in base alla tipologia (email, VoIp, BitTorrent) o al suo contenuto. 

«Non sappiamo esattamente come funzioneranno le scatole nere. È informazione classificata», commenta a La Stampa Tristan Nitot, fondatore di Mozilla Europe, ora nell’azienda di cloud computing CozyCloud e membro del Consiglio nazionale del digitale (Conseil national du numérique- CNNum). Ma si possono guardare i metadati senza guardare al contenuto? «Bella domanda.

Quando il governo e i parlamentari parlano della legge dicono che raccoglie solo i metadati. Ma non dicono di quale tipo. Dicono che si tratterà di una raccolta più in superficie, che riguarda solo alcuni pattern nei dati di connessione, per cui sarebbero catturati solo alcuni indirizzi IP. Ma l’impressione, sentendo le loro stesse parole, è che vogliano fare una vera Deep packet inspection, che guarda a mittente e destinatario delle mail, oggetto delle stesse, parole chiave, pagine web visitate dagli utenti ecc».

Da Blue Coat a Qosmos: le aziende specializzate
Per capire di che si tratta basti pensare che a un certo punto, tra i soggetti che dovevano partecipare a un’audizione al Parlamento, è sbucato il nome di Blue Coat (il nome è però sparito dopo le prime segnalazioni sulla stampa) . Si tratta di un’azienda americana specializzata proprio in Deep packet inspection (DPI), tecnica che viene usata dalle aziende anche per gestire il traffico sul proprio network, un po’ come un vigile che smista i veicoli. Ma che diversi studi (come questo e questo) definiscono una tecnologia di sorveglianza molto invasiva.

Non a caso proprio Blue Coat è stata oggetto di varie denunce di associazioni per i diritti umani, come Reporter senza frontiere, perché la sua tecnologia sarebbe stata utilizzata da Stati come la Siria per sorvegliare le comunicazioni internet della popolazione, identificando blogger o utenti Facebook che avevano espresso opinioni sgradite. Per altro in Francia non mancano imprese di queste tipo, specializzate nel monitoraggio dei flussi internet: Amesys, Aqsacom, Alcatel-Lucent, Thales e Qosmos.

Amesys aveva legami con la Libia di Gheddafi e si è guadagnata - insieme ad altre, come la stessa Blue Coat - la definizione di “Nemico della rete” di Reporter senza frontiere. La sua tecnologia di DPI sarebbe stata usata per ispezionare le ricerche fatte sui motori alla Google, le mail, il VoIP, il traffico a siti web. (Per chi volesse capire meglio le tecnologie offerte può guardare le sue brochure messe online tempo fa da Wikileaks). Qosmos - che ha stretti legami con gli apparati di sicurezza francesi - è stata accusata da alcune inchieste giornalistiche di aver preso parte a un contratto del governo siriano che prevedeva tecnologie per monitorare la Rete.

Un documento di Qosmos fuoriuscito tempo fa tratteggia quello che può fare la sua tecnologia: identificazione di utenti attraverso multiple identità digitali; indirizzi IP, nomi, telefoni di chi fa chiamate VoIp e verso chi; mittente, destinatario, oggetto delle mail; mittente e destinatario di comunicazioni via instant messaging, e relativa lista contatti; correlazione di diverse identità digitali; tracciamento di chi accede a un database e cosa visualizza, e così via.

Un quadro confuso
«Domina la confusione», commenta ancora Casilli. «Il legislatore non conosce queste tecnologie e quello che fanno, e i suoi esperti arrivano perlopiù dall’intelligence; rimane un’aura di segreto su queste scatole nere. Non sappiamo come funzioneranno. Stiamo parlando di algoritmi, di dispositivi informatici che sono di fatto anche dispositivi legali e su cui non c’è alcun controllo democratico. Chi decide in base a quali criteri si diventa oggetto di sorveglianza? Si rischia di diventare sospetti, senza sapere che cosa si ha fatto o perché. E’ come se il ’Grande Fratello’ di Orwell si invitasse al ’Processo’ di Kafka»

Se si tratta di questo tipo di ispezione invasiva, commenta Nitot, «l’unico modo per aggirarla è usare strumenti come le Vpn o Tor», che cifrano e anonimizzano il traffico. Il che, viene da pensare, potrebbe prestare a sua volta il fianco per una nuova campagna contro i software che cifrano le comunicazioni e aumentare le pressioni sulle aziende del settore. Anche se, aggiunge Nitot, «bannare la crittografia è completamente senza senso. Senza contare che sarebbe terribile sia per la democrazia che per gli affari»

I danni economici
Una delle possibili ricadute della legge francese infatti è anche economica. Molte aziende internet sono allarmate e si sono già riunite in una campagna - Ni Pigeons Ni Espions - lanciata dallo stesso Nitot, in cui chiedono al governo un passo indietro e l’eliminazione delle scatole nere. Alcune - come i fornitori francesi di servizi di hosting - minacciano di dover delocalizzare all’estero se dovesse essere approvata la legge, per non perdere la fiducia dei clienti stranieri. 

Migranti, Salvini replica a Morandi: «Li accolga lui e paghi di tasca sua»

Corriere della sera

Dopo il post di solidarietà del cantante. Il leader della Lega via social: «Ci pensi lui, i soldi non gli mancano». Morandi: «14mila messaggi da cui emerge il nostro egoismo»

1La replica non poteva mancare: «Se Gianni Morandi è così attento alle esigenze degli immigrati, visto che non gli mancano soldi e case dia il buon esempio: accolga e paghi di tasca sua! Canta che ti passa...», ha tuonato via Facebook il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, dopo che il cantante aveva pubblicato sulla sua bacheca l’appello a ricordare gli italiani che nel secolo scorso sono «partiti dalla loro Patria verso l’America, la Germania, l’Australia, il Canada... con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo, con le umiliazioni, le angherie, i soprusi e le violenze, che hanno dovuto sopportare! Non è passato poi così tanto tempo...».
Su Twitter
E poi ancora, su Twitter, Salvini ha duplicato l’intervento: «Se Gianni Morandi è così attento a esigenze di #immigrati, dia buon esempio: accolga, ospiti, mantenga e paghi di tasca sua!» sull’accoglienza dei migranti.
14mila messaggi
Una bufera nata sui social dopo che il cantante di Monghidoro aveva espresso la sua opinione. Bersagliato dagli insulti dei suoi fan, ha provato a rispondere a qualche intervento, con garbo e grande sfoggio di educazione. Poi ha pubblicato un secondo commento, in cui si è detto «sorpreso dalla quantità di messaggi al mio post di ieri. Sto continuando a leggere ma penso sia impossibile arrivare in fondo... 14mila messaggi! Ho anche risposto ieri sera per un paio d’ore. Forse non mi aspettavo che più della metà di questi messaggi facesse emergere il nostro egoismo, la nostra paura del diverso e anche il nostro razzismo». E ha aggiunto: «Magari qualcuno di questi messaggeri, ha famiglia, figli e la domenica va anche a messa. Certamente non ascolta però, le parole di Papa Francesco...».

23 aprile 2015 | 13:37



Morandi su Fb: “Anche noi siamo stati migranti”, e il web insorge tra offese e commenti razzisti

La Stampa
nadia ferrigo

La risposta del cantante: “Mi hanno lasciato senza parole, non me lo sarei mai aspettato”

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Che si metta a canticchiare “Fatti mandare della mamma a prendere il latte” o a tagliare l’erba, su Facebook Gianni Morandi riesce sempre a collezionare migliaia di “mi piace”, apprezzamenti e complimenti. Giorno dopo giorno, pubblica sul social network uno scatto, un buongiorno oppure una riflessione, e risponde con cortesia ed educazione a tutti i suoi fan. Un’attenzione squisita, che però non sempre ripaga. Quando l’eterno di ragazzo di Monghidoro ha deciso di pubblicare un post a proposito della strage dei migranti, si è trovato in un bel pasticcio, con migliaia di commenti tra insulti, provocazioni e i più beceri luoghi comuni. A mezzogiorno di martedì, scrive: 

«A proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria verso l’America, la Germania, l’Australia, il Canada... con la speranza di trovare lavoro, un futuro migliore per i propri figli, visto che nel loro Paese non riuscivano ad ottenerlo, con le umiliazioni, le angherie, i soprusi e le violenze, che hanno dovuto sopportare! Non è passato poi così tanto tempo... ».

Anche se è una frase fatta, è proprio il caso di dirlo. Apriti cielo! Il bel Gianni è stato sommerso dai commenti, a cui ha cercato di rispondere, senza mai perdere calma ed educazione. Nei messaggi dei suoi fan, c’è una rassegna dei peggiori luoghi comuni, dai migranti che arrivano solo per rubare, sia nelle case che il lavoro degli italiani, e guai a paragonare gli italiani con gli stranieri. 





Anche le risposte pacate e di buon senso non bastano per tranquillizzare i suoi fan, così lui abbandona e il giorno dopo, mentre si prepara per andare a Lecco «a visitare la Cascina Don Guanella, insieme a Don Agostino Frasson», per la prima volta si mostra, sia nelle parole che nella foto, piuttosto amareggiato. 

«Sono sorpreso dalla quantità di messaggi al mio post di ieri. Sto continuando a leggere ma penso sia impossibile arrivare in fondo... 14mila messaggi! Ho anche risposto ieri sera per un paio d’ore. Forse non mi aspettavo che più della metà di questi messaggi facesse emergere il nostro egoismo, la nostra paura del diverso e anche il nostro razzismo. A parte gli insulti, che sono ormai un’abitudine sulla rete, frasi come “andrei io a bombardare i barconi” o “sono tutti delinquenti e stupratori” oppure “vengono qui solo per farsi mantenere”, mi hanno lasciato senza parole... Magari qualcuno di questi messaggeri, ha famiglia, figli e la domenica va anche a messa. Certamente non ascolta però, le parole di Papa Francesco...».

La roulotte pronta per le vacanze rubata e ritrovata in un campo rom

Corriere della sera

Il veicolo era stato fatto sparire prima di Pasqua insieme con tutti i bagagli della famiglia che stava per partire. La polizia l’ha rintracciato in via Monte Bisbino

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Ha caricato all'inverosimile la sua roulotte nuova di pacca. Pronta per il ponte di Pasqua con la moglie e i due bambini. Partenza prevista, 3 di notte. Ma quando è sceso in strada, gli è crollato il mondo addosso: la roulotte si era volatilizzata e non era neppure assicurata per il furto. Vacanza saltata, moglie inviperita, figli in lacrime. Ieri, però, le lacrime sono state di gioia: gli agenti del commissariato di Quanto Oggiaro gli hanno comunicato che la roulotte era stata ritrovata nel campo nomadi di via Monte Bisbino. Dentro ci dormiva una baby-mamma con tre bambini. «Davvero? Non è uno scherzo?». Non ci voleva credere. E ha subito pianificato una vacanza, puntando sul ponte del 25 aprile, Primo Maggio. Con la benedizione della moglie e la contentezza dei figli.


L'episodio ha avuto inizio sabato 4 aprile, quando Antonino Modica, 35 anni, operaio, ha cominciato a caricare la sua roulotte, parcheggiata sotto casa, in via Casella. Vestiti, cibi in scatola, bicicletta dei ragazzi, bagagli. Ha lavorato fino a sera. Non ha poi pensato di sistemare la rulotte in qualche luogo più sicuro, «perché avevo deciso di partire alle 3 di notte». Cena leggera. Poi niente tv: tutti a letto con la sveglia puntata alle 2.30. Ma, una volta in strada pronti per la sospirata vacanza, l'amara sorpresa. Era sparito tutto. Modica si è guardato attorno. Ha avuto il dubbio che avesse parcheggiato da un'altra parte. Poi, davanti all'evidenza, ha avvertito la polizia.

Mercoledì mattina l'inaspettata telefonata fatta dal dirigente in persona del commissariato di Quarto Oggiaro, Antonio D'Urso. «I miei uomini hanno recuperato la sua roulotte, venga da noi». Naturalmente cibo e vestiti non c'erano più. Sparito anche il libretto di circolazione e cambiate le targhe. «Ma che importa? Sabato andiamo finalmente in vacanza».