venerdì 24 aprile 2015

La Turchia finge di non sapere che ha ammazzato gli armeni

La Stampa
mimmo cándito


La storia negata cominciò quella notte di cent'anni fa, il 24 aprile del 1915, nell'intrico di viuzze ciottolate che si torceva dentro il ventre di Istanbul, giù dai vicoli che precipitano nel Bosforo sotto gli occhi ciechi della Torre di Galata e poi nei quartieri antichi che stanno dall'altra parte del ponte Mehmet, tra case ancora di vecchio legno scolorato e strade subito mute di terrore. Fu una razzia rapida ma sistematica, che tirava giù dal loro giaciglio professori, medici, avvocati, artigiani, la testa pensante di una “nazione” che non poteva esistere.

La “nazione” armena. La condannava a morte l'ideologia panturchista dei Giovani ufficiali, che volevano scacciar via i riti ormai consunti del Diwan e tutta la genia del Sultano e della sua corte, un mondo estenuato che non riusciva più a reggere lo scontro di un tempo nuovo e impaziente, dove non aveva posto la dottrina della religione di Stato né quella tolleranza, perdente, della tradizione ottomana (che oggi chiameremmo) del multiculturarismo etnico.

Da quel tempo, da quella condanna, da quelle ambizioni, è nata poi la Turchia di oggi, quella di Erdogan che con arroganza malvestita dice a papa Francesco di non permettersi più di fare lo storico o il politico, perchè in realtà “il genocidio armeno” è una invenzione, e lui, il papa, deve pensare a fare soltanto il suo mestiere e nulla più. Ridotta a uno scontro scostumato su una identità segnata dalla religione, nella misura d'un prete che protegge le sue pecorelle ma non sa di storia, la questione del genocidio diventa un piccolo “affaire” dove cristianesimo e islam si misurano con i toni d'una diplomazia fuori controllo. L'”affaire”, invece, è assai più complesso.

Il genocidio armeno comincia già come una violenta persecuzione di Stato alla fine dell'Ottocento, quando la Sublime Porta teme che quel milione e più (ma forse anche due milioni e più) di cristiani d'identità e di storia armena che vivono all'interno della estesa, composita, geografia dell'Impero possa diventare uno strumento di destabilizzazione del potere Ottomano, piegato alla pressione delle ambizioni strategiche dello zarismo russo e sottoposto alle tensioni che le nuove nazioni europee aprono nel corpo immenso dell'Impero.

Da quelle prime repressioni sulla fine dell'Ottocento, s'arriverà poi alla notte buia del 24 aprile. Che è solo l'inizio d'una marcia verso la morte che in quella notte muove un milione di armeni dalle vecchie strade di Istanbul e s'allarga poi, organicamente, razionalmente, alle terre distese dell'Anatolia, fin sotto l'ombra dell'Ararat. Gli storici discutono tuttora se davvero ci fosse la volontà di sterminare un'intera “nazione”, o (i negazionisti) se non fosse che il

progetto repressivo mirava all'esclusione di una identità “altra” ma non era retto dalla volontà d'una distruzione pianificata di quella identità. Vengono cancellati comunque anche i greci di Turchia, gli assiri, i siri, i curdi; e i giochi di potere che sul tavolo della spartizione dell'Impero ormai cadavere praticano le diplomazie europee vincitrici della guerra mondiale concede e poi cancella status di nazione al popolo ameno, e si rimangia anche promesse ancor'oggi brucianti al popolo curdo. 

La Turchia moderna, lo Stato nuovo che nasce con orgoglio e ambizione dalle ceneri dell'impero Ottomano, ha due solide radici identitarie: il rifiuto delle minoranze nazionali (“In Turchia ci sono soltanto turchi”), e poi l'abbandono della commistione tra potere religioso e potere secolare (“La fede appartiene alla prassi privata, lo Stato non ha legami religiosi”). Quelle radici le ha piantate colui che prese il potere dei giovani ufficiali ribelli, il padre della patria, Kemal Pasha Ataturk. Sono state radici solide fino all'arrivo di Erdogan. Il nuovo tempo ne ha corroso una, quella del laicismo kemalista, che rifiutava il velo e il fez, probiva la pratica

pubblica religiosa, cancellava la scrittura araba; la corrosione è misurata dalle ambizioni politiche di Ankara oggi, tentata nuovamente dalle mire di un panturchismo sempre meno interessato al cortile di Bruxelles. Regge, invece, e si conferma dottrina di Stato, l'altra radice, quella che Ataturk considerava l'inevitabile reazione a un impero che s'era perso (anche) per l'impossibilità di gestire la convivenza di nazionalità diverse. Erdogan, che cede sulla prima, si arrocca su questa. Il nazionalismo neo-ottomano che guida la sua politica di potenza glie lo impone. Ma l'Europa, naturalmente, e la sua storia e la sua cultura dei diritti delle minoranze, sono una geografia ormai lontana. 

Siamo suore, non colf. E il vescovo le licenzia

La Stampa
14/11/2007


Le missionarie non volevano servire i parroci

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Da spose di Cristo a serve del parroco: il vescovo di Albano «licenzia» le suore che non vogliono fare le colf. Tre suore missionarie di Santa Gemma, impegnate nei servizi della catechesi e della pastorale giovanile nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Aprilia, sono state cacciate per non aver accettato di fare da colf al parroco ed al viceparroco. La diocesi, nel cui territorio si trova il «Vaticano bis», la residenza pontificia di Castel Gandolfo, è retta dal vescovo Marcello Semeraro, 60 anni, presidente del cda di «Avvenire», originario della provincia di Lecce, sacerdote dal 1971. Ha insegnato teologia in diversi istituti e facoltà fino ad occupare la cattedra di ecclesiologia all’Università Lateranense.

Dal 1998 al 2004 è stato vescovo di Oria (Brindisi) e nel 2001 Giovanni Paolo II lo ha nominato segretario speciale della decima Assemblea generale del Sinodo dei vescovi. Monsignor Semeraro aveva subordinato il rinnovo della convenzione di collaborazione (che prevedeva una retribuzione di 800 euro al mese da dividere in tre) ad una precisa condizione: le suore dovevano prestare servizio «materiale» ai due anziani sacerdoti presenti nella parrocchia. La richiesta è stata giudicata «inaccettabile» dalla superiora della casa generalizia di Lucca, e così il vescovo ha dato il benservito alle tre sorelle, nonostante i parrocchiani gli avessero chiesto, con una petizione che ha raccolto 1500 firme, di ritornare sui propri passi.

«Non le nascondiamo - avevano scritto i fedeli al vescovo - la nostra amarezza e incredulità, poiché siamo consapevoli che le suore costituiscono una presenza evangelizzatrice importante, di cui la nostra realtà ha potuto beneficiare largamente nel cammino di fede intrapreso negli ultimi anni». Una vera e propria mobilitazione, quindi, nella più popolosa delle diocesi suburbicarie. Una diocesi importante, che supera i 500 mila abitanti ed è anche molto vasta, con tre zone molto differenti tra loro. C’è la zona dei Castelli romani, con Albano, Marino, Ciampino, poi la zona mediana industriale con Pomezia e Aprilia e infine la zona costiera, da Tor Vajanica fino ad Anzio e Nettuno. Una diocesi in espansione, con gravi problemi pastorali, tra cui la costruzione di nuove chiese, ma così benvoluta dai papi che per il Giubileo Karol Wojtyla le concesse un’udienza fuori programma a notte fonda.

«Noi fedeli- continua la lettera - speriamo vivamente che Sua Eccellenza non sia realmente convinto che l’assunzione di un siffatto impegno costituisca una condizione perché le suore possano permanere nella nostra Comunità e continuare così a collaborare con i sacerdoti ed i laici nella missione di evangelizzazione del territorio. Tanto più se si considera che gli attuali sacerdoti della parrocchia, interpellati da noi, hanno affermato di non aver richiesto tale servizio, preferendo la loro condizione attuale e la loro indipendenza». I toni pacati ma fermi della lettera, non sono però serviti a far tornare il vescovo sulle sue decisioni. E così, il 21 ottobre, le tre suore hanno dovuto abbandonare la parrocchia.

Molto dura è stata a questo punto la reazione dei parrocchiani di Aprilia. «Le suore sono state cacciate - hanno riferito all’agenzia cattolica Adista - E’ un’affermazione dura e scomoda, che infastidisce il vescovo Semeraro, ma noi sappiamo che è l’unica che descrive esattamente quanto è accaduto ed è inutile affannarsi a dire o ripetere meccanicamente, come fa il vicario foraneo, don Giuseppe Billi, che le suore hanno scelto di andarsene». Una protesta finora senza esito.

«Nessuno in Curia sembra aver considerato che le suore rappresentano un punto di riferimento spirituale per la vita delle persone. La loro presenza è un completamento della testimonianza del Vangelo, che viene portata avanti in comunione da sacerdoti, religiose, laici nel pieno rispetto di quanto disposto nel Concilio Vaticano II - lamentano i fedeli in un comunicato - Abbiamo avuto di fronte una gerarchia ecclesiastica che riconosce un ruolo all’interno della comunità alle donne consacrate se queste prima passano per la casa del parroco e fanno le casalinghe; poi possono finalmente permettersi di scendere e prestare il loro servizio a favore del popolo di Cristo». E i parrocchiani difendono le suore.

Presunti abusi su minori, arrestato sacerdote

La Stampa
samuel moretti

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Adescava minori con la scusa di sottoporli a sedute di massaggi, vantando competenze terapeutiche e sportive. Sedute che poi si trasformavano in richieste di rapporti sessuali. Con queste motivazioni la questura di Vercelli ha arrestato stamattina Massimo Iuculano, parroco del Sacro Cuore e direttore dell’istituto professionale Cnos-Fap.

Sono tre le vittime accertate del sacerdote, un ragazzo italiano di 14 anni e due diciassettenni stranieri, costretti a pressanti richieste sessuali. Ma Iuculano, secondo la ricostruzione della Questura, intratteneva una fitta serie di rapporti con diverse persone, maggiorenni e minorenni, con cui organizzava incontri a scopo sessuale. Dalle indagini emerge anche il ritratto di un uomo alla continua ricerca di nuovi partner.

Sono state alcune segnalazioni dei frequentatori della scuola e dell’oratorio Belvedere a dare il la all’attività investigativa. Le successive indagini, condotte dalla squadra mobile, hanno fatto lentamente emergere particolari inquietanti: il sacerdote contattava le giovani vittime su Facebook, su What’sApp o al telefono. E spesso le sceglieva anche al di fuori della cerchia dell’oratorio e della scuola. In quei casi Iuculano mentiva sulla sua professione spacciandosi come impiegato in cassa integrazione per mancanza di lavoro inducendo l’interlocutore ad accettare un incontro.

Gli inquirenti hanno inchiodato il sacerdote al termine di una lunga attività investigativa coordinata dalla procura: Iuculano è stato pedinato e controllato a lungo, ripreso dalle telecamere, le sue conversazioni telefoniche e all’interno della parrocchia sono state intercettate e anche le sedute di massaggi sarebbero state documentate. Secondo la Questura gli incontri sessuali del sacerdote, «né sporadici né occasionali», avvenivano sia in parrocchia sia in automobile: Iuculano sfruttava il suo ruolo per carpire la fiducia delle vittime, a cui poi offriva in regalo ricariche telefoniche, scarpe da calcio e persino denaro.

Iuculano, noto in città per la sua attività nella parrocchia del Sacro Cuore, all’oratorio salesiano Belvedere e come direttore dell’istituto professionale Cnos-Fap, è attualmente nel carcere di Vercelli con l’accusa di violenza sessuale, aggravata dall’aver commesso il fatto all’interno di un istituto di istruzione e di favoreggiamento della prostituzione minorile. 

L’arcivescovo di Vercelli Marco Arnolfo ha sospeso il sacerdote ed espresso la propria vicinanza «alla comunità dei Salesiani (cui appartiene Iuculano - ndr) e alla comunità del Sacro Cuore di Gesù di Vercelli che vivono questo momento delicato e assicura affetto e preghiera per le famiglie eventualmente coinvolte».

Tre estinzioni per i mammut in 300 mila anni

La Stampa
luigi grassia

L’analisi dei genomi dimostra che i giganti lanosi sfiorarono più volte la scomparsa

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I mammut hanno rischiato per tre volte a estinguersi, arrivando ogni volta sull’orlo della scomparsa completa, ma solo la terza è stata fatale. Un nuovo studio genetico dimostra che gli elefanti delle zone fredde si erano già quasi estinti 300.000 anni fa, per cause misteriose. Ne sopravvissero pochissimi, poi la specie si riprese, ma subì un secondo e più grave tracollo dopo l’ultima glaciazione (12.000 anni fa) estinguendosi in tutto il mondo tranne che sull’isola siberiana di Wrangel.

L’atto conclusivo della tragedia fu la scomparsa anche da quest’ultimo santuario 3.700 anni fa, all’epoca dei Faraoni. A dare questo responso è il confronto dei primi due genomi di mammut lanosi interamente sequenziati. Le analisi sono state condotte da un gruppo internazionale di esperti provenienti da Svezia, Russia, Stati Uniti e Canada. Lo studio, coordinato da Love Dalen del Museo di Storia Naturale di Stoccolma, è pubblicato sulla rivista Current Biology. Il primo genoma appartiene a un esemplare vissuto 4.300 anni fa nell’isola di Wrangel, mentre il secondo esemplare è vissuto sulla Siberia continentale 44.800 anni fa.

Ma come fanno due genomi a raccontarci centinaia di migliaia di anni di storia evolutiva di una specie? Il fatto è che dal confronto delle sequenze è emerso che la diversità genetica era minima. Questi giganti della preistoria sono stati spazzati via da una sconosciuta calamità nel Pleistocene, fra i 300.000 e i 250.000 anni fa. Di certo non si è trattato di un asteroide caduto sulla Terra come quello che ha eliminato i dinosauri, perché sarebbero scomparsi anche molti altri animali.

Invece la quasi-estinzione toccò solo ai mammut. Probabilmente sarà stata una malattia micidiale, a cui è sopravvissuto un singolo branco. In seguito i mammut ripopolarono il loro mondo, ma ormai avevano una diversità genetica molto ridotta rispetto ai loro antenati; erano sopravvissuti così in pochi che i milioni dei loro discendenti avevano tutti un patrimonio cromosomico molto simile.

Sarà stato questo a indebolire la specie in occasione della seconda crisi, quella post-glaciazione? È probabile, assieme ad altre cause. Il cambiamento climatico contribuì a sua volta, e di certo diedero una mano gli uomini preistorici, che dei mammut erano cacciatori accaniti. Il contributo umano all’estinzione è avvalorato dal fatto che una piccola popolazione di mammut sopravvisse sull’isola di Wrangel dove i nostri progenitori non c’erano. 

Ma anche in assenza di predatori umani, la variabilità genetica inadeguata e i frequenti incroci di esemplari imparentati fra loro hanno condannato gli ultimi mammut di Wrangel all’estinzione attorno al 1700 avanti Cristo. Per dare un’idea, più o meno nello stesso periodo in cui gli Ebrei si spostavano in Egitto.

Immigrati, Salvini pubblica i numeri della Prefettura: "Benvenuti all'hotel Italia"

Andrea Riva - Ven, 24/04/2015 - 09:40

In un post su Facebook il leader della Lega ha invitato i suoi sostenitori in difficoltà a chiamare la prefettura di Venezia: "Chissà se trovano un posto anche a voi"


Matteo Salvini manda in tilt le prefetture. Come? Con un semplice post su Facebook.
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Il leader della Lega ha infatti pubblicato sulla propria pagina Facebook il seguente annuncio: "La Prefettura di VENEZIA chiede ai cittadini di mettere a disposizione i loro immobili e appartamenti, per ospitare gli IMMIGRATI, ottenendo in cambio fino a 35 euro al giorno. Benvenuti all'ALBERGO ITALIA di Renzi, Alfano e Moretti: c'è spazio per tutto il mondo, tranne che per gli italiani in difficoltà. P.s. Il telefono della Prefettura è 041 2703411, se siete sfrattati, esodati o disoccupati, chissà se trovano un posto anche a voi".



In pochissimo tempo, però, il centralino della Prefettura è andato letteralmente in tilt. L'iniziativa di Salvini prende spunto dalle ultime dichiarazioni del prefetto Domenico Cuttaia che invitava a mettere a disposizione alloggi per i profughi in arrivo a Venezia.

Ma la scafista Boldrini fa naufragare la Camera

Alessandro Sallusti - Gio, 23/04/2015 - 16:55

La presidente della Camera ha teorizzato che anche gli scafisti vanno tutelati perché "disperati senza un euro che si prestano a guidare i barconi pur non essendone capaci in cambio della traversata gratis"

C'è un Nazareno d'emergenza, tra Pd e Forza Italia, per affrontare la tragedia umanitaria in corso al largo delle nostre coste.

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Renzi oggi andrà a discutere con i suoi colleghi europei forte di un mandato bipartisan votato ieri alla Camera che non esclude più l'uso della forza per combattere le mafie che impestano le coste Nordafricane e il mar Mediterraneo. Ormai è chiaro a (quasi) tutti che il problema va risolto all'origine, per esempio affondando i barconi prima che imbarchino il loro carico umano.

Su questo, maggioranza e opposizione ormai non hanno più dubbi, e non è la prima volta che su emergenze internazionali Forza Italia va in aiuto a un governo di sinistra che su temi del genere rischia di non avere i numeri necessari. Accadde, per esempio, ai tempi del governo Prodi per le missioni in Afghanistan e Irak. Per capire che l'uso della forza per fermare gli scafisti non sia cosa da fascisti o invenzione di Salvini, basta sfogliare la raccolta dei giornali. La invocò Casini ai tempi dell'esodo dall'Albania, lo teorizza con forza Francesco Rutelli che se non erro fu candidato premier della sinistra.

A pensarla diversamente da questi due pericolosi estremisti restano in pochi, capitanati da Laura Boldrini. La presidente della Camera, ospite l'altra sera da Floris su La7, ha teorizzato che anche gli scafisti vanno tutelati perché «disperati senza un euro che si prestano a guidare i barconi pur non essendone capaci in cambio della traversata gratis». Come dire: se un disperato rapina una banca e mette a rischio la vita di clienti e dipendenti, lasciamolo fare. Poverino, va capito e se poi ci scappa il morto pazienza. Lei è sempre pronta a partecipare al funerale, tailleur e lacrima d'ordinanza, meglio se di Stato e in diretta tv.

Fa un certo effetto sentire parole simili da chi presiede il cuore della politica italiana. Noi la conosciamo e facciamo spallucce, ma all'estero potrebbero pensare che l'Italia ormai è un paese fuori controllo e senza più difese. A me la Boldrini sembra una scafista che sta portando coscientemente il suo equipaggio di seicento deputati, più o meno disperati, e la sua istituzione, ad affondare in mezzo al mare della vergogna. Meglio aggrapparsi alle parole che Renzi ieri ha affidato al New York Times : «Non tutti i passeggeri dei barconi sono persone innocenti». Figuriamoci chi li trasporta.




Sull'invasione la politica è senza vergogna

Piero Ostellino - Mer, 22/04/2015 - 07:00

L'immobilismo della politica cialtrona sugli immigrati

Ogni volta che si rovescia un barcone di migranti diretto alle nostre coste, e ne muore qualcuno, i media grondano lacrime di coccodrillo e la politica lamenta che l'Europa ci abbia lasciati soli ad affrontare il fenomeno dell'immigrazione, ma non facciamo nulla per affrontare e risolvere noi il problema.

In realtà, se fossimo un Paese serio e avessimo un governo serio, avremmo già provveduto. Poiché, dopo tutto, si tratta di combattere la criminalità che specula sui viaggi della disperazione, basterebbe bloccare sul nascere la partenza dei barconi nelle acque prospicienti i Paesi d'origine con opportune misure di polizia marittima. Invece, subiamo passivamente l'invasione, limitandoci, con la nostra generosa Marina militare, a soccorrere umanitariamente i migranti in difficoltà, che continuano a morire e ad arrivare a frotte e minacciano una vera e propria colonizzazione che sconvolgerebbe i nostri equilibri

demografici e sociali. Scarseggiano già i centri di accoglienza, ma non facciamo ciò che Paesi meglio organizzati, come la Germania e la Svizzera hanno fatto da tempo: non contingentiamo l'accoglienza di immigrati sulla base delle capacità di inserimento nella nostra economia, perché così vogliono un Papa populista e demagogo e una irresponsabile presidente della Camera - bella donna, ma che palesemente non sa quel che si dice -, figlia di una cultura politica cialtrona.

Il problema dell'immigrazione clandestina è lo specchio della miserevole condizione del Paese. Non c'è uno straccio di politica dell'immigrazione; assistiamo alla loro morte in mare, subiamo passivamente l'arrivo di centinaia di immigrati, non sapendo che farne, persino di fronte al pericolo di ingresso di eventuali terroristi; ne prevediamo centinaia d'altri e restiamo inerti, salvo parlarne sui media come fosse solo un dato statistico, non umano e tanto meno politico; i media, per parte loro, nel timore di disturbarlo, non chiedono al governo di darsi da fare.

Così, le nostre strade brulicano di immigrati che fanno, per elemosina, i lavavetri delle auto ferme al semaforo: uno spettacolo mortificante per loro, abbandonati a se stessi, e per lo Stato paralizzato dall'incompetenza e dall'assenza di capacità di decisione. Il governo ne parla come se la cosa non lo riguardasse, probabilmente contando su fantomatici controlli di polizia (?) una volta che il pericolo di atti terroristici si manifestasse, ma nascondendo le proprie manchevolezze dietro il dito di una non meglio definita solidarietà, che è poi un modo ipocrita di evitare di affrontare seriamente e concretamente il problema, secondo doppia morale e prassi cattolica e di sinistra.

Evidentemente, si pensa di sfruttare la manodopera esuberante a basso costo per lavori che gli italiani non fanno più. In tal modo, fra qualche anno, saremo totalmente colonizzati da una cultura dell'immigrazione che non riconosce i nostri principi e persino le stesse nostre leggi. Se qualcuno solleva il problema di «che fare» e prospetta soluzioni, scatta l'accusa di razzismo. Abbiamo superato i limiti della decenza e manco ce ne vergogniamo...

piero.ostellino@ilgiornale.it



Immigrati, qualche scomoda verità

Marcello Foa



Solo di fronte a 700 morti le coscienze si scuotono. Settecento morti sono troppi anche per chi in questi anni ha fatto finta di non vedere. Perchè la tragedia va oltre questa cifra, ha proporzioni davvero enormi, in quello che è diventato un domino  della disperazione, che oggi ci fa dire: si stava meglio quando Saddam, Gheddafi, ovviamente Mubarak e Ben Ali. Meglio non solo noi occidentali, meglio innanzitutto decine di milioni di arabi e di africcani a fuggire dalla guerra e dalle atrocità del fondamentalismo islamico più retrivo e violento. Prima c’erano delle ingiustizie e certi regimi (Gheddafi e Saddam) erano chiaramente dittatoriali, ma per quanto sanguinari fossero non provocavano devastazioni umanitarie paragonabili a quelle di oggi. E’ un’ammissione dura, durissima, per certi sconvolgente, ma è la realtà.

Oggi noi europei subiamo le conseguenze di una politica scriteriata, che ha portato gli americani dapprima a rovesciare Saddam senza aver previsto il dopo Saddam, poi a prolungare per oltre un decennio la guerra senza aver davvero debellato i talebani in Afghanistan e nemmeno le forze ribelli che hanno insanguianto l’Irak, trasformatesi, in parte nell’Isis.

In Libia stesso errore: giù Gheddafi, senza un successore. Risultato: guerra civile tra tribù e Paese allo sbando. In Egitto c’è voluto l’esercito per riportare l’ordine e la Tunisia non può certo dirsi pacificata. Oltre a ciò, a lungo l’Occidente e i suoi amici del Golfo hanno sostenuto, con straordinario cinismo, proprio l’Isis  e organizzazioni affini che combattevano in Irak nella speranza che riuscissero a rovesciare Assad, con il risultato che l’Isis, ben armato e ben finanziato, ha iniziato a scorazzare in mezzo Medio Oriente e quando Obama ha detto basta era troppo tardi per porre rimedio all’ennesimo grave errore strategico.

Oggi i disperati che partono sulle navi cercando di trovare una stabilità e una sicurezza che i loro Paesi d’origine non possono pìù garantire, cercano di sfuggire agli orrori e alle violenze dell’Islam fondamentalista, ma scappano in un’Europa che non può accogliere milioni di persone.
Anzi, scappano in Italia, perché l’Europa, per questi poveracci è l’Italia. Ma l’Italia viene lasciata da sola a gestire una situazione immane da un’Unione europea che, sotto sotto, sembra quasi accogliere con favore. Versa qualche lacrimuccia ma poi impedisce ai Paesi confinanti, in primisa, all’Italia, di intervenire permettendo a migliaia di persone di riversarsi in mare. Questo signifca: continuate a partire.

Ora, però, questa situazione non è più accettabile. Con le parole Renzi ci sa fare e cercherà, come sua abitudine, di risolvere tutto con qualche bella roboante dichiarazione, giusto il tempo di far dimenticare la tragedia all’opinione pubblica, mentre ci vorrebbe davvero, in questi frangenti, un leader con gli attributi. Un leader che abbia il coraggio di picchiare davvero i pugni sul tavolo. Come? Proclamando l’emergenza umanitaria, bloccando Schenghen e sospendo l’applicazione di un gran numero di accordi europei, invocando le clausole di salvaguardia che questi accordi prevedono ma che naturalmente un governo pavido e fondamentalmente vassallo come quello italiano non ha mai fatto valere.

E con un permier evenascente come Renzi, temo, mai farà valere. E tutto continuerà come prima, in un orribile domino, di ingiustitia, di disperazione, di infelicità, di profonda ingiusta, preoccupante destabilizzazione delle società, sulle due sponde del Mediterraneo.

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I 1.800 politici e sindacalisti con la doppia pensione a sbafo

Libero

Re Giorgio, Cossutta & C.Comunisti con due pensioni

Una bella pensioncina (e neanche tanto "ina") senza mai aver versato il becco di un quattrino in contributi. Non accade nel Paese di bengodi, ma in Italia (per alcuni sono sinonimi). A raccontare la vicenda è il quotidiano Italia Oggi, secondo il quale ci sono migliaia di politici e sindacalisti (la maggior parte di sinistra) che dodono del doppio assegno. A permetterglielo, scrive il quotidiano economico, è la legge Mosca, che, approvata nel 1974, ha permesso lo sbarco a circa 40 mila personaggi, compresi nomi di peso come l' ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di entrare nel paradiso delle pensioni Inps ottenute senza avere mai versato una lira di contributi.

Una sorta di variazione della legge ha consentito a uno stuolo di politic, aggiungendo alla pensione da parlamentare o da sindaacalista anche quella da giornalista, i cui contributi però sono stati pagati dall' Inpgi, l' ente di previdenza dei giornalisti, cioè dai giornalisti in servizio. Lo stesso principio di rivalutazione è stato applicato anche ai non parlamentari che abbiano lavorato in nero o senza contratto o con contratto improprio in giornali politici, sindacali ecc. Accorgimento costato alle casse della previdenza dei giornalisti (Inpgi) quattrocento miliardi di lire.

Scrive Italia Oggi che la leggina fu presentata per sanare la situazione di qualche centinaio di persone, che nel dopoguerra avevano lavorato per sindacati o partiti politici più o meno in nero, cioè senza che a loro nome fossero stati versati all' Inps i contributi dovuti. Bastava una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito e si potevano riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività.

Tra i beneficiari della legge Mosca, molti nomi della politica e del sindacato che furono: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D' Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano del Turco. In base agli ultimi dati disponibili, a godere di questo regime speciale di doppio contributo - in vista di una pensione moltiplicata per lo stesso fattore - sono 1.793 sindacalisti, dei quali ben 1.278 fanno capo alla Cgil.

Lo Porto, morto quattro volte

Corriere della sera
di Beppe Severgnini


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G iovanni Lo Porto è morto quattro volte. Quando è stato rapito, quando è stato dimenticato, quando è stato colpito, quando la notizia della sua uccisione è stata nascosta. Per quattro mesi, non per quarantotto ore in attesa di verifiche. La pubblica ammissione del presidente Obama - straordinaria per il contenuto, irrituale per il tono - tempera, in parte, l’amarezza? Forse. Ma non cancella l’orrore né lo stupore. Guido Olimpio e Paolo Valentino, sul Corriere , spiegano cosa è probabilmente accaduto.

L’operazione è stata condotta dai droni e si è basata sulle informazioni raccolte nell’area tribale pachistana. Secondo la ricostruzione ufficiale, l’intelligence Usa non ha mai saputo della presenza degli ostaggi nell’edificio usato dai qaedisti. Mancanza di informazioni: è accaduto altre volte in Afghanistan, in Yemen e in Pakistan. E così due innocenti sono stati spazzati via, insieme ai loro aguzzini.

Lo sappiamo, ma è bene ricordarlo. In molte parti del mondo l’altruismo è diventato un rischio letale. Fare il proprio mestiere, una provocazione inaccettabile, per gli umanoidi del terrore. E quando la morte arriva, non siamo più capaci di ammetterla, di raccontarla, di onorarla. Ci sono voluti centoventi giorni per sapere che il 38enne italiano era stato ucciso dai droni, insieme a un ostaggio americano, Warren Weinstein.

Ma questa è, davvero, solo una delle morti di un giovane siciliano generoso. Il suo rapimento è avvenuto tre anni fa. Se ne è parlato, certo, c’è stata una campagna per liberarlo. L’unità di crisi della Farnesina ha fatto il possibile ed è stata vicina alla famiglia. I giornali, compreso il Corriere , si sono occupati del caso. Madiciamo la verità: quanti conoscevano il nome e la storia di Giovanni Lo Porto?  Quanti hanno speso un pensiero, due parole in pubblico, una ricerca su Google? Volontari, cooperanti, anche giornalisti: fino all’avvento di Al Qaeda e Isis, tutti costoro hanno goduto di una condizione ufficiosa di neutralità, anche nei conflitti più cruenti.

Oggi, dall’Afghanistan all’Atlantico, sono diventati bersagli. Perché l’orrore dei nuovi mostri islamisti è anche vigliacco: se la prende con chi non può - anzi, non vuole - difendersi. E diventa così un obiettivo: remunerativo, vulnerabile, facile. L’elenco è lungo e tocca molti Paesi. Alcuni tra i nostri connazionali sono tornati, come Domenico Quirico, Greta e Vanessa, Rossella Urru. Altri, come Giovanni Lo Porto, non torneranno.

Smettiamola di dire - o di pensare, e non è meno grave - che queste persone «se la sono andata a cercare». Non è vero. Cercavano di vivere dignitosamente, non di morire malamente. Conoscevano i rischi, certo. Giovanni Lo Porto non aveva bisogno delle attenuanti dell’incoscienza o dell’entusiasmo, come le due ragazze lombarde liberate in gennaio. Era un professionista del settore: aveva alle spalle missioni in Centroafrica, Haiti, Pakistan. Un professionista che ha pagato per il suo servizio agli altri. Ed è stato ucciso.

Ucciso - ripetiamolo - più volte: dalla ferocia disumana dei rapitori, dalla nostra distrazione, da una bomba dal cielo, dal segreto militare. Un’assurdità progressiva, un orrore a puntate. Il riassunto di anni forsennati che ancora non capiamo del tutto. Forse è meglio così: ci farebbero troppa paura.

@beppesevergnini

E' morta «Rosie», la lavoratrice icona di patriottismi e femminismi

Corriere della sera
di Elmar Burchia

Aveva 92 anni. Divenne il simbolo delle donne americane che lavoravano
sul fronte interno durante la Seconda guerra mondiale

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Mary Doyle Keefe, la modella che ha posato per l’immagine dell’iconografia femminista dell’artista Norman Rockwell del 1943, «Rosie the Riveter» (letteralmente, «Rosie la rivettatrice»), usata durante la seconda guerra mondiale come simbolo delle milioni di lavoratrici americane impegnate sul fronte interno, è deceduta martedì dopo un breve malattia nella sua casa a Simsbury, nel Connecticut. Mary Doyle Keefe aveva 92 anni.
  La propaganda
Keefe era cresciuta ad Arlington, nel Vermont. Aveva 19 anni e lavorava in una compagnia telefonica quando incontrò Rockwell e posò per la copertina del 29 maggio 1943 della rivista Saturday Evening Post. Sebbene fosse una ragazza minuta, la «Rosie the Riveter» di Norman Rockwell aveva grandi braccia, mani forti e spalle larghe. Il dipinto mostra infatti un’operaia dai capelli rossi e blue jeans in pausa pranzo, con un martello pneumatico appoggiato sulle gambe, una grande bandiera americana che sventola alle sue spalle, un panino nella mano sinistra, la mano destra sul cestino del pranzo (col nome Rosie) e il piede destro sul libro Mein Kampf di Adolf Hitler. Rockwell voleva mostrare la forza di Rosie e si era ispirato all’Isaia di Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. Per ciascuna delle due mattine di lavoro, la giovane era stata pagata 5 dollari.
L’originale Rosie
Ben presto quell’immagine diventò un simbolo di propaganda per le donne americane andate a lavorare nelle fabbriche (che producevano munizioni e armamenti) durante la seconda guerra mondiale. Il dipinto, che oggi fa parte della collezione permanente del Crystal Bridges Museum of American Art di Bentonville, nell’Arkansas, non è da confondere col famoso poster creato nello stesso periodo da J. Howard Miller come parte di una serie di manifesti per la Westinghouse Electric and Manufacturing Company e che mostrava «Rosie la rivettatrice» col bicipite destro alzato, le maniche tirate su, il fazzoletto rosso a pois bianchi legato in testa, sotto lo slogan «We can do it!» (possiamo farlo).

Quel popolare poster venne in seguito utilizzato per una campagna nazionale per vendere titoli di guerra. Ventiquattro anni dopo quella copertina di «Rosie la rivettatrice», Rockwell mandò a Mary una lettera nella quale affermava che era «la donna più bella che avesse mai visto». Si era inoltre scusato per averla ritratta così corpulenta. «Rosie the Riveter» prende il nome dal titolo di una famosa canzone di un complesso jazz del 1942. Mary Doyle Keefe, scrive l’Associated Press, ha trascorso gli ultimi otto anni in una comunità di pensionati a Simsbury. Si era laureata in igiene dentale all’università di Temple. Col marito Robert, morto nel 2003, è rimasta sposata per 55 anni ed ha avuto quattro figli.

23 aprile 2015 | 16:46

L'altra Resistenza Quella che nessuno vuole più ricordare

Matteo Sacchi - Ven, 24/04/2015 - 08:45

Il saggio di Ugo Finetti ricostruisce le vicende di militari e partigiani dimenticati Erano patrioti e lontani dal Pci, per questo nei libri di storia non c'è stato posto per loro


Tra l'8 settembre del 1943 e il 25 aprile del 1945 (data ufficiale della Liberazione, anche si sparò ancora un bel po') chi ha combattuto per liberare l'Italia dall'occupazione tedesca supportata dalle forze (assolutamente gregarie) della Rsi? La risposta all'apparenza è molto semplice.
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In primo luogo gli anglo-americani e gli alleati, tra cui andrebbe citato il numerosissimo contingente polacco che arrivò a contare 75mila uomini. In secondo luogo le forze cobelligeranti italiane, il Corpo Italiano di liberazione, ovvero ciò che restava del regio esercito.

Che crebbe di consistenza durante il conflitto per arrivare a contare 22mila uomini perfettamente armati e disciplinati. Poi le formazioni partigiane di diversa estrazione ideologica e politica. Nel '43 i loro organici erano ridottissimi. Nell'aprile del '44 secondo la maggior parte delle fonti contavano circa 22 mila uomini. Le formazioni comuniste erano le più numerose, ma ben lontane da rappresentare la maggioranza assoluta delle forze partigiane.

Quello fatto sin qui potrebbe sembrare un bigino inutile ed ovvio. Però a settant'anni dal 25 aprile del '45 l'immagine che ci viene regalata della Liberazione è ancora molto distorta. Ideologizzata. Il contributo delle truppe regolari italiane marginalizzato, i partigiani raccontati come se avessero tutti al collo un fazzoletto rosso (ma rosso comunista, perché anche sui socialisti già si potrebbe storcere il naso), gli anglo-americani rimossi, anzi quasi colpevoli di averci negato la possibilità di essere inclusi nel Patto di Varsavia. È del resto di qualche giorno fa un titolo delle pagine di Repubblica che recitava così L'Armata Rossa che fece la Resistenz a.

Racconta le vicende dei soldati sovietici che fuggiti ai tedeschi cooperarono coi partigiani. Sulla loro consistenza numerica non occorre fare molti conti, nel testo si spiega che se ne sa poco, ma il titolo fa ben capire dove si vuole andare a parare. Se si vuole sfuggire a questo clima, che ha stravolto la storiografia per decenni, è di aiuto il testo di Ugo Finetti che proponiamo in allegato con il Giornale nella nostra biblioteca storica, La Resistenza cancellata (pagg. 376, euro 7,60 più il prezzo del quotidiano).

Finetti, ex giornalista della Rai con all'attivo moltissime inchieste e reportage, ricostruisce in questo saggio l'uso politico della Resistenza fatto nel Dopoguerra. Spiegando quanto quest'uso politico abbia fatto male alla stessa Resistenza. Per usare le sue parole: «Quando l'antifascismo diventa un marchio di cui una minoranza pretende di avere l'esclusiva, e si accusa quotidianamente di fascismo la maggioranza, si scava un fossato tra antifascismo e opinione pubblica».

Ma soprattutto Finetti dà largo spazio alla storia dei resistenti dimenticati. In prima istanza i militari. E rende loro giustizia dopo decenni di oblio: «La resistenza non fu infatti una guerra civile tra due élites - i rivoluzionari comunisti e gli irriducibili di Salò - ne ebbe come caratteristica la lotta di classe. Vide alla nascita come protagonisti militari guidati da ufficiali “legittimisti”... Le prime formazioni hanno come denominazione richiami risorgimentali e gli Alleati ne favorirono la nascita. Il Partito comunista, dal 25 luglio 1943 fino all'aprile 1944, svolse un ruolo del tutto secondario».

E l'opera di ricerca di Finetti è pregevole soprattutto quando aiuta a riscoprire personaggi importanti come il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che fu il vero organizzatore della lotta antitedesca a Roma. Partecipa all'inutile tentativo di difendere la città sotto l'attacco tedesco. Si dà alla clandestinità. Il 10 dicembre 1943, quale comandante riconosciuto dal governo Badoglio, dirama a tutti i raggruppamenti militari nell'Italia occupata dai nazifascisti la circolare 333/op, nella quale vengono indicati gli obbiettivi dell'organizzazione clandestina e le direttive per la condotta della guerriglia. Le sue parole d'ordine erano: «guerra al tedesco et tenuta ordine pubblico». Cosa che lo metteva in forte concorrenza con i Gap (Gruppi di azione patriottica) e getta una luce sinistra sul suo arresto e la sua fucilazione alle fosse ardeatine.

Ma non è un caso isolato. Anche Edgardo Sogno, medaglia d'oro della Resistenza, contatto principale di Radio Londra tra i resistenti italiani, è stato ostracizzato. Stessa sorte per Alfredo Pizzoni che subito dopo l'8 settembre 1943, pur non appartenendo ad alcun partito politico, fu scelto per presiedere il Cln lombardo, che nel febbraio 1944 divenne il ClnaI. Nei libri di storia non compare, troppo borghese. Finetti rende giustizia a quei patrioti, come i militari che resistettero alla Wehrmacht mentre per colpa del Re e di Badoglio il Paese finiva allo sbando, che sono stati rimossi dalla memoria perché non omologabili. È revisionismo? O il revisionismo di comodo è stato il precedente oblio?