martedì 28 aprile 2015

L'appello del Papa ai romani: "Accogliete tutti gli immigrati"

Sergio Rame - Mar, 28/04/2015 - 17:48

Il Papa bacchetta i fedeli: "Inginocchiatevi davanti ai poveri come fareste davanti al Signore". E invita ad accogliere gli immigrati


"Quanto vorrei che Roma potesse brillare di pietas per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza".

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In un videomessaggio ai partecipanti alla serata Se non fosse per te, spettacolo che sarà rappresentato questa sera al Teatro Brancaccio dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas della Diocesi di Roma, papa Francesco auspica che la Capitale prenda esempio dai Santi romani e cita anche don Luigi di Liegro, fondatore della Caritas romana, per diventare una vera città dell’accoglienza.

Nel suo intervento Bergoglio ricorda quelle "persone impregnate di amore di Dio", come a san Lorenzo ("i suoi gioielli erano i poveri"), san Pammachio (senatore romano, convertito, dedicatosi completamente al servizio degli ultimi), santa Fabiola (la prima che a Porto ha costruito un ostello per i poveri), san Filippo Neri, il beato Angelo Paoli, san Giuseppe Labre ("uomo della strada") e Don Luigi di Liegro (il fondatore della nostra Caritas di Roma).  

"Quanto vorrei che questa città potesse brillare di pietas per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza - incalza il Santo padre - quanto vorrei che la Chiesa di Roma si manifestasse sempre più madre attenta e premurosa verso i deboli".

Papa Francesco ha ammesso che tutti gli uomini hanno debolezze, ma invita a superarle. "Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in preghiera, all’ingresso di un povero in chiesa - continua - si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore! Quanto vorrei questo, che si toccasse la carne di Cristo presente nei bisognosi di questa città!".



La fatwa dell'imam: "Il sesso con il marito è obbligatorio anche sul cammello"

Sergio Rame - Mar, 28/04/2015 - 17:15
Per un imam della Malaysia la donna non ha diritto di negarsi al coniuge in nessuna condizione
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Una donna sposata non può opporre resistenza ai desideri sessuali del marito, "neanche se sono in groppa a un cammello". A stabilirlo è stato un religioso musulmano della Malaysia che ha pronunciato una fatwa destinata a infiammare un’ondata di polemiche.

Perak Mufti Tan Sri Harussani Zakaria ha decretato che la donna "non può mai negare" i suoi favori sessuali al marito, "tranne che nel periodo del ciclo" mestruale. Secondo il religioso, le musulmane "non hanno il diritto" di negarsi al proprio coniuge che, invece, ha "il diritto" di pretendere un rapporto con lei in qualunque condizione, anche "in groppa a un cammello". "Nel matrimonio non esistono cose come lo stupro - ha precisato il religioso - Queste sono invenzioni degli europei. Perché dovremmo seguirle?".

Quando la notizia è stata riportata dal Malay Mail, i lettori e gli utenti dei social network hanno reagito alla fatwa con una valanga di proteste. In tanti hanno accusato il religioso di aver interpretato alla lettera alcuni versi del Corano, ignorando quelli che invitano l’uomo a trattare la donna con rispetto e gentilezza.

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"Inutile - scrive un lettore del Malay Mail - senza speranza e marcio fino al midollo". "Sesso senza il consenso vuol dire stupro - fa eco un altro - fine della storia". Anche su Twitter molti hanno reagito con ironia. "Sesso su un cammello? - si chiede una utente - Ma il sesso in pubblico non è reato?". "Roba da disperati - scrive un’altra - che non dovrebbero sposarsi".

Cibo e sprechi, una sfida da vincere tutti insieme

Corriere della sera

di Laura Boldrini, Presidente della Camera

La lettera aperta del presidente della Camera Laura Boldrini


Caro direttore, ottocento milioni di persone patiscono la fame cronica, due miliardi sono affette da malnutrizione, altri due miliardi sono in sovrappeso e per questo soffrono di patologie varie. E ancora: ogni anno va sprecato un terzo della produzione alimentare globale, circa 1,3 milioni di tonnellate, una quantità che sarebbe sufficiente a nutrire chi è affamato. Tra i paradossi che segnano la nostra età, quelli che riguardano la ripartizione del cibo sono i più insopportabili: perché la disuguaglianza assume una forma letale, tenendo una parte cospicua dell’umanità sotto gli standard minimi di vita e di dignità. Una disuguaglianza che colpisce - come sempre accade - soprattutto un genere: sono le donne, nei Paesi in via di sviluppo, a coltivare la terra e a vendere i raccolti, ma il loro ruolo non viene riconosciuto e le società le tengono ai margini. Anche da questi squilibri nascono tensioni ed instabilità, guerre e migrazioni.

«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi

«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
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«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi  
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi
«Frigo d’Italia», ecco cosa mangiano questi personaggi
Il nostro Paese ha un’occasione importante e positiva per mettere al centro dell’attenzione queste sfide epocali. La Carta di Milano che viene presentata oggi, nell’imminenza dell’apertura di Expo 2015, esprime l’ambizione di non chiudere più gli occhi davanti alle contraddizioni che rendono così precaria la convivenza sul pianeta. Ridefinire il modello di sviluppo in termini socialmente ed ambientalmente sostenibili - ormai è chiaro a tutti - non è un’utopia, ma una necessità imprescindibile.
Così come non è più rinviabile l’impegno degli Stati ad arginare il cambiamento climatico, che causa la distruzione di interi territori e la morte di migliaia di persone, oltre a contribuire a ridurre le risorse agricole. Al tempo stesso, colpire gli sprechi non è solo esigenza etica, ma urgenza economica se vogliamo evitare di essere sepolti dai rifiuti e dal loro costo. Le analisi e le proposte di soluzione in materia sono ormai largamente condivise: giovedì scorso infatti anche la Camera dei deputati, in una seduta molto partecipata, ha dibattuto e poi votato a larghissima maggioranza la mozione contenente gli impegni connessi alla Carta di Milano.
Sono impegni che riguardano non solo le istituzioni politiche, ma anche i cittadini, la società civile, le imprese. E questo mi sembra, insieme ai contenuti, un ulteriore aspetto positivo della Carta. I progressi veri e profondi si fanno solo se siamo tutti insieme a promuoverli: non c’è alcun cambiamento possibile se si pretende di imporlo dall’alto, senza il coinvolgimento di chi deve metterlo in atto ogni giorno nella sua realtà locale. La Carta chiama tutti i soggetti ad un esercizio democratico. Rilancia il valore della partecipazione su una delle questioni cruciali del nostro tempo. Fa politica nel modo più autentico. Spero che in tanti, soprattutto giovani, vogliano cogliere questa occasione.

28 aprile 2015 | 09:06

Dai camaleonti alla Grande Muraglia, tutti i falsi miti che faticano a morire

La Stampa
vittorio sabadin

Non è vero che il freddo entra dalla testa e che il toro carica se vede il coloro rosso. Una mostra a Piccadilly Circus smonta le certezze scientifiche senza fondamento

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A Londra, in Piccadilly Circus, c’è uno dei musei più visitati dai bambini. Al «Ripley’s Believe It or Not» si viene edotti sulle stranezze della Natura e sul fatto che spesso le cose che ci sembrano più bizzarre sono anche vere. L’inventore di «Believe It or Not» (Che ci crediate o no) è stato Robert Ripley, un leggendario esploratore, giornalista, avventuriero e caricaturista californiano che ha visitato circa 200 Paesi in 35 anni, portando indietro ogni volta qualcosa di incredibile. 
In questi giorni, il museo è però dedicato non alle cose apparentemente impossibili che sono vere, ma a quello che siamo convinti sia vero è che invece non lo è. Ogni politico sa che se si ripete abbastanza a lungo qualcosa la gente finirà per crederci. Lo stesso accade per molte informazioni di carattere scientifico che abbiamo sentito fin dall’infanzia, luoghi comuni che alla fine sono diventati una verità per tutti.

I pomodori sono frutti
Nelle bilance di molti supermercati, per esempio, i pomodori sono raffigurati tra la verdura, mentre dovrebbero stare tra la frutta. Pensiamo che il caffè sia una bacca, ma è invece il seme di piccoli alberi tropicali. Crediamo che i vichinghi portassero le corna sull’elmo, ma non sono mai state trovate prove che lo confermino. Non è vero nemmeno che il freddo entra dalla testa, come si sente sempre ripetere chi cammina per le strade di Mosca senza colbacco: il freddo entra allo stesso modo da qualunque parte del corpo lasciata scoperta; entrerebbe anche dalle gambe, se si andasse in giro senza pantaloni. 

L’elenco delle cose non vere delle quali siamo invece convinti è sterminato. La Terra non si muove intorno al Sole, ma ruota con il Sole intorno al centro della galassia, compiendo di fatto un movimento a spirale. I sensi degli esseri umani non sono sei, ma almeno nove e si sospetta che in realtà siano una ventina. Nessuno dubita che il frutto mangiato da Adamo ed Eva nel paradiso terrestre fosse una mela, ma nella Bibbia la parola mela non compare da nessuna parte. I tori non attaccano il matador perché inferociti dal colore rosso: possono distinguere solo giallo e blu, e sono spinti a caricare dal movimento della muleta, non dal colore. 

Alle Hawaii la cima più alta
Il monte Everest, drammaticamente al centro delle cronache in questi giorni a causa del terremoto costato la vita a migliaia di persone, è considerato da tutti la montagna più alta del mondo, ma non è vero. La sua cima raggiunge gli 8.848 metri ed è effettivamente il punto più elevato della Terra sul livello del mare. Se misurate dalla base alla cima, altre montagne sono però più alte: il monte Mauna Kea delle Hawaii emerge per soli 4.205 metri, ma sott’acqua sprofonda per altri 5.761 ed è dunque la montagna più alta. 

Quando l’astronauta Yang Liwei compì il primo volo spaziale della Cina, i bambini delle scuole che visitava gli chiedevano sempre se fosse vero che la Grande Muraglia si vedeva dall’orbita. Lui rispondeva ovviamente di sì, e tutti crediamo che sia vero. La Muraglia è lunga 21 mila chilometri, ma è larga pochi metri, cosa che rende però impossibile identificarla dall’orbita a occhio nudo. Per riuscirci, occorrerebbero astronauti con un’acuità visiva superiore di 7,7 volte a quella di un uomo normale.

I pipistrelli ci vedono
Non è vero che ogni anno di vita di un cane vale sette anni di un essere umano: dipende dalle razze e i cani più piccoli vivono più a lungo. Non è vero che i pipistrelli sono ciechi, che i camaleonti adattano i loro colori all’ambiente circostante e che usiamo solo il dieci per cento del nostro cervello: lo usiamo quasi tutto sempre, cosa che non basta nemmeno a farci distinguere il vero dal falso. 

Niente cifra tonda per fare affari su eBay

Corriere della sera

di Simona Marchetti

Usare numeri «strani» fa ottenere controfferte migliori quando si acquista qualcosa con l'opzione del «compralo subito», da un decennio la modalità di vendita preferita

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Fare cifra tonda non sempre paga. Anzi, nel caso di eBay rischia persino di far abbassare le offerte rispetto agli stessi articoli con prezzi di vendita più definiti. Per intenderci, fra un oggetto proposto a 1.000 dollari con la formula del «compralo subito» e l’opzione da parte del venditore di un’offerta alternativa (che da circa un decennio ha soppiantato le aste diventando la modalità di vendita più frequente sul celebre sito) e un identico oggetto messo in vendita alle stesse condizioni ma per 1.079 dollari, sarà quest’ultimo a ricevere le controfferte migliori.
La ricerca
A sostenere l’egemonia dei numeri «strani» su quelli «a cifra tonda» è una ricerca condotta da tre studiosi della Cornell University, degli eBay Research Labs e dell’Università della California su come ottenere i maggiori guadagni all’interno della cosiddetta «piattaforma negoziale» di eBay. Premesso che il potenziale compratore tende ad acquistare al prezzo più conveniente e che il venditore punta a guadagnare il più possibile dalla vendita, gli economisti hanno scoperto un nesso fra le ultime due cifre del prezzo indicato in un annuncio e le controfferte ricevute, con queste ultime quantificate in un 5-8 per cento più basse nel caso in cui la cifra iniziale fosse «a doppio zero» (perché percepita dal compratore come un modo del venditore di liberarsi in fretta dell’oggetto in vendita) rispetto ad un prezzo di partenza più specifico (che viene invece valutato come un’inconscia apertura alla contrattazione).
Il 97 è meglio del 99, ormai tramontato
«Se il prezzo è la sola cosa che interessa, a volte conviene molto di più indicare una cifra di partenza più bassa per ottenere offerte più alte», suggerisce il professor Joshua Gans, docente di Management Strategico all’Università di Toronto, su The Conversation. Ovvero, meglio partire con una richiesta di 997 dollari anziché di 1000, per arrivare ad un accordo più vantaggioso. Nello studio c’è però gloria anche per i numeri tondi, identificati come in grado di accelerare i tempi di chiusura delle aste da 6 a 11 giorni prima della scadenza, con il 5% di probabilità in più di concludere l’affare: un consiglio da tenere a mente nel caso in cui si debba vendere una casa e si voglia arrivare ad una veloce conclusione dell’affare. Quanto invece ai prezzi che finiscono con «99», il loro appeal sugli acquirenti sembra definitivamente tramontato, perché ormai assimilati a quelli che terminano con il doppio zero: «in questo caso, meglio utilizzare valori come 79 o 97», conclude la ricerca.

Casalinghe in fuga dall’assicurazione. Nessuno paga, ma la multa non esiste

La Stampa
ilario lombardo

Al via la campagna Inail per convincere le donne a sottoscrivere la polizza. I consumatori: è una tassa inutile, costa dodici euro e non dà vantaggi

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Più che le casalinghe, disperata è l’Inail che le sta cercando a una a una per convincerle a pagare l’assicurazione contro gli infortuni. Introdotta con una legge, la prima in Europa, all’alba degli anni Duemila, la mini-polizza costa solo 12,91 euro all’anno ed è rivolta a chiunque, dai 18 ai 65 anni, si occupa in via esclusiva e gratis della cura della casa e del nucleo familiare. Le classiche casalinghe, insomma, che sono la maggior parte della platea, circa il 99%, ma anche i giovani che non lavorano, e studenti fuori sede.

Sarebbe un’assicurazione obbligatoria, ma di fatto non lo è, e lo dimostra il forte calo delle sottoscrizioni. Erano 2,2 milioni nel 2008: scese a 1,6 milioni nel 2012, sono state poco più di 1,2 milioni nel 2014, con gli uomini in netta minoranza: circa 12.500. Cifre che comunque sono basse in partenza: perché gli italiani interessati sarebbero stimati tra i 5 e i 6 milioni. Il calo è così verticale che, per cercare di arginare l’emorragia di contributi, l’Inail, con l’aiuto dell’Agenzia delle Entrate, ha lanciato una vera e propria campagna di arruolamento, spedendo un milione e mezzo di lettere che illustrano i vantaggi della copertura. 

Segno che l’assicurazione è sempre più snobbata e l’obbligatorietà è solo sulla carta, dal momento che una sanzione c’è ma non viene applicata: perché, come ammette Luigi Sorrentini, direttore centrale delle Prestazioni Inail, «gli accertamenti sono molto complicati». E così si chiude un occhio e nessuno sborsa i 12 euro se non volontariamente. 

Alla fine, anche se la cifra è irrisoria, la percezione è comunque di una tassa che in cambio dà poco o nulla, tant’è che le associazioni dei consumatori invitano a non pagarla. L’assicurazione, infatti, copre gli infortuni, ma per accedere alla rendita minima l’invalidità deve essere almeno del 27%. Una soglia troppo alta anche secondo l’Inail. Qualche esempio: perdita totale del pollice, della facoltà visiva di un occhio e dell’avampiede. In questi casi il gruzzolo che si arriva a prendere ogni mese ammonta a 186,17 euro. Via via si sale fino a un massimo di 1.292,90 euro per le invalidità al 100%. In caso di infortuni mortali – sempre e solo durante lavoro domestico – è prevista una rendita ai parenti superstiti. 

Il risultato di tutti questi vincoli sono un totale di mille rendite erogate dal 2001 a oggi. Mille su una platea di oltre 1 milione: un po’ poco. Per capire, dal 2008 al 2012 le denunce sono scese da 1.700 l’anno a poco meno di mille, di cui solo il 7,5% di casi indennizzati: «La legge avrebbe bisogno di essere rivista – spiega Sorrentini –. Noi abbiamo fatto proposte per migliorarla, al Parlamento e al governo. Abbiamo chiesto di innalzare l’età e di abbassare la percentuale di invalidità per accedere all’indennizzo». Ma non ci sono state risposte. «Così facendo, l’assicurazione continuerà a essere vissuta più come un’imposizione che come un’opportunità. E scoraggerà i pagamenti».

Detto questo, nonostante la forte riduzione, grazie all’elevata soglia di accesso, tra entrate (alte) e uscite (basse), l’Inail dal 2001 ha accumulato 130 milioni di avanzo in un Fondo autonomo speciale che gestisce Federica Rossi Gasparrini, ex deputata Idv, 78 anni, e attuale presidente di Federcasalinghe. Ma sebbene ci sia lei a capo del comitato amministratore del Fondo, ammette di «non conoscerne né il bilancio né il movimento di denaro» e di aver già denunciato incongruenze riguardo alla trasparenza del flusso. Sulla questione di dove vadano a finire questi soldi l’Inail risponde di non avere nulla da nascondere: «L’amica Gasparrini sa benissimo che non facciamo nessun tipo di investimento – dice ancora Sorrentini –. Sono soldi a capitalizzazione pura, accantonati per garantire le rendite future». 

L’antivirus non basta più: la sicurezza del futuro è fatta di silicio

La Stampa
stefano rizzato

L’Internet of things moltiplicherà le connessioni ma anche i rischi a livello informatico. Per questo McAfee e Intel Security pensano a nuove soluzioni a livello hardware

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Un antivirus che sia più di un antivirus. Che lavori in profondità, a contatto con il silicio e la parte hardware. E sappia operare in tempo reale, adattarsi agli eventi, gestire in modo dinamico ogni nuova minaccia. È questa la strada tracciata da McAfee e Intel Security per la sicurezza informatica di domani. Una strada che prevede un radicale cambio di registro, per adeguarsi al mondo tecnologico che verrà, e non tra molto. “L’internet delle cose non sarà possibile senza un nuovo e diverso modello di protezione, che copra ogni dispositivo connesso”, dice Patricia Murphy, vice presidente di Intel Security per il Sud Europa.

Il futuro prossimo ci regalerà un mondo iperconnesso e automatizzato, con migliaia di sensori in ogni città e operazioni complesse che si gestiranno da sole grazie a Internet. Vivremo immersi in reti informatiche molto articolate, che riguarderanno gran parte delle nostre vite. “Per questo - continua Murphy - sarà sempre più fondamentale avere sistemi di sicurezza integrati, per prevenire ogni minaccia. Dovranno essere sistemi capaci di controllare in tempo reale ogni nodo della nostra rete tecnologica, di rilevare ogni sintomo di un potenziale attacco e di mandare un’allerta a tutti gli altri nodi vulnerabili”.

La sfida è soprattutto qui: nel trovare un modo efficace di difendere ogni oggetto che si collegherà a Internet. A partire dagli smartphone: “Sul mondo mobile - osserva Murphy - ci sono grandi margini di miglioramento. Bisogna pensare non più solo sul piano software, ma a soluzioni fisiche, a microcomponenti hardware dedicati alla sicurezza informatica e installati nei nostri cellulari. Al tempo stesso, stiamo collaborando con gli operatori per trovare un modo per proteggere anche i dati, perché - in fondo - sono quelli che viaggiano. Sono due fronti che non si escludono, entrambi decisivi”.

Vietato ai cani e agli italiani" (quando fui migrante anche io)

La Stampa
mimmo càndito

27/04/2015


Ho letto della dichiarazione di Gianni Morandi che, di fronte a certe reazioni negative, infastidite, sugli sbarchi di migliaia di profughi, ricordava che anche noi italiani siamo stati emigranti, e subito la Rete era stata intasata di violenti attacchi contro il cantante. Ho lasciato passare qualche giorno, per rispetto all'impegno di Morandi. Ora voglio portare un mio contributo di memoria, che credo possa comunque dare un qualche appoggio, da lontano, a quanto egli ci ricordava.

Sono stato un migrante anche io. In realtà, a quel tempo - era la prima metà degli anni Sessanta -  più modestamente si diceva "emigrante", con la "e", e quello sono stato anche io.

Vivevo a Reggio Calabria (aveva appena terminato il liceo, iniziavo l'Università, prima di "emigrare" a Genova), e in quegli anni dai piccoli paesi della mia terra c'era molta gente che partiva per la Germania, a cercare lavoro e fortuna. Erano gli "emigranti", contadini e manovali che tentavano di sfuggire dalla miseria di campagne senza speranza, con la valigia di cartone e la coppola in testa.

Allora, pur da ragazzo, mi interessavo molto di sociologia (cosa misteriosa, in quei primi anni Sessanta, appena agli inizi nella elaborazione della nostra cultura), e leggevo tutti i libri di sociologia americana che la piccola, preziosa, biblioteca dell'Usis presso la Camera di commercio teneva nei suoi scaffali, Riesman, Mills, Packard. Volli fare, dunque, una esperienza diretta, sul campo, trasformandomi in emigrante.

Chiesi alla mamma (papà era morto, noi eravamo una famiglia modesta, ma non povera) di aiutarmi a fare l'emigrante, quello che tanti ragazzi e tanti uomini di famiglie che noi conoscevamo erano davvero, e non "facevano". Sapevo bene che vi era una differenza di fondo, tra quei poveracci che partivano da disperati e me che, invece, "fingevo" di essere un disperato ma partivo, diciamo, per studio.

E però assumevo il valore di quella differenza, e tentavo di controllarla per rendere più autentica la mia esperienza. Sapevo anche di avere strumenti culturali più articolati di tanti che partivano nel viaggio della speranza, ma mi riproponevo di non farmene condizionare: quello che mi interessava era apprendere direttamente delle difficoltà di vita in un ambiente completamente diverso, delle reazioni che queste difficoltà imponevano, e di come gli emigranti italiani  subissero - o gestissero - queste reazioni.

Mi informai alla biglietteria della stazione Centrale, e mi feci dare dalla mamma 34.000 lire, che erano, giuste giuste, il prezzo di un biglietto di andata e ritorno in Terza classe per Duesseldorf, importante città industriale della Germania Occidentale. Se fosse stato necessario, non si sa mai, avevo il mezzo per poter comunque rientrare; e però partivo come un  vero "emigrante", con  i soldi contati e una povera valigia: vi stipai un paio di maglioni, calze e mutande, qualche pezzo di pane biscottato, due vasetti di marmellata e (soltanto

questo, immagino, differente dagli emigranti "veri") una grammatica italiano-tedesco, che si usava nelle lezioni di tedesco che a quel tempo si potevano ascoltare alla radio, nel pomeriggio alle due, con i corsi anche di francese e di inglese. Ma di tedesco non  sapevo davvero nulla, solo un po' di francese appreso a scuola e un pizzico di inglese studiato per mio conto con un  giovanotto inglese che faceva l'insegnante a Reggio.

Arrivai a Duesseldorf distrutto dal lungo viaggio, stranito, incerto. Però, in testa al binario dove ero sbarcato vidi, sorpreso, interessato, alcune parole in varie lingue, e perfino (incredibile! che fortuna!) in italiano: il cartello diceva "Benvenuti, lavoratori. Se avete bisogno, possiamo aiutarvi". Era la Kolping Haus, un'organizzazione caritatevole evangelica, che dava assistenza alle migliaia di italiani che arrivavano a cercare lavoro.

Mi aiutarono, mi ospitarono in una soffitta, dove dormivamo in 24 emigranti di ogni paese, mi fecero il credito di un Marco al giorno, e mi insegnarono come fare i documenti per essere assunti in fabbrica. Trovai lavoro come manovale in un'acciaieria, mi alzavo alle 5 del mattino e ci tornavo al tardo pomeriggio. Pulivo le macchine, pulivo i capannoni, facevo i lavori d'ogni manovale, a poca distanza dai fuochi dell'altoforno.

Non c'erano italiani, nel mio capannone, soltanto tedeschi, quasi tutti tedeschi, con un portoghese e un colombiano. Quando avevo un attimo di pausa, mi nascondevo dietro un tavolone di ferro e leggevo qualche pagina della grammatica; poi chiedevo ai lavoratori tedeschi di verificare il mio apprendimento del vocabolario tedesco: il naso, la mano, il vestito, mangiare, lavorare, parlare... Mi seguivano incuriositi, ma mi trattavano anche con qualche disprezzo, e dicevano parole che io non capivo e però li facevano ridere di me. 

Un giorno, uno dei capiofficina mi sorprese con il mio libro: mi rimproverò aspramente, a lungo, con parole che non conoscevo ma il cui tono era assai chiaro;  e mi portò in direzione, tenendomi per il braccio. I direttori mi interrogarono, duri, seri, sfogliando con curiosità quel libro della Eri che il capoofficina gli aveva consegnato; io cercai di spiegare quello che potevo, con il mio poco inglese che riuscivo a manovrare, e quei tre - serissimi, l'abito scuro, il disprezzo stampato in faccia - mi ascoltavano in silenzio.

Credo dicessero parole assai dure sugli "Italianen", ma poco alla volta - appreso che ero un giovanotto che stava per andare all'università, e a quel tempo erano davvero pochissimi coloro che potevano fare lo studente - mi perdonarono: non mi licenziarono, ma mi imposero di non portare più in fabbrica quel mio libro . (Tra parentesi, erano tali le condizioni di lavoro nel capannone che, ogni volta che tornavo dalle macchine e dai torni a sfogliare il libro, le pagine che avevo lasciato aperte erano coperte da una sottile, diffusa, polvere di ferro.)

Non lo portai più, il mio libro di tedesco, e però mi facevo insegnare le parole dai miei compagni tedeschi. I quali, saputo chissà come, che non mi avevano licenziato perché ero ("addirittura") uno studente universitario, cambiarono completamente il loro atteggiamento verso di me: mi sorridevano, cercavano di aiutarmi nel mio lavoro pesante, arrivavano a invitarmi a cena a casa loro, che sarebbe stato un onore. Uno studente universitario! Una figura sicuramente di prestigio, un "signore"! Per rabbia rifiutai, perché ero la stessa persona che fino a un giorno prima loro avevano trattato con disprezzo e ora volevo vendicarmi. Sbagliavo, ma non ce la feci.

Imparai poco alla volta a capire di più, a tradurre quella lingua impossibile, e a districarmi. Un sabato sera mi feci coraggio, decisi di uscire, di andare in un locale vicino dove i tedeschi mi avevano detto che si poteva ballare, che c'erano molte ragazze sole. E ammiccavano. Ci andai, impacciato, timido, curioso, ma interessato soprattutto alle ragazze. Entrai titubante, guardandomi intorno, cercando di capire la gente dentro quel fumo e quella musica sparata a volume alto, e di guardare quelle ragazze bionde che a me sembravano tutte bellissime, fantastiche, come a Reggio nemmeno avrei potuto sognare.

Dopo qualche minuto mi feci coraggio, e appena l'orchestrina attaccò un pezzo mi avvicinai a una ragazza; non sapevo ballare, ma il desiderio d'immaginare chissà quale avventura facile e ora a portata di mano mi diede coraggio.

Una ragazza, bellissima, mi sorrise, e si alzò in piedi per accompagnarmi nel piccolo spazio dove le coppie già ballavano. Ma un uomo mi si avvicinò e, guardandomi in tutta la mia  evidente diversità ri spetto  all'ambiente, mi disse "Nein, Nein", scuotendo la testa. Mi chiese chi mai io fossi. Gli risposi - con il mio poco tedesco - che ero uno studente italiano, e ricordando il nuovo  rispetto che ora mi mostravano in fabbrica i miei compagni tedeschi ero certo di avere, così, un buon lasciapassare.

Quell'uomo ascoltò aggrottato, nel fragore alto della musica, poi disse nuovamente, duro, aspro, "Nein! Nein". Mi prese per il braccio (era molto più alto di me, e grosso, e forte), e mi accompagnò alla porta, dove mi mostrò con il dito teso un cartello che io nemmeno avevo visto quand'ero entrato, preso com'ero dal mio imbarazzo e dalla mia curiosità. Ora che sapevo un po' di tedesco, lessi e tradussi: "Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani". Me ne andai, la ragazza che  avevo invitato, bellissima, già ballava sulla pista tra le braccia di un ragazzo biondo.

Il mio progetto "sociologico" lo ressi per più di due mesi, rientrando in Italia giusto in tempo per l'inizio delle lezioni all'università. Appresi molto, parlai con molti emigranti "veri", presi nota dei loro rapporti difficili con gli operai tedeschi. E mi portai dentro, e mi porto tuttora, il segno forte di quella esperienza, e il cartello bianco appeso alla porta di quel caffè, con quelle sue parole sprezzanti, quel "Verboten" che mai dimenticherò e che subito mi torna addosso quando vedo attorno a me il disprezzo usato contro i migranti che vengono in Italia a cercare speranza, fortuna, una vita nuova.

Siamo stati migranti anche noi. Ci chiamavamo emigranti, a quel tempo, e ora lo abbiamo dimenticato.  

La rivoluzione della Baraldini L'ex terrorista in prima linea stavolta contro gli immigrati

Luca Fazzo - Lun, 30/03/2015 - 07:00

Condannata negli Stati Uniti, accolta in Italia come una santa e subito rimessa in libertà. Ora a Roma fa la donna d'ordine

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Che tristezza. Partire adolescente per l'America, lasciare il college nel Wisconsin per fare la rivoluzione a tempo pieno, entrare in una banda armata, dare l'assalto ai furgoni blindati, finire in galera, restarci sedici anni senza confessare né pentirsi né inguaiare nessuno: e almeno quest'ultimo passaggio, comunque lo si guardi, ha una sua inossidabile grandezza.

E finire a Roma a fare la donna d'ordine al Pigneto, chiedendo l'aiuto degli odiati sbirri per difendere la proprietà privata e tenere lontani gli immigrati. Ecco: cercare oggi le tracce di Silvia Baraldini, che vent'anni fa era una tale icona della sinistra da salotto da venire immortalata in una canzone di Guccini e poi da essere accolta a Ciampino con onori da capo di Stato, costringe a fare i conti con la inesorabile potenza degli anni e dell'interesse, che trasformano in bottegaio occhiuto chi voleva cambiare il mondo nel nome del comunismo.

Via del Pigneto è un posto che merita di essere visitato. Lavori interminabili lo stanno trasformando in una isola pedonale che verrà (forse) inaugurata in aprile. È un luogo di movida: locali uno dopo l'altro. Ma è una movida un po' particolare, perché si svolge sotto gli occhi dei carabinieri del battaglione mobile, in basco e manganello, presenza un po' rassicurante e un po' inquietante, invocata e ottenuta dai gestori dei locali per garantire la sicurezza del loro quartiere e dei loro affari.

Chi sia il nemico, chi mette a rischio il Pigneto, non è difficile capirlo. Sono loro, gli africani. Che già alle sei di un pomeriggio feriale stanno in blocchi compatti agli angoli delle strade. Si proteggono a vicenda ma anche litigano, fanno a botte, si lanciano bottiglie di birra, preparano bustine. Contro di loro, i commercianti del Pigneto hanno chiesto che lo Stato si facesse sentire. «Perché appena scende il buio - racconta il ferramenta dell'angolo - qua se bevono l'imbevibbile e se fumano l'infumabbile ».

I commercianti del Pigneto hanno un leader. Si chiama Dario Santilli, ed è il padrone dell'Infernotto, ristorante e wine bar, al 31 della via. È lui che da sempre si fa portavoce delle istanze di sicurezza della categoria, ed è lui che mette direttamente in atto iniziative che hanno fatto discutere: come quando mise a disposizione dei clienti del suo locale delle catene con lucchetto per assicurare la borsa alla sedia, ed evitare scippi volanti. Spiegò Santilli: «Quando viene scippata una ragazza o c'è una rissa davanti ai nostri locali non possiamo voltarci dall'altra parte, interveniamo. Ma non è più possibile andare avanti così: la

rabbia della gente e di molti commercianti rischia di esplodere in forme di “giustizia” fai da te». Un uppercut , mediaticamente parlando, roba tra Gentilini e Charles Bronson, e magari in odore di razzismo se l'avesse pensato qualcun altro. Ma Santilli è un compagno. E ancora più compagna è la sua donna: lei, la Baraldini. Che dell'oste del Pigneto è diventata la compagna poco dopo il ritorno a Roma, quando era ancora in carcere a Rebibbia. Su una parete dell'Infernotto sta la vignetta di un artista evidentemente amante dei calembour: «Cara Silvia per il 2001 ti aspettiamo tutti al bar-aldini.. e che brindisi e che Guevara».

Profezia azzeccata: proprio nel 2001 la Baraldini, che era stata estradata appena due anni prima dall'America, con solenne promessa italiana di farle scontare fino in fondo e senza sconti fino al 2008 la condanna per le imprese terroristiche delle bande «19 Maggio» e «La Famiglia», viene scarcerata per motivi di salute. Rimane a casa agli arresti domiciliari pochi anni. Poi nel 2006 arriva l'indulto: che in teoria non si può applicare alle condanne ricevute all'estero, ma per la Baraldini la Cassazione fa un'eccezione e le sconta la pena, sollevando le

ire di numerosi detenuti nelle sue stesse condizioni che invece l'indulto se lo vedono negare. D'altronde che si trattasse di una detenuta un po' particolare lo si era intuito già il giorno - era il 24 agosto 1999 - quando l'aereo che riportava la Baraldini in Italia dall'America venne accolto a Ciampino da un cerimoniale che neanche Kissinger. Plotoni di giornalisti, simpatizzanti, e incredibilmente persino il ministro della Giustizia, il rifondarolo Oliviero Diliberto, che si presenta ad accoglierla e la carica sull'auto governativa.

Si dirà: sono passati un fiotto d'anni, e i capelli bianchi (a volte) portano consiglio; e se alla Baraldini che voleva portare la rivoluzione in Arkansas ed Illinois si è sostituita oggi una signora di comune buon senso, che c'è di male? Il problema è che da qualche parte i vecchi ideali, nell'animo di questa signora ormai canuta, convivono. Come si è visto chiaramente qualche anno fa, quando scese a Cosenza a manifestare per la assoluzione di campioni dell'antagonismo come Francesco Caruso, Luca Casarini e altri leader della rete «Sud Ribelle»,

incriminati per le violenze del G8. La Baraldini era in prima fila sotto lo striscione «Siamo sempre sovversivi», mentre a poca distanza da lei Oreste Scalzone, ex leader di Autonomia operaia, raccoglieva le firme per un'altra icona della gauche caviar , la brigatista Marina Petrella, organizzatrice dell'assassinio a sangue freddo del commissario Sebastiano Vinci, e ciò nonostante riverita e ospitata da Sarkozy e sua moglie Carlà.

È come, insomma, se ci trovassimo davanti a un caso classico di divisione dell'io, e se dentro la sessantasettenne signora dagli occhi azzurri continuassero a convivere due donne, quella che dà l'assalto alla cassa del capitalismo e la piccoloborghese che si preoccupa dell'incasso di giornata. C'è la Baraldini nostalgica degli anni americani, quella che non rinnega nulla della lotta armata, e anzi in un convegno a Livorno spiega agli studenti che «manca in questo momento quello che avevamo noi, lo spirito di contestazione», e amen se lo «spirito di contestazione» portò il suo gruppo ad ammazzare due poliziotti e un metronotte; e c'è anche l'ostessa del Pigneto, compagna di vita e di lavoro del Santilli che invoca le ronde che turbano gli affari...

Il costo (salato) degli immigrati: oltre un miliardo per mantenerli

Andrea Riva - Lun, 27/04/2015 - 12:54

Dal 2013 i costi per mantenere gli immigrati sono raddoppiati. I motivi? Il maggior numero di sbarchi e la lentezza dello Stato

Quanto costa mantenere un immigrato? Generalmente dai 35 ai 40 euro al giorno.

Quanti immigrati ci sono in Italia? All'incirca 81mila. Facendo un rapido conto, come ha rilevato Repubblica, "nel 2015 l'Italia spenderà più di un miliardo di euro per accogliere i migranti. È il record assoluto. Sono 400 milioni in più dello scorso anno, 500 rispetto al 2013".
I motivi di questo aumento sono essenzialmente due: il maggior numero di sbarchi e, rileva sempre Repubblica, "la lentezza dello Stato che non riesce a dare in tempi ragionevoli risposte sulle richieste d'asilo".

Gli immigrati, infatti, dovrebbero attendere solamente tre settimane per ricevere la conferma della richiesta d'asilo, ma i tempi sono sempre più lunghi perché "chi deve decidere se hanno diritto o no - sulla base di una serie di requisiti, primo tra tutti le condizioni del paese di provenienza - sono le 40 commissioni territoriali nominate dal ministero dell'Interno che dipendono dalle Prefetture".
A ciò va aggiunto lo sfruttamento che le coop, come dimostra il caso Mafia capitale, fanno sulle disgrazie dei migranti. E a pagare sono sempre i contribuenti italiani.

Nuova grana per Fassino, è nei guai per il business delle case ai rom

Luca Fazzo - Lun, 27/04/2015 - 08:10

La procura di Torino ha aperto un'inchiesta sui 5 milioni spesi per dare una sistemazione ai nomadi e in parte finiti nelle tasche di un geometra, il «re della casbah»


Meglio avere a che fare con Matteo Renzi, col rischio di finire rottamato insieme al vecchio politburo del Pd, o rintanarsi a Torino e doversi misurare con un bel tomo specializzato nell'affittare stamberghe inabitabili a prezzi esorbitanti, sempre in bilico sul codice penale, e rischiare di prendersi prima o poi un avviso di garanzia? Chissà se Piero Fassino, sindaco di Torino, la sera prima di addormentarsi si interroga sulla scelta fatta nel 2010, quando abbandonò la politica nazionale per dedicarsi a tempo pieno alla sua città.

Di certo c'è che a quattro anni dalla sua elezione a sindaco (passò in scioltezza al primo turno, con il 56% dei voti) si trova a fare i conti con una serie incalcolabile di rogne. Dove la più ingombrante è l'inchiesta della Procura sulla gestione dell'emergenza rom nel capoluogo piemontese.

È un affare da cinque milioni. Non si sono raggiunte - va detto - le vette romane, quelle di Mafia capitale. Ma anche sotto la Mole a spartirsi con la benedizione di Fassino il business della solidarietà è stata una rete di associazioni a cavallo tra la sinistra e il mondo cattolico. E i risultati sono ora al centro dell'indagine in bella vista sul tavolo del sostituto procuratore Andrea Padalino, che dovrà capire come sia stato possibile che il Comune abbia speso una montagna di milioni per spostare dei nomadi da un insediamento abusivo a un altro: via dal Lungostura Lazio, e casa per tutti in corso Vigevano, in un cupo fabbricato che ha il piccolo difetto di non essere destinato a residenza.

Bisogna stare attenti a scrivere questa storia, perché in mezzo ci sono due con la querela facile. Il primo è notoriamente Fassino. L'altro è il geometra Giorgio Molino, un signore che a Torino possiede centinaia (secondo alcuni migliaia) di case, e di cui già nel 2001 un quotidiano dalla titolazione compassata come La Stampa scriveva, parlando dello stabile di via La Salle, «nella casa dell'orrore decine di persone vivono ammassate come animali in pochi metri quadri»; e che poche settimane dopo lo stesso giornale definiva «il re della casbah»; e tra i

cui beni ancora nel 2005 sempre La Stampa catalogava «i condomini della vergogna di corso Vercelli», le «case horror di corso Giulio Cesare», «le terrificanti soffitte di via La Salle», accusandolo di incassare «somme pazzesche, 400, 500, anche 600 euro per gli orribili tuguri dove sono ammassati uomini, donne, molti bambini». Insomma: anche se quando fu accusato addirittura di profittare del racket della prostituzione Molino venne assolto, è difficile immaginarlo come un benefattore del terzomondo, come l'uomo giusto cui una giunta rossa può rivolgersi per venire incontro ai bisogni dei diseredati.

E invece proprio questo è accaduto a Torino. A monte c'è una delle solite storie di accampamenti rom cresciuti negli anni a dismisura. In Lugostura Lazio alla fine erano in ottocento, forse mille, e ne accadevano di tutti i colori. Dal 1985, la Spat, proprietaria dell'area, chiedeva senza riuscirci lo sgombero dell'area.

Nel 2008, esasperata, sporse denuncia in Procura, nel 2013 vennero sequestrati prima un bar e una sala giochi abusiva, poco dopo il pm Padalino chiese e ottenne il sequestro dell'intera area: ma nel giugno il suo capo di allora, il procuratore Gian Carlo Caselli, dispose la sospensione dello sgombero per motivi umanitari e di ordine pubblico. A ottobre, finalmente, cominciano gli sgomberi mentre il Comune fa partire la gara d'appalto per organizzare l'accoglienza dei rom sgomberati. E qui inizia la parte singolare della faccenda.

A vincere la gara è il consorzio «La città possibile», di cui fanno parte le onlus Strana Idea, Animazione Valdotto e Terra del Fuoco, che si spartiscono l'affare. Per capire l'orbita: l'amministratore delegato di Terra del Fuoco è Massimiliano Curto, fratello minore di Michele Curto, capogruppo di Sel in consiglio comunale. Che l'emergenza rom diventi un affare di famiglia all'interno della maggioranza che sostiene Fassino è già abbastanza curioso.

Ma i guai veri iniziano quando il consorzio inizia a occuparsi in concreto della sistemazione dei rom che accettano di lasciare l'accampamento di Lungostura, liberando fette di area su cui Fassino si precipita a lanciare le ruspe per evitare che vengano rioccupate. Una parte dei nomadi accetta di tornare in patria, dietro pagamento del biglietto e garanzia di un lavoro; una parte viene sistemata qua e là; e una parte approda in corso Vigevano, lunga e disadorna arteria che va verso Barriera di Milano.

Al 41 di corso Vigevano c'è un lungo fabbricato industriale, che ospita un club privé e altre attività. E lì, incredibilmente, vengono piazzati una parte dei nomadi: ben il 41 per cento, secondo un esposto del capogruppo in consiglio comunale di Fratelli d'Italia Maurizio Marrone. «Tra l'altro - scrive Marrone - la palazzina del social housing per zingari non risulta nemmeno accatastata come abitazione bensì come biblioteca ed edificio di culto, per cui dubitiamo che abbia l'agibilità abitativa». Da abusivi ad abusivi, insomma: ma stavolta a spese del Comune. E soprattutto, il consigliere Marrone fa presente che il fabbricone di corso Vigevano non è di un immobiliarista qualunque, ma di Giorgio Molino, quello che La Stampa chiamava «il re della casbah», «indagato - scrive l'esponente di Fdi - per abusi edilizi e già condannato per illeciti fiscali».

L'esposto approda in Procura, dove finisce per connessione sul tavolo del pm Padalino. Per adesso, è catalogato prudenzialmente nel modello 45, «atti non costituenti notizie di reato», ma gli accertamenti sono già cominciati. A partire da quello che per la Procura è il tema più delicato, ovvero la destinazione d'uso dello stabile di corso Vigevano: perché se le cose stanno come dice Marrone, a venirne chiamato a rispondere sarebbe anche chi in Comune doveva vigilare sulla esecuzione della gara. Ed a quel punto entrerebbe in scena il secondo e più vasto tema, quello della indagine su come sono stati spesi i soldi - 3 milioni e 600mila euro, poi lievitati a 5 milioni - assegnati dal governo a Torino per affrontare l'emergenza rom.

Insomma, una grana di cui per ora non si vede la via d'uscita, e che Fassino si ritrova a gestire in una situazione già pesante, dove ogni giorno gli porta la sua pena, in una città dove un intero pezzo di università è stato messo sotto sequestro e dichiarato inagibile perché infestato dall'amianto; dove il Moi, il villaggio olimpico realizzato per i Giochi invernali del 2006, è stato occupato abusivamente da un mix di clandestini, immigrati, antagonisti, spacciatori di droga e quant'altro, e l'ordine di sequestro chiesto e ottenuto dalla Procura non riesce a venire eseguito: e dove tra pochi giorni, il Primo maggio, il sindaco rischia di ritrovarsi di nuovo sotto il tiro delle contestazioni «da sinistra», come gli accadde il Primo maggio 2012, quando la rabbia degli antagonisti gli scatenò addosso accuse di ogni genere, compresa quella di non pagare gli stipendi alle maestre degli asili.

Lui, il sindaco, per adesso tace. Non spiega come sia stato possibile che i soldi dell'emergenza rom siano finiti in tasca a Giorgio Molino; ma non spiega nemmeno se si ricandiderà l'anno prossimo, quando scadrà il suo mandato a Palazzo di Città, o se seguendo l'esempio del collega milanese Giuliano Pisapia abbandonerà una poltrona rivelatasi più scomoda del previsto. Le previsioni più quotate dicono che alla fine Fassino dirà di sì ad un secondo mandato, soprattutto se a chiederglielo sarà Matteo Renzi, che alla gratitudine per essersi autoesiliato da Roma aggiunge nei suoi confronti qualche debito di riconoscenza per come da presidente dell'Anci, l'Associazione dei comuni italiani, ha calmierato la rabbia dei sindaci di tutta Italia contro i tagli della spending review . Ma se sceglierà davvero di restare al suo posto, il sindaco dovrà rassegnarsi a fare i conti per un bel pezzo con la grana dei rom.

E Borrelli assolse i carabinieri "fascisti"

Luca Fazzo - Gio, 16/04/2015 - 07:00

Il futuro procuratore di Mani pulite liberò i tre carabinieri che uccisero Giannino Zibecchi

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A celebrare il processo ai carabinieri accusati di avere ucciso in corso XXII Marzo Giannino Zibecchi, fu un magistrato del quale anni dopo si sarebbe parlato parecchio: Francesco Saverio Borrelli, che allora presiedeva la Ottava sezione penale.

Sul banco degli imputati, davanti al futuro procuratore di Mani Pulite, sedevano tre carabinieri: il comandante del reparto Alberto Gonella, il tenente Alberto Gambardella che viaggiava sul camion investitore e l'autista del camion, il giovane carabiniere Sergio Chiarieri. Borrelli assolse tutti. Nella sentenza, si leggono espressioni curiose, come quando, per descrivere lo stato psicologico di Chiarieri, che prima di centrare Zibecchi era stato colpito da oggetti di ogni tipo, Borrelli parla di «uno stato affannoso di crepuscolarità».

Non era stato semplice, il percorso giudiziario seguito ai tragici fatti di piazza Cavour e di corso XXII Marzo, e anche nella sua ricostruzione si colgono i segni della simpatia esplicita che parte della magistratura nutriva verso l'ultrasinistra, ma anche delle divisioni profonde che attraversavano l'apparato giudiziario.

Basti pensare che il sostituto procuratore che era di turno al momento dell'uccisione di Varalli, Ottavio Colato, esponente di Magistratura democratica, venne spogliato dell'inchiesta dal procuratore della Repubblica, Giuseppe Micale. Colato la prese così male da annunciare le dimissioni «irrevocabili» dalla magistratura. Poi ci ripensò, e rimase al suo posto. Il fascicolo peraltro arrivò sul tavolo di un pm insospettabile come Emilio Alessandrini, il quale chiese e ottenne la condanna di Braggion per porto d'arma e eccesso di legittima difesa.

Anche l'inchiesta sulla morte di Zibecchi ebbe un percorso tormentato. I tre carabinieri finiti sotto processo vennero prosciolti dal primo tribunale, secondo il quale avevano semplicemente eseguito degli ordini, e a dover essere processati erano semmai i loro comandanti. Ma l'assoluzione venne annullata, e si celebrò il nuovo processo davanti a Borrelli. La sentenza, depositata il 28 novembre 1980, escludeva che la carica dei camion contro i manifestanti fosse stata ordinata («non resta in piedi alcun autorevole supporto che

si possa reputare attendibilmente provato»); assolveva con formula piena il capitano Gonella («egli era stato costretto dal fuoco che avvolgeva la sua campagnola a una fuga in avanti per evitare il rischio di una esplosione in mezzo alla folla») e il tenente Gambardella. Mentre per Chiarieri, nonostante fosse provato che era stato centrato al volto da un oggetto che gli aveva spaccato uno zigomo, e che ben poteva avergli fatto perdere il controllo del camion, venne concessa solo l'insufficienza di prove.