mercoledì 29 aprile 2015

Caccia al voto per l’Italicum: Renzi alla conquista del Partito del vitalizio

Il Fatto Quotidiano

“Se non passa l’Italicum, tutti casa”, dice il premier. Un obiettivo che sta a cuore a oltre 600 deputati e senatori in carica (413 solo a Montecitorio) che non hanno maturato 5 anni di permanenza a Palazzo, necessari per riscuotere l'assegno pensionistico. Una parte di loro è schierata contro la riforma. Ma che potrebbe ripensarci. Pur di conquistare l'ambito privilegio


Come un orologio. Trema il governo, parte il ricatto. E con i parlamentari sotto pressione, la minaccia: se l’esecutivo cade, addio vitalizio. Già, proprio come era già successo alla fine del 2010 quando per assicurarsi i voti necessari alla sua sopravvivenza, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aprì la grande caccia nel centrosinistra assicurandosi i voti di trasfughi come Antonio Razzi, interessatissimo a prolungare la legislatura per assicurarsi la pensione parlamentare. Adesso c’è l’Italicum da varare e pur di garantirsi i numeri per l’approvazione, il premier Matteo Renzi sembra riprovarci: se la legge elettorale non passa, addio Pd ma anche crisi inevitabile della legislatura, ha fatto sapere. Con la sottintesa minaccia agli eletti riottosi: tornerete a casa senza aver maturato i cinque anni necessari a riscuotere l’assegno pensionistico.

ANNI D’ORO – E già, il “Se non passa l’Italicum, tutti casa” dell’ex sindaco di Firenze non è solo uno schiaffo ai poteri costituzionali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’unico titolato a sciogliere le Camere. Ma anche a quella grande massa di parlamentari che con la fine anticipata della legislatura non maturerebbero il diritto alla pensione. E non si tratta di pochi casi isolati, ma di una massa di voti rilevantissima che in nome del vitalizio finisce per costituire con oltre 600 eletti tra deputati e senatori il partito più forte tra quelli presenti a Montecitorio e Palazzo Madama. Con nomi anche importanti nelle sue file.

Nell’elenco ci sono infatti pure alcuni tra i più fieri oppositori interni di Renzi nel Partito democratico e fieri nemici del nuovo marchingegno elettorale, come Alfredo D’Attorre, braccio destro di Pier Luigi Bersani; Pippo Civati, primo rivale dem di Renzi, e Stefano Fassina, ex viceministro dell’Economia. Non solo. Anche fuori dal Pd ci sono nomi di oppositori noti dell’Italicun che dovranno rinunciare al privilegio in caso di fine anticipata della legislatura, come i deputati di Sel Nicola Fratoianni, delfino di Nichi Vendola: e il sindacalista Giorgio Airaudo.

Senza dimenticare il Movimento 5 Stelle, che addirittura vanta il 100% di debuttanti, dunque tutti bisognosi di tagliare il traguardo dei cinque anni. Per carità, non sarà certo il miraggio della pensione a far ricredere gli oppositori di Renzi e del suo Italicum. Ma è un fatto che tra i corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama lo spettro del grande salto di Antonio Razzi viene rievocato con crescente frequenza.
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ASSEGNO IN CIFRE – Ma come si matura il diritto al vitalizio? I parlamentari eletti nella XVII legislatura, quella in corso, sono i primi ai quali vengono applicate integralmente le norme entrate in vigore dall’1 gennaio 2012. Approvate per equiparare il trattamento pensionistico di deputati e senatori a quello riservato ai comuni lavoratori, hanno segnato il superamento del vecchio sistema dei vitalizi con il passaggio al sistema di calcolo contributivo. Tre i requisiti necessari per conseguire il diritto alla pensione: essere cessati dall’incarico, aver compiuto 65 anni e aver esercitato almeno 5 anni effettivi di mandato.

Il limite d’età può scendere fino a 60 anni, diminuendo di un anno per ogni ulteriore anno di mandato svolto. Il nuovo sistema, quindi, si basa sui contributi effettivamente versati. Un deputato è assoggettato d’ufficio a un contributo pari all’8,8% dell’indennità parlamentare lorda (10.435 euro alla Camera). Ogni mese, quindi, il contributo obbligatorio versato per il trattamento previdenziale è di poco superiore ai 900 euro. Con cinque anni di mandato alle spalle, un deputato eletto a 30 nella legislatura in corso maturerà a 65 una pensione lorda di 1.583 euro, mentre per uno eletto a 50 anni scenderà a 1.263 euro.

CAMERA APERTA – Queste le regole, ma torniamo al duro scontro in corso alla Camera. Pallottoliere alla mano, per l’approvazione dell’Italicum a Montecitorio (maggioranza necessaria 316) a Renzi potrebbero servire tra i 10 e i 15 voti extra, nel caso in cui gli venisse a mancare il sostegno degli 80 deputati della minoranza Pd teoricamente schierati contro la nuova legge elettorale. In Transatlantico si è già parlato del possibile soccorso offerto al premier dal drappello verdiniano (una quindicina di parlamentari circa), ma le trattative possono riguardare anche i numeri di quegli onorevoli che pensano al solo tornaconto personale.

E tra questi, con la storia del vitalizio, davanti a Renzi si potrebbe aprire un’autentica prateria. Alla Camera ci sono infatti 413 deputati con meno di 5 anni di legislatura (al Senato di casi se ne contano 199). Il gruppo più consistente di costoro si trova proprio all’interno del Pd con 204 eletti bisognosi di completare il quinquennio. Nel Movimento 5 Stelle, tutti neofiti, sono 91 i deputati che necessitano di tagliare il traguardo del 2018; all’interno di Sel sono invece 26; in Forza Italia se ne contano 14. Ma l’attenzione generale si concentra anche sui parlamentari del Gruppo Misto (29) e di Per l’Italia: 11 in tutto. Gente dalle ferme convinzioni politiche, per carità, ma pur sempre con qualche interesse a maturare il diritto a riscuotere l’assegno pensionistico.

Twitter: @SteI @leavendramel

Boldrini in fuga sulla cyclette

Massimiliano Scafi - Mer, 29/04/2015 - 10:18

La Boldrini, trovandosi forse leggermente appesantita, vuole la bici in ufficio. I funzionari: "Rovina il decoro". E spunta un paravento. Ma il braccio di ferro potrebbe anche non finire qui

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Roma - Ufficio di presidenza-Aula, Aula-ufficio di presidenza, qualche viaggio, molti impegni istituzionali, lunghe cerimonie, un convegno ogni tanto. Se la politica è sangue, sudore e qualcos'altro, guidare la Camera è invece un incarico di alto prestigio e di grande fatica, ma di scarso consumo calorico. Però, come si dice in questi casi, hai voluto la bicicletta, ora pedala. Così Laura Boldrini, trovandosi forse leggermente appesantita, ha deciso di mettersi a pedalare davvero e ha comprato una bella cyclette.

Quando l'attrezzo ginnico è arrivato, lei tutta contenta se l'è fatto montare nel suo studio, nonostante le perplessità dei funzionari di Montecitorio. Presidente, dicevano, insomma, non si può fare, è brutta, quei pedali, se poi viene qualcuno in visita, come si fa... Ma la presidenta ha tenuto il punto: la voglio qui vicino a me e basta, in modo da poterla usare nei ritagli di tempo.Ora, la letteratura che riguarda i politici su due ruote è molto lunga. Basta pensare a Romano Prodi, che continua a scalare l'Appennino emiliano fasciato nelle sue tutine colorate.

O al sindaco di Roma Ignazio Marino, che costringe i due vigili urbani della scorta a spingere sui pedali per valicare di Sette Colli. O anche a Graziano Delrio, che per arrivare in tempo nel suo nuovo ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il primo giorno è sfrecciato contromano in barba al codice della strada e alle disposizioni emanate dal suo stesso dicastero.

Chissà, magari la Boldrini mentre si allena pensa a Nilde Iotti. Ma la prima, storica, presidenta della Camera, quando pedalava lo faceva come staffetta partigiana durante la Resistenza, portando ordini e informazioni per le strade piene di tedeschi, mentre la Boldrini fatica sul posto. Una sgambata ogni tanto, tra un impegno e l'altro. Finché, raccontano, un giorno si è resa conto che i funzionari di Montecitorio avevano ragione, che non si poteva esibire la cyclette pure durante gli incontri più formali, con ospiti illustri, che non si può accogliere sudati e affannati i presidenti stranieri.

E ha chiesto ai commessi di procurare un paravento per coprirla. Poi però neanche il separé andava bene perché la gente si incuriosiva e chiedeva che cosa c'era là dietro, provocando comunque imbarazzo nella terza carica dello Stato. Quindi, nuovo ordine: via la cyclette, spostatela in un'altra stanza. Ma pochi giorni più tardi la Boldrini ci ha ripensato ancora una volta. Se non la vedo, questo il ragionamento, se non ce l'ho ha portata di mano, anzi di piede, va a finire che non la uso mai.
Dunque la due ruote è tornata a troneggiare nel grande studio di Montecitorio. Anche se, a quanto pare, non in maniera definitiva. La cyclette infatti farebbe su e giù, dentro e fuori secondo le necessità e gli impegni, per la gioia della presidenza e la furia dei commessi.



I vizietti della Boldrini

Laura Cesaretti - Dom, 05/10/2014 - 16:21

La maestrina rossa fa ritirare i suoi abiti griffati ai commessi ma li obbliga a usare buste anonime per nasconderli

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Quella sua irreprimibile vocazione pedagogica l'ha inguaiata un'altra volta. È bastato che Laura Boldrini postasse su Twitter una foto di sé medesima, intenta a salire a piedi le scale di Palazzo Montecitorio, con dedica salutista («come ogni giorno io Montecitorio senza ascensore e oggi anche per promuovere lo sport e l'attività motoria») per scatenare una nuova fiera di sarcasmi sul web.

E dire che l'intento era sicuramente lodevole: spronare a fare più moto, tenersi in forma, usare meno l'ascensore e risparmiare pure corrente elettrica. Tutte cose ottime. Il piglio da istitutrice sollecita ma severa però non paga, sui social network. E neppure a Montecitorio, nei cui corridoi solitamente ovattati si respira in questi giorni un'inconsueta aria di tensione.

L'operazione tagli degli stipendi è stata un mezzo boomerang per chi l'ha voluta e sperava di cavalcarla per recuperare una popolarità non risollevata neppure dal brain storming estivo di comunicatori guidati da Gad Lerner. Invece Laura Boldrini si è ritrovata da un lato con l'intera macchina di Montecitorio inviperita contro di lei, che la accusa di «averci svenduto per farsi bella», come sibila un funzionario; dall'altro con mezzo Ufficio di presidenza e i media che la criticano perché i tagli - secondo loro - sono un semi-bluff.

La presidente e dovuta intervenire di gran carriera per impedire che scoppiasse un'insurrezione in armi dei dipendenti dopo un improvvido e alquanto becero comunicato del deputato di Scelta civica Andrea Vecchio che - per lamentare la pochezza dei tagli - insultava gratuitamente commessi e funzionari («protetti della politica, vestiti come camerieri, grottescamente servizievoli, bovinamente mansueti»).

E poi Boldrini, nella stessa giornata di giovedì, ha dovuto fare sparire dall'homepage del sito ufficiale della Camera un video ideato per spiegare, con una sorta di cartone animato pieno di salvadanai sorridenti e forbici taglienti, la portata del risparmi. Un video ben fatto, ma che col suo sapore anti Casta aveva ulteriormente irritato il personale in subbuglio, e che è stato prudentemente trasferito sul meno frequentato canale YouTube della Camera.

Sta di fatto che ora Montecitorio ribolle di cattivi umori, e nei suoi meandri, in questi giorni, capita di sentirne di ogni colore sulla Signora Presidente. Dagli aneddoti sui commessi mandati a ritirare eleganti tailleur di Armani (ma infilati in buste rigidamente no-logo, come si conviene a una dirigente politica contrarissima al frivolo consumismo) alle siepi artificiali installate a spese del Viminale attorno alla casa nella campagna marchigiana del fratello, per

impedire sguardi indiscreti durante le visite della Terza carica dello Stato. Poi c'è il turn over di collaboratori, dal personale di segreteria ai capi della sicurezza di Montecitorio: il primo saltò pochi mesi dopo la nomina di Boldrini per non aver previsto e impedito che sul web circolasse un suo fotomontaggio un po' osé, il secondo è stato trasferito a Palazzo Chigi su richiesta boldriniana a fine 2013, siamo già al terzo, che per ora è ancora lì.

Ma, a sentire le gole profonde del Palazzo, anche sul personale di scorta (dodici uomini distribuiti in tre turni sulle 24 ore) la presidente ha avuto da ridire: «Gli uomini dell'ispettorato generale di polizia del Palazzo, che sono andati bene a Ingrao e alla Iotti, a Napolitano e a Casini, a Violante e a Fini, per lei non erano sufficientemente affidabili», raccontano, «e così ha dato il tormento al Viminale finché all'inizio dell'anno non le hanno assegnato altre due loro squadre».

La ragione? Pare che la Boldrini fosse rimasta scossa dagli eventi dell'agosto scorso in Campidoglio, quando insieme a Marino doveva inaugurare l'apertura dei Fori imperiali e un gruppo di manifestanti anti discarica un po' teppisti li ha contestati. Urla, fischi e qualche parolaccia: quanto basta perché lei abbandonasse la cerimonia e lamentasse una cattiva gestione della sicurezza della sua persona.

C'è da dire che, se il personale è critico, i colleghi politici non sono più affettuosi con la loro Presidente. Su tutte una critica, ripetuta da chiunque si interpelli: la signora non dialoga, non si consiglia e non tratta con nessuno, non si fida di nessuno, non dà retta a nessuno. Con un'unica eccezione, il potente segretario generale Ugo Zampetti, suo Virgilio nell'Ade parlamentare da cui - secondo le malelingue - sperava di traghettare se stesso e lei verso il Quirinale.

Le conferenze dei capigruppo, raccontano i testimoni, sono diventate «delle interminabili sedute di autocoscienza», punteggiate di ramanzine della Presidente (contro il «brusio» in aula, contro lo scarso spazio alle leggi di iniziativa popolare, a favore della parità di genere nelle audizioni delle commissioni: sulla legge elettorale chiese di interpellare tanti costituzionalisti maschi quanti femmine) e di battibecchi.

Particolarmente gustosi quelli con l'irascibile capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta, che quando lei osa chiamarlo per cognome le intima: «Mi chiami Professore o Presidente, se no io la chiamo signorina Boldrini». Per non parlare di quelli con Simone Baldelli, vicepresidente della Camera e autore di un video in cui - con tanto di parrucca tailleur e collanona - fa una perfida imitazione della sua superiore. Che non ha apprezzato l'omaggio.

Se con il Pd i rapporti sono tesi, con Sel - che pure la mise in lista - sono quasi nulli. Del resto non è a Nichi Vendola che deve il suo balzo da neo-eletta ai vertici di Montecitorio. Bensì a Dario Franceschini, che quando capì che - in nome del rinnovamento - non sarebbe stato lui il nuovo presidente della Camera volle evitare che a sostituirlo fosse un esponente del suo stesso partito (in pole position c'era Marianna Madia). E così convinse Bersani a candidare una donna della «società civile», nonché sua amica. E la Boldrini si ritrovò sul prestigioso scranno che fu di Nilde Iotti.

L’Islanda cambia la legge in vigore da 400 anni: “Vietato uccidere i baschi”

La Stampa
francesco olivo

La norma era stata varata quando alcuni pescatori spagnoli furono scambiati per invasori

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Tempo di riforme in Islanda. L’isola dell’Atalantico compie un gesto, per così dire, distensivo e da oggi proibisce di uccidere i baschi, letteralmente. L’omicidio degli stranieri era consentito da una legge in vigore da 400 anni e fino adesso mai abolita (ma per fortuna nessuno se n’è approfittato), forse perché dimenticata. 

Il codice penale era stato modificato in fretta e furia nel 1615, quando un gruppo di pescatori di balene proveniente dai Paesi Baschi era approdato sulle sponde dell’isola in seguito alle cattive condizioni dell’oceano. Gli islandesi, però, si equivocarono, scambiando i naufraghi per invasori, la decisione del governatore Ari Magnusson fu spietata: 32 condanne a morte, per quello che è rimasto l’eccidio più grave della storia del Paese.

Per dare una copertura legale alla strage, fu decretata una legge che consentiva l’assassinio degli uomini provenienti dal Golfo di Biscaglia. Trascorsi, tutto sommato serenamente, quattrocento anni, la regione dei fiordi dell’ovest ha deciso di riconciliarsi con le vittime di allora, abolendo quella assurda norma “peraltro non costituzionale, visto che l’omicidio è vietato”, aggiungono gli islandesi. 

La storia è stata rievocata in un evento durato cinque giorni organizzato dal governo islandese a dalla provincia di San Sebastian, durante il quale i baschi per la prima volta hanno rimesso piede in quella terra così ostile. Il culmine si è avuto con la stretta di mano tra il discendente di una vittima, Xabier Irujo, e quello degli assassini, Magnus Raffnson. “Oggi siete al sicuro qui”, ha detto agli ospiti il commissario del distretto di Holmavik. I baschi sì, le balene ancora no. 

Stranieri fermati con le molotov Per il giudice non vanno allontanati

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella e Gianni Santucci

Blitz preventivo della polizia in vista di Expo. Tra le persone perquisite 16 francesi e 4 tedeschi. Trovate mazze e petardi. Il tribunale: ma gli indizi sono generici

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La prima finestra la spaccano alle 2 di notte. Tirano dentro un paio di fumogeni, un tubo incendiario, un contenitore di vernice viola. Via Palmieri, zona Stadera, Milano Sud. È il primo attacco, contro una sede di Forza Nuova. Passano due ore, altro vetro spaccato. È la finestra di un seminterrato: via Maiocchi, sede della libreria Ritter (specializzata in libri di «storia militare, fascismo e nazionalsocialismo»); qualcuno butta dentro altri fumogeni, benzina, altra vernice viola. Il secondo assalto ha conseguenze più pesanti: la libreria va a fuoco, i computer si sciolgono tra le fiamme, l’impianto elettrico brucia.

Il terzo tempo di questa catena di devastazione viene scoperto solo al mattino. Gli impiegati della sede del sindacato Ugl di via Aosta, in zona Mac Mahon, trovano 5 vetrine sfondate. Eccola, la nottata di Milano a due giorni dall’inaugurazione dell’Expo. Un gruppo di antagonisti si è scatenato contro sedi e simboli dell’estrema destra che, proprio oggi, si riunirà per ricordare i 40 anni dall’omicidio di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della gioventù ucciso da extraparlamentari di sinistra di Avanguardia operaia nel 1975. Ed è in questo clima di tensione che, all’alba, la polizia fa irruzione in due case occupate in via degli Apuli e in un locale poco distante, in via Odazio, quartiere Giambellino.

In queste strade di palazzi popolari all’estrema periferia della città si muove uno dei movimenti più radicali dell’area anarchica, che nell’autunno scorso ha infiammato i lunghi mesi della «lotta per la casa». Nei due alloggi e nella sede della «Base di solidarietà popolare Giambellino», gli investigatori della Digos trovano 26 persone, tra cui 16 francesi e 4 tedeschi. È il materiale sequestrato a tracciare il profilo del gruppo, di area completamente diversa rispetto a chi ha portato gli attacchi notturni: 20 martelletti per spaccare vetrine, 3 caschi, 4 maschere antilacrimogeni, bastoni con la punta d’acciaio, fionde, punteruoli, petardi, fumogeni.

Arrestato un ragazzo tedesco con nell’auto taniche di benzina, bottiglie e stracci per fabbricare delle molotov. È un armamentario completo per devastare banche, auto e attaccare le forze dell’ordine durante un corteo. Mostra la fondatezza dei segnali d’allarme sull’arrivo di anarchici e casseur stranieri intenzionati a confondersi nel corteo del Primo maggio convocato dai comitati «No Expo» per contestare la manifestazione nel giorno di apertura. Solo 5 dei 20 stranieri al Giambellino avevano documenti, tutti vengono denunciati per occupazione abusiva e nel pomeriggio la questura, in base all’articolo 20 (comma 11) del decreto legislativo 30/2007, firma i provvedimenti di «allontanamento dal territorio nazionale» di una francese e di tre tedeschi autori di «comportamenti che costituiscono minaccia concreta e attuale all’ordine pubblico».

Ma in serata questo intervento di natura preventiva sull’ordine pubblico si scontra con i parametri di legalità pretesi dagli standard di garanzia giudiziaria. Il provvedimento di allontanamento non viene infatti convalidato dai giudici dell’Ufficio immigrazione del Tribunale civile di Milano. Perché? Nelle 4 ordinanze di diniego, il presidente facente funzioni Olindo Canali e il giudice Nicola Fascilla obiettano che è troppo poco scrivere, come negli atti di polizia, che i 4 stranieri siano stati «individuati in un edificio che da informazioni in possesso delle autorità era destinato ad accogliere soggetti appartenenti all’area anarchica» o che erano «in possesso di oggetti atti a offendere» ma imprecisati: queste espressioni, infatti, «non contengono riferimenti individualizzanti sulle condotte» che dovrebbero giustificare una «limitazione gravissima di diritti fondamentali di cittadini comunitari» come l’espulsione, «dovendosi invece pretendere» a questo fine precise condotte «incompatibili con la civile e sicura convivenza».

Giambellino, materiale sequestrato 
Giambellino, materiale sequestrato 
Giambellino, materiale sequestrato 
Giambellino, materiale sequestrato 

Ma c’è di più: in un altro passaggio i giudici avvertono che neppure implicite ragioni di tutela di Expo il primo maggio possono avere asilo giuridico: «Il controllo dell’autorità giudiziaria» sui provvedimenti di allontanamento, infatti, «deve essere limitato alla loro regolarità e tempestività, senza che» da parte del Tribunale «si possa esercitare un controllo delle ragioni del provvedimento (cioè la prossima inaugurazione di un evento mediatico)».

29 aprile 2015 | 09:16

La Grande Madre

La Stampa
massimo gramellini

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Non si sa se essere più affascinati o turbati dal video di questa donna di Baltimora che prende a ceffoni il figlio vestito da guerriero Ninja per riportarlo sulla retta via, quella di casa. Il ragazzetto era andato ai funerali dell’ennesimo nero finito sotto le grinfie della polizia. La cerimonia si è subito trasformata in un’occasione di rivolta. Anche il fanciullo col cappuccio in testa ha inveito e tirato sassi. Finché alle sue spalle si è stagliata la figura inconfondibile della Grande Madre, protettrice della cucciolata e tutrice dell’ordine costituito: il suo.

Il timore che il suo bambino si stesse ficcando nei guai l’ha indotta a raggiungere il luogo dei tafferugli e a intervenire con metodi spicci ma persuasivi per riportare la pace sociale. «Vieni subito via di lì!» gli ha intimato, nell’intervallo tra uno schiaffone e l’altro. Il ribelle, che di fronte ai poliziotti sembrava un leone, al cospetto della donna si è rimesso a cuccia, riconoscendole quell’autorità che nega alle istituzioni di uno Stato sentito come un nemico. Dietro le mani a badile della madre, invece, avverte in qualche modo la presenza dell’amore. Forse non è così facile da accettare, ma non è così difficile da capire.