giovedì 30 aprile 2015

Un invalido scrive alla Boldrini: "Sono rimasto senza lavoro". E lei gli manda la polizia a casa

Sergio Rame - Gio, 30/04/2015 - 14:54

Un post innocente su Facebook viene spacciato per minaccia di terrorismo. E Montecitorio gli manda a casa gli agenti


"Orfano da venerdì, senza lavoro da mesi, prossimo ad andare a mangiare alla Caritas. Per uno di 43 anni come me, anche se invalido, non c'è possibilità di lavoro...
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ora dimmi tu, cara Boldrini, secondo te sono prossimo a fare un macello?". Lo ha scritto su Facebook, sul profilo del presidente della Camera Laura Boldrini. Uno sfogo, niente di più. Eppure Lady Boldrini non l'ha presa bene. Tanto che a casa del disabile si è presentata la polizia per chiedere di rendere conto del post.

Nessuna violenza, nemmeno verbale. Il commento postato da Felice Ferrucci su Facebook non conteneva niente di che, tantomeno conteneva minacce alla Boldrini. Si trattava, appunto, di uno sfogo di un 43enne in difficoltà. Un uomo che ha perso il lavoro e che, per questo, è costretto a rivolgersi alla Caritas per avere un piatto caldo da mettere sotto i denti. Alla Camera, però, non l'hanno preso per quello che è. E, lo scorso 17 aprile, la polizia si è fiondato a casa di Ferrucci che, come riportato dal sito Imolaoggi, ha accolto attonito le forze dell'ordine allertate dallo staff di Montecitorio che aveva ritenuto il post "a rischio terrorismo".

"Sono arrivati in casa mia senza mandato e senza neppure aver letto il commento che avevo scritto - ha raccontato Ferrucci - quando gli ho raccontato cosa era successo ovviamente sono andati via". Una volta che gli agenti lo hanno lasciato da solo in casa, Ferrucci si è riattaccato al computer e, sempre su Facebook, ha scritto: "Anche un ragazzetto avrebbe inteso il sarcasmo e l' ironia... certo che a Roma a 200mila euro l'anno non avete niente da fare".

Le ruspe ad Hatra? Ma quale Isis, è un’invezione della stampa”: parola della parlamentare grillina

La Stampa
roberto pavanello

La deputata del M5S Tiziana Ciprini accusa su Facebook l’America: «Piscoterrorismo made in Usa»



Il post di Tiziana Ciprini

Mentre in tutto il mondo si cerca di capire come fermare la minaccia dell’Isis, nel Parlamento italiano c’è chi sostiene che si tratti di una manovra organizzata dagli Stati Uniti per portare una nuova guerra e, in sovrapprezzo, arrivare a modificare la Costituzione italiana. È la deputata del Movimento Cinque Stelle Tiziana Ciprini che su Facebook ha espresso i suoi dubbi, sostenendo che non essendoci prove fotografiche della distruzione di Hetra, patrimonio dell’Unisco, rasa al suolo dagli sgherri dell’Isis, si tratta di una «false flag». Con questa espressione si intende un falso indizio, posto ad arte per depistare dalla strada che conduce alla verità. I commentatori al suo post si sono ovviamente divisi tra convintissimi sostenitori del complotto e utenti che contestano e ironizzano. 

Ecco il post completo
La ricerca di una verità altra non è una novità nello schieramento grillino, basti ricordare Carlo Sibillia, che sostiene che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna, o Paolo Bernini, secondo il quale la strage terroristica alla redazione di Charlie Hebdo era minata di false flag. I responsabili? Gli Usa, ovvio. Ecco cosa aveva scritto all’indomani dell’attentato di Parigi: «La pratica di creare finti attacchi nemici per raggirare la costituzione e poter liberamente dichiarare guerra ai fantomatici aggressori ha un nome ben preciso nella lingua degli yankees: si chiama false flag. Tutte le più recenti guerre che hanno coinvolto gli Stati Uniti d’America ne hanno una. Non a caso tutte le guerre moderne dell’America nascono da una menzogna!». 

E piemontese il “nonno” degli Yankees: il New York Times gli dedica una pagina

La Stampa
filippo massara

Rinaldo Ardizoia, 95 anni, è il più anziano ex giocatore di baseball del club newyorchese: fu amico di Joe Di Maggio e Marilyn

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Un uomo si presenta davanti al cancello di casa in via Momo a Oleggio, nel Novarese. Sono gli Anni Settanta e quello sconosciuto parla inglese, ma anche un po’ di dialetto piemontese. Suona il campanello. «Mi chiamo Rinaldo Ardizoia» dice. Viene da San Francisco, California. «Sono qui per scoprire le mie radici» aggiunge. Accanto c’è sua moglie Mary, nata negli Usa da una famiglia di origine genovese. L’indirizzo è quello giusto. Nella villetta abitano i parenti di Rinaldo, il più vecchio giocatore dei New York Yankees. È nato proprio lì a Oleggio, frazione Bedisco e lo rivendica con orgoglio. Nei giorni scorsi il prestigioso quotidiano New York Times è andato a trovarlo a casa e gli ha dedicato un lungo servizio raccontando la sua vita avventurosa.

«Che bello sentirvi»
Lasciò il paese nel 1921, all’età di un anno e mezzo. Ci è tornato in visita mezzo secolo più tardi e poi altre volte. Adesso vive a San Francisco, città che lo accolse da piccolo con la famiglia. Risponde al telefono. «Oleggio? Ma certo che mi ricordo - assicura -. E’ bello sentire ogni tanto chi abita là». Come Fiorenzo Mossina, che quel giorno lo accolse in cortile per la prima volta. Suo nonno Antonio era il fratello di Annunciata, la mamma di Rinaldo. Una volta all’anno va a trovarlo negli Usa, nella stesso alloggio che la famiglia Ardizoia acquistò per 5 mila dollari nel ’37.

Nell’esercito Usa con Joe
«Abita in una casa molto modesta – racconta Mossina -. Ripete spesso che ai suoi tempi il baseball regalava la fama, non la ricchezza. Al piano di sotto ha allestito una specie di museo. C’è di tutto, perfino foto con Marilyn Monroe e Joe Di Maggio». Rinaldo si era trasferito negli Usa con la madre per raggiungere papà Carlo, che lavorava in una fornace. Di cognome faceva Ardizzoia: una zeta fu dimenticata nella registrazione.

Gli amici lo chiamavano Rugged: significa robusto e tenace. Agli americani piaceva il nomignolo, che presto divenne Rugger. Amava il golf, il football e il pugilato ma nel ’37 entrò nei San Francisco Missions di baseball. La squadra si trasferì a Hollywood e a 22 anni Ardizoia venne «opzionato» dagli Yankees: lanciatore. Durante la Seconda guerra mondiale non lo fecero entrare in Canada dove avrebbe dovuto giocare. Lo consideravano un nemico perché italiano di nascita. Poi però entrò nell’esercito Usa e indossò con Di Maggio la maglia del settimo Usaaf, squadra allestita tra le truppe. 

Una sola partita
Dopo il conflitto collezionò l’unica apparizione nella formazione leggendaria di New York. Non fu una partita memorabile. Era il 30 aprile ’47 e Rugger fu schierato per tre inning. Perse, ma fu comunque «unbelievable», incredibile. In quel campionato gli Yankees vinsero l’American League mentre Ardizoia fu ceduto a Hollywood e poi a Seattle. Chiuse la carriera a 32 anni nei Dallas Eagles. Lavorò poi come magazziniere, autista e venditore per un’azienda tessile. In realtà, proseguì con il baseball semi professionistico a lungo. 

«Grazie di tutto»
Da più di 20 anni non torna nella città natale dove il Comune gli ha dedicato una targa per la Festa dello sport 2012. L’associazione Olegium ha realizzato una pubblicazione sulla sua storia. Per ricambiare Rinaldo ha inviato un messaggio: «Apprezzo quello che fate. Grazie di tutto, spero che stiate bene». 

Windows 10, la data non c’è Ma Microsoft si diverte a stupire con ologrammi e robot

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

Durante la conferenza Build 2015 Microsoft ha presentato un sistema operativo che dialoga con ogni piattaforma esistente. E, grazie a Hololens, anche con la realtà virtuale

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Si aspettava la data del lancio di Windows 10. Ma non è stata comunicata. Rimane il vago «fine di luglio« che abbiamo appreso nelle scorse settimane. Microsoft però ha strabiliato presentando un mondo fatto di ologrammi e robot. Tutto grazie alle Hololens, la risposta del colosso fondato da Bill Gates a Oculus Rift e agli altri caschi per la realtà virtuale.
App universali
L’azienda di Redmond ha presentato una prima fase del progetto a gennaio, quasi in sordina. Il 29 aprile, durante la conferenza Build 2015, il tono è cambiato. «Questo è un nuovo mondo», ha annunciato Alex Kipman, ingegnere a capo del progetto. Il trentacinquenne brasiliano ha già lavorato a Kinect, il sistema di sensori con cui le console Xbox interagiscono con l’ambiente, e ora ci tiene a trasmettere stupore: «Siete fortunati a vivere in quest’epoca». Le altre novità presentate sono passate quasi in secondo piano anche se tutte hanno un tratto comune: le app universali di Windows 10, in grado di girare su qualunque dispositivo, da quelli con uno schermo enorme, fino a quelli senza schermo. Come appunto le lenti che materializzano gli ologrammi.

Nuova generazione
«Windows 10 non è una nuova versione, è una nuova generazione», così ha spiegato l’a.d. Satya Nadella con il suo accento indiano e la voce calma, distante anni luce sia dal tono ingessato del fondatore Bill Gates sia dalle urla lanciate dal palco dal predecessore Steve Ballmer. E non si può negare che i cambiamenti introdotti siano enormi. Windows 10 offre un’esperienza unificata per tutti i dispositivi che lo utilizzano.«Si sviluppa il codice una volta sola e poi sono le app a doversi adattare», ha raccontato Joe Belifore, responsabile del design dei nuovi prodotti.

La filosofia alla base si chiama Continuum e permette, ad esempio, di collegare un cellulare Windows Phone a uno schermo e a una tastiera e avere la stessa esperienza che si ha su un pc desktop, con Word, Excel e Outlook. Tutto sincronizzato via cloud. E sfruttando gli stessi comandi, come il noto ctrl+c. Insomma un computer senza più bisogno di computer. Mouse, tocco o voce, non conta il tipo d’interazione, solo la piattaforma. Per rendere «il personal computer più personale».

Windows 10 a luglio: l’abbiamo provato
Windows 10 a luglio: l’abbiamo provato
Windows 10 a luglio: l’abbiamo provato

Hololens alla conquista della realtà
Cloud, app universali, un solo codice per ogni dispositivo. E l’estremizzazione di questo concetto sono le Hololens: occhiali in grado di produrre ologrammi e far apparire le finestre di Windows nel mondo reale. Così il lettore multimediale può diventare il nostro schermo tv, potremmo affiggere note alle pareti e fare videoconferenze fissando un muro dov’è stata posizionata la finestra di Skype. È una tecnologia che può esser applicata anche ad altri dispositivi.

Durante Build è stata applicata su un mini-computer Raspberry Pi collegato a sensori e robotizzato con delle ruote. Anche questo sistema monta Windows 10. Ma ciò che ha stupito di più è come le lenti sul casco di un essere umano e quelle su un robot dialogassero in un unico ambiente virtuale. Ciò che alla platea è apparso come una mazza di scopa con ruote, per l’utente con un casco è diventato Miko: un androide che sorride, parla, mostra vignette virtuali e informazioni sul tempo. Questa è la prima applicazione di una tecnologia fantascientifica su vasta scala. E Microsoft è talmente sicura di sé che ha fornito una versione delle Hololens ai presenti alla conferenza.
Anche per Linux, iOs e Android
Per trent’anni è stata il simbolo del software chiuso: ciò che è stato pensato per Windows, deve girare solo su Windows. Ora si propone di dialogare con ogni piattaforma esistente: Linux, Android, iOs e i micro-computer a basso costo Raspberry Pi. Vedere il robot Miko salutare i presentatori sul palco ha offuscato un altro momento di stupore della giornata, e cioè quando lo strumento di sviluppo Visual Studio è stato lanciato prima su un Mac (né Gates né Ballmer l’avrebbero mai permesso) e poi su Ubuntu Linux. «Perché Microsoft è soprattutto un’azienda che pensa prima di tutto ai programmatori e ad aiutare le persone a far le cose meglio», spiega Nadella. Si è già detto che l’aggiornamento a Windows 10 sarà gratuito e lo stesso approccio è stato seguito per Visual Studio, che sarà scaricabile da Mac e da Linux e anche Office (fino ai dispositivi con uno schermo da 9”).

Inoltre su Windows 10 for phones potranno girare le app per i cellulari Android e, dopo esser convertite (in gergo ricompilate) anche quelle per iPhone. Tutti i software però devono esser pubblicati su Windows Store, che si appresta a diventare la porta d’accesso preferenziale all’ecosistema Microsoft. Anche per gli utenti desktop. Insomma è sì un sistema aperto al dialogo, ma riserva il controllo all’accesso. In questo l’azienda di Redmond ha seguito la tendenza che Apple e Google adottano ormai da anni.
Cortana vs Siri
Per i tecnici si chiama machine learning (software che apprendono), per gli utenti sarà la possibilità di vedere sul proprio desktop solo gli sfondi che preferiscono e, al primo posto tra le app da scaricare, quelle che potrebbero voler provare. È uno degli aspetti sui quali Microsoft ha investito di più. Su questa filosofia si basa l’assistente personale Cortana. È l’anti-Siri che gira su Windows. Finora è stato disponibile su Winodws Phone (in Italia solo in versione sperimentale). Durante Build 2015 è stato presentato in versione migliorata: ora funziona anche su desktop ed è in grado di interagire anche con app esterne. Per esempio è possibile dire «Scrivi ‘arriverò in ritardo’ e invialo ad Antonio tramite WhatsApp» e Cortana aprirà l’applicazione e incollerà il messaggio.
Edge e le preferenze
«Il Windows a cui eravate abituati è tornato», così si apre il video di presentazione del nuovo sistema operativo. E si riferisce al ritorno del menu start, di cui abbiamo già parlato. Ma l’azienda sta dimostrando di ascoltare i piccoli suggerimenti che stanno arrivando attraverso la nuova funzionalità Windows Feedback. Chi sta provando l’anteprima di 10 ha chiesto il ritorno delle trasparenze che hanno caratterizzato la settima versione del sistema operativo e, durante la conferenza, Joe Belifore ha presentato un menu con il tanto apprezzato effetto “bottiglia di latte”.

È stato annunciato anche il nome commerciale del nuovo browser Microsoft. Finora noto come Project Spartan, d’ora in poi si chiamerà Edge. È integrato con l’assistente personale Cortana ed è in grado di apprendere le preferenze di navigazione e presentarle sull’homepage. Uno spazio che tutti vediamo quando lanciamo il programma ma, nonostante ciò, uno dei meno sfruttati. Cortana fornirà agli utenti i siti più visitati, le app preferite, le notizie della nostra squadra di calcio, le notizie sugli argomenti ai quali siamo interessati. E inoltre permetterà di utilizzare il codice delle estensioni di Chrome.
Sviluppatori
L’aspetto più stravagante di Build è stato l’approccio: già alle 9 del mattino (ora di San Francisco) il megaschermo del palco era zeppo di linee di codice. E si è parlato di integrazione cloud, database non relazionali, Docker, tunnel ssh. Insomma, prima degli “effetti speciali” e dei robot, c’è stata un’ora e mezza di tecnicismi. Che hanno quasi infastidito i giornalisti presenti: «Ho un’idea: potrei lanciare il mio laptop a caso nella folla e dare ai lettori un reportage migliore di quanto possa fare io», ha commentato sarcastico un giornalista della testata tecnologica The Verge. Dopotutto Microsoft è un’azienda di sviluppatori che parla agli sviluppatori, ha dichiarato Nadella. Ed è stata fondata da sviluppatori, lo testimonia il tweet del cofondatore Paul Allen, che ha festeggiato il quarantennale della società fotografando le sue prime righe di codice Basic, il linguaggio di programmazione che ha contribuito a creare.

Contraffazione: sono sudamericani il pecorino laziale e il salame Milano

Corriere della sera
di Flavia Fiorentino

Federalimentari: «Una direttiva europea “esime” di fatto i produttori dall’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione»

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Polvere di formaggio fabbricata in Sud America e spacciata per pecorino laziale, pesce atlantico surgelato e reidratato venduto come specialità del litorale romano. E poi salame tipo Milano proveniente dal Brasile, gorgonzola tedesco, Chianti americano o Barbera rumeno, sono solo alcuni dei prodotti italiani che vengono proposti sui mercati esteri. Per non parlare dei kit per fare la mozzarella in casa o le migliaia di bottiglie di vino prodotte senza utilizzo di uva.


Secondo l’Associazione difesa dei consumatori, l’ italian sounding , ovvero ciò che «suona italiano», ma è tutt’altro che frutto del Bel Paese, ci fa perdere 60 miliardi di euro all’anno: tre prodotti alimentari pseudo-italiani su quattro non sono infatti autentici. Di come tutelare, alle porte dell’Expo, il cibo made in Italy, si è discusso ieri nella sede romana del Parlamento europeo. «Per molti anni, il reato di contraffazione è stato quasi depenalizzato - spiega Annaluce Licheri, presidente dell’Osservatorio “Italia in testa” che ha organizzato il convegno - con la motivazione che il “falso grossolano” non potesse trarre in inganno il consumatore.

Recentemente però la tendenza sta cambiando e sono state emesse sentenze di condanna anche per chi espone prodotti con il cartellino “falso d’autore”, un passepartout per ogni tipo di prodotto italian sounding. La contraffazione imitativa che colpisce i prodotti italiani del comparto agro-alimentare, di fatto induce il consumatore, attraverso l’utilizzo di parole, immagini o riferimenti geografici, ad associare erroneamente il prodotto a quello italiano. «A complicare la situazione - ha concluso Vito Giampiero Gulli, consigliere di Federalimentare - è il recepimento di una direttiva europea che “esime” , di fatto, i produttori dall’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione. Su questo non si può tornare indietro ma a breve informeremo con una lettera l’Unione europea sul fatto che si dovranno ritenere di produzione italiana soltanto quegli articoli che indicano dove sono stati prodotti».

30 aprile 2015 | 08:51

Il pomodoro San Marzano? Viene dalla Cina

Antonio Borrelli - Gio, 30/04/2015 - 08:45

Una telecamera nascosta e un pentito rivelano: "La passata è italiana solo per metà"

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Avete presente il pomodoro San Marzano, prodotto di origine protetta emblema della buona cucina italiana nel mondo? Ecco, a volte perfino quello potrebbe essere contraffatto. E non all'estero, ma proprio nella patria del prodotto proveniente dalle fertili campagne del salernitano. Grazie alla naturale ricchezza che offre il territorio, in Campania esistono centinaia di aziende che lavorano, confezionano e mandano sulle nostre tavole il pomodoro in scatola; la maggior parte lavora in totale trasparenza e legalità, ma negli ultimi anni hanno fatto discutere le condanne ad aziende che importavano prodotti dalla Cina.

É la «Pulp fiction» all'italiana (dove «pulp» va preso alla lettera: polpa di pomodori), un giallo in salsa italiana di cui aveva già parlato il quotidiano inglese Guardian alcuni mesi fa. A nord di Napoli c'è uno dei tanti stabilimenti che lavora nel settore, si occupa del processo di trasformazione della materia prima: in sostanza, rende il pomodoro fresco una passata. Tra tir, container, casse e bidoni, in una fredda giornata di marzo mi introduco nell'area esterna dello stabilimento camuffandomi da dipendente; nessun problema, i controlli sono inesistenti e c'è troppo caos per far caso a me.

Inizio discretamente ad esplorare l'area aggirandomi con una telecamera nascosta tra alcuni mezzi, che verosimilmente scaricano i pomodori freschi destinati alla lavorazione. Su un ripiano vedo incustodita la prima «prova»: il registro delle consegne della merce. Sul primo foglio della bolla leggo distintamente «Tipo: Pomodoro», «Provenienza: Asia - Cina» e «Destinazione: Germania». C'è poco spazio all'interpretazione, penso. Nella merce a cui fa riferimento la bolla c'erano pomodori (più o meno) freschi provenienti dalla Cina e destinati al mercato tedesco in forma di passata. Giusto il tempo di fotografare il documento che sento alle spalle: «Forza, lavorare! Oppure vuoi guardare il panorama?».
É il responsabile degli addetti allo scarico. Qualche attimo di panico, prima di riuscire a rispondere: «Sì, torno al mio posto», dileguandomi altrove. Nella mia fuga a passo veloce scorgo da lontano uno dei tanti barili neri ammassati: sul fusto vuoto datato gennaio 2015 c'è un'etichetta in cinese e inglese con dati tecnici della merce. Fotografo tutto e decido che può bastare. Esco dallo stesso accesso da cui sono entrato e incontro Davide (nome di fantasia) appena fuori. 
 É un dipendente dell'azienda e ha appena staccato dal suo turno. Mi stava aspettando, fumando, e ha visto tutto. É disposto a dirmi cosa succede in alcuni stabilimenti, tra cui quello in cui lavora, ma non vuole che si sappia la sua identità. Colto alla sprovvista per la sua estrema disponibilità, decido comunque di ascoltarlo: «Per la produzione della passata mischiamo pomodoro San Marzano e pomodoro o salsa in concentrato cinesi, si va dal 50% al 70% di presenza asiatica».
Rimango di stucco. Stando a quanto dice, la percentuale di pomodoro cinese è di gran lunga superiore a quello Dop. Ma dove finisce l'indefinito miscuglio? «La maggior parte dei nostri carichi finisce nei supermercati inglesi e tedeschi - continua - ma c'è anche un 20% che destinato al mercato italiano». Se ne va, dopo avermi rivelato quelle percentuali con un tono da segreto di Fatima. Eccola, la Babele del «made in Italy», un sistema farraginoso e disordinato che inganna in primis il consumatore (convinto di scegliere il meglio), e poi pure lo Stato stesso. Gli stabilimenti di trasformazione, fa osservare in un report la Coldiretti, importano 72 milioni di chili di salsa in concentrato dalla Cina: l'equivalente di quasi il 20% della produzione italiana di pomodoro fresco.
Ma questo «made in Italy» non riguarda cappotti, orologi o scarpe; si tratta di prodotti alimentari che finiscono nelle nostre bocche e che possono influire perfino sullo stato di salute del consumatore. Senza contare il danno economico arrecato all'industria - quella sana - del Paese, che nonostante tutto vive ancora di eccellenza nel mercato. L'ultima batosta mi aspetta mentre mi allontano dallo stabilimento: un cartellone pubblicitario recita: «Scegli il meglio, scegli San Marzano».

La folle odissea di "Louie Louie" il brano più indagato di sempre

Paolo Giordano - Gio, 30/04/2015 - 08:40

È morto Jack Ely che cantò la versione sotto accusa dell'Fbi per presunte oscenità. L'inchiesta finì nel nulla. Ma dal '63 è diventato un "classico" interpretato da tutti


Povero Jack Ely, rockstar a sua insaputa. È morto l'altro giorno a 71 anni e rimane il protagonista del primo grande equivoco del rock'n'roll: ha cantato la peggior versione di Louie Louie ma l'ha trasformata in un super classico che in oltre mezzo secolo hanno omaggiato quasi tutti.

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Una storia incredibile che però è il paradigma di che cosa sia stato il rock'n'roll, ossia la calamita e l'amplificatore dei peggiori sospetti possibili. Dunque, lui cantava in un gruppetto di Portland nell'Oregon, i The Kingsmen, che ad aprile del 1963 si trovano a incidere in una sola seduta la versione rock'n'roll di una semisconosciuta ballata di un altrettanto (allora) sconosciuto Richard Berry.

Una registrazione scomposta, con la voce troppo lontana dal microfono, un testo biascicato stile liceale in un allegro dopocena e l'attacco fuori tempo dell'assolo di chitarra. Però in pochi mesi questa canzone diventò un successo: a gennaio del 1964 era al secondo posto della classifica di Billboard grazie a due componenti spesso decisive per un successo: la pubblicità negativa e il bigottismo.

Il più importante deejay di Boston inserì il brano nel suo programma non a caso intitolato The worst record of the week , il peggior disco della settimana. E poi il testo era talmente farfugliato ed incomprensibile che chiunque poteva interpretarlo come voleva. Una ragazza dell'Indiana disse alla madre che, ascoltandolo a velocità rallentata, conteneva versi osceni.

Apriti cielo. Mentre il governatore dell'Indiana inorridiva vietandone vendita e trasmissioni radio, i ragazzi si scatenarono a far circolare versioni del testo totalmente inventate ma assai pruriginose, zeppe di «fuck» e in un caso anche vicine all'apologia dell'orgia. Figurarsi. Una lettera indignata arrivò il 7 febbraio 1964 addirittura a Bob Kennedy allora procuratore generale degli Stati Uniti e quindi l'Fbi iniziò a indagare sul serio, ma sul niente, per la gioia dell'ossessionato direttore John Edgar Hoover che cercava oscenità da censurare anche tra le pagine del Vangelo. Risultato: trentun mesi (dicesi 31) di indagini per arrivare a un fascicolo di 119 pagine che si concludeva con l'ammissione di non essere stati «capaci di interpretare nessuna delle parole del testo».

Zero. Tempo perso. Ma nel frattempo il grande equivoco del rock'n'roll era ormai inarrestabile e Louie Louie , ossia l'innocuo brano che parla di un marinaio giamaicano al ritorno a casa dalla sua amata, è diventato uno dei più eseguiti della storia. Oltre millecinquecento versioni diverse. Cover registrate o suonate, tra gli altri, da Frank Zappa e Ike & Tina Turner, Patti Smith, Barry White, Iggy Pop, gli idoli punk Black Flag, gli Smashing Pumpkins, i Grateful Dead e David Bowie.

Nel 1972 la cantarono dal vivo persino i Led Zeppelin. Nel 1978 toccò a Lou Reed. La suonarono anche i Motorhead e i Clash. E persino John Belushi la volle inserire nella colonna sonora del film cult Animal House . Pensate che una radio universitaria di Los Altos Hills in California ha trasmesso Louie Louie per 63 ore consecutive senza mai mettere in onda la stessa versione più di una volta. Un caso più unico che raro.

In poche parole, quegli accordi sgraziati ed essenziali suonati con un'energia da garage band (ossia primitiva) si sono guadagnati senza volerlo un ruolo decisivo. Jim Jarmush l'ha utilizzata per i titoli di coda del film Coffee and cigarettes , Michael Moore ha voluto la versione di Iggy Pop per Capitalism - A love story e giusto un anno fa Bruce Springsteen l'ha suonata dal vivo con la E Street Band a Charlotte, negli Stati Uniti. Il tutto mentre il povero Jack Ely assisteva senza potere neppure godersi i frutti della gloria.

Quel brano è ormai patrimonio comune ed è soprattutto firmato da Richard Berry, morto nel 1997. Come sempre, i diritti economici sono stati dispersi e dissipati in tante beghe legali fino al 1990 ed è stata una battaglia che Jack Ely ha seguito da lontano, se l'avrà seguita. Lui è stato la scintilla involontaria di un incendio gigantesco che, sostanzialmente, ha bruciato soltanto lui, cantante allo sbaraglio che un giorno di aprile del 1963 è entrato nella storia senza nemmeno accorgersene.

La caccia ai tombaroli del colonnello Reggiani

Valerio Massimo Manfredi - Gio, 30/04/2015 - 09:04

Per i carabinieri è difficile fermare i saccheggiatori. Soprattutto una banda super-organizzata L'unica soluzione è infiltrarsi...


Il colonnello Reggiani scaraventò il giornale sul tavolo e si piazzò a braccia conserte davanti alla finestra.
– Cosí non si può andare avanti, – disse. – Il saccheggio ha ormai raggiunto limiti insostenibili.
E anche la stampa ci spara addosso.

– Comandante, – disse il tenente Ferrario, – la stampa enfatizza sul fenomeno perché è di attualità mettere in rilievo tutti gli aspetti deboli delle istituzioni.

– Ma noi non siamo un aspetto debole delle istituzioni, maledizione!

– Sono d'accordo. Ma il territorio è grande, noi siamo pochi, quelli della guardia di finanza sono piú stressati di noi, il governo non ha soldi. Insomma, il morbo infuria, il pan ci manca...

– Non me ne frega niente. Bisogna dargli una lezione a quei bastardi.

– Dice a quelli del...
– Una parola in piú e ti sbatto agli arresti, Ferrario.
– Intendevo dire a quelli del traffico clandestino.

Ovviamente.
– Ecco, appunto.

– Io sono agli ordini, signor colonnello. Specie se mi lascia capire quali sono i suoi intendimenti in proposito.

– Stammi a sentire, Ferrario: ieri sera mi ha chiamato il soprintendente segnalando un'emorragia di reperti archeologici. Le segnalazioni della guardia di finanza fanno rizzare i capelli. È in atto un'aggressione senza precedenti che può degenerare in una devastazione, ora che le frontiere tra i paesi della Comunità europea non esercitano piú alcun controllo.

– Giusto, comandante. Ma lei ha certo in mente qualche cosa di preciso.

– Sí, accidenti. Controlli a tappeto. Un'offensiva su tutta la linea, in località a campione. Infiltriamo gli uomini disponibili. Ne voglio uno in ogni buco. Voglio un monitoraggio diffuso nelle zone a rischio.

– Ho capito, comandante. Faccio un progetto di massima con le numerose aree colpite, un censimento dei pochi uomini disponibili e le sottopongo un piano di intervento. Diciamo... fra tre o quattro giorni.

– Domani sera.

Il tenente Ferrario sospirò: – Domani sera, comandante.
– Cosí va bene. Puoi andare, ora. Immagino che tu abbia da fare.

Il tenente Ferrario fece per uscire, poi si girò verso il superiore: – Dimenticavo, comandante. Questa mattina è passata una bella signora, molto elegante, che la cercava.

– E ti ha detto anche di riferirmi i tuoi personali apprezzamenti?

Il tenente Ferrario alzò gli occhi al cielo: – Gesú, – disse, batté i tacchi e se ne andò.
Il canto dei grilli fu sovrastato dal rombo di un diesel. Due fari squarciarono la notte, il mezzo ruotò sui cingoli e si avviò sferragliando nella campagna deserta. Avanzò per quasi un chilometro lungo un viottolo vicinale fino a un crocicchio dove una luce oscillava su e giú. Il mezzo si fermò e l'uomo che impugnava la lampada si avvicinò illuminando la cabina di guida.

– Ruspa, sei tu?
– Sono io. Dài, muoviamoci. Vai avanti tu con il furgone, io ti vengo dietro.

L'uomo salí sul camioncino che stava parcheggiato poco distante, mise in moto e partí, imboccando poco dopo un viottolo che si dipartiva sulla sua destra.
Ruspa tirò la leva di destra e sterzò sollevando una nube di polvere, poi si diresse a velocità sostenuta sulla scia della sua guida. Procedettero per una ventina di minuti, finché il furgone si fermò e il conducente scese.

– Eccoci, – disse. – Siamo arrivati.
Uscirono da un capanno di canne e frasche due altri uomini con pale, picconi e un cavo d'acciaio arrotolato. Ruspa scese dal mezzo e gettò uno sguardo sull'area illuminata dal raggio di luce dei fari. L'uomo che era salito con lui indicò un punto in cui si apriva una specie di inghiottitoio.

– È lí sotto, – disse. – Il contadino stava scavando le buche per i pali della vigna e a un certo punto ha visto che il terreno franava. C'era vuoto, sotto, pezzi di muro, resti di un'abitazione, si direbbe. Ci siamo calati giú e l'abbiamo vista. È a circa sette metri di profondità.

– Sette metri? Accidenti, non me l'avevano detto. Non so se ci basta il tempo. Le notti non sono piú tanto lunghe.
– Per questo il Finotti ha voluto te. Non sei te il mago della pala? O ti chiamano Ruspa per niente?
– Ho capito. Fatevi in là, ché ci penso io.

Risalí sul mezzo, diede gas e si girò di trecentosessanta gradi abbassando la pala. Voleva prima splateare per poter scendere alla quota desiderata con il cucchiaio. La pala s'impuntò contro un muro poderoso, e Ruspa dovette scendere sacramentando per smontare il cucchiaio e montare il percussore pneumatico. Sotto i colpi dell'enorme martello, l'antico muro andò in pezzi, si sbriciolò. Frammenti di antiche figure affrescate schizzarono da tutte le parti: ali d'uccelli, volti delicati di fanciulle, putti alati, festoni di fiori. La macchina massacrava l'intera struttura che ancora proteggeva il tesoro. Quando il muro fu distrutto, la pala rientrò in azione rimuovendo terriccio e calcinacci fino al livello di un secondo pavimento. Stavolta il martello infierí su un'elegante decorazione musiva, spandendo ovunque tessere bianche e nere che un tempo componevano rigorose geometrie di volute e di racemi, di meandri, svastiche e losanghe.

Ruspa arretrò di qualche metro per creare una rampa di discesa, imbottí la voragine con i resti delle sue distruzioni e scese alla quota desiderata. Da quel punto in poi il braccio aveva sufficiente lunghezza per raggiungere il tesoro nascosto.

© 2015 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino. Pubblicato in accordo con Grandi & Associati Agenzia Letteraria, Milano.

Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo uno stralcio di un racconto ( Gli Dèi dell'impero ) della raccolta dello scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi Le inchieste del colonnello Reggiani (Einaudi, pagg. 160, euro 13) in libreria da oggi. Il libro, realizzato in collaborazione con l'Arma dei Carabinieri, raccoglie cinque storie che hanno al centro il colonnello Aurelio Reggiani, a capo di un gruppo di carabinieri (che nella realtà è il Nucleo tutela patrimonio artistico) la cui missione è la lotta contro i furti di opere d'arte. Un lavoro che non richiede solo acume investigativo, ma anche una buona dose di cultura...