venerdì 1 maggio 2015

I soliti cattivi maestri che incitano i violenti e poi si tirano indietro

Matteo Carnieletto - Ven, 01/05/2015 - 18:46


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Ieri avevano twittato in favore dei manifestanti che hanno imbrattato Milano di scritte spray e di vergogna. Oggi, invece, si tirano indietro. Stiamo parlando di Fedez e di J Ax. Se ieri la Milano imbrattata non li aveva particolarmente colpiti, oggi la Milano messa a ferro e fuoco li ha almeno un po' colpiti. Ieri avanti tutta. Oggi marcia indietro.

Oggi J Ax ha scritto: "Milano sta sanguinando per colpa di qualche centinaio di utili idioti venuti da tutta Europa che aiuteranno, con la loro violenza, proprio quell'Expo che pretendono di protestare. Ma la nostra protesta, quella di noi gente normale, rimane etica, pulita e non violenta. E continuerà. Oggi è la festa del lavoro e volevo ricordare chi di lavoro ancora oggi ci muore, come Klodian Elezi. Lavorava al cantiere della Teem, per la futura tangenziale esterna di Milano. Uno dei tanti lavori in corso per l'EXPO. 

La società per cui lavorava è coinvolta nelle indagini sulla 'ndrangheta in Lombardia. Ma nessuno ne parla, perché non è trendy. Klodian aveva 21 anni: è morto di Expo". Fedez, invece, ha detto: "Quello che sta succedendo a Milano trascende qualsiasi giustificazione. Ieri era protesta legittima oggi è scempio. Mai esaltato la violenza! Ed è palese che la manifestazione di ieri e le violenze che stanno avvenendo in queste ore non sono minimamente paragonabili e accomunabili. I danni dei #NoExpo sono poca cosa in confronto alle infiltrazioni mafiose e le speculazioni economiche di Expo. Indignati a giorni alterni!".

Evidentemente non si capisce che la violenza di chi imbratta o di chi tira uova contro un uomo che espone il tricolore è la stessa di chi oggi ha messo a ferro e fuoco Milano. Ma evidentemente è meglio essere rivoluzionari da tastiera. A giorni alterni, però.


Fuggire in Liberland. Zero tasse, 2 passi dall’Italia

Il Giornale


Una piccola zona tra Serbia e Croazia, appena sette chilometri quadrati, facilmente raggiungibile dall’Italia, e un intento preciso: zero tasse. O meglio, solo tasse volontarie per realizzare determinati progetti. E’ questa la scommessa di Vit Jedlicka, euroscettico blu, che proprio in europa vuole fondare il più giovane stato del mondo: Liberland.

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Dal sito di Liberland

Ed è già boom di richieste per fare parte del nuovo organismo statale: pare siano oltre 200 mila. Oltre un milione le visite al sito internet. Articoli su tutta la stampa mondiale. Jedlicka è stato già candidato con la destra del ceco Free Citizenz alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, ma è rimasto fuori dal palazzo: il suo movimento ottenne un seggio, ma lui era soltanto al quarto posto in lista. E ora è la volta di Liberland: “Le cose si stanno dando un ordine spontaneo – ha spiegato Jedlicka all’inglese Guardian -.

La città di Gornja Siga è stata pianificata in tre giorni, e ora ci sono persone intenzionate a trasferirsi e a investire. Ciò che sembrava un sogno sembra sempre più possibili”.
I requisiti per diventare cittadini del Liberland sono pochi: una fedina penale pulita, il rispetto per gli altri e per le loro proprietà, nessuna militanza in passato in partiti comunisti o nazisti. Jedlicka, ha spiegato, sempre al Guardian, che il suo modello è l’ex presidente Usa Thomas Jefferson, “la sua ricerca della libertà”. Ci riuscirà? Non ci riuscirà? Per chi volesse informarsi qui c’è il sito internet del nascente staterello.

https://liberland.org/en/main/

Migranti: ognuno si prenda i suoi

Livio Caputo


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Nonostante il vertice straordinario della UE richiesto da Renzi (e da cui è tornato, sostanzialmente, con le pive nel sacco), il problema delle centinaia di migliaia di migranti che si apprestano a salpare dalle coste nordafricane per l’Italia rimane irrisolto. L’idea di distruggere, con una serie di raid, i barconi con cui gli scafisti si apprestano a trasferire da noi questa marea umana è stata bocciata dalle Nazioni Unite e, per me incomprensibilmente, ritenuta anche poco fattibile dal punto di vista militare. L’operazione Triton riceverà un finanziamento più adeguato e sarà rinforzata con nuovi mezzi forniti da vari Paesi, ma – come ha detto in tutte lettere il premier britannico Cameron – questi si affretteranno a sbarcare il loro carico umano nel porto più vicino, nella fattispecie in Sicilia. L’onere di riceverli, registrarli e MANTENERLI rimarrà perciò all’Italia.

Ci permettiamo allora di dare un altro suggerimento a Renzi, da trasmettere agli altri Paesi della UE se non altro a titolo di provocazione, per riaprire un discorso che – chiuso qui – sarebbe molto negativo per noi. Poiché gli aspiranti profughi provengono quasi tutti da Paesi che sono stati colonie europee fino alla seconda guerra mondiale (e in molti casi addirittura fino agli anni Sessanta), ognuno dovrebbe farsi carico dei “suoi”. Esempio, i francesi dovrebbero gestire, cioè decidere se accogliere o rimandare indietro, i migranti provenienti dalla Siria, dal Senegal, dal Mali, dalla Tunisia, ecc; gli inglesi dovrebbero assumersi la

responsabilità per quelli che arrivano dalla Palestina, dal Ghana, dal Gambia, dal Kenya, ecc. , i belgi per i congolesi. Germania e Svezia, che sono stati finora i più generosi nel concedere asilo politico, non avendo posseduto di recente colonie (quelle tedesche risalgono alla prima guerra mondiale) potrebbero fare, per così dire, da battitori liberi. In uno schema come questo, a noi toccherebbero gli eritrei, i somali e quei pochi etiopi che sono stati segnalati fin qui. Ma se poi costoro decidessero, per ricongiungersi con parenti o per altre ragioni, di proseguire per il Nord, dovrebbero essere liberi di farlo.

Visto che la marea sembra inarrestabile, che papa Francesco continua a dire che bisogna accogliere tutti e che, stando a una recente indagine demoscopica, anche più della metà degli italiani è di questo parere, questa divisione degli oneri ci alleggerirebbe almeno in parte da un compito che si presenta terribilmente difficile. Spero che, nelle alte sfere, qualcuno raccolga l’idea e la sollevi a livello UE. Glie ne cederei volentieri il copyright.

Ma non chiamiamoli Schiavisti

Nicola Porro


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E adesso tutti contro gli schiavisti- scafisti. A loro attribuiamo ogni male. Sono gli schiavisti che portano 180mila (dati 2014) clandestini in Italia. Su di loro si deve concentrare la nostra attività penale. A causa loro dobbiamo cambiare i codici e aumentare le pene. Verrebbe da dire, già visto. I grandi commentari si dicono indignati dei loro comportamenti, i cronisti ci raccontano nel dettaglio la turpe violenza che li contraddistingue. Uno di loro guidava una barca ubriaco e con cannetta in mano. E ha pure speronato una peschereccio causando centinaia di morti. Non che noi occidentali dotati di brevetto siamo proprio dei fenomeni a guidare navi di crociera e aeroplani.

Ma non scherziamo. Non crederete mica che qua si possa difendere questi delinquenti. Tali restano. Ci limitiamo, come ha scritto quel simpatico anarco-liberista di Walter Bloch, di difendere l’indifendibile. E arriviamo al punto. Qualcuno si è chiesto come sia compatibile il concetto di schiavismo con quello di pagamento del viaggio da parte del supposto schiavo? Un etiope (dichiarazione rilasciata alla trasmissione Virus) ha sborsato 6mila euro per approdare la settimana scorsa a Palermo.

Ciò pressappoco corrisponde a otto volte il reddito medio annuo dei suoi concittadini. Insomma una sacco di soldi. Ebbene si può definire il signore oggetto di schiavismo? Piuttosto sembra un sottoscrittore di un contratto di trasporto illegale. Può essere un azzardo. In termini umani possiamo definirlo un obbrobrio. In termini economici un prezzo eccessivo per il servizio reso. In termini umanitari, l’ultima chance per una minoranza dotata di soldi proveniente da un paese molto povero di cercarsi un futuro. Lasciamo perdere lo schiavismo, please. In genere non si paga per diventare schiavi.

Perché occorre mettere le parole al posto giusto? Semplicemente per non farsi ingannare. Il problema non sono i mille delinquenti che hanno portato 180mila migranti in Italia. Ma 180mila migranti disposti a tutto pur di scappare dal proprio paese. Disposti a morire nella traversata del deserto, disposti a mettersi nelle mani di brutali sconosciuti, disposti a sborsare cifra da capogiro per i loro standard, disposti a mollare affetti a casa, disposti a imbarcare infanti che secondo i nostri standard non possono neanche salire su una giostra al parco, figurarsi su un barcone. Ciò non vuol dire che gli scafisti non si debbano perseguire.

Ovviamente. Ma non è la soluzione. È un po’ come dire che il problema sono gli spacciatori e non i drogati. Ben più utile sarebbe far loro male nel portafoglio. Distruggere, come forse ci si accinge a fare, gli scafi (più che gli scafisti) che usano come traghetti. Fino ad oggi ciò non è avvenuto. Lo ha dichiarato il ministro Alfano due anni fa: perché il loro affondamento viola delle normative ambientali internazionali. Se proprio dobbiamo cambiare qualche codice, facciamolo mettendo mano a queste demenziali normative ambientali.

E poi dici che l’occidente non ha delle responsabilità. La principale è la sua inettitudine burocratica.

Promesse mancate e studi ignorati Così il Ticino resta con poca acqua

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Gli impegni del ministro e il «no» dei funzionari. La sconfitta del Parco e i contrasti. Per i tecnici i problemi sono troppi, ma un rapporto del Consorzio sostiene il contrario

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Chi decide all’Ambiente: il ministro o i funzionari? È una domanda obbligatoria se si mettono a confronto la lettera al Corriere di Gianluca Galletti che prometteva una cosa e la decisione finale del ministero che ne fa un’altra. E sancisce, nella guerra fra regioni sull’uso dell’acqua del Ticino, la vittoria degli albergatori e la sconfitta del Parco naturale e degli agricoltori.

Breve riassunto: il Ticino, che per portata d’acqua è inferiore solo al Po e alimenta sei centrali idroelettriche e un’agricoltura d’eccellenza di 7 mila aziende dedite soprattutto al riso, è il cuore dell’omonimo parco naturale che dal 1974 ha salvato dall’aggressione edilizia migliaia e migliaia di ettari di pianura padana. Il tema è: l’acqua che scende dal Canton Ticino, dopo avere formato il Lago Maggiore va lasciata andare senza regole verso il Po nel quale il fiume si getta (via tutta allo scioglimento delle nevi e poi vada come vada in caso di estati secche) o va piuttosto regolamentata tenendo conto di eventuali siccità come quella che nel 2006 provocò danni pesantissimi?

Ovvio: va regolamentata. E così è dalla costruzione, settant’anni fa, della diga della Miorina. C’è anche un trattato firmato da Italia e Svizzera nel 1938 e rifinito nella fase finale della seconda guerra mondiale che stabilisce, come abbiamo scritto, che la diga deve garantire al lago un livello massimo delle acque fino a un metro e mezzo sopra lo zero idrometrico in inverno per poi scendere, superati i mesi più freddi e piovosi, a un metro. Fin qui, tutto chiaro.

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Dicono gli agricoltori e i difensori del Parco, però, che in tanti decenni è cambiato il mondo. E che è assurdo lasciare che vada a mare tanta acqua che, in caso di stagioni di secca, potrebbe esser trattenuta dalla diga (che qualcuno vorrebbe raddoppiare: 220 milioni di appalti) e liberata a valle quando necessario. Come è accaduto, un po’ sottobanco, negli ultimissimi anni. Ed è lì lo scontro. Gli albergatori del Lago Maggiore, in particolare della sponda piemontese, che lamentano già di avere spiagge piuttosto corte a disposizione dei turisti, invocano il rispetto dell’antico accordo italo-svizzero e dicono che a tenere il livello

dell’acqua a un metro e mezzo anche d’estate quelle spiagge si ridurrebbero a una fettuccia. Scontata la risposta dei vertici del Parco e degli agricoltori: non è vero. Rissa politica e scontro davanti al Tar, dove il Parco invoca l’annullamento della decisione del governo di tornare al rispetto scrupoloso dell’antico accordo. Nonostante la stagione, come spiega il direttore Claudio Peja, possa essere secca come nel disastroso 2006 e aggravata dalla necessità di rifornire l’Expo, tutta centrata sui temi dell’acqua, dell’agricoltura, del cibo.

Fin qui, in sintesi, il tema. Al quale due settimane fa il Corriere dedicò una pagina che ironizzava, tra l’altro, sulle promesse del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti. Che, nel luglio 2014, rispondendo a un allarme di Giulia Maria Mozzoni Crespi, assicurava una soluzione in «tempi rapidi». Punto sul vivo, Galletti mandava una nuova lettera al Corriere dove spiegava che «l’ultima cosa che un ministro dell’Ambiente può desiderare è il depauperamento dell’area del Ticino con il suo straordinario parco naturale e l’antica agricoltura d’eccellenza della zona» e giurava che i nove mesi d’attesa non erano «trascorsi invano». Quindi, dopo avere rivendicato una mediazione a quota 1,25, concludeva: «Oggi siamo alla conclusione dell’iter per la sperimentazione per l’innalzamento del livello del lago nei mesi estivi a +1,50 rispetto allo “0” idrometrico. Domani si svolgerà l’ultima conferenza di servizio, poi comunicheremo la decisione alla Svizzera...».

Il giorno dopo, ciccia. Nessuna decisione. Peggio: risatine dei funzionari sui «ministri che quando scrivono ai giornali scrivono sciocchezze». (Anzi, la parola sarebbe più colorita) Allora? Risposta del portavoce del ministro: «Solo un rinvio tecnico. Il 23 aprile si sblocca tutto. Sicuro. Se no, scrivete pure che il ministro non conta niente». (Anzi, la parola sarebbe di nuovo più colorita). Adesso è deciso. Niente riserva d’acqua a quota 1,5 metri. Perché? Perché, spiegano al ministero, secondo i tecnici delle Infrastrutture «non ci sono elementi sufficienti per valutare la sicurezza della manovrabilità della diga a quota +1,50 in caso di piene del lago e del fiume. Insomma loro non si assumono la responsabilità del rischio idraulico».

Ed essendo «tempi di rischio idrogeologico, frane, alluvioni e “bombe d’acqua”...».
Agricoltori e Parco non sono d’accordo. E citano uno studio «commissionato dal Consorzio del Ticino e a noi trasmesso dall’Autorità di Bacino con nota del 17 aprile 2015 dove a pagina 18 - Considerazioni conclusive - si legge che “con un livello di 1,50 m la manovra di abbattimento dovrebbe essere ultimata entro un limite stimabile in 54-78 ore dall’inizio dell’ evento”». Traduzione: fino a 2 metri, nessun rischio idraulico. La guerra, potete scommetterci, continua.

1 maggio 2015 | 09:10

L'Expo sotto attacco hacker: Anonymous ha colpito ancora

Sergio Rame - Ven, 01/05/2015 - 09:15

Oscurata per alcuni minuti a pagina dedicata al ticketing. Effettuata nella notte la bonifica del sito di Expo

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Gli hacker di Anonymous hanno attaccato il sito internet dell'Expo 2015. La pagina dedicata al ticketing è stata infatti messa fuori uso per alcuni minuti. Il blitz informatico è stato, subito, rivendicato su Twitter dalla cellula italiana di Anonymous: "Tango Down! Presale tickets offline!". Nel giro di pochi minuti, però, il sito è stato ripristinato.

Questa mattina, alle prime luci dell'alba, è stata portata a termine la bonifica di Expo 2015. L'operazione, cominciata ieri pomeriggio, ha passato al setaccio ogni angolo del sito che, per i prossimi sei mesi, ospiterà l'Esposizione universale di Milano. Il comando provinciale della Guardia di Finanza di Milano, che questa mattina ha annunciato con successo il termine della bonifica, ha operato insieme alla polizia, ai carabinieri e all'esercito. La bonifica è un’operazione tesa a individuare la presenza nascosta di ordigni, microspie o altri oggetti pericolosi.

La misteriosa malattia del "villaggio dei dannati"

Sergio Rame - Ven, 01/05/2015 - 09:44

Gli scienziati non riescono a dare una spiegazione al morbo che ha reso Kalachi una città fantasma

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Kalachi, Kazakhstan. Nel mondo è conosciuto come il "villaggio dei dannati". A fargli guadagnare questo tetro nome è il morbo che ha messo in fuga i suoi abitanti. Un morbo che causa un sonno improvviso e profondo che arriva a durare fino ai sei giorni e a cui fanno seguito un inarrestabile desiderio sessuale, visioni di creature spaventose, furia incontrollabile e perdita di memoria.

Come riporta il Daily Mail, il morbo colpisce sia uomini sia donne e ha iniziato a diffondersi quattro anni fa. "Quando sono stata ricoverata con mia sorella - racconta una ragazza - non riuscivo a capire cosa mi stesse succedendo. Sentivo un bisogno impellente di scappare. Anche mia sorella si sentiva allo stesso modo, così abbiamo iniziato a nasconderci nell'ascensore ridendo come scolarette mentre i dottori ci cercavano. Quando ci hanno trovato abbiamo iniziato a colpirli violentemente nel tentativo di fuggire. Tuttora non riesco a spiegarmelo". Anche i bambini possono essere contagiati. "Mio figlio - racconta una donna - accusava episodi di terrore notturno e più volte mi ha detto che ero mostruosa, che sulla mia fronte c'erano diversi occhi".

Fortunatamente, una volta passati i sintomi, le persone colpite dal morbo tornano in perfetta salute. Tuttavia la maggior parte degli abitanti di Kalachi hanno deciso di lasciare il paese. "Questa situazione spaventa le persone a morte, e restare porta con sé un ansia insopportabile - commenta Daria Kravchuk - ma comunque restiamo qui perché non sappiamo in che altro posto vivere. Non tutti possono andarsene. Qui abbiamo uno stipendio, delle belle case e delle scuole per i nostri bambini. Partire e lasciarci tutto alle spalle è un'idea che in molti non possono considerare".

Il morbo potrebbe essere causato dal gas radioattivo che fuoriesce da una miniera di uranio ormai chiusa da anni. "Ho lavorato per anni in quella miniera, molti di noi bevevano l'acqua che si trovava lì che, come potete immaginare, era completamente satura di uranio - racconta un'ex dipendente del sito che si trova a circa 4 miglia da Kalachi - ma nessuno si è mai addormentato, l'uranio non c'entra. L'anno scorso le persone cadevano nel sonno a gruppi di circa 30 persone al mese. Adesso da qualche tempo succede molto più raramente: perché?". Secondo le foti del Daily Mail il governo starebbe sperimentando nuovi tipi di droghe somministrandole agli abitanti.

"I sintomi variano molto in base all'individuo colpito, alla sua età e alle malattie croniche di cui ha sofferto in passato - spiega Kabdrashit Almagambetov, medico responsabile del distretto - le reazioni dei bambini sono molto diverse da quelle degli anziani. Le cause rimangono sconosciute, nonostante gli sforzi di diversi dipartimenti medici. Cibo, acqua e livelli di radioattività nell'aria e nel suolo rientrano nella norma. Ma i malati vengono tutti da questo villaggio, o risentono degli effetti della malattia dopo averlo visitato".

Almagambetov garantisce che non si tratta du un disturbo psicologico, ma di qualcosa di fisico: "La teoria delle fuoriuscite di gas non regge perché in questa zona ce ne sono moltissime, ma è solo a Kalachi che questi sintomi sono stati riscontrati. Diverse abitazioni con alti livelli di radon non hanno ospitato malati, mentre altre che risultano più sicure dal punto di vista delle radiazioni sì. Non riusciamo a trovare una spiegazione, nonostante siano passati quattro anni".