martedì 5 maggio 2015

La nuova Boldrini paladina degli immigrati specializzata in banalità

Giacomo Susca - Lun, 04/05/2015 - 23:25

Milanese 45enne, portavoce Onu per i rifugiati: è già sulle orme della "presidenta". La sua ricetta? Accogliamoli tutti

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Non diffidate dalle imitazioni. Nuove generazioni di boldrine avanzano, perché di pasionarie dei diritti (sulle spalle degli italiani) non ce n'è mica una sola. Prendete il curioso caso di Carlotta Sami. È la donna che dal 2014 occupa la poltrona lasciata libera dalla president a della Camera. Milanese, anni 45, capelli neri scompigliati al vento sul molo di Lampedusa in attesa del prossimo sbarco, è lei adesso la portavoce Unhcr per il Sud Europa ossia capo ufficio stampa presso l'ufficio romano dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
Un incarico di grande importanza strategica, solo a scriverlo occupa tre righe sui giornali, ma che tuttavia l'aveva lasciata pressoché nell'anonimato per un annetto. Fino all'assedio dei barconi e alle morti in fondo al Mediterraneo di queste settimane. Così, di colpo, una dichiarazione della Sami è diventata un ingrediente fondamentale in ogni servizio giornalistico sulle tragedie del mare, che esca sul Corriere della Sera o sul Manifesto poco importa, ché «facciamoci spiegare come si opera sul campo...». Pazienza se la trincea vip da cui battersi per l'accoglienza dei rifugiati è, spesso, il salotto dei talk show televisivi.

Da Ballarò a DiMartedì , da Gazeb o al Tg3, le telecamere si contendono il prezioso contributo della Sami quasi più dei soccorritori sulle coste prese d'assedio dai disperati. Meglio ancora, quando si riesce nell'impresa di alimentare la zuffa con il Salvini di turno. L'ultima volta a Piazzapulita è andata di lusso, perché ad alzare la voce con la nuova paladina dei migranti è stato un insospettabile come Massimo Cacciari. A sentire la protettrice degli asilanti che illustrava uno dei suoi cavalli di battaglia - quello dei blocchi navali inattuabili, meglio dei lasciapassare per tutti -, l'ex sindaco di Venezia è sbottato: «Il blocco navale non rientra nella nostra cultura? Ma se con l'Onu abbiamo fatto le guerre e ucciso persone in Africa... ci prendete per cretini?».

Che volete, «non ci sono soluzioni semplici», ripete come un mantra la portavoce quando viene interpellata. A giudicare da quello che suggerisce per risolvere l'emergenza, non abbondano nemmeno soluzioni sensate. Fioccano invece concetti talmente dirompenti da far venire giù l'intero Palazzo di vetro. Breve escursione nel vuoto pneumatico di qualche virgolettato a caso: «C'è tantissimo lavoro ancora da fare»; l'immigrazione «non è una minaccia ma un'opportunità»; «la nostra sarà un'attività di monitoraggio costante»; «l'integrazione è un patrimonio della cultura italiana» e l'immancabile «l'Italia ha bisogno del supporto dell'Unione europea». Le banalità, purtroppo a differenza di quegli scafi maledetti, non affondano mai.

Guai a parlarle di rischio «invasione», è roba da razzisti in camicia verde. D'altronde se le parole d'ordine sono «accoglienza a tutti i costi» e «torniamo a Mare Nostrum» - tanto i milioni deve cacciarli l'Europa, cioè anche noi italiani - è chiaro che la lista delle priorità prenda una piega surreale. Ecco la vera urgenza per la Sami: «Primo obiettivo è ricongiungere le famiglie divise dei richiedenti asilo» (intervista del 26 aprile al Giornale di Sicilia ). Altro che flussi da governare e pericolo di infiltrazioni terroristiche. E ancora, quest'anno l'Italia spenderà più di un miliardo di euro per accogliere i profughi (40 euro al giorno per ciascuno di loro)? L'iter per la concessione dell'asilo si allunga, non riusciamo più a gestire la situazione? Tranquilli, Carlotta conosce il problema e la butta lì così:

«Effettivamente per ora abbiamo la difficoltà di dare accoglienza a 70mila persone. Sappiamo che potrebbero anche diventare 80mila: se tutti gli 8mila Comuni italiani dessero la disponibilità ad accogliere solo dieci richiedenti asilo, noi avremmo risolto il problema...». Elementare, caro Renzi, ma come hai fatto a non pensarci prima! Lei sì, e se è per questo, già a settembre aveva dettato generose ricette in materia. Per i tre milioni di profughi siriani in movimento verso le nostre coste, si raccomandò: «A loro bisognerebbe offrire opportunità concrete per raggiungere l'Europa: per esempio, attraverso visti umanitari. Oppure, attraverso sponsorizzazioni che consentano ai più giovani di studiare nelle nostre scuole, nelle nostre università». Una sorta di «quote migranti» negli atenei, insomma. Ideone.

Il curriculum della Sami poteva forse far sperare in qualcosa di meglio. Laureata in Giurisprudenza, dottorato di ricerca in Teoria generale del Diritto alla Statale di Milano, nel 1995 comincia a occuparsi di diritti umani e di cooperazione allo sviluppo nei campi di rifugiati tra Betlemme ed Hebron. Rientrata in Italia, ha coordinato programmi a favore dei minori in Africa, Medio Oriente, ed Europa Orientale per Save the children , di cui è stata portavoce fino al 2008.

Poi è entrata nel board della confederazione europea di ong Concord , infine per due anni è stata direttrice di Amnesty International Italia . La carica che ha regalato notorietà e trono della Camera alla maestra Boldrini era parecchio ambita. Il compito è di sensibilizzare l'opinione pubblica sul dramma dei profughi, partecipare a conferenze e tavole rotonde, vigilare sulle aree più calde degli sbarchi, accompagnare i giornalisti nei centri di prima accoglienza e di identificazione, dare visibilità all'organizzazione sui media

internazionali; il tutto per un compenso dai 6mila a 8mila euro netti al mese (più viaggi istituzionali intorno al globo garantiti e benefit assortiti, come previsto dalle tabelle contrattuali dei funzionari Onu). La Sami ha battuto la concorrenza e ora si muove nel solco di colei che l'ha preceduta, non si sa mai porti bene. «Laura Boldrini? Abbiamo già lavorato insieme in passato, mi addolora e preoccupa la violenza degli attacchi che subisce». Magari non la vedremo così presto sullo scranno più alto di Montecitorio, eppure quando leggi sul suo profilo Twitter «racconto di chi fugge da guerre e persecuzioni e cerca rifugio con forza e dignità. Perché sono storie di esseri umani e non numeri», capisci l'aria che tira, ma non nel senso dell'ultima ospitata su La7. Vendola, Tsipras, Landini, scusate: un posticino in lista come si fa a negarglielo...

Milano No Expo, la rabbia controllata delle forze dell’ordine: «Sindrome Diaz, così ci obbligano a non reagire»

Corriere della sera
di Andrea Galli

Le voci dei reparti. Le inutili prove con lo spray e il giallo degli scudi

Le direttive del Dipartimento di pubblica sicurezza, che gestisce le forze dell’ordine, combaciano con le voci raccolte dalla «base», i reparti mobili della polizia e i battaglioni dei carabinieri. Ma se dopo le violenze di venerdì, il Dipartimento ha commentato con «soddisfazione» il bilancio della giornata, la «base», oltre alla conta dei feriti (undici tra poliziotti e carabinieri) è rimasta con parecchia rabbia e alcuni interrogativi. La rabbia è legata all’eterna «prigionia» del passato: i massacri al G8 di Genova determinano le scelte nella gestione dell’ordine pubblico. Scelte che, è successo venerdì, hanno come obiettivo la massima tutela fisica delle persone. Le «regole d’ingaggio» sono note, eppure al personale vengono continuamente ribadite. Limitare i contatti. Se possibile, azzerarli.
Strumenti di difesa
I giorni antecedenti la «May day parade», il reparto mobile di Milano è stato sottoposto a una lunga esercitazione per imparare al meglio l’uso dello spray al peperoncino. Lo spray, da anteporre all’utilizzo del «classico» manganello, sarebbe stato necessario nel momento in cui i due «schieramenti» fossero stati vicini e lo scontro fosse diventato proprio «inevitabile». Eppure, al corteo, i poliziotti sono andati senza il peperoncino. Rimasto nelle caserme. Uguale mistero è stato generato dallo scudo. Gli agenti domandano per quale motivo i nuovi scudi, appena consegnati e dal punto di vista tecnico superiori ai precedenti in dotazione, siano stati tolti e di conseguenza sia scattata una caccia, nei reparti mobili di mezz’Italia, per l’approvvigionamento di antichi scudi. Si dice che la causa possa essere legata al fatto che la cellula protettiva è cancerogena (sono in corso gli esami) e dunque la «sottrazione» non c’entrerebbe con la «strategia» prima e durante il primo maggio.
Un solo ordine: mediare
Anche in formazioni storicamente «muscolari» come i reparti mobili e i battaglioni, rispetto ai fatti di Genova sono cambiate tante cose. La preparazione e la gestione dell’ordine pubblico vengono affrontate in modo diverso, con un’acquisita responsabilità e uno sforzo totale all’autocontrollo. Secondo i responsabili della piazza, la scelta della violenza come immediata «opzione» è stata accantonata in luogo della mediazione, che porta benefici a tutti; secondo invece poliziotti e carabinieri «così diventiamo soltanto dei bersagli che non possono difendersi e devono subire ogni offesa e ogni attacco». Venerdì le forze dell’ordine hanno sparato quattrocento lacrimogeni in risposta ad almeno cinquanta bombe carta e molotov lanciate da anarchici e casseur , più un numero imprecisato di fumogeni. Un poliziotto, il dirigente del commissariato di Quarto Oggiaro Antonio D’Urso, è stato bastonato alle spalle; un ragazzo del reparto mobile, colpito da una molotov, ha avuto una gamba incendiata.

La sindrome Diaz
Il primo maggio l’enorme piazzale della caserma di via Alfonso Lamarmora, quasi non riusciva a contenere i mezzi che sarebbero stati impiegati per il corteo. Ugualmente la massiccia presenza degli uomini rendeva perfino difficile mangiare in mensa, seppur a rotazione e di fretta. Il grosso delle forze era stato dislocato a difesa di piazzale Cadorna. Si sapeva che anarchici e casseur avrebbero iniziato lì a sferrare l’attacco. L’obiettivo era sfondare per avanzare verso il Castello e il Duomo. Le forze dell’ordine son riuscite nell’intento. Una volta dispersi i violenti, l’operazione è terminata.

Nelle caserme più d’uno si attendeva un ritorno in servizio: in nottata, nei «covi» - alcuni dei quali perquisiti i giorni prima - dove anarchici e casseur hanno trovato ospitalità. Non è stato fatto nulla. Motivi di tattica? Per poliziotti e carabinieri «è colpa della paura di un nuovo G8. Anche se noi non toccassimo un capello, qualcuno potrebbe farsi un taglietto, fotografare il sangue e subito far girare le immagini sui social network». Sul profilo Facebook della Questura c’è il messaggio di un poliziotto: «Grazie ai cittadini che non ci fanno sentire soli. Saremo sempre lì a difendervi, sempre professionali e sicuri che mai più ci sarà una Diaz. Anche se ancora se ne conosce solo la verità giudiziaria».
5 maggio 2015 | 09:01



Milano No Expo, “la maschera nera? È antismog”. Ma confermati i 5 arresti

di Luigi Ferrarella lferrarella@corriere.it

I pm genovesi chiedono la convalida anche per i francesi fermati: casseur professionisti



Dicono tutti di non c’entrare con gli scontri del Primo maggio a Milano, di esservi rimasti coinvolti per caso, di essere vittima di uno scambio di persone da parte dei poliziotti che hanno scritto di averli riconosciuti in flagranza di reato: ma per ora il gip Donatella Banci Buonamici non crede a queste loro versioni, e ieri ha perciò convalidato l’arresto, e disposto la misura cautelare della custodia in carcere, per Anita Garola, Mirko Leone, Davide Pasquale, Heidi Panzetta e Jacopo Piva, tutti accusati di resistenza a pubblico ufficiale aggravata dall’uso di armi improprie, dal lancio di oggetti e dal numero dei partecipanti.


Pasquale, elettricista precario, sostiene di aver raccolto da terra un bullone e di averlo poi lanciato nuovamente sull’asfalto. Panzetta, barista precaria con piccoli precedenti a fine Anni 90, nega di aver brandito un bastone contro la polizia. Piva giura di essere stato scambiato per un altro, spiega di essere andato a manifestare con la fidanzata e due amiche di cui una con le stampelle, nega di aver rovesciato un bidone dell’immondizia in fiamme e di aver lanciato una bottiglia vuota, e la mascherina nello zainetto «serve per proteggermi dall’inquinamento quando vado in bici». Il padre aggiunge che il ragazzo fa il commesso in un negozio di Rozzano: «È vero che da un anno mio figlio ha iniziato a fissarsi con le multinazionali, tutto è iniziato dopo una delusione sentimentale. Io gliel’ho detto che è una lotta contro i mulini a vento. Giovedì ho cercato in tutti i modi di dissuaderlo dal partecipare alla manifestazione, ma non ha voluto sentire ragioni».

La convalida dei cinque arrestati, che già a occhio si intuisce non rappresentassero certo la prima linea dei casseurs soprattutto stranieri ed extralombardi, cambia di poco il focus invece delle indagini del pm Piero Basilone e del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, concentrati con le forze di polizia a studiare nelle prossime settimane la montagna di video e foto degli scontri, in coordinamento con le autorità di altri Paesi, per rintracciare il nocciolo duro dei devastatori. Più simili a questo identikit sembrano ad esempio i cinque francesi per i quali a Genova il pm Federico Manotti ha chiesto la convalida per resistenza, danneggiamento, lesioni e false generalità, più per il solo 24enne Raemy Hicham Errabia la violazione dell’ordine del prefetto di Torino che lo aveva allontanato dall’Italia dopo che il 5 luglio 2012 era stato fermato a Chiomonte in Val di Susa con un furgone pieno di tute, spranghe, viti, bulloni e maschere antigas.

di persone sono indagate a Milano, mentre prima del Primo maggio polizia e carabinieri avevano proposto l’espulsione di 11 persone: 7 su 11 accolte dai giudici civili della sezione immigrazione, 4 no (tre tedeschi e un inglese). Perché no? Un tedesco ha mostrato di avere un biglietto in partenza da Lambrate, e quando il giudice Guido Vannicelli ha sfruttato l’interprete per interpellare subito la fidanzata, costei ha confermato che aspettava in Germania il ragazzo e i suoi amici per la mattina del 30 aprile. L’inglese, invece, uscito da cinque mesi di cella in Svizzera per graffiti non autorizzati, ha rappresentato di essere un writer con sponsorizzazione di una azienda che lo spesa nei suoi tour, e mascherina e

bottiglia di alcol non sono parse al giudice parenti di future molotov: così come il giudice non ha ritenuto «mazza da baseball» un souvenir portoghese di 50 centimetri, né univoco il senso di caratteri gotici sulle dita. A Milano, intanto, in chiave polemica verso i centri sociali, Alfano e Pisapia, mille persone hanno manifestato con Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre l’invito del segretario leghista Matteo Salvini a un presidio di protesta davanti al Comune ha raccolto qualche centinaio di militanti: «Fate fare a me il ministro dell’Interno e poi vediamo se c’è ordine in giro. In uno Stato serio quel corteo non partiva: se hai delle spranghe, ti scarico nel Naviglio».

5 maggio 2015 | 08:53

Il sindaco che non dice mai no agli ultrà-chic

Alberto Giannoni - Mar, 05/05/2015 - 09:49

Il corteo contro i soprusi solo uno "spot" di Pisapia, ieri fischiato anche da San Siro

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Milano - Dire «no». Tanti no al momento giusto avrebbero davvero fatto la differenza nella Milano del caos. Il sindaco Giuliano Pisapia ha voluto vedere nel suo corteo-passerella di domenica la risposta della «città che dice no ai soprusi». Ma è stato solo uno spot, che ha convinto a malapena i suoi. E anche i milanesi, che ieri sera in 30mila lo hanno sonoramente fischiato a San Siro, mentre dava il calcio d'inizio alla partita di beneficenza «Match for Expo.

Ora, è chiaro che i devastatori del 1° maggio dovranno essere perseguiti personalmente. Ma è vero anche che prosciugare quel mare di simpatie di cui l'area antagonista gode da tempo avrebbe isolato i violenti, neutralizzandoli. E la sinistra milanese, molto chic e molto radicale (nel senso di estremista) in realtà ha detto molti sì e ha bofonchiato troppi «ni», finendo per legittimare il vasto mondo dei centri sociali. Si è avuto semmai l'impressione di tornare al «soccorso rosso», che difendeva e tirava fuori dai guai i militanti politici.

Il no ai soprusi non è stato detto, per esempio, quando un manipolo di anarchici ha occupato l'albergo in zona via Washington: Forza Italia non ha ottenuto neanche una firma dal centrosinistra sotto la mozione che ne chiedeva lo sgombero. Il no non è arrivato quando il collettivo Macao ha occupato la torre Galfa in pieno centro, e il sindaco è andato a dire ai «ragazzi» che sono «una risorsa». Ed è saltata solo pochi giorni fa in Comune la delibera che doveva «legalizzare» il «Leoncavallo».

D'altra parte l'era Pisapia a Milano era iniziata con un assessore alla Casa che aveva pubblicamente affermato che «in caso di bisogno occupare non è reato». Ancora, il braccio destro del sindaco è Paolo Limonta, vicino ai centri sociali. D'altra parte, il presidente della commissione Sicurezza fino a poche settimane fa era un altro amico dei centri sociali, l'avvocato Mirko Mazzali, che dopo gli scontri ha ammesso che i colpevoli dei disordini «non sono fascisti». E lo stesso Pisapia ha assistito la famiglia di Carlo Giuliani, scrivendo la postfazione al libro dedicato ai fatti di Genova e descrivendo il giovane morto nel corso degli scontri come «un ragazzo che sognava un futuro migliore per il nostro Paese».

Grottesco è sembrato il monito di un altro assessore, l'aspirante sindaco Pierfrancesco Majorino (Pd): «Fuori dalle nostre liste chi pratica o tollera la violenza», accompagnato da una stentorea professione di fede non-violenta che è suonata come una gaffe. Il patriarca della non-violenza, Marco Pannella ha fatto risalire le esplosioni violente delle piazze ai frutti avvelenati «di una parte del '68», e ai «riflessi» per cui «i fini giustificano i mezzi». E il mondo che stava alla sinistra del Pci, per quanto imborghesito, è stato ingrediente decisivo nell'esperimento arancione del 2011.

Dietro la retorica della «città che reagisce», poi, c'è stata in realtà forte tensione. Non solo sulla paternità del corteo «Nessuno tocchi Milano», attribuita al sindaco e in realtà del Pd. È anche sul tema «No Expo e centri sociali» che il Pd vuole un taglio netto, fin da quando la sinistra arcobaleno ha fatto l'imperdonabile sgarbo di riempire due sale di Palazzo Marino per criticare l'evento proprio nel giorno in cui Matteo Renzi sbarcava a Milano per battezzarlo. E nel Pd adesso sono irritati, non tanto con Pisapia, quanto con il'ansia di visibilità dei suoi. «Il Pd è più avanti di una certa sinistra arancione e di qualche quotidiano che ne fa da velina». In piazza, per i renziani c'era il «partito della nazione», quello che gli arancioni e i centri sociali li vuole archiviare.

La trattativa Stato-black bloc

Alessandro Sallusti - Dom, 03/05/2015 - 13:36

Il risultato? Qualche arresto di facciata, Renzi & Alfano contenti e Milano raccoglie i cocci


La verità non la sapremo mai. Perché in questi casi la verità può essere indicibile. C'è stata una trattativa tra Stato e black-bloc per evitare che una tragedia macchiasse in modo indelebile Expo 2015, pregiudicandone il successo? In altre parole: lo Stato ha permesso che una banda di delinquenti mettesse a ferro e fuoco un quartiere di Milano ottenendo in cambio che nessuno si facesse davvero male e che la cosa finisse lì? È molto probabile, direi praticamente certo, riavvolgendo il film degli scontri di venerdì pomeriggio.

Per capirci meglio: le forze dell'ordine eseguono gli ordini alla lettera. Se la disposizione è di menarle di santa ragione loro menano, se l'ordine è di prenderle loro le prendono. Se c'è da arrestarne cento, cento saranno. Se per salvare la faccia basta ammanettarne cinque - dico cinque, come è accaduto venerdì - i primi cinque pirla finiscono in questura e lì finisce. Morale: il ministro degli Interni fa la figura dell'incapace - cosa che gli riesce bene a prescindere - ma salva il posto. Regione e Comune si affrettano a dire che pagheranno i danni a cittadini e commercianti che hanno subito danni: quarantotto ore di bailamme e di sdegno su giornali e tv e poi è tutto dimenticato. Ma soprattutto l'Expo è salvo e, scommetto, per i prossimi sei mesi nulla più accadrà di sconveniente o grave, almeno su questo fronte.

Tecnicamente tutto questo si chiama «ragione di Stato», cioè tutelare un presunto interesse superiore.
Non è un male assoluto, è che questo Stato ha abbassato di molto l'asticella della «ragione». La sindrome G8 di Genova, con tutto quello che ne è derivato, ha indebolito i concetti di diritto e di difesa. Guai se un no global finisce all'ospedale dopo che la polizia italiana è stata bollata come «torturatrice» dalla Corte europea. Meglio rischiare che la testa se la spacchi un poliziotto o un cittadino. Passi per incapace ma non per fascista. Non condivido, ovviamente, ma siamo purtroppo in pochi a pensarla così. Che almeno Alfano, il capo della polizia e il governo che trattano con dei delinquenti abbiano il pudore di non licenziare un poliziotto, Fabio Tortosa (padre di due bambini), che su Internet ha manifestato il suo orgoglio di essere poliziotto e non torturatore. Occhio che dalla ragione di Stato alla vigliaccata di Stato il passo è breve.

Storia del mio bisnonno emigrato in America nel 1906

Corriere della sera

di Federica Seneghini

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La Provence, il transatlantico della Compagnie Générale Transatlantique che faceva servizio passeggeri da Le Havre a New York. Durante la Prima Guerra Mondiale fu riconvertita in nave militare e poi affondata da un sottomarino tedesco nel 1916 (Antonio Jacobsen) Lasciò l’Europa il 25 agosto 1906. Viaggiò in terza classe, come la maggior parte delle circa 1500 persone a bordo della nave. La traversata avrebbe dovuto durare sei giorni. Ci mise poco di più. E il 1° settembre, con appena due giorni di ritardo, arrivò a New York. Con la valigia in mano e i piedi che ancora gli ballavano per il mare, si avvicinò al banchetto dell’immigrazione, ad Ellis Island.


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«Hai almeno 50 dollari?»,  gli chiese un funzionario, seduto dietro ad un tavolino con un enorme foglio davanti, pennino e inchiostro in pugno. «No», fu la risposta. «E quanti soldi hai?». Allora lui si mise le mani in tasca e tirò fuori un borsellino. Ci guardò dentro. «Dieci dollari…». Sembra di vederlo: con i baffi lunghi, lo sguardo serio ma felice, la giacca scura e le scarpe da viaggio. Quel giovane emigrante italiano era il mio bisnonno Damaso. Uno fra i tanti. Solo dalle Marche, tra il 1900 e il 1915, partirono in 320 mila. Ma in totale furono oltre 9 milioni gli italiani che in quel periodo lasciarono il Paese.

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Damaso era nato l’11 dicembre 1880 a Cerreto d’Esi, minuscolo paese della provincia di Ancona, nelle Marche. Cresciuto in una famiglia di sarti, quando fu abbastanza grande per tenere in mano ago e filo senza pungersi i suoi genitori iniziarono a farlo lavorare in bottega. Cuciva maglie e camicie a mano, faceva gli orli alle giacche, prendeva le misure. Visse la stessa vita per 26 anni. Ma i clienti erano così pochi che non riusciva a mettere da parte nemmeno poche lire per sposarsi. Poi un giorno del 1905, il suo amico Nazzareno partì per l’America. E tutto cambiò. Perché dal giorno in cui arrivò quella cartolina – con cui invitava Damaso a raggiungerlo – anche lui iniziò a pensare che forse le cose erano arrivate a una svolta.

Enrico, il fratello più piccolo di Nazzareno, aveva solo 18 anni. Ma aveva già deciso. Se ne sarebbe andato. Ne parlò così tanto, e così a lungo, che alla fine anche Damaso si convinse. Partirono insieme, i primi giorni di agosto del 1906. L’anno in cui il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt vinse il premio Nobel per la Pace e Giosuè Carducci quello per la Letteratura. Lasciarono l’Italia in treno. Destinazione: Le Havre, Nord della Francia. Avrebbero potuto partire da Genova o da Napoli. Scelsero invece di andare fino in Normandia. Per un’unica ragione: era più economico. E allora poco importava se avrebbero dovuto affrontare un viaggio di 1.500 chilometri, attraverso mezza Italia, le Alpi, e poi attraverso quasi tutta la Francia.

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Ci misero oltre un mese. Quando arrivarono nel porto della città francese, videro il mare per la prima volta. La Provence, l’enorme transatlantico che li avrebbe portati in America, era già ad aspettarli in banchina. Ed era ancora più bello, e più grande, di quanto Damaso ed Enrico si fossero immaginati. Lungo quasi 200 metri, con due enormi comignoli rossi e neri, due bandiere francesi che sventolavano a poppa e a prua, e un vessillo americano sull’albero maestro. Era stato varato ad aprile e di traversate oceaniche fino a quel momento ne aveva fatte giusto una decina.

Viaggiarono in terza classe, insieme a centinaia di italiani. Friulani, lombardi, campani. Accenti che Damaso ed Enrico non avevano mai sentito prima. Per molti di loro New York era solo una tappa intermedia, prima di raggiungere Philadelphia, Seattle o la California. Durante la traversata si fecero forza l’un l’altro. Soprattutto quando, in mezzo all’Atlantico, finirono in mezzo a una violenta tempesta e Damaso si rintanò in un angolo a pregare, pensando che fosse arrivata la sua ora.

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Andò bene. E il 1 settembre Damaso ed Enrico uscirono sul ponte e videro l’America. Cercavano fortuna, ma per prima cosa trovarono, come tutte le persone appena sbarcate, una visita medica e un interrogatorio. Damaso fu il primo ad essere visitato dal dottore, a Ellis Island. Gli ordinò di spogliarsi. Lo visitò. Constatò che non era né deforme né zoppo. E, visto che era sano, lo fece passare oltre. Nella Sala Registri lo misero sotto torchio. Su un foglio scrissero la nazionalità: italiana. E la razza: italiana.

Poi gli chiesero se fosse un anarchico. Se fosse poligamo. Che lavoro facesse. Se fosse mai stato in carcere. «Da chi andrai a stare a New York?», disse infine un funzionario. «Antonio Mori», rispose Damaso. Il doganiere capì male il nome. E sul foglio scrisse «Marri». Lui non lo corresse, perché era analfabeta. Come oltre il 70% degli italiani di quell’epoca. «E l’indirizzo, dove abiterai?», gli chiese l’americano. Allora lui tirò fuori un biglietto dal taschino della giacca. E visto che non sapeva leggere glielo porse. E l’altro scandì ad alta voce il nome della «strada degli italiani»: «Mulberry Street». Il cuore di Little Italy.

Durante la sua vita, dopo, non fece mai un cenno all’accoglienza che i newyorchesi, gli americani, gli avevano riservato. Ma anche lui, come migliaia di italiani, probabilmente fu guardato con sospetto e intolleranza. Andò avanti. Riuscì a tornare in Italia, qualche anno dopo, e a sposarsi. Il 26 febbraio 1916, durante la Grande Guerra, la Provence, che l’aveva portato in America, fu affondata da un sottomarino tedesco. Chissà se Damaso ne ebbe notizia. Probabilmente no. Pochi giorni prima era nato suo figlio. E per lui la vita era ricominciata un’altra volta.

@fedesene
fseneghini@corriere.it

Le 7 espressioni più comuni che ci ha insegnato Dante Alighieri

La Stampa
di skuola.net

Ci sono modi di dire che usiamo in continuazione ma di cui ignoriamo spesso la provenienza. Alcune delle più comuni espressioni che utilizziamo nella vita quotidiana sono riprese dalla Divina Commedia di Dante Alighieri.

Forse non lo sapete ma usate più spesso di quanto pensate delle  espressioni contenute nella Divina Commedia di Dante Alighieri. E' cosi, come riporta Skuola.net questo sono le 7 espressioni più famose che usate quotidianamente.

7 Stai fresco
L’espressione non è una domanda che si usa citare quando fa caldo e si accende il condizionatore ma un modo diverso di dire: “Allora finisce male”. La citazione viene dall’inferno di Dante, dalle profondità del lago di Cocito, uno dei posti peggiori della Divina Commedia. Lì “i peccatori stanno freschi” (Inferno, XXXIII, 117) In questo luogo i peccatori sono immersi in un lago ghiacciato in parte o quasi totalmente

6 Il gran rifiuto
Ragazzi ma cosa avete capito, non è l’espressione che dite al vostro coinquilino per fargli presente che lascia la spazzatura fuori da balcone o sotto il lavandino. La storia di questo modo di dire viene come al solito da sommo Poeta. Siamo al canto III dell’Inferno qui c’è Celestino V a cui Dante si riferisce per condannare la viltà per la quale rinunciò al pontificato dopo pochi mesi, aprendo il papato a Bonifacio VIII che come ricorderete non andava molto d’accordo con il poeta. Insomma l’espressione si usa per identificare qualcuno che abbandono un incarico importante.

5 Il bel Paese
Quante volte lo avete detto o sentito dire, si il noto Bel Paese fa parte di alcuni versi dell’Inferno della Divina Commedia in cui Dante con grande abilità crea una invettiva contro l’Italia. È l’Italia il «bel Paese là dove il sì suona» (Inferno, XXXIII, 80). È un passaggio importante: Dante sta maledicendo Pisa, il “vituperio de le genti”, per l’abominevole sorte riservata al conte Ugolino. Invoca allora le isole di Capraia e Gorgona chiedendo di spostarsi verso la costa, chiudere la foce dell’Arno e annegare tutta la città. Bel Paese, sì, ma un filo violento.

4 Senza infamia e senza lode
E come quando si vuole dire bene, ma non benissimo, non tanto male ma neanche troppo bene, una via di mezzo mettiamola cosi. Nell’originale dell’opera di Dante Alighieri si legge «senza infamia e senza lodo» (Inferno, III, 36). Se oggi questa espressione ha un valore non molto grave all’epoca di Dante rappresentava una cosa molto grave. Il verso è usato per indicare gli ignavi, persone che in vita non avevano avuto il coraggio di prendere posizioni.

3 Non mi tange
Ammettetelo dall’alto della vostra superbia e grandezza lo avete detto almeno una volta a qualcuno. Vuol dire «non mi interessa» . Dante dall’alto della sua poesia la usa nel canto II dell’Inferno «Io son fatta da Dio, sua mercé, tale / che la vostra miseria non mi tange” (Inferno, II, 92), qui era Beatrice a parlare. È appena scesa dal Paradiso (dove si trova vicina a Dio) nel Limbo, per ordinare a Virgilio di andare a salvare Dante curioso dalla visita insolita e ne approfitta per farle qualche domanda. Dante allora le chiede come fa a scendere dal cielo e non soffrire, ed ecco che Beatrice usa l’espressione.

2 Fa tremar le vene e i polsi
Quando sulla soglia della porta qualcuno vi fa saltare dallo spavento potrebbe capitarvi di usare questa frase, infatti si usa per indicare qualcosa che spaventa. I versi sono usati all’inizio del poema (Inferno, I, 90) e Dante, dopo aver ritrovato la strada fuori dalla “selva oscura”, incontra nuovi ostacoli. E’ qui che il poeta incontra le tre bestie feroci da cui si salva grazie a Virgilio.

1 Galeotto fu…
La frase si usa di solito per indicare una coincidenza che crea una situazione. Siamo nel canto V dell’Inferno della Divina Commedia, quando Paolo e Francesca furono sorpresi ad amoreggiare l’espressione fu coniata per la prima volta. Galeotto fu «il libro» che li spinse ad avvicinarsi e innamorarsi.

I miei 2400 funerali per gli ultimi”

La Stampa
massimo numa

Torino, Nadia cura con il Comune le esequie di poveri e persone sole: “Impossibile abituarsi”

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Nadia Goglia ha 37 anni, è una funzionaria di Afc, la società che si occupa, con il Comune di Torino, dei funerali dei poveri. Minuta, capelli raccolti, profondi occhi verdi; mentre racconta sono attraversati da un’umana pietà, da una quasi impercettibile commozione. In otto anni di lavoro, 2400 funerali. Lei si occupa esclusivamente delle persone che sono morte sole, senza famiglia e senza redditi, o con familiari non in grado di pagare le cerimonie d’addio. Infine gli sconosciuti.  Con il suo piccolo team di collaboratori cura ogni dettaglio; chi muore a Torino e non ha un cent, avrà una bara di buona qualità, il carro funebre, la lapide con il nome, le date con l’alfa e l’omega di ciascuna singola vita, perduta o no. 

I riti religiosi
La messa e la benedizione se cattolico o cristiano, o il rito musulmano, secondo le varie correnti dell’Islam. Lo dice senza retorica. Come se quei morti fossero parte di un’unica grande famiglia, per un momento anche della sua. 

Bisogna intanto accertare se erano religiose, scavare nel loro passato; se hanno lasciato scritto qualche desiderio o un mandato; se siano ancora viventi familiari o amici del defunto. Partono complicate ricerche anagrafiche e indagini. Le case lasciate vuote sono controllate, alla ricerca di documenti o di indizi utili. Poi, di mobili e di tutti gli oggetti rimasti se ne occupa la magistratura. Finiscono spesso all’asta e l’ultima stazione possono essere i mercatini, dove si raccoglie e si vende quel che resta del naufragio di centinaia di vite.

«Avevo iniziato da poco. Un giorno sono tornata a casa piangendo per il funerale di un uomo morto di Aids: i parenti non volevano rispettare le norme sanitarie, c’erano da sistemare le protezioni di zinco del feretro. Si sentivano offesi. Urlavano, erano aggressivi. Ho pianto disperata». Dopo? «Non ci può abituare, qui non c’è routine». 

Le famiglie «separate»
Tolleranza per debolezze e miserie. «Tanti non vogliono affrontare i costi dei funerali dei congiunti. Noi chiediamo la certificazione del reddito, se è inferiore a 13 mila euro annui, ci pensa la collettività». Non si vuole pagare anche per antichi odi. Figli, ex mogli, ex mariti muti e ostili di fronte ai moduli da firmare. Nadia informa che il Comune paga solo se c’è vera indigenza, sennò tocca a loro dare degna sepoltura ai familiari. «Scene penose, vissute con astio e rancore, e noi dobbiamo così sostituirci a loro, non solo per le questioni finanziarie».

Elisabetta Bove, dirigente del Comune, responsabile dei cimiteri, è in stretto contatto con Nadia. I loro ricordi si inseguono, eco di un dolore sempre sotto traccia. «Vengono qui, gli occhi bassi. Spesso sono anziani rimasti soli, non hanno niente. Spieghiamo che i loro cari avranno un funerale dignitoso, come tutti. Se ne vanno rincuorati. Condividerne talvolta anche le lacrime fa bene anche a noi, è uno scambio alla pari». 

Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez

La Stampa
filippo fiorini

Il furto alla feria del libro di Bogotà. Caccia ai ladri: «Valore inestimabile»

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Due uomini di piantone, venti funzionari di ronda, varie telecamere di sicurezza, vetri blindati e serrature anti-scasso: il padiglione Macondo doveva essere uno dei più sicuri in assoluto della Feria del Libro di Bogotà, per questo il collezionista colombiano Alvaro Castillo ha accettato di prestare agli organizzatori una delle copie più pregiate al mondo di «Cent’Anni di Solitudine», in modo che il capolavoro con cui lo scrittore e suo connazionale Gabriel Garcia Marquez arrivò alla fama potesse essere esposto al pubblico. Qualcuno, però, aveva un piano ben congegnato e forse anche qualche contatto importante nella sicurezza, perché sabato è riuscito a rubarlo, senza nemmeno rompere la teca che lo proteggeva.

«Il suo valore è inestimabile e non può essere messo in vendita», ha detto brevemente alla stampa Castillo, di questo libro che fu stampato per la prima volta dalla casa editrice Sudamericana nel 1967, insieme ad altre 8 mila copie, che oggi hanno un valore di circa 10 mila euro l’una. Quello appena rubato, però, non è uno qualunque tra i pochi esemplari in circolazione. «Gabo» Marquez lo aveva infatti dedicato personalmente all’attuale proprietario, scrivendo nella prima pagina la frase: «Per Alvaro Castillo, ieri come oggi il pastore dei libri. Il suo amico Gabriel».

«Ci sono testimoni che raccontano di aver visto il libro una prima volta, ma di non averlo più ritrovato al suo posto quando, cinque minuti dopo, sono tornati per una seconda occhiata», racconta David Roa, libraio indipendente e responsabile della sicurezza. Secondo il suo racconto, sabato 2 maggio è stato uno dei giorni di maggior affluenza in assoluto alla fiera e i ladri hanno agito «in modo sorprendente, aprendo la teca e trafugando il libro insieme allo schermo che lo proteggeva».

Sebbene Castillo smentisca che un oggetto del genere possa essere rivenduto, è invece probabile che il furto sia stato realizzato su commissione, e sia già stato comprato da un altro collezionista. Il libraio aveva prestato alla fiera altri 31 libri e pare che i ladri avessero messo gli occhi anche su un’altra prima edizione del premio Nobel per la letteratura 1982: quella di «La Mala Ora», che però non sono riusciti a rubare a causa dei controlli diventati più intensi in seguito al primo colpo.

In tarda serata, Roa avrebbe poi ammesso che le telecamere a circuito chiuso del padiglione battezzato come il paesino delle Ande colombiane in cui è ambientato «Cent’Anni di Solitudine» non erano in funzione ed ha aggiunto che, «nonostante gli sforzi, arrivati a questo punto, non è molto ciò che possiamo fare».

Addio roaming tra Belgio e Lussemburgo: e nel resto d’Europa?

La Stampa
marco zatterin

Nessun sovrapprezzo per voce, traffico dati e messaggi se un abbonato di uno dei due Paesi chiama mentre si trova nell’altro. Ma per gli altri stati membri dell’Unione le tariffe all’estero sono ancora elevate: la rivoluzione potrebbe arrivare nel 2018

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Un esempio per tutti. Importante, persino. Il Belgio e il Lussemburgo, soci da quasi settant’anni nel primo vero mercato unico europeo (l’unione doganale del Benelux è in funzione dal 1948), hanno deciso di porre le basi per l’azzeramento del roaming reciproco. Le Autorità di Tlc dei due piccoli paesi si sono accordate per annullare il sovraprezzo che si paga quando si telefona in uno dei due paesi con la carta dell’altro. Per farla semplice, chi chiama con una carta belga dal Granducato spenderà come se non avesse mai passato la frontiera ad Arlon. Lo stesso, varrà per i messaggi sms e il traffico dati. 

L’accordo prevede la possibilità per un operatore belga di allacciarsi alla rete lussemburghese e viceversa, facoltà che in precedenza non era prevista. La decisione è stata presa su pressione di Join Experience, impresa congiunta creata da Post Luxembourg e Join Wireless. Saranno loro a lanciare il primo servizio senza confini. Non è ancora detto che i big del mercato, a partire da Proximus e Base, facciano lo stesso. Intanto, però, è una porta che si apre, proprio mentre l’Europa non è riuscita a fare altrettanto per colpa dei governi, e nonostante le richieste di parlamento europeo e Commissione Ue. Loro, auspicavano la fine del roaming a partire dal 2016. 

Il 4 marzo i governi dell’Ue hanno approvato la loro proposta e indicato un cambio di rotta. Hanno chiesto che l’applicazione del principio «un mercato, una tariffa» non avvenga prima del luglio 2018 e l’entrata in vigore dipenda da uno studio d’impatto sulle compagnie telefoniche. Nel mentre, da metà 2016, dicono che potrà esserci un pacchetto limitato di contatti gratuiti. Poca roba: non è la rivoluzione che l’Unione aveva promesso e che tutti si attendevano. 

I consumatori avranno solo un contentino. Dall’entrata in vigore della norma europea - se tutto va bene dal primo luglio 2016 - potranno vantare un pacchetto di 5 minuti, 5 megabyte, 5 sms senza costi aggiuntivi per sette giorni anche non consecutivi l’anno. Sì, «l’anno». Superata questa soglia, dovranno pagare la tariffa domestica maggiorata nei limiti del tetto concordato dall’Europa: 5 centesimi al minuto per le chiamate e ogni megabyte, 2 per gli sms. Poco, in effetti. 

Facile dire che i governi hanno pensato più ai loro operatori che agli utenti. Ci si può consolare ricordando quanto l’Ue è riuscita a ottenere sinora per i roaming. Dal 2007 del sovrapprezzo roaming è calato dell’80 per cento, ha stimato la Commissione. Il costo aggiuntivo per il traffico dati è sceso del 91 per cento mentre il mercato è cresciuto del 630 per cento. Ci si è fermati un passo prima del traguardo, si è rinviata al 2018 la delibera finale, condizionata agli esiti di uno studio di impatto. Al quale, domani come oggi, chi vorrà potrà aggrapparsi per bloccare ancora una volta il cambiamento.