giovedì 7 maggio 2015

Buonanno e i cartelli "anti-profughi": "Fuori dal mio comune, prima la nostra gente"

Ivan Francese - Gio, 07/05/2015 - 14:03

Il sindaco di Borgosesia fa affiggere cartelli stradali in sei lingue in cui avverte: "Qui i clandestini li rispediamo al loro paese"

Gianluca Buonanno è un politico di quelli che amano parlar chiaro. Ciò che pensa, lo dice.



A Borgosesia, il comune piemontese di cui è sindaco, non vuole che entri nemmeno un immigrato clandestino. E per rendere inequivocabile il messaggio ha deciso di far affiggere a tutti gli incroci e agli accessi della città grandi cartelli stradali in quattro lingue che recitano testualmente: "Clandestini? No grazie... Prima aiutiamo la nostra gente".

Sullo sfondo una bella veduta della città e una stilizzazione dello stesso Buonanno ritratto come Superman in volo sopra Borgosesia, con tanto di mantello e sigla "GB" sul petto. L'avviso per i clandestini è replicato in italiano, inglese, francese spagnolo ed arabo.

Chi volesse introdursi a Borgosesia senza avere i documenti in regola è avvisato: "Qui i clandestini li rispediamo indietro", avverte il sindaco.

Premiato il sindaco che postò la foto del duce su Facebook: «Giusto sparare ai banditi»

Corriere della sera
di Andrea Senesi



Nello scorso gennaio, erano i tempi della polemica sulla legittima difesa contro i rapinatori, aveva postato sul suo profilo Facebook una vignetta col faccione di Mussolini con tanto di pseudo-citazione inneggiante alla violenza: «Difendere la famiglia non è reato. Sparare ai delinquenti è diritto di ogni italiano». Martedì Paolo Palladini, sindaco di Vailate (Cremona) ha ricevuto al Pirellone il premio per «la buona politica», il riconoscimento che ogni settimana, prima dell’inzio dei lavori d’aula ordinari, il Consiglio regionale riserva a sindaci e amministratori particolarmente meritevoli.

I l premio al sindaco leghista di Vailate è stato proposto dal consigliere Federico Lena (anche lui del Carroccio) e poi avallato da tutto l’ufficio di presidenza dell’assemblea regionale. La motivazione alla base del riconoscimento? «Sin dall’insediamento - si legge sul sito del Consiglio - si è speso in prima persona sul fronte ambientale. Sul fronte delle politiche sociali, il sindaco ha deciso di privilegiare forme di politica diretta con i cittadini e con le associazioni che si occupano di persone diversamente abili».

Mountain View tradisce Google

La Stampa

l consiglio comunale della città preferisce la sede di Linkedin

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Una guerra non solo online, ma anche a colpi di proprietà immobiliari per la conquista di Mountain View. Le aspirazioni di Google per una nuova sede a Mountain View si sono scontrate con il consiglio comunale della città che, a sorpresa, ha preferito Linkedin, concedendole un’area di 140.000 metri quadrati.

A Google sono stati assegnati solo 46.450 metri quadrati, ovvero lo spazio necessario per costruire solo uno dei quattro edifici che Google aveva progettato per l’area. «Per Linkedin - commenta il New York Times - si tratta di una vittoria simile a quella di Davide contro Golia, il risultato di un progetto ambizioso ma non troppo e con l’obiettivo di preservare la diversità delle attività, ovvero ridurre la dipendenza di Mountain View da Google». 

Così Romano Prodi ci ha fregato col Patto di Stabilità": il libro di Angelo Polimeno smaschera il Professore Romano Prodi

Libero


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Tra i padri dell'euro in Italia c'è lui, l'ineffabile Romano Prodi. Una verità storica, che tutti conoscono. Ma il Mortadella - e questo è un fatto che molti ignorano - è padre anche di quel Patto di Stabilità che oggi soffoca i Paesi di eurolandia in difficoltà, Italia in primis. Una responsabilità, quella dell'ex premier, che viene ricostruita per filo e per segno dal giornalista Rai Angelo Polimeno, che in un libro dal titolo Non chiamatelo euro (Mondadori, 154 pagine, 12 euro) ci spiega come Prodi, ai tempi, ci fregò due volte. Sull'euro e sui trattati di Maastricht in cui, appunto, venne messo nero su bianco il Patto di Stabilità.

La clausola - Era il 1992, erano gli anni del passaggio dalla prima alla seconda repubblica, quando nei patti di Maastricht fece capolino la prima bozza del patto di Stabilità. Polimeno spiega: "A fine anni Ottanta-inizio Novanta il governo Andreotti riuscì a ottenere che i parametri del trattato di Maastricht su deficit e debito venissero verificati con il criterio della tendenzialità".

Inoltre la prima versione del patto prevedeva (con lungimirante anticipo rispetto alla grande crisi di questi giorni) di sospendere i vincoli di bilancio in periodi particolarmente duri per le economie di un Paese. Il giornalista spiega che gran parte del merito per il successo dell'operazione fu di Guido Carli, allora ministro, che "godeva di grande credito in Germania" e che "spiegò al cancelliere Kohl che serviva gradualità nella riduzione del debito". La Francia era d'accordo e, aggiunge Polimeno, "aveva posto come condizione per l'adesione all'euro che anche l'Italia ne facesse parte. Parigi temeva la svalutazione della lira".

La menzogna di Prodi - Dunque, emendato e meno rigido, pur tra mille difficoltà il primo accordo entrò in vigore il 7 febbraio 1992. Principi giusti, ma tempi sbagliati: il mese successivo, infatti, sarebbe scoppiata Tangentopoli. La politica italiana e i suoi volti, ed è storia, sarebbero cambiati radicalmente. "Andreotti e Carli - riprende il racconto il giornalista - escono di scena. Le pressioni della Bundesbank riprendono fortissime. A questo punto Kohl lavora per convincere Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi per cambiare il criterio della tendenzialità e la sospensione".

E ci riesce. Con un aggravante: il cambiamento non avviene attraverso un nuovo trattato internazionale. Infatti "si ricorre a uno stratagemma, approvare un regolamento che non ha bisogno di passare né dal Parlamento né dal voto referendario. Il numero 1466 del '97, più conosciuto come Patto di stupidità". Già, "patto di Stupidità", come lo chiama oggi Prodi. Peccato, conclude Polimeno, che "prodi non ricorda mai di averlo firmato lui", quel patto scellerato.

E il vecchio barcone Nibbio torna a scorrere sul Naviglio

Corriere della sera
di Giacomo Valtolina

Trentasei anni dopo è tornato a navigare. Rotta verso il suo tradizionale ormeggio della Darsena. Trasportava fino a 130 tonnellate di sassi e ghiaia

All’improvviso, dai canali della cava Valentino spunta una sagoma silenziosa. «Arriva il barcùn! » strilla l’anziano del paese indicando verso Nord le acque che scendono dal Naviglio Grande. Castelletto di Cuggiono, frazione di 400 anime a due passi dal confine con il Piemonte, si scopre in festa. La barca - senza motore e mossa solo dalla corrente - è una vecchia conoscenza del Villoresi. Si chiama «Nibbio», targa 6L-3118, classe 1955, grossa bestia galleggiante, totalmente in ferro, da 30 tonnellate di peso, 37 metri di lunghezza e cinque di larghezza. Ultimo solco dei canali? In quel 1979 che qui sancì l’epilogo del trasporto via acqua.
Il 6 maggio, 36 anni dopo, il Nibbio è tornato a navigare. Rotta verso il suo tradizionale ormeggio della Darsena, una volta riconosciuto grazie al suo simbolo, un pallino giallo opaco che ne svelava la provenienza dalle cave di Cuggiono. Allora - quasi «sacro» - trasportava fino a 130 tonnellate di sassi e ghiaia sulle rotte che trasportarono anche i marmi di Candoglia, ad usum fabricae operis , con cui venne costruito il Duomo. Oggi - più «profano» - sosterà sei mesi nell’antico porto riaperto ospitando eventi, concerti e iniziative culturali. Meriti da dividere tra l’associazione Navigli Live, che ha avuto l’idea di far rivivere il Barcùn e le società di comunicazione Arti Minime e Blink che hanno trovato sponsor e denaro per un restauro conservativo - dati i vincoli della Soprintendenza - da cento mila euro.

Lungo il corso secolare, tortuoso fino Abbiategrasso e poi dritto verso Milano, la chiatta fluttua tra vegetazione e dimore patrizie. Dall’abbandonato Palazzo Necchi a Castelletto (con le sue scalinate, 365 finestre e i 12 balconi come i giorni e i mesi dell’anno) alle ville Gaia e Archinto di Robecco sul Naviglio. Senza carburanti né propulsori, liscia come se scivolasse sull’olio, zitta come una barca a vela. Giusto due gommoni aiutano nelle manovre per i chirurgici attraversamenti dei ponti a doppia arcata del Seicento, all’epoca infilati come fossero burro dall’abilità di una generazione di barcaioli.

Navigatori infaticabili e spericolati, di una razza ormai estinta. «Nessuno li sa più portare questi mezzi» spiega Matteo Garzonio, esperto di Navigli, che da tempo voleva ristrutturare il Barcùn per farne un «padiglione» cittadino sulla storia del Duomo durante Expo. Così ieri per una tratta è toccato a Enrico Colombo, ristoratore 50enne, figlio dell’ultimo timoniere Ermano, condurre l’imbarcazione a pochi nodi di velocità. «Era un lavoro spossante - spiega - che richiedeva grandi sacrifici». Ma soprattutto coraggio: «Pensate ai viaggi nelle nebbie di allora... Finire in acqua era un attimo».

In viaggio sul Barcun, la chiatta milanese

La visione del Barcùn ai pensionati sulle banchine dev’essere sembrato un tuffo nel passato. «Mi scende una lacrimuccia» giura un pensionato agli addetti del Consorzio Villoresi che sorvegliano il viaggio. Al timone c’è Antonio Parisi, napoletano tuttofare, comandante di yacht privati e restauratore d’imbarcazioni. Alle 19 di ieri ha portato il barcone alla Canottieri Olona, stamattina ormeggerà alla Darsena. «Mi aspettavo una traversata più complicata. Peccato solo per i ritardi burocratici. Noi eravamo pronti per la riapertura del 25 aprile». Soldi pubblici zero, spiega il coordinatore del progetto Simone Chiodo: «Il recupero non è costato un euro alla comunità. E gli eventi saranno gratuiti».

7 maggio 2015 | 10:21

La rom prova a rubare a due cinesi, ma viene massacrata di botte

Andrea Riva - Mar, 05/05/2015 - 19:30

Una ragazzina ha provato a derubare due donne cinesi che però l'hanno prontamente fermata e colpita con schiaffi e calci

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L'hanno bloccata e riempita di schiaffi e calci. Sono queste le immagini di un video, registrato nel 2013 a Milano e diventato virale in questi giorni. Il video mostra due ragazze cinesi, da poco derubate da una rom, che fermano la presunta ladra e poi la massacrano di botte per dieci minuti.

La rom prova a rubare alle cinesi e loro reagiscono così

Il video è stato girato a Milano, su un tram diretto, molto probabilmente, a Lanza. Per dieci minuti le ragazze invocano la polizia che, però, tarda a arrivare.

Sbarchi, l'altolà della Val d’Aosta: "Qui non accogliamo immigrati"

Sergio Rame - Mer, 06/05/2015 - 14:32

Alfano assegna 79 clandestini alla Valle d'Aosta. Ma la Regione chiude le porte: "Qui da noi non c'è posto". Si apre così un precedente

La Valle d'Aosta sbatte la porta in faccia ad Angelino Alfano.

Il ministero dell'interno avrebbe assegnato alla Regione a statuto speciale 79 immigrati. Un'accoglienza forzata che rientra nella disposizione dei 499 clandestini destinati anche alla Liguria e al Piemonte. Dopo aver effettuato "una ricerca di eventuali altri posti nei 74 Comuni della Regione", il governatore Augusto Rollandin, nelle sue funzioni prefettizie, ha fatto sapere alla direzione centrale dei servizi civili per l'immigrazione e l'asilo che la Valle d’Aosta si trova nella "assoluta impossibilità" a "garantire posti di accoglienza temporanea che rispondano a criteri di sostenibilità e di dignità, oltre ai 62 posti già occupati".

Non è la prima Regione a infischiarsene delle direttive di Alfano. I governatori leghisti, Luca Zaia e Roberto Maroni, avevano subito fatto presente al Viminale che non avrebbero accolto nemmeno un immigrato in più. Rollandin, però, è stato il primo a metterlo in pratica.

"Questo è un caso emblematico - ha raccontato ai microfoni di Radio Anch'io il prefetto Mario Morcone, capo dipartimento del ministero della Cooperazione internazione e Integrazione - ieri ho avuto una telefonata, anche abbastanza vivace, con il presidente della Regione Valle d'Aosta. Visto che esercita anche funzioni prefettizie, almeno per questa fettina di responsabilità, mi permetto di dire che è un collega, spero non si spiacerà. Abbiamo chiesto di accogliere 79 persone in Valle d'Aosta, su 74 Comuni. Significa una persona per Comune e tre ad Aosta". Ma non c'è stato niente da fare. "Abbiamo avuto una mail assolutamente di chiusura - ha concluso Morcone - credo questo sia profondamente sbagliato e che dia anche segnali sbagliati ai nostri cittadini".



Immigrati tra ville, verde e piscine: a Roma scoppia la rivolta

Sergio Rame - Mer, 06/05/2015 - 17:05

Si riaccende la tensione sociale. La Prefettura vuole piazzare 100 immigrati in una scuola. I residenti: "Non li vogliamo"

"I richiedenti asilo qui non li vogliamo". Sale la tensione a Casale San Nicola, quartiere residenziale della Roma bene a pochi passi dall'Olgiata, contro l'apertura di un nuovo centro di accoglienza per richiedenti asilo.

Ieri, durante un'affollata e tesa assemblea al circolo del tennis delle "Molette", i residenti hanno ribadito davanti agli amministratori dei due municipi, tra cui il presidente del XV Daniele Torquati, i timori per l’arrivo di un centinaio di rifugiati nel comprensorio di ville immerse nel verde abitato da professionisti, nobili e diplomatici.

"Abbiamo timori per la nostra sicurezza anche perché sullo status e l’identità di queste persone non ci sonocertezze", ha detto l'avvocato Gloria Conti, presidente del comitato cittadini di San Nicola, invitando la Prefettura ad assicurare che la struttura scelta, ossia la ex scuola "Socrate", possieda i requisiti per ospitare un centro del genere. "C’è l’acqua potabile? - ha chiesto - le fogne sono adeguate?". In un settore segnato dalle inchieste di Mafia capitale, la cooperativa che gestirà il centro, la "Isola Verde onlus", ha, infatti, già iniziato i lavori pur inassenza di un’assegnazione definitiva del bando.

All’incontro erano presenti anche i rappresentanti della "Isola Verde onlus". Che, però, sono stati duramente contestati. "Metteteli a casa vostra - hanno gridato in molti durante l’assembla - noi non li vogliamo". "A metà aprile abbiamo avuto una riunione in prefettura - ha assicurato la rappresentante della onlus, Michela Fagiolari - delle strutture che concorrevano per i 250 posti contenuti nel lotto 4 previsto dal bando, una è stata esclusa. 

Siamo sicuri di esserci per una questione numerica, per questo abbiamo cominciato i lavori di preparazione del centro". La Fagiolari ha assicurato di non trascurare la questione sicurezza: "Predisporremo telecamere e una navetta dal centro alla stazione". Ma i cittadini hanno annunciato l’attivazione di un presidio fisso per impedire che arrivino i rifugiati: "È una strada privata a uso pubblico, qui non entreranno".

"Quest’area appare totalmente inadeguata. Inoltre il municipio ha giàstrutture di questo genere con evidenti problematiche, e non se ne possono immaginare altre", ha commentato il consigliere comunale di Fratelli d'Italia, Lavinia Mennuni, annunciando interrogazioni in Campidoglio perché i cittadini vengano ascoltati. "Sono disposto a portarequalsiasi istanza sollevata dai cittadini all’attenzione del prefetto Gabrielli - ha detto il presidente del XV Municipio Torquati - ma sappiate che qualunque questione di tipo pseudo-razzista non sarà appoggiata per nulla".

I black bloc dopo l'assalto: "Così abbiamo fatto il c... alla polizia"

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 06/05/2015 - 10:36

ESCLUSIVA Due black bloc si vantano di aver devastato Milano "fregando" i poliziotti: li abbiamo registrati di nascosto


Liberi di girare in tram dopo aver devastato il centro di Milano travestiti da black bloc. Liberi di prendersi gioco della polizia davanti agli altri passeggeri. Spavaldi e incuranti di chi li sta ascoltando. Sono sicuri che nessuno li prenderà, perché sono stati dei "geni" a coprirsi con impermeabili neri e passamontagna per lanciare sassi e bombe incendiarie contro la polizia.
Due antagonisti sul tram 4 si raccontano dell'esperienza appena passata, dell'adrenalina, delle azioni di violenza, della Ketamina che fa "scatenare la bestia" che è in loro. Poi scendono alla fermata Niguarda. Tranquilli verso casa con i loro vestiti di tutti i giorni. Dopo aver beffato la polizia.

I black bloc: "Così abbiamo fatto il c... alla polizia"

La doppia vita di Fidel Castro: ​"Dirigeva il traffico di cocaina"

Andrea Indiano - Mer, 06/05/2015 - 13:01

L'ex guardia del corpo del Lider maximo si confessa in un libr

Qualche anno fa in un'intervista Fidel Castro affermò di vivere con 36 dollari al mese, un'esistenza frugale per rispettare l'idea di comunismo in cui crede.
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Tutto falso, a sentire l'ex guardia del corpo del Lider maximo che ora si confessa in un libro. Juan Reinaldo Sanchez ha dovuto aspettare di essere al sicuro negli Stati Uniti per poter scrivere tutto ciò cui aveva assistito negli anni al fianco del presidente cubano.

“La doppia vita di Fidel Castro” così si intitola il libro che già dal titolo lascia intendere i segreti rivelati sull'importante uomo politico. Sanchez afferma che Castro è in controllo del traffico di droga da Cuba verso gli Stati Uniti. “I vari trafficanti che smerciano cocaina e marijuana verso la Florida devono sempre riportare tutto a Fidel – scrive l'ex bodyguard, che aveva anche il grado militare di colonnello nell'esercito locale – una volta mi capitò di intercettare una conversazione fra il presidente e un alto generale. Discutevano sulle spartizioni da dare agli spacciatori e di come premiare quelli che avevano portato i migliori profitti nelle loro tasche”.

Deluso dal comportamento del suo capo, Sanchez restò ancora più sconvolto quando, dopo la fuga di suo fratello, fu portato in prigione. “Non ebbe nessun rispetto per me nonostante avessi servito al suo fianco per quasi vent'anni e avessi sempre tenuto nascoste le sue attività illecite. Sono stato tre mesi in prigione perdendo quasi venti chili” ha detto Sanchez che solo nel 1998 riuscì a scappare da Cuba e rifugiarsi in Messico. Da lì poi si è trasferito negli USA. Anche le storie sulla presunta vita di stenti del presidente di Cuba sono fandonie, a sentire l'ex guardia del corpo.“Castro possiede almeno venti ville di lusso a L'Havana e dintorni, alcune con piscine e ogni genere di lusso.

Fa una vita che molti cubani possono solo sognare, costretti alla povertà per via delle sue leggi – continua Sanchez – nella sua villa ho visto mobili in avorio arrivati direttamente dell'Angola e scatole piene di diamanti. Ha anche uno yacht di lusso, l'Aquarama, comprato con i guadagni fatti col traffico di droga”. Castro si disse molto risentito quando il magazine Forbes lo inserì nella lista dei dieci “dittatori” più ricchi al mondo. In seguito a quell'articolo dichiarò di vivere come molti cubani con soli 900 pesos al mese, circa 36 dollari e di abitare in un appartamento di media grandezza a L'Havana. “Non è vero: lui riceve visite in quella casa per far credere di condurre una vita normale, ma in realtà abita in un'enorme villa fuori città” spiega Sanchez nel suo libro che sicuramente darà un forte scossone all'immagine rivoluzionaria e proletaria di Fidel Castro. Andrea Indiano

Arriva l'emoticon con il dito medio alzato

Chiara Sarra - Mer, 06/05/2015 - 10:53

Microsoft anticipa tutti e lancia l'emoticon irriverente

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Arriva l'emoticon che molti attendevano: un irriverente e decisamente poco politically correct dito medio alzato (ma in tutti i colori di pelle, dal bianco candido al nero). È l'emoticon che debutterà nei prossimi mesi su Windows 10. Microsoft sarà quindi la prima a lanciare un'icona del genere, assente sia sui sistemi iOs sia su quelli Android. L’emoji del dito medio è stata in realtà già approvata come parte del sistema di codifica Unicode 7 a metà 2014 ma finora non era mai stata presa in considerazione.

La maschera di Napoleone esposta al Grenoble. «Quel calco testimonia il legame con la Francia»

Corriere del Mezzogiorno
di Marco Molino

Francesco Carlo Antommarchi, medico personale di Bonaparte, decise di conservare per i posteri l’ultima immagine dell’ex imperatore



«Ei fu…» proprio ieri. O meglio, il cinque maggio di centonovantaquattroanni fa. Poco dopo che Napoleone Bonaparte ebbe esalato l’ultimo respiro nella remota isola di sant’Elena, il suo medico personale, Francesco Carlo Antommarchi, decise di conservare per i posteri l’ultima immagine dell’ex imperatore. Realizzò quindi una maschera funeraria, da cui ricavò (forse) anche alcune copie. Uno di questi preziosissimi cimeli è stato ritrovato tempo fa a Napoli nell’atelier vomerese dello scultore Luigi Mazzella (una storia rocambolesca raccontata dal Corriere del Mezzogiorno ) e ieri l’Istituto francese Grenoble lo ha esposto per celebrare degnamente l’anniversario della morte del generale corso.


La maschera di Napoleone esposta al Grenoble
La maschera di Napoleone esposta al Grenoble 
La maschera di Napoleone esposta al Grenoble 
La maschera di Napoleone esposta al Grenoble
Dal gesso consumato emerge un volto affilato e sofferente, privo di forze, sul quale si legge la solitudine degli ultimi istanti di vita. Il calco, identico a quello custodito nel Musèe de l’Armèe di Parigi, presenta in basso la firma di Antommarchi. «Gli studiosi dicono che di copie in giro per il mondo ce ne dovrebbero essere numerose, tra autentiche e non, ma la questione presenta ancora lati oscuri», dice Christian Thimonier, console di Francia a Napoli e direttore del Grenoble. «Questa è comunque la città delle sorprese: nessuno poteva immaginare che dal deposito del Mazzella potesse spuntare un oggetto di tale valore».
Verso la fine degli anni ’40, lo scultore Ennio Tomai aveva regalato la maschera al suo discepolo che poi l’aveva dimenticata, considerandola un oggetto di poco valore. «E invece io credo che la sua importanza sia doppia – aggiunge Thimonier - sia dal punto di vista storico scientifico, visto che potrebbe trattarsi di uno dei calchi originali presi dal medico di Bonaparte. Sia perché consolida la cultura francese a Napoli, presente non solo con il decennio di Murat, ma da molto tempo prima con i normanni e gli angioini. Le forme gotiche di alcune chiese del tempo, come Sant’Eligio Maggiore, mi fanno quasi sentire a casa».
Gli anni intensi di Gioacchino Murat hanno comunque rinsaldato definitivamente il legame tra la capitale del Mezzogiorno e il Paese transalpino. «Quel periodo – spiega il console – è stato certo caratterizzato anche dalla violenza, ma ha lasciato un’impronta importante sotto il profilo delle riforme, gettando i semi di una visione illuminista della società. Non a caso questo avvenimento introduce il bicentenario del decennio francese a Napoli, ricco di mostre, convegni e percorsi tematici». Insomma, a parte la maschera, Napoleone non è mai stato così vivo in riva al golfo.