sabato 9 maggio 2015

Bolzano, profughi in rivolta: "Vogliamo almeno un autista e i soldi promessi dall'Italia"

Matteo Carnieletto - Sab, 09/05/2015 - 16:34

Gli immigrati ospitati all'hotel Alpi si lamentano: "Lo Stato italiano aveva promesso di darci regolarmente dei soldi. Ma questo non sta accadendo"

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Il governo Renzi ha appena inviato 50 profughi, che vanno a rimpolpare il numero di immigrati presentii all'interno dell'hotel Alpi a Bolzano. I neoarrivati, però, non sembrano affatto gradire questa sistemazione e vorrebbero molto di più. Proprio in queste ore ha cominciato a circolare in rete un video che mostra un profugo lamentarsi perché non riceve i soldi promessi dal governo: "Lo Stato italiano aveva promesso di darci regolarmente dei soldi. Questo non sta accadendo o molto spesso i soldi ci arrivano in grande ritardo. In questo mese per esempio non ci sono stati dati. E non capiamo qual è il problema".

Un altro profugo, invece, si lamenta del fatto che debba camminare dall'ex hotel Alpi fino all'ex caserma Gorio per poter pranzare: "Immaginatevi che siamo costretti a camminare fin qui per ogni pasto e per ogni cena. Ogni volta devo percorrere tutto questo spazio a piedi".

Roma, la casta degli zingari: per ogni famiglia 2750 euro al mese

Libero

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Mantenere una famiglia rom in un Centro di raccolta della capitale costa al Comune di Roma circa 33mila euro l'anno, pari a 2.750 euro al mese a nucleo famigliare. Quasi il triplo rispetto all’assistenza domiciliare garantita dal Campidoglio a un disabile invalido al cento per cento, che percepisce tra gli 850 e i 900 euro mensili di rimborsi con cui pagare il proprio badante, che spesso non arrivano a coprire nemmeno tutte le spese.

Continuano a infiammare la polemica politica i dati svelati dal Rapporto Centri di Raccolta s.p.a. stilato dall’Associazione 21 Luglio e presentato mercoledì in Campidoglio, secondo cui «il sistema dell’accoglienza per soli rom a Roma vale 8 milioni, una cifra superiore del 30% rispetto allo scorso anno: è quanto ha speso il Comune di Roma nel 2014 per segregare e violare i diritti umani di 242 famiglie rom nei cosiddetti «centri di raccolta».

Il primo a denunciare questo «strabismo» dei fondi, destinati con profusione ai nomadi rispetto ai tagli subiti dai portatori di handicap, è il capogruppo della lista Marchini, Alessandro Onorato. Che in un post pubblicato su Facebook, picchia duro: «Nel 2014 Ignazio Marino ha fatto spendere al Comune di Roma 33mila euro l’anno per ogni famiglia Rom. Una vergogna ancora più grande se pensiamo che una famiglia che ha un bambino autistico o con una malattia gravemente invalidante percepisce al massimo 500 euro al mese». Dopo l’ultima proposta dell’assessore alle Politiche sociali Francesca Danese di destinare il bonus Casa

anche ai Rom, Onorato annuncia che «a breve la lista Marchini presenterà una delibera per indicare percorsi alternativi», sul superamento dei Centri di raccolta. Che, secondo il consigliere, stanno diventando un grimaldello per creare pericolosi percorsi privilegiati anche all’interno della Pubblica amministrazione: «Mesi fa la giunta Marino ha fatto un bando da 300mila euro in cui si conferisce un punteggio più elevato alle Coop che assumono Rom per ripulire i campi nomadi. Così, oltre a discriminare i disoccupati romani, si premiano gli artefici stessi del degrado dei campi».

Dopo la sparata dell’assessore Danese sul bonus Casa, furenti anche le associazioni dei disabili, che si vedono tagliare i fondi per servizi come trasporto, laboratori e attività sociali. «A me, disabile al 100% su sedia a rotelle, il Comune garantisce 900 euro al mese di assistenza domiciliare per la badante, che però mi costa complessivamente 1.479 euro» spiega Roberta Sibaud, vicepresidente della Consulta Handicap di un Municipio. Più duri i commenti su Facebook dei romani, stufi di vedere spuntare insediamenti Rom o centri per rifugiati, che stanno per riversarsi anche in zone residenziali come l’Olgiata (Roma Nord). «Ho incontrato in XV Municipio il prefetto Gabrielli, disponibile a valutare un sito alternativo per accogliere i

cento rifugiati in arrivo, destinati nell’ex Scuola privata Socrate in località San Nicola», commenta la consigliera Lavinia Mennuni. «Siamo contrari alla realizzazione di un centro di accoglienza a San Nicola: come Fdi-An non vogliamo che questa operazione porti altro disagio, emarginazione sociale e povertà». E se il prefetto annuncia l’arrivo di altri 2mila richiedenti asilo, l’assessore Danese cerca di arginare l’emergenza dopo l’incontro di ieri tra Viminale, Comuni e Regioni sull’emergenza immigrazione: «Roma accoglie già oltre 10mila richiedenti asilo. Con tutta l’area metropolitana si arriva a 66mila totali. Questi numeri non possono consentire ulteriori aggravi. Abbiamo raggiunto il nostro tetto».

di Beatrice Nencha




Vicenza, il cartello nel condominio: "Se vedete uno zingaro sparate a vista"
Libero


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"Abbiamo visto zingari girare per le strade e guardare dentro le finestre per rubare in casa. Sparate a vista che poi arriviamo". Così un (folle) cartello apparso nella mattinata di mercoledì 18 febbraio in un condominio di Vicenza. Chiarissimo lo sconcertante appello: se vedete uno "zingaro", sparate a vista. La notizia è stata riferita da vicenzatoday.it dopo la segnalazione di un lettore. Il foglio, stampato al computer e attaccato con del nastro adesivo nero a un muro, è apparso in una palazzina in via Saudino, in zona Santa Bertilla. Non si può escludere che si trattasse di uno scherzo, di sicuro di pessimo gusto. Il punto è che a Vicenza e nei dintorni, negli ultimi tempi, le tensioni tra i residenti e la comunità rom sono alle stelle: soltanto pochi giorni fa, infatti, è avvenuta la sparatoria a Nanto tra il benzinaio Stacchio e un rapinatore sinti.

Busto Arsizio, soldi per aiutare i profughi: loro li spendono in scommesse

Libero

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«Quell’incontro è una presa in giro». Roberto Maroni, presidente di Regione Lombardia, non le manda certo a dire, nemmeno al ministro Alfano. Così, ieri, ha fatto sapere che lui al vertice istituzionale per l’accoglienza dei profughi proprio non ci avrebbe messo piede: a rappresentare la Rosa Camuna sono stati gli assessori Bordonali e Garavaglia, ma il vertice del Pirellone proprio no. Il motivo? «Ci convocano per decidere come distribuire i clandestini e poi, due giorni prima, fanno una circolare che ordina ai prefetti di assegnarli». Come a dire, appunto, ci prendono per i fondelli.

E intanto scoppia la polemica sulle politiche di integrazione made in Italy. Nel senso: molti degli immigrati che sbarcano in Sicilia e poi arrivano (anche) in Lombardia usano gli aiuti giornalieri che ricevono per scommettere sulle partite di calcio. O per giocare al Lotto. Più raramente per sfidare la dea bendata con un gratta&vinci. Sì, perché il governo dà loro un tetto sotto cui stare, servizi per integrarsi e qualche spiccio per far fronte alle spese quotidiane. Giusto aiutare chi ha bisogno.

Eppure a Busto Arsizio succede che quella paghetta giornaliera (non è molto: meno di tre euro) non venga sempre usata per prendere qualche bene di prima necessità. Nossignori. Viene investita in ricevitoria. Se ne è accorto Giampiero Reguzzoni, vicesindaco della città in quota Lega Nord, una mattina facendo colazione al bar. «Li ho visti lì», racconta: «Io bevevo il caffè e intanto c’erano quattro o cinque profughi che scommettevano». Allora li ha seguiti e si è ritrovato di fronte alla palazzina che, a Busto, ospita proprio loro: i migranti dell’emergenza sbarchi.

Non succede solo in provincia. Il dubbio è che accada anche a Milano, basta fare un giro per le lottomatiche e i botteghini. Ne abbiamo girati dodici dal centro di Milano a Loreto. E tutti i gestori confermano che sono molti i clienti stranieri. Chi sono? «Per lo più uomini, intorno alla quarantina, africani o comunque di Paesi arabi: spendono due o tre euro alla volta» racconta qualcuno. E, guarda caso, quella è proprio la cifra che ricevono quotidianamente a titolo di aiuto. «Come fai a sgamarli, non siamo mica tenuti a chiedere i documenti», taglia corto un altro. «È comunque gente che gioca pochi spicci e non con regolarità», chiosa un terzo. L’identikit, insomma, sembra proprio combaciare.

Va detto, non c’è nulla di irregolare. Per scommettere o comprare un gratta&vinci non serve un documento d’identità. E i profughi non fanno eccezione: possono disporre di quella piccola somma come meglio credono. Certo, però, la fila al botteghino per fare una puntata al Lotto lascia perplessi. Soprattutto se si pensa ai soldi stanziati dal governo per far fronte a quelli che si pensa siano bisogni dei profughi un po’ più impellenti. «Se venisse provato, sarebbe l’ennesima dimostrazione che non dovremmo dar loro nemmeno un euro», commenta Igor Iezzi, consigliere comunale per il Carroccio a Palazzo Marino: «Quelli sono soldi sprecati, che potremmo usare diversamente, magari per i milanesi in difficoltà che certo non li userebbe per scommettere sulle partite di calcio».

di Claudia Osmetti

Orlandi, amico di Emanuela disse: «Se parlo mi ammazzano»

Corriere della sera
di Fabrizio Peronaci

Dalla richiesta di archiviazione spunta un testimone, coetaneo della ragazza rapita, che fu vittima di minacce e intimidazioni. Ha 47 anni e si chiama Pierluigi, come il primo telefonista alla famiglia e come un monsignore, citato dal fotografo indagato

1 Sequestro Orlandi-Gregori, a tre giorni dalla richiesta di archiviazione, che ha provocato una profonda frattura tra il procuratore Giuseppe Pignatone (firmatario dell’atto) e l’aggiunto Giancarlo Capaldo (ex titolare dall’inchiesta), emergono altri elementi che sembrano spiegare lo scontro in corso. Uno tra tutti: chi interrogare, ed eventualmente sottoporre ad indagine, per accertare le tragiche vicende del 1983? Di certo, questo è stato un nodo cruciale dell’istruttoria. Capaldo a fine 2013 era orientato ad ascoltare due alti prelati, ma le rogatorie non partirono. Ora, emerge un altro nome, quello di un ragazzo all’epoca amico della «ragazza con la fascetta», che nel frattempo si è trasferito all’estero con la famiglia e sembrerebbe essere stato a conoscenza di fatti rilevanti e inquietanti.
Emanuela e Mirella, ecco la ricostruzione minuto per minuto Emanuela e Mirella, ecco la ricostruzione minuto per minuto
Emanuela e Mirella, ecco la ricostruzione minuto per minuto 
Emanuela e Mirella, ecco la ricostruzione minuto per minuto
Chiamò Telefono Giallo, era terrorizzato
Corrado Augias,  ideatore e conduttore di Telefono GialloCorrado Augias, ideatore e conduttore di Telefono Giallo

La novità (mai emersa) è contenuta nella richiesta di archiviazione che Capaldo si è rifiutato di firmare. «Il 27 ottobre 1987 nella prima telefonata pervenuta alla redazione della trasmissione Telefono Giallo un uomo disse: “Sono Pierluigi, se parlo mi ammazzano”. Il fatto appariva al giudice istruttore meritevole di approfondimento... La persona fu identificata in Pierluigi Magnesio, probabilmente da identificarsi con il cittadino vaticano e amico di Emanuela Orlandi, nato il 18 gennaio 1968». Riportata per la prima volta oggi su un atto ufficiale, la circostanza non pare di poco conto: paradossalmente la richiesta di archiviazione

fornisce infatti un elemento importantissimo per tentare di giungere alla verità, dal momento che viene rivelata l’identità di una persona (oggi 47 enne) che quattro anni dopo i fatti (essendo già maggiorenne) si sentiva in pericolo di vita proprio in relazione al rapimento della figlia del messo pontificio. All’epoca, più che approfondire i motivi della paura per le intimidazioni ricevute (cosa aveva saputo Magnesio sulla Orlandi?), si preferì lavorare in un’altra direzione: verificare, cioè, se quel Pierluigi che chiamò in Rai era lo stesso «Pierluigi» che il 25 giugno 1983 (tre giorni dopo la scomparsa) telefonò a casa della quindicenne. Un accertamento risolto con un nulla di fatto, anche perché la chiamata non era stata registrata.
I dubbi rimasti in sospeso
Il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo CapaldoIl procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo

La vera domanda a Magnesio, però, da quanto risulta nella richiesta di archiviazione non fu mai posta. Perché a Telefono Giallo pronunciò la frase (registrata) «se parlo mi ammazzano»? Per caso conosceva i rapitori? Era stato coinvolto in qualche modo? Emanuela gli aveva confidato qualcosa? Potrebbero esserci diverse valutazioni anche sulla «gestione» di questo fondamentale testimone, insomma, alla base del duro scontro tra Pignatone e Capaldo. Anche perché, e qui entra in gioco il fotografo Marco Fassoni Accetti, indagato nel 2013 dopo essersi autoaccusato di aver partecipato al duplice sequestro Orlandi-Gregori, il nome «Pierluigi» può alimentare ulteriori spunti investigativi.
Il monsignore amico del cardinale Casaroli
Lo stesso Fassoni Accetti ha infatti dichiarato che il suo gruppo (laici ed ecclesiastici favorevoli alla Ostpolitik del cardinale Casaroli, in contrasto con il fermo anticomunismo di papa Wojtyla) scelse di battezzare come «Pierluigi» il telefonista che contattò casa Orlandi per mandare un messaggio in codice alla fazione opposta: il nome avrebbe richiamato quello di una nota personalità , monsignor Pierluigi Celata, stretto collaboratore di Casaroli, nonché in anni passati (ecco la connessione) direttore del San Giuseppe De Merode, il collegio frequentato alle scuole medie dall’indagato.

«Sono Pierluigi, vostra figlia è stata vista a Campo de’ Fiori, vendeva collanine e aveva con sé il flauto...», disse l’inquietante personaggio allo zio di Emanuela. Con quel nome, sostiene Fassoni Accetti, i sequestratori intendevano «firmare» l’azione, alla quale far seguire i ricatti (sottotraccia, con telefonate riservate) legati alla politica estera vaticana e alla gestione dello Ior targato Marcinkus. Ora, nella «saga dei Pierluigi», ne è spuntato un altro, chissà quanto in grado di rivelare retroscena importanti, magari risolutivi.

7 maggio 2015 | 21:13

Classe dirigente

La Stampa
massimo gramellini

A poche ore dalla proclamazione dei risultati, in Gran Bretagna i tre leader sconfitti si sono dimessi e quello vittorioso ha già ricevuto l’incarico (reincarico, nel suo caso) dalla Regina. Se fosse solo un problema di leggi, anche noi col brutale Italicum potremmo presto vantare lo stesso genere di chiarezza istituzionale. In realtà le leggi contano molto meno dei caratteri e delle consuetudini. Nemmeno il più perfetto dei sistemi metterà mai un italiano nelle condizioni di accettare l’esito del voto o indurrà gli sconfitti a dimettersi, dichiarandosi sconfitti anziché «non vincitori». E neanche la più straordinaria riforma costituzionale potrà bonificare la vergogna della composizione delle liste elettorali, che attingono a un personale politico scadente e spesso impresentabile. 

L’infornata delle imminenti Regionali sembra un trattato sociologico sugli orrori della società: si va dal postfascista non pentito all’ex leghista che chiama i gay «culattoni», dal candidato in odore di camorra all’amico di Cosentino nella cui abitazione al momento dell’arresto fu trovato un fucile calibro 12. Se poi si pensa che tutti questi begli esemplari convivono nello stesso partito e che questo partito è quello che esprime un presidente del Consiglio che ha messo la trasparenza e il merito ai primi posti del suo programma, ci sarebbe da chiedere asilo politico alla Regina. O più banalmente da chiedere a Renzi, della cui buona fede resto convinto, di porre mano ai criteri di selezione della nuova classe dirigente, perché un baraccone zavorrato da mediocri, riciclati e inquisiti rischia di mandare a fondo noi, ma anche lui.

Io li chiamo culattoni”. Ex leghista omofobo candidato con il PD della Moretti in Veneto

L’espresso
di Simone Alliva

Ci sono un po' tutti nelle coalizioni di centrosinistra per le regionali del prossimo 31 maggio. E dopo Carlo Aveta in Campania (difensore delle leggi razziali), spunta al nord l'ex bossiano di ferro Santino Bozza. Che si vantava: «A me i gay non piacciono, sono diversi. Purtroppo esistono»

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Insieme per il cambiamento e per l’Italia. Tutti quanti e nessuno escluso. Ex leghisti e ex fascisti, storicamente omofobi, candidati nel segno del renzismo. Un PD transgenico del secondo tipo attraversa l’Italia, dal Veneto alla Campania. Le coalizioni di centrosinistra alle prossime elezioni regionali presentano tra le loro fila candidati che mettono in imbarazzo il Partito Democratico che in questi giorni si appresta a discutere il ddl Cirinnà sulle Unioni Civili in Parlamento.

Si parte dal nord: in Veneto il Pd ha schierato Alessandra Moretti nella speranza di vincere sul territorio leghista, lacerato tra i lombardi di Salvini che sostengono il governatore uscente Luca Zaia e il veneto Flavio Tosi che va al voto da solo. Ma proprio tra candidati al consiglio regionale che sostengono Ladylike spunta il nome di Santino Bozza, per la lista “Uniti per il Progetto Veneto autonomo'. Bossiano di ferro ed ex consigliere regionale del Veneto della Lega Nord, Bozza è noto alle cronache per le sue uscite omofobe verso la comunità gay: "Da noi in Veneto si chiamano culattoni" aveva affermato nel 2012 ai microfoni della trasmissione radiofonica la Zanzara. "Non conosco la parola gay, io li chiamo culattoni. Gay è in inglese, io non conosco l’inglese.

Qui in Veneto li chiamiamo culattoni. A me i gay non piacciono, se me li trovo vicino mi stacco di qualche metro. Sono diversi. Purtroppo esistono, sono malati, sbullonati". La candidata Moretti, sommersa ieri dalle critiche da parte della comunità LGBT, si è così giustificata: “Bozza è candidato nella lista "Veneto Autonomo", ma le posizioni sui diritti civili sono espresse dall'intera coalizione”. Ma sul sito, a sette mesi dalla candidatura, il programma sui diritti manca. Stando a quanto dichiarato dall’eurodeputata saranno presentati lunedì i suoi impegni sul tema. Riecheggiano però parole dell’ex leghista sulle coppie omosessuali: “E se avessi avuto un figlio gay. Lo avrei curato, lo avrei portato anche a donne personalmente. Se avessi avuto una figlia donna, avrei fatto la stessa cosa, le avrei insegnato l’educazione sessuale”

Una storia molto simile in Campania, dove a marciare contro i gay è il candidato al consiglio regionale in sostegno al candidato presidente del Pd Vincenzo De Luca, si chiama Carlo Aveta che sul suo profilo facebook scrive: “Si può ancora dire in un paese "libero e democratico" che questi mi fanno schifo?" riferendosi nel 2014, durante la stagione dei Pride, a una foto dell’evento. Il curriculum del politico campano candidato con la lista Campania in rete, spicca per essere la coalizione del centro sinistra: Alleanza Nazionale e poi ne La Destra di Storace e difensore del ventennio fascista, almeno "fino al 1938" (cioè fino all'approvazione leggi razziali). Rispondendo alle recenti accuse di omofobia trasmissione. Radio Club 91, durante la trasmissione "I Radioattivi” ha precisato la sua posizione su Radio Club 91: "Se chiediamo a 10 italiani se si indignano di vedere persone nude che si baciano, probabilmente 9 su 10 la pensano come me".

Mentre De Luca minimizza la vicenda “Sciocchezze di Aveta ma una brava persona”.
Monta il malumore tra la comunità LGBT, Flavio Romani, Presidente di Arcigay trova “inammissibile l’incompetenza con cui trattano un tema come l’omofobia ed è avvilente che due personaggi che aspirano a cariche pubbliche facciano spallucce davanti a prese di posizione che lacerano il tessuto sociale e offendono cittadine e cittadini”.

Ma anche all’interno dello stesso PD l’imbarazzo è palese; Daniele Viotti, parlamentare europeo Pd,  ha dichiarato: “Matteo Renzi deve intervenire, sia come segretario del Partito Democratico, sia come Presidente del Consiglio.  Stare zitto su questo argomento vuol dire ledere la dignità di tutte le persone gay e lesbiche di questo paese, alla loro famiglie e a tutto l’elettorato laico e progressista di questo paese”.

Il diritto all’oblio sbarca in Senato

La Stampa

Nuove regole per il sito internet in merito alle istanze concernenti i dati personali contenuti negli atti parlamentari



Il diritto all’oblio sbarca in Senato. E così, d’ora in poi sul sito internet di Palazzo Madama ci sarà la possibilità di non rendere visibili i dati di cittadini coinvolti in vicende oggetto di interpellante e interrogazioni che, prosciolti da ogni responsabilità, non vogliono vedere costantemente riproposto sulla rete il loro nome collegato proprio al fatto in questione. Sarà il consiglio di presidenza del Senato a valutare le istanze che arriveranno. 

Il Consiglio di Presidenza di Palazzo Madama ha approvato, si legge, infatti, in una nota, nella riunione di ieri, le proposte del «Gruppo di lavoro per l’esame delle istanze concernenti dati personali contenuti in atti parlamentari del Senato». Il Gruppo è presieduto dalla Vice Presidente Linda Lanzillotta ed è composto dai Senatori Questori Antonio De Poli, Laura Bottici e Lucio Malan, dai Senatori Segretari Rosa Maria Di Giorgi, Antonio Gentile, Hans Berger, Lucio Barani, Alessia Petraglia e Raffaele Volpi. «Compito del Gruppo è esaminare le istanze presentate dai cittadini che chiedono un diverso trattamento dei dati che li riguardano all’interno, ad esempio, delle interrogazioni parlamentari pubblicate nel sito del Senato. 

Dopo aver esaminato le singole istanze, il Gruppo di lavoro riferisce al Consiglio di Presidenza che adotta la decisione finale. Quest’ultima non può in alcun caso comportare la cancellazione o la modifica di atti parlamentari, ma solo l’adozione di misure informatiche finalizzate alla deindicizzazione dei documenti nell’ambito dei comuni motori di ricerca (a partire dal più importante, cioè Google). L’obiettivo, in altre parole, è far sì che i motori di ricerca non elenchino, nei risultati delle ricerche compiute dagli utenti, quegli atti parlamentari oggetto delle richieste accolte dal Senato, viene spiegato.

Dopo le decisioni adottate ieri, «la pubblicazione nel sito www.senato.it di atti di sindacato ispettivo potrà essere integrata - su domanda dei cittadini interessati, ove accolta dal Consiglio di Presidenza - con la risposta del Governo che dichiara l’infondatezza delle informazioni riportate ovvero con l’aggiunta di altri documenti istituzionali dai quali risulti in maniera inequivoca il vero esito della vicenda oggetto del sindacato ispettivo», si legge ancora. 

«Il Consiglio di Presidenza ha anche deciso l’ammissibilità delle richieste riguardanti atti delle Commissioni d’inchiesta, finora del tutto escluse dalla procedura del diritto all’oblio: d’ora in poi, le domande dei singoli cittadini verranno accolte, d’intesa con la Camera dei deputati, nei casi in cui siano presenti esigenze di sicurezza della persona. Infine, conformemente a quanto già prevede la normativa della Camera, è stato deciso che le istanze non potranno essere presentate prima che siano trascorsi almeno tre anni dalla pubblicazione degli atti parlamentari ai quali si riferiscono», conclude. Tutte le regole in materia di diritto all’oblio saranno pubblicate nel sito del Senato.



Diritto all’oblio, dopo Google in campo anche Microsoft e Yahoo
La Stampa

Le due compagnie sono al lavoro per ottemperare alla sentenza della Corte di Giustizia europea che garantisce il diritto a vedere cancellati sui motori di ricerca i link a notizie su una persona ritenute «inadeguate o non più pertinenti»

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Dopo Google, anche Microsoft e Yahoo sono alle prese con il diritto all’oblio, la norma Ue che consente ai cittadini europei di essere dimenticati sul web, chiedendo la rimozione di vecchie notizie che li riguardano dai risultati delle ricerche sul web. Le due compagnie sono infatti al lavoro per ottemperare alla sentenza pronunciata il 13 maggio scorso dalla Corte di Giustizia europea, che garantisce il diritto a vedere cancellati sui motori di ricerca i link a notizie su una persona ritenute «inadeguate o non più pertinenti». Il problema, per le internet company statunitensi che si trovano a dover valutare le richieste degli europei, non è di poco conto: trovare un equilibrio tra il diritto alla privacy e quello ad essere informati.

«Valuteremo attentamente ogni richiesta con l’obiettivo di bilanciare il diritto dei cittadini alla privacy con il diritto all’informazione», ha detto un portavoce di Yahoo secondo quanto riportato dal Wsj. Dichiarazioni simili sono venute da Microsoft: «Il nostro obiettivo è trovare un equilibrio soddisfacente tra l’interesse individuale alla privacy e l’interesse pubblico nella libera espressione».

Capire come bilanciare i due diritti in campo è anche il problema di Google, che ha creato un Comitato consultivo ad hoc dando vita a diversi meeting con esperti nelle città europee. Da giugno Big G ha rimosso 208mila link dai risultati del suo motore di ricerca, a fronte di 602mila richieste (erano 120mila meno di due mesi fa). La compagnia ha negato 294mila rimozioni e deve ancora decidere su poco meno di 100mila richieste.

A chiarire il modus operandi per applicare la norma Ue dovrebbero essere le linee guida elaborate la settimana scorsa dal gruppo dei garanti della privacy europei, che però come primo risultato hanno avuto quello di acuire la tensione tra Bruxelles e Washington, già alta dopo la risoluzione del Parlamento Ue sul mercato unico digitale, le inchieste sui motori di ricerca e la separazione delle attività di Google.

Nelle linee guida il diritto all’oblio punta ad essere globale. Si prevede infatti che la cancellazione delle notizie debba avvenire su tutti i domini, quindi anche quelli .com e non solo quelli europei come .it o .fr. I garanti hanno anche deciso che se un motore di ricerca, dopo aver fatto le sue valutazioni, non provvede a rispondere alla richiesta di oblio, il garante nazionale può `costringerlo´ alla cancellazione. 

Rolex batte il «black bloc» Renzi

Il Giornale

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Rolex ha battuto, per un giorno, l’ipertrofia mediatica del premier Matteo Renzi. La dura presa di posizione contro l’improvvida associazione tra i manifestanti «black bloc» del No Expo Day e l’azienda svizzera produttrice di orologi  di lusso fatta qualche giorno fa dal presidente del Consiglio ha ottenuto la massima risonanza. Oggi sul web ci sono centinaia di articoli che associano Rolex a No Expo e l’hashtag #Rolex è il primo trending topic su Twitter Italia. Nell’ultimo giorno si contano 2.000 tweet sul caso, mentre nei giorni precedenti la media normale su #Rolex si attestava sui 500 tweet.

Rolex - lettera a renzi

Merito della lettera aperta pubblicata a pagamento sui maggiori quotidiani dall’ad di Rolex Italia, Gianpaolo Marini, che ha stigmatizzato la faciloneria con cui Renzi e il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha definito i black bloc «teppistelli col Rolex». Reputation Manager, principale istituto italiano nell’analisi e misurazione della reputazione online dei brand e delle figure di rilievo pubblico, ha analizzato gli impatti del caso sul web, e soprattutto in relazione al tema della reputazione del brand. Il punto di partenza è rappresentato dalla volontà del manager di evitare l’associazione primaria tra gli antagonisti e lo status privilegiato di «figli di papà», cioè benestanti con un orologio che costa migliaia di euro che per noia sfasciano le vetrine e devastano le città.

Rolex - black bloc
La polemica è stata originata dalla foto di una manifestante No Expo scattata mentre imbrattava una banca con due bombolette spray durante gli scontri a Milano ha scatenato non poche polemiche. Postata da un antagonista su Facebook, l’immagine ritrae la ragazza con il volto coperto e soprattutto con un orologio al polso che ad alcuni era parso essere un Rolex. L’azienda elvetica è stata menzionata come simbolo di questo status anche se il fatto che l’orologio sia realmente un Rolex è peraltro tutta da dimostrare. La sfiducia di Rolex a Renzi, evidenziata oggi dal Giornale in prima pagina, è soprattutto l’indignazione di Marini che ha espresso «profondo rincrescimento e disappunto per l’associazione fra la condizione di “distruttori di vetrine” ed il fatto di portare un orologio Rolex al polso». Una cialtroneria tutta renziana ad uso e consumo della cialtronaggine italiana.

Ma Wall & Street, come blog economico-finanziario, vuole soffermarsi sull’aspetto socio-economico del caso Rolex. Protestando formalmente, l’azienda elvetica (che comunque è un brand notissimo)  è uscita dal cono d’ombra tipico degli status symbol (chi li possiede non li ostenta e chi li produce vive questa esclusività in comunione con la propria clientela, basti pensare alla Ferrari, ad esempio). Ed è andata a scontrarsi con un’opinione pubblica italiana, ideologicamente orientata in maniera negativa verso tutto ciò che è indice di un reddito elevato. Per l’italiano medio, in genere, chi è ricco ha fatto comunque qualcosa di cattivo e se, invece, è una persona onesta, avrebbe dovuto rinunciare al proprio edonismo per mettere quel denaro al servizio dei meno abbienti (che poi è quello che fa lo Stato con le nostre tasse). Da qui le discutibili reazioni della Rete. Come questa:

Papa Francesco "conquistador" tenta di accattivarsi l'America, ma scivola sul beato schiavista

Andrea Indiano - Sab, 09/05/2015 - 08:55

Il pontefice sogna di canonizzare Junipero Serra, missionario del XVIII secolo. Ma gli indiani lo bloccano: "Era un assassino"

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La decisione del Vaticano e di Papa Francesco di canonizzare il missionario Junipero Serra sta creando non poche polemiche negli Stati Uniti. Durante la visita del prossimo settembre in Nord America, Papa Francesco nominerà santo il prete nato in Spagna che operò nel 1700 in California. Quello che doveva essere un omaggio alla popolazione latino-americana degli Stati Uniti (Serra sarà il primo santo ispanico degli Stati Uniti) si sta rivelando un problema per la Chiesa cattolica. Il prete infatti è accusato da alcune associazioni di aver ucciso e costretto al lavoro forzato molti indiani d'America che abitavano le terre prese in possesso dagli invasori spagnoli.

Il francescano, dopo essere giunto a San Diego, creò otto avamposti cattolici lungo tutta la California fino a San Francisco. Nello spostarsi da sud a nord con la sua comitiva, Serra portò dietro di sé quelle malattie come il vaiolo che furono letali per gli indigeni del luogo. Inoltre, lamentano le associazioni degli indiani d'America, i preti guidati da Serra costrinsero gli indigeni a convertirsi con le maniere forti: gli appartenenti alle tribù venivano trattati come schiavi e frustati perché si convertissero. Veniva dato loro un nuovo nome in spagnolo e in caso di fuga erano inseguiti e uccisi. Ma non tutti sono d'accordo con questa visione della storia, che nei casi più estremi arriva ad accusare Serra addirittura di genocidio degli indigeni.

Carl Anderson, presidente dei Cavalieri di Colombo, la più grande organizzazione cattolica degli USA, afferma che le voci su Serra sono infondate. "Esiste una teoria che vuole i missionari cattolici come degli sterminatori di indigeni americani. Niente di più falso: i francescani in realtà aiutavano e difendevano gli indiani perseguitati dal governo della California – spiega Anderson – era proprio il governatore locale a volerli eliminare per potersi appropriare delle loro terre. I preti cattolici del luogo erano guidati dal messaggio della Madonna di Guadalupe che insegna la tolleranza e accoglie con spirito materno tutti gli esseri umani. Serra arrivò in America su una nave che si chiamava proprio Nostra Signora di Guadalupe, perciò è impossibile che si sia macchiato dei crimini di cui viene accusato".

La canonizzazione di Serra è stata vista da alcuni come il tentativo della Chiesa cattolica di "conquistare" gli Stati Uniti, dove il numero di atei e appartenenti ad altre religioni è in forte crescita.
Per lo stesso motivo l'imminente visita del papa è attesa da molti fedeli. "Dobbiamo riportare la Chiesa al centro della storia degli Stati Uniti – continua Anderson – troppo spesso si è dimenticato cosa ha fatto per l'evoluzione e la crescita di questa nazione. Dalla difesa degli indigeni nei secoli scorsi fino alla lotta contro il Ku Klux Klan a inizio '900, il cattolicesimo è stato una colonna portante nella formazione degli Stati Uniti d'America".

Se le polemiche non si placano, si potrebbe assistere a una clamorosa protesta da parte degli indiani d'America durante la visita del Santo Padre a Washington. Le popolazioni locali chiedono delle scuse ufficiali e Papa Francesco potrebbe trovarsi ad affrontare la questione ancora prima di arrivare in Nord America. Infatti prima della visita nella nazione a stelle e strisce, il papa si recherà in Ecuador, Bolivia e Paraguay. Nonostante queste nazioni siano ora a maggioranza cattolica, la storia di quei luoghi è ancora legata a quella degli indigeni di un tempo: si teme che le notizie sui trattamenti riservati agli autoctoni in passato possano creare una visione negativa del cattolicesimo e intaccare l'attesa visita di Papa Francesco in America.

Perché la mente degli islamici è diversa

Karen Rubin - Sab, 09/05/2015 - 08:30

Non siamo tutti uguali, non è uno scandalo. Ogni cultura per sua natura genera una nevrosi con meccanismi peculiari

Marwan Dwairy è uno psicologo palestinese. Ha scritto un manuale per terapeuti dal titolo Counseling e psicoterapia con arabi e musulmani.
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Il libro trasmette un concetto di base dell'etnopsichiatria: i disturbi psicologici sono influenzati dalla cultura di appartenenza che produce nei gruppi etnici differenze psichiche profonde. La mente degli islamici è diversa da quella degli occidentali e per curarle servono terapie specifiche che ne tengano conto. Lo studioso pone l'accento sulla diversità tra i popoli, mentre noi, ipocritamente, l'abbiamo bandita dalle nostre riflessioni come se fosse in automatico discriminazione e mancanza di tolleranza per il diverso da sé.

Non siamo tutti uguali, non è uno scandalo. Se parlare di scontro di civiltà incita il razzismo, non conoscere le differenze impedisce la mediazione e il rispetto reciproco, le uniche armi a disposizione contro l'ostilità. Ogni cultura per sua natura genera una nevrosi con meccanismi peculiari. In Occidente la cultura giudaico-cristiana e la secolarizzazione hanno favorito un processo d'individuazione per cui l'uomo, dotato di libero arbitrio, è padrone e unico responsabile della sua vita e delle sue azioni. Ogni persona ha una percezione di sé come diversa dall'altra, dall'ambiente e dalla collettività in cui è immersa. La cultura è interpretata e adattata in base ai bisogni e le aspettative personali.

Un individualismo che pone l'accento sul valore morale dell'uomo e dei suoi obiettivi d'indipendenza e di autonomia. L'esatto contrario di quanto avviene nei paesi islamici in cui la cultura coincide con una religione pervasiva in cui gli individui non hanno valore in sé ma perché appartenenti a un corpo unico di fedeli che ha rinunciato alla libertà in cambio della tutela divina, che detta le regola per ogni comportamento. Il singolo s'identifica con la collettività che è sottomessa agli ordini degli imam, indiscutibili e immutabili perché discendono direttamente dalle parole del profeta. Entrambe le posizioni generano mali psicologici e sociali che sono sotto gli occhi di tutti.

L'individualismo occidentale che doveva garantire uguale libertà e diritti civili per tutti gli uomini sembra aver perso il suo fascino. L'uomo è in balia di un narcisismo sfrenato che nega l'altro e impedisce relazioni solidaristiche tra gli individui. La corsa alla realizzazione personale lo fa sentire sempre più isolato e più solo, incapace di dare significato all'esistenza e alla morte. Vivere e combattere per un'ideologia religiosa, come avviene nell'islam radicale, fornisce una certezza granitica e una promessa di eterna felicità che per i fedeli vale la rinuncia della libertà. Nei paesi islamici la massa sposa un'ideologia in modo acritico smarrendo quel senso della realtà che può trasformare la religione in un delirio collettivo per cui diventa legittimo lapidare una donna accusata di adulterio o di apostasia.

Al singolo, privato del suo sé e quindi di pensiero autonomo, è vietato contrapporsi a qualsiasi forma di barbarie che colpisca la sua persona o la sua famiglia. Prescindere dal pensiero individuale favorisce i fanatismi di massa che hanno generato in occidente il nazismo e lo stalinismo e che nell'islam sono il terreno di coltura per Hamas, Isis e Boko Haram. Dobbiamo ricordare che se è possibile e legittimo realizzare i nostri desideri di crescita personale è perché abbiamo combattuto per fondare la nostra struttura sociale su ideali di libertà e uguaglianza basati sulla ferma convinzione del valore morale che ogni uomo come essere unico e originale possiede.

Recuperare questa ideologia, perseguire la via della civilizzazione, pretendere e garantire comprensione e rispetto difendendo il valore oggettivo che attribuiamo alla libertà è l'unico modo possibile per convivere pacificamente con chi, anche se diverso da noi, scelga di vivere nel nostro paese.

Bastavano venti franchi tiratori

Livio Caputo



Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine della signora Sforza, madre e nonna, che durante le devastazioni del 1 maggio ha incitatato  dal balcone della sua casa gli agenti a “sparare alla testa” dei black bloc e quando, minacciata da uno dei manifestanti che l’avevano avvistata dalla strada,  gli ha risposto: “Se hai coraggio, vieni da solo e allora scendo anch’io”. In seguito, ha ritenuto opportuno di fare una mezza ritrattazione, concordando con le forze dell’ordine per avere evitato lo scontro. Ma sono convinto che, in quel momento, milioni di cittadini italiani, assistendo in TV allo scempio di Milano, devono avere reagito come lei.

Avere evitato di versare del sangue, di avere sulle braccia un altro G8 proprio il giorno della inaugurazione dell’Expo, è stato senz’altro una buona cosa; ma lo spettacolo degli agenti che, a questo scopo, si limitavano a osservare mentre i criminali in nero spaccavano vetrine, bruciavano auto, tiravano loro addosso sassi, molotov e bombe carte e cercavano pure di accoppare un vice-commissario a bastonate è stato veramente deprimente. Lo Stato è diventato imbelle contro certe frange di “antagonisti”, la magistratura si rifiuta addirittura di convalidare gli arresti preventivi tentati per limitare i danni, e il cittadino si sente indifeso non solo contro questo tipo, ma anche contro molti altri tipi di delinquenza.

Mi è allora venuto in mente che cosa, a mio avviso, sarebbe stato possibile fare per evitare che i black bloc compissero lo scempio che hanno compiuto. Sparargli alla testa, sono d’accordo, non era una buona idea: i morti, quando è possibile, è meglio evitarli anche in circostanze eccezionali come questa. Ma se le forze dell’ordine avessero appostato, sui balconi o sui tetti delle strade in pericolo una ventina di FRANCHI TIRATORI, di quelli che centrano un bersaglio anche a 500 metri di distanza (“celebrati” anche da un recente film

americano) e avessero dato loro disposizione di sparare alle GINOCCHIA o ai PIEDI dei più esagitati mentre compivano i loro misfatti,  si sarebbero potute evitare le distruzioni cui abbiamo dovuto assistere senza scatenare la guerra. Sono cioè convinto che, dopo due o tre centri, gli altri rivoltosi si sarebbero affrettati a battere in ritirata, e non avendo neppure il tempo di liberarsi del loro armamentario dietro una cortina fumogena, avrebbero potuto essere in buona parte arrestati.

Si dirà: è facile ragionare con il senno di poi, meglio accontentarsi dei risultati ottenuti. Tuttavia, io penso che la tattica adottata, tutta rivolta a evitare gli scontri, sia stata troppo morbida, abbia dato un eccessivo segno di debolezza. E la tecnica dei franchi tiratori non è certo una mia scoperta. Viene adottata regolarmente, come risulta anche da innumerevoli film, ogni qualvolta bisogna proteggere un corteo con capi di stato o di governo ed è perciò anche, per così dire, stracollaudata. Una messa dozzina di ginocchia fratturate non facevano certo un G8, avrebbero raccolto i consenso di buona parte della pubblica opinione,, avrebbero evitato decine di milioni di danni e anche una mediocre figura.

Così Obama offende la storia

Magdi Cristiano Allam - Sab, 07/02/2015 - 10:42

Sostenere che i terroristi islamici e i crociati cristiani siano la stessa cosa, significa essere ignorante della realtà dell'islam

Obama ci odia. Sostenere che i terroristi islamici e i crociati cristiani siano la stessa cosa, significa sia essere ignorante della realtà dell'islam arrivando a glorificarlo, sia coltivare un pregiudizio nei confronti del cristianesimo arrivando a criminalizzarlo.
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Nel suo intervento alla Casa Bianca in occasione della «Preghiera nazionale», Obama ha detto che «durante le Crociate e l'Inquisizione la gente ha commesso atti terribili in nome di Cristo», e che «nel nostro Paese la schiavitù e Jim Crow (leggi sulla segregazione razziale) troppo spesso sono state giustificate nel nome di Cristo». Per contro Obama ha assolto l'islam, affermando che «coloro che perpetrano la violenza e il terrore sostenendo di farlo nel nome dell'islam, in realtà tradiscono l'islam».

È del tutto evidente che Obama non sa che Allah nel Corano legittima il terrorismo, la decapitazione e le mutilazioni corporee al punto da rivendicarne la paternità: «Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi! (...) Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi» (8, 12-17). Così come non sa che Maometto in un suo detto, confessa: «Ho vinto grazie al terrore» (Bukhari 4:52.220).

Soprattutto non sa che Maometto praticò il terrorismo partecipando di persona alla decapitazione di circa 800 ebrei della tribù dei Banu Qurayza nel 627 alle porte di Medina. Giustamente il senatore repubblicano Jim Gilmore ha detto che Obama «ha offeso ogni credente cristiano negli Stati Uniti. Siamo arrivati al punto che Obama non crede nell'America né condivide i valori che noi tutti condividiamo». Ricordiamo che Obama è di famiglia islamica, il suo secondo nome è Hussein, ha un fratellastro, Malik Obama, che è un sostenitore dei Fratelli musulmani che si sono infiltrati nella sua amministrazione.

Il 13 maggio 2004 Benedetto XVI, quando era ancora il cardinale Joseph Ratzinger, fece una lucida e profetica descrizione del suicidio dell'Occidente che calza a pennello all'Obama relativista e islamofilo: «C'è qui un odio di sé dell'Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l'Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro». Proprio ieri il vescovo armeno-cattolico di Aleppo, monsignor Boutros Marayati, ha lanciato una pesante accusa: «Noi, come cristiani, abbiamo questo sentimento: che siamo dimenticati, siamo tralasciati, siamo traditi dall'Occidente».

A parte il fatto che le Crociate, combattute tra l'XI e il XIII secolo, furono sferrate tre secoli dopo l'invasione violenta della sponda orientale e meridionale del Mediterraneo e la sottomissione forzata all'islam dei cristiani che rappresentavano il 99% della popolazione, e dopo la conquista islamica della Spagna e della Sicilia, così come furono concepite come una guerra di liberazione del Santo Sepolcro, ebbene nessun crimine commesso dai cristiani può essere legittimato sulla base delle opere di Gesù o dei testi dei Vangeli. All'opposto i crimini perpetrati dagli islamici sono legittimati da Allah, dal Corano e da Maometto. Consigliamo ad Obama, prima di reiterare l'esaltazione dell'islam, di leggersi il Corano. Ed è la cura che consigliamo a tutti coloro che amano a tal punto i musulmani da finire per odiare se stessi.

Se Baldini punta sul suo suicidio

Vittorio Feltri - Ven, 08/05/2015 - 12:56

Il sospetto che Baldini sfrutti, oggi come ieri, la sua condizione di strapelato per muovere a compassione i (numerosi) benefattori non è fantasioso

Marco Baldini, per anni spalla di Fiorello, famoso per le proprie intemperanze al tavolo da gioco, coperto di debiti e di miseria, circa un anno fa abbandonò il lavoro perché - disse giustificandosi - tallonato dai creditori.

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Da allora sparì. Nessun media si è occupato di lui fino a mercoledì sera, quando la sua voce si è udita amplificata dai microfoni della Zanzara , programma radiofonico di successo condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo. Baldini ha raccontato per l'ennesima volta le proprie tribolazioni di incallito amante dell'azzardo, per altro già descritte un po' meglio di lui nel Giocatore da Fedor Dostoevskij, lo stesso autore - e non può essere un caso - dell' Idiota .

Insomma siamo alle solite. Le lagne e le disperazioni dell'uomo di spettacolo sono arcinote e periodicamente riemergono dal dimenticatoio, suscitando la pena del pubblico, preoccupato che l'artista (si fa per dire), stordito dai guai, prima o poi faccia sul serio e decida di togliersi la vita. Cosa che peraltro Marco - stando alle sue dichiarazioni alla Zanzara - avrebbe tentato di fare recentemente, fallendo nel proposito (ovviamente insano) causa l'intervento di un barbone che gli sferrò un paio di pugni allo scopo di rapinarlo, ignaro che la sua vittima non aveva in tasca un euro e si stava ammazzando in auto con l'ossido di carbonio erogato dal tubo di scappamento. Fu un salvataggio involontario e non un'opera di bene, ripagato male, visto che Baldini, svegliato dai cazzotti ricevuti, li restituì a colui che gli aveva evitato di andare all'altro mondo.

Una vicenda surreale. Siamo obbligati a berla in mancanza di prova contraria. Marco è una miniera di balle in cui ha affogato talento e credibilità. Anche in questa circostanza ha ribadito di essere sull'orlo del baratro, privo di lavoro e di mezzi di sostentamento, cosicché è (sarebbe) costretto a campare nell'emarginazione, come un clochard: «Non ho neppure i soldi per la lavanderia e indosso sempre gli stessi abiti sudici». Non è una bella immagine. Cui se ne aggiunge un'altra pure inquietante (se vera): «Mi nutro investendo un paio d'euro al dì, al massimo cinque, e sono in ambasce per mia moglie ridotta in povertà».

Una narrazione che sarebbe perfetta se fosse inedita. Poiché invece trattasi di replica logora, ha fatto venire i nervi a chi l'ha ascoltata. Fiorello ha aiutato spesso l'amico offrendogli occasioni professionali ben retribuite; ora si è rotto le scatole di trascinarsi appresso un simile peso. Per sua stessa ammissione, Marco ha guadagnato parecchio negli anni scorsi, sprecando tutto sul tappeto verde.

Si sa che il gioco è una brutta bestia di cui è difficile liberarsi, ma sperperare ogni avere senza requie e senza un minimo di forza per emendarsi, è quanto di meno comprensibile, specialmente se il dissipatore ha una certa età. Il sospetto che Baldini sfrutti, oggi come ieri, la sua condizione di strapelato per muovere a compassione i (numerosi) benefattori non è fantasioso. Le lacrime ricorrenti e copiose del giocatore impenitente alla fine sono diventate irritanti. Sventolare poi la bandiera del suicidio per scroccare una fiche è un esercizio stucchevole oltre che deprimente.



Marco Baldini: «Ho tentato il suicidio. I miei debiti? Mezzo milione. Fuggo dall'Italia»
Il Messaggero

Sono parole forti quelle di Marco Baldini che durante un'intervista ha confessato di aver tentato il suicidio: «Al suicidio ci ho pensato tante volte, mi è mancato il coraggio. Tranne una volta, ve la racconto. È una cosa vera, non è una minchiata alla Baldini». Inizia così il racconto choc di Marco Baldini, showman ex partner di Fiorello, a La Zanzara su Radio 24: «Circa un anno fa mi era partita la brocca, volevo farla finita. Trovo un posto isolato fuori da Roma. Ho preso un tubo (...) collegato allo scappamento della macchina.

Mentre sono lì e sto chiudendo il finestrino col nastro isolante, ero molto distante dai centri abitati, mi sono sentito arrivare due cartoni in faccia da dietro, ho ancora le foto con la faccia segnata. Era un barbone che mi voleva rapinare, è stato un pirla perchè se avesse aspettato un quarto d'ora poteva tranquillamente rapinare un morto». E poi, chiedono i conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo?: «Mi ha salvato il barbone. Mi sono alzato, gli ho tirato anch'io due cazzotti e mi dispiace, vorrei chiedergli scusa perchè mi ha salvato la vita. Lui è inciampato ed è caduto in un fosso. Io sono partito subito con la macchina col tubo di scappamento ancora attaccato. Se non ci fosse stato il barbone non sarei qui».

Baldini racconta la situazione disperata in cui si trova: «Sono in uno stato di indigenza totale. Non ho soldi. Un giorno campo con due euro, un altro giorno con cinque. Qualche volta con venti se faccio un lavoro». Quanti debiti hai? «Poco più di mezzo milione di euro, ma non sono più debiti di gioco. Raccontano cazzate. Ma il problema è che nessuno mi crede più, lo showbiz che mi ha tradito». «Per chi - dice ancora Baldini - ha pagato, quasi pagato, 5 milioni di debiti in 11 anni 500mila euro non è una grande cifra». «Se metto a posto la mia ex moglie - continua a La Zanzara - che ha problemi economici per causa mia me ne vado via dall'Italia, scappo via lontano per non tornare più».

Sindone, quel rifugio segreto sulla collina di Torino

La Stampa
massimo numa

Dopo il rogo del 1997 il Telo fu nascosto per un anno in un convento, tra sistemi di sicurezza e le preghiere delle suore

È la notte tra l’11 e il 12 aprile 1997. L’incendio divampato all’interno del Duomo aveva minacciato anche la Sindone nella sua teca. Furono momenti di tensione; il Telo venne salvato in circostanze concitate e drammatiche. Ripiegato nel suo prezioso scrigno e infine trasferito in una sala dell’Arcivescovado. Ma l’allora cardinale Giovanni Saldarini, scomparso nel 2011, decise di trovare per la Sindone un rifugio segreto. Fu chiesto alla questura di organizzare un dispositivo di sicurezza; non doveva trapelare quale luogo era stato scelto. L’allora capo della Digos e dirigente Ucigos, Antonio De Santis, informò i vertici del Viminale. 

La sera 
Era la sera del 12 aprile. Si aspettava con ansia il via libera da Roma. Tutti erano consapevoli della delicatezza dell’operazione; arrivò finalmente il via libera. «Eravamo emozionati e anche preoccupati - ricorda oggi De Santis - convocammo, nel massimo riserbo, una squadra, in continuo collegamento con Roma. Con me c’erano i dirigenti Renato Moricca e Augusto Giovanforte, gli autisti del furgone e la scorta armata. Ci dissero che la meta era il convento delle suore di clausura in strada Val San Martino. Partimmo a notte inoltrata. Sapevamo che nella cassetta rettangolare tempestata di pietre preziose c’era la Sindone. Nessuno di noi parlava. Tutti gli uomini erano consapevoli di compiere un’operazione che sarebbe rimasta nella storia avventurosa del Lenzuolo che avvolse il corpo di Gesù». 

Nel buio 
Il furgone e le auto della polizia raggiunsero il piazzale del convento immerso nel buio. Nessuno s’era accorto di nulla. Già sulle scale le suore, emozionate, commosse e felici di essere diventate le custodi della più preziosa testimonianza di fede dei cattolici. La accolsero tra canti e preghiere. Fu messa a disposizione una sala interna già utilizzata durante la guerra per nascondere documenti e paramenti sacri. Rievoca Renato Moricca: «Nella sala furono sistemati i più sofisticati sistemi di sicurezza: video-camere e sensori di rilevamento collegati con la centrale operativa della questura, in caso di emergenza c’era un piano di pronto intervento». Poi discreti e continui controlli del convento da parte di pattuglie e agenti in borghese.  

Un anno 
Passò un anno. Nel frattempo, dice Moricca, era stato creato un nuovo sistema di sicurezza all’interno del Duomo. Venne il momento di riportare la Sindone nella teca. L’attuale questore di Torino, Salvatore Longo, allora capo della Scientifica: «Effettuammo i rilievi per individuare le cause e fu certo che non si era trattato di un attentato. Credo che l’ubicazione del rifugio della Sindone sia stato, per una volta, uno dei segreti meglio custoditi dalla polizia nel corso dei decenni. Ci sentivamo responsabilizzati e partecipi in un modo particolare, un momento unico nella nostra storia professionale e umana». Non solo commozione. Anche un sorriso. De Santis: «Nei primi giorni, gli allarmi scattavano spesso. Gli operatori della centrale mi chiamavano preoccupati. “Dottore, emergenza Sindone!”. Ma erano le suore che andavano a pregare, di nascosto, vicino allo scrigno. Trovammo un accordo: veniva informata la polizia delle visite, per non creare apprensioni». 

Addio al bassista degli ABBA Rutger Gunnarsson

La Stampa

Aveva 69 anni, è deceduto all’improvviso nella sua casa di Stoccolma

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È morto a 69 anni Rutger Gunnarsson, bassista degli ABBA in tutti i dischi pubblicati dal gruppo pop svedese. Lo riferisce la casa discografica Universal Music, aggiungendo che l’artista è deceduto all’improvviso nella sua casa di Stoccolma. Le cause della morte non sono state rese note. Gunnarsson aveva cominciato la sua carriera musicale con gli Hootenanny Singers, dove conobbe Björn Ulvaeus.

Con lui successivamente formò il quartetto degli ABBA, insieme a Benny Andersson, Frida Lyngstad e Agnetha Fältskog. Nel corso della sua lunga carriera, Gunnarsson collaborò da vicino con Ulvaeus e Andersson anche per altri progetti esterni agli ABBA. Fu inoltre arrangiatore per cantanti come Celine Dion ed Elton John e produttore per artisti svedesi e stranieri. Partecipò inoltre a diversi musical, come “Rhapsody in rock”, “Mamma Mia!” e “Chess”.

Germania complice del Grande fratello Usa

La Stampa
tonia mastrobuoni

Da una base in Baviera l’Nsa spiava alleati e aziende strategiche europee con l’aiuto dei servizi tedeschi. Intercettati anche l’Eliseo e la Commissione Ue. Finisce nei guai il potente ministro dell’Interno de Maizière

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Spiarsi a vicenda tra alleati? «Non si fa», disse Angela Merkel quando emerse che l’Nsa aveva intercettato persino il suo cellulare. Poi successe poco o niente, anche nell’incontro con Obama il tema finì sotto il tappeto. E da quando c’è una commissione speciale al Bundestag che cerca di fare chiarezza sull’attività pervasiva dei servizi americani in Germania e chiede, tra l’altro, di poter ascoltare Edward Snowden, il governo nicchia. Peraltro, furono proprio i «leaks», le notizie passate ai media dall’ex agente Nsa, a rivelare che il telefono della cancelliera era sotto controllo da anni.

Intesa con Washington
Ma ora è emerso che la Germania stessa ha consentito persino di peggio. Dopo gli attentati delle Torri gemelle, durante gli ultimi quattro governi - da Gerhard Schroeder ad oggi - Berlino ha permesso ai servizi americani di spiare, attraverso la base bavarese di Bad Aibling, email e telefonini di obiettivi che sono difficilmente assimilabili al pericolo terroristico: l’Eliseo, il ministero degli Esteri francese, la Commissione europea, aziende strategiche come Airbus (che ieri ha minacciato di andare in tribunale). La Germania è diventata la base principale attraverso la quale Washington ha potuto spiare persino un alleato strettissimo e storico di Berlino come la Francia. 

Miliardi di dati raccolti
In particolare, sarebbero stati i servizi tedeschi del Bnd a girare ai colleghi statunitensi indirizzi IP e numeri di telefono. E, grazie a un accordo del 2002, obiettivi americani e tedeschi sarebbero stati esclusi dalle operazioni da «grande fratello». Dal 2004, due squadre di agenti, la «Joint Sigint Activity» e la «Joint Analysis», avrebbero rispettivamente catturato e analizzato miliardi di dati da Bad Aibling, allargandosi ben al di là dell’attività anti-terroristica. Adesso il Bnd e il governo cercano di accreditare la tesi che sarebbero stati gli americani ad abusare degli accordi. Ma al più tardi nel 2008 fu la stessa Bnd a informare il governo - allora il primo governo rosso-nero a guida Merkel - che l’Nsa stava forzando la mano.

Critiche al ministro
Da quando la notizia è uscita, l’attuale ministro dell’Interno ed ex responsabile della Difesa e capo della Cancelleria, Thomas De Maizière è finito nella bufera. Ieri ha fatto sapere, dopo giorni di silenzio, che mercoledì prossimo chiarirà la sua posizione in Parlamento. Ma dalle notizie che continuano a uscire su vari giornali, sembra che dal 2008 fosse stato informato dai servizi segreti tedeschi che «gli americani tentano di allargare lo spionaggio ad ambiti che non sono nell’interesse comune». Allora era a capo della cancelleria, dettagli ulteriori vennero comunicati soltanto al suo successore, Pofalla. 

Le reazioni di Bruxelles
Da Bruxelles Jean-Claude Juncker ha dichiarato che vuole «un chiarimento» sulla vicenda, ma che la questione «va discussa dalle autorità tedesche, incluso il Parlamento». E un portavoce del ministero degli Esteri francese ha detto che «siamo in stretto contatto con i nostri partner tedeschi». Ma il vice della Spd in Parlamento, Rolf Muetzenich, teme ripercussioni sui rapporti franco-tedeschi. Gli alleati socialdemocratici di Angela Merkel vogliono chiarimenti. E la numero due della Linke, Wagenknecht, ha chiesto le dimissioni di De Maizière. La cancelleria ha trasferito nel frattempo informazioni importanti e riservate del Bnd al Bundestag; ma secondo la Dpa sarebbero lacunose. Mancherebbero, ad esempio, le parole d’ordine con cui venivano spiate le aziende europee.