mercoledì 13 maggio 2015

Come farsi annullare le multe utilizzando Google Maps

Ivan Francese - Mer, 13/05/2015 - 11:19

L'ultimo ritrovato per farsi annullare le multe? Google Maps.
Il tribunale di Savona ha annullato la multa di un'automobilista sorpreso a viaggiare a 70 km/h in un "tratto urbano" dove il limite era fissato ai cinquanta.



Il motivo? Come documentato dalle immagini satellitari disponibili su Google Maps, l'infrazione era stata rilevata in un tratto di strada assolutamente privo di case e immerso anzi tra orti, campagna e un cimitero.

Così la sanzione di 150 euro e due punti sulla patente è stata annullata, sulla base della definizione che il codice della strada, all'art. 3, dà di "centro abitato": "l'insieme di edifici, delimitato lungo le vie da appositi segnali di inizio e fine". Ma non finisce qui: per "insieme di edifici" si intende "un raggruppamento continuo, ancorché intervallato da strade, piazze, giardini o simili, costituito da non meno di 25 fabbricati". La strada va quindi considerata extraurbana e il limite dei cinquanta non ha ragione di esistere.

La sentenza, però, potrebbe avere un effetto esplosivo su tutta la giurisprudenza in materia, consentendo a migliaia di automobilisti di contestare le multe raccolte laddove vige il limite dei cinquanta ma di centri abitati non c'è traccia.

Ora di cultura rom" a scuola, genitori in rivolta in Toscana

Ivan Francese - Mer, 13/05/2015 - 12:18

In una scuola media di Pisa le ore di italiano fanno posto a un laboratorio di "tradizioni e cultura zigane". Polemica dalla Lega: "Quando i corsi di accattonaggio?"

Era nata come un'iniziativa per avvicinare culture diverse, ma per il momento sembra aver sollevato più polemiche che altro.

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Il presidente della Toscana Enrico Rossi con una famiglia rom

A Pisa, nella scuola media "Fucini", fa discutere l'inclusione nel programma scolastico dell'ora di "cultura rom", nell'ambito di un programma di integrazione dei piccoli studenti di etnia nomade. Come racconta Libero, il progetto prevede sei ore complessivamente, da tenersi durante le lezioni di italiano.
Per la professoressa Marta Trafeli, che ha dato la disponibilità delle proprie ore per "ospitare" il laboratorio, l'iniziativa serve a "invogliare i ragazzini rom a venire a scuola, anche perché tra loro c'è un alto tasso di dispersione scolastica". Durante le ore di "cultura rom", spiega la docente, "viene un educatore che spiega ai nostri studenti la cultura e la tradizione di quel popolo".

Non tutti, però, hanno accolto con favore la novità. Alcuni genitori, ad esempio, puntano il dito sulla sovrapposizione che si viene a creare con le ore di italiano. Anche perché inizialmente il laboratorio era facoltativo e previsto per il pomeriggio, ma poiché "quasi nessuno aveva deciso di frequentarlo" è stato spostato alla mattina e reso obbligatorio.Oltre ai genitori preoccupati per il programma curricolare dei propri figli è poi intervenuta la politica: il segretario della Lega Matteo Salvini ha commentato l'episodio suggerendo "corsi di cultura pisana" al posto di quelli di tradizioni rom e concludendo caustico: "A quando i corsi di accattonaggio?"

E c'è anche una mamma che insinua: "Il fatto che l'associazione che ha proposto il corso operi nell'ambito della Società della Salute la dice lunga. Dietro a tutto questo, come al solito, c'è il governo Pd della Toscana che non vede l'ora di spendere soldi per integrare i rom che, di conseguenza, votano quel partito." E ancora, come non bastasse: "Che titolo hanno poi gli esperti dei rom - insinua Susanna Ceccardi della Lega - per potersi sostituire agli insegnanti di italiano che hanno vinto un concorso?"

Le confessioni dell'ex procuratore Piero Tony: "Ecco cosa fanno le toghe rosse"

Mario Valenza - Mer, 13/05/2015 - 15:12

L'ex procuratore: "Dire che la magistratura è politicizzata non è una provocazione ma è una dura realtà. I responsabili della gogna giudiziaria sono spesso nelle procure"

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"Le toghe rosse esistono, e adesso vi racconto cosa fanno". A parlare è l’ex procuratore capo di Prato, Piero Tony, che in un libro, “Io non posso tacere. Un magistrato contro la gogna giudiziaria. Confessioni di un giudice di sinistra”, scritto con il direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, racconta la sua carriera da magistrato iscritto a Magistratura Democratica. La toiga alza il velo sulel dinamiche dei magistrati di sinistra e sul loro modo di gestire la giustizia.

"La situazione di oggi è questa, una magistratura corporativa e politicizzata, vistosamente legata ai centri di potere, che non urla per protestare contro un sistema che l’ha resa inutile, ma anzi continua a opporsi in modo sistematico a qualsiasi progetto di riforma dell’esistente. È probabilmente l’effetto del piccolo cabotaggio delle varie campagne elettorali, attente più agli indubbi privilegi di categoria, compresi quelli economici, che ai modi per sanare un sistema spesso inefficiente.

Piccolo cabotaggio che però non impedisce – soprattutto per quell’assenza di complessi sottesa a una politicizzazione così anomala – di agire e pontificare non solo in casa propria, ma in relazione a buona parte dei grandi temi politici nazionali e internazionali senza tema di essere apostrofati con un “taci, cosa c’entri tu?”. È questo che ha portato la giustizia, e non solo Magistratura Democratica, a ritenere di avere una singolare missione socioequitativa realizzabile non con la difesa dei più deboli, ma con l’attacco ai più forti. È come se a un tratto, in mancanza di alternative di governo, una parte della magistratura avesse scelto di perseguire attraverso la via giudiziaria l’applicazione del socialismo reale.

Ma così salta tutto. Saltano i confini tra la politica e la magistratura. Salta la distinzione dei ruoli. Oggi è solo tautologia dire che la magistratura è partitizzata, non si tratta di un’opinione, è un dato di fatto. Esistono le correnti. Esistono i magistrati che professano in tutti i modi il loro credo politico. Esistono grandi istituzioni, come il Csm, dove si fa carriera soprattutto per meriti politici. E francamente non riesco a criticare fino in fondo chi sostiene che con una magistratura così esista il rischio che le sentenze abbiano una venatura politica. È un dramma, negarlo sarebbe follia", scrive Tony.

E ancora: "ora è ovvio che qualcuno pensi, mettendo insieme i pezzi, che talvolta l’azione della magistratura possa nascondere un fine legato non solo al rispetto della legge, ma anche a un’idea della politica. Attenzione, non mi riferisco a complotti o ad altre ingenuità del genere. Qui si tratta proprio di un problema di metodo, individuale. Non esistono complotti, esistono atteggiamenti, che a volte possono essere più o meno diffusi, e questi atteggiamenti spesso presentano lo stesso problema: la legge non è uguale per tutti, ma è più severa con chi non la pensa come te. Si tratta di accanirsi su una persona, o di utilizzare con questa metodi che non useresti con altri, solo perché ciò ti fa sperare in un ritorno d’immagine. (…)

A questo punto mi si chiederà inevitabilmente: il ragionamento vale anche per Berlusconi? Non entro nel merito dei processi, che non conosco, non ho titolo per farlo, ma mi sento di affermare senza paura di essere smentito che se Berlusconi non fosse entrato in politica non avrebbe ricevuto tutte le attenzioni giudiziarie che ha ricevuto. Anche nel caso Ruby, che in linea teorica avrebbe dovuto essere un ordinario processo di concussione e prostituzione minorile, è evidente che l’ex presidente del Consiglio ha avuto un trattamento speciale". Insomma per chi avesse bisogno di ulteriori conferme non resta che leggere la confessione integrale di Piero Tony sul suo libro, che di certo solleverà non poche polemiche.

Così ho vinto davanti alla Consulta contro il blocco delle pensioni»

Corriere della sera
di Fabrizio Massaro

Parla Giuseppe Cardinale, il pensionato che ha fatto ricorso battendo Inps e Stato


«Glielo confesso, non me l’aspettavo: abbiamo lanciato un petardino e abbiamo fatto scoppiare l’atomica!», scherza al telefono G.C., come indicato nella sentenza della Consulta sulle pensioni. All’anagrafe G.C. è Giuseppe Cardinale, 70 anni,
Giuseppe Cardinale, 70 anni, di PalermoGiuseppe Cardinale, 70 anni, di Palermo

palermitano, ex manager della Standa. È il pensionato che per primo ha fatto valere davanti a un tribunale la questione di illegittimità costituzionale della riforma Fornero ottenendo la bocciatura della norma del 2011 sul blocco della perequazione degli assegni oltre tre volte il minimo. Una sentenza che interessa 5 milioni di pensionati e che ha aperto un buco di 14 miliardi (netti) nei conti pubblici.
«Non sono un pensionato d’oro»
Cardinale non è un pensionato d’oro: «Sono in pensione dal ‘99 e prendo circa 1.600 euro al mese. Dal 1971 ho lavorato alla Standa, fin da quando non era ancora di Berlusconi, e sono diventato direttore di filiale. Nel ‘99 sono andato in mobilità con un bonus per due anni e mezzo fino alla pensione Inps dal 2001 riscattando anche gli anni di giurisprudenza». Con la pensione aiuta anche i figli di 31 e 32 anni che ancora vivono con lui e con sua moglie, anche lei pensionata: «Lavorano part time a tempo indeterminato in un call center. Dunque per le statistiche non sono disoccupati. Ma in casa riescono a campare, fuori no».
Causa-pilota
Quella di Cardinale è stata una causa-pilota: dietro c’è una regia orchestrata da due sindacati dei dirigenti, Federmanager e Manager Italia, con gli avvocati Riccardo Troiano e Alessia Ciranna di Orrick Herrington & Sutcliffe, lo studio legale internazionale guidato in Italia da Patrizio Messina. I legali hanno individuato i tribunali più idonei sulla base dei tempi medi di svolgimento delle cause e i sindacati hanno trovato i «volontari» per avviare i ricorsi. Tra questi, Cardinale.

«Mi hanno chiamato da Manager Italia, il mio sindacato», racconta Cardinale, «e abbiamo parlato di questa possibilità. All’inizio non avevo chiaro se c’era fondamento giuridico. Poi ho capito che poteva essere non del tutto campata in aria e ho detto “perché no?”. È un discorso di diritti acquisiti che vengono violentati, anche perché non si distingue tra pensionati come me e quelli da 15-20 mila. Che poi dico: anche questi, se hanno versato i contributi, perché non dovrebbero avere la pensione? Certo, se non li hanno versati, li rubano a qualcun altro».

Il ricorso risale a maggio 2013. Il presidente della sezione lavoro del tribunale di Palermo, Antonio Ardito, è stato il più veloce nel decidere sull’eccezione di incostituzionalità a novembre 2013. E ora potrebbe per primo far valere la sentenza riconoscendo il mancato adeguamento. «Non ho fatto bene i conti, a naso ad oggi sarebbero 120-130 euro al mese», dice Cardinale. «In totale sono 1.200-1.300 euro di arretrati. Ci faremo una mini vacanza in un resort, ovviamente in Sicilia».

fabriziomassar0
13 maggio 2015 | 12:26

Il primo computer made in Russia

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

Con l’ARM Elbrus-401 Mosca vuole dipendere sempre meno dalle tecnologie occidentali. Non è veloce, ma è autarchico. E costa 3400 euro

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La Russia ha un personal computer nazionale, l’ARM Elbrus-401. Mosca vuol dipendere sempre meno dalle tecnologie occidentali e questo è il primo tentativo riuscito. Non è veloce, ma è autarchico. Costa 200 mila rubli (3400 euro). Davvero tanto, ma il prezzo potrebbe scendere molto durante l’anno.
Un processore made in Mosca
Il microprocessore Elbrus-4C è stato progettato e prodotto nella capitale russa dalla Mcst. Si tratta di un quad-core con 986 milioni di transistor e viaggia a 800 mhz. Insomma non è in grado di competere con gli altri pc. E neppure con Chip, l'appena nato microcomputer da 9 dollari, che ha una frequenza di 1 ghz. Non sarà all’avanguardia neppure nel sistema operativo: monterà infatti il vecchio e non più supportato Windows XP.
Verso il supercomputer russo
Eppure testimonia i progressi fatti dalla Russia in campo tecnologico. Al mondo ci sono solo tre aziende in grado di produrre processori per pc compatibili con Windows. Sono Intel, Amd e la taiwanese Via. Mentre le cpu cinesi Loongson possono far girare solo alcune distribuzioni di Linux. Mcst è una nuova entrata: è anni indietro sui concorrenti ma è partita dal nulla ed è stata in grado di produrre un computer funzionante in pochi anni. Ma non basta: la Russia ha un obiettivo più ambizioso: costruire un suo supercomputer entro il 2020. Anche se non si sa verranno utilizzati gli Elbrus.

13 maggio 2015 | 11:23

Nordcorea, «ministro della Difesa giustiziato con una cannonata»

Corriere della sera
di Guido Santevecchi

Sarebbe stato condannato per essersi addormentato in presenza di Kim Jong-un

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Sarebbe finita sotto il fuoco di un cannone antiaereo la carriera e l’esistenza del generale Hyon Yong-chol, ministro della Difesa nordcoreano. La notizia è stata diffusa dai servizi segreti della Corea del Sud, che sostengono di avere ricevuto conferme da diverse fonti. La colpa del ministro sarebbe stata di essersi addormentato durante una cerimonia presieduta dal capo del regime, Kim Jong-un. In più, rimproverato, Hyon avrebbe osato rispondere. Tutto si sarebbe svolto in tempi rapidi: il ministro non compare in pubblico dal 20 marzo ed è stato citato per l’ultima volta dalla stampa di Pyongyang il 29 aprile: l’esecuzione sarebbe avvenuta il 30 aprile, davanti a una folla di centinaia di persone.
Buio dietro la cortina
Le voci dalla Nord Corea sono impossibili da confermare autonomamente per la stampa internazionale (e anche per i servizi segreti). Per sapere se il ministro della Difesa è davvero stato condannato per tradimento e ucciso, non resta che aspettare la versione ufficiale di Pyongyang. Nel 2013 i sudcoreani diedero la notizia dell’esecuzione di Chang Song-thaek, zio di Kim e numero due del regime. Passarono settimane prima della conferma.
Dubbi sulla stabilità del regime
La settimana scorsa all’improvviso Kim Jong-un ha fatto sapere che non sarebbe andato a Mosca per la grande parata sulla Piazza Rossa organizzata da Putin. La sua presenza era stata data per certa dai russi e la «diserzione» è stata interpretata da qualche analista come un segno di instabilità interna. Il caso del ministro della Difesa potrebbe essere la spiegazione della situazione critica. Ci sono molte speculazioni in materia, perché negli ultimi mesi la Corea del Nord è stata messa nel limbo dalla Cina e si è rivolta a Mosca per una sponda. I cinesi hanno rivelato agli americani che Pyongyang ha già 20 testate nucleari e ne avrà il doppio l’anno prossimo.

@guidosant 

13 maggio 2015 | 08:43

La vita non facile dei diritti riscoperti dalle sentenze

Corriere della sera
di Luigi Ferrarella

Dietro le reazioni al verdetto sulle pensioni preme la domanda alle Corti di subordinare le decisioni a compatibilità con equilibri politici-sociali-economici, e di badare alla sostenibilità dei propri atti. Ci chiederemo quanta giustizia possiamo permetterci?


Quanti diritti ci possiamo permettere? Quale dose di giustizia può tollerare il nostro assetto sociale ed economico? Fino a pochi anni fa una domanda simile sarebbe suonata bestemmia. Ora, invece, viene implicitamente declinata ogni volta che dalle Corti (Corte costituzionale, Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, Corte di cassazione) arriva una sentenza all’incrocio di un dilemma: adesso tra rivalutazione delle pensioni e vincoli di bilancio, ma già in passato tra danni dell’inquinamento Ilva alla salute di Taranto e destino degli operai e dell’acciaio italiano, e prima tra ritmi giudiziari delle inchieste anticorruzione e invece esigenze extragiudiziarie di far aprire in tempo Expo 2015, o prima ancora tra impopolarità del tema carceri e condizioni inumane di vita di chi sta in prigione. E si può già scommettere riaccadrà nelle prossime sentenze che scioglieranno nodi sulle questioni di bioetica, o che metteranno il dito nel contrasto tra irrazionalità fiscali e esigenze dell’erario, o che incroceranno assetto degli statali e nuove regole per i dipendenti pubblici.
Sotto sotto, è come se ogni volta ribollisse questo non detto: quanti diritti ci possiamo permettere? Un retropensiero talmente sdoganato da nutrire reazioni sempre più insofferenti alle conseguenze di sentenze ripristinatorie di diritti, che sino a poco tempo fa sarebbero state percepite come ovvie riaffermazioni (di eguaglianza, dignità, equità sociale), e che invece adesso vengono vissute quasi come invasioni di Corti debordanti nel campo della politica, tapina perché commissariata dallo scippo giudiziario della sua facoltà di decidere tra più alternative possibili e di imporre questa scelta senza lacci e lacciuoli. È un’insofferenza che trasuda già dalle parole usate da governo e parlamentari per definire la sentenza della Consulta sulle pensioni: «danno alla credibilità del Paese», verdetto che «scardina», decisione che (se applicata in toto) causerebbe conseguenze «immorali».

Così, dopo ciascuna di queste sentenze, sempre più palese scatta il riflesso automatico di non applicarle, oppure — se proprio non è possibile disattenderle completamente — almeno di contenerle, di arginarne la portata, di neutralizzarne gli effetti, di mitridatizzarne le conseguenze. Plastico l’esempio delle condanne inflitte dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo all’Italia per le condizioni inumane e degradanti della detenzione nelle carceri: sentenze alle quali in questi mesi il governo ha ritenuto di adeguarsi con una legge su piccoli «rimedi compensativi» (8 euro al giorno per il passato, oppure lo scomputo di un giorno ogni dieci sulla pena ancora da scontare) dalle maglie normative però talmente strette che l’85 per cento delle domande avanzate a fine 2014 era stata dichiarata inammissibile, e soltanto l’1,2 per cento di richieste di risarcimento era stato accolto.

E qualcosa del genere, in attesa che accada per le pensioni, sta avvenendo già in parte con la legge sulla tortura, in teoria introdotta sull’onda di un’altra condanna dell’Italia da parte di Strasburgo (stavolta per il G8 di Genova), ma in realtà parcheggiata (dopo approvazione in prima lettura) in un ramo del Parlamento con un testo di compromesso al ribasso.

Cambiano infatti i casi, ma il denominatore comune resta che la giurisdizione è sottoposta a una pressione sociale molto più insidiosa di passate grossolane ingerenze politiche: il mordere della crisi economica, la coperta corta dei bilanci statali, l’urgenza della disoccupazione, la disabitudine alla ricerca di soluzioni che non siano vendibili in pochi slogan, il fastidio per ciò che inevitabilmente complesso non sia tagliabile con l’accetta, tutto congiura a domandare alle Corti superiori (come in fondo già ai magistrati nei gradi inferiori) di subordinare le proprie decisioni a «compatibilità» con equilibri di volta in volta politici-sociali-economici e di assumere come parametro la «sostenibilità» dei propri atti. Con la conseguenza che non sembra più strano dare esecuzione a queste sentenze soltanto se e nella misura in cui esse siano compatibili con i bilanci statali, o appaiano socialmente accettabili, o risultino «digeribili» dalle esigenze delle imprese, o siano in linea con il momento politico, o siano empatiche con le emozioni dei cittadini.

Il che illumina due sottovalutazioni. La prima, nel presente, è che il ritardo con il quale il Parlamento sta mancando di eleggere i due giudici costituzionali di propria competenza influisce e di fatto altera la vita della Consulta, dove indiscrezioni attribuiscono ad esempio la contestata sentenza sulle pensioni al voto con valore doppio del presidente tra 6 favorevoli e 6 contrari. La seconda sottovalutazione, in prospettiva, è di quanto la combinazione tra nuova legge elettorale e nuovo Senato possa sbilanciare, a favore delle artificiosamente rafforzate maggioranze politiche di turno, le quote di giudici costituzionali e di componenti laici che spetta al Parlamento eleggere rispettivamente alla Consulta e al Consiglio superiore della magistratura.

lferrarella@corriere.it
13 maggio 2015 | 10:42

Io, gay e Testimone di Geova, costretto a lasciare la mia famiglia»

Corriere della sera
di Massimiliano Jattoni Dall'Asén

Alla vigilia della decisione storica della Corte Suprema americana che potrebbe rendere illegali le restrizioni sui matrimoni gay, uno studio rivela come i Testimoni di Geova siano la chiesa più avversa al same-sex marriage. «Ma anche nella comunità italiana non c'è spazio per i gay», racconta un ex T.d.G. allontanato per la sua omosessualità da famiglia e congregazione

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Alla vigilia della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che entro giugno potrebbe definitivamente impedire a qualsiasi Stato americano di vietare alle coppie gay di sposarsi, un’organizzazione apartitica e non profit, che svolge attività di ricerca per comprendere l’interazione dei gruppi religiosi con i temi sociali, ha diffuso i risultati di un sondaggio sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Le sorprese non sono mancate: la maggioranza dei fedeli delle varie confessioni americane intervistati dal Public Religion Research Institute (PRRI) si è detto favorevole all’estensione del matrimonio anche a gay e lesbiche. E se buddisti ed ebrei sono i più gay-friendly (rispettivamente 84 e 77% degli intervistati nelle rispettive confessioni), anche i cattolici mostrano una sorprendente apertura, con il 60% del campione che si dichiara favorevole. All’opposto, i più avversi al same-sex marriage risultano essere i Testimoni di Geova, che in America sono quasi 9 milioni (e in costante crescita): il 75% degli intervistati ha dichiarato un netto rifiuto a qualsiasi riconoscimento del matrimonio omosessuale.

Insomma, per gay e lesbiche americani cresciuti in famiglie di Testimoni di Geova la vita è dura. E in Italia? Fino alla fine degli anni Novanta, i Testimoni di Geova erano la seconda religione del Bel Paese (ora superata, a causa delle recenti immigrazioni, dalla Chiesa ortodossa, dai pentecostali e dall’Islam). Secondo l’Agenzia di stampa valdese Nev, attualmente i T.d.G. italiani sono circa 300mila e, stando a quanto dichiara l’Ufficio Informazione Pubblica della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, che ha sede a Roma, «non accettano l’omosessualità come comportamento». La presa di posizione si rifà agli scritti neotestamentari, dove esplicitamente vi è «la disapprovazione delle tendenze pagane, che tentavano di giustificare il comportamento omosessuale».

Interpellato, il quartier generale di Via della Bufalotta sottolinea che «il non approvare non implica da parte di alcun testimone di Geova un atteggiamento “ostile” verso chicchessia né l’intenzione di caldeggiare un intervento legislativo a favore o contro i singoli comportamenti delle persone». Un no deciso, dunque, all’omosessualità per ragioni religiose, ma rispetto dei T.d.G. per chi omosessuale lo è? Racconta una realtà decisamente diversa Tommaso, 25 anni e una vita trascorsa nei Testimoni di Geova, dai quali è stato cacciato a 18 anni, dopo che anche la sua famiglia gli aveva voltato le spalle, proprio per la sua omosessualità. «Le loro posizioni su questo argomento», dice, «sono in realtà decisamente radicali e intransigenti. E fin da piccoli ci viene fatta una sorta di lavaggio del cervello per quanto riguarda la sessualità».

Com’è la vita di un ragazzo o di una ragazza gay in una famiglia di Testimoni di Geova italiani? Per nulla facile, perché tra i Testimoni l’unica forma di sessualità e di amore accettati sono all’interno del matrimonio eterosessuale. Per cui, un Testimone di Geova gay ha solo due possibilità: o reprimersi completamente o costruirsi una vita parallela e clandestina, nel terrore costante di essere scoperto. In realtà, ogni Fratello davanti a dubbi di qualsiasi natura, anche a livello sessuale, è invitato, se non addirittura costretto, a parlarne con un Sorvegliante della Congregazione, quello che quando ero bambino si chiamava semplicemente Anziano, ovvero un “pastore del gregge” che amministra piuttosto arbitrariamente le singole congregazioni (sorta di comunità raccolte attorno a una Sala del Regno, che è il luogo di culto dei T.d.G., ndr).

Cosa succede a un ragazzino che confessa di avere pulsioni omosessuali? Viene controllato e messo sotto una stretta sorveglianza da parte degli Anziani e dei famigliari, che lo costringono a confessare tutto, dalle fantasie fino alla masturbazione. Da quel momento, poi, vive nel costante timore che il Sorvegliante decida comunque di allontanarlo dalla congregazione, con la conseguenza immediata che anche la famiglia si veda costretta a interrompere i rapporti col figlio.

È andata così anche a te? Sono nato e cresciuto in un paese lombardo, dove io e la mia famiglia non eravamo gli unici Testimoni di Geova. Durante l’infanzia non ho avuto quindi problemi, avevo amici e mi piaceva frequentare la congregazione, ma con l’adolescenza le cose sono cambiate. La prima volta in cui mi sono rivolto ai Sorveglianti, raccontando di sentirmi confuso a proposito della mia sessualità, avevo circa 13 anni. Loro mi sono sembrati poco preparati: uno mi ha consigliato di leggere alcuni articoli di Svegliatevi! (una delle riviste edite dai Testimoni di Geova, ndr.) che riportavano le storie di diversi fratelli che avevano superato con successo il “problema”, riuscendo a diventare fieri padri di famiglia. Un altro, nonostante la mia giovane età, mi ha detto di andare da un sessuologo per farmi curare, imponendomi però di cambiarlo nel caso questi mi avesse tranquillizzato sulla mia situazione. Io ovviamente non ho fatto nulla, ma da quel momento gli Anziani hanno vietato ai loro figli, che erano miei amici, di frequentarmi.

E la tua famiglia come ha reagito? All’inizio ha fatto finta di niente, per timore che la cosa venisse resa pubblica all’interno della congregazione. Le cose però sono peggiorate poco dopo, quando tra i 14 e i 15 anni, come sempre preda del senso di colpa, ho confessato più volte ai Sorveglianti di essermi masturbato e di aver visto dei film porno su Internet. Allora, mi sono stati sospesi i privilegi che un ragazzo poteva avere all’interno della congregazione, come portare il microfono durante le adunanze. Questo ha fatto sì che tutti i fratelli sapessero che avevo fatto qualcosa di sbagliato agli occhi di Dio. Venivo inseguito da pettegolezzi e malignità, e la mia famiglia ha cominciato a osteggiarmi apertamente, accusandomi di essere un peccatore e la loro vergogna.

Quando sono precipitate le cose? A 17 anni ho confessato ai Sorveglianti di essere entrato in una chat gay per scambiare messaggi con altri ragazzi. L’ho fatto perché ero certo che Dio sapesse cosa facevo e quindi non potevo nasconderlo. Dopo alcuni giorni sono stato sottoposto al Comitato Giudiziario davanti a tre Anziani che mi hanno chiesto morbosamente, insistendo sui dettagli, cosa avevo scritto in quelle chat e cosa provavo mentre lo facevo. Io mi sentivo morire, ma la loro decisione è stata drastica: sono stato “disassociato”, cioè espulso dalla congregazione perché mi ero macchiato del peccato di pornèia (in greco “grave immoralità sessuale”, ndr). L’umiliazione è stata completa quando hanno comunicato pubblicamente la loro decisone durante un’adunanza della congregazione.

Nessuno ti è stato vicino in quel periodo? No, sono stato abbandonato da tutti: amici, parenti e Anziani, che erano stati per tutta la vita il mio punto di riferimento. Solo i miei genitori erano legittimati a rivolgermi ancora la parola perché vivevo sotto il loro tetto. Ma dopo un anno di inferno, tra mille vessazioni, schiaffi, la costante accusa di essere la loro più grande delusione e il preferirmi drogato o delinquente piuttosto che gay, ho fatto le valigie e me ne sono andato. Mi sono fatto coraggio e mi sono iscritto all’università (nella mia piccola congregazione di provincia lo studio era estremamente malvisto e ci veniva consigliato fin da bambini di scegliere da grandi un lavoro possibilmente manuale). Lavorando di giorno e studiando di notte, mi sono laureato.

Ora puoi dirti felice?
Ho un buon lavoro e ho un compagno. Coi miei genitori i contatti sono rari e difficili e 18 anni della mia vita sono andati completamente perduti. Ma sono stato fortunato: sono riuscito ad andarmene, a ricominciare da capo e quel mondo ormai l’ho lasciato alle spalle.

Vienna mette all’asta le biciclette più belle del mondo

La Stampa
vittorio sabadin

Il proprietario: volevo che tornassero libere

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Labor special course del 1922 La bici più antica del lotto, regina delle Parigi-Roubaix con Paul Deman

Dorotheum di Vienna, la più importante casa d’aste dell’Europa centrale, si prepara a un evento senza precedenti: il 19 maggio venderà ai migliori offerenti le 205 più belle biciclette del mondo, quasi l’intera collezione di un grande appassionato, Michael Embracher. Per anni le bici erano state custodite nella spaziosa soffitta del suo studio di design, ma avevano spesso girato il mondo, con mostre a Portland in Oregon e in numerosi altri musei di arte contemporanea. Anche solo scorrendo il catalogo di Dorotheum si capisce perché: le bici raccolte in più di dieci anni da Embracher sono capolavori di design e tecnologia, uniscono la bellezza alla rarità e sono tutte perfettamente funzionanti. Non le ha scelte in base a un preciso genere o tipologia, ma fidandosi più dell’istinto e delle emozioni che ogni modello suscitava, per la leggerezza, l’apparente fragilità, il design e la meccanica.

Il collezionista
Embracher ha studiato architettura a Vienna e ha lavorato per Sepp Muller e Gunther Domenig prima di mettersi in proprio. Ciclista appassionato, ha cominciato a collezionare bici nel 2003 partendo, come spesso accade ai collezionisti, da quella che non aveva i soldi per comprare quando era ragazzo: la Puch Mistral Ultima, un modello da corsa che negli Anni 80 era assemblata a Graz con i migliori materiali disponibili.

Un poco alla volta, la grande soffitta foderata di legno di abete si è riempita di biciclette, esposte una vicino all’altra in base al loro colore, per ottenere anche una visione d’insieme gradevole. Quella che Embracher ora preferisce è un’Elite Els che al posto della ruota anteriore ha un pattino e in quella posteriore uno pneumatico chiodato, e con la quale ha compiuto un indimenticabile viaggio su un lago ghiacciato nel nord Europa.

Quella che ha pagato di più è una Schulz Funicolo del 1937, della quale esistono ancora solo tre esemplari al mondo. Quando ha visto questo modello leggendario, non ha esitato a firmare un assegno di 20.000 euro, il costo di un’automobile. Ma ne valeva la pena. La Funicolo è stata il capolavoro del francese Jacques Schulz, ed è stata una bici così avveniristica che una rivista specializzata americana ha lanciato tempo fa un concorso per premiare chi fosse stato in grado di spiegare come funzionava il freno posteriore.

La più antica
La bici più antica del lotto è una Labor Spécial Course del 1992, regina delle Parigi-Roubaix, delle Bordeaux-Parigi e del Giro delle Fiandre con Paul Deman, il campione belga che era stato una spia e aveva rischiato il plotone di esecuzione nella Prima guerra mondiale quando era stato catturato dai tedeschi. Pesante più di 12 chili, il doppio del limite imposto oggi per ragioni di sicurezza, la Labor Spécial aveva le manopole e i parafanghi di legno ed era praticamente indistruttibile.

Le italiane
Nella collezione non potevano ovviamente mancare le più famose bici italiane. C’è la Bianchi 746 Record, nel suo caratteristico colore Celeste, un verde chiaro indefinibile ispirato, si dice, a Edoardo Bianchi dagli occhi della regina Margherita, ma forse frutto solo di un fortunato errore nel mischiare le vernici. C’è la C-4 Project, che già nel 1988 aveva una monoscocca in carbonio e un design così futuristico e accattivante da essere esposta in numerosi musei, compreso il Design Museum Holon, in Israele.

Ci sono moltissime bici da città, alcune molto stravaganti e altre elegantissime, come la Giubileo realizzata a Monza nel 1986 da Umberto Dei. Al sito dorotheum.com, la casa d’aste viennese sta già ricevendo numerose offerte, anche perché i prezzi base sono piuttosto bassi: vanno da 100 euro per le mini bikes a 6-7.000 per i modelli più rari. La Funicolo parte da 5.000 euro, la Labor Spécial da 1.000, la replica della bici con cui Francesco Moser conquistò il record dell’ora nel 1984 da 2.500.
Molti pensano che sia un peccato smembrare una collezione così importante, che potrebbe costituire il nucleo iniziale di un interessante museo. Embracher ha spiegato che, avendo cambiato sede del suo studio, non ha più lo spazio per custodire le bici. Ma la vera ragione della vendita, ha confessato, è che le bici sono il simbolo di una libertà totale, e sentiva il bisogno di farle tornare libere di nuovo.


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L’appello di D’Addario a Berlusconi «Presidente, mi ridia la dignità»

Corriere della sera

di Adriana Logroscino

La escort barese dalle cui rivelazioni prese le mosse l’inchiesta sulle serate
in casa dell’ex premier, si lamenta a «Un giorno da pecora»: ho perso tutto

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Patrizia D’Addario, la famosissima escort barese dalle cui rivelazioni ha preso origine l’inchiesta giudiziaria sulle ragazze pagate per le feste a casa Berlusconi, rivolge all’ex premier un appello: «Presidente, io non l’ho mai infamata e ho perso tutto. Mi ridia la dignità».
«Sono stata infamata e non ho mai nemmeno denunciato Silvio»
D’Addario ospite al programma di Rai Radio2 «Un Giorno da Pecora», condotto da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. Naturalmente, mentre a Bari è in corso il processo Escort in cui è parte civile, e alla cui udienza, convocato, Berlusconi non si è presentato, ha parlato a lungo della vicenda che l’ha resta popolare. Della sua situazione attuale, di come, a suo avviso, sia stata trattata male dal Cavaliere. «Non ho più sentito Berlusconi, e proprio per questo volevo fargli un appello, auspicando che dia importanza alle mie parole. Presidente, io mi sono sempre opposta ad ogni tentativo di infamarla e nemmeno l’ho mai denunciata, nonostante lei abbia fatto dichiarazioni lesive nei miei confronti, accusandomi di esser stata ben pagata per infamarla. Ho perso tutto a livello economico ed affettivo, ho perso anche le proprietà di famiglia, ho perso anche mio padre ma lei, Presidente, non ha esitato a farmi massacrare dai giornali, mentre io non ho mosso un dito contro di lei».
«Niente soldi, è questione di coscienza»
Quella di D’Addario è quindi una mozione degli affetti. Che prende spunto dalla recente notizia diffusasi che nei prossimi due o tre giorni Berlusconi sarà in visita privata sulla tomba di San Pio, a San Giovanni Rotondo. «A Berlusconi chiedo che si metta una mano sulla coscienza». Sulla coscienza e solo su quella. Assicura, infatti, D’Addario di non volere nessun risarcimento economico. «Come fa uno che va da Padre Pio, a comportarsi così? Berlusconi mi deve ridare la dignità che ho perso».

@adlogroscino



D'Addario, il racconto ad «Annozero»: «Il premier sapeva che ero una escort»
Corriere della Sera

«Ho registrato ma non volevo ricattare nessuno. In quelle due serate a Palazzo Grazioli non ero l’unica escort»

ROMA - «In questa valle di Giosafat l'unica cosa che non farò è smettere di andare in onda: se vogliono che non vado in onda, lo devono dire, altrimenti fino a quel punto sempre in onda sto»: lo ha detto Michele Santoro aprendo la puntata di questa sera di «Annozero», accompagnata dalle polemiche per la presenza di Patrizia D'Addario. Santoro ha raccontato di aver ricevuto «attorno alle 19 di questa sera otto pagine con un parere dell'ufficio legale della Rai che in sostanza diceva che la D'Addario non può partecipare. Siccome era accompagnato da una stringata letterina del mio direttore di rete, gli ho subito chiesto se si trattava di una direttiva o solo di un parere di cui tener conto. E la risposta è stata: non ho ricevuto indicazioni aziendali in merito».


AI GIORNALISTI - In precedenza, prima di entrare in studio, Santoro ha raccontato ai giornalisti i concitati momenti pre-trasmissione: «Mi sono consultato con il mio legale, ma dalla Rai c’è stata una specie di black out». «Mi aspettavo di parlare con Liofredi o con il direttore generale, ma nessuno dei due - dice ancora il giornalista - mi ha risposto. Fino a quando mi è arrivata via mail la risposta ufficiale del direttore di Raidue che preferisco non commentare».

VIDEO BBC E BERNSTEIN - Una volta in onda Santoro ha chiuso il suo intervento iniziale lanciando una provocazione: «Non dico che immaginiamo di fare una tv irriverente così come la fa la Bbc - ha detto Santoro dopo aver mostrato un filmato della tv pubblica britannica che criticava il proprio premier - ma con tre reti Rai che non possono criticare il governo, una rete come La7 che è di Telecom ed ha qualche problema per i contratti telefonici e con tre reti Mediaset che sono del presidente del Consiglio, sono io questa volta a fare un esposto all'Agcom per capire: »chi è che garantisce il contraddittorio in questo paese?». L'ntervento di Marco Travaglio (ancora come ospite, il contratto con la Rai non è stato firmato) è stato incentrato sulla differenza tra Usa e Italia nelle leggi che riguardano le querele contro i giornalisti.

E proprio uno dei grandi nomi del giornalismo Usa, Carl Bernstein (uno dei due giornalisti che scoprirono lo scandalo del Watergate) è intervenuto nel programma. «La stampa ha il dovere legittimo di accertare il vero se ci sono evidenti verità nelle accuse contro un Capo di Stato o un premier- ha detto -. È stato il caso di Monica Lewinsky nei confronti di Clinton ed è il caso che riguarda oggi Berlusconi. C'è da verificare se la condotta generale di Berlusconi si rifletta sul suo incarico. Secondo me le maggiori restrizioni al giornalismo sono autoimposte, più per pressioni o intimidazioni che per volontà del governo». E ha concluso: «Il giornalismo investigativo è un dogma per il giornalismo libero».

D’ADDARIO - Poi è stata la volta di Patrizia D’Addario in collegamento da Bari: «Ero felice del fatto di essere rimasta lì col presidente e che lui si era interessato alla mia persona, ha detto che mandava due persona a Bari sul mio cantiere. Era solo un aiuto che voleva darmi per rendere più veloce la pratica e mi rendeva felice». Patrizia D'Addario racconta così ad «Annozero» il giorno dopo del suo incontro a Palazzo Grazioli con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Il presidente era molto affettuoso e molto gentile, non voglio entrare in merito alle cose della notte, si è interessato alla mia persona e la mia felicità era legata al fatto che lui era molto attento al mio progetto. Il giorno dopo mi ha chiamato ed ero felice», aggiunge D'Addario vestita di nero su divani rossi nel collegamento da Bari con il programma di Michele Santoro.

«Perché ha registrato? Io non ho tradito nulla, nessuno è arrivato sul mio cantiere. Sono stata convocata dal giudice e dire tutta la verità. Io ho sempre registrato perché così mi sentivo più sicura, non perché volevo ricattare qualcuno, non ho mai pensato ad una cosa del genere», aggiunge, «e in quelle due serate nella residenza romana del Premier Silvio Berlusconi «non ero l’unica escort». «A Palazzo Grazioli - ha aggiunto - sembrava un harem». «Il premier lo sapeva che ero una escort. Lo ha detto anche alla Montereale che sapeva che ero una escort», dichiara poi la D'Addario nella sua intervista ad Annozero. «Se lo hanno detto anche le altre ragazze che sapevano che io dovevo rimanere li? Ho passato tutta la notte col presidente, lo sapevano tutti che erano una escort.

Lo sapeva. Io mi sono presentata al presidente come Alessia». «Non mi vergogno di quello che ho fatto, di quello che ho detto. In Italia c'è la strumentalizzazione della donna. Ma a me importa solo del mio cantiere, liberate il mio cantiere». «La mia candidatura alle europee? Giampaolo Tarantini è venuto a prendere il mio curriculum dicendomi che ero candidata per le europee, quando ha richiamato il suo assistente ha detto che l'intervento della moglie del premier Veronica Lario aveva causato un gran casino sui giornali per le modelle, le veline, non si fa più niente», così racconta Patrizia D'Addario.

BELPIETRO - Ospite in trasmissione il direttore di «Libero», Maurizio Belpietro, che nel pomeriggio ha incontrato il premier nella sua residenza romana di Palazzo Grazioli. «Era un incontro programmato già da tempo», spiega Belpietro. «Sono sceso a Roma, avevo altri appuntamenti e ho incontrato anche il premier. Abbiamo parlato di varie cose, della situazione politica - prosegue il direttore di "Libero" - e, ovviamente, anche della vicenda che riguarda la puntata di "Annozero" di stasera", alla quale è previsto l’intervento della escort pugliese Patrizia D’Addario. Berlusconi ha "manifestato le sue opinioni, che sono note: è indignato per le vicende di questi giorni compreso il caso Santoro con la puntata che ospita Patrizia D'Addario. È convinto che trasmissioni del servizio pubblico non debbano dare spazio a certi personaggi, che sia un’operazione politica. Io, da parte mia - conclude Belpietro - gli ho detto che credo che, al di là delle opinioni sulla trasmissione, non si dovesse fare nulla, non ci dovessero essere tentativi suoi o di altri di fermare la trasmissione».



Fini ha l'appoggio esterno della D'Addario
di Paolo Bracalini

La escort pugliese si presenta alla convention di Fli. Il partito la allontana dalla sala, ma lei insiste: "Mi hanno invitata, voglio ascoltare Gianfranco.

Mi interessa questo nuovo orientamento politico"


È uno scherzo? No, lei è davvero «interessata a questo nuovo orientamento politico» spiega l’ex escort dalla grande passione per la res publica. Non è uno scherzo, «Patti» è lì nella platea per assistere alla fondazione della nuova destra della legalità e dell’etica. Appena si diffonde la notizia, l’ufficio stampa di Fli si precipita a prendere le distanze dalla protagonista del primo sexygate alla barese: «La presenza di Patrizia D’Addario alla nostra convention è imprevista e non gradita e rappresenta una evidente provocazione che non ci interessa e che respingiamo al mittente».

Ma il mittente chi è? Nessuno, a quanto pare, si è autoinvitata. Poi si scopre che è stato il suo assistente e addetto stampa (ormai è una diva e si permette uno staff), pugliese, a invitarla, in qualità di «esponente del Pdl barese» (parole sue). Intanto, il duo spiega che sono lì «perché siamo di centrodestra e vogliamo ascoltare cosa ha da dire Fini, non abbiamo aderito al Fli, vedremo e poi prenderemo le nostre decisioni». Nessuno l’ha contestata al suo arrivo, «anzi» dice lei, e poi aggiunge: «Non sono qui per vendicarmi di Berlusconi, non mi vendico mai su nessuno».

Che il popolo finiano gradisca (Gradisca presidente era il titolo della sua autobiografia per Aliberti) è improbabile, perché chiunque si accorge che qui l’ingrediente D’Addario, aggiunto al cocktail di marchettare e ricattini degli ultimi giorni, produce un effetto paradossale nell’happy birthday della destra anti-Cav. Infatti la mozione D’Addario finisce malissimo, dopo che lei si è attirata più attenzioni della metà dei parlamentari, la Generazione italia si accorge della minaccia di Generazione escort, e la prende a male parole («vattene, questo non è il Pdl!») facendola fuggire in lacrime. Il peggio, però, è già fatto. La convention finiana, di fatto e controvoglia, nasce sotto le luci rosse, dentro quell’ambiente equivoco e fangoso in cui più volte - e ancora adesso - si è sperato potesse affondare per sempre il berlusconismo e il suo fondatore.

È quella in fondo la speranza che anima il padiglione finiano a Perugia, e che tra gli alti valori, l’inno d’Italia, la patria, l’ostruzionismo e le tattiche parlamentari, si ritrova un alleato sgradito e imbarazzante, ma unito nella stessa battaglia: una schiera di escort che hanno ben imparato la lezione della fondatrice di Filmino e libertà, la signora D’Addario. «Ho sempre avuto molta stima per Fini» ci spiega mentre le tv accendono i fari per riprenderla, e si capisce quanto sia d’accordo sulle reprimende (indirette, perché siamo in piena trattativa col Pdl) per le serate di Berlusconi e tutto quel che emerge dai fantastici racconti delle D’Addario girls, le proselite del sexy-scandalismo che, tuttavia, sembra l’unica vera arma per indebolire l’avversario e costringerlo alla resa.

Oggi si vedrà se Fli proporrà un rimpastino di governo, per schiacciare la Lega all’angolo (l’altro detestato nemico del popolo finiano, che accompagna con applausi e buuh ogni riferimento a Bossi e alla Padania), oppure un appoggio esterno. Quel che è certo è che si è già conquistato l’appoggio esterno delle escort, e una consulenza politica della D’Addario, preziosa più che mai in frangenti del genere. La modalità del coming out migottesco però è inopportuna e quanto mai molesta per Fli, che vorrebbe adoperare sottotraccia il tema delle escort e non scopertamente (a parte la Maiolo che parla di «affaristi e prostitute» nel Pdl), e che certo non si aspettava di ritrovarsi, nel nobile giorno della Fondazione, una di loro a inquinare al festa.

Si doveva parlare di Costituzione offesa dalle leggi ad personam, di Paese dimenticato e sofferente, di diritti e di sacro suolo nazionale, non doveva palesarsi in questo standing di virtù repubblicane lo spettro della marchetta ricattatrice, della melma a squillo, che pure resta il partito di opposizione più forte al momento. L’inatteso però è rivelatore, come sempre, e l’asse Fli-escort trova l’evento storico per saldarsi. In un nuovo governo, alla D’Addario spetterebbero quantomeno le Pari opportunità.



Ecco tutte le bugie dell’oracolo D’Addario La Rai rischia grosso
di Stefano Filippi

Michele Santoro, venerabile maestro di giornalismo che ha sdoganato le escort in prima serata, non ce l’ha raccontata giusta. L’altra sera ad Annozero ha trattato Patrizia D’Addario come un’oracolessa assisa sul Parnaso che racconta eterne verità sulle due serate passate con Berlusconi. Verità passate come oro colato, senza filtri né contraddittorio: Silvio sapeva di me, sono una donna piena di dignità, non ero l’unica escort (cioè prostituta) ospite del Cavaliere, tutti sapevano tutto, il mio unico sogno è ristrutturare la casa di mio padre, non ho tradito nessuno, non volevo ricattarlo, dovevano candidarmi alle europee, eccetera. Il campionario è cospicuo.

Quando le è stato chiesto come tira a campare adesso, Patty ha risposto che erano affari suoi, mentre diventava viola sotto le due dita di cerone e le si gonfiavano le vene del collo. La domanda sugli abusi compiuti sui suoi terreni è stata bellamente silenziata. Se lo dice Patty, per il maestro Santoro è una verità assoluta e incontrovertibile; non lo sfiora neppure da lontano il dubbio che la realtà sia diversa: a lui interessava soltanto quella frase, «Silvio sapeva chi ero», poche parole ottime per finire l’indomani su tutte le prime pagine, cosa puntualmente accaduta. Il trappolone è scattato.

In mancanza di un programma tv in prima serata tutto loro, i legali di Giampaolo Tarantini, l’imprenditore indagato che fu il tramite fra Berlusconi e la D’Addario, si sono dovuti affidare alle agenzie di stampa per ridare dignità ai fatti. «Tarantini non ha mai presentato la signora come escort», dichiarano gli avvocati Nicola Quaranta e Nico D’Ascola.

Lo conferma una della trentina di ragazze presenti alla serata, Clarissa Campironi: «La D’Addario mi è stata presentata in veste di imprenditrice. La scena che mi si presentava davanti non era assolutamente di un harem, c’erano tanti uomini quante donne. E ora la D’Addario accusa sulla tv pubblica me e le altre ragazze di svolgere la sua stessa attività, senza che noi possiamo difenderci».

Falso anche che «le ragazze accompagnate nella residenza privata di Berlusconi fossero state presentate anch’esse come escort». E l’accordo tra Giampi e Patty «non implicava alcun precostituito accordo in ordine a prestazioni sessuali già commissionate»: la nuova icona della sinistra aveva invece detto che Tarantini le aveva dimezzato la bella cifra pattuita di 2000 euro perché non si era fermata al dopocena.

È lungo l’elenco delle falsità dichiarate dalla D’Addario in diretta Rai. «Tarantini non le ha chiesto un curriculum in vista di una candidatura alle europee»: e quando mai faceva lui le liste del Pdl? «Non ha accompagnato Berlusconi a Milano in occasione di taluni dissapori con la signora Veronica Lario». «Non è vero che le cene a Palazzo Grazioli fossero popolate da un numero elevato, se non addirittura indeterminato, di ragazze accompagnate da Tarantini». Il quale ha portato al massimo due o tre fanciulle e soltanto «al fine di fare bella figura» con il presidente.

In visita al contingente italiano a Herat, in Afghanistan, anche il presidente del Senato Renato Schifani è intervenuto sul caso Annozero: «Siamo alla palese indecenza». E in Rai c’è molta irritazione per la puntata di giovedì. Esiste il rischio reale di strascichi giudiziari, in quanto la D’Addario è stata mandata in onda senza il contraddittorio con altre parti coinvolte nella vicenda che non hanno potuto difendersi. Tarantini e i suoi legali, non invitati, minacciano fuoco e fiamme.

A ciò si aggiunge il malumore che serpeggia nelle associazioni delle famiglie cattoliche per la presenza di prostitute in prima serata e per le volgarità della Bbc mandate in fascia protetta. Per inciso, lo stesso filmato trasmesso all’inizio diAnnozero fa parte del trappolone: il programma «Mock the week» è stato presentato come un seriosissimo talk show, mentre è un serial farsesco.

Gli ascolti hanno comunque premiato il «puttan-tour» di Raidue: oltre sette milioni di spettatori, un televisore su tre sintonizzato sulla banda Santoro, un pubblico composto in gran parte da giovani, laureati, persone di alto reddito ed elevata fascia sociale. È il risultato migliore per Annozero anche se erano andate meglio altre tre puntate di Tempo reale, Il rosso e il nero e Samarcanda, quest’ultima dedicata alla strage di Capaci: l’assassinio di Falcone tirò più di Patty. Santoro comunque gongola, e già annuncia: «La D’Addario? Potrei invitarla di nuovo».



Annozero, non scatta la porno-trappola Oltre 7 milioni alla tv per la D'Addario
di Stefano Filippi

Aveva la carta di riserva, quel vecchio volpacchione di Michele Santoro. Dopo una lunga giornata di tira e molla sulla presenza di Patrizia D'Addario ad Annozero, davanti al rischio che la escort numero uno sparisse, il programma di Raidue è cominciato con un'intervista all'escort di scorta. Anche lei barese, anche lei ospite a Palazzo Grazioli, mora e con gli occhialoni neri: si chiama Terry De Nicolò e ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali per la modica cifra di 500 euro con l'ex vicepresidente della regione Puglia, il democratico Sandro Frisullo, e di aver passato una serata con Silvio Berlusconi.

Apertura a sorpresa, dunque. «Si sa come funziona questo sistema, è uno scambio di favori», rivela la Terry che aggiunge di aver passato piacevoli momenti con un pezzo grosso della sanità pugliese targata centrosinistra. Ce n'è abbastanza per occuparsi del vero scandalo di cui si occupa la magistratura pugliese: quello delle tangenti nella sanità regionale. Ma Santoro se ne guarda bene. «Disgustoso», protesta Maurizio Belpietro, direttore di Libero.

È un antipasto fuorviante, perché dopo un'oretta di amabili conversari eccola la escort numero 1, la bionda Patrizia, di nero vestita su divano rosso: due prostitute al prezzo di una, nel servizio pubblico (o pubico, copyright Dagospia). Intervista in diretta da Bari per il tramite di un giornalista che scivola subito su una gaffe: «Facciamo finta che siamo soli, così ci aiutiamo tutti e due», dice lui a lei. La D'Addario conferma quello che ripete da sei mesi: le due serate, le registrazioni, la professione di escort dopo aver lavorato nel mondo dello spettacolo, «l'ho confessato subito a Tarantini, con dignità».

È una parola che ripete anche quando Santoro le chiede cosa si provi a fare quel mestiere: «Molta più dignità che dire di fare la modella o la ragazza immagine». Aggiunge Patrizia che «il premier sapeva che ero una escort». E come faceva a saperlo? «Lo sapevano anche le altre ragazze». Santoro chiede sornione se c'erano teneri sentimenti con il premier: Michele sembra un cronista rosa che infila l'occhio nel buco della serratura e pende dalle rosse labbra di Patrizia. La D'Addario duetta su queste questioni prive di rilievo penale, sentenziando come un «oracolo onniscente» e non smentibile, secondo la definizione di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale.

La sua immagine ingigantita domina lo sfondo dello studio santoriano. «È la protagonista del più grande scandalo del dopoguerra», dichiara la giornalista del Manifesto Norma Rangeri. L'unico momento in cui si scompone è quando Belpietro le chiede «come faccia oggi a campare». Lei spreme una lacrimuccia e sfugge: «Ve la prendete tutti con me nella mia prima intervista alla tv italiana». Ma alla domanda, non risponde.

Molto più prudente era stato uno degli dei dell'olimpo giornalistico, Carl Bernstein, vincitore del Pulitzer per aver rivelato lo scandalo Watergate, collegato in diretta come la D'Addario. «Se Berlusconi tenta di limitare la libertà d'azione della stampa, sbaglia. Tuttavia non conosco il caso con precisione - dice il giornalista da New York - non posso generalizzare». Ma a Santoro, che confonde Dustin Hoffman con Robert Redford rievocando il film «Tutti gli uomini del presidente», non va bene.

Il conduttore di Annozero dispiega il suo copione poco credibile a base di gossip e prostitute, il trappolone cucinato a freddo pieno di volgarità, nonostante che un parere dell'Ufficio legale Rai sconsigliasse di ospitare Patrizia D'Addario, in quanto indagata e testimone in più di un procedimento giudiziario in corso. «Il doppio ruolo giudiziario comporta il rischio che il suo intervento in trasmissione influisca sullo svolgimento delle indagini in corso», dicono gli avvocati del servizio pubblico.

A Santoro preme soltanto di andare in onda. Il suo editoriale d'avvio, tutto sorrisini e ammiccamenti da vittima del regime, precede un volgare spezzone della Bbc contro Berlusconi e il suo collega inglese, Gordon Brown. «Se non mando la D'Addario chi garantisce il contraddittorio?». Domande retoriche: ci pensano Patty e Terry, le fonti del giornalismo alla Santoro.



La D’Addario alla cassa: ottiene la licenza edilizia grazie al Comune di Bari
di Francesco Cramer

Per sbloccare la pratica che le permetterebbe di costruire il residence dei suoi sogni le aveva tentate tutte, a cominciare dalla notte con il premier. Il Comune di Bari ha concesso la prima autorizzazione edilizia

 
Un premio alla guêpière. Alla fine ha vinto lei, Patrizia D’Addario, la escort più famosa del mondo, quella che ha fatto traballare il Palazzo, sbriciolare un matrimonio, alimentare sospetti e pruderie; quella che ha azionato il tasto «rec» per confezionarsi prove, per mesi diventata icona di sinistra perché in grado, si pensava, di far sloggiare Berlusconi da Palazzo Chigi; quell’arma biondo platino e dalle curve sinuose, spunto per la tiritera delle dieci domande e del premier sultano; quella regina del gossip diventata perfino star, flash al festival di Venezia, un libro, un cd, sfilate e serate à gogo, alla fine ce l’ha fatta. Ha trionfato visto che ha sempre detto di aver fatto quello che ha fatto soltanto per un’«oliata». Voleva superare l’ostacolo di una pratica edilizia che non c’era verso di sbloccare: adesso quella barriera non c’è più. Il comune di Bari, retto dal piddino Michel Emiliano, ha sciolto le riserve: via libera alla pratica D’Addario.

Accompagnatrice d’alto bordo reinventatasi imprenditrice col pallino di fare l’albergatrice, la signora era rimasta impigliata negli ingranaggi della burocrazia del capoluogo pugliese. Un terreno di periferia, un rustico, l’ossessione di costruire un residence. Ma il suo fascicolo rimaneva lì, bloccato, privo del timbro perché senza permessi giusti. Gli uffici comunali le sbattevano in faccia «niet» uno via l’altro: progetto non in sintonia con il piano regolatore.

Trafile con gli architetti, scadenze, altre richieste e altri intoppi: niente da fare, se non si può non si può. È stato così che, a differenza di un signor Bianchi o Rossi, la signora D’Addario ha scelto la scorciatoia, l’aiutino, il jolly. Disse più volte che ne aveva parlato anche a Berlusconi e, a fronte di una rassicurazione che poi non è arrivata mai, ha deciso il piano B: vuotare il sacco, raccontare, sputtanare, vendicarsi. Le serate a palazzo Grazioli, la combriccola Tarantini, le foto scattate in bagno e i nastri su cui registrare tutto. Da sbobinare al mondo intero qualora il via libera alla cazzuola non fosse arrivato. Sarà putiferio. E putiferio è stato.

Ma adesso Patrizia ha avuto la rivincita: quattro giorni fa il fascicolo che porta il suo nome è passato sul tavolo degli uffici della ripartizione urbanistica della sua città. Verifica delle condizioni di fattibilità dei suoi sogni, due o tre raccomandazioni per garantire sicurezza dei cantieri e rispetto del paesaggio, audizioni degli architetti e oplà: il timbro giusto è arrivato, il nulla osta concesso. I mattoni della D’Addario s’impilino pure dove e come chiede la signora, l’area è buona e non c’è neppure il rischio di alluvione.

Manca soltanto l’ultimo inghippo, quello relativo alla Sovrintendenza ai Beni ambientali e paesaggistici che di solito fa ulteriori pulci a qualsivoglia progetto. Ma il grosso è fatto, dall’amministrazione c’è il disco verde per un faldone che ha fatto capolino negli stanzoni dell’ente locale fin dagli anni Settanta, portato lì da papà D’Addario. Poi la figlia ne aveva raccolto il testimone, variato la destinazione di un intervento già autorizzato, richiesto nuovi permessi, sbattuto contro funzionari e una montagna di codicilli e di norme edilizie da rispettare.

Proprio per questo pare che nel 2008, snervata da cotanta burocrazia, la signora si sia presentata nella sede del movimento «La Puglia prima di tutto». S’era offerta come paladina dei diritti di tutti quei cittadini sommersi dalle pastoie burocratiche. Aveva chiesto un posto in lista durante le elezioni comunali della primavera di quell’anno per contribuire ad abbattere il sistema instaurato dal sindaco Emiliano. Candidatura arrivata puntuale quanto il suo flop, visto che ottenne la bellezza di sette voti sette.

Ma il suo gol è sempre stato quello di sbloccare quello stramaledetto cantiere. Fallita la via politica, la D’Addario ha capito che le armi più utili per andare a rete erano altre: un telefonino, un registratore e tanto, tanto pelo sullo stomaco. Il gol è arrivato grazie all’assist dell’amministrazione Emiliano. Probabilmente è anche tutto regolare e la marcatura non è viziata da alcun fuorigioco. Se così fosse resta un’inquietante domanda: ma ne valeva davvero la pena?




Gran bordello Rai: D'Addario da Santoro Festa a base di sesso, bugie e Travaglio
Libero

di Gianluca Roselli

L’ordine di scuderia è partito appena si è saputo che Patrizia D’Addario questa sera sarà ospite di Michele Santoro ad Annozero: nessun esponente politico del PdL deve partecipare alla trasmissione. Nemmeno Niccolò Ghedini, che nello studio di Santoro è ospite assiduo. Nemmeno Alfredo Mantovano, la cui presenza era prevista nella scaletta del programma. E così la redazione di Annozero si è messa alla ricerca disperata di esponenti della maggioranza di governo. Ma tutti hanno declinato l’invito. Anche Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia e deputata del PdL, prevista da giorni, ha rifiutato. «La presenza in studio della D’Addario mi ha costretto a declinare l’invito con la convinzione che una trasmissione così congegnata rischi di risolversi nella ricerca di facili effetti scandalistici», ha detto la giornalista.

Insomma, Santoro non molla e questa sera ci mette il carico da novanta, con una puntata dal titolo “No Giampi, no party, viaggio nel sistema Tarantini”. Ospiti in studio saranno Nicola Porro del Giornale, il direttore di Libero Maurizio Belpietro, Norma Rangeri del Manifesto, Maria Latella e il sindaco di Bari Michele Emiliano. Unico ospite politico in studio. E poi lei, Patrizia D’Addario, la escort che ha confessato di aver passato una notte a Palazzo Grazioli col Cavaliere.

Ancora non si sa se sarà ospite in studio a Roma o in collegamento da Bari. Insomma, un bel puntatone tutto dedicato al giro di amicizie e di escort di Giampaolo Tarantini. Compresi i festini e le cene nella residenza romana del premier. Una serata che si annuncia esplosiva e che sembra destinata a occupare le pagine dei giornali per giorni, come è successo per la puntata di giovedì scorso.

Nonostante abbia fatto buon viso a cattivo gioco minimizzando pubblicamente la questione, ieri Berlusconi era di pessimo umore. E appena si è saputo dell’invito alla D’Addario è andato su tutte le furie, dando l’ordine ai suoi di boicottare la trasmissione di Raidue. «Se vogliono fare un processo contro il premier, almeno noi non saremo suoi complici», sussurra un esponente del PdL vicino al Cavaliere. Che, raccontano, ieri avrebbe fatto una telefonata di fuoco al direttore generale della Rai, Mario Masi. «E’ inconcepibile che sulla tv di Stato ogni settimana vada in onda un vero e proprio processo contro di me, il governo e le istituzioni. Questo non è il modo di fare servizio pubblico», è stato il tono dello sfogo berlusconiano.

L’ordine di scuderia da Palazzo Chigi, però, è quello di minimizzare. E di evitare l’argomento. «Patrizia D’Addario ospite di Santoro? Il problema non è nostro, ma tutto dei difensori di Tarantini», osserva l’avvocato del premier, Niccolò Ghedini. E Paolo Bonaiuti, chiamato in Senato per rispondere a un’interpellanza di Luigi Zanda sulle frequentazioni personali del premier, ha parlato di tutt’altro. Berlusconi, dunque, pubblicamente mostra tranquillità. «Lunga vita a Santoro e alla

Dandini che non fanno che portare voti al centrodestra», ha detto ieri a SkyTg24, «credo che questi programmi non riscuotano poi molto successo. Tutti possono stare in tv finché vogliono, fin quando non si fa un uso criminoso della tv, fin quando non di commette reato di diffamazione». E davanti ai deputati del PdL ha aggiunto: «Criticare Santoro è un errore, bisogna invece dargli tutto lo spazio possibile, perché la verità è più forte di lui».

Questo prima di sapere della presenza della D’Addario. Ma dalle parole del premier si evince la tentazione di arrivare, extrema ratio, a querelare Santoro. Tutto dipende dalla puntata di stasera, che sarà esaminata al microscopio dai falchi berlusconiani per vedere se Michele andrà oltre e se possano esistere i presupposti per una denuncia, come già accaduto contro Repubblica e l’Unità. «Qualcuno ha esagerato facendo diventare Santoro un martire», ha detto ieri Bonaiuti.

Sta di fatto che la truppa dei berluscones più agguerriti preme per la querela. Mentre le colombe, Gianni Letta in testa, invitano a soprassedere. Anche se la strada più praticabile, al momento, sembra essere un provvedimento nei confronti della trasmissione da parte di vertici di viale Mazzini. Una denuncia, però, Santoro rischia di prenderla da Tarantini, che ieri ha chiesto l’intervento dell’Agcom e del governo perché «Annozero ha fatto disinformazione con strumentalità politica», annunciando di «essere pronto ad adottare i provvedimenti opportuni».


Tutti gli uomini di D'Alema all'ombra di Gianpi
di Redazione

I politici da Tedesco a Frisullo, i professionisti da Castellaneta a Intini: ecco gli uomini di Baffino in affari con l’indagato. Incontri documentati tra il "re delle protesi" e l'ex premier del Pd. Sul caso D'Addario, D'Alema annunciò una scossa con tre giorni di anticipo

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Ricapitoliamo. Un avvocato molto vicino a Massimo D’Alema, Salvatore Castellaneta, è stato indagato per prostituzione dai pm di Bari perché insieme al terribile Tarantini, avrebbe reclutato, fra le altre, la escort Patrizia D’Addario. Secondo l’ipotesi accusatoria il legale vicino a Baffino puntava a «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici che il Tarantini, al quale erano legati da rapporti di affari, avrebbe conseguito attraverso l’aggiudicazione di commesse da parte della società (...) attraverso l’organizzazione delle serate provvedendo alla ricerca e alla selezione delle prostitute nonché alla verifica della loro disponibilità a prostituirsi»
.
Una sorta di passepartout per arrivare al Cav, e da qui al grande business dei grandi gruppi industriali. Le società cui si fa cenno nell’avviso di conclusione delle indagini sono collegate a Finmeccanica, holding con la quale ha rapporti e tenta di fare affari - per il tramite dell’immancabile Tarantini che personalmente foraggia con una consulenza da 150mila euro - un certo Enrico Intini, imprenditore notissimo e vicinissimo a D’Alema.

Che a verbale ammette di aver parlato con un funzionario di Finmeccania, Metrangolo, pure lui destinatario di tre escort via Tarantini. Per la cronaca, e per far quadrare il cerchio, Intini spiega ai pm di aver incontrato Tarantini a settembre 2008 nello studio dell’amico avvocato Castellaneta.  E a proposito di quest’ultimo gli inquirenti fanno notare come, tramite Tarantini, in cambio di escort, «l’avvocato riusciva a ottenere l’incarico di presidente del collegio sindacale della Sistemi e Telematica Spa, società controllata dalla Elsag Datamat, a sua volta facente parte del gruppo Finmeccanica».

Ieri D’Alema ha annunciato di voler querelare il Giornale per le anticipazioni riportate con dovizia di particolari. Dopo qualche anno si è ricordato di dover smentire ciò che è stato sempre dato per acclarato, che Panorama ha rilanciato via web giovedì sera, che persino l’ecumenico Bruno Vespa riporta a pagina 48 del libro Donne di cuori, che il Corriere della sera insieme al Giornale ricordava ancora ieri, e cioè che quando parlò di «scossa» per Berlusconi – riuscendo a prevedere con tre giorni d’anticipo la scossa D’Addario – non era nella masseria dell’avvocato Castellaneta nel Salento bensì a Otranto, nell’agriturismo Terra Rossa. Preso atto della tardiva precisazione dell’ex leader dei Ds, che non smentisce il resto dell’articolo incentrato sui rapporti strettissimi tra Tarantini e i suoi uomini più fidati, andiamo all’amico scomodo di cui D’Alema non parla.

Giust’appunto, l’avvocato Castellaneta, indagato per aver sfruttato «l’attività di prostituzione esercitata a vantaggio di Berlusconi presso la sua residenza romana» non solo attraverso la D’Addario, ma anche di un’altra ragazza considerata «centrale» nell’ipotesi ventilata qua e là del complotto rilanciato a luglio dalla stessa D’Addario, ovvero Barbara Montereale, amica del cuore di Patty, celebre per aver rivelato le confidenze di Patrizia, aver scattato le fotografie della toilette dei bagni di Palazzo Grazioli nonché essere riuscita a farsi candidare per le Comunali del 2009, con la D’Addario, nella lista La Puglia prima di tutto, vicina al centrodestra.

Il dettaglio non è di poco conto. Seguiteci. Quando D’Alema annuncia la scossa siamo al 14 giugno 2009 (tre giorni dopo scoppierà lo scandalo D’Addario). A Bari si consuma una delicata contesa politica dove l’uscente sindaco Michele Emiliano, diventato dalemiano nel 2004 dopo aver indagato su D’Alema quand’era pm sin dal ’99 per l’inchiesta sulla missione Arcobaleno, se la gioca al ballottaggio. In quel periodo i rapporti fra alcuni importanti dalemiani e il «mostro» Tarantini sono strettissimi. Abbiamo detto di Intini (che conferma tutto a verbale).

Del vice di Vendola, Frisullo (amico personale di Gianpi, che ottiene scorciatoie per i suoi affari in cambio di escort, poi arrestato). Non abbiamo detto dell’ex assessore Alberto Tedesco (un tempo in società coi Tarantini, poi finito nell’inchiesta sulla malasanità) che si salva dall’arresto grazie al sacrificio dell’altro dalemiano Paolo Di Castro, che gli lascia lo scranno al Senato facendosi eleggere all’Europarlamento. Non abbiamo detto niente di Roberto De Santis, ombra del lìder Massimo, amico fraterno di Gianpi, presente agli incontri al ristorante e in barca fra Tarantini e D’Alema. Quel giorno, tra Gaeta, Ventotene e Ponza, Tarantini è sul battello dell’imprenditore barese Francesco Maldarizzi, amicissimo di D’Alema che è in rada a bordo del suo Ikarus.

Tra gli invitati c’è anche Giuseppe Fortunato, dalemiano, di lì a poco rappresentante di Finmeccanica a Mosca. D’Alema e Tarantini si incrociano al ristorante il Tramonto. Non sappiamo se i due si parlano. D’Alema giura di no. Come giura di non essersi accorto dell’amico dei suoi più stretti amici in occasione della cena elettorale al ristorante la Pignata di Bari il 28 marzo 2008, pagata da Tarantini e organizzata dal dalemiano Michele Mazzarano, coinvolto in un’inchiesta collegata a Gianpi. Oltre a D’Alema, c’è anche il sindaco Emiliano. Entrambi giurano di essere stati pochi minuti. «Portai via D’Alema non appena trovai nel locale Tarantini» rivela Emiliano, che su Gianpi indagò quand’era pm.

Tarantini la racconta in un altro modo: «La cena l’ho offerta io, e tutti nel partito ne erano a conoscenza, compreso il sindaco Emiliano che ha partecipato a tutta la cena andando via solo alla fine». E D’Alema sapeva? «D’Alema sapeva perfettamente chi ero io e tutti nel partito ne erano a conoscenza anche perché, uno dei suoi amici più cari, De Santis, è uno dei suoi più stretti collaboratori”. A essere disonesti uno dovrebbe pensare a chissà cosa leggendo la recente intercettazione tra Tarantini e Lavitola nella quale il primo racconta non solo che «a 30 anni ero a cena con Berlusconi» ma che «a 20 andavo in barca con D’Alema».

Così come si potrebbe fare dietrologia spicciola su ciò che ruota intorno al presunto complotto denunciato a luglio dalla D’Addario (e sul quale indaga la procura): «Mi hanno obbligata a consegnare le cassette con le registrazioni, così come sono stata costretta a dichiarare di essere una escort – ha dichiarato a Libero - mi venne imposto di rilasciare decine e decine di interviste, a cominciare da quella concordata dal mio avvocato con il Corriere, per fare esplodere lo scandalo».

L’avvocato in questione - che ha smentito tutto e rimesso il mandato - è Maria Pia Vigilante, vecchia amica dell’ex pm Alberto Maritati che dopo aver indagato sui finanziamenti illeciti a D’Alema da parte del re delle cliniche Cavallari (finanziamenti ammessi da D’Alema, reato cancellato perché coperto da amnistia) chiese il proscioglimento dell’indagato e anni dopo è diventato senatore e sottosegretario al governo D’Alema.

L’avvocato per come è stato ripetutamente scritto (anche da Vespa), è molto amica della caporedattrice del dorso barese del Corriere sospettata di aver avuto un ruolo decisivo nella pubblicazione dei verbali di Tarantini e Berlusconi che solo la procura barese, e la Gdf, potevano avere. Nell’indagine sulla fuga di notizie, più precisamente nell’ultima perizia tecnica, è finito proprio il pm Scelsi, ex titolare dell’inchiesta, che poi accuserà Laudati d’aver insabbiato le intercettazioni. O meglio è finito il suo pc, rimasto acceso e senza password, dal quale sono stati estratti i verbali top secret. Per la fuoriuscita è stato però incolpato un tecnico informatico, non dalemiano.




Gli spetteguléss di Barbara e Patrizia: «Veronica pagò Noemi contro Silvio...»
Corriere del Mezzogiorno

La D'Addario e la Montereale intercettate mentre sparlano della teenager di Portici


NAPOLI – «Tu sei un'altra come Noemi, insomma, che gli puoi fare il c…». Barbara Montereale, la 25enne di Modugno che insieme ad altre ragazze ha partecipato alle feste di Berlusconi, tra cui Patrizia D’ Addario al centro del primo scandalo sessuale che ha coinvolto il premier, parla al telefono con la escort barese e, dalle intercettazioni della Procura di Bari che indaga sul giro di prostituzione gestito secondo i magistrati dall’imprenditore Gianpaolo Tarantini, traspare che anche che la D’Addario fosse intenzionata a ricattare il premier.

«VOGLIO FAR USCIRE UN PO' DI COSE» - L’idea sarebbe maturata dopo il caso Noemi Letizia, la ventenne di Portici salita all’onore delle cronache per aver avuto alla festa del suo diciottesimo compleanno in una villa a Casoria nientemeno che Berlusconi. La D'Addario appare gelosa del successo che la porticese ha ricavato da questa storia, e alla Montereale dice: «Mò voglio fare uscire fuori un po' di cose, fuori…». Il riferimento è ai filmati sulla notte che ha passato a Palazzo Grazioli con Berlusconi, a cui vorrebbe «scucire» qualche soldo.

AL FESTIVALBAR...- «Sì, come ha fatto Noemi», incoraggia al telefono la showgirl modugnese, che informa l’amica barese che Noemi molto probabilmente parteciperà al Festivalbar (forse confondendo la cantante di X-Factor con la giovane vesuviana). «Ma a cantare o a presentare?», chiede dall'altra parte del cavo la D’Addario. Poi, le due ragazze parlano della serata trascorsa con il premier e raccontano che c’erano altre ragazze che erano state mandate via «senza un euro», ma avevano ricevuto solo delle «medagliette». Su Noemi aggiungono: «Queste storie stanno venendo a galla e lui (Berlusconi, ndr) tanto si sta rovinando con le sue stesse mani e Noemi ha fatto un "successone", hanno messo in mezzo i genitori di lei, pure la mamma».

«C'È VERONICA DIETRO NOEMI» - La Montereale racconta alla D’Addario che a sollevare poi lo scandalo Noemi-Berlusconi sia stata la ex moglie del premier, Veronica Lario. «Ha pagato Noemi per fare questa cosa qua.. questa è la verità… cioè Noemi si “Papi”, “Papi”. E quindi Veronica ha fatto fare questo scandalo perché con il divorzio un conto è se tu abbandoni il tetto coniugale e non hai diretto ad un ca... di niente, però se divorzi che hai ragione, per il tradimento, hai diritto al mantenimento… Ma lei (la Lario, ndr) comunque ha una storia da dieci anni con il Body guard…». La D’Addario è sorpresa: «Lei, la moglie? Vabbè diciamo che vanno avanti queste storielle tipo Beautiful…», conclude.

Fr. Par.




La sinistra va in piazza a litigare con la D’Addario
di Massimiliano Scafi

«No al bavaglio». A Roma l’hanno scritto su uno striscione, a Napoli, con il pomodoro, su una pizza. Sì, una vera pizza, una margherita con il bordo alto, la bufala di Aversa e il basilico. L’hanno esposta in piazza Trento e Trieste, l’hanno portata un po’ in giro e poi ovviamente se la sono mangiata. A Piazza Navona invece vogliono mangiarsi Patrizia D’Addario che, non invitata, si presenta alla manifestazione contro la legge sulle intercettazioni. Foto, sorrisi, capelli al vento, sobrio tailleur nero, finché, dietro il palco, non riesce a intercettare i giornalisti e a pubblicizzare il suo secondo libro, fresco fresco di stampa.

«No, nessuna pubblicità - spiega - sono qui per difendere il vostro lavoro e la vostra libertà. Del resto questa legge riguarda anche me. Se fosse già stata in vigore, voi sareste in carcere e la mia verità non sarebbe mai venuta fuori. Io l’icona del corteo? Sarei felice di esserlo. Io in politica, con Di Pietro? Sono molto impegnata a difendermi da chi mi ha infangata, ma, semmai, perché no?».

Furibondi gli organizzatori: la presenza della signorina bionda può effettivamente mandare tutto in vacca. «Mi sembra davvero eccessivo che una escort sia venuta qui nel retropalco per farsi la sua conferenza stampa - sbotta Benedetta Buccellato, dell’Associazione teatro italiano -, reclamizza il suo libro in una manifestazione per la dignità della cultura. Lei non è una scrittrice, è una escort. Mi denunci pure, ma io la chiamo così». Fischi, proteste, pure qualche pernacchia per la D’Addario, nonostante la sua timida autodifesa: «Non credo che quella signora avrebbe mai il coraggio che ho avuto io a raccontare la verità a un magistrato».

Altri fischi. «Fanno bene a contestarla - è il commento di Roberto Natale, presidente della Fnsi -, qui da noi non è per nulla gradita. Il nostro è un appuntamento aperto, non c’è servizio d’ordine, ma c’è chi vuole speculare. Questa non è la piazza della D’Addario». Indignato Enzo Carra: «Sono qui per la libertà di informazione e trovo davvero squalificante che un evento così importante e imponente venisse monopolizzato dal protagonismo della signorina D’Addario. Bene Natale, meno i colleghi che l’hanno intervistata». Rosy Bindi è più comprensiva: «Che volete farci, siamo un Paese libero... E poi chi ascolta è in grado di valutare i singoli interventi».

Sul palco tocca a Tiziana Ferrario, Tg1, aprire la manifestazione leggendo l’articolo 21 della Costituzione e moderare gli interventi. Sotto, un caleidoscopio multicolor di associazioni: il Popolo Viola, la Valigia Blu, le Agende Rosse, giornalisti, addetti ai lavori, ma anche attori, scrittori, registi, Vip, sindacati di polizia. Tanti soprattutto i politici del centrosinistra: Walter Veltroni, Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Piero Fassino, Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto. C’è pure Antonio Di Pietro, particolarmente bellicoso: «Siamo pronti ad occupare la Camera contro il disegno di legge. Fissare l’esame ad agosto è una truffa, un raggiro per bypassare la ribellione dell’opinione pubblica che in estate è in ferie».

Arriva la solidarietà dell’Anm e della Cgil. Parla Franco Siddi, segretario della Fnsi: «La libertà è soprattutto conoscenza, non ci rendiamo conto dei rischi che corriamo. Se sarà il caso, ricorreremo alla Corte europea per i diritti dell’uomo». Si collega telefonicamente Dario Fo: «Berlusconi è in difficoltà, sta perdendo colpi. Non insultiamolo, ignoriamolo». Interviene la cantante Fiorella Mannoia: «Anche il centrodestra dovrebbe bloccare questa legge vergognosa». Prendono la parola la mamma di Federico Aldovrandi e la sorella di Stefano Cucchi: «Se non avessimo fatto pubblicare le foto e gli atti, i due casi sarebbero stati archiviati». Dacia Mariani vede «un Paese in trance che sta trovando la forza di reagire, grazie al coraggio dei giornalisti». E Claudio Guiardullo, a nome dei sindacati di polizia, difende l’utilità delle intercettazioni nella lotta contro il crimine. Ma la D’Addario ha già rubato la scena.




Così i servizi stranieri hanno reclutato Patrizia»
di Redazione

Si parte dai pozzi di petrolio, si arriva a Patrizia D’Addario. Aldo Giannuli segue le curve di un ragionamento sofisticato e suggestivo per arrivare a una conclusione granitica: «L’operazione D’Addario è stata un’operazione di intelligence. E con ogni probabilità la cabina di regia non è a Bari o a Roma, ma all’estero». Attenzione, Giannuli, storico e saggista, è uno che di 007 se ne intende: è suo un testo molto fortunato, Come funzionano i servizi segreti (Ponte alle grazie), che viviseziona il metodo di lavoro delle barbefinte. E l’occhio allenato dello studioso, che fra l’altro ha sempre avuto simpatie per la sinistra radicale, riconosce il complotto dietro lo scandalo delle escort.

Dottor Giannuli, lei aveva già espresso questa convinzione in una precedente intervista al «Giornale». Come fa ad essere così sicuro?
«Sono troppi gli elementi che non tornano».

Troppi?
«Nel giro di poche settimane, con una simultaneità impressionante, parte una campagna che definirei multipla per azzoppare il Cavaliere. I giornali francesi pubblicano vignette pesantissime, che ridicolizzano il nostro presidente del Consiglio».

Diritto di satira.
«Ma no, siamo ben oltre. A distanza di pochi giorni parte il Noemigate, con la storia della ragazza di Casoria. Poi, a giugno, per la precisione il 17, ecco l’intervista di Patrizia D’Addario al Corriere della Sera. Troppa roba in troppo poco tempo».

Non potrebbe essere un caso? «Non siamo ingenui. Mettiamola così, qualcuno ha capito che il nostro premier ha un punto debole: le donne. Per ragioni sue ha deciso di partire all’attacco. E c’è un altro elemento da considerare».

Quale?
«Nello stesso periodo, supercongestionato, salta fuori un fotografo sardo, Antonello Zappadu, che incredibilmente ha scattato immagini al premier per anni senza che nessuno l’abbia mai fermato sulla porta di Villa Certosa. Guarda la combinazione, proprio in quelle settimane calde Zappadu dice di avere cinquemila foto, un archivio sterminato, e le tira fuori. Forse qualcuno ha visto quelle foto, ha fatto delle riflessioni, ha capito che si può partire dalle ragazze, dalle feste, dalle escort per dare un colpo all’immagine del premier».

D’accordo, ma chi?
«Non credo assolutamente ad una regia italiana. L’operazione è troppo raffinata, studiata nei dettagli, mirata».

E allora?
«Io andrei a cercare negli Usa o dalle parti di un certo Rupert Murdoch».

Negli Usa? E perché?
«Perché l’Eni, con la sponda del Cavaliere, sta attuando una politica energetica che gli americani vedono come il fumo negli occhi. L’Eni, che è un colosso mondiale, ha messo le mani sui più importante giacimento iracheno, poi c’è stata la mano tesa a Gheddafi e Chavez, soprattutto l’accordo fra Eni e Gazprom per la realizzazione del gasdotto South Stream che connetterà direttamente Russia ed Unione europea. Chiaro?».

Berlusconi si è messo contro gli Usa? «C’è chi è finito nella polvere per molto, molto meno. In alternativa c’è il duello con Murdoch, il signore di Sky. Qui il braccio di ferro fra i due magnati della comunicazione si spiega da sé».
Ammettiamo che ci sia un’origine internazionale. Ma poi come si arriva a Tarantini e alla D’Addario?  «Io credo che ci si sia appoggiati a qualche personaggio locale. Io sono di Bari e Bari dispone di ottimi investigatori privati e ottimi penalisti».

Andiamo avanti. «L’investigatore, o il penalista, ha contattato Tarantini e gli ha chiesto lumi».

La escort più adatta? «Certo. Così è saltata fuori Patrizia D’Addario».

La escort col registratore.
«Che, certo non dall’investigatore ma da qualcuno molto più in alto, ha avuto precise garanzie».

Quali garanzie?
«Sulla vita, ovviamente. E sul compenso. Ora si parla di ingenti somme depositate dalla signorina nel Qatar. Staremo a vedere gli sviluppi delle indagini. Certo, la D’Addario ha chiuso deliberatamente la sua carriera di escort e non posso pensare che l’abbia fatto a cuor leggero. Andando a sfidare, col suo registratorino, il premier, la security, le forze di polizia. Ma su, c’è un limite a tutto».

Nella sua spy story c’è spazio anche per i servizi segreti?
«Può darsi che qualche 007 corrotto, o qualche talpa interna a Mediaset, abbia agevolato il complotto. Così come è evidente che qualcuno a sinistra ha cercato di speculare su questa storia, senza rendersi conto che una vicenda del genere non indebolisce solo il premier ma l’Italia intera. E lo dico da uomo di sinistra, preoccupato perché talvolta lo stesso Berlusconi sembra affrontare con troppa disinvoltura e senza la necessaria prudenza situazioni difficilissime e assai scivolose».

Siamo all’ultima puntata, o ci saranno altri colpi di scena? «L’obiettivo resta quello di prima: indebolire il premier, destabilizzare l’Italia. Quindi attrezziamoci: il peggio non è passato».




Bastardi, la pagherete!" D'Addario a giudizio per oltraggio
Quotidiano

Bari, 25 novembre 2009

La Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per violenza e oltraggio a pubblico ufficiale (art. 336 c. p.) e calunnia (art. 368 c. p.) a carico di Patrizia D'Addario, la prostituta al centro della vicenda sulle feste a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi.

A formulare l’accusa, sulla quale dovrà pronunciarsi il Gip, è stato il Pm, Renato Nitti. "Tutto nasce da una circostanza banale - racconta Il Giornale - Una Lancia Y parcheggiata in divieto di sosta lungo via Sparano, elegante via dello shopping barese. Visto che il veicolo blocca il traffico, una pattuglia della polizia municipale decide di procedere con la rimozione forzata dell’auto. Ma appena il mezzo sta per essere tirato sul carro attrezzi, ecco spuntare carica di pacchi e pacchetti la bionda Patrizia D’Addario. La fashion victim del Tavoliere ci mette poco a perdere le staffe. Dopo aver tentato invano di fermare gli agenti, parte subito con le minacce: «Adesso vi faccio vedere come mi sento male e vediamo poi cosa fate, lasciatemi andare via, è meglio per voi».

E ancora: «Chiamo i giornalisti e ve la faccio pagare cara, bastardi». Espressioni che non abbiamo rielaborato noi, ma che sono tratte dalla richiesta di rinvio a giudizio firmata dal sostituto procuratore barese. Il Pm scrive, nero su bianco, di «tono molto concitato e minaccioso». Sul posto interviene anche un’ambulanza del 118, ma la D’Addario rifiuta ogni cura. Fine della prima parte.

Ma il meglio viene nella seconda parte. La scena si trasferisce presso gli uffici della squadra volanti e polizia di quartiere del commissariato di P.S. di Bari Nuova Carassi, dove la D’Addario «era stata convocata al fine di eleggere domicilio e nominare il difensore di fiducia in ordine ai fatti di cui al capo 1 di imputazione».

Presso il pronto soccorso dell’ospedale Di Venere dove era stata trasportata da un'autolettiga del 118, la signora D’Addario dichiarava quanto segue: «Il mio stato di agitazione ed il mio malore sono dovuti al fatto di essere stata portata e trattenuta in una stanza del posto di polizia contro la mia volontà da persona sconosciuta e non in divisa».

Annota il sostituto procuratore Nitti: «Tale affermazione veniva riportata nel “referto per l’autorità di polizia redatto da quella struttura sanitaria dove le veniva riscontrato “agitazione psico motoria reattiva” con prognosi di giorni tre salvo complicazioni». Una ricostruzione che, a giudizio del Pm, configura il reato di calunnia. Reato per il quale il codice penale prevede pene severissime".




La D’Addario? Reclutata dall’uomo di D’Alema 100mila intercettazioni per spiare 30 ragazze
di Redazione

Indagato per prostituzione l’avvocato Castellaneta, dalla cui masseria l’ex premier parlò di "scossa" anti Cav. Coinvolti anche i fedelissimi Intini e De Santis: Gianpi "consulente" della lobby. Il nuovo filone Finmeccanica: l'ipotesi dei pm è associazione a delinquere. Dall'Ape Regina all'Arcuri, le intercettazioni contro il premier


di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Ricordate la preveggenza di Massimo D’Alema che a pochi giorni dall’apparizione della Vergine D’Addario annunciò, urbi et orbi, una «scossa» imminente per Silvio Berlusconi? Ricordate quell’annuncio del 14 giugno 2009 a In mezz’ora dell’Annunziata? Bene. Forse non ricordate che l’esponente del Pd era collegato da una masseria nel Salento il cui proprietario era l’avvocato pugliese Salvatore Castellaneta, detto Totò.

Ovviamente dalemiano, vicinissimo a Nicola La Torre (nato a Fasano come lui, e pure presente quel giorno), a Roberto De Santis (già socio di Ikarus con D’Alema, coinvolto in un’indagine romana del ’99 su un giro di escort con altri amici del Lìder Massimo, in rapporti d’affari nella società Milano Pace realizzata a Sesto San Giovanni e sponsor di Fare Metropoli, la fondazione di Penati) e all’imprenditore Enrico Intini, dalemiano pure lui, il cui nome spunta nel filone Finmeccanica. Filone, che a Roma, sul versante Enav, coinvolge un altro dalemiano di ferro come Morichini.

Castellaneta è al centro del filone-stralcio di Finmeccanica. È soprattutto tra gli indagati nell’indagine sulle escort a Palazzo Grazioli perché, secondo la procura di Bari, avrebbe reclutato proprio Patrizia D’Addario per sfruttarne «l’attività di prostituzione esercitata a vantaggio di Silvio Berlusconi presso la sua residenza romana».

La notizia è dirompente, e cavalcabile dai cultori del complotto. Perché a infilare la D’Addario nel letto del premier per i pm sarebbe stato lo stesso uomo nella cui casa pochi mesi dopo D’Alema metteva tutti in guardia dalle scosse in arrivo per il Cavaliere che proprio da quella storia sarebbero arrivate. È stato Castellaneta a soffiare la notizia all’amico D’Alema? Difficile dimostrarlo, difficile non pensar male. Se è vero che a Castellaneta i pm contestano l’associazione a delinquere finalizzata a «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici che il Tarantini, al quale era legato da rapporti di affari, avrebbe conseguito attraverso l’aggiudicazione di commesse da parte delle società» vicine a Finmeccanica come SelProc, Selex Sistemi integrati, e Seicos.

Tra queste ruota il ruolo di «consulente» che il già citato Intini affidò a Giampi, che in questa veste riportò Intini da Bertolaso grazie ai buoni uffici di Berlusconi e cercò di spendersi per agevolare contatti tra l’imprenditore dalemiano e, appunto, la galassia Finmeccanica. Dettagli che lo stesso Intini ha dichiarato a verbale: «Mi trovai con Tarantini a parlare con tecnici di Finmeccanica impegnati in vari progetti (...). Ho incontrato anche Metrangolo, membro del Cda di Seicos» al quale Tarantini avrebbe passato – secondo la procura barese – le ragazze Niang Kardiatou e Fadoua Sebbar.

Questo a marzo, proprio quando Intini stipula la consulenza con Giampi: 150mila euro alla C.G. consulting. Ma nel settembre 2008, racconta Intini, «Tarantini chiese di parlarmi (...) per cimentarsi nel settore delle consulenze». Dove avvenne l’incontro in cui Tarantini offre i suoi servigi all’imprenditore d’area dalemiana? «A Bari, nello studio dell’avvocato Castellaneta».

Tra i sospetti degli inquirenti la possibilità che tramite l’ingenuo Tarantini il gruppo imprenditoriale vicino a D’Alema mirasse a incrementare il proprio business con Finmeccanica e altri grandi gruppi. Giampi sarebbe stato il passepartout per sdoganare politicamente la lobby pugliese. Facevano gola a tanti i 320 milioni di euro del contratto tra Palazzo Chigi e la società presieduta da Guarguaglini per fornire materiali Hi-Tech alla protezione civile, nel 2008.

A gestire il contratto per conto di Finmeccanica sono la Selex e la Selex Sema, il cui responsabile tecnico, Domenico Lunanuova, viene citato da Intini quanto parla coi pm baresi: «L’appuntamento con Lunanuova mi fu fissato da Tarantini e partecipò anche lui». Giampi, a quanto racconta Intini, gli avrebbe anche organizzato due incontri con Paolo Berlusconi. E Secondo quel che racconta Vespa nel libro Donne Di Cuori Berlusconi (Silvio) non venne però mai informato da Tarantini «degli incontri con D’Alema».

Ingenuo, agente d’affari sotto copertura o testa di ponte per interessi bipartisan? La partita giocata da Tarantini è ancora da decifrare. Di certo c’è invece il sorprendente ruolo di primo piano ricoperto nell’affaire D’Addario, a detta dei pm, da un uomo, Castellaneta, legato a doppio nodo al clan del politico che quel terremoto aveva pronosticato.




Anche una escort minaccia la libertà di stampa...
di Giuseppe De Bellis

Un girotondo intorno a Patrizia. In piazza, tutti. Non si può restare silenziosi davanti a una cosa del genere. Dov’è il sindacato? Dove sono i difensori civici dei giornali? Non c’è neanche un’agenzia, né una telefonata di solidarietà. Neanche la pietà. È appena arrivata una querela grande così: duecentomila euro di risarcimento richiesto e soprattutto la voglia di zittire la libera stampa. La D’Addario minaccia la libertà di informazione, stringe la morsa sui direttori dei quotidiani, sui loro redattori, sull’intera categoria.

Il silenziatore sulle notizie. Settantuno pagine di intimidazioni: una querela completa, puntigliosa, arrabbiata. Un attacco, anzi un attentato. Il plico è arrivato ieri sui nostri tavoli e contemporaneamente su quelli di Libero, della Gazzetta del Mezzogiorno, di Radio Capital. Dentro c’è il solito mezzo che i potenti hanno per zittire i giornali e quindi i loro lettori: la richiesta anticipata di danni, cosicché i quotidiani, i periodici, le radio e i tg, non parlino più male di nessuno. Patrizia D’Addario non accetta le critiche, né le domande.

E la Federazione nazionale della stampa che fa? Il Giornale, Libero, Radio Capital e La Gazzetta del Mezzogiorno fanno quasi mezzo milione di lettori e altrettanti ascoltatori. Non potranno più essere informati perché questo non è un Paese normale, per dirla alla Massimo D’Alema: no, qui la signora D’Addario è una minaccia, una presenza che limita la libertà d’espressione, rende vuoto il ruolo dei giornali e dell’opinione pubblica. E lo fa col mezzo più odioso: la querela.

Qui ci vuole una reazione indignata, una mobilitazione di categoria. Siamo sicuri che arriverà. Magari un po’ lenta, ma arriverà. Non è possibile che il presidente della Fnsi lasci passare questo scandalo. Non è assolutamente immaginabile che i consumatori accettino che la stampa venga limitata dal potere occulto della signora D’Addario. Si stanno solo organizzando: il 19 saranno tutti in piazza a protestare, con un bavaglio sulla bocca di sicuro e i cartelloni con le foto della signora barese: «Patrizia opprime l’informazione».

Bisogna leggerle le 71 pagine per capire che questa è una bieca forma di dominio della stampa. Adesso capiamo come devono essersi sentiti i colleghi di Repubblica, quando Berlusconi ha deciso di querelarli. Ne avevamo avute altre di querele, ma mai come questa. Adesso che tocca anche a noi comprendiamo. Patrizia «non accetta la libera attività giornalistica d’inchiesta», Patrizia «chiede di bloccare l’accertamento della verità», Patrizia mostra «l’insofferenza verso ogni forma di controllo».

È inaccettabile, è inammissibile. La categoria si deve ribellare, ne va della sua credibilità. Patrizia è una minaccia reale, perché evidentemente crede di vivere al di sopra delle regole. Non può che essere così, dai. Perché bisogna leggere quello che scrivono i suoi avvocati. Si indignano perché qualcuno l’ha definita «La bionda col registratore che ha preso solo sette voti». Insopportabile, questo. I giornali insultano, i giornali offendono. E gli avvocati scrivono: «Possiede un nome e un cognome, è evidente la connotazione dispregiativa del commento relativo ai voti ottenuti dalla stessa».

L’intervento del sindacato dei giornalisti non può ritardare troppo, ne va dell’immagine e del prestigio della categoria. «Connotazione dispregiativa» è il classico espediente per far capire che vogliono controllarci tutti, che ci tengono sulle spine, che stanno dicendo ai nostri editori che da qui non si va più avanti, ma solo indietro. Patrizia usa l’informazione. Come fa la Fnsi a non intervenire? Dài. Vedrete che stanno solo aspettando il 19 settembre, la grande manifestazione per tutelare i giornalisti e il loro ruolo, per preparare la difesa più strenua e decisa, per non lasciare cadere nel vuoto le provocazioni della D’Addario e per difendere i giornali vittime di queste intimidazioni.

Così i parlamentari che in questi giorni si sono scagliati contro l’uso della querela. Ci saranno anche loro, col Giornale sotto il braccio, oppure con Libero, o con la Gazzetta del Mezzogiorno. Poi tutti con le cuffiette sintonizzate su Radio Capital. L’orgoglio di un mondo che non si lascia intimidire dalle carte bollate. Poi Radio Capital è proprio una beffa: è la radio del gruppo Repubblica, che adesso si trova tra le querele di Berlusconi e quelle di Patrizia.

Un inferno. Un attentato alla civiltà. E al giornalismo, che non è affatto sacro né puro, ma qui viene contestato anche per cose che neanche i giornalisti capiscono, figuriamoci gli avvocati. Al Giornale, per esempio, Patrizia contesta persino il colore degli occhielli: rosso. «La particolare veemenza è data dai titoli in grassetto». È ironica? È seria? Se è vero, sembra comunque finto. Qualcosa che i fanatici della libertà di stampa considerano gravissimo: è lesa maesta della grafica.

La escort cita in giudizio anche chi ha riportato queste dichiarazioni dell’ex onorevole Salvatore Greco: «Però questa è proprio una professionista, insomma una poco di buono... ». I suoi avvocati si indignano: «Le suddette dichiarazioni risultano offensive, denigratorie, ingiustificate, prima ancora che inveritiere. D’altro canto, ove mai si volesse ritenere che le dichiarazioni di Greco fossero fondate - posto che la prostituzione in Italia non è reato - la diffamazione deve in ogni caso considerarsi concretata».

Abbiamo sentito le intercettazioni in cui Patrizia si lamenta di non essere stata pagata. Siccome chi le ha divulgate non è citato nella querela, dobbiamo presumere che siano vere, quindi è certo che Patrizia pretendeva soldi, cioè era una prostituta. La prostituzione non è reato, certo. Lasciare intendere che una la esercita, invece sì. È diffamazione. Allora querela. Cioè la minaccia alla libertà di stampa. O vale per tutti, o per nessuno.



Ora Emma e i suoi ci spieghino chi comanda davvero in Italia
di Gabriele Villa


Cos'è il "cerchio sovrastrutturale che va oltre Berlusconi" di cui Arpisella parla al telefono? Per il portavoce il caso D'Addario sarebbe stato architettato da una sorte di "Spectre"


Abbiamo un cerchio alla testa, noi de «il Giornale». Anzi di più, abbiamo un «cerchio sovrastrutturale» sopra le nostre teste. Ne sentiamo il peso da qualche giorno, lo percepiamo. Sappiamo oramai con certezza, dopo le parole criptiche ma preoccupanti e preoccupate, pronunciate da Rinaldo Arpisella, l'uomo di fiducia di Emma Marcegaglia, nell'oramai famosa conversazione telefonica con Nicola Porro, che questo cerchio aleggia nell'aria. Ma dobbiamo, purtroppo, prendere atto che, almeno per il momento, questa strana, inquietante presenza, resta per noi, «relegati in via Negri, a Milano» (sempre per continuare a citare Il Grande Informato), come qualcosa di simile a un Unidentified Flying Object, un Ufo cioè.

Che, ci crediate o no, sta girando e rigirando, attorno a un'Italia ignara, compiendo un'orbita particolarmente strana che, sempre parole di Arpisella, passa da Fini alla D'Addario, a Casini, attraversando praterie sconfinate, laghi, boschi, mari e monti ma anche, immaginiamo, piccole, medie e grandi industrie. Come si fa dunque a rimanere insensibili a questo grido di dolore? Come possiamo non farci delle domande o, meglio, non farle agli informati uomini (e donne) di Confindustria, per trovare risposte che possano rasserenare il nostro spirito e le nostre menti e consentirci di lavorare con più tranquillità nel nostro eremo di via Gaetano Negri a Milano? Ecco dunque la prima di queste nostre, crediamo più che lecite, domande:

1)Che cos'è questo misterioso «cerchio sovrastrutturale»? Chi ne fa parte e quali sono i suoi obbiettivi? Dice Arpisella a Porro nel colloquio telefonico intercettato: «...Ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa...». E ancora: «...Ma tu non sai che c... c'è altro in giro, ti parlo da amico cioè...è un'ottica corta cioè.. è allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me...». La frase dell'uomo di fiducia della presidente di Confidustria somiglia a un messaggio in codice. Che come tale va necessariamente e urgentemente decodificato, soprattutto perché fa intuire che il «cerchio» potrebbe essere una sorta di organizzazione gerarchica clandestina, una struttura parallela che, in qualche modo, controlla tutte le leve del potere in Italia. Sarebbe interessante conoscere i nomi degli adepti che costituiscono gli anelli di questo cerchio e come questi personaggi si muovano all'interno dei palazzi e delle stanze dove si manifesta, invece, l'ufficialità del potere, quello che è noto a tutti.

2)Chi è o chi sono i misteriosi registi dell'operazione D'Addario? «Ci sono quelli che c'erano dietro la D'Addario, dai su!». Rinaldo Arpisella sembra sicuro di sapere con esattezza chi siano i mandanti della vicenda D'Addario, la escort gettata nelle braccia del premier, con tanto di registratore nella borsetta. Sarebbe interessante conoscere che cosa sanno in Confindustria di questa vicenda.

3)Chi c'è dietro la svolta anti berlusconiana di Fini? Arpisella: «Dai, secondo te chi c'è dietro Fini?». Porro: «Chi c'è dietro Fini, tu lo sai? Io no». Anche su questa delicatissima questione i vertici dell'imprenditoria italiana danno l'impressione di sapere esattamente come siano andate le cose e perché il presidente della Camera abbia cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei riguardi del premier, arrivando addirittura a fondare un partito. C'è da dedurre che in Confindustria sappiano anche quale assicurazioni sulla futura carriera politica abbia ricevuto il manipolo dei seguaci di Fini e da chi le abbia ricevute.

4)Perché secondo la Confindustria le decisioni più importanti vengono prese all'insaputa dei politici? «No, no fermati un attimo non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere, capire che non esiste solamente la politica Fini, la politica Casini...». Anche in questo caso le parole dell'uomo di fiducia della Marcegaglia danno la netta sensazione che i giochi della politica italiana si facciano lontano dalla politica e dai politici italiani. In altre stanze, in altri luoghi. Perché non dirlo cortesemente anche a noi, perché non spiegarci dove si «fa» veramente la politica italiana, giusto per darci la possibilità di intervistare le persone appropriate d'ora in poi.

5)Chi fa parte di questa nuova e inquietante Spectre che governerebbe l'Italia? «...Il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre...». E qui siamo all'apoteosi, alla Madre di tutte le inquietanti rivelazioni che Arpisella a mezza bocca fa o vorrebbe fare a Porro. È evidente che l'Italia deve fare i conti con una sorta di Spectre, acronimo come ben sa 007, di Supremo Progetto Esecutivo per il Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni. Diteci dunque chi è il capo (che nella Spectre del cinema è noto come Numero 1) di questa Spectre nostrana e diteci anche, tra un planning e un report, signore e signori della Confindustria, chi sono gli altri affiliati di questa organizzazione cioè i Numero 2, 3, 4. E dove si riuniscono. Dentro vulcani, o su isole deserte o nelle sale Bingo?

Siamo sicuri che risponderete a tutte le nostre domande. Ma senza dare un colpo al Cerchio e uno alla botte, per favore.




Ora Emma e i suoi ci spieghino chi comanda davvero in Italia
di Gabriele Villa


Cos'è il "cerchio sovrastrutturale che va oltre Berlusconi" di cui Arpisella parla al telefono? Per il portavoce il caso D'Addario sarebbe stato architettato da una sorte di "Spectre"


Abbiamo un cerchio alla testa, noi de «il Giornale». Anzi di più, abbiamo un «cerchio sovrastrutturale» sopra le nostre teste. Ne sentiamo il peso da qualche giorno, lo percepiamo. Sappiamo oramai con certezza, dopo le parole criptiche ma preoccupanti e preoccupate, pronunciate da Rinaldo Arpisella, l'uomo di fiducia di Emma Marcegaglia, nell'oramai famosa conversazione telefonica con Nicola Porro, che questo cerchio aleggia nell'aria. Ma dobbiamo, purtroppo, prendere atto che, almeno per il momento, questa strana, inquietante presenza, resta per noi, «relegati in via Negri, a Milano» (sempre per continuare a citare Il Grande Informato), come qualcosa di simile a un Unidentified Flying Object, un Ufo cioè. 


Che, ci crediate o no, sta girando e rigirando, attorno a un'Italia ignara, compiendo un'orbita particolarmente strana che, sempre parole di Arpisella, passa da Fini alla D'Addario, a Casini, attraversando praterie sconfinate, laghi, boschi, mari e monti ma anche, immaginiamo, piccole, medie e grandi industrie. Come si fa dunque a rimanere insensibili a questo grido di dolore? Come possiamo non farci delle domande o, meglio, non farle agli informati uomini (e donne) di Confindustria, per trovare risposte che possano rasserenare il nostro spirito e le nostre menti e consentirci di lavorare con più tranquillità nel nostro eremo di via Gaetano Negri a Milano? Ecco dunque la prima di queste nostre, crediamo più che lecite, domande:


1)Che cos'è questo misterioso «cerchio sovrastrutturale»? Chi ne fa parte e quali sono i suoi obbiettivi? Dice Arpisella a Porro nel colloquio telefonico intercettato: «...Ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa...». E ancora: «...Ma tu non sai che c... c'è altro in giro, ti parlo da amico cioè...è un'ottica corta cioè.. è allora il cerchio sovrastrutturale va oltre me...». La frase dell'uomo di fiducia della presidente di Confidustria somiglia a un messaggio in codice. 


Che come tale va necessariamente e urgentemente decodificato, soprattutto perché fa intuire che il «cerchio» potrebbe essere una sorta di organizzazione gerarchica clandestina, una struttura parallela che, in qualche modo, controlla tutte le leve del potere in Italia. Sarebbe interessante conoscere i nomi degli adepti che costituiscono gli anelli di questo cerchio e come questi personaggi si muovano all'interno dei palazzi e delle stanze dove si manifesta, invece, l'ufficialità del potere, quello che è noto a tutti.


2)Chi è o chi sono i misteriosi registi dell'operazione D'Addario? «Ci sono quelli che c'erano dietro la D'Addario, dai su!». Rinaldo Arpisella sembra sicuro di sapere con esattezza chi siano i mandanti della vicenda D'Addario, la escort gettata nelle braccia del premier, con tanto di registratore nella borsetta. Sarebbe interessante conoscere che cosa sanno in Confindustria di questa vicenda.


3)Chi c'è dietro la svolta anti berlusconiana di Fini? Arpisella: «Dai, secondo te chi c'è dietro Fini?». Porro: «Chi c'è dietro Fini, tu lo sai? Io no». Anche su questa delicatissima questione i vertici dell'imprenditoria italiana danno l'impressione di sapere esattamente come siano andate le cose e perché il presidente della Camera abbia cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei riguardi del premier, arrivando addirittura a fondare un partito. C'è da dedurre che in Confindustria sappiano anche quale assicurazioni sulla futura carriera politica abbia ricevuto il manipolo dei seguaci di Fini e da chi le abbia ricevute.

4)Perché secondo la Confindustria le decisioni più importanti vengono prese all'insaputa dei politici?
«No, no fermati un attimo non sai alcune cose. Purtroppo voi siete relegati lì, in via Negri senza comprendere, capire che non esiste solamente la politica Fini, la politica Casini...». Anche in questo caso le parole dell'uomo di fiducia della Marcegaglia danno la netta sensazione che i giochi della politica italiana si facciano lontano dalla politica e dai politici italiani. In altre stanze, in altri luoghi. Perché non dirlo cortesemente anche a noi, perché non spiegarci dove si «fa» veramente la politica italiana, giusto per darci la possibilità di intervistare le persone appropriate d'ora in poi.



5)Chi fa parte di questa nuova e inquietante Spectre che governerebbe l'Italia? «...Il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi, va oltre...». E qui siamo all'apoteosi, alla Madre di tutte le inquietanti rivelazioni che Arpisella a mezza bocca fa o vorrebbe fare a Porro. È evidente che l'Italia deve fare i conti con una sorta di Spectre, acronimo come ben sa 007, di Supremo Progetto Esecutivo per il Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni. 

Diteci dunque chi è il capo (che nella Spectre del cinema è noto come Numero 1) di questa Spectre nostrana e diteci anche, tra un planning e un report, signore e signori della Confindustria, chi sono gli altri affiliati di questa organizzazione cioè i Numero 2, 3, 4. E dove si riuniscono. Dentro vulcani, o su isole deserte o nelle sale Bingo? 

Siamo sicuri che risponderete a tutte le nostre domande. Ma senza dare un colpo al Cerchio e uno alla botte, per favore.






Non si difende la libertà di stampa con D'Addario e Bindi in piazza
Il Tempo
Surreale manifestazione a piazza Navona. Alla protesta spunta la escort barese. Il monito di Napolitano: "Chiarire i punti critici". DDL Quale libertà di stampa?
 Alla manifestazione contro il ddl intercettazioni spunta Patrizia D'Addario. Proprio accanto alla presidente del Pd, Rosy Bindi. Una giornata decisiva e una protesta bizzarra. Eppure tutto era cominciato secondo copione. Il Capo dello Stato ha fatto notare l'esistenza di alcuni punti critici nel provvedimento in attesa di valutare se «saranno apportate modifiche adeguate alla problematicità di quei punti messi in evidenza». Il presidente del Senato Schifani ha assicurato che l'esame del ddl «si farà in Senato comunque dopo l'estate». Nelle stesse ore a Roma si riempiva piazza Navona per protestare «contro il bavaglio».

Insieme con Bersani, Di Pietro, Finocchiaro, Veltroni, e tanti altri esponenti dell'opposizione, c'era la escort barese. Dietro il palco, sempre circondata dai fotografi. Nella stessa zona anche politici e giornalisti noti, ma lei è stata la più gettonata. «Sono qui per la libertà di stampa, per il vostro lavoro - ha spiegato ai cronisti - Questa legge, però, riguarda anche me: è passato un anno da quando ho raccontato ai giudici la verità e ancora sto pagando». Qualcuno non le crede: «Via da qui! Fuori le escort!». «Se ne deve andare, siamo qui per difendere la cultura, la stampa dovrebbe raccontare quello che avviene sul palco e in piazza. Lei invece è qui a raccontarci la sua biografia, a far pubblicità al suo libro».

A strillare è stata Benedetta Buccellato, attrice e segretaria dell'associazione per il Teatro Italiano. E se la escort barese ha spedito le accuse al mittente promettendo querele, c'è chi l'ha eletta testimonial della piazza. Franco Siddi, segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana, organizzatore della manifestazione, non ci sta: «La D'Addario è una delle 12 mila persone presenti. Nessuno si permetta di dire che questa è la manifestazione della D'Addario. Lei come è libera di entrare a Palazzo Grazioli è libera di venire a manifestare in piazza Navona, ma le nostre bussole sono altre. Mi riferisco a Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Giuseppe Donati, Antonio Gramsci, Walter Tobagi, Carlo Casalegno e ad altri giornalisti che hanno dato la vita per il loro lavoro».

Dopotutto la D'Addario rappresenta un unicum: è stata la sola «quasi candidata» del centrodestra presente. Per il resto è stato tutto uno sventolare di bandiere della sinistra. L'opposizione ha messo il cappello anche a questa manifestazione. Siddi non condivide: «La nostra è una battaglia per il soddisfacimento di uno dei diritti fondamentali, stiamo combattendo per un'informazione completa, libera e plurale».

Nadia Pietrafitta



Panorama»: un milione sui conti della D’Addario
Corriere della Sera

Il settimanale: la Procura sospetta che i soldi siano il «premio» del ruolo recitato contro il premier

Il settimanale: la Procura sospetta che i soldi siano il «premio» del ruolo recitato contro il premier


Patrizia D’Addario
MILANO— «Un gruzzolo non lontano da 1 milione di euro che sarebbe affluito negli ultimi mesi» su un conto corrente in Italia riferibile a Patrizia D’Addario. È una delle rivelazioni sull’inchiesta che sarebbe stata aperta dalla Procura di Bari secondo Panorama. Nel numero in edicola venerdì, si spiega che «in Procura sospettano che tutti quei soldi possano essere il premio per il ruolo recitato in questi mesi, quello di nemica giurata del premier».

Il settimanale racconta come gli investigatori stiano cercando di capire la provenienza di quei soldi. È la seconda puntata del «complotto» contro Berlusconi, che il giornale già nel numero della scorsa settimana ha sostenuto per spiegare lo scandalo politico collegato alla notte passata dalla D’Addario a Palazzo Grazioli. La Procura di Bari aveva escluso l’esistenza di un’inchiesta per complotto.

Il nuovo articolo di Panorama ricostruisce la genesi della presunta inchiesta sulla escort e sostiene che la D’Addario è indagata, tra l’altro, con l’accusa di associazione per delinquere, un reato cornice che permette agli inquirenti di investigare ad ampio raggio. Il primo livello dell’inchiesta che ruota intorno all’affaire D’Addario si concluderà, secondo il settimanale, nei prossimi giorni. Gli investigatori, scrive il settimanale, non stanno indagando solo sulla «pupa», ma anche sui presunti «pupari».



D’Alema e la cena con Tarantini: ecco la vera storia che inguaia il Pd
di Redazione

Il ristoratore barese smentisce la versione di Baffino: "Altro che pochi minuti". Vi raccontiamo la serata organizzata da Tarantini come favore agli amici dalemiani De Santis e Mazzarano oltreché di Sandro Frisullo, vicepresidente della Regione Puglia già coinvolto in un giro di escort

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Ristorante La Pignata di Bari. Tavolata di giornalisti. Con l’arrivo degli antipasti di pesce è scontata la domanda al titolare del locale, Francesco Vincenti. Ma quella sera famosa del marzo 2008 com’è andata davvero con i clienti Tarantini, D’Alema, col sindaco Emiliano, tutti insieme attovagliati? «Premessa. Io non so come stiano effettivamente le cose in queste inchieste ma con Tarantini ho perso il miglior cliente. Quella sera famosa Gianpaolo era seduto proprio lì (si gira e indica il posto, ndr) e non è vero, come poi ho letto, che l’ex segretario D’Alema se ne andò subito appena lo vide.

Pure il sindaco Michele Emiliano, checché ne dica pure lui, era presente alla cena del Pd coi medici e i commercianti della sanità pugliese...». Insistiamo. Sulla serata organizzata da Tarantini come favore agli amici dalemiani De Santis e Mazzarano oltreché - come racconta Gianpi nel primo verbale del 29 luglio 2009 - di Sandro Frisullo, vicepresidente della Regione Puglia già coinvolto in un giro di escort, i presenti hanno riferito una cosa diversa. D’Alema, per dire, dopo aver annunciato la «scossa» per l’esecutivo alla vigilia del caso D’Addario (e delle escort di Tarantini a Berlusconi erano a conoscenza alcuni dei suoi fedelissimi in Puglia) aveva sostenuto di non aver mai conosciuto Tarantini. Che invece a verbale raccontò di viaggi in barca, partite a burraco, e per l’appunto, cene.

A TAVOLA CON MAX
Quell’incontro a tavola, invece, smentì il lìder Massimo. A lanciare una ciambella a D’Alema era stato il sindaco di Bari, Michele Emiliano, giurando che il politico-velista si era trattenuto pochissimo perché lui, che Tarantini l’aveva indagato, ritenendo il consesso poco adatto a un leader nazionale del Pd, l’aveva trascinato via dopo una manciata di minuti. «Permettete che io quella cena me la ricordi, vero?» attacca Vincenti, 84 anni ben portati. «Tarantini venne da me qualche giorno prima, mi chiese di organizzare un’unica tavolata, mi disse che ci sarebbero stati primari, pezzi grossi, e ovviamente Massimo D’Alema.

Che poi è nostro cliente da anni, da quando portava la borsa a Berlinguer». D’Alema venne ma si fermò solo pochi minuti, così dice lui. «Ma quali pochi minuti. Arrivò verso le 23 e se ne andò che era l’una passata dopo aver fatto un discorso. Sembra poco tempo?». Sì, però, il sindaco Emiliano... «Eh, ho capito. Io che sono il padrone del ristorante e che c’ero la saprò la verità? C’era Emiliano, c’era D’Alema, c’era Tarantini e c’erano che ne so, 60 persone del mondo della sanità e del partito. Nessuno se ne è andato prima del tempo. L’indomani Gianpaolo è venuto e ha saldato tutto lui, personalmente».

MALDARIZZI INTERCETTATO
Nel suo interrogatorio del 6 novembre 2009 Tarantini, a proposito di Baffino, riferisce i dettagli di questa cena alla Pignata ed anche della gita a Ponza sulla barca dell’imprenditore Francesco Maldarizzi, nella cui casa, ricorda Tarantini, incontrò una terza volta D’Alema. Il nome di Maldarizzi viene fatto da Gianpi il 27 gennaio 2009 parlando con Barbara Guerra per un incontro a Milano. Le telefonate successive fanno riferimenti a una cena con la Guerra e con Fadoua Sebbar. «Verdoscia - si legge nei brogliacci - riferisce a Tarantini di aver sentito Maldarizzi il quale gli ha raccontato di aver trascorso la notte non Hawa», al secolo Niang Kardiatou, gettonatissima da Gianpi per le sue esigenze, dettaglio confermato due giorni dopo al telefono, alle ore 17.44, dallo stesso Maldarizzi.

«UNA RAGAZZA PER INTINI»
L’avvocato dalemiano Castellaneta è intercettato mentre chiede a Tarantini se può mandare una «sorpresa» a Intini che si trova a Cortina. Tarantini il 19 gennaio si attiva anche perché - annota la Gdf - «Intini vorrebbe trascorrere la serata in compagnia di una ragazza». I brogliacci non spiegano se la richiesta è stata esaudita.

DE SANTIS E LA ARCURI
Nella saga dedicata a Manuela Arcuri, oltre alla avances del premier, alle vacanze a Cortina e alla frase «vedere cammello» per poi fare sesso, manca un capitolo. È quello che la finanza scova l’11 novembre 2008 nel quale Gianpi chiama Roberto De Santis (ombra di D’Alema e socio nel veliero Ikarus) «e lo invita - scrive la Gdf - all’Hotel De Russie a cena insieme a Manuela Arcuri e Luciana Francioli».

D’ADDARIO, PAURA VIA FILO
Il 17 giugno la mamma di Gianpi chiama il figliolo per dire che Telenorba parla dell’articolo del Corriere su una certa D’Addario da lui pagata per fare sesso col premier. Tarantini va in tilt. Chiama il fratello mentre un certo Bruno contatta il dalemiano De Santis che subito telefona al dalemiano Intini. «Roberto De Santis per Enrico Intini, il quale gli dice che probabilmente è coinvolto anche Sandro (Frisullo) nella questione di Gianpaolo Tarantini che riguarda la prostituzione». Di lì a poco Lucia Rossini chiamerà l’avvocato Castellaneta: «Sono preoccupata che la D’Addario possa fare i nomi...». E poi, via sms: «Cmq ti volevo far presente ke al pm ho detto la pura verità: ossia ke ho conosciuto gianpi tramite te ad una festa 3 anni fa (xkè mi ha fatto domanda specìfica su ki me l’avesse presentato) e ke poi casualmente ho rincontrato Giampaolo».